Arrivano di nuovo le pagelle delle agenzie di rating

Arrivano di nuovo le pagelle delle agenzie di rating

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 Arrivano le nuove pagelle delle agenzie di rating sull’Italia! La maggioranza dei media e tanti politici sono contenti come a Natale, sotto l’albero. Finalmente sapremo che i nostri titoli si avvicinano sempre più al livello di “spazzatura” e la cosa sembra consolare molti. In passato, abbiamo più volte messo in guardia da queste “incursioni”. Lo abbiamo fatto quando al governo c’era Berlusconi e le opposizioni usavano i rating per provare che tutto andava male. Lo abbiamo fatto quando al governo c’erano i vari governi del centrosinistra e le opposizioni sventolavano le pagelle negative. Lo facciamo anche ora con il nuovo governo e le nuove opposizioni.

 I rating di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch  non sono valutazioni fatte da enti indipendenti ed eticamente impeccabili. Le agenzie sono imprese private con base negli Usa che hanno la pretesa di giudicare le economie del resto del mondo. In America, invece, sono annualmente tenute d’occhio dalle istituzioni di controllo per scovare eventuali conflitti d’interesse e non sono per niente amate dalle autorità di governo. Il loro ruolo nefasto e corresponsabile nella Grande Crisi del 2007-8, i loro trascorsi e i legami con le grandi banche e con la finanza speculativa, non depongono bene.

 Fitch è posseduta dal colosso della comunicazione Hearst, che ha capitali e partecipazioni in centinaia di differenti business privati. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merryl Linch, Lehman Brothers, Goldman Sachs , l’inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation, ecc.

 Moody’s Corp. ha un fatturato di 4,2 miliardi di dollari per i suoi servizi finanziari e di rating. I suoi grandi azionisti sono fondi d’investimento e grandi banche. I suoi dirigenti si sono fatti le ossa nella Federal Reserve, nella City Group, nella JP Morgan Chase, nelle multinazionali della farmaceutica e del petrolio, come l’ExxonMobil.

 La S&P Global controlla anche l’omonima agenzia di rating. Prima era controllata dal conglomerato Mc Graw Hill Financial, una multinazionale dei servizi finanziari, che ha cambiato nome. I grandi azionisti sono i chiacchierati fondi d’investimento Black Rock e Vanguard. Vanta dirigenti che sono stati in posizioni di comando alla City Bank, alla JP Morgan Chase, alla banca olandese ING, al francese  Credit Agricole, al Credit Suisse, e anche in grandi corporation tra cui la PepsiCo, la Lockeed Martin (tecnologia militare), ecc.

 Basterebbe una veloce occhiata ai loro siti internet per farsi un’idea precisa dei tanti passaggi dal mondo della grande finanza e della speculazione a quello delle grandi corporation che dominano i mercati e viceversa. E’ più che opportuno, quindi, ricordare quanto detto su di loro dalle massime autorità americane. Il documento “The financial crisis inquiry report”, preparato da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo americano nel 2011, evidenzia in oltre 650 dettagliatissime pagine le nefandezze perpetrate prima e durante la Grande Crisi finanziaria del 2007-8. Così sintetizza: ”Noi affermiamo che i fallimenti delle agenzie di rating sono stati delle cause essenziali della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state le provocatrici chiave del meltdownfinanziario. I titoli legati alle ipoteche immobiliari, centrali nello scatenamento della crisi, non potevano essere valutati e venduti senza il marchio di approvazione delle agenzie. Gli investitori, spesso in modo cieco, hanno fatto affidamento sui loro rating. In alcuni casi erano persino obbligati a comprare tali titoli, pena un aggravamento degli standard relativi alle regole sui capitali loro impostogli. La crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese”.

 Anche il dossier del Senato americano “Wall Street and the financial crisis: anatomy of a financial collapse”, pubblicato nel 2011, sulla base di approfondite indagini e di numerose audizioni, dettaglia il ruolo centrale e nefasto delle agenzie nel provocare la Grande Crisi. Evidenzia, in particolare, il loro ruolo fraudolento nel propinare titoli taroccati dai loro rating. Non deve quindi sorprendere se nel 2015 solo la S&P ha pagato 1,5 miliardi di dollari di multa per simili comportamenti fraudolenti. Una sanzione monetaria molto conveniente, sia per il modesto importo, sia perché l’agenzia ha evitato che le indagini andassero più a fondo, facendo eventualmente emergere risvolti più scabrosi e penalmente perseguibili.

 Evidenziamo tutto ciò certo non per occultare gli evidenti problemi economici del nostro paese. Ci sembra, però, insopportabile la mancanza di critiche nei confronti delle citate agenzie private di rating, che, dopo aver contribuito grandemente a provocare la crisi finanziaria più grande della storia, di cui il mondo e l’Italia soffrono ancora, imperterrite, e riverite, proseguono a dare pagelle a tutti, governi e imprese.

 Se i loro rating fossero degli esercizi innocui di dispensare giudizi non richiesti, si potrebbe lasciarle giocare. Purtroppo i rating sono presi in considerazione dai mercati per giudicare le varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Si rammenti, inoltre, che la Bce li usa per definire l’affidabilità delle obbligazioni pubbliche dei paesi membri dell’Ue e per decidere se accettare o no tali titoli in garanzia per operazioni di credito e di finanziamento.

 Ciò, in verità, ci sembra una cosa del tutto “indigesta”.       

 *già sottosegretario all’Economia **economista

LE BRUTTE CONSEGUENZE DELLA GUERRA DEI DAZI VOLUTA DA TRUMP

Mario Lettieri*  Paolo Raimondi **

E’ un grave errore cercare di semplificare le grandi questioni internazionali, quali quelle economiche, finanziarie, commerciali o quelle riguardanti i flussi migratori. Spesso si pensa che isolare una questione importante dal resto renda più facile affrontarla. Purtroppo non è così. Si vorrebbe che le cose fossero semplici e poco complicate e quindi risolvibili. Invece spesso sono complesse, intrecciate con altre, tanto da esigere approfondite e multiple analisi.  

Lo è senz’altro il caso delle guerre commerciali in corso. Trump e altri credono che, aumentando i dazi sui prodotti importati dalla Cina e dall’Unione europea, l’industria e l’occupazione americane ne gioverebbero, incidendo positivamente anche sulla bilancia dei pagamenti degli Usa.

In verità il commercio americano è da decenni fortemente squilibrato. Di certo non per comportamenti truffaldini dei partner ma per le decisioni interne che hanno favorito, ad esempio, l’outsoursing. Ciò ha determinato lo spostamento di molte imprese americane verso mercati poco regolamentati e a bassissimo costo del lavoro.

Le multinazionali e le banche Usa hanno sfruttato questo sistema facendo profitti straordinari ed evitando di pagare le tasse dovute. Non è quindi sorprendente sapere che il deficit della bilancia commerciale da decenni è ogni anno di centinaia di miliardi di dollari. Così dicasi per il bilancio statale. Nel 2017, ad esempio, il deficit commerciale è stato di 568 miliardi di dollari (811 miliardi, se si considerano solo le merci senza i servizi) e, a sua volta, il deficit del bilancio federale ha raggiunto i 665 miliardi.

La guerra commerciale non produrrà soltanto ritorsioni da parte dei paesi colpiti dai dazi. C’è già un’escalation di per sé foriera di gravissime instabilità. Essa rischia di mettere in moto effetti destabilizzanti anche sui mercati delle monete e su quelli finanziari.

Pertanto, di conseguenza, la Banca nazionale cinese ha deciso di emettere 700 miliardi di yuan sul mercato, pari a oltre 100 miliardi di dollari, con l’evidente intento di svalutare la propria moneta.

Si tratta di una contromisura per contenere i danni provocati dalle misure protezionistiche Usa. Con il deprezzamento dell’yuan, gli esportatori cinesi livellerebbero così l’aumento dei dazi americani d’importazione, mantenendo in un certo senso i loro guadagni ai livelli precedenti alle decisioni Usa.

Internamente alla Cina il deprezzamento della moneta non avrebbe grandi effetti negativi. Soltanto le sue importazioni diventerebbero più costose. Ma la Cina da quasi 10 anni ha cambiato la rotta della sua economia, sviluppando di più il mercato interno. I dazi, pertanto, possono diventare un ulteriore stimolo a sviluppare i settori industriali colpiti.

Si tenga conto, inoltre, che la Cina da qualche tempo promuove accordi commerciali in yuan, soprattutto con molti paesi emergenti, bypassando così la mediazione del dollaro.

Per il suo sistema politico, economico e monetario e per le storiche alleanze internazionali, l’Unione europea, purtroppo, non può adottare decisioni simili. Anche se Washington starebbe per imporre una tassa del 20% su 1,3 milioni di veicoli importati dall’Europa, di cui più della metà dalla Germania.

Quanto intrapreso in Cina, anche se in modi differenti per intensità e settori, com’era prevedibile, è avvenuto anche in Russia soprattutto per effetto dell’isolamento commerciale provocato dalle sanzioni.

