L’Africa e il Brics: un rapporto strategico

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Mentre l’Europa è timida rispetto ai futuri rapporti con i paesi dell’Africa, la collaborazione tra questo continente e il gruppo dei paesi Brics sta diventando sempre più operativa. L’ultimo summit del gruppo, tenutosi lo scorso settembre a Johannesburg, in Sud Africa, è stato dedicato proprio allo cooperazione con l’Africa e alle opportunità offerte dal nuovo mercato comune africano. Evidentemente se ne è sottovalutato le potenzialità.

Nel summit si affermò a chiare lettere che “l’Area di libero scambio continentale africana (Afcfta) crea un ambiente favorevole per il commercio e gli investimenti in Africa, in particolare nello sviluppo delle infrastrutture. I paesi del Brics sono partner affidabili per la cooperazione, il commercio e lo sviluppo.”. Ratificata nel 2019, l’Afcfta intende superare le barriere doganali tra i paesi africani e promuovere l’integrazione economica, monetaria e di sviluppo per l’intero continente. Oggi rappresenta già un mercato di quasi un miliardo e mezzo di persone e un pil di 2.600 miliardi di dollari.

Anche nel 2024 l’Africa avrà una speciale attenzione da parte del Brics. La presidenza del gruppo sarà del Brasile, che coordinerà anche le attività del G20. Si rammenti che già allo scorso vertice sul clima di Nairobi, il presidente Lula aveva sposato le posizioni dell’Unione africana sulla riduzione del debito, sulla necessità di un’architettura finanziaria globale più inclusiva e “adatta allo scopo”. Anche Celso Amorin, consigliere speciale della presidenza brasiliana per gli affari internazionali e uno degli artefici del Brics, ha affermato che l’Africa sarà al centro della politica estera del Brasile.

Non è un mistero che il 2024 sarà un anno pieno di insidie per il debito africano. Secondo la Banca dei regolamenti intenzionali di Basilea, il debito estero è già arrivato al 30% del pil, un terzo del quale è detenuto da banche commerciali. Quest’anno dovranno essere rinnovati titoli di debito in scadenza per oltre 200 miliardi di dollari. Nel 2023 l’inflazione media nell’Africa sub sahariana è stata del 18% e la svalutazione delle monete locali del 20% rispetto al dollaro. Questo è il quadro.

Dopo i fallimenti del Ghana, dello Zambia e dell’Etiopia, 9 stati africani sono in grande sofferenza, 15 ad alto rischio e altri 14 a rischio moderato. I tassi d’interesse alti e un dollaro più forte sono una miscela disastrosa per i paesi poveri.
L’Africa costituisce circa il 18% della popolazione mondiale, quota che si prevede salirà al 25% entro il 2050. Nella regione sub sahariana l’età media è di circa vent’anni. L’Africa possiede il 30% delle risorse minerarie mondiali e il 60% delle terre coltivabili inutilizzate a livello planetario.

Negli ultimi due decenni, il focus delle esportazioni africane si è spostato verso Cina e India, con quote in calo per gli Stati Uniti e l’Unione europea.
Perciò è’ in atto la cosiddetta “grande corsa verso l’Africa”, ricordando quella dell’oro dei secoli passati. In quest’ottica i summit bilaterali con i paesi dell’Africa sono in aumento. Dopo di quelli con la Cina, con la Russia e con l’Italia, altri sono in programma con l’Arabia Saudita, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, la Corea del sud e l’India.

Per contrastare la crescente influenza cinese con la sua Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, del valore di mille miliardi di dollari, l’Ue ha lanciato il proprio piano strategico d’investimenti, il Global Gateway, di cui la metà, pari a circa 150 miliardi di euro, è stata destinata al continente africano.
I leader africani, soprattutto quelli espressi dalla società civile, sono consapevoli che questo crescente interesse è rivolto più alle materie prime che allo sviluppo del continente. Perciò si vuole dare più importanza ai rapporti con il Brics. Sempre più paesi dell’Africa ne vogliono far parte. Oggi ci sono il Sud Africa, l’Egitto e l’Etiopia, ma vorrebbero aderire anche la Nigeria, il Senegal, l’Algeria, la Repubblica democratica del Congo ed altri.

L’Africa è consapevole che il Brics dà ai paesi del Global South la possibilità di articolare le proprie proposte e di fissare le proprie priorità, anche nei settori tecnologici. L’utilizzo delle monete locali nei commerci dovrebbe creare maggiore efficienza e risparmio. Il governo egiziano ha appena deciso l’utilizzo delle monete nazionali nei commerci come sua priorità programmatica. Una sperabile maggiore indipendenza finanziaria dovrebbe essere garantita da un sistema di pagamento panafricano che è stato sviluppato dall’Afreximbank, la banca export import nata con gli accordi Afcfta, cui le banche centrali dovrebbero aderire entro la fine del 2024 e le banche commerciali entro la fine del 2025.

Attraverso l’azione dell’Afcfta e dell’Unione africana i rapporti con il Brics diventeranno di natura collettiva, continentale. Si auspica che il Brics possa essere un efficace ombrello protettivo per i paesi africani nei confronti di chi ha eventuali intenti predatori. E’ una speranza per l’intero mondo se vero è che il nuovo ordine economico mondiale non può che essere fondato sul multilateralismo e su una nuova architettura finanziaria globale.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Gli insegnamenti di Enrico Mattei per il “Piano”

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Enrico Mattei era un uomo d’azione, visionario, concreto, non di tante parole. La sua vita ha segnato eventi rivoluzionari che hanno contribuito a cambiare un’epoca. E’ stato un leader con obiettivi e metodi operativi chiari: individuare e realizzare grandi progetti, a livello nazionale e internazionale, capaci di ispirare profondi cambiamenti economici e sociali.

Anzitutto la realizzazione di una rete nazionale di gasdotti per la distribuzione del gas metano che ha cambiato la vita della nostra gente e ha contribuito grandemente allo sviluppo industriale dell’Italia sollevandola dalle distruzioni della guerra. Mattei è stato anche all’avanguardia nel promuovere la ricerca scientifica e tecnologica, tanto che una delle prime centrali nucleari europee, con il reattore più potente di allora, fu costruita dall’Agip nel 1958 a Latina.

Ruppe gli accordi fifty-fifty sui profitti dall’estrazione di petrolio, portandoli a 75-25% a favore di numerosi paesi produttori, sfidando i comportamenti neocoloniali delle cosiddette sette sorelle, spingendo molti leader del terzo mondo a iniziare politiche di sviluppo più indipendenti e sovrane. Per questo ha pagato con la vita. I grandi accordi non si esaurivano con lo sfruttamento energetico ma affiancavano anche joint venture paritarie per la realizzazione di importanti infrastrutture, porti, strade, ecc., necessarie alla trasformazione dei paesi da semplici fornitori di materie prime a economie industrializzate, anche con la formazione professionale dei giovani del posto.

