Sonno, sogno e risveglio

Se il sonno è una raffigurazione simbolica della morte, il risveglio lo è della rinascita. In mezzo vi è il sogno, che esprime l’esigenza di una riconciliazione tra morte e rinascita. Nel sogno si rivivono desideri repressi, frustrazioni, paure, angosce, sensi di colpa, ritorni al passato, incontri con persone morte, pianti, pentimenti…: nel sogno c’è tutta la vita, a cui bisogna dare un significato complessivo, che racchiuda tutto e permetta di risvegliarsi con soddisfazione. Anche adesso, appena ci si sveglia, si ha voglia d’iniziare una nuova giornata, sempre che la vita abbia per noi un senso e che non sia vissuta in uno stress insopportabile.

Quindi dopo la morte dobbiamo aspettarci un seguito, qualcosa da fare. Ma in che senso? Ripercorrere il passato, per poter andare avanti, fino a che punto è giusto? Il passato può essere ricompreso, memorizzato adeguatamente, ma non ha senso riviverlo: si deve proseguire il cammino nelle nuove condizioni di vita che ci verranno date e che sicuramente avranno forme diverse da quelle attuali.

Non è inutile o superfluo il tempo vissuto sulla terra, poiché sarà proprio dalla fine del nostro tempo che dovremo ripartire. Non ha senso ripetere le cose: sarebbe come burlarsi della nostra intelligenza.  Se abbiamo sbagliato, verremo messi in grado di capirne il motivo e, a tale scopo, ci basterà l’intelligenza o la sensibilità.

Faremo ammenda delle nostre colpe e ripartiremo, questa volta col piede giusto. Il problema, semmai, sarà per chi ha compiuto crimini orrendi, per i quali ha bisogno d’essere perdonato da chi li ha subiti. Le vittime devono mettere i carnefici in grado di perdonare se stessi. E finché non lo fanno, sarà difficile poter andare avanti: lo sarà sia per i carnefici che per le stesse vittime. Quest’ultime, infatti, devono sapere che il perdono concesso ai carnefici farà star bene anche loro. Il perdono serve a chi lo riceve e a chi lo dà. I sentimenti di odio e di vendetta o di risentimento non fanno fare neppure un passo in direzione dell’umanizzazione della personalità.

Di questa condizione di precarietà spirituale o d’impotenza morale dovremmo già essere edotti su questa terra. Tutti dovrebbero temerla, soprattutto i carnefici (assassini, violentatori, criminali…), i quali invece pensano di non dover rendere conto delle loro azioni alle vittime in persona. Cioè, al massimo, quando vengono smascherati o catturati, pensano di cavarsela di fronte alla giustizia. E la giustizia contribuisce a tale illusione, assegnando loro sentenze capitali o ergastoli o inducendoli al suicidio.

Tutti invece dovremmo essere consapevoli del fatto che la morte non esiste: esiste solo trasformazione, per cui bisogna rendere conto di sé proprio alle vittime, singolarmente prese. È bene sapere da subito che siamo destinati a vivere, in quanto l’essenza umana è eterna. E se non ci si riconcilia con queste vittime, ci si preclude la possibilità di migliorare se stessi. Si resta paralizzati nelle proprie colpe.

Il perdono, per quanta fatica possa costare, è solo una condizione minima, non è l’obiettivo finale. È certamente la condizione che ci permette di andare avanti, ma, una volta che la si è posta, il più resta ancora da fare. L’essere umano è fatto per realizzarsi facendo: non può stare fermo.

Bisogna dunque fare in modo che vittima e carnefice abbiano la possibilità di compiere qualcosa insieme, per il bene di entrambi e della collettività di appartenenza. Bisogna essere capaci di ammettere i propri errori, per riuscire a progettare il proprio futuro. Spesso anche la vittima deve farlo, poiché non deve illudersi che il fatto d’aver subito una gravissima offesa la esime dal compiere un esame di coscienza: si può essere colpevoli di cose di cui non si ha consapevolezza.

Chi non ha flessibilità è spacciato. Senza elasticità mentale, ci si emargina da soli. Rischiamo di diventare un’intelligenza sprecata, una risorsa inutilizzata. L’orgoglio smisurato di chi non è capace di riconoscere i propri errori, lo rende umanamente molto povero, psicologicamente fragile e anche intellettualmente schematico, fossilizzato nelle proprie idee, nelle proprie assurde posizioni di principio. Chi non comprende che nel cambiamento continuo sta il senso della vita, si condanna all’immobilismo, alla ristrettezza mentale.

Piuttosto bisognerà fare in modo che il perdono non sia di maniera, cioè puramente formale, e che avvenga nella convinzione d’aver compiuto un’azione effettivamente sbagliata. Ci vuole chiarezza per chiedere perdono e per essere perdonati. Si deve essere sicuri d’aver sbagliato. Ci vuole un senso della verità sufficientemente oggettivo, che vada cioè al di là delle convinzioni personali del carnefice e della sua vittima.

Ecco, in questo senso è giusto ricapitolare il passato, reinterpretarlo alla luce di una verità oggettiva. La quale certamente non può essere data come cosa esterna al soggetto, ipostatizzata: una verità oggettiva può scaturire solo da un confronto tra le persone. Non c’è nessun dio nell’universo, nessuno può sostituirsi a noi nella ricerca della verità.

Separare ragione e fede

Ragione e fede devono per forza restare separate, così come la chiesa, anzi le chiese dallo Stato, poiché la fede non può obbligare la ragione a credere in cose indimostrabili. Certo, anche la ragione può credere in cose indimostrabili, ma non deve farlo perché glielo chiede la fede. Semplicemente fa parte della natura umana credervi: che si sia amati dal proprio partner o che l’universo sia eterno e infinito, non può certo essere dimostrato razionalmente, eppure, non per questo, pensiamo d’essere affetti da misticismo.

