Di Umberto Ambrosoli ce n’è uno: che a differenza di altri ha rifiutato l’uso politico elettorale dei familiari delle vittime del terrorismo e delle mafie

L’avvocato Umberto Ambrosoli ha dunque rifiutato l’offerta fattagli dal PD di candidarsi come presidente della Regione Lombardia. Un gesto inaspettato e assai diverso dall’usuale accettare candidature elettorali da parte dei figli e delle vedove di eroi civili o di vittime della mafia o del terrorismo. Una buona occasione, quindi, per affrontare un tema spinoso, sul quale sovrabbondano la retorica e l’interesse peloso dei politici.

Umberto Ambrosoli è figlio di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese fatto uccidere il 12 luglio 1979  dal banchiere mafioso Michele Sindona perché in qualità di curatore fallimentare della sua Banca Privata Italiana non aveva voluto piegarsi, nonostante le pressioni di politici a quel tempo potenti come Giulio Andreotti, alle pretese di salvarla a tutti i costi  occultandone le gravissime magagne. La città di Milano a ricordo di questo eroe civile ha intitolato al suo nome una piazza. Il figlio ha seguito le orme del padre diventando avvocato anche lui, ma ha preferito andare a vivere lontano da Milano, nelle Marche. Ed ha sempre evitato di usare la figura paterna per farsi pubblicità o trarre vantaggi di qualunque tipo. L’anno scorso – in qualità di consulente editoriale della casa editrice Baldini Castoldi Dalai – gli proposi di scrivere un libro sulla figura di suo padre e della sua vita da bambino con lui, ma rifiutò e mi propose invece di scrivere un libro sui problemi della sua professione e più in generale della giustizia in Italia oggi. Proposta purtroppo non andata in porto per disinteresse dell’editore. Continua a leggere

Una legge hegeliana e la terza guerra

Quando si esaminano le due guerre mondiali, ci si accorge abbastanza facilmente di quanto sia giusta una delle leggi della famosa dialettica hegeliana, quella per cui una serie successiva di determinazioni quantitative (cioè di eventi apparentemente irrilevanti), ad un certo produce una nuova qualità, che va a incidere in maniera sostanziale su quelle stesse determinazioni.

Se gli statisti avessero condiviso questa legge, avrebbero fatto di tutto per evitare quei due catastrofici conflitti, cercando di risolvere pacificamente sia i problemi interni ai loro paesi, relativi al confronto tra imprenditori senza scrupoli e mondo del lavoro intenzionato a rivendicare i propri diritti, sia i problemi interstatali, relativi alla spartizione imperialistica del pianeta.

Ma come avrebbero potuto risolvere quei problemi quando nel sistema capitalistico è l’economia privata che detta ragione alla politica? La politica è solo una delle espressioni dell’economia: è al suo completo servizio, al pari dello sviluppo tecnico-scientifico, della cultura, della formazione e anche della guerra. E dagli imprenditori non poteva certo venir fuori la soluzione dei problemi che loro stessi avevano creato.

Gli statisti non solo fecero gli interessi delle rispettive borghesie nazionali, ma permisero anche alle borghesie degli Stati vittoriosi d’infierire sulle popolazioni dei paesi sconfitti, ponendo le basi dei successivi risentimenti e revanchismi. Riuscirono persino a ottenere il consenso, che poi risultò decisivo per i crediti di guerra votati nei parlamenti, di molti dirigenti socialisti della II Internazione, che invece avrebbero dovuto approfittare dell’occasione per dimostrare la forza della loro opposizione. L’unico che non si mise a difendere gli interessi imperialistici della propria nazione e che anzi voleva scatenare una guerra civile, al fine di ottenere una transizione al socialismo, fu quello bolscevico, che lanciò anche la proposta, rimasta inascoltata, di una pace senza annessioni né indennizzi.

In tal senso la storia insegna che se non si reagisce subito a una determinazione quantitativa negativa, si reagirà ancor meno alle successive, e alla fine ci si troverà persino a stare dalla parte sbagliata. Le occasioni perdute fanno “imborghesire” anche i migliori.

Va tuttavia detto che ognuna delle due guerre fu così devastante da rendere inevitabile, in talune aree del pianeta, una qualche evoluzione anticapitalistica. Dalla prima alla seconda guerra queste aree si ampliarono notevolmente, al punto che durante la cosiddetta “guerra fredda” tra i due sistemi economici mondiali, si riteneva imminente lo scoppio di una terza guerra.

Senonché l’eventualità venne scongiurata da un fatto inaspettato: il crollo di uno dei due contendenti, dovuto all’impossibilità di realizzare un socialismo democratico con gli strumenti dello Stato centralista.

L’idea di voler creare uno “Stato di tutto il popolo” era stata considerata una contraddizione in termini, una presa in giro. Tutto implose repentinamente e in maniera, bisogna dire, abbastanza pacifica: sicuramente sarebbe potuto andare molto peggio, viste le energie spese per creare quella gigantesca illusione.

Dall’altra parte della cosiddetta “cortina di ferro” si esultò: il capitale aveva dimostrato che il sistema migliore del mondo era il proprio, e ora bisognava farlo capire a chi, durante il Novecento, non l’aveva ancora sperimentato. Si era scongiurata una nuova guerra semplicemente perché un avversario s’era rifiutato di combattere e aveva accettato le condizioni dell’altro.

Sicché in questo momento i tanti paesi ex-socialisti stanno vivendo tutte le dinamiche borghesi al loro interno, come se nulla fosse: hanno buttato via non solo l’acqua sporca del socialismo autoritario, ma anche il socialismo imberbe, che, nonostante i gravi errori della sua crescita, non meritava una fine così ingloriosa. Anche perché non è affatto vero che il sistema vincitore goda di ottima salute.

E’ anzi dall’inizio degli anni Ottanta che i governi cercano, ostinatamente, di smantellare, un pezzo per volta, tutte le conquiste dei lavoratori, portandoli letteralmente alla fame, usando i debiti pubblici come un’arma di ricatto con cui spogliarli di tutti i loro diritti e facendo della corruzione un vero e proprio stile di vita.

