Fmi: la ricetta trumpiana per l’Europa

Fmi: la ricetta trumpiana per l’Europa

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Il rapporto del Fmi sullo stato di salute economica dell’Europa presentato recentemente a Bruxelles invita i Paesi dell’Unione ad adottare tagli nella spesa pubblica, in particolare pensioni, assistenza e sanità. Lo ha affermato il direttore del Fondo monetario internazionale Europa, Alfred Kammer. Un messaggio che fa a pugni con quanto da lui dichiarato in una precedente intervista alla Reuters dove aveva sostenuto la necessità di aumentare le spese per la difesa. Quanti bilanci convivono nelle teste del Fmi? E’ l’inquietante domanda che ci si pone.

Lo studio sostiene che il livello del debito pubblico è diventato insostenibile, in particolare in Italia, Francia e Germania. Con le attuali politiche fiscali, nel 2040 la media europea del rapporto debito/pil raddoppierebbe, raggiungendo il 130%. Tra le cause dell’aumento sono stati evidenziati l’invecchiamento della popolazione, i relativi costi sanitari e il crescente fabbisogno finanziario per la sicurezza energetica e la difesa.

Il debito più elevato porterebbe a una minore crescita economica, a tassi d’interesse più elevati sui titoli di Stato e a condizioni di finanziamento peggiori per le imprese e le famiglie. Inoltre, temendo un aumento della tassazione, probabilmente le aziende diventerebbero più restie a investire.

Il Fmi ritiene sostenibile un rapporto medio debito/pil in Europa del 90%. Naturalmente questo valore varia da paese a paese. Oggi in Italia è oltre il 137%. In ogni caso si sostiene che sono necessarie riforme strutturali che stimolino la crescita e i tagli alla spesa.

Alcuni paesi fortemente indebitati dovranno migliorare il loro saldo primario – la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi – di oltre cinque punti percentuali. “È un compito piuttosto arduo”, ha ammesso Kammer. Se la ricetta del Fmi fosse applicata pienamente in Italia, sarebbe la morte della nostra economia.

Il Fmi evidentemente si fa portavoce dei programmi di Trump nei confronti dell’Europa “spendacciona” che vivrebbe alle spalle degli Usa. Il messaggio è semplice: ripensare radicalmente il modello di stato sociale per far posto alle spese per la difesa. La pressione per tagliare la spesa è così forte che un quarto dei paesi europei dovrà andare oltre le strategie tradizionali. “Se tutti i paesi europei riducessero la quota di finanziamento pubblico destinata a sanità, istruzione, pensioni, infrastrutture e sicurezza energetica, portandola alla media Ocse, ciò potrebbe generare risparmi medi fino al 3% del pil”, ha detto Kammer.

Il documento sostiene anche che per promuovere la crescita nell’Ue si dovrebbero ridurre le barriere all’interno del mercato unico europeo che, secondo il Fmi, equivarrebbero a una tariffa del 44% sulle merci. Anche se non si può negare il permanere di certe barriere nazionali, la cifra è veramente sproporzionata. Sembra più una lettura trumpiana, che si è sentita innumerevoli volte, piuttosto che l’oggettiva valutazione della realtà economica e commerciale europea.

Da notare che nell’intervista con la Reuters, mentre sosteneva di ridurre la spesa pubblica per il welfare, Kammer raccomandava, invece, di finanziare l’aumento degli investimenti nei settori della difesa e dell’energia attraverso l’utilizzo del debito comune europeo. Un debito comune europeo di 800 mld di euro era stato realizzato opportunamente per sostenere l’economia colpita dal Covid. Dopo di che l’idea è stata osteggiata da parecchi governi e per il momento accantonata. Il Fmi propone di raddoppiare gli investimenti per la difesa e per l’energia, un programma di “beni pubblici” come li chiama Kammer, che farebbe aumentare il pil europeo.

Kammer ha anche asserito che “l’Ue non ha un mercato dei capitali sufficientemente forte… Esso è frammentato lungo linee nazionali, prive di un asset sicuro, veramente grande e liquido”. Purtroppo, un’affermazione vera!

Lo stock di obbligazioni in circolazione nell’area dell’euro emesse dai governi è pari a 13.000 mld di euro, di molto interiore ai 30.000 mld di dollari del mercato dei titoli emessi dal Tesoro statunitense. Kammer vede quindi spazi per un nuovo indebitamento, ma solo per la difesa. Allora quale è la ricetta del Fmi per l’Europa: tagliare le spese per contenere il debito pubblico o aumentare il debito per finanziare il riamo?

La credibilità storica del Fmi e delle sue proposte per i vari paesi del mondo è molto bassa e non merita di essere seguita. Una cosa è chiara: lo sviluppo e la ricchezza dell’Europa sono il risultato dell’applicazione delle politiche dell’economia sociale di mercato che non possono essere sovvertite da irrealistici progetti e fantasie di guerra.

Bisogna lavorare per rimettere insieme i cocci della pace!
*già sottosegretario all’Economia **economista

La Bce lavora per la sovranità monetaria digitale

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

La leadership politica dell’Unione europea, a cominciare dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, si è, purtroppo, sottomessa alle mattane economiche, sui dazi e molto altro, del presidente Trump. Sembra che, invece, la Banca centrale europea stia assumendo un ruolo di confronto più deciso. Non è sorprendente, poiché i banchieri e gli economisti possono, se vogliono, comprendere meglio gli effetti di determinate politiche. Tra gli interventi più incisivi vi sono quelli dell’italiano Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce.

Lo scontro è sul ruolo chiave delle infrastrutture dei pagamenti e dei mercati finanziari. Se queste si bloccano, l’intero sistema è a rischio con ripercussioni su famiglie, aziende e governi. Quando i pagamenti falliscono, è la banca centrale che deve intervenire per preservare la stabilità.

Due esempi. Con il blackout elettrico nella penisola iberica del 28 aprile anche i pagamenti digitali crollarono. La spesa con carte di credito diminuì di oltre il 40%, l’e-commerce scese del 50% e i consumi complessivi in Spagna crollarono di un terzo in un solo giorno. I cittadini si sono rivolti al contante, alla moneta della banca centrale. Nel marzo 2023, la Silicon Valley Bank perse 42 mld di dollari di depositi in un solo giorno. Fu la più grande e rapida corsa agli sportelli bancari nella storia degli Stati Uniti. Senza l’intervento immediato della Federal Reserve e della Federal Deposit Insurance Corporation, che garantirono tutti i depositi e lanciarono un nuovo programma di finanziamento, il crollo della Silicon Valley Bank avrebbe potuto innescare una fuga più ampia dei depositanti di altre banche, sfociando in un panico sistemico.
Nel mondo odierno, caratterizzato da frammentazione geopolitica, protezionismo, rapidi cambiamenti tecnologici e crescenti minacce informatiche, il rischio di sconvolgimenti è in aumento.

La frammentazione favorisce anche la tentazione di trasformare in armi le dipendenze esistenti. La Bce avvisa che l’Europa è particolarmente esposta. Tra il 2019 e il 2024 la quota di contante utilizzata nei punti vendita nell’area euro è scesa dal 72% al 52% in termini di volume e dal 47% al 39% in termini di valore. Oggi, il 65% dei pagamenti con carta di credito è elaborato da due società non europee, Visa e Mastercard entrambe americane, e 13 dei 20 paesi dell’area euro si affidano interamente a questi sistemi internazionali. Anche le app di pagamento mobile, ampiamente controllate da aziende tecnologiche globali, di fatto statunitensi, stanno guadagnando terreno, rappresentando già quasi il 10% delle transazioni al dettaglio. Queste tendenze pongono interrogativi strategici per la sovranità finanziaria dell’Europa, soprattutto in un mondo in cui l’accesso alle infrastrutture finanziarie può essere limitato da sanzioni usate come strumento di coercizione. Per esempio l’accesso allo Swift, la piattaforma che regola e permette le transazioni finanziarie.

La seconda fonte di rischio è l’innovazione tecnologica che sta trasformando la natura stessa del denaro e dei servizi finanziari. Le stablecoin globali denominate in dollari e in altre monete estere e le criptovalute, se ampiamente adottate, potrebbero minare la sovranità monetaria europea. Inoltre, la digitalizzazione della finanza sta ampliando i rischi della sicurezza informatica. In un recente sondaggio, tre banche centrali su cinque dell’area euro hanno segnalato un aumento della frequenza degli attacchi informatici ai propri sistemi finanziari solo nell’ultimo anno.

In questo contesto la Bce e le banche centrali europee si sono poste alcune priorità. In primo luogo, fungere da garante di ultima istanza. Quando i mercati si bloccano, quando i pagamenti vacillano e quando la fiducia svanisce, è la banca centrale che deve intervenire per evitare il collasso. In secondo luogo, migliorare le funzioni di vigilanza e di controllo sulla finanza privata. Il terzo aspetto, quello più strategico, è la realizzazione di un euro digitale che consentirebbe agli europei di operare in qualsiasi momento con un mezzo di pagamento digitale universalmente accettato, anche in caso di gravi interruzioni. La continuità operativa sarebbe garantita dalla distribuzione e dal re indirizzamento automatico delle transazioni su tre diverse regioni, ciascuna dotata di più server. Inoltre, si prevede il funzionamento offline dell’euro digitale, consentendo di fare pagamenti anche in caso di interruzione della connettività internet o di accesso limitato alle reti di distribuzione fisica del contante.