E’ per questo che pensiamo che il “Piano Mattei” non sia all’altezza del nome che porta. Al di là delle polemiche di parte, l’iniziativa è, comunque, in sé positiva perché assegna all’Italia, almeno sulla carta, un ruolo attivo e internazionale.
Secondo noi, però, il piano dovrebbe indicare pochi e grandi progetti, lavorando con i paesi africani per la loro realizzazione. Poiché tra gli obiettivi vi è opportunamente la questione dell’acqua, elemento essenziale per usi civili, agricoli e industriali e per fermare il processo di desertificazione nelle regioni del Sahel, un progetto da sostenere dovrebbe essere quello definito Transaqua. Esso prevede il trasferimento di una percentuale di acqua del fiume Congo, che altrimenti finirebbe nell’Oceano Atlantico, con un canale fino al Lago Ciad che sta per scomparire dalle cartine geografiche. A esso si legherebbero anche altri progetti nel campo agroindustriale, infrastrutturale e sociale, nonché la necessaria formazione tecnica e professionale.
Intorno alla questione del Lago Ciad esiste da decenni una Commissione che coinvolge tutti gli stati direttamente interessati come il Ciad, il Niger, la Nigeria, il Camerun, la Repubblica Centroafricana, la Libia e potenzialmente molti altri. L’Italia è direttamente coinvolta nel progetto, elaborato oltre 40 anni fa dall’impresa italiana Bonifica del Gruppo Iri e avendo, recentemente, partecipato allo studio di fattibilità. In altre parole la collaborazione paritetica è già in atto.
E’ senz’altro vero che con i suoi 5,5 miliardi di euro l’Italia da sola non potrebbe farcela. Però, dovrebbe interessare l’Unione europea e cercare di inserire tale progetto nel piano di investimenti europei, noto come Global Gateway. Il grande progetto sarebbe una sfida a quanti vorrebbero continuare con vecchie e fallimentari politiche, “predatorie o caritatevoli”, nei confronti del continente africano.
Invece, il piano del governo, per quanto riguarda la gestione dell’acqua punta alla realizzazione di pozzi, ad esempio, in qualche zona rurale del Congo. Iniziative del genere sono state fatte da decenni ma non hanno cambiato la situazione che è rimasta a livello di sopravvivenza.
L’ideologia del “piccolo è bello” spesso genera degli sprechi e Mattei ci insegna che bisogna puntare in grande. Ovviamente non si tratta nemmeno di costruire delle “cattedrali nel deserto”, bensì individuare insieme ai leader africani quei progetti portanti che servono all’Africa di oggi e di domani.
L’altra sfida è quella delle infrastrutture. Nel 2019 i paesi dell’Africa hanno ratificato l’accordo per la Zona continentale di libero scambio e nei loro progetti, previsti anche dall’Unione Africana con l’Agenda 2063, vi è una rete di trasporti ferroviari, terrestri e fluviali per migliorar e accrescere il commercio interno del continente che è soltanto il 18% di quello africano globale. Invece di arrovellarsi su piccole iniziative locali o nazionali, perché non agganciarsi ai progetti già indicati dai leader africani per l’intero continente? Sarebbe un modo serio e rispettoso, “paritetico”, per avanzare nella cooperazione. Anche così si spingerebbero gli altri paesi europei e l’Ue a sostenere una vera rivoluzione infrastrutturale e industriale in Africa.
Non si tratta affatto di negligere i fondamentali settori dell’istruzione e della sanità. Ma, come conosciamo bene anche in Italia, questi possono essere sostenuti e migliorati nel tempo soltanto attraverso la creazione di ricchezza e l’aumento del pil. Altrimenti restano schiacciati dalla povertà o dipendenti da azioni caritatevoli, spesso “pelose”. Per quanto riguarda l’energia, tanto è stato detto e già fatto. Circa le migrazioni si può solo dire che è una sfida da gestire con umanità e anche in rapporto alle necessità di mano d’opera del nostro paese e dell’Europa.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Sbugiarda gli eroici cialtroni del mainstream, del Pensiero Unico.

L’interruzione da pubblicità è fastidiosa, molto fastidiosa, ma il contenuto credo sia interessante. Sbugiarda gli eroici cialtroni del mainstream, del Pensiero Unico. E mette i puntini sulle i alle dichiarazioni tossiche contro papa Francesco colpevole di avere definito terrorismo il terrorismo israeliano.

https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/morti-in-ucraina-morti-a-gaza-confronto-fra-numeri-e-obiettivi-di-russia-e-israele-che-papa-francesco-non-vede-3575761/

Usa: gli interessi sul debito superano le spese militari

di Mario Lettieri e Péaolo Raimondi**

Le guerre e gli scontri geopolitici in corso hanno oscurato certe preoccupanti tendenze economiche negli Usa e anche nel resto del mondo. Non hanno cancellato le realtà. Basti osservare attentamente gli andamenti finanziari di oltre oceano.

L’agenzia di stampa Bloomberg News stima che a fine ottobre 2023, il pagamento degli interessi sul debito pubblico federale, calcolato su 12 mesi, ha raggiunto circa 1.000 miliardi di dollari. Il livello annualizzato degli interessi pagati è raddoppiato rispetto alla fine di marzo 2022.

E’ l’effetto combinato del Quantitative Easing e dell’immissione di liquidità, con i quali la Federal Reserve ha sostenuto il sistema durante la crisi pandemica, e poi con i successivi aumenti del tasso di sconto per contenere l’inflazione, prodotta in parte proprio dal QE.

Il governo americano pagherà più interessi sul debito anche rispetto alle già stratosferiche spese militari!

Nell’anno fiscale 2023, che è terminato il 30 settembre, il deficit di bilancio è stato di 1.700 miliardi di dollari, un aumento di 320 miliardi, cioè il 23% in più rispetto a quello dell’anno fiscale precedente. La gran parte di quest’aumento si deve alla crescita di ben 184 miliardi per interessi sul debito. Sarebbe stato di 2.000 miliardi se la Corte Suprema non avesse bloccato il programma di cancellazione del cosiddetto “debito degli studenti”.

Il debito pubblico ha superato 26.200 miliardi, con un aumento di circa 2.000 miliardi rispetto al 2022. A ciò ha contribuito molto la diminuzione delle entrate di ben 457 miliardi, dei quali 456 sono meno tasse sui redditi dei cittadini. Altro che ripresa, è una realtà amara per la maggioranza della popolazione americana.