Il campo della fede dovrebbe essere tutto quello che non si può dimostrare razionalmente e in cui ci si può credere senza alcun obbligo di farlo. E, in tal senso, non dovrebbe essere di pertinenza della sola religione, ma anche dell’etica e della morale laica. Ecco perché una fede politicizzata o una chiesa che voglia svolgere una funzione di supplenza nei confronti dello Stato, sono aspetti del tutto estranei alla democrazia e quindi alla libertà di coscienza.

Con questo non si vuole affatto dire che una società in cui esistesse solo lo Stato e nessuna religione, sarebbe, solo per questo motivo, più democratica. E non si vuol neppur dire che una società deve esistesse solo una fede, sarebbe più antidemocratica di quella in cui esistesse solo la ragione. La democraticità di una società è questione pratica, non teorica, cioè va dimostrata di volta in volta, anche se resta fuor di dubbio che non c’è democrazia là dove manca la libertà di coscienza, che è quella di credere o non credere nel valore di determinate cose, o – se si preferisce – in ciò che si vuol far passare come “vero”.

Ritenere che la verità sia un’evidenza in cui si “deve” (per forza) credere, o per fede o secondo ragione, è una pretesa insensata, poiché non c’è nulla che sia evidente di per sé. Persino il fatto di esistere è relativo, in quanto la morte potrebbe essere solo una trasformazione da una condizione di vita a un’altra.

L’ideale sarebbe che non esistessero affatto le istituzioni, poiché è il concetto stesso di “istituzione” (laica o ecclesiastica che sia) che induce a credere che la verità sia un’evidenza.

Facciamo un esempio molto banale: quello degli incroci stradali, così frequenti nelle città. Un tempo erano i vigili che decidevano quando un automobilista doveva passare. Esercitavano un potere secondo coscienza. Ci si doveva affidare al loro buon senso e alla loro intelligenza. Poi vennero i semafori, per risparmiare sul personale e per non obbligarlo ad ammalarsi d’inquinamento. Ma i semafori sono schematici: hanno una regolamentazione predeterminata una volta per tutte, e non possono tener conto delle reali esigenze del momento. Invece di agevolare il traffico, i semafori lo intasavano, portando lo stress a livelli insostenibili, tanto che, ad un certo punto, furono sostituiti dalle rotonde. Era il trionfo dell’autonomia decisionale. L’automobilista diventava prudente per libera scelta, dovendo rispettare soltanto la regola che chi è già dentro la rotonda ha la precedenza.

Ma perché c’è voluto così tanto tempo prima di capire che bastava un piccolo accorgimento per potersi autogestire? Il motivo sta nel fatto che noi viviamo in società dominate da istituzioni, le quali vogliono far credere che le cose funzionano solo quando le decisioni vengono prese dall’alto. Le istituzioni non si fidano dei cittadini, né della democrazia e tanto meno della libertà di coscienza, per quanto ci si voglia far credere ch’esse siano preposte proprio a questo.

Le istituzioni sono nate quando una piccola minoranza le ha volute per imporsi sulla grande maggioranza. Le loro regole cambiano soltanto quando la grande maggioranza non ne può più, cioè non quando iniziano ad apparire sbagliate determinate decisioni di vertice, ma proprio quando la loro assurdità ha raggiunto livelli assolutamente insopportabili. Ecco perché il progresso a favore della democrazia e della libertà di coscienza è così incredibilmente lento. Le istituzioni devono prima convincersi che i cambiamenti di forma non pregiudicheranno la sostanza del privilegio. I mutamenti sono veloci solo quando scoppiano le rivoluzioni, che però, purtroppo, vengono facilmente tradite.

Ora però torniamo al punto di partenza. Perché oggi diamo per scontato che ragione e fede debbano marciare separate? Qui la motivazione non può che essere di natura storica. Se nel passato l’esperienza della fede avesse soddisfatto le esigenze umane (di giustizia, di libertà, di sicurezza, di autenticità, ecc.), è evidente che la ragione non avrebbe chiesto di agire autonomamente. Ciò però non toglie che, storicamente, non sia accaduto anche il contrario, e cioè che la fede sia sorta in seguito a un cattivo uso della ragione. La fede nel non-razionale, in altre parole, può essere emersa quando un uso arbitrario della ragione ha reso la vita molto difficile, facendo apparire irrisolvibili le sue contraddizioni.

In un certo senso la fede appare come una ragione rassegnata al male, che spera di poterlo risolvere solo in una dimensione ultraterrena. Tuttavia gli uomini “ragionevoli” possono anche stancarsi di questa rassegnazione e prendersi la loro rivincita sugli uomini di chiesa.

Ecco, a questo punto vien d’obbligo chiedersi: perché ancora oggi la fede sussiste? La risposta va cercata unicamente nelle modalità in cui la ragione ha cercato di vivere la propria emancipazione. Se queste modalità non erano davvero democratiche e quindi rispettose della libertà di coscienza di ogni essere umano, appare del tutto naturale che si continui ad avere un atteggiamento di fede. Non è dunque la fede che impedisce alla ragione di svilupparsi, ma è la stessa ragione che non riesce a trovare in sé motivi sufficienti, anzi, modalità adeguate per diventare sempre più democratica.

La fede è come un sadico che gode quando vede fallire i tentativi che la ragione compie per essere libera. Assomiglia a quegli animali opportunisti che si avventano sulle loro prede quando le vedono in gravi difficoltà. In realtà la vera fede è quella che vive la ragione senza concedere nulla alla religione. È inammissibile che, a causa della naturale fede o fiducia umana, si possa formare una casta privilegiata chiamata “clero”, sia esso laico o ecclesiastico. E tanto più lo è il fatto che, in presenza di tali caste, ci si chieda di credere nelle istituzioni per risolvere i problemi che quelle stesse caste hanno creato o che impediscono, solo per la loro presenza, di risolvere.

Imputato e colpa

Quando nei processi si giudica qualcuno e ci si attiene esclusivamente alla legge si ha più possibilità di sbagliare che non attenendosi esclusivamente all’etica. Applicare la legge ai casi umani, che sono sempre infinitamente complessi, anche quando appaiono semplici, non ha molto senso. Anche se i giudici avessero in mano migliaia di codici e migliaia di riferimenti a casi analoghi a quello che devono giudicare, non sarebbero per questo più agevolati. La realtà è che gli esseri umani non possono essere “giudicati” da altri esseri umani. Possono solo essere capiti.

