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Collaborazione italo – tedesca contro le frodi fiscali e il riciclaggio

Un appello congiunto italo-tedesco, inizialmente lanciato da alcuni europarlamentari dei Verdi tedeschi e da altri, e indirizzato ai governi e alle istituzioni dell’Unione europea chiede tolleranza zero contro il riciclaggio di denaro, le frodi fiscali e il dumping fiscale in Europa. Per diversi aspetti è più che condivisibile.

Si propone una tassazione comune con un’aliquota fiscale minima sul reddito delle imprese. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) sta già lavorando per presentare una specifica proposta, ma, se non dovesse raggiungere un accordo entro la fine di quest’anno, l’Ue dovrebbe farlo direttamente. Le grandi imprese saranno anche tenute a rendere pubblici gli utili e le imposte pagate paese per paese, come richiesto dalla Commissione e dal Parlamento europeo.

Inoltre, sarà introdotta una tassazione digitale comune per garantire che i profitti del business digitale realizzati in Europa siano tassati nell’Ue.

Si chiede che si realizzino le riforme dell’IVA nei vari paesi europei. Si calcola che la sola frode fiscale transfrontaliera sia di circa 50 miliardi di euro.

Attualmente la concorrenza fiscale in Europa è di dimensioni intollerabili. Sta per estendersi dal reddito da capitale al reddito delle persone fisiche. Comportamenti truffaldini e “trucchi” di vario tipo, come certi trattamenti fiscali speciali di alcuni paesi, i porti franchi, i visti e le cittadinanze “d’oro” di altri indeboliscono la tassazione globale e progressiva del reddito negli Stati dell’Unione.

La lotta al riciclaggio di denaro sporco è un obiettivo centrale. Secondo la Commissione Ue, la perdita di entrate pubbliche ammonta a 160 miliardi di euro l’anno. Secondo l’Europol, solo l’1% del denaro criminale è sottoposto a sequestro. E’ urgente, quindi, creare un’efficace autorità di vigilanza e di regolamento del riciclaggio di denaro. Bisognerebbe anche mettere in campo una guardia di finanza europea nell’ambito dell’Europol.

E’ positivo, secondo noi, che, in merito, nel documento si riconosca la bontà di certe leggi italiane che si vorrebbe estendere all’intero territorio europeo.

L’appello, già firmato da oltre 2.000 cittadini e personalità italiani, tedeschi e di altri paesi, rileva che, siccome a causa della pandemia la crisi economica colpisce contemporaneamente tutti, bisognerebbe sostenerne insieme il peso. Perciò esprime un appoggio particolare per l’emissione degli eurobond per la sanità. Senza condivisione degli oneri, si metterebbero a rischio la ripresa economica, l’intero mercato interno e lo stesso progetto di unificazione dell’Europa.

I promotori hanno subito organizzato un colloquio internazionale via web con la partecipazione di alcune centinaia di politici ed esperti italiani e tedeschi. Tito Boeri, uno degli estensori dell’appello, ha correttamente caratterizzato la prima emissione di titoli di Stato comuni europei come il cosiddetto “momento di Hamilton”.

Infatti, Alexander Hamilton, il primo Segretario al Tesoro dopo la Rivoluzione americana e la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, divenne famoso per i suoi scritti e i suoi programmi sulla Banca nazionale e sulle Manifatture. Sotto la sua guida, la Banca emise crediti di lunga durata e garantiti dallo Stato per lo sviluppo economico, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti. Il lavoro, le imprese e gli investimenti reali erano al centro del programma. 

Nella discussione, l’attuale commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, ha sostenuto che, a differenza della Grande Crisi del 2008, quella odierna presenta delle enormi perdite di produzioni, posti di lavoro e di reddito e anche il rischio di una grande frantumazione in Europa. Perciò, la risposta deve essere centrata sull’emissione di crediti agevolati, già stanziati, e sull’emissione di bond del Recovery Fund da parte dell’Unione europea. Queste obbligazioni prevedono un periodo di ripagamento molto a lungo termine, dal 2028 al 2058. Per la prima volta nella sua storia, il bilancio dell’Ue non sarà composto soltanto dai contributi versati dai singoli governi. L’Ue si fornirà di risorse proprie attraverso l’accesso ai mercati finanziari. In altre parole, le obbligazioni congiunte saranno emesse e poi vendute agli investitori istituzionali e ai risparmiatori europei.

Gentiloni ha affermato che i contenuti dell’appello sono al centro delle attività dell’attuale Commissione, soprattutto quelli riguardanti la lotta alle frodi fiscali, al riciclaggio e alla concorrenza sleale sulla tassazione.