Gli alti tassi d’interesse hanno reso i prestiti più costosi, aumentando la pressione sul debito americano. Oggi i Treasury bond a 10 anni hanno un tasso di interesse di quasi 5 %, tre volte il livello di due anni fa! Nei mesi scorsi l’aumento dei tassi ha mandato a gambe all’aria parecchie banche regionali che erano piene di titoli pubblici a basso rendimento. La crescita dei tassi è andata di pari passo con l’inflazione. Adesso si afferma che quest’ultima sarebbe scesa al 3%. Molti si affidano alla smorfia napoletana per “indovinare” quali saranno i tassi futuri dei T-bond.

Questa situazione rischia di generare un permanente stato d’instabilità del bilancio federale. Il rischio di un shutdown al primo di ottobre era stato evitato all’ultimo minuto con un accordo bipartisan alla Camera dei deputati. Per legge, le agenzie federali devono far approvare dal Congresso i programmi di spesa per spendere i soldi. Il shutdown implica la sospensione di numerose operazioni del governo federale per mancanza di soldi, con effetti negativi sui lavoratori pubblici, sull’economia e sull’intera cittadinanza. Senza nuovi accordi, il 17 novembre ci potrebbe essere un nuovo shutdown. Certamente sarà ancora una volta evitato, ma queste montagne russe per il bilancio federale non sono un bel biglietto da visita per il resto del mondo.

A giugno scorso fu evitato il default con un accordo bipartisan, il “Fiscal Responsibility Act of 2023”, che sospende il fatidico tetto del debito federale fino al primo gennaio 2025. L’accordo prevede un limite di spesa discrezionale di 1.590 miliardi di dollari per due anni. In altre parole, il governo può prendere prestiti e spendere di più di quanto fissato nel bilancio federale. La ragione della crisi era dovuta al fatto che già in gennaio si era raggiunto il tetto del debito previsto per il 2023 di 31.400 miliardi. L’agonia fu protratta fino a giugno con “misure straordinarie” di carattere amministrativo-finanziario.

Persino due agenzie di rating americane, Standard &Poor’s e Fitch, da sempre molto generose nei confronti dei titoli americani, hanno dovuto ritoccare al ribasso il loro rating circa la capacità di ripagare il debito. Gli Usa hanno perso la tripla A, il massimo dei rating, e ciò potrebbe avere un effetto sia sul costo del debito sia sulla propensione degli investitori a fare prestiti al governo federale. Moody’s ha invece confermato la tripla A ma con un outlook da stabile a negativo.

Gli Usa guardano avanti e si aspettano che in dieci anni il debito federale sarà di 52.000 miliardi di dollari. Per il momento sembrano voler ignorare le cause profonde delle crisi, della finanza speculativa, delle banche too big to fail, dello shadow banking per concentrasi, invece, sul taglio delle spese sociali di bilancio e sull’aumento delle tasse. Non offrono nessuna idea nuova per affrontare i problemi succitati e i loro riverberi negativi in tutto il mondo, a partire dall’Europa.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Holodomor: tra mito e realtà

La guerra in Ucraina e il conseguente mainstream russofobo ci hanno improvvisamente fatto scoprire l’Holodomor, riconosciuto il 26 luglio di quest’anno dal nostro parlamento come il genocidio dei russi contro gli ucraini, fatti morire di fame da Stalin con la collettivizzazione forzata delle campagne e la lotta contro i kulaki, cioè contro i latifondisti[1]. Il 26 luglio sì è concluso così l’iter iniziato a maggio dai parlamentari del PD Fausto Raciti, Andrea Romano e Flavia Nardelli Piccoli, primi firmatari di una mozione per far riconoscere al parlamento l’Holodomor come genocidio stalinista. Mozione basata su studi e approfondimenti di notevole valore, come testimonia la partecipazione del professor Andrea Graziosi nella stesura del testo, che non tiene conto di alcune cose fondamentali[2].

Cerchiamo perciò di capire meglio come stanno in realtà le cose. Che c’entra la Russia con l’Holodomor ucraino? E l’Ucraina per il suo Holodomor è esente da responsabilità e colpe? Tra le narrazioni purtroppo disinvolte e a volte omissive dell’attuale tragedia ucraina si insiste spesso nell’affermare che gli ucraini abbiano ancora oggi del risentimento contro i russi perché nel 1932-33 la politica di industrializzazione e collettivizzazione forzata imposta da Giuseppe Stalin provocò in Ucraina qualche milione di morti per fame: l’Holodomor, appunto, che in ucraino significa “sterminio per fame”[3]. Stalin con la collettivizzazione forzata dell’agricoltura ha ordinato anche l’eliminazione fisica dei kulaki, cioè dei contadini benestanti che avevano alle loro dipendenze altri contadini[4].


La narrativa attuale parla dell’Holodomor come di un vero e proprio genocidio russo ai danni degli ucraini – così come la Shoà è stata il genocidio tedesco degli ebrei e il Samudaripen il genocidio (dimenticato) tedesco degli “zingari”, più correttamente detti romanès (donde il termine rom, oggi usato spesso al posto della parola zingaro ritenuta offensiva)[5]. Le cose però non stanno come le racconta tale narrativa. E anzi nell’Holodomor c’è proprio lo zampino o meglio lo zampone ucraino.

www.glistatigenerali.com/partiti-politici_storia-cultura/holodomor-ucraino-tra-mito-e-realta/

Bomba atomica su Gaza? Per gli estremisti di destra amici di Netanyahu è una opzione: la bomba N, Israele ne dispone?

Bomba atomica su Gaza? Per gli estremisti di destra amici di Netanyahu è una opzione: la bomba N, Israele ne dispone?