Di nuovo abbiamo a che fare con la suddetta legge hegeliana, e siccome non riusciamo a impedire questa successione negativa di mutamenti quantitativi, ci chiediamo quando vedremo sorgere una nuova tragica qualità e quale sarà, questa volta, il prezzo che l’umanità dovrà pagare per realizzare un socialismo davvero democratico.

Wilco dal vivo, che gusto, mentre i Kasabian…..una delusione

Cos’hanno in comune Kasabian e Wilco? Per me, solo il posto dove li ho sentiti dal vivo, a qualche mese l’uno dall’altro, perché tanto gli inglesi sono rompitimpani e inconcludenti quanto gli americani ci vanno piano con il volume, ma forte con l’improvvisazione e i cambi di rotta. I decibel non mancano a nessuno dei due, e io certo non mi tiro indietro, ma quando il suono è così alto da diventare un magma indistinto volutamente caotico mi puzza tanto di “facciamo casino così non si sente se qualcosa non va”. E non si può dare la colpa, almeno stavolta, al palatenda che li ha ospitati, visto che i Wilco si sentivano da dio anche quando pestavano duro. Insomma, amplificazione a parte, i Kasabian non mi hanno convinto per niente, tant’è che dopo tre canzoni me ne sono andata via, annoiata, niente di nuovo né di meglio rispetto ai dischi, mentre con la band di Chicago, che spasso! Imprevedibili, coinvolgenti anche senza far tanto i gigioni con il pubblico (anzi, Jeff Tweedy è proprio un orso, al massimo si toglie ogni tanto il cappello o ringrazia), tutto arrosto e poco fumo (bella l’idea dei paralumi da abatjour che scendono dall’alto). Il contrario dei Kasabian, una valanga frastornante di luci ed effetti speciali inspiegabilmente interrotta da lunghe pause, buio e silenzio totali tra una canzone e l’altra, così se mai si creava una tensione positiva con il pubblico, ogni quattro, cinque minuti te la smorzavano sul nascere. I fans però non si sono lamentati, quando mai? E’ da anni che non sento uno spettatore che protesta, a teatro o a un concerto, anche se lo spettacolo fa pena. Quasi che il fatto stesso di aver acquistato il biglietto assicuri la buona qualità di quanto si va a sentire e vedere. Altrimenti forse ci si sente, oltre che delusi, anche fessi.

Essere o non-essere? Il problema del divenire

Che cos’è il non-essere? E’ tutto quello che non è, tutto quello che non riesce ad apparire. Molti pensano che sia così perché in realtà non esiste o comunque non è storicamente realizzabile o sociologicamente rilevante. Chi nega il non-essere pensa che l’essere sia una verità evidente, cioè che una determinata realtà spazio-temporale appaia come legittimamente dominante.

Tuttavia un essere evidente, scontato, è sempre di una povertà etica, politica e culturale disarmante, al punto che i più direbbero non che l’essere in questione è positivo o negativo, favorevole all’uomo o contrario, ma semplicemente che è un dato di fatto, che non può essere messo in discussione, qualsivoglia limite abbia.

Forse qualcuno sarebbe anche disposto ad ammettere che il vero essere è qualcosa di non statico, ma in mutamento, non coincidente con la realtà che oggi si vede. Forse costui lo farebbe sapendo che, in fondo, è più importante il divenire che l’essere, proprio perché se l’essere è negativo, invivibile, non possiamo negargli la speranza di migliorare.

Ma che cosa significa “migliorare”? Il divenire non è una concessione che l’essere fa al non-essere. Infatti il divenire è possibile proprio perché esiste il non-essere, che non è una variante dell’essere, ma una realtà propria, cioè la possibilità dell’opposto o comunque del diverso, il diritto a una alternativa.

La verità non sta nell’essere in sé, ma nel divenire, frutto di un incontro o anche, se necessario, di uno scontro tra essere e non-essere, nel rispetto delle reciproche autonomie. Questa la lezione hegeliana che tutti noi abbiamo appreso sui banchi di scuola.

La verità sta nel suo perenne movimento. Quando si presume che una verità sia evidente, lapalissiana, si sta violando la libertà di coscienza, che ha sempre diritto a pensarla diversamente. Là dove viene negata la diversità, lì esiste una dittatura, foss’anche in nome della democrazia.

Esiste infatti dittatura anche quando al non-essere si offre una formale libertà di parola, che alla resa dei conti, a causa dei vari impedimenti oggettivi, non produce alcun risultato tangibile. La democrazia illusoria dell’essere è appunto questa, che si vuol far credere che il non-essere ha diritto di esprimersi e che se nessuno lo ascolta, la responsabilità è sua: i cittadini, in definitiva, preferiscono l’essere, in quanto lo ritengono un’evidenza ineludibile.

E’ così che lo spessore delle contraddizioni viene ridotto al minimo: tutto viene relativizzato. Quando i politici americani affermano che il bello della loro democrazia è che i poveri non invidiano i ricchi, perché nel loro paese a tutti viene data la possibilità di arricchirsi, esprimono appunto questo relativismo superficiale con cui si affrontano i problemi.

Là dove esiste un irriducibile antagonismo sociale si preferisce vedere una sana competizione, da cui emergeranno i migliori. La competitività è uno dei totem da adorare del moderno capitalismo, il quale, proprio perché “moderno”, tende sempre più a escluderla, a favore di trust, cartelli e monopoli d’ogni genere.

Le corporazioni preferiscono gli accordi sotto banco alle liberalizzazioni, preferiscono tutelare i privilegi acquisiti alle logiche del libero mercato. Quando parlano di laisser faire è solo per contrastare l’autoconsumo, il protezionismo e le nazionalizzazioni o qualunque forma di socialismo. Ma, una volta ottenuta la facoltà di agire secondo i principi del free market, ecco che scattano i meccanismi monopolistici.

