Articoli

La Brigata Ebraica e la rottamazione del 25 Aprile. Ovvero, dove anche secondo Moni Ovadia mira il vertice integralista della comunità ebraica romana e di quella milanese

E’ un fatto che in occasione del 25 aprile della brigata ebraica non si è mai parlato per decenni, anche perché il suo ruolo nella lotta al nazifascismo in Italia è stato minimo se non trascurabile. E’ certo giusto e comprensibile che gli ebrei – e magari non solo loro – vogliano onorare il ricordo della brigata. Anche se l’averla ignorata per decenni perfino loro pone degli interrogativi – per chi è intellettualmente onesto e non prevenuto pro o contro qualcuno o qualcosa – di non poco conto sulla genuinità e sulle motivazioni del clamore che da qualche anno si è iniziato a fare quasi che sia stata quella brigata ad arrivare sia a Berlino che a Parigi e a Roma anziché rispettivamente le armate sovietiche e americane. Se è giusto e comprensibile che gli ebrei – e magari non solo loro –  vogliano ricordare e onorare la brigata è invece sicuramente non giusto e non comprensibile (se non pensando andreottianamente male…) che si voglia imporre a tutti i costi tale celebrazione e ricordo anche agli altri, vale a dire a chi ha sempre ricordato il 25 aprile quando di quella brigata nessuno sapeva nulla e pertanto non figurava nelle manifestazioni di piazza.

Il ruolo di quella brigata è stato sicuramente inferiore, molto inferiore, a quello di altri reparti composti da uomini di altre religioni, etnie e nazionalità. L’uso dei due pesi e due misure è evidente e addirittura lampante e smaccato se si tiene presente che anche i rom e i sinti, quelli che con spregio tutti chiamano “zingari”, hanno avuto un ruolo, sia pur piccolo anche il loro, nella Liberazione pur senza essere inquadrati in specifici reparti di rom e sinti. Eppure dei rom e sinti ce ne freghiamo allegramente, ignoriamo cinicamente e grossolanamente che hanno subìto anche loro il genocidio per mano nazista. Genocidio che vede tra i 400 e gli 800 mila esseri umani rom e sinti uccisi nei campi nazisti, ma Moni Ovadia ritiene che le vittime possano essere state forse addirittura due milioni: come si vede, un genocidio percentualmente non inferiore per gravità e numero di vittime a quello degli ebrei, ma del quale, a differenza di quest’ultimo, ignoriamo tutto, a cominciare dal nome: Porrajmos e Samudaripen. Non solo: immaginiamo cosa succederebbe se alle celebrazioni del 25 aprile si presentassero, del tutto legittimamente, degli “zingari” con il loro striscione…

Se poi si presentassero anche gruppi di musulmani e africani a rivendicare con tanto di striscione il loro ruolo nella Liberazione dell’Europa, dal momento che erano regolarmente arruolati nelle truppe alleate, succederebbe un pandemonio! Preferiamo restare fermi al film La ciociara. E all’equazione imbecille islamici eguale terroristi, versione postmoderna e attuale, oltre che a lungo futura, dell’antisemitismo che ci si porta nelle viscere e che nel Ventennio diventò legge.
Ho sempre partecipato alle manifestazioni di piazza per il 25 aprile e quando, qui a Milano, si è presentata la novità della presenza dello striscione della brigata ebraica ho anche sfilato chiacchierando con alcuni miei amici ebrei dietro quello striscione. Non c’è voluto molto negli anni successivi per sospettare (dico sospettare, ma quegli stessi miei amici ebrei tifosi di quello striscione mi hanno spiegato e quindi dato la certezza del perché di quella novità, ma tralasciamo), che si trattava solo di strumentalizzare (anche) quella brigata, e i suoi caduti, in funzione filo israeliana. Funzione che ormai è diventata la vera e propria ossessione di molti, specie di quelli che nulla sanno del Samudaripen detto anche Porrajmos e che più si affannano per cancellare il ricordo delle decine di milioni di morti sovietici, compresi i militari prigionieri uccisi in massa nei campi di concentramento nazisti assieme a ebrei e rom. La Storia viene cancellata e riscritta come Storiella e a volte come carta igienicaa uso e consumo delle smaccate propagande di parte.

I filo palestinesi hanno avuto reazioni idiote, sono cascati in pieno nella trappola protestando contro la presenza dello striscione della brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile, aumentandone così a dismisura la risonanza con la polemiche, piuttosto misere, che ne sono nate e che da allora avvelenano il 25 aprile (con tutte le conseguenze, delle quali oggi non ci rendiamo ancora conto). Non so se sia vero quello che ho letto suoi giornali, e cioè che l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani (ANPI) ha commesso l’incredibile sbaglio di invitare alla manifestazione la comunità ebraica romana “in rappresentanza di uno Stato estero”, cioè di Israele. Ma francamente è ridicola e grottesca l’affermazione di esponenti di tale comunità secondo i quali, stando a quanto ho letto sui giornali, “l’ANPI non rappresenta i veri partigiani italiani”. Polemiche e accuse men che misere: ma che servono solo a delegittimare chi non canta nel coro e a rottamare quel che resta del 25 aprile e della Liberazione. Rottamazione funzionale alla nuova grande guerra che ci vogliono assolutamente servire in tavola.

Capisco che dire certe cose oggi comporta lapidazioni e condanne, oltre che danni alla carriera e al lavoro come quelli già procuratimi una decina di anni fa da alcuni ipersionisti romani. Ma ciò non basta neppure oggi a tapparmi la bocca e ad evitare che dica e scriva ciò che è giusto, onesto e quindi doveroso dire e scrivere.

POST SCRIPTUM – Il ricordo della brigata ebraica, verso la quale sdebitarsi per i servigi resi nell’esercito inglese, è servito all’Inghilterra per la sua malvagia politica dei due pesi e due misure in Palestina quando ne aveva il mandato: favorire il più possibile i sionisti, evitando di disarmare anche loro, e sfavorire il più possibile i palestinesi, disarmandoli e chiudendo più di un occhio di fronte ai soprusi, stragi e saccheggi compresi, che continuavano a subire per mano del terrorismo sionista. Argomenti sui quali negli anni recenti ha scritto più di uno storico ebreo e israeliano. In particolare ne ha scritto Ilan Pappe, che ha dovuto abbandonare Israele e l’insegnamento universitario in Israele per avere avuto il coraggio di scrivere la verità nell’importante e molto scomodo libro La pulizia etnica della Palestina ( https://fazieditore.it/…/la-pulizia-etnica-della…/ ).

————————
La perversione del senso del 25 aprile

di Moni Ovadia

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cercato di partecipare, anno dopo anno a ogni manifestazione del 25 aprile. Un paio di anni fa, percorrendo il corteo alla ricerca della mia collocazione sotto le bandiere dell’Anpi, mi imbattei nel gruppo che rappresentava i combattenti della “brigata ebraica”, aggregata nel corso della seconda guerra mondiale alle truppe alleate del generale Alexander e impegnata nel conflitto contro le forze nazifasciste. Qualcuno dei componenti di quel drappello mi riconobbe e mi salutò cordialmente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgradevole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente».
Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cercare le bandiere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» perché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di antifascista. Lui per tutta risposta mi apostrofò con queste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».
Il tono sprezzante con cui pronunciò la parola palestinesi sottintendeva chiaramente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dandogli istintivamente del coglione e affrettai il passo lasciando che la sua risposta, sicuramente becera si disperdesse nell’allegro vociare dei manifestanti.
Questo episodio, apparentemente innocuo, mi fece scontrare con una realtà assai triste che si è insediata nelle comunità ebraiche.
I grandi valori universali dell’ebraismo sono stati progressivamente accantonati a favore di un nazionalismo israeliano acritico ed estremo. Un nazionalismo che identifica stato con governo.

Naturalmente non tutti gli ebrei delle comunità hanno imboccato questa deriva sciovinista, ma la parte maggioritaria, quella che alle elezioni conquista sempre il “governo” comunitario, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qualificante del proprio programma al quale dedica la prevalenza delle sue energie.
Io ritengo inaccettabile questa ideologia nazionalista, in primis come essere umano perché il nazionalismo devasta il valore integro e universale della persona, poi come ebreo, perché nessun altro flagello ha provocato tanti lutti agli ebrei e alle minoranze in generale e da ultimo perché, come insegna il lascito morale di Vittorio Arrigoni, io non riconosco altra patria che non sia quella dei diseredati e dei giusti di tutta la terra.
L’ideologia nazionalista israeliana negli ultimi giorni ha fatto maturare uno dei suoi frutti tossici: la decisione presa dalla comunità ebraica di Roma, per il tramite del suo presidente Riccardo Pacifici, di non partecipare al corteo e alla manifestazione del prossimo 25 aprile. La ragione ufficiale è che nel corteo sfileranno bandiere palestinesi, vulnus inaccettabile per il presidente Pacifici, in quanto nel tempo della seconda guerra mondiale, il gran muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, massima autorità religiosa sunnita in terra di Palestina fu alleato di Hitler, favorì la formazione di corpi paramilitari musulmani a fianco della Germania nazista e fu fiero oppositore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel territorio del mandato britannico. Mentre la brigata ebraica combatteva con gli alleati contro i nazifascisti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne destituito e arrestato: oggi vedendo una bandiera palestinese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Praticamente a nessuno, se si eccettua qualche ultrà del sionismo più isterico o qualche fanatico modello Isis.