Bomba atomica su Gaza? “Sganciare una bomba atomica sulla Striscia di Gaza è una delle possibilità”.
Affermazione fatta non da amici al bar o da ubriachi, ma da un ministro dell’attuale governo israeliano. Sta quindi cadendo il tabù dell’uso della bomba atomica contro un popolo nemico?
A sganciare l’idea in un’intervista radiofonica è stato ministro israeliano del Patrimonio Amihai Eliyahu, membro del partito Potere Ebraico guidato dal fanatico Itamar Ben Gvir, seguace convinto del rabbino Meir David Kahane, famoso per essere favorevole all’ideale della Grande Israele ed alla deportazione di tutti i palestinesi fuori d’Israele.
A questa pulizia etnica definitiva è favorevole lo stesso Ben Gvir, stampella che ha permesso a Benjamin Netanyahu di andare al governo e che non a caso ha collezionato almeno 50 incriminazioni per incitamento all’odio. Per parte sua il ministro Eliyahu da bravo kahanista ha specificato che per quanto riguarda Gaza “non forniremmo aiuti umanitari ai nazisti” e che “a Gaza non esistono civili non coinvolti”.
E come risolvere l’ormai più che 70enne problema palestinese? “Possono andare in Irlanda o nei deserti”.
Poche ore dopo il premier Netanyahu ha sospeso Eliyahu “da tutte le sedute del governo, fino a nuovo ordine”. Si noti bene: NON definitivamente, ma solo fino a nuovo ordine. Ciò significa che Eliyahu resta comunque ministro.
Il pericolo di ricorrere alle atomiche è dunque scongiurato? Tutto bene? Non proprio. Anche perché è un vecchio pallino dello stesso Netanyahu. Ma andiamo per ordine.
1) – Verso la fine di settembre del 2006 alla annuale conferenza internazionale di tre giorni organizata dall’International Institute for Counter-Terrorism (ICT) alla Marc Rich University di Herzliya, città costiera di 95.000 abitanti parte dell’agglomerato metropolitano di Tel Aviv, è intervenuto Netanyahu all’epoca capo dell’opposizione.
Presentatosi come sostenitore dell’ICT davanti a un pubblico che ufficialmente raccoglieva i combattenti contro il terrorismo, ma in realtà i sostenitori più estremisti della destra israeliana, Netanyahu ha parlato per primo e in ebraico.
Alla fine del suo discorso però, perché lo capissero tutti senza possibilità di equivoci, parlò in inglese. E scandì bene le ultime parole:
“La questione non è se bombardare Teheran con i missili nucleari. La questione è: quando”.
Notiamo en passant che si tratta di una chiara ammissione pubblica di possesso di bombe atomiche da parte di Israele, che su tale argomento ha sempre nicchiato o alluso o negato.
Alla conferenza erano stati invitati anche tre giornalisti italiani: Paolo Fusi, Lorenzo Cremonesi e Guido Olimpio, questi ultimi due entrambi del Corriere della Sera.
Cremonesi però, probabilmente fiutata l’aria, decise di non partecipare, contrariamente a Fusi e Olimpio.
E c’è stato chi a quelle parole – mai condannate né dagli USA né dagli Stati europei – si è alzato e se n’è andato: Paolo Fusi, curriculum di livello molto elevato che possono vantare solo in pochissimi. Disgustato, Fusi se ne rimase chiuso in albergo per tutta la durata del convegno. cioè per tre giorni.
Il 13 aprile di due anni fa – 2021 – in un articolo che parlava anche di quanto detto a fine settembre 2006 dall’attuale premier israeliano alla Marc Rich University, Fusi ha accusato Netanyahu e il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan di sovranismo populista e di puntare a un conflitto globale.
Riguardo il premier israeliano Fusi ha scritto:
“Netanyahu ha torto: non esiste alcuna salvezza per Israele in un attacco militare all’Iran. Non esiste alcun modo per impedire che l’Iran, prima o poi, abbia in mano l’arma atomica – perché il suo Governo se ne frega del benessere dei cittadini ed andrà avanti per la sua strada a prescindere dalle sanzioni.
“L’unica strada percorribile è quella della diplomazia e della pace come opzione reale ed efficace”.
2) – Tutti ritengono impossibile lanciare atomiche su un territorio minuscolo come la Striscia di Gaza perché le radiazioni investirebbero in modo disastroso anche la stessa Israele. Giusto. Ma c’è un ma. Vediamo quale.
A rilasciare in grande quantità radiazioni mortali che durano a lungo e rendono così inutilizzabile per un bel pezzo da parte dei vincitori il territorio conquistato e tutti i suoi manufatti – industrie, ponti, palazzi, macchinari, ecc. – sono le bombe atomiche A e H. Queste infatti affidano la propria enorme potenza distruttiva alla gigantesca esplosione, all’elevatissima temperatura e quantità di calore sprigionate, oltre che almeno nelle vicinanze al brutale spostamento d’aria prodotto dal “botto”.
Ci sono però le bombe atomiche a neutroni, dette bombe atomiche N.
Sono congegnate in modo che l’esplosione sia di bassa potenza e non rilasci quantità rilevanti di radiazioni persistenti, motivo per cui non provoca il fallout, cioè la ricaduta radioattiva.
Le bombe a neutroni hanno il pregio, se così lo vogliamo chiamare, di uccidere gli esseri viventi, ma senza contaminare con radiazioni per più di 24-48 ore il territorio. Che quindi è prontamente utilizzabile dal vincitore, comprese le industrie, gli armamenti e i manufatti.
Di fatto è l’arma ideale per colpire edifici in cemento e gallerie sotterranee. L’arma ideale cioè da usare per la lunghissima rete di tunnel costruiti a Gaza da Hamas a più o meno 50 metri di profondità.
Ecco perché Israele potrebbe usarla, nel caso ne possedesse. Cosa non improbabile perché l’inventore della bomba atomica N oltre che della bomba H all’idrogeno, enormemente più potente della A anche perché questa le fa da detonatore, è l’ebreo statunitense di origini ungheresi Edward Teller, che è stato a lungo consigliere proprio di Israele per le questioni nucleari.
Teller è anche il padre delle cosiddette “guerre stellari”, consistenti nel lancio di missili capaci di intercettare quelli nemici in arrivo con bombe atomiche. L’idea di Teller aveva il pregio che non era necessario colpire il missile o i missili nemici in arrivo, cosa non facile, ma che bastava lanciare un missile armato con una bomba N da fare esplodere nelle loro vicinanze. La tempesta di neutroni avrebbe messo fuori uso le bombe atomiche in arrivo evitando che esplodessero..
Nel 1978 il presidente USA Jimmy Carter bloccò i progetti di produzione delle bombe N. Ma tre anni dopo, cioè nell’81, il presidente Donald Reagan stanziò i fondi necessari per avviarne la produzione. Adottata dalla NATO come arma nucleare tattica, da campo di battaglia, cioè con bassa potenza esplosiva ma alta capacità di uccidere grazie all’ondata di neutroni, è stata poi ritirata dall’Europa quando è stato firmato il trattato Intermediate Nuclear Forces (INF).

L’Asean per una politica multilaterale


di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi*
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Nonostante i conflitti in atto e il rischio di guerra, qualcosa di positivo si muove nel mondo. Non ci sono solo i Brics che operano per una riorganizzazione economica e politica del pianeta in senso multilaterale. Nei giorni precedenti il vertice di settembre del G20 di Nuova Delhi, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean) ha tenuto il suo summit annuale a Jakarta, in Indonesia, proprio sul tema del multilateralismo. Ancora una volta, purtroppo, l’Europa ha pressoché ignorato l’evento, forse considerato “esotico”.