Ciò è quanto afferma la Bce. Secondo noi, anche se con un linguaggio soft, tale da non suscitare immediate reazioni d’attacco d’oltreoceano o indurre a indesiderati timori tra i cittadini europei, la Bce sta effettivamente lavorando per sottrarsi al controllo e ai possibili ricatti finanziari americani e internazionali creando dei meccanismi di difesa e delle reali contromisure.
“L’euro digitale non è solo un mezzo di pagamento; è anche una dichiarazione politica riguardante la sovranità dell’Europa”. Sembrerà strano, ma l’affermazione viene dalla presidente della Bce Christine Lagarde.

*già sottosegretario all’Economia **economista

IL NUOVO ORDINE PREME

SCO: IL NUOVO ORDINE PREME
di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Tanto ha fatto per tenerli separati che alla fine li ha uniti. Questo è il risultato più importante del summit dei paesi membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco) appena finitosi a Tianjin, in Cina. Si potrebbe dire che è l’unico “successo” incontrastato di Donald Trump, perché tutte le altre sue politiche sono state sfidate e sono dibattute nei tribunali americani.
Lo Sco, un organismo intergovernativo creato nel 2001 per coordinare le politiche di sicurezza nelle regioni asiatiche, oggi vede la partecipazione di 10 Stati. Rappresenta un terzo del pil mondiale in parità di potere d’acquisto (ppp) e il 43% della popolazione del pianeta. A volte, molto superficialmente, è presentato come “l’anti Nato”.

A Tianjin c’era il gotha dei “nemici dell’Occidente”, come certi solerti propagandisti, assidui lettori di “veline”, li definiscono. Il padrone di casa, il presidente cinese Xi Jinping, ha ricevuto solennemente il presidente russo Vladimir Putin. Ma ancora più importante è la partecipazione del primo ministro indiano Narendra Modi, che, superando le storiche differenze sino-indiane, ha così risposto al provocatorio 50% di dazi di Trump.

La Dichiarazione finale contiene delle novità importanti. Non si disconoscono le tensioni geopolitiche con i loro effetti sull’economia globale. Certamente è stata rilevata l’importanza della collaborazione nella lotta al terrorismo e ai traffici di droga e l’impegno a risolvere i conflitti in modo pacifico e diplomatico. Ma i capi di Stato dello Sco hanno voluto fortemente evidenziare che la sicurezza nella regione si garantisce soprattutto attraverso la cooperazione e lo sviluppo economico. Interessante notare che le parole “dazi” e “tariffe” non sono mai apparse nella Dichiarazione! E’ stata, invece, approvata la strategia di lungo termine, la “SCO Development Strategy for the next 10 Years (2026-2035)”, con progetti e politiche di sviluppo che verranno dettagliati nel tempo.

In primo luogo si sostengono la “riforma del sistema di governance economica globale e il rafforzamento di un sistema multilaterale del commercio non discriminatorio e basato su principi e regole riconosciute internazionalmente”. Si richiedono anche una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e un maggiore ruolo dei paesi in via di sviluppo nel Fondo monetario internazionale e nella Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo.

Sono già in atto iniziative per creare un “meccanismo Sco per il credito all’esportazione e per gli investimenti”. Per promuovere la cooperazione finanziaria tra i paesi membri è stata evidenziata la realizzazione della “Roadmap for expanding the share of local currency settlements among the member States” già delineata nel summit di Samarcanda nel 2022. In altre parole l’uso delle monete locali nei commerci e nei regolamenti interni allo Sco. E’ stata anche decisa la realizzazione di una Sco Development Bank. Come si può notare, nei programmi economici l’Organizzazione segue le stesse tracce già sperimentate dai paesi Brics e dalla loro New development bank.

La cooperazione economica e scientifica tocca tutti i settori, compreso quello dell’intelligenza artificiale e del digitale. Una particolare attenzione è posta all’energia, alla logistica e alle infrastrutture dei trasporti. Si rileva l’urgenza di realizzare nuovi corridoi internazionali di trasporto e di migliorare l’efficienza di quelli già esistenti, in particolari i corridoi conosciuti come “Nord-Sud e “Est-Ovest”. La cooperazione energetica nel settore degli idrocarburi è fortemente cresciuta in particolare tra Russia, Cina, Iran e India.

Naturalmente la Dichiarazione menziona tutti gli Stati che sostengono la Belt and Road Initiative (Bri) cinese, la Nuova via della seta. L’India ovviamente non è citata. La Bri è affiancata alla costruzione dell’Eurasian economic union, a guida russa. Si intende anche creare una “Greater Eurasian Partnership” che coinvolga i paesi dell’Asean, altre nazioni e meccanismi multilaterali.
Indubbiamente le differenze e anche le tensioni tra i paesi membri dello Sco non sono scomparse. L’attuale stabilità potrebbe essere messa in discussione da inaspettati eventi geopolitici, da provocazioni e da sabotaggi. Tutti strumenti utilizzabili da chi opera per una “terza guerra mondiale a pezzi”, come ammoniva papa Francesco. Per l’Europa il summit di Tianjin potrebbe essere una lezione e un’indicazione: l’unità si costruisce se non ci si sottomette a diktat provocatori e irrazionali.

Il multilateralismo moderno, necessario e concreto, non può e non deve escludere nessuno, ma occorrono istituzioni, regole e vincoli che valgano per tutti. Non a caso, di fronte ai boicottaggi e ai dazi di Trump, la Dichiarazione finale fa esplicito riferimento alle Nazioni Unite e all’Organizzazione mondiale del commercio, le due istituzioni maggiormente rappresentative. Il terreno è pronto per un vero nuovo ordine mondiale, in cui vecchi e nuovi protagonisti siedano alla pari.

*già sotttosegretario all’Economia **economista

Trump e i titoli del Tesoro a rischio

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Trump continua a sostenere che “il resto del mondo, a cominciare dall’Europa, dal dopoguerra in poi, avrebbe approfittato degli Stati Uniti. Gli Usa avrebbero pagato per tutto, a cominciare dalla sicurezza, mentre gli altri, in primis gli europei, facevano la bella vita alle loro spalle”. Forse è il caso di ribaltare questa narrazione!

Anzitutto è opportuno ricordare che per decenni gli Stati Uniti hanno goduto di un vantaggio nella finanza globale, grazie allo status del dollaro come principale valuta di riserva mondiale. Gli altri paesi, con un surplus commerciale con gli Usa, hanno accumulato riserve in dollari, che, tra l’altro, hanno investito largamente nei titoli del Tesoro americano.

La progressiva perdita del dominio industriale americano ha molte cause che non possono, però, essere imputate a chi ha investito e lavorato meglio. Se viene meno la leadership tecnologica e scientifica e si perde di competitività, le ragioni vanno ricercate nel tessuto produttivo e sociale di ciascun paese. Per gli Usa si aggiunga l’irrazionale delocalizzazione delle imprese guidate dalla massimizzazione di un profitto facile.

Contemporaneamente, gli spostamenti finanziari citati hanno permesso agli Usa di finanziare crescenti deficit di bilancio federali. Nel 2024 il deficit è stato del 6,4% del pil. In altre parole, il resto del mondo ha finanziato il debito pubblico americano in continua espansione. Questo sistema si è retto, e si regge, sulla presunta stabilità dell’economia americana e del dollaro. In verità molti eventi ne hanno minato l’affidabilità, a cominciare dalla Grande Crisi finanziaria del 2008-9. Anche le crescenti preoccupazioni per le sanzioni internazionali e i congelamenti degli asset da parte degli Stati Uniti hanno provocato il calo della domanda estera di asset denominati in dollari.

Questa tendenza è particolarmente evidente in Cina, storicamente il secondo maggiore detentore estero del debito pubblico statunitense dopo il Giappone. Con la riduzione del suo surplus commerciale con gli Usa, la strategia cinese d’investimento internazionale è cambiata. Di conseguenza, le partecipazioni cinesi in titoli del Tesoro americano sono diminuite da 1.270 miliardi del 2015 a 759 del 2024. Anche le riserve estere totali della Cina sono diminuite, passando da 3.800 miliardi di dollari del 2014 a 3.200 miliardi di oggi. La Cina non ha, però, rotto con il dollaro, ha puntato su altri asset denominati in dollari, come investimenti azionari (30,6% del totale degli asset esteri nel 2024) e altri strumenti di debito (25%).

L’Europa ha coperto il buco. Le partecipazioni del Regno Unito in titoli del Tesoro statunitensi, che ammontavano a 207 miliardi di dollari un decennio fa, sono più che triplicate raggiungendo all’inizio del 2025 circa 740 miliardi. Lo stesso vale per le partecipazioni dei paesi dell’Ue che nello stesso periodo sono cresciute da 931 miliardi a oltre 1.500. L’aumento della domanda deriverebbe da investitori privati ​​in cerca di rendimenti più elevati.

Tuttavia, per i paesi al di fuori della cerchia degli alleati dell’America, in rapida contrazione, detenere debito statunitense sta diventando meno attraente. Nuove contrazioni potrebbero spingere i rendimenti del Tesoro verso l’alto, indebolire il dollaro e minacciare la stabilità finanziaria internazionale. Per il momento nessuno auspica lo sconquasso repentino del sistema basato sul dollaro.