Oggi la bandiera palestinese parla a tutti i democratici di un popolo colonizzato, occupato, che subisce continue e incessanti vessazioni, che chiede di essere riconosciuto nella sua identità nazionale, che si batte per esistere contro la politica repressiva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più elementari ed essenziali. Un governo che lo umilia escogitando uno stillicidio di violenze psicologiche e fisiche e pseudo legali per rendere esausta e irrilevante la sua stessa esistenza.
Quella bandiera ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile – com’è accaduto per decenni e senza polemica alcuna – e glielo garantisce il fatto di essere la bandiera di un popolo che chiede di essere riconosciuto, un popolo che lotta contro l’apartheid, contro l’oppressione, per liberarsi da un occupante, da una colonizzazione delle proprie legittime terre, legittime secondo la legalità internazionale, un popolo che vuole uscire di prigione o da una gabbia per garantire futuro ai propri figli e dignità alle proprie donne e ai propri vecchi, un popolo la cui gente muore combattendo armi alla mano contro i fanatici del sedicente Califfato islamico nel campo profughi di Yarmouk, nella martoriata Damasco.

E degli ebrei che si vogliono rappresentanti di quella brigata ebraica che combatté contro la barbarie nazifascista hanno problemi ad essere un corteo con quella bandiera? Allora siamo alla perversione del senso ultimo della Resistenza.
La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pretesto capzioso e strumentale. Il vero scopo del presidente Pacifici e di coloro che lo seguono – e addolora sapere che l’Aned condivide questa scelta -, è quello di servire pedissequamente la politica di Netanyahu, che consiste nello screditare chiunque sostenga le sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese.

Per dare forza a questa propaganda è dunque necessario staccare la memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del nazifascismo e soprattutto dalla Resistenza espressa dalle forze della sinistra. È necessario discriminare fra vittima e vittima israelianizzando la Shoah e cortocircuitando la differenza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Diaspora per proporre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dialettico con la Torah, il Talmud e il pensiero ebraico, bensì un popolo tribalmente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.
Se come temo, questo è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte antifascista con il pretesto che accoglie la bandiera palestinese, la scelta non potrà che portare lacerazioni e sciagure, come è vocazione di ogni nazionalismo che non riconosce più il valore dell’altro, del tu, dello straniero come figura costitutiva dell’etica monoteista ma vede solo nemici da sottomettere con la forza.

Fonte: Il manifesto
Originale: https://ilmanifesto.it/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/

——————————

Egregio signor Sindaco,
le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un’associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito /www/.linformale.eu/, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25 Aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS /(Boicotta Disinvesti Sanziona)/, calunniandolo con accuse false e infamanti. Il 25 Aprile ricorda e celebra si la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi ad ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l’oppressore.

Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione dell’antifascismo è “/Ora e sempre //Resistenza!/”, pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all’indipendenza dei popoli, è legittimo erede dei partigiani.

Signor Sindaco, io non mi permetto di chiederle di prendere posizione sul BDS,voglio solo sot toporle un’accorata sollecitazione a non prestarsi a legittimare un uso scellerato e strumentale dall’accusa di antisemitismo o di terrorismo contro BDS. L’unico scopo di tali falsità e quello di tappare la bocca, imbavagliare il pensiero e criminalizzare una militanza sacrosanta che si batte per i diritti di un popolo oppresso, i cui territori sono occupati, colonizzati da cinquantanni, le cui topografie esistenziali sono devastate, ai cui figli è negato il presente e il futuro, la cui gente è sottoposta a punizioni collettive e ad un autentico apartheid a causa del quale, i palestinesi subiscono un diuturno ed incessante stillicidio di vessazioni e patiscono la negazione sistematica della dignità sociale e personale.

Signor Sindaco, questa situazione tragica, violenta ed ingiusta, e denunciata con forza anche dalle voci più coraggiose della stampa e della società israeliana. A titolo di esempio riporto qui alcuni brani del discorso pronunciato davanti all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani /Bet’Tselem: “Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupozione perché sono israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un’altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro.

[…] Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento.
[…] Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi.
[…] Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo.
Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare anifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico.
Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire.”.

L’antisemitismo, signor Sindaco, è stato ed è uno dei crimini più odiosi, farne uso di vergognosa propaganda al fine di legittimare politiche di oppressione contrarie ad ogni principio del diritto internazionale è infame. Proprio in occasione delle recenti polemiche, la comunità ebraica romana in una sua nota, ne ha rispolverato a pappagallo una versione inventata dal talento di Bibi Netanyahu: “L’Anpi sceglie di cancellare la Storia e far sfilare gli eredi del Gran Muftì di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere…” (la Repubblica 20/04/2016). Ovvero, chi inalbera la bandiera palestinese, simbolo dell’identità e della dignità di un popolo oppresso, sarebbe erede del Gran Mufti di Gerusalemme del tempo della Seconda Guerra Mondiale, noto per le sue simpatie filonaziste. Questo argomento se non fosse una vigliaccata sarebbe ridicolo e patetico, tanto più se serve come scusa alle istituzioni della Comunità Ebraica romana per non partecipare alla manifestazione a cui ha pieno titolo ad esserci ma non contro l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza del popolo palestinese.
Da ultimo, signor Sindaco, mi permetto di rivolgermi a lei a titolo personale.
Se lei desse legittimità a chi vuole criminalizzare /BDS/, metterebbe anche su di me che ne sostengo il diritto, la libertà e la piena legittimità, lo stigma del terrorista antisemita. Mi permetto orgogliosamente di ricordarle,che sono ebreo per nascita, cittadino milanese da 68 anni, militante antifascista dall’età della ragione e che ho dedicato oltre quarant’anni a far conoscere e a celebrare i valori specifici e universali della cultura ebraica rappresentandoli in teatro, scrivendone e parlandone.

In questi ultimi anni per avere sostenuto i diritti del popolo palestinese, ho ricevuto ogni sorta di spietati insulti e maledizioni, ci ho un po’ fatto il callo, ma se, ancorché indirettamente, l’istituzione della mia città si unisse al coro, il vulnus colpirebbe non me ma i valori della tradizione antifascista e democratica della nostra Milano.

La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che vorrà rivolgermi

Moni Ovadia

Israele: di male in peggio

http://video.repubblica.it/mondo/usa-kerry-durissimo-con-israele-e-netanyahu-risponde–non-vediamo-l-ora-di-trattare-con-trump/263896/264264?ref=tblv

Il bell’addormentato nel bosco si è svegliato. Con comodo. Ovviamente tardi.
Questo ridursi all’ultimo secondo della presidenza Obama per dire di Israele cose che andavano dette ben prima e per permettere finalmente all’Onu di condannare la sua scellerata politica coloniale ha davvero il sapore della vigliaccheria. E dell’opportunismo: solo un modo per fare un dispetto a Trump. Che peraltro se ne fregherà e farà ben di peggio, giustificherà sempre e comunque Israele, che sarà incoraggiata a compiere altri soprusi affondando del tutto le fin troppo flebili prospettive di pace.

—————————————————-

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/04/news/israele_soldato_condannato_uccisione_palestinese-155413186/?ref=HREC1-13

TEL AVIV – Un soldato israeliano, che aveva sparato alla testa a un giovane palestinese -quando questi, che aveva assalito un suo commilitone, era ferito e a terra, ormai immobilizzato- è stato giudicato colpevole di omicidio. Il soldato, Elor Azaria, era giudicato da un tribunale militare e il processo, che ha profondamente diviso l’opinione pubblica israeliana, andava avanti dal maggio scorso. La presidente, il giudice Maya Heller, ha stabilito che è stato lo sparo ad uccidere il giovane palestinese e che il soldato era cosciente che il suo atto ne avrebbe provocato la morte. La pena sarà determinata nel prossimo futuro.