L’Asean è un’organizzazione intergovernativa regionale fondata nel 1967. Dopo l’Ue, l’Asean è considerata uno dei modelli di cooperazione regionale di maggior successo al mondo. Con i suoi dieci membri, Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam, essa rappresenta 664 milioni di persone, l’8% della popolazione mondiale e il 3,5% del PIL globale (3.300 miliardi di dollari). Nel 2007 si è data una Carta valoriale e programmatica, con la creazione di organismi operativi come il Segretariato generale. Si propone di realizzare un’unione regionale politica e di sicurezza con l’eliminazione delle barriere doganali per una completa integrazione economica regionale.
Mantenendo relazioni importanti con i suoi partner chiave come Cina, India, Stati Uniti e Russia, essa si pone come organismo di incontro e di moderazione. L’Asean teme gli eventuali conflitti nei punti caldi della regione: il Mar Cinese Meridionale, il Mar Cinese Orientale, la Penisola Coreana e la questione di Taiwan.

Infatti, negli ultimi tempi la principale preoccupazione è stata l’acuirsi della contesa strategica tra Stati Uniti e Cina. L’Asean intende, perciò, far crescere il suo peso economico e la sua collaborazione interna proprio per accrescere anche il suo ruolo politico di bilanciamento. Proprio in quest’ottica il tema principale del vertice è stato “L’Asean: epicentro della crescita”.
Nella dichiarazione finale del citato incontro si afferma di voler diventare “il centro e il motore della crescita economica nella regione e oltre”. Con un tasso di crescita più rapido rispetto a quello attuale, intende rafforzare la resilienza del gruppo in tutte le aree identificate: salute, clima, sistemi alimentari ed energetici, catene di approvvigionamento e stabilità macroeconomica e finanziaria. La sicurezza alimentare è stata posta al centro del vertice. Davvero interessante tale scelta.

Il summit di Giacarta ha incluso anche il 18° vertice onnicomprensivo dei paesi dell’Asia orientale (Eas), che riunisce l’Asean e i suoi otto principali partner (India, Australia, Nuova Zelanda, Cina, Giappone, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti), in cui le rivalità e le tensioni della regione sono state messe a fuoco.
Joko Widodo, presidente dell’Indonesia e dell’Eas, ha avvertito che “se non saremo in grado di gestire le differenze, saremo distrutti”. E ha aggiunto: “Se ci uniamo alle correnti della rivalità, saremo distrutti”. Secondo noi, sarebbe un messaggio da recepire anche in Europa.

Il documento finale dell’Eas afferma di voler promuovere il dialogo e la soluzione pacifica di eventuali conflitti, riconoscendo il ruolo centrale di mediazione dell’Asean. Ci s’impegna anche a “promuovere un multilateralismo basato sulla legge internazionale e sui principi delle Nazioni Unite, compreso il rafforzamento dell’architettura multilaterale regionale”. L’Eas s’impegna anche a sostenere la cosiddetta “Chiang Mai Initiative Multeralization, come rete finanziaria regionale”. L’iniziativa di Chiang Mai fu la risposta alla crisi finanziaria dei paesi asiatici del 1997 e consisteva in un coordinamento tra le banche centrali contro le speculazioni. Fu rafforzata dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Oltre all’Asean, oggi vi fanno parte anche Cina, Giappone e Corea del Sud.

Nonostante fosse impegnato nell’organizzazione del G20 in programma a Nuova Delhi pochi giorni dopo, il primo ministro indiano Narendra Modi ha colto l’occasione del summit per andare a Giacarta e presenziare il 20° vertice Asean-India. L’India ha presentato delle proposte per rafforzare la cooperazione in tutti i settori, compresi quello marittimo e della sicurezza alimentare. Modi ha così sintetizzato il suo messaggio: “Il 21° secolo è il secolo dell’Asia”.
Sul fronte monetario anche l’Asean si muove da parecchio tempo per sottrarsi al dominio del dollaro.

Mentre si teneva il summit, il governo dell’Indonesia, l’economia più forte del gruppo, annunciava una task force nazionale, formata da diversi ministri e dalla banca centrale, per la de-dollarizzazione e l’utilizzo delle monete nazionali con i propri partner commerciali. La decisione seguiva il sostegno dichiarato nell’agosto precedente dai ministri dell’economia e dai governatori delle banche centrali dell’Asean per l’utilizzo delle monete locali nelle transazioni dell’intera regione.
°già sottosegretario all’Economia **economista

La sfida dello sviluppo dei Paesi poveri

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

I paesi a basso reddito, i cosiddetti low income countries (lic), hanno un pil complessivo di circa 500 miliardi di dollari, Una goccia nell’immenso mare di 100 mila miliardi dell’economia globale. Il loro piccolo peso economico è proporzionale alla poca attenzione loro data dai paesi sviluppati. Infatti, i paesi più ricchi del mondo hanno scelto proprio il momento peggiore per diventare meno generosi con gli aiuti e l’assistenza allo sviluppo. I lic, però, rappresentano ben 700 milioni di persone che ambiscono agli stessi diritti umani e civili di un cittadino di Berlino o di Roma.

Tante sono le astratte discussioni sulle ondate migratorie e sul sottosviluppo e si riempiono tanti salotti televisivi, ignorando, però, la dura realtà sottostante. Oggi, secondo i dati della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, i 26 paesi più poveri del mondo si trovano ad affrontare crescenti difficoltà sociali, economiche e politiche, a causa dell’aumento del debito, della diminuzione delle prospettive di sviluppo e del cronico sottoinvestimento

Secondo i recenti criteri stabiliti dalla Banca Mondiale, i paesi più poveri sono quelli con un reddito annuale procapite inferiore a 1.135 dollari. Da 28 sono diventati 26 poiché, per una insignificante manciata di dollari, lo Zambia e la Guinea Bissau sono passati nella fascia “superiore”, quella dei paesi di reddito medio, cioè fino a 4.465 dollari procapite annui. Il valore di riferimento usato è il reddito nazionale lordo, gni l’acronimo in inglese, che al pil aggiunge i profitti realizzati all’estero da parte di cittadini del paese meno i profitti fatti da compagnie e investitori stranieri sul territorio del paese in questione.

La situazione dei paesi a basso reddito è peggiorata dal 2000. Ad esempio, la mortalità materna è ora più alta del 25% e la quota della popolazione con accesso all’elettricità è scesa dal 52% ad appena il 40%. L’aspettativa di vita media è oggi di soli 62 anni, tra i tassi più bassi del mondo. A peggiorare le cose, le probabilità che questi paesi ricevano aiuti dall’estero sono diminuite. I paesi più ricchi stanno reindirizzando una parte maggiore dei loro bilanci, destinati agli aiuti esteri, per coprire le spese generate dall’arrivo di rifugiati.

Ben 22 dei 26 suddetti paesi sono nell’Africa sub sahariana. Tutti ricchissimi di materie prime. Alcuni, come l’Etiopia, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan hanno una ragguardevole popolazione.