La concorrenza viene sbandierata come valore nel momento in cui ci si deve fare largo fra imprese monopolistiche, ma, una volta ottenuto il proprio spazio, immancabilmente lo si nega ai nuovi arrivati. Il capitalismo è un sistema individualistico che, a causa del proprio carattere antagonistico di fondo (tra chi ha e chi non ha), tende a trasformarsi in una casta sempre più piccola di privilegiati dal potere enorme.

E’ l’essere che nega risolutamente il non-essere, rifiuta la dialettica del movimento, il diritto al futuro. L’unica possibilità di emergere in queste condizioni è quella di dimostrare competenze straordinariamente complesse, capacità produttive, commerciali e comunicative altamente specializzate, fortissime aderenze col potere politico, affiliazioni sempre più criminose… Ma anche in questi casi si finisce soltanto per compiere operazioni di tipo quantitativo, cioè per modificare proporzioni, gradi e intensità di un essere che nella sostanza rimane inalterato. Nel migliore dei casi le contraddizioni non fanno che acuirsi.

Nei confronti di un essere del genere, il non-essere non potrà avere molti riguardi.

Il mestiere del giornalista

Il giornalista è una figura di mezzo tra il politico e l’ideologo. E’ un opinionista. Generalmente è al servizio di chi lo paga: volgarmente si dice “pennivendolo”. Quindi non può avere opinioni troppo personali, anche se i grandi giornalisti, quelli che hanno fatto una carriera significativa, possono averle ed eventualmente, se non vanno d’accordo con l’editore, possono cambiare giornale o addirittura mettersi in proprio, magari in cooperativa.

A volte il giornalista, a forza di dare notizie sulla politica, sposa la causa di un partito e si fa eleggere in qualche parlamento. Quando invece va in pensione si limita a fare il conferenziere, oppure scrive libri o gestisce un proprio blog, ecc.

Il giornalista parla di ciò che dice di vedere (generalmente le solite cose riguardanti i poteri istituzionali), di ciò che sente personalmente (p.es. un’intervista o una conferenza-stampa), di ciò che legge (le news delle varie agenzie o di altri giornali).

Il giornalista parla poco della vita non ufficiale (dovrebbe fare delle inchieste che richiedono troppo tempo e denaro) e parla ancor meno di se stesso, se non indirettamente, attraverso i propri commenti. Il giornalista non scrive pagine di diario, ma pagine di cronaca (nera, rosa, politica, sportiva…), anche quando vuol fare riflessioni teoriche. Se è un grande giornalista o un intellettuale di spicco può scrivere gli editoriali, gli articoli di fondo.

Non pochi giornalisti sono morti nel corso di una guerra o sotto i colpi del terrorismo o della criminalità organizzata. Generalmente però il giornalista viene considerato una persona privilegiata, che quando entra in pianta stabile percepisce uno stipendio di tutto rispetto, e che può permettersi il lusso di dire molte cose che a un comune cittadino sarebbero interdette, non tanto perché la legge glielo vieterebbe, quanto perché, se venisse denunciato, non avrebbe i mezzi per difendersi.

Il giornalista è un uomo di potere, un anello dell’ingranaggio del sistema: se non lo è lui personalmente, lo è certamente il giornale per cui lavora. In genere siamo soliti dire che la libertà di stampa è l’unico vero antidoto contro le tentazioni autoritarie del sistema. Cioè la possibilità di poter criticare un governo e le istituzioni di uno Stato, viene considerata la conditio sine qua non di una qualunque democrazia. I giornalisti, se vogliono, possono anche far cadere un governo o indurre taluni suoi esponenti a dimettersi.

Tuttavia, nella loro grande maggioranza, i giornalisti difendono il sistema e non si preoccupano affatto di cercare delle alternative praticabili. Se c’è una cosa che per loro (salvo eccezioni) non può essere messa in discussione è proprio l’impianto capitalistico del sistema economico e la struttura politica della democrazia rappresentativa parlamentare. Tant’è vero che le notizie offerte dai giornalisti sono, sotto questo aspetto, tutte terribilmente uguali, anche quando i giornali appartengono a schieramenti politici opposti. Il loro è semplicemente un gioco delle parti, il teatrino della democrazia formale, in cui anche l’informazione è convenzionale.

La quantità delle informazioni che offrono sembra essere inversamente proporzionale alla loro effettiva utilità. Anche quando s’impegnano a parlare di cultura, nelle pagine dei quotidiani, la superficialità resta sempre disarmante. Le lamentele relative al fatto che in Italia pochi leggono i quotidiani o i settimanali non hanno alcuna giustificazione, neppure dal punto di vista tecnico. I quotidiani infatti, col loro piombo, fanno diventare nere le mani e solo il fatto di sfogliare un settimanale, con tutta la sua pubblicità, è un insulto al principio che il tempo è denaro. A fronte della grande sfida del digitale, la carta è davvero destinata a scomparire e sarà un bene per tutte le foreste del pianeta. Senza poi considerare che in rete le informazioni sono più personalizzabili e le ricerche sul pregresso incredibilmente performanti.

Per quale motivo il giornalismo italiano di maggior rilievo nazionale è così privo di spessore? Che bisogno ha di riproporsi in maniera così ripetitiva e di fuggire qualunque ipotesi di specializzazione? Perché leggendo un giornale o ascoltando un tg o un radiogiornale si ha l’impressione di non aver appreso nulla o comunque di non aver acquisito notizie più significative di quelle che può dirci, p.es., un collega di lavoro, che quando poi è iscritto a un sindacato diventa un valido punto di riferimento? Se nella scuola un docente s’accorge che anche solo un proprio studente non sta apprendendo nulla, comincia a preoccuparsi, parla personalmente con l’interessato, informa i suoi genitori, ne discute nel consiglio di classe, decide dei corsi di recupero, adotta particolari strategie didattiche, interpella eventualmente uno psicologo…

Cosa vuol dire “tenersi informati”? E’ davvero così importante leggere o ascoltare chiacchiere, pettegolezzi, disquisizioni, amenità che non portano da nessuna parte e che non sono in grado di risolvere alcun vero problema? Se lo chiedono mai i giornalisti il significato della parola “attualità”? Sembra che per “attualità” si debba intendere la soddisfazione di una semplice curiosità intellettuale, per non rischiare di apparire fuori del proprio tempo. Ma questa soddisfazione è soltanto un di più di quella che si prova sfogliando riviste a caso quando si è in attesa del proprio turno dal dentista o dal barbiere o dal medico della mutua. In tal caso si acquisiscono notizie soltanto per ammazzare il tempo.