Fuori dalla sede dell’esercito, a Tel Aviv, centinaia di israeliani manifestavano contro la possibile condanna del militare. L’opinione pubblica era divisa tra chi difendeva il soldato e chi lo riteneva responsabile di un gesto immorale e contrario al codice militare. In serata, il premier Netanyahu ha dichiarato che Azaria merita un perdono, ma ha fatto appello a tutti i cittadini israeliani affinché si comportino “con responsabilità”

Il processo ad Azaria, iniziato lo scorso maggio, è stato un caso nazionale, con una parte consistenza della destra schierata a suo favore e molti alti gradi dell’esercito impegnati a condannare duramente la sua condotta.
Il caso esplose il 24 marzo, quando venne divulgato un video che lo mostrava mentre sparava a Abdul Fatah al Sharif, un 21enne che aveva ferito lievemente con una coltellata un suo commilitone, che in quel momento era immobilizzato e sdraiato al suolo. Uno sparo alla testa, il suo, senza un’apparente provocazione da parte del palestinese.

Dopo l’emissione della sentenza di condanna il gruppo israeliano per la difesa dei diritti dell’uomo che aveva diffuso il video, ha accusato comunque le forze di sicurezza di essere impegnate in una costante opera di “sbianchettamento dei casi in cui i propri uomini si trovano ad uccidere o ferire cittadini palestinesi, senza essere chiamati a rispondere dei loro atti”.

Un portavoce del governo dei territori palestinesi, Yousef al-Mahmoud, ha commentato da parte sua: “La condanna del soldato che ha giustiziato al Sharif è avvenuta perchè il crimine è stato documentato e il mondo ha potuto assistervi in televisione”.

UN ALTRO RELATORE DELL’ONU SULLA CONDIZIONE DEI PALESTINESI COSTRETTO A GETTARE LA SPUGNA PER L’OSTRUZIONISMO ISRAELIANO

Le dimissioni di Wibisono da Relatore Speciale dell’ONU sulla Palestina Occupata

di Richard Falk (ebreo inviato dell’Onu a suo tempo rifiutato da Israele perché aveva dichiarato che alcuni trattamenti di Israele contro i palestinesi sono di stampo nazista. Ne ho scritto qui: http://www.pinonicotri.it/2008/12/israele-caccia-un-ebreo-inviato-dellonu-la-colpa-avere-detto-chiaro-e-tondo-che-i-metodi-israeliani-contro-i-palestinesi-somigliano-a-queli-dei-nazisti-contro-gli-ebrei-non-e-un-caso-che-gli-obi/ )

 

Makarim Wibisono ha annunciato le sue dimissioni da Relatore Speciale dell’ONU sulla Palestina Occupata, dimissioni che avranno effetto dal 31 marzo 2016. Questo è l’incarico che io ho ricoperto per sei anni, terminando il mio secondo mandato nel giugno 2014.

L’illustre diplomatico indonesiano dice di non aver potuto svolgere le sue funzioni perché Israele è stata irremovibile nel negargli ogni contatto con il popolo palestinese che vive sotto la sua occupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

“Purtroppo i miei sforzi per cercare di migliorare la vita dei Palestinesi vittime di violazioni sotto l’occupazione israeliana sono stati frustrati ad ogni passo”, ha spiegato Wibisono.

Le sue dimissioni mi ricordano curiosamente di quando Richard Goldstone ritrattò alcuni anni fa i risultati principali del Rapporto Goldstone, che era stato commissionato dall’ONU e da cui risultava che Israele aveva deliberatamente colpito dei civili nel corso dell’operazione Piombo Fuso, l’attacco massiccio contro Gaza della fine del 2008. In quell’occasione la mia risposta alle domande dei giornalisti fu che ero scandalizzato, ma non sorpreso. Scandalizzato perché le prove erano schiaccianti e gli altri tre autorevoli membri della Commissione d’Indagine dell’ONU avevano mantenuto la posizione originaria. Però non ero sorpreso, perché conoscevo Goldstone, un ex-giudice della corte costituzionale del Sud Africa, come un uomo di grande ambizione e debole carattere, una pessima miscela per un personaggio pubblico che si avventura in territori controversi.

Nel caso di Wibisono, sono sorpreso ma non scandalizzato. Sorpreso perché avrebbe dovuto sapere fin dall’inizio che doveva affrontare il dilemma se fare correttamente il suo mestiere nel denunciare i crimini e le violazioni dei diritti umani di Israele, oppure guadagnarsi la cooperazione di Israele per raccogliere le sue prove. Non sono scandalizzato, anzi gli sono grato, perché mette in evidenza le difficoltà che deve affrontare chiunque abbia il compito di riferire onestamente sulla tragedia dei Palestinesi sotto occupazione. Anzi, con le sue dimissioni per motivi di principio, non permette a Israele di farla franca con il suo tentativo di neutralizzare il ruolo del Relatore Speciale.

Val la pena ricordare che quando Wibisono fu scelto come mio successore, diversi candidati più qualificati furono eliminati. Sebbene le linee guida per la selezione pongano l’accento sulla conoscenza che il candidato deve avere sull’oggetto dell’incarico, Wibisono ebbe evidentemente la meglio, con l’approvazione di Israele e degli Stati Uniti, proprio perché non aveva nessuna competenza specifica.

Posso solo sperare che il Consiglio dell’ONU per i Diritti Umani (HRC) voglia ora rimediare al suo errore rivalutando le candidature della Prof. Christine Chinkin e di Phyllis Bennis, che possiedono entrambe le credenziali, le motivazioni e la forza di carattere per divenire validi Relatori Speciali.

Questo è il minimo che dobbiamo ai Palestinesi.

Quando incontrai Makarim Wibisono a Ginevra poco dopo l’annuncio della sua nomina a Relatore Speciale, mi disse pieno di fiducia che, se accettava l’incarico, gli era stato assicurato che il governo israeliano gli avrebbe permesso l’accesso, un’assicurazione che ha riferito anche nel suo annuncio di dimissioni. Da parte sua, si impegnava ad essere obiettivo ed equilibrato e a non aver idee preconcette.

Lo avvertii allora che anche uno che fosse stato politicamente vicino a Israele non avrebbe potuto evitare di arrivare alla conclusione che Israele era colpevole di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e delle norme sui diritti umani, e questo tipo di franchezza avrebbe sicuramente fatto arrabbiare gli Israeliani.

Gli dissi anche che stava facendo un grande errore se credeva di poter accontentare tutte e due le parti, visto che i diritti fondamentali dei Palestinesi sono negati da molto tempo. A quel punto sorrise, confidando evidentemente che la sua abilità diplomatica gli avrebbe permesso di esser gradito agli Israeliani anche quando avesse stilato rapporti che illustravano i loro crimini. Mi disse che voleva fare quello che avevo fatto io, ma farlo più efficacemente assicurandosi la cooperazione di Israele e aggirando così le loro critiche. Allora fui io a sorridere.

È vero che il mandato è di per sé esposto a critiche perché non comprende una valutazione delle responsabilità delle autorità amministrative palestinesi riguardo a violazioni dei diritti umani, ma si rivolge solo alle violazioni israeliane. Ho cercato invano di convincere lo HRC ad ampliare il mandato sino a comprendere le violazioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas. I motivi per non farlo erano che sarebbe stato difficile trovare un accordo per definire il mandato, e aprire l’argomento della sua sfera di azione era rischioso, mentre in fondo la prova schiacciante dell’oppressione esercitata sui Palestinesi dall’occupazione si poteva ricavare dalle stesse politiche e pratiche di Israele. Per cui varie delegazioni presso lo HRC sostennero che le violazioni palestinesi sarebbero state un diversivo e avrebbero dato a Israele un modo per sviare le critiche all’occupazione.

Una cosa che ho scoperto nei miei sei anni da Relatore Speciale è che la persona in carica può fare la differenza, ma solo se è disposta a prendersi tutte le critiche.

Può fare la differenza in vari modi. Innanzitutto fornendo ai ministri degli esteri del mondo la relazione più autorevole possibile sulla realtà quotidiana del popolo palestinese. È anche importante saper portare il discorso su argomenti più illuminanti della semplice discussione su “l’occupazione”, affrontare temi come l’annessione de facto, la pulizia etnica e l’apartheid, e dare anche qualche appoggio dall’interno dell’ONU a iniziative della società civile come il BDS e la Freedom Flotilla. Facendo questo c’è da aspettarsi aspre reazioni da parte delle organizzazioni ultra-sioniste e da quelle che gestiscono la “relazione speciale” tra USA e Israele, mettendo anche in conto l’avvio di una campagna continua di diffamazione che cerca di screditare in ogni modo la voce di chi tratta questi argomenti e il lancio di accuse infuocate di anti-semitismo e, nel mio caso, di essere “un Ebreo che odia se stesso.”