Non ci sono solo negligenza e sfruttamento da parte delle economie avanzate e delle grandi multinazionali, ma anche i governi non si curano veramente delle loro popolazioni. Hanno altre priorità. Ad esempio, spendono circa il 50% in più per la guerra e la difesa rispetto alla sanità. Quasi la metà dei loro budget è destinata agli stipendi del settore pubblico e al pagamento degli interessi sul debito, mentre solo il 3% della spesa pubblica è per il sostegno dei cittadini più vulnerabili. Si tratta di un decimo della media nelle economie in via di sviluppo.

Entro la fine del 2024 il reddito medio delle persone nei paesi più poveri sarà ancora inferiore di quasi il 13% rispetto a quanto previsto prima della pandemia. Tra il 2011 e il 2015, le sovvenzioni hanno rappresentato circa un terzo delle entrate pubbliche nei paesi più poveri. Da allora tale quota è scesa a meno di un quinto! I governi dei paesi poveri hanno colmato la differenza indebitandosi ulteriormente, penalizzati anche dagli alti tassi d’interesse. Il rapporto debito pubblico/pil in queste economie è salito dal 36% del 2011 al 67% dello scorso anno. E’ il livello più alto dal 2005. Quattordici di questi paesi a basso reddito, il doppio di appena otto anni fa, sono ora in grande difficoltà debitoria o corrono il rischio di esserlo.

Secondo il World development report 2023 della Banca mondiale vi sono 184 milioni di migranti a livello globale, 37 milioni dei quali richiedenti asilo. Il 40%, circa 74 milioni, sono andati nei paesi più avanzati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Questa cifra comprende anche gli 11 milioni di cittadini europei che lavorano in altri paesi dell‘Ue.

Il 17% dei migranti globali è andato nei Paesi del Golfo e il resto, il 43%, una maggioranza di circa 80 milioni, è emigrato in altri paesi a basso e medio reddito del settore in via di sviluppo.

Queste sono le realtà che dovrebbero indurre a un approccio corretto se si vuole vincere la sfida globale per uno sviluppo equo e solidale, partendo dai paesi più poveri.

*già sottosegretario all’Economia **economista

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Piano Mattei per l’Africa: il progetto Transaqua

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

In una recente intervista, citata in un articolo della rivista “Analisi Difesa”, l’ex primo ministro ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi affronta in modo concreto, lungimirante, anche giustamente polemico, lo sviluppo economico, infrastrutturale e sociale del continente africano. Lo fa da statista e non come uomo di parte.

Una delle aree più colpite dalla mancanza di sviluppo è quella del Lago Ciad, nel Sahel, la regione sub sahariana. Il lago sta scomparendo con l’avanzata del deserto. Dagli anni ’60 si è ridotto del 90% mentre la popolazione circostante è passata da 5 a 60 milioni. L’esistenza di intere comunità di agricoltori, di allevatori e di pescatori è minacciata. Secondo l’Onu, 34 milioni di persone sopravvivono grazie all’assistenza umanitaria La crisi ha provocato conflitti locali e ha favorito la penetrazione del terrorismo. La gente è in fuga verso tutte le direttrici dell’emigrazione.

La crisi non è inevitabile. Da più di quarant’anni c’è il progetto “Transaqua” che prevede un canale di 2.400 km con il trasferimento idrico per gravità dal bacino del fiume Congo verso il Lago Ciad. Ne abbiamo più volte scritto su questo giornale.

“Transaqua potrebbe essere una meravigliosa proposta, afferma Prodi, e l’Italia, che oggi lavora a un Piano Mattei per l’Africa, potrebbe fare da capofila, perché da sola non può farcela. Occorre una forte azione di sano lobbying, facendo appello all’Europa, alle Nazioni Unite, all’Unione Africana, agli Stati Uniti e anche alla Cina se serve. Occorrono la collaborazione di tutti e un cambio di paradigma. È ora di finirla con gli approcci separati in Africa, per i quali, ed è ormai sotto gli occhi di tutti, la Francia sta pagando un prezzo altissimo”.

Prodi ha parlato più volte di Transaqua negli anni passati, in particolare in qualità di inviato speciale Onu per il Sahel e di presidente della “Fondazione per la collaborazione tra i popoli”.

Il progetto fu presentato nel 1980 dalla società Bonifica, del Gruppo IRI, proprio quando Prodi ne era presidente. Esso permetterebbe la creazione di una vasta area di sviluppo agricolo e anche la produzione di corrente idroelettrica. Un volano di crescita che coinvolgerebbe direttamente i paesi che si affacciano sul bacino: Nigeria, Ciad, Camerun e Niger e, indirettamente, altri. Quarant’anni fa sarebbe costato 4 miliardi di dollari, oggi ne servirebbero circa 50. Sembra una somma enorme, ma non lo è se la paragoniamo alle decine di miliardi spesi in Africa per interventi tappabuchi, o al costo di un anno della guerra in Ucraina. Il G20 dovrebbe farlo suo, dando così concretezza ai tanti discorsi sul cambiamento climatico e alle tante promesse per lo sviluppo e per l’ambiente in Africa.

Nonostante esista una Commissione del Bacino del Lago Ciad (LCBC) che da decenni lavora per risolvere i problemi inerenti al prosciugamento del lago e nonostante che essa nel 2018 abbia identificato in Transaqua l’unica soluzione possibile, il progetto è sempre stato osteggiato, boicottato, a livello internazionale. Per esempio, Analisi Difesa cita un rapporto del 2020 finanziato dal Commonwealth britannico e da istituzioni del governo francese, “Soft Power, Discourse Coalitions and the Proposed Inter-Basin Water Transfer Between Lake Chad and the Congo River”, che sostiene che lo scopo di Transaqua, collocando l’idrovia al centro di un sistema più vasto di trasporti pan-africano, sarebbe “in linea con i precedenti sogni espansionistici dell’Italia nel Sahel”. Un’Italia neocoloniale nell’Africa sub sahariana? Assurdità. Che lo dicano poi inglesi e francesi…

“Quelle francesi, dice Prodi, sono obiezioni piuttosto curiose, come se in Africa non si debbano fare degli interventi infrastrutturali. Qui si tratta di aiutare la natura a recuperare una situazione di equilibrio interno a vantaggio dei popoli africani. E per capire l’importanza di Transaqua basta considerare che il bacino del Lago Ciad copre un ottavo del continente africano”.

Purtroppo la comunità internazionale sembra volersi ancora focalizzare più sugli interventi umanitari e ambientali di breve o medio termine che su interventi radicali e risolutori a lungo termine. Forse, tra non molto, la voce delle giovani generazioni africane si farà sentire più forte e il resto del mondo, soprattutto l’occidente, non potrà più ignorarla. In merito sarebbe bello se anche i giovani europei facessero sentire la loro voce.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Johannesburg: nuovi membri e monete locali per i BRICS

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

I BRICS sono nati 18 anni fa non per un capriccio del loro governi, bensì come necessaria e irrinunciabile risposta alla grande crisi finanziaria e alle illusioni di un mondo unipolare, sotto la guida Usa. La ragione della loro nascita persiste tuttora e con più forza.