Nella loro maggioranza, i giornalisti si dividono in due grandi categorie: quelli che s’illudono che sia sufficiente criticare il sistema per migliorarlo, e quelli che pensano che per migliorarlo sia sufficiente dare più poteri all’esecutivo, anche se non così tanti da mettere in discussione la libertà di stampa.

Sia gli uni che gli altri sono giornali di regime, pagati, nella sostanza, con le tasse dei cittadini, caratterizzati da un livello di eticità molto basso, con cui non ci si fa scrupoli nel violare la privacy di chicchessia, o il segreto d’ufficio, nel formulare accuse o sentenze che solo un magistrato potrebbe emettere, nello sbattere il mostro in prima pagina, nel creare scandali ad arte, nel decidere capziosamente quali notizie possono colpire di più la fantasia degli sprovveduti e, in genere, nell’usare informazioni per puro scopo commerciale.

Sono tutti giornali politicamente schierati a difendere un sistema che, anche quando viene criticato, favorisce la loro stessa esistenza.

La Siria deve cambiare per far largo al gas del Qatar e agli interessi del suo padrone, il fanatico wahabita sceicco Al-Thani già decisivo nella “rivoluzione” libica

Che succede in Siria? Perché la Turchia ha reagito a un non chiaro incidente di frontiera prima con bombardamenti rappresaglia e di recente anche proibendo il sorvolo del proprio territorio a tutti gli aerei siriani, compresi quelli dei voli di linea? E perché l’emiro del Qatar, Al Thani, dal pulpito della 66esima sessione plenaria dell’Onu ha invocato un intervento armato almeno panarabo contro la Siria di Assad? Domande che a quanto pare  hanno una ben precisa risposta: il Qatar vuole esportare il suo gas servendosi dei gasdotti turchi e il governo di Ankara è d’accordo e mira a che l’accordo diventi realtà. Ma andiamo per ordine.

Nei giorni scorsi il quotidiano tedesco Die Welt ha citato un rapporto dettagliato del Bundesnachrichtendienst (BDN), cioè dei servizi segreti tedeschi, il quale rivela che il  95% dei “ribelli” siriani, stimati in poco meno di  15.000 uomini,  è in realtà di origine straniera. Quelli siriani sono appena il 5%.  Ma la percentuale è destinata a calare ancora perché sarebbero in arrivo altri 5.000 mercenari stranieri, compresi uomini di Al Qaeda,  sulla base di accordi tra Paesi occidentali e Arabia Saudita.

Guarda caso, si sta verificando quanto previsto e consigliato al presidente Obama dal think tankSaban Center for Middle East Policy, emanazione della Brookings Institution, che ha sede a Washington. Come abbiamo già fatto rilevare il 27 agosto, il Saban Center è composto da personaggi molto bene inseriti nelle istituzioni politico militari Usa,  compresa la Casa Bianca e la Cia, e per la Siria suggerisce a Obama .  la propria “Valutazione delle opzioni di un cambio di regime”. Opzioni che raccomandano la creazione di zone franche e di corridoi “umanitari”. Lo studio del Saban Center afferma: “E’ possibile che una vasta coalizione con un mandato internazionale possa aggiungere ulteriori azioni coercitive ai suoi sforzi”.  Ecco spiegato perché lo sceicco Al Thani all’Onu ha invocato l’intervento armato multinazionale. Continua a leggere

Abbiamo bisogno di eroi

Forse, per uscire dalla corruzione dilagante, abbiamo bisogno di eroismo. Forse in periodi di grande crisi motivazionale, di grande mancanza di valori si può recuperare un certo senso della vita impegnandosi in azioni coraggiose, quelle che suscitano ammirazione e che inducono a una sequela imitativa.

Tuttavia nelle società antagoniste – e la nostra certamente lo è – questa esigenza vuol dire soltanto una cosa, che è poi quella di tutte le civiltà degli ultimi seimila anni: far scoppiare una guerra (o una crociata), dimostrando in battaglia il proprio valore. Si ridiventa umani sterminando altri esseri umani, convinti di compiere la cosa giusta. E’ un eroismo al negativo e soprattutto al maschile.

Se poi un paese la guerra la subisce, è ancora più facile: si diventa eroi semplicemente limitandosi a difendere la patria. In tal caso le azioni di grande coraggio possono essere alla portata di chiunque: non c’è bisogno di essere dei valorosi combattenti al fronte.

Il Reich nazista chiedeva ai propri soldati di non arretrare mai, di resistere sino all’ultimo uomo, e loro si sentivano degli eroi e apprezzavano i riconoscimenti, le premiazioni. Eppure erano soltanto degli invasori, convinti di portare ai cosiddetti “popoli senza storia” una civiltà superiore, fatta di razzismo e di tecnologia.

Ma anche ai propri soldati la Russia stalinista, attaccata da Hitler, chiedeva la stessa cosa. Soldati imperialisti si sentivano eroi esattamente come i soldati comunisti che difendevano una delle peggiori dittature della storia; con la sola differenza che i primi avevano attaccato per dominare, mentre i secondi dovevano difendersi per sopravvivere. Entrambi sparavano per uccidere ed entrambi si sentivano responsabili di una missione ch’era stata loro affidata da autorità superiori.

Gli uomini non sanno esprimere il loro eroismo se non uccidendosi. Possibile che non possa esistere un altro modo per dimostrare il proprio valore sul campo?