Ciò, però, ci porta nuovamente a riflettere sulle elucubrazioni del cosiddetto Accordo Mar-a-Lago di cui abbiamo recentemente scritto. Il progetto di indebolire il dollaro, per far crescere le manifatture e l’export americani, sta provocando un aumento dei tassi d’interesse sui titoli del Tesoro e di conseguenza anche del debito. Si tenga presente che nel 2025 gli interessi sul debito pubblico saranno di oltre 950 miliardi di dollari.

Inoltre, la politica dei dazi rischia di produrre una guerra commerciale di cui una conseguenza sarebbe certamente l’indebolimento dell’attrattiva e del ruolo del dollaro.

L’Amministrazione Trump sta giocando con il fuoco mettendo in campo un ricatto pericoloso. Sta replicando lo scenario del “chicken game”, portare cioè la sfida al livello massimo confidando che l’altro, il potenziale avversario, ceda per paura dello sconquasso totale, incontrollabile.

Negli scenari del “chicken game” si esclude sempre l‘evento che si ritiene estremo. Ma se non fosse così? Se gli investitori globali abbandonassero il debito sovrano statunitense, lo status del dollaro, come principale valuta di riserva mondiale, sarebbe messo in discussione. E se le svendite di T-bond generassero un effetto valanga non previsto? Sono rischi troppo grandi, perciò ci sembra irresponsabile insistere.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Il Canada sarà un osso duro per Trump

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

La recente nomina di Mark Carney a primo ministro del Canada ha un significato ben maggiore di quello meramente nazionale. E va ben oltre la questione della guerra dei dazi iniziata da Donald Trump. Ha certamente a che fare con l’improvvida dichiarazione del presidente americano di voler annettere in un modo o nell’altro il Canada facendone il 51.imo stato della Federazione americana.

Trump a modo suo ha attaccato, ma non ha fatto i conti con l’”impero britannico”. La nomina di Carney, quindi, ci pare la risposta britannica. Trump è veramente consapevole delle implicazioni strategiche del suo gesto?

Il Canada, apparentemente indipendente e con un parlamento democraticamente eletto, è parte integrante del Commonwealth britannico, una formulazione più soft e moderna del vecchio impero. Innanzitutto, non si dimentichi mai che un ruolo centrale nella politica internazionale, per quanto possa sembrare strano, è della Corona britannica e che oggi il Capo di Stato del Canada è re Carlo III d’Inghilterra, che opera attraverso un suo governatore generale.

Londra e la City, il quartier generale della finanza mondiale, sono i massimi sponsor di Carney. La carriera del nuovo primo ministro canadese non è stata primariamente politica, non ha avuto molto a che fare con il gioco dei partiti. Carney è stato per quasi quindici anni l’uomo delle banche centrali. Prima, dal 2008 al 2013, come governatore della Bank of Canada, poi, dal 2013 al 2020. governatore della Bank of England. Il primo, in questo posto apicale, a non essere nato in Gran Bretagna. Questo ci dice molto di che cosa egli realmente rappresenta.

Fino alla sua nomina a capo di governo, Carney ha mantenuto tre passaporti: uno canadese, un secondo irlandese e un terzo britannico. La sua formazione è avvenuta all’università americana di Harvard e a quella inglese di Oxford. Prima delle banche centrali, per 13 anni aveva “imparato il mestiere” lavorando con la Goldman Sachs, la banca americana delle più grandi speculazioni finanziarie internazionali.

Assiduo partecipante ai maggiori simposi finanziari internazionali, Carney non è mai mancato agli incontri annuali di Jackson Hole, organizzati dalla Federal Reserve di Kansas City.

Al riguardo è opportuno ricordare alcuni suoi interventi, diventati noti per le posizioni di sfida al ruolo internazionale del dollaro.

Nel simposio del 2019, per esempio, Carney dichiarò che “un sistema unipolare non è adatto per un mondo multipolare” e che “l’uso diffuso del dollaro statunitense nella fatturazione commerciale, al posto della valuta del produttore o dell’importatore”, ha avuto un effetto “destabilizzante” sull’economia globale. Metà delle transazioni commerciali mondiali è effettuata ancora in dollari, ma la quota delle importazioni Usa è solo un quinto del totale dell’import mondiale, diceva.

In quell’occasione, dopo aver ricordato che “la City è il principale centro finanziario internazionale”, egli propose di sostituire il dollaro, come moneta di riferimento negli scambi commerciali e nelle riserve internazionali, con la Synthetic Hegemonic Currency (Shc), una nuova valuta digitale che avrebbe dovuto essere emessa dalle banche centrali attraverso una loro rete di monete digitali. Prendeva come esempio la moneta digitate Libra, allora proposta da facebook.com, che sarebbe potuto diventare il nuovo strumento di pagamento per le transazioni commerciali.

Dalla Bank of England Carney si era opposto alla Brexit poiché aveva capito che l’isolamento britannico avrebbe avuto conseguenze economiche e politiche negative per Londra. Aveva ragione, come si può dedurre dall’attivismo di Starmer verso l’Europa.

L’integrazione economica tra il Canada e gli Stati Uniti è già molto forte, a prescindere dalle dichiarazioni e dalle intenzioni di Trump. Più del 75% delle esportazioni canadesi va negli Usa. Di conseguenza il gioco dei dazi è più propaganda che altro. Pertanto la questione è squisitamente geopolitica e riguarda il controllo americano sulle materie prime e sul vasto territorio del Canada.

Il “patriota” Trump , dovrebbe sapere bene che gli Usa conquistarono la loro indipendenza dall’impero britannico con una rivoluzione voluta dal popolo, né comprata né imposta dall’alto. Non sembra che i canadesi vogliano essere annessi come cittadini di secondo grado nel nuovo ordine mondiale trumpiano. Inoltre, è opportuno anche ricordare che nella Guerra di Secessione Londra prese apertamente e concretamente la parte degli Stati della Confederazione del Sud contro Lincoln.

Non è in corso una partita a scacchi per cui si possono rimettere i pezzi al loro posto e ricominciare daccapo. La realtà non può essere violentata a piacimento. Trump potrà portare avanti solo quelle politiche che è veramente in grado di realizzare. Il resto è pura propaganda.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Trump crea un Fort Knox per i bitcoin

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Lo scorso venerdì la Casa Bianca ha ospitato il suo primo “vertice sulle criptovalute” con la partecipazione dei massimi dirigenti di varie società di asset digitali. L’importanza dell’evento è il meeting in sé, poiché i contenuti erano già stati resi pubblici in precedenza.

Trump ha voluto ripetere il suo messaggio alla finanza internazionale. Si presenta come il capo politico del mondo delle criptomonete. Ha affermato che intende trasformare gli Stati Uniti nella capitale mondiale delle criptovalute e che ha appena firmato un altro Ordine esecutivo (Oe) per creare una “Riserva strategica di bitcoin”. Il bitcoin è definito “oro digitale” per la sua scarsità e la sua presunta sicurezza. La Riserva diventerà una specie di Fort Knox digitale per le criptovalute.

L’Oe riporta che la Riserva sarà composta da bitcoin di proprietà del Dipartimento del Tesoro risultanti da confische per procedimenti civili e penali. Le altre agenzie statali dovrebbero farvi confluire quelli di loro proprietà. Gli Stati Uniti non venderanno i bitcoin depositati nella Riserva strategica. Il Tesoro e il Dipartimento del Commercio potranno acquisirne altri.

Si afferma che gli Usa detengono già una quantità rilevante di bitcoin ma non hanno ancora sfruttato questa loro posizione strategica nel sistema finanziario globale. Il finanziere d’assalto David Sacks, lo zar-cripto nominato da Trump, ha parlato di 200.000 bitcoin. Un comunicato della Casa Bianca rivela che in passato le vendite premature di bitcoin sono costate ai contribuenti oltre 17 miliardi di dollari. Interessante ammissione!

Viene inoltre istituito il Digital Asset Stockpile, un’entità dove saranno raccolti altre cripto valute diverse dai bitcoin, tra cui l’ethereum, il ripple, il solana e il cardano. Asset già di proprietà del Tesoro e altri acquistabili in futuro. Questi asset potranno essere venduti o utilizzati, tra l’altro, per finanziare operazioni di polizia.

Queste mosse mirano alla gestione delle partecipazioni in criptovalute del governo americano e intendono anticipare le altre iniziative internazionali relative alle monete digitali. Prima di tutto quelle della Cina e della Bce. Si tenga presente, però, che queste ultime sono direttamente create e gestite dagli Stati mentre le criptovalute sono strumenti monetari totalmente privati.

Il vertice rappresenta un cambiamento radicale per un settore che ha cercato a lungo di essere riconosciuto e accettato. I suoi sostenitori affermano che, nonostante i suoi recenti cali, il prezzo del bitcoin rimane più alto del 25% rispetto a quello di prima dell’elezione di Trump. I valori sono molto volatili, ma indubbiamente le dimensioni del mercato delle criptovalute sono cresciute notevolmente. Si stima per il bitcoin una capitalizzazione di circa 2.000 miliardi di dollari, per l’ethereum di 280 miliardi, per il ripple di 135 miliardi, per il solana di 67 miliardi, per il cardano di 28 miliardi.