Sul fronte finanziario, una delle conseguenze determinata dall’instabilità, a seguito dell’aumento del debito globale e delle minacce di guerre commerciali, è stata la crescita della bolla dei credit default swap (cds). I derivati usati per le cosiddette coperture del rischio d’insolvenza. Essi  misurano anche le fibrillazioni emerse a Wall Street dove Standard& Poors’ 500 (l’indice delle maggiori imprese americane), dal picco di gennaio a oggi, ha perso il 5%.  

Secondo varie analisi, anche dell’ultimo rapporto trimestrale della Banca dei Regolamenti Internazionali, il volume dei cds è di circa diecimila miliardi di dollari. Certo ancora lontano dai livelli del 2007, ma già preoccupante in previsione delle insolvenze del debito delle imprese e di altre categorie private.

E’ appena il caso di sottolineare che oggi quattro banche americane (Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase e Goldman Sachs) gestiscono il 90% del commercio mondiale dei cds!

Ancora una volta le autorità di controllo purtroppo stanno a guardare mentre la bolla cresce.

Il commercio e i mercati non hanno bisogno di dazi ma di regole che valgano per tutti.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

 

 

 

 

 

 I BRICS e l’uso delle monete nazionali

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari. Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative. Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).

 Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%. Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete. Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

 La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna. Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato. L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.  

 Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay. Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa. 

 Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fato i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete. Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.

 C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

 

Travaglio/Flores d’Arcais in dialogo su M5S e governo: speranze, rischi, harakiri

Travaglio/Flores d’Arcais in dialogo
su M5S e governo: speranze, rischi, harakiri

di Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais

Questo articolo può essere riprodotto anche integralmente, purché preceduto dalla dicitura “riprendiamo questo testo dal sito www.micromega.net” e seguito dalla dicitura ©Paolo Flores d’Arcais

Paolo Flores d’Arcais: La mia posizione la conosci: non un accordo di governo fra Pd e M5S, ma un’iniziativa autonoma del Movimento 5 stelle: ribadire i punti qualificanti del proprio programma e indicare una personalità ineccepibile (ho azzardato i nomi di Zagrebelsky e Montanari), che dovrebbe avere ovviamente il gradimento di Mattarella, per un governo composto da ministri al di fuori dei partiti. Siccome anche Grillo ha detto qualche giorno fa che non sono interessati alle poltrone, ma ai contenuti, l’ipotesi mi sembra coerente. E renderebbe in tal modo molto difficile un “no” del PD. Si tratterebbe di proporre oggi un equivalente di quello che fu Rodotà in occasione delle elezioni per la Presidenza della Repubblica e dunque una strada che dovrebbe essere nelle loro corde e potrebbe davvero scuotere la situazione. Cosa ne pensi?

Marco Travaglio: Penso che i cinquestelle dovrebbero mantenere una disponibilità a una soluzione di questo genere, ma credo anche che in prima battuta dovrebbero provare a fare un governo un po’ più forte rispetto a quello che suggerisci tu, perché un governo privo di connotazioni politiche, sarebbe debolissimo, in quanto deresponsabilizzerebbe i partiti che lo sostengono. Al contrario, un governo forte, che durerebbe almeno due anni, potrebbe essere quello in cui Di Maio si rivolga al centro sinistra, al PD e a Grasso, proponendo un premier e due vice premier, che potrebbero anche essere lo stesso Grasso e un rappresentante del PD, come per esempio Minniti. Il resto del governo potrebbe invece essere composto non da eletti, ma da persone scelte in parte dalla squadra proposta dai 5 Stelle e in parte dall’aerea del centro sinistra, a condizione che non siano state in Parlamento, non abbiano avuto candidature né responsabilità partitiche. Sarebbe la dimostrazione che i governi tecnici non sono tutti uguali, perché Zagrebelsky e Settis non sono come Fornero e Monti.
Dovrebbero allora proporre i loro punti da armonizzare con quelli proposti da altri, partendo per esempio dal reddito di cittadinanza e dalla legge anticorruzione. Aggiungerei un tema su cui loro sono sempre molto evasivi, il tema dell’evasione, appunto, oltre a una politica di investimenti finanziata con ciò che si ricaverebbe dall’abbandono di alcune grande opere del tutto inutili. E ancora non l’abolizione totale, che sballerebbe tutti i conti, ma una seria riforma delle legge Fornero sulle pensioni, una riforma del Job Act con ripristino dell’articolo 18 per le imprese al di sopra di un certo numero di dipendenti. E così via. Si tratterebbe di partire da proposte di questo genere, che fanno parte del loro DNA. Una norma severissima su conflitti di interessi, sull’incompatibilità, una legge sulla Rai, sulla scorta di quanto avevamo proposto insieme ai tempi dei Girotondi: una televisione sul modello della BBC, una fondazione, con un consiglio di amministrazione che rappresenti intanto che ci lavora, poi i produttori, gli autori, le accademie eccetera.
Credo che un governo quasi angelicato, senza nessuna partecipazione né responsabilità politica – e di conseguenza privo di responsabilizzazione politica – rischierebbe di essere troppo debole e di venir già alla prima folata di vento. Invece dovrebbe essere un governo in cui ciascuna delle forze che lo appoggia prende un impegno preciso. È chiaro che deve passare attraverso una consultazione, le primarie per quanto riguarda il PD – aperte, come hanno fatto, e dunque non limitate agli iscritti.
Lo stesso potrebbero fare eventualmente anche i 5 Stelle e sottoporre tale accordo alla loro base, anche se per loro sarebbe più facile un’approvazione, mentre nel caso del PD si continua a ripetere che non deve allearsi con i 5 Stelle. Insomma, dovrebbero seguire l’esempio della Merkel e della SPD: individuare punti in comune e compatibilità e scrivere nel dettaglio le leggi che intendono approvare, dandosi magari anche due anni come orizzonte invece di cinque. Tale accordo dovrebbe poi esser sottoposto ai propri iscritti, in modo che siano loro a decidere, visto che si tratterebbe comunque di un governo che non era previsto in campagna elettorale, in particolare dal PD, mentre i 5 Stelle avevano già dichiarato che se non avessero avuto la maggioranza si sarebbero rivolti ad altre forze politiche. Se, infatti, gli elettori del Movimento hanno votato Di Maio sapendo che avrebbe fatto delle aperture nei confronti delle altre forze politiche, il PD ha invece sempre sostenuto che il suo orizzonte era il centro sinistra e non avrebbe fatto accordi con i 5 Stelle. Per questo sarebbe giusto che la base si pronunciasse per autorizzare un’intesa con coloro che in campagna elettorale erano presentati come alternativi. La posizione dei renziani, che in modo più sfumato è sostenuta anche da Martina, secondo cui gli elettori avrebbero deciso che il PD resti all’opposizione è priva di senso, perché chi vota per il PD vuole che vada al governo. Gli elettori non possono sapere quanti voti prenderà il partito e quindi se quel partito possa andare al governo o meno. Chi vota Potere al Popolo vota una forza di opposizione, non chi vota PD. Se poi sono pochi, non è che quei pochi hanno votato per andare all’opposizione. Sarebbe giusto che fosse la base a decidere quale deve essere la collocazione del PD. È chiaro che prima dovrebbero essere stillati i punti del programma, perché alla domanda su un’alleanza con Di Maio la risposta sarebbe negativa. Se invece la questione fosse relativa ad alcuni punti del programma, chiedendo agli elettori se vogliono determinate proposte precise, probabilmente la risposta sarebbe diversa. Sono convinto che se si prendessero a caso dieci elettori del PD e dieci del M5S e si mettessero intorno a un tavolo troverebbero un intesa molto prima di quando non farebbero intorno allo stesso tavolo Di Maio e Martina.

Paolo Flores d’Arcais: La cosa importante è che questa volta un eventuale accordo non sia generico, ma dettagliato come appunto nelle abitudini tedesche. Si dovrebbero discutere particolari anche minimi e fissare scadenze inderogabili.
A prima vista, la tua proposta sembra molto più solida. Io però mi domando: è davvero più facile dare luogo a consultazioni vere e proprie tra due forze politiche che si sono insultate nel modo più feroce e continuano a farlo anche in questi giorni, in cui pure si fanno aperture non simmetriche, ma comunque aperture da ambedue le parti? Ciò che sembrerebbe avere una maggiore solidità, avrebbe anche un peso e un rischio in più. Non sarebbe più facile e altrettanto decisivo limitare invece la responsabilità al programma e avere il coraggio di delegare a una persona di peso, di cui ci si fida per motivi diversi, come Rodotà che i 5 Stelle volevano capo dello stato? Questi avrebbe in prima persona la responsabilità, rispetto alle forze che lo voteranno, di applicare il programma sottoscritto con il M5S e il PD nel dettaglio e con le scadenze, ma sarebbe libero di scegliere le persone che ritiene più adatte a questo compito. Mettere invece questi due partiti a concordare – diciamolo in termini brutali – di poltroni e ministeri, penso sia molto più difficile: l’apparenza di solidità coinciderebbe invece con una maggiore fragilità, perché mettersi d’accordo sui nomi, a meno di non realizzare una forma di lottizzazione esplicita e a priori – due terzi o tre quarti a me e un terzo o un quarto a te – rendere estremamente fragile un ministero.
Discutere solo di programmi, escludendo la discussione sui posti, renderebbe molto più difficile nascondersi dietro a pretesti, perché, secondo l’esempio che facevi tu, dieci elettori a caso dell’uno e dell’altro gruppo troverebbero un accordo senza troppe difficoltà su un programma comune e a quel punto i loro gruppi dirigenti non potrebbero essere da meno.