Purtroppo vi sono esperti economici e i politici che “gufano” sulla loro capacità di tenuta o addirittura auspicano il loro fallimento. L’hanno fatto anche riguardo al XV Summit di Johannesburg.

Negli ultimi tre decenni il mondo è profondamente cambiato. Sono emersi nuovi attori economici, a cominciare dalla Cina e dall’India, che intendono incidere e cambiare i rapporti di forza internazionali. Il gruppo di coordinamento economico e politico dei BRICS è solo uno di questi nuovi poli emergenti. Non intendono “sfidare” l’Occidente, come i media affermano, ma contribuire a creare un nuovo ordine internazionale più equo.

Non è, quindi, un caso che la Dichiarazione finale di Johannesburg metta in primo piano “l’impegno per un multilateralismo inclusivo e il rispetto del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite come pietra miliare indispensabile, e il ruolo centrale delle Nazioni Unite in un sistema internazionale in cui gli Stati sovrani cooperano per mantenere la pace e la sicurezza, per promuovere lo sviluppo sostenibile, per garantire la promozione e la protezione della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti e per promuovere la cooperazione basata sullo spirito di solidarietà, rispetto reciproco, giustizia e uguaglianza.”. Parole chiare.

Siccome, però, tutto è valutato in “soldoni”, un’occhiata al loro peso economico nel mondo conferma la loro crescita e la loro influenza. Tra i BRICS esistono ovviamente molti orientamenti e percezioni differenti. Un dato consolidato e in crescita è l’utilizzo delle monete locali nei commerci.

Si è parlato fin troppo dell’intenzione dei BRICS di creare una loro moneta circolante. Ciò non è mai stato veramente in agenda. Essi hanno molto operato attraverso le monete locali. Nella Dichiarazione s’incoraggia il loro uso nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i BRICS e i loro partner commerciali. Si sostengono il rafforzamento delle reti bancarie e la possibilità di fare pagamenti nelle valute locali.

La vera novità è che ora essi stanno studiando la creazione di un’unità di conto, sul modello dell’Ecu europeo prima dell’entrata in vigore dell’euro.

L’Ecu non è stata una moneta circolante ma un sistema per favorire il commercio dentro l’Unione europea e con gli altri paesi, preparando il processo di unione monetaria, politica e istituzionale dell’Europa. Il ruolo fondamentale dell’Ecu fu distrutto nel 1992 dai devastanti attacchi speculativi contro alcune monete, tra cui la sterlina e la nostra lira. L’Europa paga ancora oggi gli effetti negativi di quel sabotaggio. I BRICS dovranno tenere in considerazione ciò che accadde all’Ecu e preparare misure efficaci di difesa contro le speculazioni. Dimostrano di esserne consapevoli quando affermano che “ il Contingent Reserve Arrangement (CRA) continua a essere un meccanismo importante per mitigare gli effetti di una situazione di crisi, integrando gli accordi finanziari e monetari internazionali esistenti e contribuendo al rafforzamento della rete di sicurezza finanziaria globale.”.

L’impegno per un nuovo ordine economico internazionale è evidenziato nell’esplicita richiesta di “una riforma delle istituzioni di Bretton Woods, compreso un ruolo maggiore per i mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo”.

La New Development Bank è sempre il centro e il motore delle attività. Per rispondere a chi continua a parlare di loro come di un club informale senza istituzioni, la Dichiarazione riconosce, invece, “i progressi compiuti nello sviluppo istituzionale dei BRICS e che la loro cooperazione deve accogliere i cambiamenti e restare al passo con i tempi.”.

Da ultimo, e ancora più importante, è l’annuncio di allargare la membership. “Abbiamo deciso, si afferma, di invitare la Repubblica Argentina, la Repubblica Araba d’Egitto, la Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, la Repubblica Islamica dell’Iran, il Regno dell’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a diventare membri a pieno titolo dei BRICS il primo gennaio 2024”.” Inoltre si accoglie con favore la partecipazione agli incontri di altri 26 paesi emergenti come “Amici dei BRICS”. L’Ue può essere interessata?

*già sottosegretario all’Economia **economista

Usa: debito, interessi e titoli pubblici


di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi*
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Quando all’inizio di agosto l’agenzia di rating Fitch ha declassato gli Usa da AAA a AA+ il governo americano ha subito risposto duramente. Janet Yellen ha dichiarato il suo totale disaccordo e definito “arbitraria” la decisione. Nel 2011 Obama reagì ancora più violentemente quando Standard & Poor’s fece lo stesso declassamento. Lo ricordino i governi europei quando le agenzie americane pontificheranno sull’andamento delle loro economie.
La ragione data da Fitch è troppo generica e non va al nocciolo del problema. Essa afferma che negli ultimi 20 anni c’è stato un continuo deterioramento negli standard di governance dell’economia anche rispetto alle questioni fiscali e debitorie”.
In verità, sarebbe stato opportuno entrare nel merito. Il debito pubblico americano totale (federale e regionale) è oggi di oltre 32.000 miliardi di dollari, era di circa10.000 miliardi quando esplose la grande crisi finanziaria del 2008. Si stima che entro la fine del decennio raggiungerà i 50.000 miliardi.

Inoltre, da molto tempo ogni anno i governi Usa non riescono a mantenere le spese entro i limiti di bilancio e, ritualmente, devono sfondare il tetto del debito per evitare la bancarotta dello Stato! Questa volta un accordo bipartisan ha deciso di sospendere il limite del debito federale fino a gennaio 2025, cioè per opportunità politica fino all’insediamento del nuovo presidente dopo le elezioni di novembre 2024. A seguito dello “sfondamento” del debito, si stima che quest’anno il deficit di bilancio salirà al 6,3% del pil. L’anno scorso era stato del 3,7%.

Il declassamento del rating inevitabilmente farà crescere il livello di interessi da pagare per le obbligazioni pubbliche, per i noti Treasury bond. Questo si andrà ad aggiungere all’aumento prodotto dagli alti tassi d’interesse imposti dalla Federal Reserve e giustificati come mossa indispensabile per contenere l’inflazione. A ciò occorre aggiungere che la Fed da mesi sta cercando di “smontare” il quantitative easing, evitando anche di comprare nuovi titoli di Stato o di rinnovare parte di quelli in scadenza.