Quello che mi ha scandalizzato e sorpreso allo stesso tempo è stata la disponibilità sia del Segretario Generale dell’ONU che dei rappresentanti diplomatici americani (Susan Rice e Samantha Power) a piegarsi verso Israele e unirsi al coro che faceva queste irresponsabili accuse finalizzate a chiedere le mie dimissioni.

Anche se qualche volta ho avuto la tentazione di dimettermi, sono contento di non averlo fatto. Vista la parzialità in favore di Israele dei grandi mezzi di comunicazione in USA e in Europa, è particolarmente importante conservare, anche se sotto attacco, questa fonte di verità senza arrendersi alle pressioni scatenate da varie parti.

La mia speranza è che il Consiglio per i Diritti Umani impari dall’esperienza fatta con Wibisono e nomini qualcuno che possa sopportare le critiche e al tempo stesso riferire i fatti per quello che sono. Il rifiuto di Israele a cooperare con attività ufficiali dell’ONU è un ostacolo alle funzioni del Relatore Speciale e costituisce di per sé una violazione degli obblighi di Israele in quanto membro dell’ONU. Al tempo stesso, il comportamento di Israele che sfida la legge internazionale è così evidente ed è così facile procurarsi informazioni attendibili, che io ho avuto la possibilità di stilare rapporti che trattavano tutti i principali aspetti della tragedia palestinese. Naturalmente il contatto diretto con le persone che vivono sotto occupazione avrebbe aggiunto una dimensione di conferma e di testimonianza, oltre a fornire un’espressione concreta delle preoccupazioni dell’ONU per gli abusi commessi sotto un’occupazione insostenibilmente prolungata e senza una fine in vista.

Finché non arriva il giorno dell’autodeterminazione palestinese, il minimo che l’ONU può fare è mantenere aperta questa finestra di osservazione e di valutazione. Dopo tutto, è stato l’ONU a impegnarsi nel 1947 a trovare una soluzione alla controversia israelo-palestinese e a riconoscere gli uguali diritti dei due popoli. Anche se questo approccio era colonialista e interventista nel 1947, è diventato plausibile nel 2016 visti gli sviluppi degli ultimi anni. L’ONU può non avere colpa di quello è andato male, ma certamente ha mancato di assolvere i propri doveri riguardo ai diritti fondamentali dei Palestinesi. Fino a che questi diritti non saranno realizzati, l’ONU deve dare quanta più attenzione possibile a questo residuo dell’epoca coloniale.

https://richardfalk.wordpress.com/2016/01/06/wibisonos-resignation-as-un-special-rapporteur-on-occupied-palestine/

“In Israele il terrorismo ha vinto già 20 anni fa” (in realtà da 65)

L’israeliano Etgar Keret autore per il Corriere della Sera del seguente  articolo riconosce che con l’uccisione venti anni fa del primo ministro Yitzahk Rabin, colpevole agli occhi di settori del rabbinato, delle forze armate e dei servizi segreti di volere la pace con i palestinesi, in Israele ha vinto il terrorismo. Che infattti è riuscito a bloccare la via della pace facendo imboccare la Israele la via disastrosa e sanguinosa della guerra permanente e della dittatura militare sui territori palestinesi, che, non dimentichiamolo, sono governati dall’arbitrio di ufficili militari.

In realtà però in Israele il terrorismo ha vinto sin dalla sua nascita, anzi fin dalla sua gestazione. Nel ’48 infatti è proseguita la “pulizia etnica” iniziata già l’anno prima contro i palestinesi, cacciati in massa con le armi – almeno 700 mila esseri umani – dalle loro case e dalle loro terre (cosa di cui non si parla mai, sono stati derubati in massa anche dei loro risparmi depositati in banca e dei gioielli delle loro donne) perché colpevoli di trovarsi nella parte della Palestina assegnata dall’Onu in maggior parte alla minoranza ebraica. Tale violenta pulizia etnica è stata condotta con l’esecuzione dell’ormai famoso Piano D, studiato fin nei minimi particolari già da anni e tradotto in realtà da bande militari e paramilitari con la bandiera della stella di Davide.

L’esistenza del Piano D è stata rivelata decenni dopo dai “nuovi storici” israeliani come Ben Morris e Ilan Pappè, che servendosi degli stessi archivi militari finalmente resi almeno in parte accessibili hanno scoperto e reso pubblico che la nascita di Israele, alla pari di quella di molti Stati specie nelle Americhe, è stata realizzata “con la violenza, la menzogna e il sangue”. Ovviamente a spese dei più deboli.

E sempre nel ’48, per l’esattezza il 17 settembre, venne ucciso a Gerusalemme dai terroristi israeliani della banda Stern l’inviato dell’Onu conte Volke Bernadotte, colpevole di voler rendere operante la soluzione dell’Onu che prevedeva la nascita anche dello Stato palestinese. E non dimentichiamo che i successivi uomini di governo  israeliano provenivano, compreso lo stesso Rabin, dalle fila della banda Stern e delle altre organizzazioni che nel ’47 avevano cacciato brutalmente i palestinesi tramite l’esecuzione del Piano D.

Tutto ciò premesso, ecco l’articolo di Etgar Keret:

“Quella dell’assassinio di Rabin non è una storia nuova. È una storia che noi israeliani ci raccontiamo da venti anni. Alcuni dettagli sono scomparsi col passar del tempo ma il pathos si è intensificato e alla fine siamo rimasti con la seguente versione: vent’anni fa qui regnava un re coraggioso e benvoluto, pronto a fare qualsiasi cosa per il bene del suo popolo. Un giorno, dopo aver radunato il popolo nella piazza principale della città e aver cantato insieme un inno alla pace, l’amato sovrano fu assassinato da uno dei suoi sudditi che, con tre colpi di pistola, non solo uccise lui ma anche la speranza della pace. Al posto di quel monarca ne arrivò un altro, grande nemico del precedente, che sostituì la speranza con il sospetto e con una guerra senza fine.

Ogni anno raccontiamo a noi stessi questa storia triste e piena di autocommiserazione in cui c’è tutto ciò che serve: un eroe, un malvagio, un crimine imperdonabile e una brutta fine. Manca però una cosa, un personaggio chiave che è stato cancellato dalla trama senza che quasi ce ne accorgessimo: il popolo di Israele.
Infatti, per quanto sia triste ammetterlo, Benjamin Netanyahu non ha strappato la corona a Rabin dopo la sua morte autoproclamandosi re. Netanyahu è stato eletto dopo la morte di Rabin nel corso di elezioni democratiche. Lo stesso popolo che ha pianto la morte dell’amato sovrano ha scelto Netanyahu subito e senza esitazione, accantonando completamente l’idea della pace, rieleggendolo più volte e optando per la sua linea politica. Così, a distanza di tempo, l’assassinio di Yitzhak Rabin si è rivelato uno degli omicidi politici più riusciti dell’era moderna che deve il suo successo non solo alla mano ferma del killer ma anche al popolo di Israele, il quale ha aiutato l’assassino a promuovere la sua visione ideologica.

La storia è piena di assassinii politici che hanno ottenuto l’effetto opposto di quello auspicato dai loro esecutori. L’assassinio di Martin Luther King promosse il processo di uguaglianza dei neri e quello di Lincoln non ripristinò la schiavitù negli Usa. Quello di Rabin, invece, ha realizzato il progetto dell’assassino, Yigal Amir, e fermato il processo di pace. Ma Amir non sarebbe riuscito nella missione senza l’elezione di Netanyahu da parte di noi cittadini d’Israele. Quel Netanyahu che pochi mesi prima aveva incitato le piazze a opporsi a Rabin e al processo di pace. Così, nella vera storia, a differenza di quella che noi amiamo raccontarci, il popolo di Israele non è solo vittima ma anche partner del crimine. E in questa tragedia, come in ogni tragedia, il castigo non è tardato a venire.