Di fronte a qualcuno accusato di qualcosa, noi non dovremmo mai né giustificare né condannare, proprio perché non possiamo farlo. E i motivi sono tanti: p. es. perché conosciamo troppo o troppo poco l’imputato. In un caso possiamo avere dei conflitti di interesse; nell’altro rischiamo di fidarci troppo delle apparenze, delle impressioni, delle opinioni o testimonianze altrui. Per non parlare del fatto che ci portiamo sempre dietro i nostri pregiudizi, le nostre concezioni di vita.

Noi non siamo mai nelle condizioni migliori per poter giudicare in maniera adeguata qualcuno: o siamo troppo coinvolti nelle sue vicende (e allora è come se, in realtà, dovessimo giudicare noi stessi, e nessuno è così obiettivo da poterlo fare), oppure il caso ci appare troppo estraneo (e allora il nostro giudizio può essere condizionato da altri fattori: p. es. la fretta di concludere il processo o il timore di subire conseguenze a seconda di come ci si pone nei confronti dell’accusato).

L’idea che esistano delle “prove schiaccianti” non aiuta assolutamente a definire la colpevolezza di un imputato. Per poter capire davvero un reato non abbiamo bisogno né di prove né di testimonianze. Il fatto che un crimine venga individuato con certezza non significa, di per sé, che si sia anche in grado di capirlo adeguatamente. Si pensi solo al fatto che chi subisce un torto è generalmente convinto, solo per questo, di avere tutte le ragioni di questo mondo. E qui non stiamo neppure a discutere se davvero possa esistere il concetto di “prova inconfutabile”: se esistesse un concetto del genere, non si darebbe così tanto peso al concetto di “alibi”, né si cercherebbe di produrre falsi indizi o di deviare le indagini o di cercare false testimonianze o di manipolare i reperti.

Uno può pensare che tutto ciò viene fatto proprio perché esistono “prove inconfutabili”, ma chi è disonesto sa bene che tutto può essere “falsificato” e che operazioni del genere possono dare anche i loro frutti nei processi. Quanto alle testimonianze oculari, da tempo è noto che uno vede solo ciò che vuol vedere o che “pensa” di aver visto. L’evidenza della verità è solo un’illusione. E quando si fa giurare qualcuno di dirla, si è soltanto ridicoli. Uno la verità non potrebbe dirla neanche se lo volesse, proprio perché con certezza non può saperla.

Neppure un’esplicita ammissione di colpa potrebbe risultare sufficiente. Non serve a nulla, sul piano etico, pentirsi per avere uno sconto della pena, tanto più che non è detto che un imputato possa avere piena consapevolezza di ciò che ha fatto solo perché l’ha fatto. Probabilmente se uno potesse avere una consapevolezza del genere, non farebbe alcun crimine (almeno così la pensava Socrate, il più grande filosofo dell’antichità).

I giudici, la giuria, gli avvocati, la pubblica accusa, i parenti dell’imputato, quelli della vittima, le forze dell’ordine che assistono al processo, ma anche i giornalisti, il pubblico curioso o interessato…, insomma tutta la società ha bisogno di sapere le motivazioni di fondo che hanno indotto a compiere un determinato reato o crimine. Cioè le circostanze che le hanno generate e le eventuali attenuanti o aggravanti, correlate al fatto, che si possono far valere: non a titolo di mera curiosità, ma nella speranza che la cosa non si ripeta.

Le circostanze sono sempre quelle socio-ambientali, in cui può maturare un reato o un crimine. Chiunque infatti è in grado di notare che, a parità di circostanze, uno delinque, l’altro no. Per quale motivo? Uno dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, cioè da quelli che, pur vivendo medesime circostanze, han deciso di comportarsi diversamente. Nei processi dovrebbero essere presenti solo le persone che, in un modo o nell’altro, conoscevano l’imputato e potevano accedere, in un modo o nell’altro, ai suoi ambienti. E tutti dovrebbero essere interpellati, per poter avere un quadro sufficientemente chiaro della personalità e della vita dell’accusato.

Il processo dovrebbe soltanto avere lo scopo di far capire all’accusato fino a che punto avrebbe potuto comportarsi diversamente, sulla base delle testimonianze raccolte. Le quali appunto non dovrebbero essere utilizzate a suo carico, ma proprio per fargli capire che esiste sempre la possibilità di agire diversamente. Dovrebbero essere testimonianze aventi una finalità pedagogica. Occorre cioè far capire a tutti, e non solo all’imputato, il valore delle opzioni, delle possibilità di scelta. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, chi compie un reato o un crimine sostiene che non aveva scelta. Ma se davvero mancasse la libertà di decidere, dove starebbe la colpa? A che pro giudicare uno destinato a delinquere? Dovrebbe anzi essere la società a chiedersi il motivo per cui, in certe situazioni, non esiste possibilità di scelta.

Noi diciamo che le persone non vanno giudicate per le loro idee ma per quello che fanno. Eppure il più delle volte le cose si compiono sulla base di certe idee o convinzioni. Dunque dovrebbe vertere su queste idee il dibattimento processuale. Uno dovrebbe arrivare a convincersi d’aver sbagliato, a prescindere dalla pena prevista. La quale, comunque, non può certamente basarsi sul carcere, cioè su una reclusione meramente punitiva. Chi ha sbagliato deve essere recuperato, altrimenti sarà indotto a ripetere il crimine o anche a far di peggio. La pena deve essere rieducativa. Quando uno si convince d’aver sbagliato, è già punito: a partire da quel momento gli deve esser data la speranza di reintegrarsi, proprio perché una persona non va mai condannata, ma recuperata.