Marco Travaglio: La possibilità meno difficile è ciò che ha proposto Cacciari, ovvero che il PD dia l’appoggio esterno ad un governo 5 Stelle. Sarebbe la via più semplice per far partire un governo, che però potrebbero affossare quando vogliono. A me sembra che per garantire un minimo di responsabilità sia necessaria una responsabilizzazione delle forze della maggioranza attraverso un loro referente dentro il governo. Questo perché ci si può ovviamente mettere d’accordo sulle varie riforme da fare, ma poi c’è l’ordinaria amministrazione, gli imprevisti che possono capitare nel frattempo e devono esser gestiti e che naturalmente richiedono comunque anche una presenza politica all’interno di una maggioranza, la quale sarebbe per giunta così nuova ed eterogenea. Monti è riuscito a fare quel che ha fatto proprio perché aveva il 90 e passa per cento dei parlamentari dalla sua parte terrorizzati dalle elezioni. In realtà qui avremmo una maggioranza composta dalla forza dominante, cioè i 5 Stelle, che ha tutto da guadagnare da nuove elezioni, e da altre due forze più piccole, che avrebbero tutto da perdere, perché sanno che se si va alle elezioni scompaiono o comunque si riducono al lumicino. Quindi, se fosse una maggioranza completamente spoliticizzata e deresponsabilizzasse quasi completamente i partiti, non mancherebbero i pretesti, anche al di fuori del programma concordato, per far cadere il governo.

Paolo Flores d’Arcais: Proprio l’ordinaria amministrazione richiederà di fare nomine importanti nell’apparato dello Stato (servizi, esercito ecc.) e in quello che è l’apparato del parastato (Finmeccanica, Ferrovie, ecc.). Non pensi che ciò sarebbe un facile motivo di frizione e di rotture, visto che si dovrebbe trovare un accordo tra responsabili politici – fra i tre capi politici, in pratica, secondo la tua proposta – mentre affidare le stesse nomine a persone di fiducia, ma terze (il ministero), che ne avrebbero tutto l’onere e la responsabilità, eviterebbe questi rischi? Potrebbero prendere queste decisioni anche con i loro errori, ma innanzitutto in accordo con il Capo dello Stato e senza che nessuno possa accusare l’altro di voler occupare una poltrona. Ci sarebbero molti meno veleni, forse. Io non sono sicuro, è possibile che la tua ipotesi sia in realtà più efficace, però ho l’impressione invece che, proprio una responsabilità enorme, ma solo programmatica, possa consentire un’eguale solidità, perché non si sfiducerebbe un governo, di cui si sono assunte le scelte ora per ora, giorno per giorno, e non si avrebbero quelle occasioni di contrasti che nascono quando si parla di posti, anche nel senso più nobile del termine.

Marco Travaglio: Su questo non c’è dubbio. Da questo punto di vista sarebbe preferibile il governo che proponi tu, sotto altri profili invece sarebbe meglio avere dentro un Ministero un triumvirato che possa garantire maggiore responsabilità e quindi maggiore stabilità a quella compagine, in particolare nel caso dell’ordinaria gestione e dell’eventuale risoluzione di problemi che nessuno può prevedere, ma che sono sempre in agguato: da questioni legate all’Europa a crisi o a scandali che possono scoppiare o anche nel caso dell’incapacità di un ministro di gestire una determinata situazione critica. Ci sono i pro e i contro sia alla mia ipotesi che alla tua, in ogni caso credo che se arrivassero già discutere di questo, vorrebbe dire che hanno già messo da parte alcuni idiosincrasie e incompatibilità che attualmente sembrano irresolubili.

Paolo Flores d’Arcais: Cos’è che rende al momento quasi utopistiche entrambe queste proposte che pure giudicate in un altro modo sono le più razionali sia per il paese che per queste stesse forze politiche, se non si ragiona nei termini dell’interesse immediato?

Marco Travaglio: Secondo me gli ostacoli in questo momento sono, innanzitutto, la diffidenza reciproca che nasce ovviamente da dieci anni di contrapposizioni, dall’eccessiva vicinanza con le elezioni e quindi ancora dall’illusione che stando fermi si possano lucrare rendite di posizione. Il fatto di non avere ancora visto all’opera di Mattarella, che, a differenza di Napolitano, attende giustamente notizie dai partiti e quindi intende le consultazioni in base a quella che è la prassi della Costituzione, cioè i partiti che vanno dal Presidente a dirgli quello che vogliono e non il Presidente che chiama i partiti per dire lui quello che vuole. Io credo che il fattore tempo lavorerà in qualche modo perché si sciolgano alcune rigidità. Sicuramente, se dopo due mesi di stallo il Presidente dirà o qualcuno viene più a miti consigli o vi rimando a votare, lì è chiaro che quelli che non vogliono saperne di andare a votare dovranno prendere una decisione e scegliere dall’Aventino. Poi vedo che ogni giorno che passa, da un lato c’è ci sono le aperture – non solo di Di Maio, ma anche di Grillo che sembrava o almeno veniva dipinto come il custode della purezza del movimento – dall’altro vedo che gli attuali vertici del PD escono un giorno dichiarando che saranno all’opposizione, poi il giorno dopo cominciano a dire che non potrebbero dire di no ad eventuali richieste del Presidente della Repubblica. Mi pare si tratti in entrambi i casi di grandi segnali, perché è chiaro che ad un certo punto il Presidente, raccolte le varie opzioni e le varie disponibilità, cercherà di mettere insieme i pezzi. Non credo che il suo partito dopo aver fatto gli accordi con Berlusconi, potrà sostenere che Di Maio è peggio di Berlusconi. Quello lo può sostenere dire Renzi, ma l’impressione è che più passa il tempo e meno renziani ci saranno nel partito. Quindi, probabilmente, fra due mesi l’attuale assetto sarà completamente sconvolto, anche per via dell’istinto di sopravvivenza di nuovi parlamentari che sono arrivati per la prima volta e non vogliono mettere in gioco il loro seggio.
Penso che la cosa principale sia che il partito arrivato primo, e cioè il M5S, e anche chi è arrivato primo come coalizione, e dunque il cento destra, se esiste ancora quella coalizione, facciano la loro proposta e chiedano i voti a chi vogliono sposare. Dopodiché è chiaro che tutti dovranno uscire dall’ambiguità: il PD dovrà decidere se tornare alle urne e suicidarsi, se sostenere dall’esterno un governo di centro destra e suicidarsi lo stesso, oppure cerare di stendere un programma sociale in sintonia con quegli elettori che sono scappati e anche con quelli che sono rimasti per cercare di salvare il salvabile. Io non escludo affatto che un governo del genere potrebbe fare del bene a coloro che ci partecipano. In fondo poi le cose da fare le abbiamo scritte da tanti di quegli anni, che il PD, che da solo non ha mai volute farle, magari costretto dal M5S riuscirebbe persino a realizzarle. Magari riusciranno a fare qualcosa e a stupire positivamente i loro elettori o i loro dirigenti. A me ha colpito molto quel ragazzo che abbiamo intervistato oggi, Nicolas, che ha 21 anni, ma mi sembra abbia chiaro il risultato delle elezioni molto più di quanto ce l’hanno i capi che continuano a prendersela con gli elettori invece che con se stessi.

Paolo Flores d’Arcais: Come diceva ironicamente la poesia di Brecht a proposito della rivolta operaia di Berlino Est nel ‘53: se il popolo non appoggia più il governo, “non sarebbe più semplice allora/ che il governo sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro?”

Marco Travaglio: Mi pare che sia questo l’atteggiamento che hanno molti nel PD e anche dei giornali a loro vicini: prendersela con gli elettori che sarebbero improvvisamente impazziti.

Paolo Flores d’Arcais: Poiché oggi l’impressione, molto fondata, è che tornando alle urne fra cinque mesi il M5S e ancora più la Lega aumenterebbero i loro voti, non pensi che il Movimento possa avere la tentazione di fare il “colpo gobbo”, senza valutare il fatto che ora, stando cosi le cose, le proiezioni sarebbero queste, ma dimenticando che la volatilità delle scelte elettorali si è dimostrata in questi anni estrema e legata a qualsiasi fenomeno che possa accadere non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo? Non credi che possa portare a una sorta di hybris da successo al M5S? Fra cinque o sei mesi in realtà nessuno sa in quali condizioni e con quali orientamenti dell’elettorato si andrebbe a votare .