Vent’anni dopo l’assassinio di Rabin siamo nel pieno di una nuova ondata di terrorismo. La prima Intifada, iniziata più di venti anni fa con lanci di sassi e accoltellamenti durante gli accordi di Oslo, si fece via via più ingegnosa. Terroristi suicidi cominciarono a farsi saltare in aria con cinture esplosive e infine si passò a una grandine di missili. Ora siamo al punto di partenza, ai brutali accoltellamenti e ai lanci di pietre. Sembra che più si vada avanti, più le cose rimangano le stesse. O forse, sarebbe giusto dire, «quasi le stesse». In questa seconda ondata di accoltellamenti, infatti, le atrocità sono le stesse ma qualcosa per noi, cittadini di Israele, è cambiato. E il cambiamento si è avvertito soprattutto in occasione del linciaggio di Haftom Zarhum, un rifugiato eritreo scambiato per un terrorista avvenuto a Be’er Sheva una settimana fa. Nonostante non avesse compiuto alcun gesto minaccioso né avesse armi da fuoco con sé, Zarhum è stato colpito con sei proiettili e quando già giaceva a terra sanguinante è stato picchiato da alcuni presenti, preso a calci e colpito in testa con una pesante panchina. Uno degli aggressori, arrestato dopo il fatto, ha detto: «Se fosse stato un terrorista tutti mi avrebbero ringraziato». Certo non sarebbe stato condannato dai ministri membri del governo che hanno chiesto di rendere più flessibili le norme che regolano l’uso delle armi da fuoco. E non sarebbe stato condannato nemmeno da uno dei leader dell’opposizione, Yair Lapid, secondo cui troppi terroristi palestinesi vengono catturati vivi. Il tono dominante nei corridoi della Knesset durante l’attuale ondata di terrore è chiaro: dimenticate le regole e il rispetto della legge, chiunque brandisce un coltello, merita la morte.

L’assassinio di Rabin, vent’anni fa, ha segnato un punto di svolta. Che, contrariamente a quanto la maggior parte di noi ama pensare, non è quello in cui abbiamo smesso di prendere l’iniziativa e siamo diventati vittime. Quel riuscito omicidio a sfondo ideologico non ha influito sul grado di controllo che abbiamo sulle nostre vite ma solo sul sistema di valori in base al quale alcuni di noi scelgono di agire. Di recente, a una figura di spicco dei coloni, Daniella Weiss, è stata fatta una domanda a proposito delle minacce di morte ricevute dal presidente di Israele Reuven Rivlin da parte di elementi dell’estrema destra. «Nessuno ucciderà Rivlin», ha risposto lei sprezzante, «non è abbastanza importante». E con questa affermazione ha rivelato una dolorosa verità: in Israele, dopo l’era Rabin, un omicidio politico viene visto non solo come un trauma nazionale ma anche come uno strumento pragmatico, efficace e sempre presente in sottofondo, capace di ribaltare la situazione.

E così, nel ventesimo anniversario dell’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin gli israeliani moderati continuano a sperare in due cose: in un nuovo e coraggioso leader che riesca a riempire il grande vuoto lasciato da Rabin e, nel caso si trovi un simile leader, che non venga ucciso pure lui”.

RAZZISMO E SUPREMATISMO DA INCUBO DI TROPPI ISRAELIANI

DOV WEISSGLASS, portavoce di Ariel Sharon, Ha’aretz, 6 ottobre 2004:
“Il significato del piano di disimpegno [da Gaza] consiste nel congelamento del piano di pace. E congelando tale processo si impedisce la formazione di uno Stato palestinese e si impedisce la discussione sui rifugiati, sulle frontiere e su Gerusalemme. Di fatto, l’intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte le sue implicazioni, viene rimosso dall’agenda ufficiale a tempo indeterminato. Il tutto con la benedizione presidenziale (USA) e con la ratifica delle due Camere del Congresso”.
—————
Oltre che, bisogna aggiungere, con la benevola complicità della sempre più ipocrita e serva Europa, la famosa civilissima Europa “dalla civiltà superiore”
RUTH GABISON, professoressa all’Università Ebraica di Gerusalemme, ex dirigente dell’Associazione per i Diritti Civili e candidata alla Corte Suprema, ad Ha’aretz il 1°dicembre di non ricordo quale anno:
“Israele ha il diritto di controllare la crescita naturale [cioè demografica] dei palestinesi”.
Letteralmente: “Le-Israel yesh zkhut le-fakeah al ha-gidul ha-tivi shel ha-‘Aravim”
Se questo non è colonialismo, razzismo, suprematismo, fetore di nazismo….

E non vorrei ci si dimenticasse di ARNON SOFFER, professore all’Università di Haifa, al The Jerusalem Post del 10 maggio 2004:
“Perciò, se vogliamo restare vivi, dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno [….]. Se non uccidiamo, cessiamo di esistere [….] La separazione unilaterale non garantisce la “pace”, garantisce uno stato sionista-ebraico con una schiacciante maggioranza di ebrei”.

“SÌ, È LA TERZA INTIFADA E VI SPIEGO”.

di Ramzy Baroud – 13 ottobre 2015

Quando fu pubblicato il mio libro “Searching Jenin” [In cerca di Jenin] dopo il massacro israeliano nel campo profughi di Jenin nel 2002 fui interrogato ripetutamente dai media e da molti lettori per aver usato il termine ‘massacro’ per quella che Israele presentava come una legittima battaglia contro ‘terroristi’ con base nel campo.

Le domande erano mirate a trasferire il racconto da una discussione riguardante possibili crimini di guerra a una disputa tecnica sull’applicazione del linguaggio. Per loro la prova delle violazioni israeliane dei diritti umani contava poco.

Questo genere di riduzionismo è spesso servito da preludio a qualsiasi discussione riguardante il cosiddetto conflitto arabo-israeliano: gli eventi sono presentati e definiti utilizzando terminologia polarizzante che presta scarsa attenzione a fatti e contesti e si concentra principalmente su percezioni e interpretazioni.

Dunque a queste stesse persone dovrebbe importare poco se o no giovani palestinesi come Isra’ Abed, 28 anni, abbattuto con numerosi colpi d’arma da fuoco il 9 ottobre ad Affula e Fadi Samir, 19 anni, ucciso dalla polizia israeliana qualche giorno prima erano, in realtà, palestinesi che brandivano coltelli in una condizione di autodifesa e sono stati abbattuti dalla polizia. Persino quando emergono prove video che contestano la versione ufficiale israeliana e rivelano, come nella maggior parte degli altri casi, che i giovani uccisi non rappresentavano alcuna minaccia, la versione israeliana sarà sempre accettata come un fatto da alcuni. Isra’, Fadi e tutti gli altri sono ‘terroristi’ che hanno messo a rischio la sicurezza di cittadini israeliani e, ahimè, in conseguenza hanno dovuto essere eliminati.

La stessa logica è stata usata per tutto lo scorso secolo, quando le attuali cosiddette Forze di Difesa Israeliane operavano ancora come milizie armate e bande organizzate in Palestina, prima che questa fosse ripulita etnicamente per diventare Israele. Da allora questa logica è stata applicata in ogni contesto possibile in cui Israele si è trovato, a quanto affermato, costretto a usare la forza contro ‘terroristi’, potenziali ‘terroristi’ palestinesi e arabi e la loro ‘infrastruttura terroristica’.

Non è affatto questione di che genere di armi i palestinesi usino, se mai le usano. La violenza di Israele riguarda la percezione israeliana della realtà cucita a propria misura: che Israele è un paese assediato la cui stessa esistenza è sotto costante minaccia da parte dei palestinesi, che essi resistano usando armi o siano bambini che giocano sulla spiaggia di Gaza. Non c’è mai stata una deviazione dalla norma nella storiografia del discorso ufficiale israeliano che spiega, giustifica o celebra la morte di decine di migliaia di palestinesi nel corso di anni: gli israeliani non hanno mai colpe e non è mai richiesto alcun contesto di ‘violenza’ palestinese.

Gran parte del dibattito attuale a proposito delle proteste a Gerusalemme, nella West Bank e di recente al confine di Gaza è centrata sulle priorità israeliane, non sui diritti dei palestinesi, che sono chiaramente pregiudicati. Una volta di più Israele parla di ‘disordini’ e di ‘attacchi’ partiti dai ‘territori’, come se la priorità sia garantire la sicurezza degli occupanti armati; che si tratti di soldati o di coloni estremisti.

Razionalmente ne segue che lo stato opposto ai ‘disordini’, quello della ‘pace’ e della ‘quiete’, si ha quando milioni di palestinesi accettano di essere sottomessi, umiliati, occupati, assediati e regolarmente uccisi, linciati da folle di ebrei israeliani o bruciati vivi, abbracciando il loro miserabile destino e tirando avanti come se nulla fosse.

È ottenuto così il ritorno alla ‘normalità’; ovviamente all’elevato prezzo di sangue e violenza, di cui Israele ha il monopolio, mentre le sue azioni sono raramente messe in discussione. I palestinesi possono allora assumere il ruolo di perpetua vittima e i loro padroni israeliani possono continuare a presidiare posti di controllo miliari, a rubare terreni e a costruire altri insediamenti illegali in violazione della legge internazionale.

La questione oggi non dovrebbe riguardare gli interrogativi fondamentali su se i palestinesi uccisi brandissero coltelli o no, o rappresentassero effettivamente una minaccia per la sicurezza dei soldati e di coloni armati. Dovrebbe piuttosto essere incentrata principalmente sullo stesso atto violento dell’occupazione militare e degli insediamenti illegali in terra palestinese, tanto per cominciare.