La Russia una volta aveva gli “eroi del lavoro”, gli stakhanovisti, coloro cioè che riuscivano a compiere imprese mirabolanti nel loro ambito lavorativo, aumentando di molto l’efficienza di talune mansioni e la produttività in generale, a vantaggio dell’intera nazione. Venivano strumentalizzati dalla propaganda del regime per dimostrare che il sistema sovietico poteva reggere la concorrenza di qualunque altro sistema economico. Venivano esaltati per mistificare la realtà.

Ma degli eroi di questo genere non avrebbero alcun senso nell’occidente capitalista, dove, vigendo la proprietà privata dei mezzi produttivi, solo qualche ingenuo autolesionista ambirebbe al titolo di “eroe del lavoro”. Infatti gli unici “eroi” che il capitale riconosce sono gli stessi imprenditori e, al massimo, i loro lacché, cioè quelli che possono vantare profitti favolosi o premi di produttività, per aver saputo ingannare al meglio una determinata clientela.

Eroismo vuol dire generosità, altruismo, spirito di sacrificio, un qualcosa di significativo che possa valere per tutti, che sia dimostrabile sulla base di determinate azioni.

Eroi possono essere quelli che salvano la vita a qualcuno, specialmente se mettono a rischio la propria. A noi occidentali, così abituati al benessere e a dominare il mondo, fa un certo piacere quando un immigrato o una persona emarginata compie un gesto di eroismo o di particolare generosità nei nostri confronti, e siamo persino disposti a riconoscergli qualcosa di più di una semplice medaglia.

Invece questa o una semplice targhetta ci pare sufficiente quando a riceverla è un donatore di sangue: un vero altruista, che per tanto tempo s’è imposto uno stile di vita rigoroso, capace di resistere alle tentazioni della martellante pubblicità.

Ma questi non sono eroi che possono scuotere le fondamenta d’un sistema, che possono inaugurare una transizione costruttiva, che suscitano emulazioni di massa, anche perché le loro azioni o sono puramente casuali o restano circoscritte ad azioni specifiche.

Certo, sono eroi positivi, ma noi avremmo bisogno di qualcosa che possa essere praticato quotidianamente e soprattutto alla portata di tutti, senza distinzioni di alcun tipo.

In tal senso non basta neppure cadere sotto i colpi della criminalità organizzata, anche perché spesso queste vittime non si rendono conto di difendere uno Stato che è l’alleato n. 1 di quella criminalità.

Dunque cos’è che può farci diventare degli eroi nella nostra vita quotidiana? Solo una cosa dà veramente fastidio al sistema: associarsi in comunità che lottino con tutte le loro forze per rendersi indipendenti dal mercato, recuperando tutti quei mestieri, tutte quelle attività che nel passato favorivano l’autoconsumo. Dobbiamo diventare eroi dell’autogestione.

Una volta veniva considerato molto moderno quel borghese che riusciva a vivere come se dio non esistesse. Oggi dobbiamo considerarci molto moderni se riusciamo a vivere come se tutta la realtà borghese sia per noi una gigantesca finzione.

Israele/Palestina: non tutti predicano l’odio e portano il cervello all’ammasso

http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2012/10/alessandro-schwed-basta-con-la-guerra.html

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=37247

Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco?

Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza per interrompere l’assedio.

Passeggero I: Elik Elhanan , Israele

Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, è uno dei passeggeri a bordo del veliero Estelle nell’ultima tappa verso Gaza. Viene da una famiglia molto conosciuta emigrata in Palestina già negli anni ’20. Il padre del nonno materno fu il primo ambasciatore israeliano a Stoccolma. Il nonno materno, Matti Peled, fu il primo generale israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare gruppi pacifisti insieme ai palestinesi. Lasciò l’esercito e si dedicò invece a un dottorato in letteratura araba.

Elik, che ora ha 35 anni, ha un passato giovanile di punk. Nel 1995 si arruolò nell’esercito israeliano ed entrò nel corpo dei paracadutisti diventando con il passar del tempo un membro della squadra di élite.

Il quattro settembre 1997 sua sorella Smadar Elhanan, di 16 anni, tornava a casa da scuola sul viale Ben Yehuda a Gerusalemme.Era la prima settimana di scuola e c’era molta gente in giro. Due attentatori suicidi si fecero esplodere quel pomeriggio sul viale Ben Yehuda. Cinque persone persero la vita e venti furono ferite.

Quando Elik venne a sapere dell’attentato chiamò a casa dal reggimento, lo facevano tutti coloro che vivevano a Gerusalemme. Nessuno aveva sentito niente di speciale. Quando chiamò gli aveva risposto un vicino. I genitori erano usciti per identificare la figlia. Lei e la sua migliore amica erano tra i morti.

Dopo la morte di Smadar, la loro madre, Noret Pelled Elhanan, dichiarò che considerava il governo israeliano e la sua politica di occupazione responsabili della morte di Smadar. Continua a leggere

Perché l’idealismo vince sempre sul materialismo?

E’ impressionante vedere con quanta forza i filosofi presocratici riuscirono, col loro materialismo, naturalismo e, in fondo, ateismo, a superare le concezioni religiose della mitologia di Esiodo e Omero, e con quanta debolezza dovettero soccombere agli attacchi delle metafisiche platoniche e aristoteliche, così astratte, idealistiche e imbevute di misticismo.

Molte delle cose scoperte dai filosofi naturalisti verranno riprese solo duemila anni dopo, al tempo dell’Umanesimo e del Rinascimento; altre verranno recuperate ancora più tardi, come p.es. l’atomismo di Democrito. E di tutti i loro innumerevoli testi ci restano solo pochi frammenti: li conosciamo solo indirettamente, solo perché altri (spesso gli avversari) ne hanno parlato.

Come si spiega questo fenomeno? In una maniera molto semplice: chi professa il materialismo o l’ateismo finisce, in genere, coll’avere scarsa propensione per gli argomenti etici, preferendo di gran lunga quelli di carattere scientifico.