Lo stesso criminale che, dopo essersi pentito, subisce un torto, deve dimostrare una maturità sufficiente a comportarsi diversamente da come avrebbe fatto prima del pentimento. Gli sbagli che nella vita si compiono devono servire per non ripeterli. Bisogna guardarli con fiducia, non con pessimismo, anche perché la perfezione non esiste: non è forse vero che spesso facciamo sbagli senza neppure accorgercene?

Le leggi esistenti, i codici, i casi analoghi, accaduti in precedenza, dovrebbero servire soltanto come spunto di riflessione, giusto per far capire all’imputato che non è un caso speciale, mai accaduto prima. Uno deve togliersi di testa l’idea di dover essere sottoposto, per una qualche ragione, a un trattamento di favore. L’etica è terribilmente più importante del diritto.

Un furto ai danni della cultura o del profitto?

L’altro giorno ho acquistato le Lezioni sulla filosofia della storia, di Hegel. Non ho potuto fare a meno di notare che il testo non contiene solo tante sciocchezze mistiche, ma anche una di tipo giuridico che le supera tutte e che lo stesso grande filosofo tedesco, con la sua ferrea dialettica, avrebbe considerata insostenibile. L’ha scritta, bene in evidenza, lo stesso editore Laterza: “E’ vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno e didattico”.

Quindi nessuna piccola percentuale ammessa (in genere il 15%): è vietato riprodurre anche una sola paginetta, anche se questa servisse per farci un commento sopra. Tanto meno valgono le esigenze didattiche: quindi gli studenti delle Superiori non potranno mai leggere alcunché di un testo destinato a un pubblico universitario. Interdetta persino la possibilità di fotocopiare qualcosa per esigenze personali, neppure pagando i diritti alla Siae, che non sono previsti: i 28 euro vanno spesi tutti, eventualmente cercando di farseli scontare da parte di qualche libraio.

Ma l’avviso minaccioso, perentorio, non è finito. “Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale, purché non danneggi l’autore“. Il corsivo è dell’editore, il quale è caduto in un piccolo lapsus: infatti al posto di se stesso, ha messo la parola “autore”. Qui, in effetti, si parla non di “danno culturale”, bensì di “danno economico”, che sarebbe piuttosto relativo per l’autore, in quanto già docente universitario, fruitore di un congruo stipendio, che gli permette di vivere senza particolari problemi.

Una diffusione massiccia della sua opera non potrebbe in realtà che favorirlo, sia per la sua professione di filosofo e critico (in quanto cultore dell’idealismo hegeliano) che per la sua professione di traduttore dal tedesco.

L’unico a subire un danno davvero economico dall’uso delle fotocopie è dunque l’editore, che campa non “di” cultura ma “sulla” cultura degli altri, e che non ha evidentemente altri introiti. E siccome il libro è del 2012, bisogna dire, vista la grande preoccupazione dell’editore, che gli affari non gli stiano andando molto bene. Infatti deve essersi accorto che nelle facoltà universitarie vige la prassi di fotocopiare “interi libri”, e siccome non è interessato a sapere se i giovani abbiano da spendere 28 euro per un unico volume, in quanto dà per scontato che chi frequenta quegli ambienti abbia tutte le possibilità di farlo, stigmatizza quelli che diffondono la cultura a prezzi stracciati.

Dice questo come se la cultura debba essere fatta da un’élite per un’élite (vengono qui in mente gli ambienti democratici di Copenhagen quando accusavano Kierkegaard d’essere soltanto “uno scrittore per scrittori”). Strano che un editore intenzionato a fare profitti, ami vendere le sue edizioni a così poche persone e che non abbia trovato il modo di allargare democraticamente la propria clientela.

Non a caso l’avviso prosegue quasi con accento disperato: “ogni fotocopia che eviti l’acquisto di un libro è illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo di trasmettere la conoscenza”. Qui il riferimento ovvio del “modo” è a quello “cartaceo”, che viene minacciato non solo dall’uso delle fotocopiatrici (nate negli anni Sessanta e che in vent’anni si sono imposte in tutto il mondo), ma anche e soprattutto dal digitale, che col primo scanner, nel 1985, ha prodotto un’incredibile rivoluzione tecnologica, che l’editore Laterza guarda con grande terrore. Stranamente, a dire il vero, poiché, essendosi sempre vantato d’aver diffuso la cultura e, nella fattispecie, tante opere di Hegel, dovrebbe sapere che è una delle leggi fondamentali della dialettica il vedersi superare dalle vicende storiche per una sintesi superiore.

Non lo sa la Laterza che si sta già pensando a uno “scanner della mente”, cioè a una macchina capace di leggere i nostri ricordi o addirittura i nostri pensieri? Il primo che riuscirà a realizzarlo e che si metterà a scansionare il cervello dei più grandi filosofi e scienziati dell’umanità riceverà tante di quelle royalties che, al suo confronto, personaggi come Bill Gates o Mark Zuckerberg appariranno dei poveracci.

Allo stesso Hegel sarebbe parso quanto meno contraddittoria una frase del genere: “Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura”. Quindi il furto non è solo in ciò che si fotocopia, ma anche nello stesso strumento meccanico, che, come noto, serve a riprodurre molte altre cose non meno utili e spesso anzi assolutamente indispensabili. Dunque “un furto ai danni della cultura”: anche qui un nuovo lapsus, che il lettore, senza essere un grande filosofo o scienziato, può facilmente individuare.

Che cos’è la libertà di coscienza?

Gli uomini devono imparare a disobbedire agli ordini che violano la libertà di coscienza. Come facevano i cristiani quando gli imperatori romani li volevano obbligare a rinnegare la loro fede in Cristo. Quella volta i cristiani avevano ragione anche se oggi sappiamo che la loro fede storicamente non aveva alcun senso, essendo la fede non in un “liberatore” ma in un “redentore”.

E’ preferibile che gli uomini si facciano ammazzare piuttosto che violare questa libertà, da cui dipendono tutte le altre. Non per passare alla storia pur avendo mentito sulle proprie visioni – come nel caso di Giovanna d’Arco -, ma proprio per ribadire che sulle questioni di coscienza non si scherza, vere o false che siano le proprie convinzioni o quelle altrui. Ricordiamoci sempre di Tommaso Moro che, nei confronti del proprio sovrano, politicamente aveva torto ma eticamente aveva ragione.