Da questa prospettiva, allora, brandire un coltello è, di fatto, un atto di autodifesa; discutere della sproporzione o meno della reazione israeliana alla ‘violenza’ palestinese è del tutto accademico.

Confinarsi a definizioni tecniche significa disumanizzare l’esperienza collettiva palestinese.

“Quanti palestinesi dovranno essere uccisi perché sia il caso di usare il termine ‘massacro’”? è stata la mia risposta a chi ha contestato il mio uso del termine. Analogamente, quando dovranno essere uccisi, quante proteste dovranno essere mobilitate e quanto ci vorrà prima che le attuali ‘agitazioni’, ‘rivolte’ o ‘scontri’ tra dimostranti palestinesi ed esercito israeliano diventino una ‘Intifada’?

E perché addirittura dovrebbe essere chiamata una ‘Terza Intifada’?

Mazin Qumsiyeh descrive ciò che sta accadendo in Palestina come la ‘Quattordicesima Intifada’. Dovrebbe saperlo, visto che è stato l’autore dell’eccezionale libro ‘Resistenza popolare in Palestina: una storia di speranza ed emancipazione’. Tuttavia io mi spingerei anche oltre e suggerirei che ci siano state molte più Intifade, se si usano definizioni che siano relative all’espressione popolare degli stessi palestinesi. Le Intifade – scuotersi di dosso – diventano tali quando comunità palestinesi si mobilitano in tutta la Palestina, unificandosi al di là di programmi settari o politici e attuano una sostenuta campagna di proteste, di disobbedienza civile e altre forme di resistenza dalla base.

Lo fanno quando hanno raggiunto un punto di rottura, il cui processo non è dichiarato mediante comunicati stampa o conferenze televisive, ma è tacito e tuttavia duraturo.

Alcuni, pur benintenzionati, sostengono che i palestinesi non sono ancora pronti per una terza Intifada, come se le rivolte palestinesi fossero un processo calcolato, messo in atto dopo molte deliberazioni e trattative strategiche. Nulla può essere più lontano dal vero.

Un esempio è l’Intifada del 1936 contro il colonialismo britannico e sionista in Palestina. Era stata inizialmente organizzata da partiti arabi palestinesi, che erano prevalentemente autorizzati dallo stesso governo del Mandato Britannico. Ma quando i fellahin, i contadini poveri e in gran parte non istruiti, cominciarono ad avvertire che la loro dirigenza era cooptata – come accade oggi – agirono fuori dai confini della politica, lanciando e sostenendo una ribellione che durò tre anni.

I fellahin allora, come è sempre stato, fecero le spese della violenza britannica e sionista, cadendo a frotte. Quelli abbastanza sfortunati da essere catturati furono torturati e giustiziati: Farhan al-Sadi, Izz al-Din al-Qassam, Mohammed Jamioom, Fuad Hijazi sono tra i molti leader di quella generazione.

Tali scenari si sono costantemente replicati da allora e con ciascuna Intifada il prezzo pagato in sangue pare aumentare regolarmente. Tuttavia altre Intifade sono inevitabili, che durino una settimana, tre o sette anni, poiché le ingiustizie collettive subite dai palestinesi restano il comun denominatore tra generazioni successive di fellahin e dei loro discendenti di profughi.

Quella che sta avvenendo oggi è un’Intifada, ma è superfluo attribuirle un numero, poiché la mobilitazione popolare non segue sempre la logica netta richiesta da alcuni di noi. La maggior parte di quelli che guidano l’attuale Intifada erano o bambini oppure non erano nemmeno nati quando l’Intifada al-Aqsa iniziò nel 2000; certamente non vivevano quando l’Intifada dei Sassi esplose nel 1987. In realtà molti potrebbero ignorare i dettagli dell’Intifada originale del 1936.

Questa generazione è cresciuta oppressa, confinata e soggiogata, in totale conflitto con il fuorviante lessico del “processo di pace” che ha prolungato uno strano paradosso tra fantasia e realtà. Manifestano perché vivono un’umiliazione quotidiana e devono sopportare l’incessante violenza dell’occupazione.

Inoltre avvertono una totale sensazione di tradimento da parte della loro dirigenza, che è corrotta e cooptata. Perciò si ribellano e tentano di mobilitare e sostenere la loro ribellione più a lungo che possono, perché non hanno altro orizzonte di speranza che la loro azione.

Non lasciamoci impantanare dai dettagli, da definizioni e cifre autoimposte. Questa è un’Intifada palestinese anche se finisce oggi. Ciò che davvero importa è come rispondiamo alle implorazioni di questa generazione oppressa; continueremo ad assegnare maggiore importanza alla sicurezza dell’occupante armato che non ai diritti di una nazione oppressa?

Ramzy Baroud è un giornalista internazionale indipendente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è ‘My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’[Mio padre era un combattente della libertà: la storia non narrata di Gaza].

Da Z Net Italy- Lo spirito della Resistenza e’ Vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/of-course-it-is-an-intifada-this-is-what-you-must-know/

Originale: Ma’an News Agency

Traduzione di Giuseppe Volpe

©2015 ZNet Italy- Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

“DOBBIAMO UCCIDERE, UCCIDERE, UCCIDERE. TUTTO IL GIORNO, OGNI GIORNO!.

“Perciò, se vogliamo restare vivi, dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno [….]. Se non uccidiamo, cessiamo di esistere [….] La separazione unilaterale non garantisce la “pace”, garantisce uno stato sionista-ebraico con una schiacciante maggioranza di ebrei”.
Arnon Soffer, professore all’Università di Haifa. The Jerusalem Post del 10 maggio 2004

ORMAI SIAMO AL SIONISMO COLONIALE, SEMPRE PIU’ COLONIALE E SOLO COLONIALE

QUESTO ARTICOLO TRATTO DAL BLOG DELL’ISRAELIANO ZEEV STERHELL SI INTITOLA “SIONISMO COLONIALE” ED E’ DEL 2008. IN QUESTI SETTE ANNI LA SITUAZIONE E’ DIVENTATA SEMPRE PIU’ VERGOGNOSA, SEGNANDO UN ALTRO TRACOLLO DELLA CREDIBILITA’ DELL’EUROPA E DEGLI USA. ORMAI IL SIONISMO NON E’ ALTRO IN REALTA’ CHE L’ULTIMA VERSIONE DEL COLONIALISMO EUROPEO E DELL’IMPERIALISMO USA. 

Sintesi personale

Hebron è una vergogna nazionale, un vero e proprio peccato criminale: l’ apartheid, come Boaz Okun ha scritto nel settimanale Yedioth Ahronoth la scorsa settimana, è già qui. Ma non solo a Hebron: la situazione nei territori, in generale insieme con il furto di terre private, sono la testimonianza del fallimento dello stato di fronte all’arroganza del colono e alla sua determinazione a non sottostare a vincoli etici e giuridici, favorendo il consolidarsi di una quotidiana cultura della violenza.

Secondo il rapporto di Peace Now gli insediamenti occupano oltre il 90% di terre private palestinesi. Vorrei precisare che in tre articoli scritti nei mesi di maggio e giugno del 2001 ho spiegato la mia posizione per quanto riguarda i coloni: la vita degli ebrei che vivono su entrambi i lati della Linea Verde è “ugualmente preziosa. La limitazione della libertà di circolazione è un disastro storico, ma per ora ci sono persone che vi abitano la cui vita deve essere tutelata”. In realtà, la distinzione tra le persone che dobbiamo proteggere e la dimensione temporale del fenomeno è essenziale. Ho già scritto in passato e lo ripeto oggi: Se la società israeliana non avrà il coraggio necessario per porre fine agli insediamenti, gli insediamenti porranno fine allo stato degli ebrei dando vita ad uno stato binazionale.

I  leader dimostrano disprezzo per i principi di base della democrazia stessa. Essi sanno come sfruttare le istituzioni democratiche, ma ignorano i diritti umani e riconoscono solo i diritti degli ebrei. Il non rispettare la sentenza dell’ ‘Alta Corte di giustizia che nel 1979, stabilì che era illegale appropriarsi dei terreni privati , erode il fondamento della democrazia e i diritti dei singoli. Nonostante il potere che ha acquisito grazie alla codardia del governo, il colono ideologico sempre indossa il mantello di un martire, perseguitato dalla sinistra e dai mezzi di comunicazione . Sebbene egli controlla il territorio, gli piace essere raffigurato come una vittima di cospirazioni. Sebbene per quasi quattro decenni ha creato una realtà sulla quale gli elettori israeliani non sono mai stati chiamati a decidere trasformando l’occupazione militare in una forma di controllo civile che contraddice ogni norma internazionalmente accettabile, egli si dichiara derubato.