Ora, il potere politico dominante trova sempre una certa difficoltà a utilizzare questo atteggiamento da intellettuali per rabbonire le masse. Quest’ultime, infatti, per essere meglio ingannate, hanno bisogno di sognare ad occhi aperti, di provare sentimenti, emozioni… E il materialismo, in tal senso, appare troppo freddo, troppo sicuro di sé.

I materialisti non si rendono conto che ai comuni mortali, abituati alle vessazioni dei potenti, non piace tanto la verità quanto piuttosto la finzione: la verità presumono già di saperla, ed è la loro sofferenza (che ritengono secolare, irrisolvibile), per cui preferiscono fantasticare.

I materialisti che vorrebbero essere onesti dicendo la verità, escono sempre sconfitti dal confronto con gli idealisti, proprio perché questi sanno vivere meglio il loro “volgare materialismo” dietro la facciata delle belle parole, dei buoni sentimenti (quelli lacrimevoli), dei valori patriottici (che affratellano tanto) e così via.

Gli idealisti sono così abili che fanno passare i materialisti per gente senza scrupoli, sempre litigiosa, supponente, fanatica, fondamentalmente egoista, in quanto priva di valori sociali condivisibili.

E i materialisti, ad un certo punto, si rassegnano a questo ruolo trasmesso dai mass-media, e cominciano a discutere solo tra loro, si vantano di avere la verità in tasca, nutrono sentimenti rancorosi, ostentando un distacco fittizio, e soprattutto attendono passivamente che le contraddizioni esplodano da sole, proprio per avere la soddisfazione di dire: “Era da un pezzo che ve lo dicevamo”.

Insomma, prima i metafisici greci, poi i teologi medievali, poi ancora i filosofi borghesi e ora infine i politici di ispirazione cristiana: tutti mostrano di saper perfettamente comunicare alle classi marginali il modo migliore per uscire dall’oppressione: sperare contro ogni speranza.

E queste masse, sempre più vaste, sempre più sofferenti, continuano a illudersi che qualcuno, prima o poi, saprà alleviare i loro mali, magari farle anche uscire dalla miseria; e questo qualcuno dovrà per forza essere un idealista, perché solo un idealista ha il senso dell’umanità, è misteriosamente ispirato da dio.

I veri nemici da combattere sono i disfattisti, quelli che vogliono sostituire dio con la natura, lo spirito con la materia, la fede con la ragione, cioè quelli che vogliono dire la verità, senza sapere che la verità è relativa e che nessuno la conosce.

Contro ogni forma di suicidio

Forse quando si dice che solo con la morte si può trovar pace, c’illudiamo senza volerlo. Pensiamo che la pace sia un sottrarsi a dei problemi ritenuti irrisolvibili. Come quando qualcuno decide di andare a vivere in un paese lontano, dove crede che i rapporti siano più semplici.

Oggi però questi luoghi remoti non esistono da nessuna parte: noi occidentali abbiamo contaminato l’intero pianeta e tutti soffrono delle nostre contraddizioni.

E’ illusorio pensare di poter vivere diversamente altrove, quando non riusciamo a farlo lì dove ci troviamo. Il virus ce lo portiamo dentro e lo diffonderemo ovunque andremo.

Noi dobbiamo curarci da una malattia altamente contagiosa, chiamata “antagonismo” e dobbiamo farlo insieme, lì dove siamo. Qualunque soluzione uno cerchi da solo, non funzionerà. Qualunque gesto estremo che ci porti a desiderare, in un modo o nell’altro, la fuga dalla realtà, non spezzerà la catena che ci obbliga a una vita senza senso.

Chi si uccide pensando che questo sia l’unico modo per risolvere i propri problemi, è bene che sappia che la vita è eterna, che la morte è solo un momento di passaggio da una condizione a un’altra, simile a quello che abbiamo vissuto quando eravamo nel ventre di nostra madre, e che nel cosiddetto “aldilà” non c’è alcun dio in grado di risolvere i problemi al posto nostro.

Nell’universo esistiamo solo noi (i cosiddetti “extraterrestri” sono soltanto i nostri avi) e dobbiamo smetterla di chiedere ad altri di sostituirci nel compito che abbiamo di essere noi stessi, umani come dovremmo.

Non solo non c’è nessun dio, a dispetto di quanti vi credono, ma la vita inesorabilmente continua, a dispetto di quell’altra religione rovesciata chiamata “ateismo”. Il genere umano è destinato a vivere e, se non affronta con decisione e lungimiranza i propri problemi, è anche destinato a soffrire, qui e di là, ora e sempre.

Prima che la natura ci ricordi che andando avanti di questo passo, c’è solo autodistruzione, dovremmo riflettere seriamente su almeno tre aspetti fondamentali intorno ai quali costruire il nostro prossimo futuro:

  1. la democrazia parlamentare (basata sul principio della delega) è diventata una dittatura, e dobbiamo opporle la democrazia diretta, circoscritta in un territorio locale, controllabile dai cittadini;
  2. il mercato ci obbliga a una dipendenza assolutamente insostenibile, e dobbiamo opporgli forme di autogestione dei bisogni sociali, in cui sia previsto l’autoconsumo;
  3. il lavoro non può più essere considerato una priorità quando il suo esercizio minaccia la sopravvivenza della natura, la sua riproducibilità, diventando così un grave pericolo per la salute e la sicurezza di tutti. La scienza e la tecnica non sono degli idoli da adorare, anzi il loro sviluppo va tanto più evitato quanto più si pongono al servizio di interessi privati basati sul profitto.

Questi sono tre motivi fondamentali per i quali vale ancora la pena vivere e lottare.

Rapporti personali o istituzionali nella gestione del potere?

In politica un rapporto personale è migliore di uno istituzionale se chi comanda dimostra d’essere migliore di chi ubbidisce. Un rapporto personale implica una fedeltà reciproca, una sorta di impegno morale consensuale.

Perché questo tipo di rapporto funzioni, chi comanda dovrebbe però essere sottoposto a giudizio, o quanto meno la sua carica dovrebbe essere eleggibile, altrimenti diverrà inevitabile l’esigenza di renderla inamovibile e persino ereditaria.