Sembra proprio che si sia sulla strada giusta. Occorre, però, ricordare che, mentre le misure per la trasparenza delle imprese e quelle contro il riciclaggio di denaro sporco sono decise a maggioranza, per la politica fiscale si richiede, invece, una decisione unanime da parte di tutti gli Stati membri dell’Ue. Di conseguenza i progressi verso la giustizia fiscale sono notoriamente lenti. Al riguardo, si starebbe considerando, per la prima volta, il ricorso all’articolo 106 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che permette di bypassare l’obbligo dell’unanimità di voto qualora, a causa di comportamenti fiscali scorretti, la concorrenza nel mercato unico dovesse essere distorta. Come ovvio, si tratta di questioni di grande importanza e delicatezza.

Del resto, è noto che parecchi paesi dell’Ue, tra cui il Lussemburgo, l’Olanda, l’Irlanda, Malta, Cipro, sono diventati dei veri e propri paradisi fiscali. Basta uno di loro per bloccare qualsiasi riforma fiscale comune più equa. Speriamo che si passi veramente dalle enunciazioni ai fatti.

L’appello, oltre ai suoi validi contenuti, è importante perché sottoscritto da forze politiche e sociali tedesche e italiane, aperte a tutti gli europei, per degli obiettivi comuni. Questo rapporto e questa comunanza di intenti possono rafforzare l’amicizia e la collaborazione italo – tedesca e incidere positivamente per rispondere, come Europa, alle sfide globali e multilaterali che si presentano ai vari attori sui teatri internazionali.    

di Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia,

e Paolo Raimondi economista.

 

 

 

 

 

 

 

Come al solito: soldi pubblici e banche private

Nelle poche settimane dominate dai lockdown per il Covid-19 il bilancio della Federal Reserve è passato da 4.000 a 7.000 miliardi di dollari. E’ l’effetto della disponibilità illimitata di liquidità annunciata dalla Banca centrale e dalla decisione del Congresso americano di stanziare circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 14% del Pil, per sostenere vari settori economici.

Il debito pubblico inevitabilmente aumenta. Molti economisti, però, concordano sulla necessità che, durante la crisi, le spese pubbliche debbano rimpiazzare quelle private in netta diminuzione. Pochi altri, tra cui il Washington Post, restano, tuttavia, sempre dell’idea che l’austerità sia la soluzione migliore.

Le scelte e i comportamenti economici adottati negli Usa meritano grande attenzione poiché, in fin dei conti, sono sempre, purtroppo, “copiati” dall’Europa. Infatti, la Bce ha aumentato il suo bilancio dai 4.600 miliardi di euro di fine 2019 ai 5.500 miliardi dell’inizio di giugno. Adesso ha aggiunto altri 600 miliardi di euro per acquistare la stessa tipologia di titoli che sta comprando la Fed.

Fermare la spesa pubblica sarebbe un grave errore. Il vero dibattito negli Stati Uniti riguarda, però, alcuni punti cruciali. Lasciare che i nuovi fondi siano “sequestrati” dalla finanza più speculativa oppure orientarli con forza verso i settori dell’economia reale? Tappare soltanto i buchi creati dalla crisi oppure ritornare alle politiche di Franklin Delano Roosevelt e in particolare al suo New Deal fatto di grandi investimenti, infrastrutture e innovazioni? Ma, quali saranno i tempi di decisione e di realizzazione?

Per il momento le prime mosse sono state della grande finanza e del sistema bancario. Essi erano in una situazione di grande crisi, di quasi bancarotta, già prima della pandemia. Come in passato la liquidità della Fed è stata finalizzata all’acquisto di titoli del debito pubblico e in particolare degli asset backed security. Anche quelli di dubbia validità e consistenza, in possesso delle stesse banche e delle altre strutture finanziarie non bancarie che fanno parte del cosiddetto shadow banking.

Questi “alleggerimenti” dei bilanci delle banche dovrebbero essere controbilanciati, in misura uguale se non superiore, attraverso l’emissione di nuovi crediti verso i settori produttivi in difficoltà e verso nuovi investimenti. Come in passato, però, questo “travaso” è fatto in modo estremamente lento e limitato. La gran parte dei fondi va a coprire i loro pericolosi buchi finanziari oppure rimane semplicemente parcheggiata nelle banche. E’ la stessa cosa che stiamo sperimentando in Europa. Purtroppo anche in Italia.

Si tratta di un comportamento che prescinde dalle responsabilità dirette dei governi di qualsiasi orientamento politico siano. Ha, invece, a che fare con la loro debolezza.

Negli Usa, questo processo sta già avvenendo con i private equity fund operanti in vari settori. A livello mondiale gestiscono attivi per 6.000 miliardi di dollari. Sono fondi d’investimento che acquistano azioni o partecipazioni in imprese produttive spesso al solo scopo di estrarne il massimo profitto nel breve periodo. Se poi dette imprese rischiano il fallimento, si può sempre chiedere il bail out con i soldi pubblici.