Altri Paesi vorrebbero imitare Trump. Il Brasile, la Germania, Hong Kong, la Polonia, la Svizzera e la Russia starebbero considerando di creare delle riserve in criptovalute.

Tutto ciò sta creando apprensione in molti Stati per il timore che la diffusione delle criptovalute possa mettere a rischio l’autorevolezza delle valute nazionali quale mezzo per le transazioni, indebolirle e relegarle a ruoli marginali in un mondo dove il pagamento online è sempre più la regola quotidiana. Trump pone altri punti interrogativi, essendo disposto a esercitare nei negoziati la massima pressione nel solo interesse americano.

Le reazioni sono contrastanti per la continua volatilità. Invece di salire i valori delle criptovalute sono scesi immediatamente prima e anche dopo il vertice alla Casa Bianca.

Inoltre, mentre la Security and Exchange Commissione americana, l’ente di vigilanza delle borse valori, starebbe agevolando l’iniziativa di Trump, ritirando le indagini su diverse società di criptovalute e abbandonando una causa contro Coinbase, la più grande piattaforma di exchange di criptovalute negli Stati Uniti, il Fondo monetario internazionale, in uno specifico accordo creditizio con El Salvador, ha escluso che il governo centroamericano possa usare i fondi governativi per comprare bitcoin. Il Fmi chiede anche di smettere di indicare il bitcoin come sua moneta legale.

*già sottosegretario all’Economia **economista

La bolla del debito globale.

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Secondo il Global Debt Monitor pubblicato dall’Institute of International Finance (IIF), l’associazione delle grandi istituzioni finanziarie con sede a Washington, alla fine del 2024 l’ammontare del debito globale è salito alla cifra record di 318.000 miliardi di dollari. Esso comprende quello pubblico, quello delle famiglie, quello cosiddetto corporate debt, cioè delle imprese non finanziarie e quello delle istituzioni finanziarie. In dodici mesi è aumentato di 7.000 miliardi di dollari. Nel 2023 l’aumento era stato di ben 15.000 miliardi.

Nel 2024 probabilmente sarebbe stato di 6.000 miliardi più alto, ma l’arrivo di Trump, la riduzione rilevante della crescita, l’inflazione e l’attesa del blocco nella riduzione dei tassi d’interesse hanno frenato e ridotto la propensione all’indebitamento nell’ultimo trimestre dell’anno.
Il rapporto debito globale/pil ha, invece, raggiunto il tetto storico massimo del 328%!
Il debito totale dei paesi sviluppati è salito a 214.300 miliardi di dollari e quello dei paesi in via di sviluppo è stato di 103.700 miliardi.

Secondo il citato rapporto, circa il 65% dell’aumento del debito globale si sarebbe verificato nei mercati emergenti, principalmente Cina, India, Arabia Saudita e Turchia. Nel 2025 i paesi emergenti dovranno ripagare un debito in scadenza pari a 8.2000 miliardi, il 10% del quale è denominato in valute estere. Si prevede un periodo turbolento anche a causa delle imminenti tempeste politiche ed economiche e della guerra sui dazi.
Nei mercati sviluppati l’accumulo del debito si è concentrato principalmente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Canada e in Svezia.

In testa ci sono i debiti del settore pubblico con 95.300 miliardi di dollari, seguiti dal corporate debt con 91.300 miliardi e dai debiti delle istituzioni finanziarie con 71.400 miliardi. Il debito delle famiglie è ammontato a 60.100 miliardi di dollari.
Dal punto di vista settoriale, quasi due terzi dell’aumento del debito provengono dal settore pubblico. Il debito governativo globale ha superato i 95.000 miliardi di dollari, rispetto ai 70.000 del 2019, prima della pandemia.

Per il 2025 il Fmi prevede che il debito pubblico globale degli Stati crescerà di almeno 5.000 miliardi di dollari. E non si conosce ancora l’effetto dell’aumento delle spese militari in un mondo sconvolto dalle paure e dalle provocazioni.
Il Rapporto IIF evidenzia come in molti paesi, quelli europei per esempio, i tentativi di controllare i bilanci fiscali abbiano prodotto delle forti tensioni e delle crisi di governo. E’ avvenuto nel 2022 nel Regno Unito con la fine del mandato di breve durata del Primo Ministro Liz Truss, in Francia nel 2024 con la caduta del Primo Ministro Michel Barnier e poi con il crollo pochi mesi fa del governo tedesco di Olaf Scholz.

Circa un terzo del debito globale è detenuto dagli Stati Uniti. Secondo il Financial Account of the United States, preparato dalla Federal Reserve, ci sarebbero più di 36.000 miliardi di debito pubblico, circa 22.000 miliardi di quello business e circa 20.000 miliardi di quello cosiddetto household (famiglie e privati). Vi è poi quello delle istituzioni finanziarie di più difficile computo.

Si tenga presente che tutto ciò non comprende molto altro, come la crescente bolla delle criptovalute e quella ancora più esplosiva dei derivati otc non regolamentatati. Secondo le stime della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, questi ultimi hanno un valore nozionale di ben 730.000 miliardi di dollari. Una cifra davvero enorme!

Come si potrà notare la bolla del debito globale è al limite della tenuta. Quella americana è ancora più stressata, anche a seguito della grande crisi finanziaria del 2008-9. Oltre alle proiezioni geopolitiche americane per definire un nuovo ordine politico mondiale, l’ossessione del presidente Trump di accaparrarsi le materie prime e le terre rare dell’Ucraina, della Groenlandia e del Canada trova una rilevante spiegazione nella bolla debitoria statunitense. Esse valgono parecchie decine di migliaia di miliardi di dollari, se non di più. Se queste immense ricchezze diventassero americane, Trump potrebbe dire che il debito, sebbene enorme, sarebbe garantito da tale eccezionale sottostante.

A noi sembra un mondo in gran tempesta perché o mancano o sono in tutt’altro affaccendati i grandi nocchieri e purtroppo i popoli sembrano rassegnati.
*già sottosegretario all’Economia **economista

Gli insuccessi del primo governo Trump

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Cambiamenti profondi possono avvenire, ma richiedono tempo, a volte molto tempo. Perciò anche le enunciazioni esplosive e rivoluzionarie di Trump devono sempre fare i conti con la realtà. Questa non muta semplicemente perché lo si desidera.

Al riguardo può essere d’aiuto analizzare i risultati economici del primo governo Trump dall’inizio del 2017 alla fine del 2020. Quattro anni di gestione dell’economia e dell’amministrazione americane non sono pochi per comprendere gli effetti di una politica che voleva essere di rottura con il passato. Le politiche economiche di Trump ci sembrano le stesse di quelle che propone adesso. Oggi sono proposte con maggiore virulenza.

Il debito pubblico Usa ha visto un’impennata con Trump. Al suo arrivo lo aveva trovato a 25.600 miliardi di dollari e a fine mandato, nel dicembre 2020, era di 32.670 miliardi. Con un aumento di oltre 7.000 miliardi in 4 anni! Indubbiamente le misure economiche contro la pandemia del Covid hanno avuto un effetto importante nel 2020. Nel triennio precedente il debito era comunque cresciuto di oltre 2.300 miliardi. Oggi è di circa 35.500 miliardi. Biden si è mantenuto nel solco di Trump che, a sua volta, aveva continuato con la politica di indebitamento dei suoi predecessori.

Lo stesso vale per il deficit di bilancio. Era di quasi 600 miliardi di dollari a fine 2016 e Trump lo ha portato agli oltre 3.000 miliardi del 2020. Oggi il deficit è di 1.830 miliardi.

Anche la bilancia commerciale americana era passata dal rosso al rosso scarlatto. Era di 503 miliardi di dollari all’inizio del suo mandato e, dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, Trump la lasciava con un deficit di oltre 626 miliardi. Un buco più grande di 123 miliardi. Biden ha portato il deficit commerciale totale a oltre 918 miliardi.

E’ interessante notare che durante la sua presidenza,Trump ha ridotto di quasi 39 miliardi di dollari il deficit commerciale con la Cina. Politica continuata anche da Biden. Riduzioni nella maggior parte rimpiazzate dagli aumenti di importazioni da altri paesi, anche dall’Ue.

Ora Trump, per esempio, ha annunciato tariffe generali del 25% su acciaio e alluminio. Una ripetizione di ciò che aveva fatto all’inizio del 2017. Senza alcun effetto positivo! I principali esportatori oggi sono gli stessi di allora: il Canada, l’Europa e il Messico. Nel 2017-18 le importazioni diminuirono, ma il consumo interno di acciaio diminuì ancor di più, e la stessa produzione di acciaio degli Stati Uniti scese leggermente. Ma i prezzi aumentarono. Oggi la produzione americana di acciaio è leggermente inferiore rispetto a quella del 2015. La Cina, invece, oggi produce più della metà dell’acciaio mondiale. Un simile risultato si è avuto anche per l’alluminio.

Molti sono stati gli studi sugli effetti negativi della politica dei dazi del primo Trump sull’economia americana. Gli effetti accertati furono un leggero aumento dell’inflazione e la diminuzione delle produzioni interne. Non possono essere tutte catalogate come parte di un “complotto contro Trump”. Per esempio, nella relazione tenuta davanti a un Comitato del Congresso, la Tax Foundation, un think tank indipendente, ha riportato che la Commissione per il commercio internazionale degli Usa (USITC) ha riscontrato che, a seguito dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, si era avuto un aumento di 2,8 miliardi di dollari nella produzione, anche dovuto ai prezzi più elevati determinati dai dazi. Ha riscontrato altresì la diminuzione della produzione per 3,4 miliardi di dollari in alcuni comparti produttivi, come nelle costruzioni e nelle industrie che usano l’acciaio e l’alluminio.