Marco Travaglio: Sono d’accordo con te e infatti ritengo che i 5 Stelle debbano fare di tutto, non nel senso che debbano essere disposti a qualsiasi tipo di compromesso, ma debbano provare qualsiasi compromesso buono per almeno dimostrare di averci provato fino in fondo, facendo al centro sinistra una proposta che davvero non si possa rifiutare. Dopodiché, se verrà rifiutata, sarà chiaro agli elettori chi ha impedito che nascesse un governo di questo genere. Però devono essere molto più disponibili e anche più abili rispetto al 2013. Se all’epoca nella sostanza avevano ragione loro – cioè Bersani non poteva onestamente pensare il partito che aveva preso il suo stesso numero di voti, desse via libera a un governo dove il premier, i ministri e il programma appartenessero al PD – furono tuttavia poco astuti e non si capiva quale fosse la loro alternativa. In quel frangente avrebbero dovuto indicare quelle personalità che poi indicarono per il Quirinale, ma non per Palazzo Chigi. Ora sono però molto più scafati e hanno fatto molti cambiamenti al loro interno.

Paolo Flores d’Arcais: Mi pare lo avessimo detto e scritto all’epoca.

Marco Travaglio: Certo. Napolitano diceva non fatemi nomi fuori dai partiti perché io non li accetto. E loro sarebbero dovuti uscire dicendo che Napolitano non voleva nomi esterni, ma secondo loro, visto che M5S e Pd avevano pareggiato, l’unica soluzione sarebbe potuta essere un governo Zagrebelsky e Rodotà. Invece non arrivarono mai a fare una proposta simile. La partita si riaprì in occasione delle Presidenziali, quando proposero Rodotà e Grillo disse apertamente “votate Rodotà con noi e poi faremo il governo”, anche perché se glielo avesse chiesto Rodotà, il loro candidato eletto, come avrebbero potuto dirgli di no? E lì fu chiaro chi aveva detto no, ma oggi ovviamente questo secondo step viene dimenticato e si continua a raccontare solo la faccenda dello streaming. Nella sostanza avevano ragione loro, ma, invece di denigrare Bersani, avrebbero dovuto chiedergli il nome per un premier ponte, esterno ai due partiti, che potesse consentire loro di riconsiderare la propria posizione. A quel punto il cerino acceso sarebbe rimasto nelle dita di Bersani e non in quelle dei 5 Stelle. Questa volta non mi sembra siano cosi sprovveduti come allora e quindi dovrebbero fare una proposta con pochi punti programmatici ai quali un centro sinistra degno di questo nome non possa dire di no, perché nel caso di un rifiuto, dovrebbe spiegarlo ai suoi elettori residui.

Paolo Flores d’Arcais: Tu hai rapporti diretti o indiretti con i 5 Stelle più stretti forse di chiunque altro. L’impressione è che i loro dirigenti non solo non ascoltino e non si pongano il problema di discutere proposte come queste che vengono dal di fuori delle loro cerchie, ma talvolta sembra che ne siano addirittura infastiditi. Ecco, siccome tu li conosci molto meglio, pensi davvero che ci siano serie possibilità che smettano di essere cosi autoreferenziali?

Marco Travaglio: Io ho adottato questa tecnica: quando devo dirgli qualcosa, la scrivo sul giornale. Nessuno di loro mi chiama per chiedere consigli, né io mai chiamo loro per darli, perché preferisco mantenermi negli ambiti del mio lavoro. Quindi scrivo sempre anche consigli non richiesti.

Paolo Flores d’Arcais: Pensi stiano superando la sindrome dell’autoreferenzialità, che per anni si è rivelata un fattore di accrescimento di consenso, ma che oggi diventerebbe un handicap e potrebbe tra qualche mese dare sorprese elettorali negative anche a loro, rischiando di favorire invece Salvini?

Marco Travaglio: Li vedo abbastanza cambiati da questo punto di vista, innanzitutto perché le decisioni non le prendono più Grillo e Casaleggio, ma Di Maio con i suoi consiglieri e i suoi collaboratori, che vengono anche da ambiti molto diversi. Quando hanno fatto la giunta di Roma, si sono rivolti a personalità come Tomaso Montanari per chiedergli di fare l’assessore. Poi in seguito al suo rifiuto, è stato nominato Luca Bergamo, un uomo che viene dalla sinistra e non si è mai nemmeno dovuto iscrivere al Movimento. Poi sono arrivati anche ad altri che sembravano promettere bene e poi hanno fatto molto male, come Paolo Berdini, ma hanno in ogni caso provato ad aprirsi e ad allargare il giro, a nominare persone che non appartengono al loro mondo e ai quali non chiedono di aderire al loro mondo. Quando hanno dovuto designare un Consigliere d’Amministrazione della Rai, hanno scelto Carlo Freccero, basandosi innanzitutto sulla sua indipendenza e sulla sua competenza specifica; quando hanno dovuto nominare un membro della Corte Costituzionale, hanno chiesto a Zagrebelsky e poi hanno indicato un professore che non conoscevano neanche, ma di cui si sono fidati per via del curriculum; la stessa cosa hanno fatto al Consiglio Superiore della Magistratura. Per fortuna non è più la setta chiusa di cinque anni fa, quindi io sono da questo punto di vista fiducioso. Negli ultimi mesi li ho visti cambiare significativamente e anche molto più rapidamente di quanto non avessero fatto nei loro primi dieci anni di vita, quindi al momento mi sembra che da questo punto di vista siano molto aperti, forse anche fin troppo, ma non li vedi più chiusi in una stanza fra i padri fondatori e autoreferenziali.

Paolo Flores d’Arcais: In sostanza mi sembra di capire che abbiamo uno stesso auspicio, ovvero che il metodo seguito per le nomine alla Rai, alla Consulta eccetera lo seguano anche per il governo.

Marco Travaglio: Da questo punto di vista bisogna considerare anche quello che stanno facendo in Europa, come testimonia Barbara Spinelli, al di là di tutte le polemiche legate al gruppo di Farage, che lasciano il tempo che trova. Hanno preso quel taxi perché era l’unico modo per fare gruppo e contare qualcosa, visto che gli altri non li volevano, ma poi quasi mai hanno votato in sintonia con il gruppo con cui fanno parte, perché collaborano stabilmente con Barbara Spinelli, Curzio Maltese e altri senza nessun tipo di preclusione. Lavorare cinque anni in Europa li ha molto aiutati anche a scoprire che fuori non c’è soltanto il nemico, ma anche esperienze da valorizzare.

TRUMP IGNORA LE AMARE LEZIONI DEL PROTEZIONISMO

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Se gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare mondiale, lanciano una politica protezionistica imponendo alti dazi sulle importazioni, evidentemente intendono iniziare una vera e propria guerra commerciale. Le recenti dichiarazioni di Trump nei confronti della Cina e dell’Unione europea ne sono la prova.
Eppure Washington sa che, quando in passato sono state introdotte simili politiche, esse hanno soltanto esacerbato le crisi in corso aggravando le tensioni politiche internazionali.
Ciò avvenne dopo il crollo di Wall Street del 1929 con la conseguente Grande Depressione. Nel 1930 il presidente Herbert Hoover e, più ancora, il Congresso americano, allora dominato dal Partito Repubblicano, approvarono la legge Smoot-Hawley Tarif Act (dai nomi dei due parlamentari che la presentarono) che impose pesanti dazi su oltre 20.000 prodotti d’importazione.
Si trattò di una specie di “America First” che avrebbe dovuto rilanciare produzioni, consumi e occupazione, sbarrando la strada ai prodotti provenienti da altri paesi. Fu la risposta negativa all’appello generale fatto in precedenza, nel 1927, dalla Lega della Nazioni, precursore dell’ONU, che, al contrario, chiedeva di “porre fine alla politica dei dazi e di andare nella direzione opposta”.
Fino allora gli Usa avevano avuto una bilancia commerciale positiva, con un surplus delle esportazioni.
I dazi imposti sui beni inclusi nella lista, che mediamente erano del 40,1% nel 1929, raggiunsero il livello di 59,1% nel 1932, con un aumento del 19%.
Ovviamente su tali politiche restrittive sono stati fatti molti studi. Però nessuno mette in discussione l’effetto recessivo e depressivo provocato dai dazi.
Nel quadriennio 1929 – 1933 le importazioni americane diminuirono del 66% e le esportazioni scesero del 61%. Anche l’export-import con l’Europa crollò. Il Pil Usa passò da 103 miliardi di dollari del 1929 a 76 nel 1931 e a poco più di 56 nel 1933. Anche il commercio mondiale nel suo insieme si ridusse di circa il 33%.
Nello stesso periodo la disoccupazione americana salì dall’8% del 1930 al 25% nel 1933. Questa tendenza cambiò solo durante la seconda guerra mondiale con la grande mobilitazione produttiva bellica.
Purtroppo oggi c’è la tendenza a ignorare le lezioni del passato.
Gli Usa e le corporation americane sono stati loro a iniziare la cosiddetta politica dell’outsorucing e a portare all’estero le produzioni di componenti di prodotti manifatturieri, perché c’è mano d’opera a basso costo.
E’ stata la Federal Reserve a inondare il mondo, soprattutto le economie emergenti, con tanta liquidità a bassissimi tassi d’interesse. Fu il famoso Quantitative easing che ha favorito gli acquisti all’estero di beni da parte delle imprese americane e ha sostenuto al contempo i consumi interni. Al contrario i paesi emergenti hanno visto crescere i loro debiti e hanno accentuato la propria destabilizzazione finanziaria.
L’economia è stata quindi messa sottosopra, generando deficit enormi nella bilancia commerciale americana e di molti altri paesi. Si consideri che nel 2006 negli Usa esso era di 762 miliardi di dollari e nel 2017 era ancora di 566 miliardi. Però il deficit commerciale del settore dei beni reali va ben oltre gli 810 miliardi di dollari.
Di conseguenza anche il budget federale Usa è andato in tilt con deficit strepitosi: oltre 1400 miliardi nel 2009, 1300 miliardi nel 2011 e ancora 665 nel 2017. Quest’anno dovrebbe salire a oltre 830.
Tali politiche hanno portato a un grande indebitamento americano anche verso l’estero, in particolare verso la Cina, che detiene circa 1.000 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro Usa, evidentemente emesse per coprire i deficit di bilancio.
Purtroppo Washington si sta muovendo come un elefante in un negozio di porcellane. Provoca tensioni con i partner commerciali, a cominciare dalla Cina e dall’Ue, e nello stesso tempo continua a esporsi con deficit e debiti che il resto del mondo dovrebbe in certo qual modo garantire.
C’è il forte timore che un qualsiasi evento non prevedibile in campo economico e finanziario possa generare guerre commerciali e monetarie con conseguenze incalcolabili. Ovviamente non solo negli Usa.