Secondo il Financial Times, il semplice fatto che la Fed abbia detto di voler acquistare anche titoli in grande difficoltà, avrebbe grandemente galvanizzato il mercato degli junk bond.

Anzitutto il settore della distribuzione al dettaglio. Dopo avere distribuito lauti dividendi per un decennio, le catene di negozi di abbigliamento e fashion di media e alta fascia, come la J. Crew, la texana Neiman Marcus e i grandi magazzini della Jc Penney, durante la pandemia hanno dichiarato bancarotta, appellandosi al Chapter 11. In passato i private equity li avevano enormemente indebitati attraverso operazioni di leverage buyouts, che sono complesse operazioni di acquisizione di un’impresa attraverso la sua capacità di indebitamento. La perdita di clienti e la diminuzione degli acquisti hanno ridotto il flusso di cassa e mandato velocemente in tilt il sistema.

Un altro settore in grave affanno è quello degli immobili in affitto. Grandi fondi hanno acquistato un numero enorme di appartamenti negli Stati Uniti, ma anche in Europa, scommettendo sull’aumento degli affitti per la classe medio-alta. Per esempio, il più grande private equity fund, il Blackstone Group, è diventato il proprietario numero uno al mondo. Quando, però, il valore degli immobili scende, il sistema scricchiola.

Lo stesso dicasi per la bolla del credito al consumo. Nel 2020 il debito delle carte di credito negli Usa ha raggiunto i mille miliardi di dollari. Il Covid-19 ha ridotto drasticamente il reddito di almeno un terzo dei lavoratori americani. Di conseguenza, anche i programmi di sostegno dei debiti accesi dai fondi, basati su un flusso continuo e crescente di introiti, crollano. 

Non è molto rassicurante vedere come i governi siano stati capaci di imporre il lockdown all’economia reale ma che lascino la finanza operare as usual.

Ancora una volta dobbiamo sottolineare che è intollerabile tollerare che i fondi pubblici per il rilancio e la liquidità delle banche centrali siano fatti fluire nell’economia reale attraverso il sistema bancario privato. Senza condizioni e controlli puntuali, stringenti e rigorosi! Problema enorme e serio. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

Le società estero-vestite e gli “investimenti fantasma”

Gli investimenti diretti esteri (FDI l’acronimo in inglese) possono avere un ruolo molto importante per lo sviluppo economico, per l’aumento della produttività e dell’occupazione e per l’integrazione internazionale. Perciò, tutti i Paesi sono interessati ad attrarli. Vari centri studi, tra cui quelli dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e del Fondo monetario internazionale, ritengono che ammontino a oltre 40.000 miliardi di dollari. 

Però, di questi, almeno 15.000 miliardi, pari a quasi il 40% del totale, sarebbero “investimenti fantasma”, registrati in alcuni Paesi noti come dei paradisi fiscali, allo scopo, soprattutto, di evitare di pagare le tasse o per pagarne il meno possibile.

La situazione, anche in questo campo, invece di essere stata sottoposta a controlli e a restrizioni, è peggiorata dopo la Grande Crisi del 2008, quando la percentuale era del 30%.

Altri studi, tra cui uno dell’università olandese di Amsterdam, confermano che, oltre ai citati investimenti diretti esteri, anche il 40% dei profitti delle stesse multinazionali finisce nei paradisi fiscali.

Ciò avviene nonostante che dal 1985 al 2018 il “global corporate tax rate”, la media mondiale della tassazione sui profitti delle imprese, sia scesa dal 49 al 24%. Nel 2015 il profitto globale delle multinazionali, cioè quel profitto realizzato nei Paesi dove hanno le loro attività produttive tranne quello dove la “compagnia madre” è registrata, è stato di 1.700 miliardi di dollari. Si calcola che di questi il 36%, circa 600 miliardi, sia stato “dirottato” nei paradisi fiscali.

Si possono definire “investimenti fantasma” perché sono trasferimenti, oltre i vari confini, fatti da imprese che fanno parte dello stesso gruppo internazionale, passando attraverso dei “contenitori” vuoti localizzati nei paradisi fiscali. Questi contenitori sono dei “veicoli” che non sono coinvolti in alcuna attività reale. Servono soltanto per i giochi fiscali.

E’ sorprendente che la metà degli “investimenti fantasma” transiti in due Paesi dell’Unione europea, Olanda e Lussemburgo, ben noti paradisi fiscali! Cosa sicuramente scandalosa e inaccettabile, ancora di più adesso che l’Europa si trova in grave emergenza economica per gli effetti della pandemia Covid-19. Se a loro si aggiungessero Hong Kong, le Virgin Islands britanniche, Bermuda, Singapore, le isole Cayman, la Svizzera, l’Irlanda e Mauritius, questo gruppo di dieci Paesi sarebbe responsabile per l’85% degli “investimenti fantasma”.