Anche la Federal Reserve Bank di San Francisco a febbraio 2019 aveva stimato che le prime tre tranche di dazi sui beni cinesi avevano fatto aumentare dello 0,1% i prezzi al consumo nell’intera economia. Ci furono diversi cambiamenti nella politica tariffaria da febbraio 2019 (in particolare l’aumento dei dazi sulle importazioni cinesi al 25%) che, secondo lo studio, avrebbero generato un altro aumento dei prezzi al consumo dello 0,3%.

Quando ha annunciato i dazi “urbi et orbi”, Trump ha più volte ammesso che “potremmo avere qualche piccolo dolore (pain) nel breve termine, e la gente lo capisce.”. Forse è già consapevole che non saranno tutte rose e fiori. Sostiene anche che gli Stati Uniti “sono stati derubati” da ogni paese del pianeta. Davvero strano questo vittimismo da parte della nazione più potente del mondo.

La sensazione netta è che Trump, con Musk e altri, voglia sconquassare l’intero sistema delle relazioni internazionali nate alla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo noi forse è l’ora di una nuova Bretton Woods, dove definire una più equa governance mondiale e una riforma del sistema economico, commerciale e finanziario globale, cui dovrebbero partecipare non solo gli Usa e l’Europa ma anche tutti i paesi Brics, l’Unione africana e il Mercosur.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Dazi Usa: la lezione della Grande Depressione

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Nel discorso d’inaugurazione della sua presidenza, Donald Trump affermò: “Applicheremo dazi e tasse ai paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini.”.
Non si può liquidare come una semplificazione estrema o uno slogan elettorale. E’ un’affermazione preoccupante che rivela la mancanza di comprensione di come funziona un’odierna economia complessa, nazionale e internazionale.
Certi ideologi americani sostengono che Trump porterà a una violenta de-globalizzazione a favore di un nazionalismo economico americano esasperato, quasi autarchico. In realtà, nessun paese, tanto meno gli Stati Uniti, che voglia dettare le proprie condizioni al resto de mondo, può pensare di vivere in un progressivo isolamento e al contempo voler esercitare un dominio unilaterale.
In primo luogo, i dazi producono inevitabilmente legittime reazioni politiche ed economiche. Di solito generano dei contro dazi, proprio come con le sanzioni. Perché una nazione importante dovrebbe subirli senza rispondere? Forse si potrebbe pensare che il Canada o il Messico sarebbero indotti a sottomettersi per paura del gigante vicino. Ma la Cina? E il gruppo dei paesi Brics, tutti insieme? E, perché no, l’Unione europea? Si arriverebbe velocemente a una guerra economica globale con delle pericolosissime ripercussioni in campo geopolitico.
Solitamente i dazi sono imposti per far sì che, invece di importare certe merci, queste possano essere prodotte all’interno del proprio territorio, in questo caso negli Usa. E’ vero, per esempio, che con gli Usa la Cina ha un surplus commerciale favorevole di 270 miliardi di dollari. Anche l’Europa ha un surplus di 130 miliardi. Nell’ultimo anno la Cina ha esportato più merci negli Usa di quanto ne ha importato. Lo squilibrio è soprattutto il risultato della decennale politica americana di outsourcing, cioè la scelta di trasferire le proprie imprese in quei paesi dove la mano d’opera è a basso costo e dove si possono fare delle cose che negli Usa sarebbero vietate, per esempio dalle leggi ambientali.
Tale politica, oltre che con la Cina, è stata fatta anche nei confronti del Messico. Infatti, lungo il confine sono nate centinaia di cosiddette maquiladoras, dove imprese, spesso controllate dal capitale americano, producono per il mercato statunitense a prezzi molto ridotti. Una situazione creata dalle multinazionali americane.
Adesso, però, la domanda obbligata è: possono le imprese americane rimpiazzare velocemente i prodotti che non arriveranno dagli altri paesi a causa dei dazi? Sono in grado di farlo? E se sì, di quanto tempo hanno bisogno per creare e far operare delle imprese locali capaci di riempire il buco creato?
Gli Stati Uniti non sono la Russia. Quando, dopo l’annessione della Crimea, sono state imposte delle sanzioni, Mosca ha fatto immediatamente partire centralmente una politica di immediato sostegno alle imprese locali per rimpiazzare i prodotti bloccati e ha cercato, soprattutto con la Cina, di coprire celermente certe importazioni tecnologiche mancanti. Trump ha una politica dirigistica di questa portata? Oppure lascerà che sia il mercato a reagire? Potrebbe essere un calcolo errato.
Inoltre, i dazi sulle merci importate faranno lievitare i prezzi al consumo negli Usa. Forse nell’immediato non del 10% come i dazi imposti alla Cina. Ma senz’altro aumenteranno di alcuni punti percentuali. E di quanto lieviteranno nel tempo? Dazio non è la parola magica per far arricchire i cittadini americani né quelli di altri paesi. Al contrario, c’è il rischio di impoverimento.
Da non sottovalutare è l’effetto più generale delle restrizioni sul commercio mondiale. Basterebbe rispolverare gli studi fatti sulle conseguenze negative generate dalle politiche dei dazi imposti dopo la grande crisi di Wall Street del 1929.
Allora il governo Herbert Hoover sottoscrisse il noto Smoot-Hawley Tariff Act, la legge che impose dazi di oltre il 20% a tutti i prodotti importati. Almeno 20 paesi risposero con dei contro dazi. Dal 1929 al 1933 l’export-import americano crollò del 67% e con esso anche il commercio mondiale. Gli effetti del crack finanziario e dei dazi nei confronti del resto del mondo produssero la Grande Depressione con alta inflazione, crollo delle produzioni e milioni di disoccupati. Fu fermata soltanto dalle politiche di rilancio industriale del New Deal di Franklin Delano Roosevelt.
Qualcuno dovrebbe ricordare e spiegare tutto ciò al presidente Trump. Un aiuto a una migliore comprensione potrebbe venire anche dall’Unione europea. Siccome anche l’Ue dovrebbe essere colpita dai dazi, perché non unire le forze con il gruppo dei Brics e far arrivare al presidente Trump un messaggio chiaro a non commettere un simile errore? Non è una sfida ma un consiglio amichevole, anche un invito a guardare al mondo e a farsi carico dell’urgente assetto multilaterale geopolitico, rispetto all’attuale pericoloso disordine mondiale.

*già sottosegretario all’Economia **economista

L’Africa non diventi terreno di nuove guerre tra occidente e oriente
di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Può l’Africa diventare il polo internazionale dello sviluppo e della cooperazione anziché essere un teatro di scontri e di rivalità strategica e geopolitica? In gran parte dipende, piaccia o no, dalle decisioni dell’Amministrazione Trump. In verità nel suo primo mandato l’ha ignorata o tollerata come un fardello.
Biden ha fatto lo stesso. Ad eccezione della sua partecipazione alla conferenza Onu sui cambiamenti climatici tenutasi in Egitto nel 2022. Solo alla fine del suo mandato egli ha visitato l’Angola. L’intenzione, però, non è lo sviluppo dell’Africa attraverso una genuina cooperazione, ma l’accaparramento delle sue materie prime e il contenimento delle varie operazioni cinesi sul continente.

L’oggetto della visita è stato il Corridoio di Lobito, la costruzione della ferrovia di 1.700 km per il trasporto delle materie prime dal bacino minerario, formato dall’Angola, dalle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo e dallo Zambia. Come noto, tale bacino è ricchissimo di cobalto, rame, coltan e tantissimi altri minerali strategici. Il progetto è finanziato dagli Usa per quasi un miliardo di dollari, con il sostegno e la piena partecipazione finanziaria dell’Unione europea. Il programma europeo Global Gateway prevede, sulla carta, investimenti in Africa per 150 miliardi di euro. Il Corridoio di Lobito è in cima alla lista. E’ anche il principale progetto del Piano Mattei con uno stanziamento di 300 milioni di euro.
Il progetto, purtroppo, si contrappone alla ristrutturazione della ferrovia Zambia-Tanzania, finanziato dalla Cina, con lo sbocco sull’Oceano Indiano. Naturalmente le materie prime estratte in Zambia, soprattutto il cobalto, partirebbero verso i porti cinesi.

Invece di diventare una zona di conflitti, sarebbe opportuno, secondo noi, cercare un coordinamento dal quale tutti potrebbero trarne dei benefici. In particolare i paesi africani che troppo spesso sono considerati solo come produttori di merci senza alcun potere. Senza il necessario coordinamento queste vaste regioni africane potrebbero diventare una zona di vera e propria guerra per procura, proprio come in passato sono stati l’Angola e il Mozambico.

Sull’Africa si gioca anche la grande partita della disinformazione. Come la narrazione della dipendenza debitoria dei paesi africani verso la Cina che li renderebbe succubi e ricattabili da Pechino. Si tenga presente che la Cina è il terzo partner commerciale e il secondo grande creditore degli Usa. Anche qui c’è una “influenza maligna”? Non crediamo. Mentre l’interesse politico americano verso il continente sembrerebbe poca cosa, nel periodo 2019-23 gli Usa, in verità, hanno avuto una quota del 16% nella vendita delle armi in Africa rispetto al 13% della Cina.