*già sottosegretario all’Economia **economista

MA LA FLAT TAX E L’INFLAZIONE AL 2% RISOLVONO DAVVERO TUTTI I MALI?

Gli esempi poco esaltanti della flat tax

Mario Lettieri *  Paolo Raimondi**

La flat tax, di cui tanto si parla in questa campagna elettorale, non è la parola magica per la giustizia fiscale del nostro paese. Non è comunque la cattiva parola da demonizzare tout court. I limiti e gli obblighi costituzionali non si possono ignorare. Nel caso, quindi, di una sua eventuale e deprecabile introduzione, sarà necessario individuare meccanismi di deducibilità che rendano effettivo il principio della progressività.

C’è da sapere comunque che, dopo il voto, l’indomani come si sol dire al cinema, è un nuovo giorno. E pertanto le promesse e le decisioni si possono cambiare.

E’ doveroso prima di ogni decisione valutare quanto è accaduto e accade nei paesi, in cui la flat tax è stata introdotta. Il caso emblematico ci sembra quello russo, dove le famiglie povere e quelle indigenti sono fortemente aumentate tanto da spingere le masse delle periferie urbane e i residenti nei territori rurali a chiedere di rivedere il sistema fiscale, introducendo forme di progressività nella tassazione.

In Russia, com’è noto, nel 2001 Putin, al suo primo mandato, introdusse la tassa fissa del 13% per tutti, ricchi e poveri, singoli e imprese, aziende produttive e società dubbie. Egli aveva raccolto un paese in ginocchio, devastato dalla corruzione del periodo di Eltsin, dalla penetrazione della finanza speculativa internazionale, dalla svendita delle ricchezze nazionali alle grandi corporation e dal sostanziale fallimento dello Stato del 1998.

E quel che era più grave, c’era una generale sfiducia. Nessuno aveva fiducia nel rublo, nessuno pagava le tasse, o per corruzione o per indigenza, I cosiddetti oligarchi “spostavano” centinaia di miliardi di dollari a Londra o nei paradisi fiscali.

Perciò la tassa del 13% servì anzitutto a riportare un certo ordine e un po’ di razionalità nel sistema economico. Fu il modo per garantire un minimo di stabilità politica e un minimo di entrate fiscali.

Pertanto il vero motore della ripresa russa, più che la flat tax, è stato lo sfruttamento delle risorse energetiche, del petrolio e del gas, le cui riserve, insieme alle altre ricchezze naturali, sono enormi. Per anni la Russia ha incassato elevate fatture dalla vendita di crescenti quantità di risorse energetiche. Nel frattempo si è frenata in qualche modo sia la corruzione sia la fuga dei capitali. Si ricordi che in questi anni la differenza tra il costo di produzione e il prezzo di vendita di petrolio e gas ha garantito entrate davvero eccezionali. Tanto che nel 2008 il classico barile di petrolio ha toccato la vetta di 150 dollari!

Oggi, però, la Russia, come altri paesi, sta vivendo una crescente e pericolosa ineguaglianza economica e sociale. Soprattutto dopo le sanzioni economiche e il crollo del prezzo del petrolio. C’è un recente studio del Credit Suisse in cui si dimostra come la Russia sia uno dei più “disuguali”paesi del mondo: il 10% della popolazione detiene l’87% della ricchezza della nazione. L’1% della popolazione detiene il 46% dei depositi bancari.

Anche la situazione della tanto decantata Ungheria merita un’attenta disamina. Il paese, si ricordi, è entrato nell’Unione europea nel 2004 mantenendo però la sua moneta nazionale, il fiorino. Con una popolazione di 10 milioni di persone, nel 2008 aveva un pil di 157 miliardi di dollari a prezzi correnti. A seguito della crisi globale, nel 2011 il prodotto interno scese a 140 miliardi e nel 2012 a 125. Nell’ultimo periodo ci sono stati dei miglioramenti nell’economia magiara, trainata dalla piccola ripresa europea e soprattutto dall’attivismo industriale della vicina Germania.  

Non sembra che l’introduzione della flat tax del 16%, avvenuta nell’anno 2001, abbia aiutato la ripresa e le crescita in Ungheria. Ciò che ha invece veramente aiutato Budapest a mantenere una certa stabilità sono stati gli aiuti rilevanti da parte dell’Unione europea e la sua partecipazione al mercato unico europeo. Gli aiuti sono stati riconfermati anche recentemente: dal 2004 al 2020 l’Ungheria riceverà da Bruxelles sovvenzioni per complessivi 22 miliardi di euro, cioè oltre 3,5 miliardi l’anno.

Sono soldi che provengono anche dall’Italia, nonostante la forsennata propaganda magiara anti euro e anti Unione europea.  

Si ricordi che l’Italia contribuisce al bilancio dell’Ue con ben 20 miliardi di euro e ne riceve 12. Gli 8 miliardi rappresentano il contributo netto dell’Italia. Se fossimo trattati come l’Ungheria dovremmo ricevere, in proporzione alla popolazione italiana che è 6 volte quella magiara, aiuti da Bruxelles per 22 miliardi di euro ogni anno. Altro che flat tax!

La pressione fiscale nel nostro paese ha raggiunto livelli intollerabili. Deve essere ridotta e semplificata per dare ossigeno alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese, ma non si può pensare di eliminare il principio di progressività perché così si minerebbe il principio stesso di una società civile e democratica.

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Inflazione al 2%: panacea di tutti i mali?

 Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

 Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera e propria ossessione.

A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.

La parola “inflazione” è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.

Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.

Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.

L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.

Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un “animale” non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell’occupazione.

La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. E’ un processo che porta direttamente alla recessione.

L’obiettivo “inflazione al 2%” è il “fratello gemello” della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.

Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.

Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.

Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.

Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza. 

Alla fine s’intuisce che il cosiddetto “inflation targetting” più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.

E’ arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l’intera economia. Spesso lo ha fatto l’America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.

A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro. 

Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%.

 

*già sottosegretario all’economia

**economista

La guerra idiota di Trump contro Putin a base di sanzioni ha effetto opposto a quello voluto

Sanzioni finanziarie: risposte inattese dalla Russia

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

A marzo si vota anche in Russia, non solo in Italia. A Mosca le cose non sembrano così incerte come a Roma: la rielezione di Vladimir Putin a presidente della Federazione Russa sembra scontata. Ma, dopo le mosse dei grandi attori mondiali a Davos sul commercio internazionale, sul protezionismo e sui futuri scenari finanziari internazionali, ciò che avviene in Russia merita una più attenta disamina che vada oltre i soliti argomenti ideologici e mediatici.   C’è l’ala cosiddetta liberale, o meglio dire liberista, guidata dall’ex ministro delle Finanze, Alexey Kudrin, che fa affidamento sulle sanzioni economiche votate dal Congresso americano lo scorso luglio per indebolire Putin. Si ricordi che il dato più rilevante delle sanzioni è quello finanziario che sarà reso operativo prima delle elezioni russe.

A seguito all’ordine presidenziale di Trump, il Tesoro americano ha stilato un “Rapporto sul Cremlino” mettendo nel “mirino” oltre 200 alti funzionari ed uomini d’affari russi. Il Ministero del Tesoro ha il potere di blocco e di sequestro dei fondi detenuti all’estero dai grandi magnati russi. Fondi che si calcolano in circa mille miliardi di dollari. Le sanzioni americane sono molto mirate su ben determinati personaggi e su certi settori economici. L’idea è di intimorirli, con la minaccia del sequestro dei beni, per spingerli ad abbandonare Putin e la Russia. Questa strategia dovrebbe mettere in presidente russo in un angolo, isolarlo dai detentori del potere economico, per poi politicamente sconfiggerlo.