Non serve a niente avere la libertà di associazione, di voto, di culto, di insegnamento o qualunque altra libertà, se viene negata o non viene adeguatamente rispettata quella di coscienza.

Prendiamo p.es. il fenomeno della guerra. Una pura e semplice dichiarazione di guerra è già una violazione della coscienza, non solo di quella del “nemico”, che sarà costretto a difendersi, ma anche di quella dei cittadini dello Stato che ha dichiarato guerra, perché saranno costretti a considerarla come un dato di fatto, essendo stata decisa dal governo in carica senza previa consultazione popolare e, una volta accettata, saranno costretti ad accettare mille altre limitazioni, in un crescendo continuo, soprattutto se i “nemici” saranno in grado di difendersi.

L’unica guerra ammissibile dovrebbe essere quella difensiva, da considerarsi come gesto estremo dopo il fallimento di tutti i negoziati politici, e solo per evitare conseguenze peggiori, come la sottomissione di un intero popolo o il suo genocidio o la sua deportazione in altri territori, e così via. In tal caso la guerra difensiva va giudicata come l’ultima possibilità di sopravvivenza.

Dobbiamo ritenere altamente significativo che nella nostra Costituzione sia stato posto il divieto di usare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; anzi tutte le Costituzioni del mondo dovrebbero prevedere il principio secondo cui i crimini compiuti contro l’umanità non possono mai cadere in prescrizione, come si disse al processo di Norimberga contro i nazisti.

Questo perché occorre dare una qualche soddisfazione ai sopravvissuti, i quali devono essere indotti a credere che la giustizia non è una parola vuota e che, per ottenerla, non hanno bisogno di nutrire sentimenti di vendetta o di farsi giustizia per conto loro o di pretendere pene che violano il diritto ad avere una propria umanità.

Generalmente nelle situazioni belliche la libertà di coscienza viene ridotta al minimo. Nelle forze armate esiste una rigida gerarchia: l’inferiore è tenuto ad obbedire agli ordini del superiore di grado, a meno che non venga violata – oggi finalmente lo diciamo – la sua libertà di coscienza. Un soldato dovrebbe rifiutarsi di giustiziare i prigionieri o le persone disarmate, ferite o che si sono arrese.

Quando un soldato afferma, sotto processo, ch’era stato costretto a compiere determinate cose contro la sua coscienza solo perché gli era stato ordinato, in genere mente, poiché, se si fosse davvero rifiutato, non gli sarebbe successo nulla di particolarmente grave. I superiori sanno bene che se in casi del genere agissero con mano pesante creerebbero dei precedenti che poi risulterebbero ingestibili. Di qui la necessità di formare dei picchetti per le fucilazioni sulla base della libera adesione o di caricare a salve almeno uno dei fucili o di non intervenire se i componenti del plotone non colpiscono il bersaglio o lo colpiscono non per farlo fuori ma solo per ferirlo.

In genere i superiori devono convincere con la persuasione il plotone d’esecuzione che il soggetto da giustiziare meritava d’esserlo senza alcuna attenuante, in quanto le prove erano schiaccianti o il suo reato era assolutamente infame. Prediche analoghe, in grande stile, a interi eserciti, vennero fatte non solo ai giapponesi che bombardarono Pearl Harbor, ma anche agli americani che bombardarono Hiroshima e Nagasaki. Stessa cosa fecero Napoleone e Hitler alle loro truppe quando invasero la Russia.

E’ molto difficile rispettare la libertà di coscienza nelle situazioni-limite, i cui comportamenti unilaterali sono dettati da decisioni schematiche, semplificate al massimo. Frasi di questo genere: “Se tu non uccidi lui, lui ucciderà te”, “Non fate prigionieri”, “T’assicuro che in un modo o nell’altro parlerai”, “Sii spietato se vuoi che il nemico abbia paura di te”, “Bruciate tutto!”, “Ci teniamo il diritto a un colpo preventivo”, “Per sicurezza non rischiare”, “Quando uccidi degli innocenti, devi considerarlo un incidente di percorso” ecc., non dovrebbero mai essere pronunciate da un soldato e tanto meno da un ufficiale, che è preposto a dare l’esempio.

Quando non si rispetta la libertà di coscienza altrui, ci si mette nelle condizioni di non veder rispettata neppure la propria: sia perché si teme sempre che la vendetta del nemico, nel caso in cui abbia la meglio, sarà terribile; sia perché, temendo di dover sottostare a trattamenti analoghi ai propri, si preferisce il suicidio.

Suicidarsi per non diventare schiavi, come fecero gli ebrei a Masada, si può capire; ma suicidarsi piuttosto che pentirsi, è un grave atto contro la propria coscienza. Ancora più grave è l’atteggiamento di chi vuol mascherare il proprio suicidio accusando qualcuno d’averlo assassinato, ma qui siamo già nell’ambito della follia (come quella di Kierkegaard nei confronti della Chiesa danese).

La libertà di coscienza è la cosa più seria di questo mondo. E’ il metro di giudizio di ogni nostra azione, ma se uno pensa di potersi giudicare da solo, s’illude enormemente. L’essere umano è un animale sociale: nessuno è in grado di giudicare obiettivamente se stesso, se non si confronta con altre persone.

Da soli non abbiamo nessun criterio per stabilire la differenza tra bene e male, poiché per ogni azione sappiamo sempre trovare una giustificazione, anche a costo d’ingannare consapevolmente noi stessi.

In Iraq gay e lesbiche vengono massacrati. Un’altra guerra che non importa a nessuno

L’ultimo, in ordine di tempo, si chiamava Bashar, un attivista omosessuale che aveva organizzato a Baghdad delle abitazioni sicure dove si rifugiavano gay e lesbiche in pericolo di vita e minacciati di morte, anche dai parenti.