La presenza industriale e commerciale della Cina in Africa è cresciuta enormemente da quando la Belt and Road Initiative (Bri), la cosiddetta Nuova Via della Seta, è stata proiettata verso i paesi africani, anche con la costruzione di strade, ferrovie e altre infrastrutture. Ciò ha fatto sì che la Cina sia diventata il principale partner commerciale dell’Africa con un interscambio di 282 miliardi di dollari nel 2023, quattro volte quello avvenuto tra Usa e Africa.

Negli ultimi due decenni la Cina ha prestato ai governi africani 160 miliardi di dollari per progetti che oggi rappresentano il 20% della produzione industriale africana. Comunque, la stragrande maggioranza del debito africano è dovuta a creditori occidentali. Solo sette dei 22 paesi africani in difficoltà devono più di un quarto del loro debito pubblico alla Cina.

Purtroppo, sul tema vi è un silenzio assordante, con l’eccezione di papa Francesco. In occasione dell’apertura del Giubileo 2025, il pontefice ha lanciato l’appello per una «consistente riduzione, se non proprio il totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte nazioni». In occasione della 58.ima Giornata mondiale della pace, inoltre, ha affermato che “il debito estero è diventato uno strumento di controllo, attraverso il quale alcuni governi e istituzioni finanziarie private dei paesi più ricchi non si fanno scrupolo di sfruttare in modo indiscriminato le risorse umane e naturali dei paesi più poveri, pur di soddisfare le esigenze dei propri mercati”.” I paesi di tradizione cristiana, ha aggiunto, diano l’esempio.

Il dato sui prestiti evidenzia che l’Africa, in particolare le regioni sub sahariane, è la più negletta tra le varie nazioni. Si consideri che nel 2023 il Fmi ha concesso più prestiti al Messico che a tutti i 55 paesi africani messi insieme!
*già sottosegretario all’Economia **economista

La zavorra africana del debito

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi **

Da quando il suo debito è negoziato sui mercati internazionali, il problema per l’Africa si è fatto più critico. Alla fine del 2023, il 49% del debito africano era in mano di privati, cioè di fondi, di banche e di altri finanzieri internazionali. Si prevede che salirà al 54% entro la fine del 2024. Tra il 2015 e il 2022, per 49 dei 54 paesi africani i costi medi del servizio del debito sono aumentati dall’8,4% al 12,7% del pil. Secondo l’African Economic Outlook Report della Banca africana per lo sviluppo (AfDB), nel 2024 i paesi africani dovrebbero spendere circa 74 miliardi di dollari per il servizio del debito. Rispetto ai 17 miliardi del 2010. 40 dei 74 miliardi è dovuto a creditori privati.

Il vicepresidente e capo economista dell’AfDB, Prof. Kevin Urama, intervenendo il 30 novembre alla quinta sessione straordinaria del Comitato per la finanza e gli affari monetari dell’Unione africana, tenutosi ad Abuja, in Nigeria, ha affermato: “La mutevole struttura del debito verso i creditori privati ​​comporta opportunità e sfide. Quando prendono a prestito sui mercati dei capitali internazionali, i paesi africani pagano interessi del 500% in più rispetto a quanto pagherebbero all’AfDB e alla Banca mondiale”. Si tenga presente che dal 2010 il debito pubblico dell’Africa è aumentato del 170%, in gran parte a causa dei problemi strutturali del sistema debitorio, dei recenti shock globali e delle sue note debolezze.

Una delle ragioni dell’alto costo è certamente la tendenza di utilizzare debiti a breve termine e, quindi, a interesse alti, per finanziare progetti di sviluppo a lungo termine. Lo chiede il mercato. Le implicazioni per la sostenibilità del debito nel medio e lungo periodo sono ovvie. Come conseguenza, 20 paesi africani sono attualmente in difficoltà debitorie o ad alto rischio di esserlo, rispetto ai 13 del 2010.

Sempre secondo l’AfDB il rapporto debito pubblico/pil è mediamente cresciuto dal 54,5% del 2019 al 64% del 2020 per poi rimanere relativamente stabile. Dal 2000 al 2021 23 paesi africani hanno cercato crediti sui mercati privati per un totale di 1.510 miliardi di dollari. La stragrande maggioranza del debito pubblico verso l’estero è in dollari: nel 2022 circa il 70%, mentre quello in euro solo il 14,5%. Questa dipendenza dal dollaro è diventata nefasta quando la Federal Reserve ha alzato i tassi d’interesse. Molti paesi coprono i deficit di bilancio non pagando, ma rifinanziando i debiti in scadenza, soprattutto verso i fornitori privati di merci e di servizi e verso i creditori istituzionali. Il pagamento degli interessi sul debito rappresenta, mediamente per l’Africa nell’ultimo decennio, il 12,7% del pil, mentre la spesa per la salute solo 1,8% e quella per l’istruzione il 3,6 %.

Nel suo Regional Economic Outlook per l’Africa sub sahariana di ottobre, anche il Fondo monetario internazionale ha dipinto un quadro preoccupante: “L’inflazione rimane a due cifre in quasi un terzo dei paesi. La capacità di servizio del debito è bassa e l’aumento degli oneri debitori sta erodendo le risorse disponibili per lo sviluppo. Le riserve valutarie sono spesso insufficienti.”. I paesi esportatori di materie prime e di petrolio sarebbero in maggiori difficoltà.

Anche per tutte queste ragioni i leader africani chiedono riforme urgenti del sistema finanziario globale. Non vogliono essere le vittime delle speculazioni finanziarie e sulle commodity. Nello stesso tempo operano per un meccanismo di stabilità finanziaria regionale, per l’utilizzo delle monete locali nei commerci interafricani e, dove possibile, con il resto del mondo. In questo processo ci s’ispira alla Nuova Banca di sviluppo (Ndb) dei Brics.

Alla luce delle tensioni geopolitiche, dei rischi climatici e delle imprevedibili tendenze economiche globali, l’eccessiva dipendenza dell’Africa dai mercati esterni sta diventando sempre più problematica. L’AfDB enfatizza, perciò, la necessità di un sistema finanziario africano più solido e resiliente e di sforzi concertati per realizzare gli obiettivi d’integrazione economica a lungo termine del continente.

Molti paesi africani, tra cui la Nigeria, la più forte economia del continente, operano per stabilire istituzioni come l’African Monetary Institute e l’African Financing Stability Mechanism, sulla scia delle esperienze europee, che sono essenziali per raggiungere la convergenza macroeconomica, la resilienza finanziaria, l’indipendenza economica e l’autosufficienza del continente africano.

Queste problematiche economiche dei vari paesi africani non possono essere sottaciute o ignorate da chi – siano essi le amministrazioni americane, l’Ue e i vari paesi europei, a cominciare dall’Italia con il suo Piano Mattei – intende avere rapporti stabili con il continente. Si tratta in particolare di quei problemi finanziari strutturali globali che hanno ricadute nei paesi dell’Africa e del Sud del mondo. Sottovalutarli e non affrontarli vuol anche dire favorire un’incontrollata emigrazione di massa con i suoi effetti destabilizzanti.

*già sottosegretario all’Economia **economista

L’Africa è stanca di essere povera

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

L’attenzione del mondo economico internazionale verso l’Africa sembra essere in crescita esponenziale. Lo si è visto recentemente all’incontro dell’Africa Investment Forum (Aif), organizzato dalla Banca Africana di Sviluppo (AfDB) a Rabat, in Marocco. Erano presenti 2.300 investitori e delegati provenienti da 83 paesi. In discussione sono stati più di 37 progetti di investimento, alcuni dei quali di rilevanti dimensioni, in tutti i settori economici, dalle infrastrutture all’agroalimentare, dall’energia alla gestione idrica e all’estrazione mineraria.

Quest’anno lo sponsor principale è stato il lontano Giappone, presente con oltre un centinaio di aziende, tra le quali le più importanti corporation dell’energia e dei nuovi minerali, le cosiddette “terre rare” d’importanza strategica.

Da sottolineare che nel 2025 due importanti appuntamenti economici africani, tra cui la Conferenza ministeriale per lo sviluppo africano, si terranno proprio in Giappone. Il paese del Sol Levante è anche il più grande contributore di prestiti agevolati della Banca Africana di Sviluppo, con un interesse specifico nei settori dell’agricoltura, anche attraverso l’utilizzo di nuove avanzate tecnologie.

Il che vuol dire che, nessuno ce ne voglia, Tokyo negli anni passati è stata molto più attiva di Roma nei rapporti con il continente africano. Qualcosa che l’Italia, che si affaccia sul Mediterraneo e con il suo decantato Piano Mattei, non dovrebbe ignorare. La delegazione italiana, senz’altro più numerosa e rappresentativa che negli incontri passati, a Rabat appariva abbastanza marginale in mezzo alle grandi banche americane come la JP Morgan e la Goldman Sachs, ai maggiori fondi di investimento internazionali e alle grandi corporation. Comunque la dirigenza dell’AfDB avrebbe espresso un certo apprezzamento per il progetto e il modello italiani.