Come reazione alle sanzioni economiche, invece, è nato un movimento chiamato “Ryvok – Ripartenza” che si sta muovendo per far rimpatriare in vari modi i soldi russi portati o lasciati nelle banche internazionali o nei paradisi fiscali. Sembra che questo movimento abbia il sostegno di Putin e di molti potenti manager delle grandi corporation russe pubblico-private. I leader politici di “Ripartenza” sono membri del partito “Russia Unita” (il partito di Putin), come il deputato della Duma, Denis Kravchenko. Tra gli ispiratori di questo movimento vi sono noti economisti e uomini di cultura, tra cui il prof. Yury Gromiko e il prof. Yury Krupnov, che sono stati gli ideatori del grande progetto di sviluppo infrastrutturale euroasiatico conosciuto come “Razvitie”. Si rammenti che tale progetto sarebbe il parallelo russo della “Belt and Road Initiative”, la nuova via della seta cinese relativa alle grandi infrastrutture continentali.

Le sanzioni contro la Russia, purtroppo, stanno mettendo in discussione la sicurezza economica e quindi la tolleranza verso gli evasori. Di ciò risente anche l’elite russa. Il manifesto di “Ripartenza” contiene un ultimatum: riportare i soldi offshore a casa per investimenti produttivi nell’economia oppure lasciare le posizioni di potere detenute in Russia. Il movimento popolare chiede anche il carcere per chi, illegalmente e contro gli interessi del paese, vuole continuare a mantenere o portare i soldi all’estero. Inoltre si punterebbe a correggere anche l’intero processo di privatizzazioni dell’industria di Stato fatto ai tempi di Yeltsin.

Per accelerare il rientro dei capitali, transitoriamente si permetterebbe che essi vengano depositati nelle banche svizzere con la condizione che siano trasformati in fondi di investimento e di sviluppo da destinare all’economia russa. Tali fondi dovrebbero finanziare dei project bond per investimenti nei vari settori del sistema produttivo russo, con l’esclusione del petrolio e del gas perché ritenuti da “Ripartenza” una “droga” dell’economia.   In conclusione, le sanzioni finanziarie stanno provocando all’interno della Federazione Russa non un danno ma un effetto boomerang non previsto da coloro che le hanno volute.

*già sottosegretario all’Economia **economista

APPELLO A TUTTI I COLLEGHI E IN PARTICOLARE ALLA GIORNALISTA LAURA BOLDRINI, PRESIDENTE DELLA CAMERA, E AL GIORNALISTA SUO PORTAVOCE ROBERTO NATALE, GIÀ PRESIDENTE DELLA FNSI

APPELLO A TUTTI I COLLEGHI E IN PARTICOLARE ALLA GIORNALISTA LAURA BOLDRINI, PRESIDENTE DELLA CAMERA, E AL GIORNALISTA SUO PORTAVOCE ROBERTO NATALE, GIÀ PRESIDENTE DELLA FNSI
Il ricorso di 21 colleghi contro il contratto nazionale di lavoro giornalistico firmato il 21 ottobre 2014 dalla FNSI è stato respinto dal giudice monocratico di Roma dottoressa Cecilia Bernardo con una sentenza ( http://www.senzabavaglio.info/wp-content/uploads/2017/11/Senza-Bavaglio-17-11-06-Sentenza-contro-FNSI.pdf ) che è chiaramente sbagliata e punitiva.
1) – La sentenza è sbagliata.
Lo si evince chiaramente dalle stesse argomentazioni conclusive del giudice, laddove scrive:
“Al successivo art. 7 [dello statuto della FNSI] vengono, poi, elencati gli organi della FNSI, che sono: il Congresso Nazionale; il Consiglio Nazionale; la Giunta Esecutiva; il Presidente della FNSI; il Segretario generale; la Segreteria Nazionale; il Collegio dei revisori dei conti; il Collegio nazionale dei Probiviri; i dipartimenti, le commissioni contrattuali e le commissioni di lavoro. Orbene, dalle suindicate disposizioni statutarie emerge che sono associati della Federazione Nazionale esclusivamente le singole Associazioni regionali e interregionali, che sono organismi autonomi dotati di un proprio statuto. Per contro, gli iscritti alle associazioni territoriali sono associati delle suddette associazioni, ma non associati della Federazione nazionale, che si sostanzia in una associazione di secondo livello (associazione di associazioni). Ciò, del resto, emerge chiaramente anche da quanto disposto all’art. 8 dello Statuto, che detta la disciplina relativa al funzionamento del Congresso nazionale della FNSI, massimo organo deliberante della Federazione. Orbene, dal citato art. 8 risulta che i singoli iscritti alle Associazioni territoriali non possono automaticamente partecipare al Congresso nazionale della Federazione (cosa che invece sarebbe certamente possibile se gli stessi fossero associati della Federazione stessa), ma possono parteciparvi esclusivamente i delegati di ciascuna Associazione regionale, in rappresentanza di quest’ultima.
Inoltre, non risulta che gli odierni attori rappresentino o abbiano fatto parte di uno degli organi della Federazione, elencati dall’art. 7 dello Statuto.

Ne consegue che – alla luce del chiaro disposto dell’art. 23 c.c. – i predetti non sono legittimati ad impugnare delle deliberazioni assunte dalla Giunta Nazionale della FNSI, non essendo associati della Federazione, né facendo parte di uno dei suoi organi”.

Sta di fatto che sul retro di qualunque tessera di iscrizione per esempio all’Associazione Lombarda dei Giornalisti (ALG) è documentata in modo chiaro e inequivocabile l’iscrizione anche alla FNSI. A favore della quale, come se non bastasse, nelle buste paga e nel rateo di pensione di almeno alcuni dei 21 c’è un’apposita trattenuta. E che i 21 siano iscritti anche alla FNSI oltre che alle rispettive ARS è PROVATO anche dal fatto che l’FNSI nel contestare in sede legale il ricorso dei 21 non ha sollevato neppure di striscio l’improponibile e peregrino argomento partorito dal giudice.
La cantonata presa dal magistrato ha dunque proporzioni imbarazzanti. Ancor più imbarazzanti alla luce del fatto che alcuni dei 21 ricorrenti, come per esempio Pierangelo Maurizio e Massimo Alberizzi, fanno e hanno fatto parte di almeno due degli “organi della Federazione elencati all’art. 7 dello statuto”. Alberizzi e Maurizio sono infatti membri del Consiglio Nazionale della stessa FNSI, sono cioè membri di suoi organi dirigenti! Inoltre gran parte dei 21 ha firmato il ricorso in quanto eletti come delegati delle proprie ARS a più di un congresso nazionale della FNSI. Alberizzi e Maurizio, per esempio, sono stati eletti delegati ai congressi nazionali del 2007, 2011, 2015 (ricordiamo che il contratto nazionale di lavoro è stato firmato nel 2014). Fabrizio De Jorio inoltre è membro del consiglio direttivo dell’Associazione Stampa Romana.
Non vogliamo insinuare nulla, ma chi ha fornito al magistrato notizie sui 21 clamorosamente monche se non false? A chi può essersi rivolto il magistrato per avere delucidazioni sui curricula sindacali dei 21? Si è rivolto forse alla FNSI? Se così fosse, sarebbe grave che la FNSI avesse inviato curricula inesatti. Tanto inesatti da poter essere utilizzati per rigettare il ricorso dei 21 e condannarli inoltre a spese legali fuori misura.
Il magistrato pur animato da tanto zelo non ha minimamente rilevato – anzi, lo ha tranquillamente ed esplicitamente accettato – che la FNSI presenta una non bella anomalia, è infatti forse l’unico caso italiano di sindacato unico di un’intera categoria professionale. Anomalia a fronte della quale, a prescindere da eventuali ricorsi, ci si potrebbe interrogare anche sulla validità dei contratti da essa firmati. Vogliamo ricordare che questo discutibile monopolio sindacale della FNSI è una conseguenza dell’accordo raggiunto a fine anni ’50 del secolo scorso dai sindacati nazionali CGIL, CISL e UIL, accordo che aveva voluto escludere dalla politicizzazione sindacale i giornalisti e le forze dell’ordine proprio per il loro particolare ruolo nella società: giornalisti e poliziotti potevano dunque avere sì un proprio sindacato, ma esclusivamente unitario, vale a dire unico, onde evitare singoli sindacati politicamente orientati.
La cosa strana, ma sintomatica della mentalità da inciucio, è che mentre per la polizia questa limitazione veniva abolita dopo gli anni 70 a seguito della sua smilitarizzazione, per i giornalisti è invece rimasta in piedi: come fossimo militarizzati! E per giunta come fossimo l’unica professione militarizzata!
Perché una tale ingiustificabile anomalia?
2) – La sentenza è punitiva.
Non vogliamo mettere in discussione il principio in base al quale chi perde una causa paga anche le spese legali degli avversari. Quello che è assolutamente fuori norma, e quindi inammissibile, è l’ammontare delle spese legali da liquidare agli avvocati della FNSI, della FIEG e della Presidenza del Consiglio: 40.000 euro! Pari a oltre 13.000 euro per ognuno degli avvocati dei tre soggetti citati.
E’ quindi legittimo pensare che si tratti di una vera e propria intimidazione contro i 21 temerari che hanno osato sfidare i poteri forti dell’editoria giornalistica. Il messaggio è forte e chiaro: “Non osate farlo più!”.
L’altro messaggio, altrettanto forte e chiaro è il seguente: solo chi è ricco può intraprendere un’azione giudiziaria, chi non ha i mezzi invece stia zitto e pieghi la testa.
Ci chiediamo sbalorditi come possa la FNSI permettere un tale scempio
Stando così le cose, invochiamo ad alta voce la solidarietà e l’intervento attivo della giornalista Laura Boldrini – che in qualità di presidente della Camera anche in tempi recenti si è dimostrata sollecita sui temi della libertà e dignità del giornalismo – e del giornalista suo portavoce Roberto Natale: che in qualità di ex presidente della stessa FNSI può certamente contribuire a far ragionare in modo non punitivo e vendicativo l’attuale sua dirigenza.
Chiediamo inoltre a tutti i colleghi, Boldrini e Natale compresi, di dare un contributo in danaro per poter pagare quei 40 mila euro. Il contributo va versato sul conto corrente avente le seguenti coordinate bancarie:
- IBAN IT10B0311101603000000000413
- UBI Banca, sede di Milano
- Causale: Per i 21 ricorrenti
- Intestatario: Senza Bavaglio – Centro Studi per il Giornalismo.
Grazie.
Pino Nicotri
(Senza Bavaglio)