Nel piccolo Lussemburgo, per esempio, arrivano investimenti esteri pari a 4.000 miliardi di dollari, tanto quanti gli Stati Uniti e più di quelli della Cina.

Naturalmente per attrarre così tanti investimenti “virtuali” i paradisi fiscali e i centri off-shore offrono un livello di tassazione molto basso, molto più basso dei Paesi dove sono realizzate le attività reali. Offrono, inoltre, una serie di altri “servizi”, quali l’anonimato, la scarsa trasparenza e un sistema giuridico a dir poco compiacente. Offerte molto apprezzate da chi vuole evadere o eludere la tassazione ed evitare controlli più stringenti sulle proprie attività.

Negli anni ottanta l’Irlanda aveva una tassa sui redditi d’impresa del 50%. Oggi è del 12,5%. La legge irlandese si presta anche a “soluzioni fiscali creative”. Si pensi all’operazione chiamata “doppia birra irlandese con un panino olandese”, che prevede il trasferimento dei profitti di multinazionali registrate in Irlanda e in Olanda verso le isole Cayman. In questo modo sembra che le corporation in questione arrivino addirittura a pagare zero tasse, o quasi. Inoltre, in Irlanda il rapporto profitto/salari è pari all’800%, poiché le imprese straniere registrate nel Paese possono dire di avere dei profitti altissimi in rapporto ai pochi lavoratori dipendenti in loco. Si noti che in Gran Bretagna, per esempio, tale rapporto è del 26%, che di per sé è già alto. 

Spesso economisti e analisti male informati o “interessati” portano l’Irlanda, per la sua bassa tassazione e la sua crescita del Pil, come esempio di gestione virtuosa. Ma dimenticano di dire che gli alti ricavi derivano soprattutto dagli investimenti esteri che arrivano nel Paese proprio per la bassa tassazione.

E’ stato calcolato che, se tutti i Paesi del mondo applicassero la stessa tassa sui redditi delle imprese, le “fughe” verso i paradisi fiscali quasi scomparirebbero. Ciò produrrebbe un aumento delle entrate fiscali del 15% nei Paesi dell’Unione europea e del 10% negli Usa e una loro diminuzione del 60% nei paradisi fiscali. 

Queste problematiche sono emerse prepotentemente anche in Italia in seguito alla richiesta di credito avanzata al governo dalla Fiat per ben 6,3 miliardi di euro. FCA, com’è noto, opera in Italia ma ha la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna.

In Europa la concorrenza relativa alla tassazione dei profitti delle multinazionali ha assunto aspetti intollerabili. Si pensi soltanto che ben 6 Paesi, Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Malta e Cipro, che hanno fatto parte del gruppo originario dell’Unione prima della sua estensione all’Est Europa, sono considerati paradisi fiscali!

Una seria riforma fiscale a livello europeo, che valga per tutti i 27 Paesi dell’Unione, non è più rinviabile. E’ necessaria, urgente e decisiva per l’effettiva realizzazione dell’Europa unita e federale.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

 

Brasilia: i progressi dei BRICS

Mario Lettieri*  Paolo Raimondi**

Al recente summit dei BRICS, a Brasilia, rispetto alle crescenti preoccupazioni sullo stato dell’economia e della finanza globale i presidenti dei paesi membri hanno mostrato al mondo quello che loro stanno facendo a sostegno della crescita e dello sviluppo dei settori portanti dell’economia reale. Dal 2010 a oggi la loro quota del pil mondiale è cresciuta dal 30 al 36%..

Ecco perché la New Development Bank dei BRICS è stata al centro del summit.

Fondata nel 2014 con lo scopo primario di finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, la NDB attualmente può contare su un capitale di base di 50 miliardi di dollari da rendere totalmente disponibile entro il 2027. Dieci sono già stati versati. Alla fine di quest’anno saranno già stati finanziati una cinquantina di progetti per un totale di 15 miliardi di dollari.

La banca è molto attiva. In Brasile ha finanziato la costruzione di hub logistici per migliorare la connettività fisica con le aree più remote. Anche durante il summit è stato firmato il finanziamento per il “North Region Transportation Infrastructure Improvement Project” per migliorare la capacità di trasporto di materie prime dalle miniere verso i porti. Invece, in Russia, oltre alle infrastrutture, vengono finanziati progetti per migliorare l’accessibilità ai centri storici e culturali del paese. In India gli investimenti riguardano la gestione delle acque e i collegamenti tra le zone rurali e i mercati. La Cina utilizza i finanziamenti della banca per il miglioramento dell’ambiente, mentre il Sud Africa si concentra su progetti per l’energia e l’acqua.