L’Aif di Rabat è stato guidato con forza e lungimiranza da Akinwumi Adesina, presidente dell’AfDB dal 2015 e ideatore del Forum. Adesina, che in precedenza era stato ministro dell’Agricoltura della Nigeria, ha dettagliato le potenzialità attuali e le prospettive future dello sviluppo del continente africano. Per esempio, l’Africa oggi ha il 65% di tutte le terre arabili del mondo, attualmente incolte. Questo è un dato che la rende oggettivamente centrale nella politica della sicurezza alimentare globale nel prossimo futuro. Si calcola che entro il 2030 le dimensioni del mercato alimentare e agricolo in Africa varranno non meno di 1.000 miliardi di dollari.

Tuttavia, al di là degli aspetti economici, la maggiore ricchezza dell’Africa è la sua giovane popolazione. Secondo uno studio del New York Times entro il 2050, su 4 abitanti del pianeta 1 sarà africano. Entro tale data, il continente dovrebbe raddoppiare la sua popolazione, raggiungendo 2,4 miliardi di persone, cioè la popolazione complessiva della Cina e dell’India di oggi messe insieme. Ciò comporterà una grande domanda di beni alimentari, di servizi e di alloggi. Soltanto il settore abitativo creerà opportunità d’investimento pari a 1.400 miliardi di dollari. Le infrastrutture di base, trasporti, energia e acqua, già oggi richiedono investimenti di almeno 170 miliardi l’anno.

Secondo Adesina le ricchezze di materie prime sono immense. A livello globale l’Africa ha il 95% del cromo, il 90% del platino, i due terzi delle riserve mondiali di cobalto, il 30% del litio e del manganese, il 20% della grafite. Tutti materiali indispensabili per la produzione di batterie elettriche e per la cosiddetta transizione verde. Le dimensioni dei sistemi di accumulo di energia dei veicoli elettrici e delle batterie passeranno dai 7.000 miliardi di dollari previsti per il 2030 ai 59.000 miliardi per il 2050. L’Africa, che adesso funge da fornitore di minerali grezzi, ha un’opportunità unica di “risalire la catena del valore”, con investimenti nei settori dei minerali critici. Citando l’agenzia americana Bloomberg, Adesina ha ricordato che la produzione di batterie al litio nella Repubblica Democratica del Congo sarebbe tre volte meno costosa di quella degli Usa, della Cina o della Polonia!

Quindi, l’Africa Investment Forum è un grande successo. Nelle ultime 5 edizioni aveva realizzato transazioni per un valore di 30 miliardi di dollari. Quest’anno, i partner di Aif hanno avviato accordi per un valore di oltre 15 miliardi, pari alla metà di quanto transatto nel quinquennio precedente.

Adesina ha detto chiaramente che l’Africa è consapevole che “una causa della povertà è l’esportazione di materie prime, sia in agricoltura che nei minerali”. Di conseguenza l’Africa non vuole essere più solo un fornitore di materie prime, ma intende diventare un attore chiave nello sviluppo delle catene del valore: industrializzazione, ricerca e realizzazione di nuove tecnologie.

“L’Africa è stanca di essere povera”, ha affermato Adesina.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Sempre pericoloso il gioco dei bitcoin

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Sarà un caso, ma dalla vittoria elettorale di Donald Trump a oggi il valore della più nota cripto valuta, il bitcoin, è cresciuta di quasi il 50%, raggiungendo il suo livello massimo storico di quasi 100.000 dollari. Dall’inizio dell’anno la crescita è stata del 130%!
Questo boom ha trascinato al rialzo tutte le altre criptomonete: in un mese la piattaforma ethereum è cresciuta del 40%; dogecoin, legata a Elon Musk, del 270%. Ma le fluttuazioni giornaliere restano molto grandi.
Trump si è assunto tutta la responsabilità di tale speculazione quando in campagna elettorale ha promesso di trasformare gli Usa nella “capitale delle criptovalute del pianeta”. Ha anche partecipato personalmente alla conferenza organizzata dagli operatori e dai sostenitori del bitcoin. Inoltre, la sua società “Trump Media and Technology Group” starebbe acquistando Bakkt, una delle maggiori piattaforme, dove si trattano le operazioni in criptovalute.
La cosa ancora più grave, se fosse mantenuta, è l’intenzione di Trump di accumulare una riserva nazionale di bitcoin. Se così fosse, la Federal Reserve sarebbe chiamata in causa a sostegno del valore delle criptomonete qualora esse avessero un tracollo.
Si ricordi che già nel novembre 2022 il valore del bitcoin era crollato a 16.000 dollari da 69.000 di qualche mese prima!
La propaganda presenta le criptovalute come forme di libertà monetaria anarcoide, perché fuori dal controllo di quello che chiamano il “deep state” della banca centrale e delle istituzioni governative. Esse, però, non hanno alcun valore sottostante di riferimento e nessun sistema di garanzia. Non c’è un emittente riconosciuto e, quindi, in caso di crisi finanziaria manca la copertura fornita dal cosiddetto prestatore di ultima istanza, come la Fed per il dollaro o la Bce per l’euro.
Esse funzionano come sistema di pagamento e di altre operazioni finanziarie tra i partecipanti che fanno parte del club. Non hanno le caratteristiche di una moneta legale, ma attraverso le transazioni lo diventano di fatto. Non rappresentano più solo una fetta relativamente piccola del sistema finanziario. Oggi la loro capitalizzazione è stimata in oltre 3.400 miliardi di dollari. Si calcola che soltanto negli Usa ogni giorno si muovono operazioni in criptovalute pari a 30 miliardi di dollari. Stanno assumendo, quindi, una dimensione tale da coinvolgere l’intero sistema finanziario in caso di crisi. E senza alcuna rete di protezione. Il che per gli investitori, soprattutto minori, è un azzardo.
In caso di crollo perciò il problema non si pone solo per chi vi partecipa direttamente, che perde tutto senza alcun rimborso. Preoccupa che sempre più banche tradizionali e fondi d’investimento siano coinvolti. Esse utilizzano tutti gli strumenti già in atto per le speculazioni. Le criptovalute sono usate per generare delle leve finanziarie con cui operare, per esempio, sul rischioso mercato dei derivati otc.
Recentemente, BlackRock, il più grande fondo d‘investimento americano, ha ottenuto il permesso di operare in borsa con un suo fondo Etf sul bitcoin. In questo caso l’Etf replica l’andamento dell’indice del bitcoin. I fondi Etf possono essere acquistati e venduti come se fossero delle azioni. Essi sono altamente speculativi quando operano con la leva finanziaria.
Un altro aspetto di negativa gravità è che le criptovalute non sono soggette alla vigilanza operante per sistema bancario. Non sono regolamentate, nonostante i vari tentativi di farlo. Ecco perché le varie autorità credono che siano sempre più usate per operazioni di riciclaggio e per altre transazioni illecite.
La Security Exchange Commission (Sec), l’omologa americana della nostra Consob, ha cercato di imporre dei controlli, riuscendo soltanto a introdurre piccole azioni legali su questioni secondarie senza affrontare il cuore del problema.
Con l’arrivo di Trump, però, Gary Gensler, il presidente della Sec, ha annunciato le sue dimissioni. Questo è stato visto come un segnare di futuro allentamento dei controlli e ciò ha creato una certa euforia sui mercati delle criptovalute.
Ma è possibile creare ricchezza finanziaria dal nulla? Non lo crediamo. Se fosse vero, i geni delle cripto sarebbero i nuovi dei dell’Olimpo, sarebbero i creatori di un nuovo Eden finanziario. E se fosse il contrario? Agli adepti di questo nuovo culto varrebbe l’ammonizione dantesca “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”.
Tutto ciò oggi avviene mentre in tanti temono la bolla dei valori di Wall Street. Si ricordi, infine, che anche la Bce ha recentemente ammonito circa l’eccessiva esuberanza dei mercati e delle borse con possibili correzioni improvvise. Non è un momento per giocare con altre bolle finanziarie!

*già sottosegretario all’Economia **economista

La bolla dei dollari off shore

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Ci sono obbligazioni e altri titoli di debito in dollari per ben 13.000 miliardi detenuti fuori dagli Usa da banche non americane e da non-banks, cioè da fondi di ogni tipo, da governi, da organizzazioni internazionali e anche da privati. Lo rivela un recente studio della Federal Reserve di Atlanta.

Da una parte riflette il ruolo globale del dollaro nel commercio e nella finanza internazionale. Ogni giorno migliaia di miliardi di dollari sono usati in innumerevoli transazioni finanziarie.
Però, è una vera bomba a orologeria. Infatti, i citati 13.000 miliardi non hanno alcuna copertura da parte della Federal Reserve.

Le banche con sede al di fuori degli Stati Uniti devono, quindi, rinnovare le obbligazioni in dollari in scadenza e altri titoli di debito per una cifra enorme. In gioco c’è la tenuta delle varie banche e non-banks in campo.

I detentori di tale ammontare sono per oltre la metà in Canada, UK, zona euro, Svizzera e Giappone. La Cina ha circa 1.000 miliardi in bond americani.

La composizione dell’ammontare totale è cambiata notevolmente dopo la grande crisi finanziaria del 2008. Le obbligazioni in dollari in circolazione sono cresciute più rapidamente dei prestiti bancari. Oggi i bond rappresentano più della metà dello stock di debito offshore in dollari.