CON PREGHIERA DI CONTRIBUIRE CON UN’OFFERTA LIBERA – http://www.senzabavaglio.info/2017/12/03/il-giornalismo-muore-mentre-il-sindacato-si-autocelebra-basteranno-i-21-coraggiosi/

http://www.senzabavaglio.info/2017/12/03/il-giornalismo-muore-mentre-il-sindacato-si-autocelebra-basteranno-i-21-coraggiosi/

Il giornalismo muore mentre il sindacato si autocelebra. Basteranno i 21 coraggiosi?
Senza Bavaglio
3 dicembre 2017

Ecco il comunicato stampa divulgato dalla FNSI dopo l’intervento del Senatore Maurizio Gasparri che trovate qui:

http://www.senzabavaglio.info/2017/11/29/gasparri-interviene-sulla-sentenza-che-ci-da-torto/

«È singolare che il senatore Maurizio Gasparri finga di non conoscere una regola basilare dello Stato di diritto, quella secondo la quale tutti possono agire liberamente in giudizio salvo poi pagare le spese in caso di soccombenza. Il caso che tanto appassiona il senatore Gasparri non fa eccezione. È legittimo che una sparuta minoranza di giornalisti abbia cercato di far annullare in giudizio un contratto nazionale di lavoro che, potrà piacere o no, è stato approvato da una larghissima maggioranza di giornalisti. Quello che non è accettabile è che, adesso, chi ha visto respingersi il ricorso pretenda che la FNSI, dopo essere stata trascinata in giudizio ed esserne uscita a testa alta, si accolli anche le spese legali di chi ha promosso il ricorso. Il senatore Gasparri è libero di farsi paladino di tutte le cause perse, ma non può dare lezioni di democrazia a nessuno, tantomeno alla FNSI».

Perfetto. Ecco la differenza tra noi e i dirigenti della FNSI. Pochi giorni prima di perdere la causa per abolire un contratto scellerato, noi abbiamo vinto una causa e sterilizzato uno statuto della Lombarda, fatto passare – secondo i giudici, non secondo noi – con metodi non regolari. L’Associazione Lombarda dei Giornalisti è stata condannata a pagare le spese legali, ma noi ci siamo ben guardarti da chiedere il denaro. Sono soldi dei colleghi e per noi sono sacri. Certo non imploriamo elemosine dalla FNSI ma siccome le spese cui siamo stati condannati sono ingenti, oltre che assurde, annunciamo già che solo qualcuno di noi andrà in appello.

Il sindacato critica i politici per le querele temerarie, fa finta però di non rendersi contro che 40 mila euro chiesti a colleghi (alcuni dei quali guadagnano 2000 euro all’anno) sono una cifra iperbolica. Cioè una condanna emessa per intimidire, cioè per ingiungere: “Se vi azzardate a toccare il manovratore rimarrete fulminati. Sudditi screanzati: non osate sfidare il potere del re”.

Ma se ci siamo rivolti ai giudici è perché siamo sicuri di aver subìto un torto. E lo dimostra la dichiarazione avventata e altezzosa del comunicato della FNSI, secondo cui il contratto “è stato approvato da una larghissima maggioranza di giornalisti”.

Bene. Sapete quali erano le regole stabilite dai dirigenti del sindacato? Il referendum sarebbe stato valido solo se avesse votato il 50 per cento più uno degli iscritti. Ridicolo, quando si sa che alle elezioni vota solo il 10/15 per cento degli aventi diritto.

Ma non solo. Ammessi al voto anche i colleghi della RAI ai quali non si applica il contratto FNSI/FIEG. Infatti i giornalisti dell’ex servizio pubblico hanno, per esempio, diritto all’indennità ex fissa che il contratto ha abolito per tutti gli altri. Senza contare che i giornalisti della Rai non saranno mai licenziati, quelli delle aziende “normali” rischiano invece il posto ogni giorno.

Quello che stupisce è la determinazione con cui la FNSI difende un contratto che favorisce gli editori e penalizza i giornalisti. Il sindacato parla di perdita di posti di lavoro e di distruzione di quel tessuto sociale che per anni ha garantito una straordinaria difesa dell’indipendenza e dell’autonomia del giornalismo italiano.

Ma non riconosce l’errore storico di aver firmato nel 2014 quel contratto che ha permesso tutto questo. Siamo pronti a un confronto pubblico con chi sostiene che quello in vigore sia un buon contratto che ha garantito maggiori spazi di informazione e posti di lavoro a volontà.

Per capire lo sfacelo che ha investito l’informazione basta leggere il documento di quello che ha caparbiamente voluto questo contratto, l’allora segretario Franco Siddi, il sindacalista che sta concludendo la sua carriera nel consiglio d’amministrazione della RAI.

http://www.senzabavaglio.info/2017/10/26/ecco-cosa-diceva-franco-siddi-nel-2009-sul-contratto-ora-siede-nel-cda-della-rai/

Se fossero seri e veramente interessati a difendere i giornalisti, i dirigenti della FNSI avrebbero dovuto ringraziare i colleghi che hanno fatto causa. Li avrebbero tratti d’impiccio da un errore clamoroso, il contratto appunto, fatto dai loro predecessori. Avrebbero dovuto dire: “Speriamo che i giudici vi diano ragione perché il contratto attuale è una porcheria”. Invece no. Si ostinano a sostenere che in fondo è un bel contratto. Vadano a dirlo ai colleghi ex RCS, della Mondadori, del Messaggero, della Domus, dell’Universo e di tante altre grandi case editrici, che hanno perso il posto di lavoro, alle decine di prepensionati, ai giornalisti delle piccole testate chiuse lasciati a spasso, a quelli che hanno dovuto cambiare lavoro perché con il giornalismo non vivono più, ai freelance sottopagati, a quanti hanno visto tagliati i loro compensi da editori incapaci. Si tratta di centinaia di colleghi.

A ringraziare questo sindacato sono i manager che hanno ricevuto bonus favolosi per aver svolto un compito inumano: tagliare i posti di lavoro e lasciare centinaia di famiglie sul lastrico.

E quegli editori che nonostante non avessero i bilanci in rosso hanno potuto cacciare i giornalisti.

Mentre la dirigenza sindacale si autocelebra, il giornalismo muore, i posti di lavoro vengono erosi, i giornali sono illeggibili e settori trainanti come gli esteri sono stati abbandonati.

E che il sindacato sia allo sbando e viva ormai fuori dalla realtà, lo dimostra l’atteggiamento preso sulla vertenza legale che lo oppone a 21 coraggiosi colleghi.

E’ singolare, diciamo noi, non che Gasparri abbia sollevato critiche alla FNSI ma che il sindacato unico dei giornalisti non si sia accorto di quanto abnorme sia l’ammontare delle spese legali che i 21 giornalisti sono stati condannati a pagare. Qui non si discute sul fatto che chi perde, se condannato a pagare le spese legali, deve saldare il conto. Quello che è assolutamente fuori norma è l’ammontare, 40.000 euro in totale. Chiaramente un’intimidazione contro questi 21 coraggiosi colleghi che hanno osato sfidare i poteri forti. “Lesa maestà”, potremmo dire, e un monito: “Non fatelo mai più”.

Un monito rafforzato dalla reazione rabbiosa dei legali FIEG (comprensibile, visto il ruolo) e sorprendentemente determinata di quelli della FNSI. Come dire: “Giù la testa. E con la vostra, anche la testa dell’informazione seria che deve essere orientata, a forza, verso una libertà di stampa sempre più minuscola. Sempre più lontana dai suoi lettori”.