La dirigenza della NDB ha confermato ai presidenti dei paesi BRICS e all’audience mondiale il suo impegno centrale di concedere crediti in monete locali, tanto che il 40% del suo portfolio in Sud Africa è in rand. Sta crescendo notevolmente anche la domanda di prestiti in yuan per i progetti cinesi.

Anche l’espansione organizzativa della banca continua. Dopo le sedi di Johannesburg, Shanghai e San Paolo, l’anno prossimo saranno aperte quelle di Mosca e New Delhi. Non solo, ma intende anche ammettere altri soci dei paesi emergenti per arrivare a un capitale di base di ben 90 miliardi di dollari entro il 2027.

L’impostante istituto creditizio ha intenzione anche di sviluppare innovativi strumenti finanziari, non speculativi, garantiti dal capitale e dagli investimenti. Inoltre, con l’appoggio della banca centrale cinese, la NDB ha già raccolto 6 miliardi di yuan attraverso l’emissione di obbligazioni sul mercato di Shanghai.

A Brasilia si sono, quindi, discussi anche i progressi raggiunti dal BRICS Local Currency Bond Fund per lo sviluppo dei mercati obbligazionari locali. Sono tutte operazioni miranti a sottrarsi progressivamente al controllo dominante del sistema del dollaro. Si ricordi che, con l’istituzione della NDB, fu creato anche il Contingent Reserve Arrangement (CRA) con il compito di proteggere le economie e le finanze dei BRICS in caso di instabilità dei mercati e delle monete.

Nel meeting è stato evidenziato anche lo stato di allerta del citato CRA, che ha appena tenuto con successo un secondo test di preparazione per fronteggiare eventuali crisi economiche esterne.

Nella dichiarazione finale di Brasilia è stato riaffermato l’impegno per superare le crescenti minacce al multilateralismo, ponendo l’accento sul ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari internazionali. Si è affermata anche la necessità di riformare le organizzazioni internazionali quali l’Onu, il Fmi e l’Organizzazione Mondiale del Commercio per dare più spazio ai paesi emergenti e a quelli in via di sviluppo nell’ottica di un ordine internazionale multipolare più equo e solidale. L’OMC, il WTO, in particolare, è chiamato a svolgere un ruolo indipendente e più sollecito rispetto ai tanti conflitti sui commerci.

Non potevano, ovviamente, mancare le grandi preoccupazioni per le continue tensioni commerciali “che hanno un effetto negativo sulla fiducia, sul commercio, sugli investimenti e sulla crescita”a livello globale. Lo stesso presidente brasiliano Bolsonaro ha dovuto condividere la politica indipendente dei BRICS riaprendo “a suon di contratti” i rapporti con la Cina, dopo la sua iniziale e frettolosa vicinanza alle politiche di Trump sui dazi e sulle altre questioni internazionali.

Gli altri impegni presi interessano vasti campi, dalla protezione dell’ambiente alla biodiversità, dalla difesa del suolo alla lotta contro l’avanzamento dei deserti e allo sviluppo spaziale pacifico.

Infine, però, per l’ennesima volta i BRICS hanno lamentato che sia passato un altro anno senza la ridefinizione delle quote del Fmi. La cosa va avanti dal 2010! Che gli Usa e il sistema del dollaro temano di perdere il loro attuale potere economico e monetario è forse comprensibile. Che l’Ue e i paesi europei stiano al gioco di Washington lo è meno. Sicuramente è autolesionista.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

A Sochi il primo summit economico tra Russia e Africa

A Sochi il primo summit economico tra Russia e Africa

Mario Lettieri*  Paolo Raimondi**

Dopo la Cina, anche la Russia ha organizzato alla fine di ottobre a Sochi il primo summit economico con tutti i 54 paesi dell’Africa e le sue più importanti organizzazioni regionali. Nel corso di due giorni di discussioni e di intensi negoziati tra le varie delegazioni e i ben 40 capi di Stato, sono stati siglati più di 500 importanti documenti, tra accordi, memorandum e contratti veri e propri per un ammontare di oltre 20 miliardi di euro.

Attualmente l’interscambio commerciale tra Russia e Africa è di circa 20 miliardi di dollari, con un aumento del 17% nell’ultimo anno. Ancora molto lontano dai 170 miliardi dei commerci tra Cina e il continente africano. Il presidente Putin, però, ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli scambi entro 4-5 anni. Ha ricordato che in passato la Russia ha cancellato più di 20 miliardi di dollari di debiti che i paesi africani avevano accumulato durante il periodo sovietico. “Non solo per una ragione di generosità, ma anche come una manifestazione di pragmatismo, in quanto molti paesi africani non erano in grado di pagare gli interessi sui prestiti”, ha ricordato, e anche per dare inizio ad una nuova fase di fattiva cooperazione economica e politica basata sul principio dello “scambio del debito con lo sviluppo”.