Per qualunque ruolo di comando deve assolutamente valere il principio secondo cui nessuno è insostituibile. Infatti, nella misura in cui il comportamento di chi comanda perde i connotati etici, l’ubbidienza dei sottoposti diventa sempre più formale e, nella sostanza, essi faranno di tutto per aumentare la loro autonomia o per stabilire dei particolari privilegi, finché alla fine dominerà una generale corruzione (o anarchia).

Un rapporto istituzionale è invece, per definizione, impersonale, basato su un potere che è di diritto solo perché è di fatto, cioè incontestabile. Quando i cittadini vanno a votare non mettono in discussione il sistema in generale né quello della rappresentanza in particolare, ma si limitano a sostituire i suoi rappresentanti con altri. Al limite, se nessuno andasse a votare, il sistema politico-istituzionale resterebbe in piedi lo stesso.

L’eticità del potere istituzionale non ha bisogno d’essere dimostrata, e l’obbedienza ch’esso richiede non è condizionata. Di regola si pensa che in un rapporto istituzionale chi comanda non faccia preferenze di persona, in quanto non si sente vincolato da alcun rapporto diretto (di parentela o di amicizia o di riconoscenza per un favore ricevuto) coi propri subordinati e che, per questa ragione, egli sia indotto a scegliere gli elementi più capaci e meritevoli.

Tuttavia questo sarebbe possibile solo a una condizione, ch’egli avesse un potere immenso, che è cosa assai rara persino in qualunque dittatura. Sicché l’equidistanza, nei rapporti istituzionali, è in genere un’illusione, una forma di mistificante idealismo con cui si vuol far credere che il potere statale sia al di sopra delle parti. Come noto, la borghesia ha preferito i rapporti istituzionali a quelli personali del mondo cattolico-feudale.

E’ da quando sono nati i Comuni italiani che nelle città non si ubbidisce a “persone”, ma a “istituzioni”, ed è almeno da mezzo millennio che si ubbidisce allo “Stato”, sia esso repubblicano o monarchico, il quale è rappresentato da “funzionari”, che vengono utilizzati sulla base di “contratti”. L’apparenza è quella di una maggiore obiettività, in quanto un qualunque rapporto personale rischia d’apparire viziato da considerazioni soggettive (che si traducono in cooptazioni, raccomandazioni e quant’altro).

Tutti, anche coloro che comandano, devono mostrare di fare gli interessi di un’entità superiore, chiamata appunto “Stato” (nazionale o anche sovranazionale, come oggi accade con la fase del globalismo economico). Ecco perché nessuno può opporsi con la forza quando il contratto non viene rinnovato: l’interessato se ne dovrà cercare un altro.

Qui è l’apparenza della democrazia che trionfa. Nei fatti, siccome domina incontrastata la proprietà privata dei mezzi produttivi, è proprio nelle democrazie formali di tipo borghese che si sviluppano le caste, esattamente come avveniva nei rapporti personali di tipo feudale quando la corruzione s’imponeva su tutto.

Le caste non sono altro che quei gruppi sociali, forti economicamente, che sfruttano l’apparente equidistanza dello Stato per aumentare il loro potere personale. All’interno di questo sistema non c’è alternativa alle caste, a meno che non si voglia liquidare progressivamente lo Stato, favorendo il ripristino dei rapporti di dipendenza personale, dove però il ruolo del comando sia eleggibile e rivedibile in qualunque momento, soprattutto quando si è in grado di dimostrare una palese violazione del diritto.

Ora, chiunque si rende conto che “dimostrazioni” del genere sono possibili solo quando la democrazia è diretta, cioè quando essa viene esercitata in un territorio locale abbastanza circoscritto, facilmente controllabile da parte dei cittadini che lo abitano.

Se l’idea è quella di superare la proprietà privata dei mezzi produttivi, rendendola collettiva (sociale, non statale), bisogna superare il sistema del capitale, in cui domina la proprietà monetaria del borghese, senza ricadere nel sistema feudale, in cui dominava la proprietà terriera del nobile.

Dobbiamo creare una società in cui la proprietà collettiva di tutti i mezzi produttivi venga gestita da comunità di tipo locale che, nell’affronto dei loro bisogni primari, siano indipendenti.

L’etica in un contesto violento

In una società violenta, ove dominano acuti conflitti sociali, l’etica non può essere disgiunta dalla violenza; nel senso ch’essa può emergere da una riconsiderazione del male che si fa. Come quando p.es. ci si autogiustifica dicendo: “ho fatto la guerra perché ho obbedito al governo o perché mi sembrava fosse il mio dovere”, cioè “sono un eroe perché patriota”; oppure quando si dice: “L’ho ucciso perché era un mostro”, cioè “questo omicidio dovrebbero considerarlo una legittima difesa”; o quando, sotto interrogatorio, si dice: “sapevo ch’erano corrotti, ma non mi sono lasciato coinvolgere”, cioè “dovreste ringraziarmi, invece di dirmi che ho solo pensato ai fatti miei”.

In questi ambienti il tasso di moralità è così basso che appare “etica” anche l’azione che, in un altro contesto, sarebbe stata del tutto naturale o, al contrario, lo sarebbe stato a un livello minimalista. P.es. il fatto di non vendicarsi per un torto subito, dovrebbe essere considerato un normale atteggiamento umano, ma è raro in una società tipicamente violenta, e comunque non è affatto “etico” quando lo si motiva dicendo d’avere “pietà” per l’aggressore, come se fosse un minorato mentale.

La percezione che si ha della moralità, in un contesto di forte violenza, è ridotta al minimo; normalmente anzi si pensa che l’atteggiamento morale sia quello meno adatto a permettere la sopravvivenza. Occorre per forza essere duri, cattivi, sfrontati, stando bene attenti, nel contempo, a non comportarsi come ingenui e sprovveduti, rischiando d’essere ingannati o strumentalizzati da chi è capace di usare la violenza in forme più subdole e sottili.