La Fed nota che, oltre a questi debiti diretti, ci sono grandi stock di prodotti derivati in valuta estera (FX), gli otc tenuti fuori bilancio. Si noti che in uno swap FX, una controparte prende in prestito dollari a fronte della garanzia di un importo equivalente in un’altra valuta.

Si ricordi, però, che gli swap FX non sono una scommessa secondaria risolvibile con un pagamento unidirezionale dal perdente al vincitore come nella maggior parte delle transazioni derivate. In uno swap FX da 100 milioni di dollari, l’importo preso in prestito deve essere totalmente rimborsato.

C’è un’ulteriore aggravante. A metà del 2022 le non banks al di fuori degli Usa avevano operazioni in derivati otc per 26.000 miliardi, circa il doppio delle loro passività in bilancio. Le banche non statunitensi avevano altri 39.000 miliardi di dollari in derivati fuori bilancio, più del doppio delle loro passività in bilancio.

Il mercato degli swap FX è il più grande mercato di credito in dollari in circolazione. Ma per la sua natura fuori bilancio è spesso trascurato. Gli swap FX in dollari hanno fatturato nel mese di aprile 2022 3.500 miliardi di dollari al giorno, per lo più a scadenze inferiori a una settimana. Il dollaro predomina in questo mercato ed è presente in circa il 90% di tutti gli swap FX.

Il problema si pone quando queste banche, fondi o entità estere vanno in difficoltà, anche nella gestione dei titoli in dollari in loro possesso, e bisogna intervenire per evitare che un default generi una reazione a catena. Simili situazioni si sono verificate più volte negli ultimi anni, costringendo la Fed a grandi interventi di salvataggio. In altre parole la banca centrale americana ha messo a disposizione delle altre banche centrali enormi somme per tamponare le crisi.

Per esempio, le difficoltà di gestione finanziaria internazionale provocate dalla pandemia hanno costretto la Fed nel 2021ad aumentare gli swaps da 5 miliardi di dollari alla settimana dell’inizio di marzo a circa 450 miliardi alla settimana a fine maggio. Con i crediti temporanei di emergenza le altre banche centrali hanno acquistato titoli e altre attività in perdita, altrimenti invendibili, per contenere l’ondata di perdite e quindi evitare possibili default.

Simili situazioni si sono verificate con la crisi delle obbligazioni pubbliche inglesi nel settembre del 2022 e con la crisi del Credit Suisse e la sua conseguente acquisizione da parte della banca svizzera Ubs.

E’ la globalizzazione finanziaria! Un suo eventuale scossone si riverbererebbe nell’intero sistema finanziario internazionale basato sul dollaro. Esso ha goduto a lungo del suo dominio. Adesso, però, con l’esplosione del debito pubblico e di quello delle imprese, e con la gigantesca bolla speculativa dei derivati otc non regolamentati, ogni seria difficoltà si ripercuote inevitabilmente sulla tenuta del sistema del dollaro.

Non è una situazione nuova, ma le difficoltà diventano sempre più grandi e sempre più frequenti. Questa è la ragione per la quale la Federal Reserve di Atlanta esprime serie preoccupazioni di fronte ai rischi impliciti in una gestione poco controllata del sistema. Una ragione di più per riformare profondamente l’attuale sistema finanziario internazionale.

*già sottosegretario all’Economia **economista

I risultati del Summit dei Brics di Kazan

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Il Summit dei paesi Brics, conclusosi a Kazan, capitale della Repubblica del Tatarstan in Russia, si è focalizzato sugli attuali assetti internazionali e sui maggiori argomenti di geopolitica. Il tema dell’incontro è stato il “Rafforzamento del multilateralismo per uno sviluppo globale giusto e per la sicurezza” verso un ordine mondiale democratico. Ci sembra che questa volta le questioni economiche più innovative, ovviamente evidenziate, siano state oggetto di maggiore riflessione e di prospettive future.
E’ stato il primo Summit che, oltre ai tradizionali fondatori, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ha visto la partecipazione dei capi di governo dei 4 nuovi membri, Etiopia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Iran. In realtà è stato molto più allargato con la presenza ai massimi livelli di 36 paesi e di una vasta partecipazione delegati. Tra i paesi ospiti vi erano il Messico, l’Indonesia, il Bangladesh. Mancava quasi totalmente l’Africa sub sahariana. Importante è stata la presenza del presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, Guterres, quella di Abu Mazen dell’Autorità palestinese e di Erdogan, presidente della Turchia, un paese membro della Nato.
La Dichiarazione finale riflette la volontà e la necessità dei paesi del Global South di mantenere e rafforzare il ruolo centrale delle Nazioni Unite, quale “sede istituzionale mondiale” dove portare avanti le riforme in tutti i campi politici ed economici e anche il dialogo e la mediazione per superare i vari conflitti. Si riconosce il G20 quale forum globale primario per la cooperazione economica e finanziaria multilaterale.
Temono giustamente che, senza l’Onu, i paesi poveri ed emergenti siano in balia dell’anarchia e della “legge del più forte”. Per loro è il luogo dove avrebbero spazio il multilateralismo e la multipolarità. Naturalmente chiedono una sua profonda riforma, così come quella del Consiglio di Sicurezza, delle vecchi istituzioni di Bretton Woods e dell’Organizzazione mondiale del commercio. In tutte le istituzioni internazionali, il gruppo dei Brics si fa promotore degli interessi dei paesi poveri e di quelli emergenti. Come già fatto per l’adesione dell’Unione Africana al G20.
Si dichiarano preoccupati degli “effetti distruttivi delle misure illegittime, unilaterali e coercitive, comprese le sanzioni illegali, sull’economia mondiale, sul commercio internazionale e sugli obiettivi di sviluppo sostenibile”. Perciò ne chiedono l’eliminazione.
Naturalmente hanno discusso dei due grandi conflitti in atto. Rispetto al Medio Oriente, i Brics pongono le loro posizioni totalmente nel solco delle Nazioni Unite e, quindi, sostengono la piena appartenenza all’Onu dello Stato di Palestina e la soluzione dei “due popoli due Stati”. Invitano, perciò, Israele a fermare l’escalation di violenza e a ritirare l’esercito da Gaza, dalla Cisgiordania e dal Libano.
Rispetto al conflitto ucraino, invece, la Dichiarazione rimanda genericamente alle posizioni già espresse dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale dell’Onu, invitando tutti ad attenersi agli Scopi e ai Principi della Carta delle Nazioni Unite. Ben venga, si dice, ogni mediazione per una soluzione pacifica.
Il Summit è stato indubbiamente un grande successo diplomatico e politico della Russia. Putin sarà isolato dall’Occidente, ma non dal resto del mondo. Anzi. Inoltre, a Kazan si sono tenuti numerosi incontri bilaterali tra Putin e gli altri Capi di Stato, e anche tra i diversi leader tra di loro. Ad esempio, tra il presidente cinese Xi e il primo ministro indiano Modi.
I Brics hanno rilevato che la cooperazione economica multilaterale è “essenziale per limitare i rischi risultanti dalla frammentazione geopolitica e geoeconomica”. Ribadendo la necessità di una riforma dell’architettura finanziaria internazionale, hanno da subito evidenziato il problema del debito che blocca lo sviluppo di molti paesi emergenti, aggravato dalla politica dei tassi di interesse elevati. Al riguardo ricordano gli impegni presi dal G20 per alleviare il problema del debito e la necessità di promuovere una “finanza composta” per mobilitare capitali privati verso investimenti infrastrutturali.
Nei rapporti economici tra i Brics e i loro alleati, svolge un ruolo centrale e propulsivo la New Development Bank. la banca del gruppo. La Dichiarazione finale rileva l’importanza di proseguire con l’Interbank Cooperation Mechanism, il meccanismo per facilitare le pratiche e gli strumenti finanziari innovativi, crediti di vario tipo, anche attraverso l’uso delle monete locali. Il ruolo di queste ultime è centrale nelle transazioni e nei regolamenti finanziari, come già previsto dall’Iniziativa sui pagamenti transfrontalieri, che prevede la creazione di un’infrastruttura di deposito e regolamento transfrontaliero indipendente, chiamata Brics Clear. Oggi la Russia e molti altri Stati sono esclusi dall’utilizzo del sistema SWIFT, gestito dagli Usa e dall’Occidente, la piattaforma di controllo e accettazione di ogni pagamento o trasferimento finanziario transfrontaliero.
Ai capi del Brics sono stati presentati una serie di studi e di proposte concernenti iniziative innovative economiche e finanziarie, Molte, come il Brics Clear e un’eventuale moneta di conto, richiedono studi più approfonditi prima della loro realizzazione. In merito la Dichiarazione impegna i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali a continuare i lavori e presentarli nei prossimi incontri.
In conclusione, il Summit di Kazan ha plasticamente dimostrato che i Brics e le loro iniziative non possono più essere ignorati o considerati soltanto come una sfida al sistema del dollaro. Il multilateralismo non è una guerra, è una necessaria riforma pacifica. E’ opportuno prenderne atto, soprattutto in Europa. Il fatto che per la prima volta i media occidentali, anche quelli italiani, abbiano dato un significativo risalto ai lavori del Summit ci sembra sia un segnale positivo.

*già sottosegretario all’Economia **economista