A differenza della Cina, che è in grado di offrire enormi prestiti a condizioni favorevoli in cambio, però, dell’accesso alle materie prime africane e alla costruzione e gestione delle grandi infrastrutture, come ferrovie, strade, porti e dighe, la Russia non ha grande bisogno di quelle materie prime poiché anch’essa ne possiede in grande abbondanza. Ciò vale anche per l’energia e le tante ambite “terre rare”, i materiali di importanza strategica per i delicati settori militari, delle comunicazioni e delle tecnologie più avanzate.

Mosca intende rafforzare e valorizzare soprattutto i legami scientifici e culturali con il continente che, secondo le valutazioni di molti, promette di diventare un nuovo centro di opportunità e crescita dell’economia mondiale. Cosa che, purtroppo, spesso l’Europa preferisce ignorare.

Una vecchia analisi dei rapporti in essere vorrebbe la Russia semplicemente come un grande fornitore di armi. In verità, molti armamenti provengono ancora da Mosca e personale qualificato riceve un training militare in Russia, ma la Russia è anche tra i primi 10 fornitori di cibo al mercato africano.

Ci sembra che l’intenzione russa sia strategica più che economica. S’intende creare un nuovo meccanismo per il dialogo e la partnership tra Russia e Africa, anche nell’ottica di un ordine politico internazionale multipolare. Quello di Sochi è stato il primo forum dei capi di Stato che dovrebbe ripetersi ogni tre anni, preparato con più frequenti incontri a livello ministeriale secondo le tematiche congiuntamente decise.

Putin, ovviamente, ha ricordato il sostegno russo alla lotta dei popoli africani contro il colonialismo, il razzismo e l’apartheid e ha rinnovato l’impegno per il rispetto e la difesa della loro indipendenza e della loro sovranità. Al riguardo oggi, oltre alla partecipazione nella costruzione delle infrastrutture, Mosca intende continuare l’impegno per il training professionale e scientifico di migliaia di giovani africani presso le università russe, dove già studiano 17.000 studenti africani, ma anche presso i nuovi centri di cultura e di qualificazione professionale che la Russia intende creare in molti paesi dell’Africa.

E’ importante notare le nuove aree di cooperazione discusse a Sochi: oltre alle infrastrutture, le risorse energetiche rinnovabili e il nucleare per scopi pacifici, le tecnologie digitali, la sanità, l’information security, e le nuove frontiere dell’ingegneria.

Un aspetto non secondario del Forum è stato l’impegno di favorire il rapporto tra l’Unione Economica Eurasiatica e gli stati africani, soprattutto con le sue organizzazioni, come l’Unione Africana. Ciò è ancora più importante se si considera che soltanto pochi mesi fa è stato siglato a Niamey, in Niger, l’accordo per un mercato africano libero dai dazi.

Il presidente russo naturalmente ha polemizzato con “certi stati occidentali che stanno esercitando pressioni, intimidazioni e ricatti” nei confronti dell’Africa, dichiarando di volersi opporre a qualsiasi “gioco geopolitico” che coinvolga il continente.

Come riportato nella dichiarazione finale, il Forum si è anche espressamente impegnato a “promuovere un rapporto più stretto e profondo di cooperazione e di partnership tra i paesi BRICS e l’Africa per rafforzare i meccanismi collettivi della governance globale all’interno di un sistema multipolare di relazioni internazionali”.

Tutto ciò ci induce a chiedere:”Quando l’Unione europea, come istituzione, promuoverà incontri regolari con l’Unione Africana e tutti i capi di Stato dell’Africa per programmare insieme una continua e proficua iniziativa di cooperazione e di sviluppo tra i due continenti?” L’alternativa sono forme striscianti di neo colonialismo, come recentemente è stato stigmatizzato anche dal Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte.

Con rare eccezioni finora, purtroppo, la Francia preferisce un rapporto diretto e solitario con i paesi francofoni, l’Inghilterra fa lo steso con quelli anglofoni e gli altri paesi europei, come l’Italia, cercano di infilarsi nelle “fessure” lasciate ancora aperte e inserire le proprie imprese nei vari progetti di sviluppo.

Spesso, però, tale comportamento crea soltanto tensioni e liti tra gli europei che minano ancora di più la credibilità dell’Unione europea.