Bashar è stato assassinato ieri, all’età di 27 anni. A darne notizia, Peter Tatchell, leader dell’organizzazione LGBT Outrage che ha dichiarato: «Il 25 settembre ho ricevuto la triste notizia che il leader attivista gay, Bashar, studente universitario, è stato assassinato in un negzoio di barbiere. Un gruppo di miliziani lo ha finito con parecchi colpi di proiettili sparati  al solo  scopo di eliminare  la persona. Bashar è stato un giovane coraggioso, un vero eroe che ha messo la sua vita  al servizio  degli altri, salvando molte persone in pericolo a causa della loro condizione  sessuale».

Secondo le Nazioni Unite, gli attacchi contro i militanti gay e lesbiche vengono per la maggior parte da tribunali religiosi e si sono intensificati dal 2005, dopo che il grande ayatollah Ali al-Sistani  aveva messa una fatwa che dichiareava che gay e lesbiche dovevano essere uccisi nel peggiore dei modi possibili.

Da allora, pur non essendo illegale l’omosessualità in Iraq, milizie fondamentaliste religiose si sono organizzate per imprigionare, torturare e uccidere ogni omosessuale che catturavano.

Fonte: Outrage Continua a leggere

Pier Paolo Pasolini 35 anni dopo la sua morte

Sono trascorsi trentacinque anni da quel giorno in cui il corpo intriso di sangue e violenza di Pier Paolo Pasolini venne rinvenuto sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, a pochi chilometri dalla capitale. Trentacinque anni e un solo colpevole reo confesso: Pino Pelosi, un ragazzo di vita, un vagabondo che in tanti anni non ha saputo o voluto raccontare la verità su quella notte di aggressione al grande poeta, scrittore, regista. Un silenzio che a tanti è parso una copertura verso altri assassini rimasti ignoti ancora oggi. Le dinamiche e i vari sopralluoghi fatti successivamente da amici di Pasolini raccontano che non poteva essere il solo Pelosi ad aver fatto carne da macello il corpo di Pier Paolo. Troppo frettolose le indagini ufficiali, lasciati cadere nel vuoto o cancellati i tanti indizi che potevano dare altre risposte su quella notte. Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in “circostanze sordide”.

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Gli elfi gay sbarcano in Europa

Non allarmatevi se andando per boschi vi capiterà di imbattervi in strani esseri che gli americani chiamano “fatine del bosco”, ovvero Faeries. Sono i novelli Peter Pan, le ninfe, i  moderni elfi che cercano, attraverso la vita agreste, di tornare alle radici, esplorare una coscienza alternativa ai propri stili di vita. Hanno un comune denominatore: sono gay e lesbiche. Non si può parlare di gruppo ma di movimento che dagli States si sta spostando in Europa e magari anche in Italia. Sono i nuovi hippies, libertari, che scelgono i santuari della natura per rendere sacra la sessualità, sfidare le alterazioni delle coscienze, i costumi di una nazione, celebrare un nuovo stile di vita gay e della sua cultura. E per farlo con maggiore persuasione emulano il mondo dell’incanto, delle favole, spaziando da J. K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter a  Jack Keoruac, profeta della beat generation.

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La Svizzera apre le porte al turismo omosessuale

Bello il ragazzo in foto, vero? Fa parte di una campagna pubblicitaria elvetica lanciata in occasione dei mondiali di calcio disputati in Germania nel 2006. Era rivolta alle signore annoiate e sole, lasciate temporaneamente dai mariti corsi a tifare i propri beniamini negli stadi. Quelle immagini, però, finirono per ammaliare i gay che le pubblicarono ovunque e promisero in cuor loro che la Svizzera valeva una vacanza. Ora, a quanto pare, ad offrire la ghiotta occasione è proprio l’Ente del Turismo elvetico che ha lanciato una campagna pubblicitaria rivolta alla comunità omosessuale.

Sul sito dell’Ente è stata aperta una pagina con informazioni, destinazioni e offerte rivolte esclusivamente ad un pubblico gay e lesbico. Per un weekend o per una settimana si possono visitare luoghi come Lousanne, Lucerna, Zurigo, Arosa, a prezzi vantaggiosi e con un’accoglienza di rispetto e attenzioni. Pare, ad esempio, che ad Arosa, si sia sviluppata una vita notturna fantastica per le persone omosessuali, anche se, in quanto a raffinatezza e stile Zurigo resta imbattibile.

Per attrarre il turista gay-lesbico, l’Ente Nazionale del Turismo elvetico ha stanziato 150 mila franchi per la campagna pubblicitaria, sviluppando accordi con molti hotel, luoghi di divertimento, eventi culturali, pronti ad accogliere questo segmento di clientela che si dice parecchio esigente. Le ragioni di questa scelta le ha spiegate Véronique Kanel, portavoce di Suisse Tourisme, al quotidiano Le Matin:

«La prima è che la comunità omosessuale dispone di una rete di comunicazione molto ben strutturata che ci permette di far crescere la nostra visibilità all’estero. Poi c’è il fatto che i turisti gay, mediamente, spendono molto di più degli eterosessuali visto che appartengono a quella categoria di persone con doppio stipendio e sono senza figli. Le nostre città – afferma ancora Véronique Kanel – sono molto aperte e la combinazione di natura, cultura e divertimento attira particolarmente questa clientela».

Sarà così? Intanto i primi ad essere contenti sono proprio loro; i gay elvetici, sicuri che questo impegno porterà nuova linfa vitale all’economia locale e aprirà nuovi processi di democrazia per il movimento lgbtq elvetico. Qui, infatti, da giugno 2005, le coppie omosessuali registrate godono gli stessi diritti delle coppie sposate, con benefici che vanno dalla pensione, all’eredità, alla previdenza professionale. Forse, vista la mancanza di diritti in Italia, qualche coppia deciderà di fare una bella vacanza in Svizzera, e magari restarci. Chissà!