Questi atteggiamenti si vedono moltissime volte là dove regna la povertà sociale, il degrado ambientale, l’individualismo esasperato, la criminalità più o meno organizzata, piccola o grande che sia.

E’ molto difficile vivere in un contesto di forte violenza e bisogna imparare presto a capire come non farsi schiacciare dagli altri. In contesti del genere i piccoli soprusi, se si è furbi, vengono facilmente minimizzati: si è tolleranti nei confronti delle piccole angherie. Certo, dipende sempre da chi le subisce, poiché se uno ha una certa reputazione da difendere, un certo onore, non fa molta differenza tra piccola o grande offesa: tutto diventa occasione per mostrare quel che si è.

In genere comunque, sapendo bene che non ci vuol molto a reagire in maniera sproporzionata, si sta sempre molto attenti a non compiere inutili provocazioni, a non dire parole di troppo, anche se lo stress, la tensione quotidiana portano invece a comportarsi proprio così, e si spera sempre che l’altro tenga conto di questi pesanti e costanti condizionamenti. Magari si diventa amici dopo essersi presi a pugni.

In contesti come questi vige sempre la regola delle tre scimmie: “se c’ero non ho visto nulla, se ho visto non ho sentito, se ho sentito non ho parlato”.

Se non si è dei boss, si è disposti a tollerare i piccoli sgarri, a meno che questi, sommandosi uno sull’altro, non diventino assolutamente insopportabili. Ecco, è a questo punto che scatta il meccanismo della scelta: diventare un feroce criminale, capace di difendersi sempre con la violenza, anche quella più spietata, nella convinzione che il rispetto altrui diventa proporzionale alla propria ferocia; oppure cambiare mentalità, ribaltando i consueti criteri di vita, approfittando delle tragedie più disumane e cominciando a guardare con occhi diversi anche le situazioni più banali.

Ci vuole una certa maturità per capire che questa seconda strada, per potersi realizzare, ha bisogno del concorso di una collettività. E’ certamente importante che uno dimostri di possedere un senso di responsabilità, ma è ancora più importante che questa responsabilità non lo trasformi in un “giustiziere della notte”, ma semmai in un punto di riferimento per organizzare una riscossa sociale.

Bisogna soprattutto evitare di illudersi che il pianto dei disperati possa indurre al pentimento i capi della criminalità, poiché, se anche qualcuno arriva a pentirsi, vi sarà sempre un altro che lo sostituirà, e che magari sarà ancora più spietato, cominciando proprio a dare l’esempio coi “traditori”.

E’ il sistema delle relazioni sociali che va cambiato, a partire dai rapporti di lavoro. Non c’è criminalità là dove non c’è sfruttamento del lavoro altrui.

I trucchi e le manovre degli “esportatori di democrazia” Netanyahu e Al Thani per avere ai piedi l’intero Medio Oriente. Intanto però comincia ad attecchire anche tra israeliani e filo israeliani l’idea di Israele Stato anche dei palestinesi

La 66esima sessione dell’Onu ha visto Netanyahu fare una figura ridicola, da piazzista imbonitore. Dopo 20 anni che si suona l’allarme sulle “bombe atomiche iraniane”, instillando spesso il sospetto che ne abbiano già o le stiano producendo, il piazzista imbonitore Netanyahu, che oltretutto veste come un impiegato del catasto al dì di festa e indossa cravatte di banale mancanza di gusto, il suo allarme lo ha lanciato dicendo che “l’Iran ha terminato la prima fase, entro l’estate 2013 concluderà la seconda e da quel momento in poche settimane consentirà di arrivare all’uranio ad alto potenziale necessario a realizzare un ordigno”. E’ la ripetizione caricaturale della menzogna che Bush figlio ordinò al generale Colin Powell, suo Segretario di Stato,  di raccontare all’Onu per ingannare il mondo intero brandendo una bustina che disse piena dei terribili batteri antrace e cianciando di armi di distruzione di massa accumulate dall’Iraq. Powell però il suo show lo mise in piedi su ordine del suo superiore piazzato alla Casa Bianca, Netanyahu invece lo ha messo in scena di propria volontà, convinto forse che a ordinarglielo sia il suo superiore piazzato nell’alto dei cieli…
Come si vede, nonostante l’ormai ventennale starnazzare “Al lupo! Al lupo!” siamo sempre solo nell’anticamera dell’anticamera del pericolo…. Il piazzista imbonitore di Tel Aviv ha in pratica rimandato all’anno prossimo il molto strombazzato attacco all’Iran, puntando – o sperando – che a scendere in campo affianco all’esercito di Tel Aviv siano soprattutto l’esercito Usa con il contorno della Nato. Come una caricatura del Grande Dittatore di Charlie Chaplin, Netanyahu&C sognano un mondo al loro guinzaglio. Megalomania sorprendente. Oltre che molto pericolosa.
Stessa speranza, o pretesa, pare ce l’abbia l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, monarca assoluto del suo piccolo regno ma straricco di petrolio. Dopo avere avuto il ruolo principale nell'”esportazione della democrazia” in Libia, l’emiro ha tentato il bis in Siria fomentando da mesi, assieme agli Usa, l’Inghilterra e Israele, la rivolta in Siria. Rivolta che vede impegnati non tanto cittadini siriani quanto contingenti di militari e istruttori militari, soprattutto del Qatar, fatti affluire dall’estero, riforniti di armi Usa e affiancati da mercenari strapagati. Dopo mesi di massacri da ambo le parti e di notizie fasulle per spingere l’Occidente a indignarsi e intervenire quindi in armi, l’emiro ha dichiarato a un giornale del Kuwait che “è ora di prendere atto dell’impossibilità di rovesciare il regime siriano”. Motivo per cui Al Thani ritira le sue truppe  e i suoi mercenari dalla Siria e punta sull’intervento degli eserciti dei Paesi del Golfo in blocco più l’Arabia Saudita, sperando inoltre che si muova anche la Nato. E per “spingere” meglio usa la sua formidabile emittente televisiva Al Jazeera per veicolare versioni di comodo e verità pilotate. Continua a leggere