Tanto per la cronaca. Ormai lo sport più in voga tra i dirigenti delle Istituzioni dei giornalisti è quello di disattendere Statuti e leggi e di interpretare le norme a vantaggio personale, quindi non resta che rivolgersi ai giudici sperando appunto di ristabilire giustizia. Ecco perché abbiamo fatto causa a Milano (e abbiamo vinto) e a Roma (e abbiamo perso). Le sentenze le trovate qui:

La sentenza dei giudici di Milano che ci dà ragione:

http://www.senzabavaglio.info/2017/10/10/niente-modifiche-allo-statuto-il-tribunale-accoglie-il-ricorso-di-senza-bavaglio-contro-la-lombarda/

La sentenza dei giudici di Roma che ci dà torto:
http://www.senzabavaglio.info/2017/11/13/la-sentenza-dei-giudici-di-roma-che-ci-da-torto/

Credevamo che il sindacato dei giornalisti avesse tra i suoi compiti la difesa dello Stato di diritto. Forse i suoi capi non si sono accorti che la sentenza di Roma sancisce un principio aberrante: solo chi è ricco può intraprendere un’azione giudiziaria. Chi non ha i mezzi invece stia zitto e pieghi la testa. Il sindacato dei giornalisti – quello che parlava di schiena dritta, vi ricordate? – non esiste più: davanti ai poteri forti non si deve reagire. Invece noi abbiamo un vizio: reagiamo alla prepotenza e all’arroganza. Scusate siamo fatti così: noi siamo giornalisti!

Senza Bavaglio

Noi continuiamo a lottare per tutti i giornalisti e per difendere i diritti calpestati.

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RICEVO DAL MIO AMICO ROM MUSICISTA, MUSICOLOGO E DIRETTORE D’ORCHESTRA ALEXIAN SANTINO SPINELLI IL SEGUENTE COMUNICATO CHE PUBBLICO VOLENTIERI

RICEVO DAL MIO AMICO MUSICISTA, MUSICOLOGO E DIRETTORE D’ORCHESTRA ALEXIAN SANTINO SPINELLI ( https://it.wikipedia.org/wiki/Santino_Spinelli ) IL SEGUENTE COMUNICATO CHE PUBBLICO VOLENTIERI:

Alexian Santino spinelli: La lettera aperta delle associazioni e delle federazioni rom e sinte italiane, rivolta alla cultura e alla politica, che ha preso spunto da un convegno organizzato dall’icismi presso l’università del Salento, ha suscitato reazioni inaspettate. Non vogliamo sopravvalutare l’importanza di un convegno disertato dalla politica e dal pubblico, ma neppure sottovalutare il fatto che nel corso del dibattito pubblico si è arrivati a definire attacchi fascisti quelli di chi, come Santino Spinelli, sui social, ha posto problemi di metodo e di sostanza. Basterebbe questo a squalificare il livello del dibattito e a interrompere qualunque tipo di interlocuzione. Ricordiamo, a chi non ha gusto per la memoria e il rispetto che le si deve, che la famiglia di Santino Spinelli, come quella di tanti rom e sinti italiani, ha subìto l’infame internamento nei lager italiani per rom e sinti organizzati dai fascisti dall’11 settembre del 1942. Ci auguriamo che la supponenza accademica ammetta l’ignoranza e soprattutto la vergogna.
Così come ci è parso supponente chiederci: “ Solo i rom possono parlare di “questioni rom”? E se si, quali rom sono legittimati a farlo?” perché la lettera aperta poneva il problema antico che ricerche, analisi, dibattiti, convegni che riguardano le comunità rom e sinte escludono, se non nella parte di comprimari e comunque sempre come oggetto e non come soggetto, il punto di vista che pure rom e sinti hanno sviluppato in questi anni, organizzandosi e misurandosi con i problemi della propria condizione.
Ma detto questo, ci interessa riprendere in un dibattito più ampio le considerazioni che proponevamo nella lettera aperta, aggiungendo alcune domande, non solo agli interlocutori del convegno di Lecce, ma come temi di una discussione aperta.
La prima. Dal dibattito in corso, anche a livello delle politiche sociali sul territorio, emerge un antico dilemma: gli “zingari” sono una “piaga sociale”, come teorizzato nel dopoguerra anche in Italia per giustificarne la persecuzione, oppure sono un popolo complesso e articolato con una storia, una cultura, una lingua e quindi con un’identità? Le politiche assistenziali degli ultimi trent’anni – dai campi istituzionali ai Centri di emergenza sociale – sono legate alla prima ipotesi. In questo modo il pregiudizio e la discriminazione sono frutto non della costante persecuzione di un popolo ma del disagio di fronte alle brutture delle condizioni materiali in cui è condannato proprio da quel pregiudizio e da quella discriminazione. Quando si dice che il problema riguarda solo le “poche” migliaia di rom e sinti che vivono nei campi, avendo sempre come modello i lager romani e non altre ben diverse situazioni in giro per tutta l’Italia, si cerca la scorciatoia per eludere proprio il tema dell’antiziganismo che pervade la società, in Italia come in tutta Europa (e non a caso il tema qui arriva dopo che anche a livello istituzionale è stato posto dalla Comunità europea) e per non affrontare del riconoscimento storico-culturale della minoranza rom e sinta anche come modo per eliminare la discriminazione istituzionale.
La seconda domanda. In questo Paese esiste una vera ricchezza: la capacità di infiniti soggetti di organizzarsi in forme associative per rappresentare propri punti di vista e interessi e nessuno mette in discussione questo loro diritto che si trasforma poi, giustamente, in quello di essere ascoltati come interlocutori di un dato interesse. Perché rom e sinti dovrebbero lasciare questo diritto ad altri soggetti che, guarda caso, di norma sono soggetti che hanno come attività propria l’ “assistenza” delle comunità rom e sinte? Mafia Capitale, lo diciamo brutalmente, era solo l’aspetto criminale, di un sistema fondato sull’assistenza nel quale i vantaggi economici e politici erano tutti degli “assistenti” e nessuno degli “assistiti.
Se uno più uno fa due, allora la condizione di “emergenza sociale” indotta è funzionale a sostenere un sistema che negli ultimi decenni ha prodotto danni sociali e culturali spaventosi nelle comunità rom e sinte. Crediamo che quindi si possa capire una certa riluttanza a considerare nostri interpreti o addirittura portavoce questi soggetti. Lo diciamo senza disprezzare il ruolo caritatevole che in molte situazioni riempie un vuoto e una disperazione e neppure il contributo che possono dare a disvelare una condizione umana insostenibile. Ma la carità non basta e a volte può essere pelosa.
Terza e ultima domanda. La risposta alla nostra lettera aperta si concludeva con l’augurio “che in seguito su queste questioni si possano trovare, con i firmatari della lettera aperta, il modo e le sedi per un confronto civile e sereno”. Lo stesso chiedevamo nella nostra lettera perché siamo ben consapevoli che nessun diritto di una minoranza può essere conquistato senza la consapevolezza sociale della sua legittimità ed è nostro interesse un dialogo e un confronto con la cultura e la politica di questo Paese. Però, lo chiediamo esplicitamente, siamo in grado veramente di aprire questo confronto riconoscendoci pari dignità di interlocuzione, il che significa senza pregiudizi o teorie preconfezionate o condizionate da ideologie?
Noi non siamo insetti per entomologi.
Nel 2010 all’università Bicocca di Milano si svolse un fondamentale convegno internazionale di tre giorni sulla condizione giuridica di rom e sinti in Italia. Con un orgoglio che era anche il segno della delusione per una esperienza purtroppo unica, nell’introduzione si diceva che per la prima volta un lavoro del genere era stato preparato in lunghi mesi di confronto con le comunità rom e sinti. E il risultato di quel lavoro fu una proposta per una legge organica per il riconoscimento della minoranza rom e sinta anche in Italia, proposta oggetto di una campagna delle associazioni rom e sinte e che è ora depositata in Parlamento. Ecco cosa intendiamo quando parliamo di partecipazione: un lavoro comune nel riconoscimento reciproco di ruoli e identità che porta a passi concreti. Crediamo che sia tempo di riprendere quella strada. Noi siamo pronti.

Alleanza Romanì, Federazione Federarte Rom, Federazione Rom e Sinti Insieme, Associazione Romano Glaso, Associazione nazionale Them Romanò, Associazione Nevo Drom, Associazione Sinti italiani Prato, Associazione Stay Human, Accademia europea d’arte romanì, Associazione FutuRom, Associazione Upre Roma, Cooperativa Romano Drom, Amici del beato Zefferino, Associazione Romano Krlo, Museo del viaggio Fabrizio De Andre, Associazione Liberi, Associazione Sucar Drom, Associazione Roma Onlus, Cooperativa Roma Roma e Assiciazione Sinti Project International

L’amaro frutto della Brexit

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un’eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.

Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l’Unione europea avvenisse in modo disordinato.

Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l’intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell’Ue. E’ ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.

Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.

Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.

E’ chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.

Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l’Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse “as usual” e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.

Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.

Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l’intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.

Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l’intero sistema che deve essere messo sotto la lente d’ingrandimento e riformato.

Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell’economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell’Occidente.

La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.

Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c’è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il “black monday” di trent’anni fa docet!

*già sottosegretario all’Economia **economista