Nasce Equality Italia, la prima lobby per i diritti civili

Ieri presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, è stata presentata Equality Italia, la prima lobby per i diritti civili nel nostro Paese. Fondatore di questa nuova realtà per il mondo lgbtq (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, queer) Aurelio Mancuso, noto militante del Movimento omosessuale italiano ed ex presidente nazionale di Arcigay. Alla presentazione hanno partecipato anche Paola Concia , Flavia Perina, Benedetto Della Vedova, Barbara Pollastrini, Rosaria Iardino, Gianni Cuperlo, Imma Battaglia, Irene Tinagli, Paola Balducci e Ivan Scalfarotto, Carlo Guarino. Da tempo, troppo tempo, l’associazionismo omosessuale si è sempre identificato con una politica di sinistra, sperando, invano, che proprio quella parte politica desse risultati concreti in termini di leggi di diritto per le coppie di fatto, contro l’omofobia, contro ogni discriminazione. Il risultato è stato negli anni deludente, nonostante la presenza di gay e lesbiche all’interno delle formazioni politiche e dentro il Parlamento: molti buoni propositi, zero risultati. Continua a leggere

Il Coming out di Tiziano Ferro:”Sono omosessuale e ho la libertà di dirlo”

“Dissi alla mia fidanzata che pensavo di essere attratto anche dai ragazzi”. Lei rise: “Non può essere vero”. Il racconto che Tiziano Ferro fa dalle pagine di “Vanity Fair” ha qualcosa di dolce e struggente. E’ il racconto di una sessualità rifiutata, impaurita dagli eventi e da un mondo dove l’omosessualità è presente eppure negata; è la fine di un incubo che per tanti anni, troppi, ha ferito la vita di una persona, facendola essere quella che non è mai stata. Il coming out di Tiziano Ferro è l’uscita da un tunnel che, come lui stesso si è augurato, possa aiutare altri a non commettere gli stessi errori, a non restare per anni dentro una gabbia di inutili ipocrisie. Dell’omosessualità della popstar nostrana, in realtà se ne parlava da tempo, si lasciavano cadere frasi a metà ma ineludibili. Lui non smentiva, lasciava che le parole lo attraversassero e passassero oltre. Paura, questo era!

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Eutanasia e Testamento biologico

Nessuna discussione sul testamento biologico può prescindere da una discussione sull’eutanasia, proprio perché in entrambi i casi si chiede di evitare l’accanimento terapeutico e quindi in entrambi i casi chi è contrario parla di “omicidio” (così come ne parla quando c’è di mezzo l’aborto).

Ma, mentre sull’espressione “accanimento terapeutico” ci si può confrontare abbastanza serenamente, cercando di chiarirsi, tecnicamente, quando è lecito cominciare a parlarne e quando no, viceversa sulla parola “eutanasia” (“buona morte”, alla lettera) – condizionati come siamo ancora dall’uso mistificatorio che ne fece il nazismo – le opinioni sembrano convergere verso un assunto abbastanza condiviso: legalizzare l’eutanasia è troppo rischioso, potrebbe portare a conseguenze eticamente imprevedibili.

Ciò su cui ci si scontra è la difficoltà di poter stabilire fin dove può arrivare la libera volontà in un individuo consapevole di essere affetto da una malattia molto dolorosa e/o incurabile (si pensi ai casi di Piergiorgio Welby o di Giovanni Nuvoli). Tanto più ci si chiede come sia possibile stabilire tale volontà in un soggetto giovane clinicamente morto ma tenuto in vita vegetativa da una strumentazione specifica, nell’ovvia speranza che possa risvegliarsi e concludere il suo ciclo vitale in maniera naturale.

Partiamo da quest’ultima ipotesi, che ha trovato in un caso molto famoso, quello di Eluana Englaro, materia sufficiente per scatenare durissime polemiche, al punto che il parlamento non è ancora riuscito a varare una legge sul testamento biologico (l’unico testo a disposizione è quello approvato dal Senato il 26 marzo 2009).

Intorno a questo caso i dibattiti si sono concentrati su due argomenti: uno tecnico (fino a che punto l’alimentazione forzata è un atto dovuto e non una terapia arbitraria?) e l’altro etico (ha senso parlare di violazione del diritto alla vita in un soggetto incapace non solo di intendere e volere, ma anche di percepire e sentire?).

Ad un certo punto ci si chiese se non fosse necessario che ogni persona maggiorenne stabilisse, preventivamente, per iscritto, le proprie ultime disposizioni in caso di improvvisa situazione comatosa, anche per sollevare il personale medico dagli inevitabili dubbi amletici.

Tuttavia anche in questo caso la domanda restava in tutta la sua pregnanza: davvero si viola la libertà di coscienza quando si cerca di tenere in vita una persona giovane che pur aveva preventivamente dichiarato di fare nulla in caso di situazioni disperate? E se quella persona si risvegliasse e fosse contenta di averlo fatto?

Ci può essere una soluzione convincente a questo problema? Fino a che punto il proprio diritto alla vita può diventare un dovere altrui senza violare la propria libertà di coscienza? Ci si può sostituire alla coscienza di un individuo caduto improvvisamente in coma, decidendo se farlo morire o se farlo vivere in una condizione vegetativa?

E se il soggetto, una volta risvegliatosi, non fosse affatto contento della nostra iniziativa terapica? Se si ritrovasse in una condizione di estrema difficoltà, in cui dovesse p.es. imparare di nuovo a parlare o a mangiare o a fare movimenti coordinati, sarebbe davvero contento di ricominciare da capo?

Qual è dunque il limite oltre il quale una legittima assistenza medica, volta a tutelare il diritto alla vita, può trasformarsi in un atto arbitrario che viola la libertà di coscienza? Il limite può essere deciso solo dal soggetto e il soggetto può stabilirlo solo se viene informato di tutte le possibili conseguenze della sua decisione. Quindi ciò presuppone ch’egli sia cosciente, poiché solo se è cosciente può arrivare a capire che anche un’esperienza di dolore può essere significativa.

Nessun diritto alla vita può diventare un obbligo a vivere, né può sostituirsi a una libera scelta di un’esperienza di dolore. Quindi se da un lato è giusto rendersi conto che anche la scelta di vivere un’esperienza dolorosa può essere un atto umano, dall’altro bisogna convincersi che un’esperienza del genere non può essere imposta.