*già sottosegretario all’Economia **economista

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La Fed arranca di fronte a un sistema bancario sempre più a rischio.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Giorni fa un pericoloso corto circuito ha messo in crisi il sistema finanziario e bancario americano. Improvvisamente è venuta a mancare una grande quantità di liquidità, facendo, di conseguenza, alzare a oltre il 10% il costo del denaro a brevissimo termine, il cosiddetto overnight. In situazioni normali non si discosta di molto dal tasso di sconto applicato dalla Federal Reserve che in quel momento era di 2,15-2,30%. La Fed, inoltre, per la prima volta dopo gli anni della Grande Crisi, ha iniziato a muoversi sul mercato interbancario con operazioni cosiddette repo (repurchase agreement operation).In generale trattasi di strumenti del mercato monetario, di “pronti contro termine”, in cui il venditore cede, in cambio di denaro, un certo numero di titoli a un acquirente che s’impegna a riacquistarli a un determinato prezzo e a una determinata data. Sono, di fatto, una specie di crediti a brevissimo termine che servono a coprire mancanze monetarie per soddisfare pagamenti urgenti.

L’accaduto è stato riportato dalla stampa come un evento speciale, sorprendente. Ma, perché si è verificata una tale scarsità di dollari? Vi sono forse nuovi e più grandi rischi per il sistema? Queste domande, purtroppo, non sono state poste. Il presidente della Fed di New York, che è dovuta intervenire urgentemente con 75  miliardi di dollari al giorno, aumentati poi a 100 miliardi, si è limitato a dire che la colpa è delle grandi banche americane. Esse, pur essendo piene di liquidità, non l’avrebbero messa a disposizione. Ha ammesso, però, l’esistenza di falle nel sistema. Ha aggiunto che “il problema non è il livello delle riserve della Fed, ma il funzionamento del mercato”. Affermazione pesantePerò, in realtà si stima che alla Fed mancherebbero almeno 400 miliardi di dollari di riserve. E’ proprio questo livello a determinare le tensioni sul mercato del credito overnight.  Tali tensioni si verificano soprattutto nei giorni precedenti la chiusura del trimestre, quando  la domanda di liquidità aumenta significativamente. Ma è compito della Fed anticipare i flussi di liquidità e sapere se e perché le banche non la mettano a disposizione. Non si può scherzare con il gioco delle responsabilità quando il sistema finanziario, come nel nostro caso, è da tempo in fibrillazione.

Com’è stato recentemente documentato, le politiche monetarie americane hanno, infatti, generato grossi problemi economici, commerciali e valutari soprattutto nei paesi emergenti che, per proteggersi da eventuali evoluzioni negative, hanno dovuto aumentare le loro riserve in dollari.  Ora ci sembra rilevante capire in particolare perché le banche “too big to fail” abbiano concentrato nelle loro mani crescenti quantità di liquidità. Che cosa temono e per quale evenienza? Si ricordi che una delle cause del fallimento della Lehman Brothers e del grave rischio d’implosione del sistema bancario americano fu proprio la mancanza di liquidità, necessaria per coprire le perdite generate dai derivati finanziari speculativi in sofferenza, soprattutto quelli legati al settore immobiliare.

Si è cercato di spiegare che la riluttanza a concedere i crediti fosse dovuta alla qualità dei titoli dati in garanzia. Ma i titoli usati sono solitamente obbligazioni del Tesoro Usa e garantiti, quindi, dallo Stato. Una spiegazione plausibile sarebbe, invece, la paura di concedere crediti ad altre banche e imprese considerate a rischio. Infatti, ci sono molti settori in difficoltà, quali, per esempio, quello del debito corporate, quello del credito al consumo e quello dell’energia ottenuta dalle scisti bituminose, il cosiddetto shale gas. Si consideri che solo il corporate debt, il debito delle imprese americane, ai margini di rischio, sarebbe di oltre 7.500 miliardi di dollari.

Intanto la Banca dei Regolamenti Internazionali ha evidenziato come la prolungata politica dei tassi d’interesse zero abbia destabilizzato l’intero sistema finanziario con effetti nuovi, senza precedenti. Ha quantificato a livello mondiale intorno a 17.000 miliardi di dollari i titoli pubblici e privati con un tasso negativo. E’ circa il 20% del pil mondiale! Inoltre, negli Usa e in altri paesi i tassi d’interesse a lungo termine sono addirittura inferiori a quelli a breve. Mai successo nella storia economica.

Adesso ci si aspetta che, dopo gli annunci della Bce, anche la Fed inizi il suo nuovo  Quantitative easing, comprando almeno 15 miliardi di dollari di obbligazioni del Tesoro Usa al mese attraverso l’immissione di nuova liquidità.