Il risultato è che i titoli pubblici sono in una fase di grande fibrillazione. Il che non rivela soltanto un problema di gestione del debito pubblico. Come abbiamo visto nelle settimane passate, l’aumento del tasso d’interesse sui bond ha avuto pericolosissime ripercussioni sulla tenuta di alcune banche regionali, anche con dei veri e propri fallimenti.
Si noti che recentemente Moody’s ha declassato alcune banche regionali.
Infatti, il sistema bancario americano è pieno di titoli pubblici che, rispetto ai tassi di oggi, sono in perdita. Cercare di rimpiazzarli non è un’operazione lineare. Oltre a perdite da registrare nella foga delle vendite, l’effetto generale sui loro valori di mercato potrebbe essere molto destabilizzante per la loro tenuta.

Intanto, è opportuno registrare che nel periodo ottobre 2022 – giugno 2023, a seguito degli aumenti dei tassi voluto dalla Fed il pagamento per gli interessi è stato di 652 miliardi di dollari, addirittura superiore alle spese per la Difesa. L’ammontare è maggiore del 25% rispetto alle spese per interessi dello stesso periodo dell’anno precedente. Il Congressional Budget Office (Cbo) stima in 745 miliardi di dollari gli interessi da pagare nel 2024 e a oltre 10.000 miliardi nel decennio successivo.

Il problema sta anche nel fatto che il debito pubblico americano è “circondato” da innumerevoli bolle debitorie e speculative. Il declassamento, per esempio, avrà forti riverberi anche sui tassi applicati alle ipoteche e ai mutui che i cittadini devono pagare per l’acquisto delle proprie abitazioni. La somma del debito per le ipoteche residenziali e per gli edifici commerciali è di circa 18.000 miliardi di dollari. Un altro effetto negativo si vedrà sui debiti accesi per finanziare il percorso educativo, il cosiddetto “student debt”. Detta bolla è oggi pari a oltre 1.700 miliardi di dollari. Il pagamento degli interessi e delle quote di questi debiti era stato sospeso durante il periodo del Covid, ma, per decisione del governo, ripartirà da settembre.

Si teme, perciò, che nel tentativo di contenere i debiti pubblici e i deficit di bilancio a farne le spese possano essere i servizi pubblici, a cominciare dalla sanità e dalla scuola. Una ricetta, purtroppo, ben conosciuta anche in Italia.
I gravissimi problemi finanziari di Evergrande, il colosso cinese delle costruzioni e della finanza privata, oltre a creare seri problemi a Pechino, rischia di impattare l’incerto andamento finanziario e debitorio anche negli Usa e altrove.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Summit di Pietroburgo: l’Africa fa sentire la sua voce

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il 28 luglio scorso è terminato a San Pietroburgo il secondo summit Russia – Africa. Vi hanno partecipato 49 Stati africani, rappresentati in alcuni casi da capi di governo, in altri da ministri degli esteri o da ambasciatori. Il primo summit fu organizzato a Sochi nell’ottobre del 2019. Nel frattempo il mondo è stato profondamente cambiato dal Covid e dalla guerra in Ucraina.

Molta stampa ha cercato di presentare il summit come un fallimento, poiché, rispetto a quello di Sochi, a San Pietroburgo sarebbe stato presente un numero inferiore di capi di Stato e di governo. Il fatto è vero, si è passati da 43 capi di Stato a 17, frutto di grandi pressioni occidentali. Anche se questa volta sono venuti altri capi di Stato importanti, come quello del Camerun, che non erano stati a Sochi.

A nostro avviso sarebbe un grave errore di calcolo geopolitico se l’Occidente, e in particolare l’Unione europea, valutasse il summit semplicemente come un atto di propaganda di Mosca o come un cedimento dell’Africa alle pressioni e alle supposte “manipolazioni” della Russia.

Sarebbe invece opportuno leggere la Dichiarazione finale non come un compromesso di posizioni ma come una dichiarazione programmatica e d’intenti dei paesi dell’Africa nei confronti del mondo intero. Ovviamente, la mano del Cremlino c’è stata ma si è limitata a far si che la parola “Ucraina” non fosse mai menzionata nella Dichiarazione.

L’Africa riafferma la necessità di opporsi al neocolonialismo, che impone condizioni e doppi standard, e di non permettere che queste pratiche privino gli Stati e i popoli del diritto di compiere scelte sovrane nei loro percorsi di sviluppo. Chiede di “contrastare l’imposizione nelle organizzazioni internazionali, principalmente nelle Nazioni Unite, di linee di divisione che ostacolano l’effettiva ricerca di soluzioni a questioni urgenti nell’agenda dell’Onu, comprese quelle che riguardano interessi vitali degli Stati africani… L’Africa vuole contribuire alla creazione di un ordine mondiale multipolare più giusto, equilibrato e stabile”. Ciò non è cosa da poco anche rispetto alle chiusure degli Usa e dell’Occidente in genere rispetto a tale necessità.

Nel campo economico e programmatico le posizioni dell’Africa sono anche più precise. Si afferma “l’opposizione all’applicazione di misure restrittive unilaterali illegittime, anche secondarie, e alla pratica del congelamento delle riserve valutarie sovrane.” Ovviamente è un’affermazione anche nell’interesse della Russia, per via delle sanzioni imposte dall’Occidente, ma riflette soprattutto la crescente preoccupazione, più volte espressa da tutti i Paesi emergenti, sull’utilizzo generalizzato delle sanzioni come arma di guerra.

Il sostegno dell’Africa a un processo politico multilaterale è manifestato chiaramente quando si dichiara di voler contribuire a una crescita economica sostenibile e globale e a un sistema più rappresentativo di governance economica internazionale per rispondere efficacemente alle sfide economiche e finanziarie globali e regionali. E anche quando si vuole “facilitare la ristrutturazione dell’architettura finanziaria globale per affrontare meglio le crescenti esigenze di sviluppo e riflettere gli interessi e la crescente influenza dei paesi in via di sviluppo e per superare l’impatto negativo delle condizioni loro imposte in relazione al pieno ed effettivo godimento dei diritti umani.”

Naturalmente si esprime profonda preoccupazione per le sfide legate alla sicurezza alimentare globale, compreso l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dei fertilizzanti, e l’interruzione delle catene di approvvigionamento internazionali, che hanno un impatto sproporzionato sul continente africano. Si sostiene, inoltre, la necessità di misure finanziarie multilaterali inclusive che alleggeriscano l’onere del debito per i paesi a basso e medio reddito.

Decisivo per l’Africa è “il rispetto dei principi e degli scopi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite per promuovere il ruolo centrale di coordinamento dell’Onu come il principale meccanismo multilaterale globale.” L’adesione dell’Unione africana (Ua) al G20 sarebbe un passo importante nella giusta direzione, così come l’auspicata partnership dell’Ua con i Brics.

Particolarmente rilevante è proprio la centralità data all’Onu rispetto al ruolo assegnatole dai 193 paesi aderenti. Purtroppo, nonostante la drammaticità di questo delicato momento, i paesi europei hanno scelto di svolgere un ruolo subalterno.

*già sottosegretario all’Economia ** economista

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