Dunque in caso di coma, qual è il limite oltre il quale un eventuale risveglio non garantirebbe il ripristino delle precedenti funzioni vitali nelle condizioni in cui erano? Esiste un limite ragionevole di tempo? La scienza è in grado di stabilirlo? Se il rischio è quello che un eventuale risveglio non è assolutamente in grado di garantire il recupero integrale delle proprie facoltà (o almeno un loro recupero significativo, che non pregiudichi la dignità della vita), per quale ragione la scienza deve avere più potere della coscienza?

Per quale motivo deve essere la scienza a decidere quando uno in coscienza preferirebbe morire piuttosto che trovarsi in una condizione assolutamente diversa da quella che aveva quand’era sano? Questo potere della scienza non rischia di trasformarsi in un potere politico e amministrativo sul corpo di un paziente?

Altri testi si trovano qui http://www.homolaicus.com/uomo-donna/eutanasia.htm

Perché alla Fiat non licenziare anche i manager e gli azionisti incapaci che l’hanno portata a questo punto di inadeguatezza ormai fuori mercato?

Come è noto, tre operai del reparto montaggio dello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat – dove si produce la Punto Evo – sono stati prima sospesi e poi licenziati con l’accusa di aver ostacolato il percorso di un carrello robotizzato durante un corteo interno. Secondo l’azienda il blocco del carrello robotizzato impediva di lavorare agli operai che non partecipavano allo sciopero e al corteo interno. Ed è di oggi la notizia di un quarto licenziamento, sempre per motivi dello steso tipo, piuttosto speciosi. Ma tralasciamo.

Bene. Ma allora perché non licenziare i manager e gli azionisti di riferimento incapaci che con le loro incapacità e strategie perdenti impediscono di lavorare a centinaia di migliaia di dipendenti compromettendo anche il futuro di molti di loro? Altro che blocco del carrello robotizzato: nei primi sei mesi del 2010 la quota di mercato della Fiat nell’Europa composta da 27 Paesi è calata del 20, 8%. Si è cioè ridotta nel giro di sei mesi addirittura di un quinto! A fronte di un mercato dell’auto di fatto stazionario anche se registra un incrementino dello 0,2%. Detto in parole povere, la Fiat è fuori gioco, va peggio di tutti i suoi principali e con la sua fettina del 7,4% di quota di mercato è solo la sesta casa automobilistica del Vecchio Continente. Che fine hanno fatto le profezie dell’Avvocato, cioè dello scomparso Gianni Agnelli che in realtà non era neppure avvocato, di quando – pochi anni fa – si diceva sicuro che la Fiat sarebbe cresciuta fino a diventare uno dei pochi giganti automobilistici mondiali? Evidentemente sono state seppellite con lui. Purtroppo. Continua a leggere

Il senso gay di festeggiare il Gay Pride

Domani a Napoli, le persone lgbtq (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer ndr.), ci auguriamo a migliaia, sfileranno per le strade cittadine con il loro carico di colori, musica e slogan per chiedere alla politica un impegno concreto sui diritti civili negati fino ad oggi, e per una lotta seria contro ogni discriminazione e ogni violenza omofoba. Si celebra il Gay Pride, nato 31 anni fa, dopo una battaglia durata una notte, allo Stonewall Inn, il locale di Christopher Street, nel Greenwich Village, tra polizia e omosessuali e transessuali.

Stanchi di quotidiane perquisizioni, vessazioni e violenze da parte dei poliziotti, gli avventori del locale gay, aiutati dagli abitanti, decisero di mettere la parola fine, e quando quella sera del 27 giugno 1969, i poliziotti irruppero nel locale, cominciarono a volare bottiglie, scarpe tacco 15, e fecero barricate per impedire ai rinforzi di raggiungere il locale.

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Le balle per giustificare le guerre, in attesa delle prossime (sia balle che guerre). E voci di un accordo Russia-Berlusconi che se vere confermano almeno in parte quanto scrissi all’epoca delle visita del Chiavaliere in Israele

1) Un video in cui Saddam Hussein fa sesso con un ragazzino: così la Cia aveva in mente di screditare l’allora dittatore iracheno, pensando di riuscire in questo modo di aver gioco facile nell’invasione del Paese, nel 2003.

A rivelarlo al Washington Post è un ex agente dell’intelligence, che ha raccontato anche altre strategie messe a punto nell’”information warfare” project.

Il video con Saddam è “sgranato, come se fosse stato preso da una telecamera nascosta”, spiega l’ex 007. Ma abbastanza nitido e ambiguo da distruggere l’immagine del leader.

Un altro trucco pensato dagli agenti era quello di interrompere la programmazione della televisione irachena con una falsa breaking news, in cui un sosia di Saddam avrebbe dovuto annunciare di essere pronto a cedere il posto al figlio Uday.

L’ufficio dei servizi tecnici, addetto alla creazione di questi video falsi, negli ultimi anni era anche pronto a mandare in onda un filmato in cui si vede Osama bin Laden seduto intorno a un fuoco con i suoi fedelissimi mentre beve  con loro superalcolici, vietatissimi dall’Islam

Alla fine nessuno di questi filmati venne utilizzato. Alcuni funzionari  dell’agenzia sostengono che il piano venne bocciato come “inutile per i nostri obiettivi”, in quanto di fatto queste immagini non avrebbero avuto nella regione quell’eco che ci si sarebbe potuti aspettare. Altri ritengono invece che la cosa nonsia stata  portata a termine semplicemente per mancanza di fondi.

2) Il comandante in capo delle forze americane in Medio Oriente, il generale David Petraeus, ha ordinato una vasta espansione dell’attività militare clandestina allo scopo di creare scompiglio nei gruppi militanti e prevenire minacce in Iran, Arabia Saudita ed altri Paesi nella regione, secondo una direttiva segreta firmata a settembre e il New York Times ha avuto l’opportunità di esaminarla in parte. Continua a leggere