I loro leader dimostrano disprezzo per i principi di base della democrazia stessa. Essi sanno come sfruttare le istituzioni democratiche, ma ignorano i diritti umani e riconoscono solo i diritti degli ebrei. Nonostante il potere che ha acquisito grazie alla codardia del governo, il colono ideologico sempre indossa il mantello di un martire, perseguitato dalla sinistra e dai mezzi di comunicazione. Sebbene egli controlla il territorio, gli piace essere raffigurato come una vittima di cospirazioni. Sebbene per quasi quattro decenni, ha creato una realtà sulla quale gli elettori israeliani non sono mai stati chiamati a decidere trasformando l’occupazione militare in una forma di controllo civile che contraddice ogni norma internazionalmente accettabile, egli si dichiara derubato

Nelle carceri israeliane i bambini palestinesi vengono torturati

Ramallah-Ma’an. I bambini palestinesi vengono picchiati e torturati in modo “atroce” dai soldati israeliani durante gli interrogatori, ha riferito un avvocato dell’Autorità Palestinese.

Hiba Masalha, un avvocato che lavora per il comitato dell’Anp per le problematiche relative ai prigionieri, ha dichiarato che i detenuti adolescenti vengono “terrorizzati, minacciati e ricattati” contravvenendo quindi il diritto internazionale e le convenzioni che sostengono i diritti dei bambini.

Masalha ha riferito di aver visitato la Sezione 3 del carcere di Megiddo nel quale 68 adolescenti palestinesi vengono attualmente trattenuti.

La maggior parte dei detenuti che lei ha incontrato sono stati arrestati in un orfanotrofio di Tulkarem, città settentrionale della Cisgiordania.

Mahir Hussein, 17 anni, studente di Qalqiliya nel nord della Cisgiordania, le ha riferito che i soldati israeliani hanno sparato colpi in aria per minacciare lui ed altri due ragazzi quando sono stati arrestati.

Masalha ha riportato inoltre che i militari israeliani hanno minacciato di ucciderlo davanti a due soldati che lo stavano picchiando “violentemente”.

Secondo le testimonianze, è stato lasciato sanguinante per sei ore con le mani ed i piedi legati. Il ragazzo ha riferito che in seguito è stato portato nell’ospedale di una base militare, a Petah Tiqva, dove i medici hanno dovuto fare “24 punti di sutura” per chiudere la ferita che aveva in testa.

Il giorno seguente è stato riportato al centro per gli interrogatori di al-Jalama, nel quale è stato per un periodo di 20 giorni durante i quali è stato picchiato e quasi sempre relegato su una sedia di legno con mani e piedi legati, ha inoltre riferito Masalha.

Masalha ha incontrato anche il diciassettenne Wasim Taj di Tubas, che era stato rinchiuso assieme a Mahir Hussein.

Ha parlato a proposito dei “brutali” interrogatori che ha subito durante i 20 giorni che ha trascorso ad al-Jalama.

Un altro detenuto, Ibrahim Salmi, 17 anni, ha riportato a Masalha di essere stato interrogato nel centro di al-Jalama per 15 giorni in condizioni terribili.

I resoconti di Masalha escono una settimana dopo che il direttore del comitato dei prigionieri, Issa Qarage, ha dichiarato che gli israeliani che svolgono gli interrogatori utilizzano metodi “oppressivi e brutali” per intimorire i detenuti palestinesi e per obbligarli a confessare attacchi contro Israele.

Il gruppo per i diritti dei prigionieri Addameer ha da tempo segnalato che il trattamento dei detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane equivale alla tortura, descrivendolo come “diffuso e sistematico”.

Nel 2014 il gruppo internazionale per i diritti Defense for Children ha riportato che al 93 percento dei bambini arrestati dalle forze israeliane è stato negato l’accesso al consulente legale, mentre altri hanno subito periodi prolungati di isolamento a fini di interrogatorio, una pratica anche questa che equivale a tortura secondo il diritto internazionale.

Al 31 di marzo, vi erano 182 bambini palestinesi nelle carceri israeliane, compresi 26 sotto l’età di 16 anni.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

UN PO’ DI INFORMAZIONE SULLE ATROCITA’ DI ISRAELE CONTRO I PALESTINESI

Non mi conosci. Io sono solo un ragazzo californiano che una volta si innamorò di Israele e vi è rimasto, ma se sei una persona che sostiene Israele in California o in qualsiasi altro posto al di fuori di qui, ho un messaggio per te.
E lo stesso messaggio se si appartiene a StandWithUs o a J Street, o alla Coalizione ebrei repubblicani o al New Israel Fund, all’AIPAC o all’ Americans for Peace Now: “Prima di sostenere Israele un altro giorno, scarica e apri un rapporto chiamato “Ecco come ci siamo battuti a Gaza :. ‘testimonianze e fotografie dalla operazione “soldati a Gaza” (2014) “

Leggilo e non tornare a difendere Israele prima di averlo letto fino in fondo L’onestà è l’elemento centrale. L’onestà di decine di soldati coraggiosi e profondamente sfregiati che hanno prestato servizio in quella guerra la scorsa estate. Non sarà facile da leggere , né deve esserlo.
Chiunque tu sia, qualunque sia la tua politica, è necessario sapere che cosa è successo a Gaza. È necessario essere in grado di iniziare a spiegare – prima di tutto a te stesso – perché almeno la metà, e forse molti di più dei 2.200 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano erano civili, molti dei quali bambini. È necessario cominciare a percepire la portata della devastazione in vaste aree della Striscia , dovute all’IDF e alle direttive del governo . E’ necessario , caso dopo caso,, cominciare a sapere cosa è successo.Questo è necessario per il tuo stesso bene
http://frammentivocalimo.blogspot.it/2015/05/bradley-burston-lettera-per-i.html?spref=fb

http://www.democracynow.org/2015/5/6/kill_anything_israeli_soldiers_say_gaza

http://rufini.blogautore.repubblica.it/2015/05/08/spara-a-tutto-quello-che-si-muove/

http://www.today.it/mondo/bambini-palestinesi-violentati-soldati-israeliani.html

http://www.ilgiornale.it/news/i-soldati-israeliani-contro-tel-aviv-gaza-gravissime-irregol-1123852.html

http://monni.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/05/04/breaking-the-silence-denuncia-operazioni-esercito-israeliano-a-gaza/

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/05/1948-e-i-rifugiati-palestinesi-ben.htmlhttp://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/05/1948-e-i-rifugiati-palestinesi-ben.html

LA PALESTINA ASPETTA DA 67 ANNI

La Palestina aspetta da 67 anni….
Aspetta ai checkpoint.
Aspetta per andare a scuola e a lavorare.
Aspetta per andare a visitare un parente e per curarsi.
Aspetta di avere libero accesso alla sua acqua.
Aspetta il permesso di costruire sulla propria terra.
Aspetta che si smettano di demolire le sue case.
Aspetta che cessino le discriminazioni.
Aspetta di poter avere un’economia autonoma.
Aspetta che si smetta di negare la sua storia.
Aspetta che vengano attuate decine di risoluzioni ONU e rispettate le convenzioni di Ginevra.
Aspetta che cessino le punizioni collettive.
Aspetta che finiscano le incarcerazioni senza accuse e senza processo.
Aspetta di poter decidere liberamente del proprio futuro.
Aspetta che si rompa il silenzio e cessi l’indifferenza.
Aspetta che finisca l’occupazione.
Aspetta sempre.
E malgrado tutto questo, esiste.

Pax Christi

SOPRAVVISSUTI DELLA SHOA’ CONTRO QUELLO CHE DEFINISCONO “IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI” E CONTRO LA VERGOGNOSA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA STESSA SHOA’ PER GIUSTIFICARLO

60664_10152635089220535_3489014042103814317_n

 

http://www.thepostinternazionale.it/mondo/israele/sopravvisuti-alla-shoah-oggi-condannano-israele


Lo scorso 11 agosto, il premio Nobel per la pace nel 1986 Elie Wiesel ha acquistato lo spazio per un’inserzione pubblicitaria sui maggiori quotidiani internazionali, tra cui The New York Times, The Wall Street Journal, Washington Post, The New York Observer e The Guardian, per condannare pubblicamente il sacrificio dei bambini da parte di Hamas. 

Nell’annuncio, si legge chiaramente: “Jews rejected child sacrifice 3,500 years ago. Now it’s Hamas’ turn”. Tradotto: “Gli ebrei hanno rifiutato il sacrificio dei loro bambini 3,500 anni fa. Ora tocca ad Hamas.”
“Questa non è una battaglia di ebrei contro arabi o di Israele contro i palestinesi. È una battaglia tra coloro che celebrano la vita contro i campioni della morte. È la battaglia della civilizzazione contro la barbarie”, si legge nell’annuncio del premio Nobel Wiesel.

Il 23 agosto, 327 ebrei sopravvisuti all’Olocausto o discendenti delle vittime del genocidio nazista hanno risposto con una lettera a Wiesel acquistando a loro volta un’inserzione pubblicitaria sul New York Times, con la quale si dicono “allarmati dall’estrema e razzista disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana”. E definiscono un “genocidio” quanto sta accadendo a Gaza.
Di seguito la loro lettera apparsa sul New York Times:
In qualità di ebrei sopravvissuti e discendenti di vittime del genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro dei palestinesi a Gaza e la continuazione dell’occupazione e colonizzazione della Palestina storica. Altresì condanniamo gli Stati Uniti per fornire a Israele i finanziamenti necessari ad attuare l’attacco, nonché i paesi occidentali più in generale per usare il loro peso diplomatico al fine di proteggere Israele da condanne.

I genocidi cominciano col silenzio del mondo.
Siamo allarmati dall’estrema e razzista disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana, che ha raggiunto livelli febbrili. Politici e opinionisti nel Times of Israel e nel Jerusalem Post hanno apertamente chiesto il genocidio dei palestinesi, mentre israeliani di destra adottano gli emblemi nazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati dall’abuso su queste pagine della nostra storia operato da Elie Wiesel (Qui il link: lo scorso 11 agosto) volto a promuovere delle palesi falsità usate per giustificare l’ingiustificabile: il massiccio sforzo di Israele per distruggere Gaza e l’assassinio di circa 2.000 palestinesi, con molte centinaia di bambini. Nulla può giustificare il bombardamento di rifugi dell’ONU, di abitazioni civili, di ospedali e di università.

Nulla può giustificare il privare la gente dell’elettricità e dell’acqua.
Dobbiamo levare le nostree voci collettive e usare il nostro potere per porre fine ad ogni forma di razzismo, compreso il genocidio in corso del popolo Palestinese. Chiediamo l’immediata cessazione del blocco di Gaza. Chiediamo un completo boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele. «Mai più» deve significare «mai più per tutti».
A questo link ( http://ijsn.net/gaza/survivors-and-descendants-letter/
) la lista di tutti i firmatari.

—————————————————

I due link seguenti sono di articoli molto interessanti sugli arabi vittime della Shoà e sulla propaganda mirata a far passare gli arabi per più o meno nazisti:
http://www.thepostinternazionale.it/mondo/palestina/anche-noi-arabi-vittime-della-shoah

http://www.thepostinternazionale.it/mondo/israele/a-pranzo-con-la-storia

PALESTINA-ISRAELE: CHI HA PAURA DELLO STATO BINAZIONALE?

di Gideon Levy

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/02/gideon-levy-chi-ha-paura-dello-stato.htmlSintesi personale

Sintesi personale

Ebrei e arabi hanno vissuto insieme in uno stato dal 1948; israeliani e palestinesi vivono insieme in uno stato dal 1967. Questo paese è ebreo e sionista, ma non democratico per tutti. I suoi cittadini arabi sono limitati , mentre i palestinesi nei territori sono diseredati e privi di diritti .una soluzione per i suoi cittadini ebrei e un disastro per i suoi sudditi palestinesi. Quelli che sono spaventati da un unico Stato, quasi tutti gli israeliani ,ignorano che nella realtà è  già esistente.  Sono terrorizzati dal cambiamento : da uno stato di apartheid e di occupazione ad uno stato egualitario, da uno stato binazionale travestito da stato-nazione (del sovrano), ad uno stato binazionale in linea di principio. In entrambi i casi, gli ebrei e palestinesi  vivono in questo stato da almeno due generazioni, anche se  divisi. E impossibile ignorare.ciò
Le relazioni tra i due popoli in questo paese hanno conosciuto cambiamenti: da un regime militare  per gli arabi-israeliani fino alla sua abolizione (nel 1966), da un periodo di maggior calma e libertà nei territori a periodi tempestosi di terrore omicida e  di violenta occupazione. A Gerusalemme, Acri, Giaffa, Ramle, Lod, la Galilea e di Wadi Ara vivono arabi ed ebrei e le relazioni tra loro non sono impossibili.

Le relazioni con i palestinesi nei territori sono cambiati,  ma nel corso degli anni abbiamo vissuto in un  unico paese, anche se con la spada.
Per 47 anni  c’è stata la possibilità di ritirarsi dai territori per mantenere il carattere  ebraico e democratico dello Stato ,ma gli israeliani  hanno scelto di non farlo. E ‘forse questo un loro diritto, ma è loro dovere  offrire un’altra soluzione.   Sotto questa bandiera hanno ampliato gli insediamenti e perpretato l’occupazione con l’  obiettivo  di contrastare  la partizione. Questa finalità  è diventata irreversibile : non si parla più di evacuare oltre mezzo milione di coloni  e quindi non si parla più di una giusta soluzione dei due stati.

Le proposte di Stato John Kerry, che scoraggiano anche un gran numero di israeliani negli Stati Uniti, non garantiscono una soluzione giusta,  non garantiscono una soluzione: i ” blocchi di insediamenti ” resteranno in vigore. . ” Le misure di sicurezza “saranno in vigore per la Valle del Giordano, forse anche lì  sarà  consentito agli insediamenti di rimanere. La proposta dice no al ritorno dei profughi  o a una soluzione al problema dei rifugiati. Nel frattempo  ci  si impegna a non ” evacuare un Ebreo “e si  propone  la sovranità palestinese per i coloni
A questo punto può essere possibile andare dal droghiere all’angolo, formulare e anche firmare un altro documento (senza alcuna intenzione di  attuarlo  ) che somiglia notevolmente a tutti  quelli precedenti  ed ora 
riposti, pieni di polvere, in qualche archivio,ma è impossibile risolvere il conflitto con un tale piano. I rifugiati, i coloni , la Striscia di Gaza, la mancanza di buone intenzioni e  di giustizia   resteranno  .

Chi sostiene la soluzione dei due stati – a quanto pare la maggior parte degli israeliani – deve offrire una soluzione reale. Le proposte di Kerry non fanno ben sperare. Israele vi aderirebbe , ma solo per mantenere le sue relazioni con gli Stati Uniti e il mondo e per spingere i palestinesi nell’angolo , non certo per stabilire la pace o imporre la giustizia.
Da questo generale “no” sorge il “sì  a uno stato”. Se gli israeliani vogliono mantenere gli insediamenti ,nella Valle del Giordano, a  Gush Etzion e Maale Adumim, a Gerusalemme Est e leader nel Beit El devono prendere atto che c’è  un solo stato. Se c’è uno stato, allora il discorso deve cambiare: diritti uguali per tutti.
I problemi sono molti e complicati e come loro lo sono anche le soluzioni: divisione in distretti, federazione,  governi separati . Non ci sarà alcun cambiamento demografico qui – perché lo Stato è  da lungo  tempo  binazionale ,  ma solo un cambiamento democratico e consapevole. E allora si porrà la questione in tutta la sua forza: perchè così spaventoso vivere in uno stato egualitario? Infatti tutte le altre possibilità sono molto più spaventose.

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.571863

Gideon Levy : Who’s afraid of a binational state?

Noam Chomsky: La politica israeliana dei fatti compiuti

di Noam Chomsky

Il 26 agosto, Israele e l’Autorità Palestinese hanno entrambi accettato un accordo per il cessate il fuoco, dopo un assalto di 50 giorni a Gaza, che ha provocato la morte di 2.100 palestinesi e ha lasciato vasti panorami di distruzione.
L’accordo chiede una fine dell’azione militare da parte di Israele e di Hamas e anche un allentamento dell’assedio israeliano che ha strangolato Gaza per molti anni.
Tuttavia questo è il più recente di una serie di accordi pe il cessate il fuoco raggiunti dopo ognuna delle periodiche escalation di Israele nel suo incessante assalto a Gaza.
Fin dal novembre 2005 i termini di questi accordi sono rimasti essenzialmente gli stessi. Lo schema regolare è che Israele non osservi qualsiasi accordo sia deciso, mentre Hamas lo osserva – come ha ammesso Israele – fino a quando un brusco aumento della violenza da parte di Israele provoca una reazione di Hamas, seguita da brutalità ancora più feroce.
Queste escalation si chiamano “tagliare l’erba del prato” nel gergo di Israele. Quella più recente è stata descritta in modo ancora più preciso come “rimuovere lo strato superficiale di terra” da un anziano ufficiale militare statunitense, citato sul canale televisivo Al-Jazeera America. Continua a leggere