Purtroppo, secondo noi, a livello globale lo spazio di manovra delle politiche monetarie si sta ristringendo ulteriormente e i rischi di nuove crisi aumentano.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

URGE UNA PROFONDA REVISIONE DELLE REGOLE ECONOMICHE DELL’UNIONE EUROPEA!

Di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 Il messaggio del presidente Mattarella per il riesame delle regole del Patto di stabilità, allo scopo di rinnovare la coesione europea e indirizzarla verso la crescita e gli investimenti produttivi, può aprire una stagione di grandi cambiamenti e innovazioni in tutti i campi della politica e dell’economia. Il Presidente interpreta bene le esigenze del nostro popolo e, soprattutto, la delicatezza della situazione che potrebbe minare l’unità dell’Unione europea.  Infatti, il momento economico è difficile per tutti i paesi dell’Ue, colpiti dalla recessione, dalla deflazione e da ondate destabilizzanti di guerre doganali. Ciò, però, potrebbe augurabilmente consentire a dare la spallata definitiva all’assurda politica dell’“austerità a tutti i costi”.

 Negli anni scorsi anche noi abbiamo sovente rilevato le esigenze più stringenti che in Europa si dovrebbero affrontare. Anzitutto sottrarre gli “investimenti per la crescita”, quelli in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca, alla logica delle spese correnti, alle restrizioni di bilancio e al calcolo del deficit. Il rigore non può essere fine a se stesso. E’ da prima dell’Accordo di Maastricht che la politica economica dell’Ue è stata improntata all’esclusiva bussola dell’austerità. Oggi, per fortuna, anche gli economisti monetaristi riconoscono l’errore e ne ammettono il fallimento.  Tra l’altro, occorrerebbe ridefinire, con responsabilità e coraggio, anche la cosiddetta politica del bail in, che, in caso di crisi bancaria, prevede il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti della stessa banca. Fu introdotto nel 2016, quando era previsto soltanto il salvataggio con soldi pubblici.  

 Ora, a nostro avviso, sarebbe necessario introdurre la “separazione bancaria” tra le banche d’investimento e quelle commerciali. Le eventuali operazioni speculative dovrebbero essere consentite soltanto alle banche d’investimento. Alle altre, invece, dovrebbe essere vietato. Il risparmio delle famiglie andrebbe, quindi, maggiormente tutelato. Un bail in più duro dovrebbe essere applicato alle banche d’investimento che intendano usare i loro capitali per operazioni rischiose e speculative. 

 Per aiutare la ripresa economica si potrebbe, inoltre, come più volte in passato indicato, fare ricorso agli eurobond. Sebbene reputiamo ancora difficile e lontana la piena trasformazione dei debiti nazionali in debito europeo, gli eurobond di project financing, cioè obbligazioni europee mirate a specifici investimenti produttivi, potrebbero essere attivati da subito. Gli eurobond sarebbero emessi dalla Banca Europea degli Investimenti (Bei) e acquistati dalla Bce ed eventualmente anche dagli Stati membri.

Finora il Quantitative easing della Bce è stato usato per acquistare titoli di Stato dei paesi Ue, in proporzione al loro livello di Pil, e altri titoli in possesso delle banche europee. Purtroppo, troppo spesso la liquidità ottenuta dalle banche non è stata destinata ai crediti per l’economia reale ma è stata deposita presso la stessa Bce. Sarebbe, invece, opportuno vincolare le politiche monetarie della Bce, e quindi anche il Qe,  direttamente ai programmi di sviluppo economico dell’Ue.

Naturalmente l’Europa non può sottovalutare i gravi problemi della fiscalità e la necessità della lotta contro l’evasione e l’elusione. Si stima che l’evasione fiscale a livello europeo sia di circa 900 miliardi di euro. La cifra è enorme, in cui la quota italiana è, purtroppo, notevole. 

La tassazione delle grandi imprese multinazionali, che finora hanno cercato abilmente di sottrarsi ai controlli, non è rinviabile. La vera sfida è uniformare i sistemi fiscali dei vari paesi Ue. Del resto non si può ignorare che alcuni paesi – Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda – “mostrano tratti da paradiso fiscale e facilitano l’approccio fiscale aggressivo”, come dice anche il rapporto preparato da una commissione del Parlamento europeo.

L’Europa deve sempre più essere la nostra casa comune. Perciò, a partire dall’Italia, è dovere di tutti mantenerla, cambiarla e migliorarla. 

 *già sottosegretario all’Economia

 **economista

 

 

 

 

 

 

INCREDIBILE E PERICOLOSO: tre fondi indicizzati controllano tutte le US corporation

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Le grandi istituzioni economiche, come il Financial Stability Board e il Fmi, alla fine hanno dovuto ammettere che il sistema finanziario non bancario, ufficialmente chiamato “shadow banking”, ha surclassato il tradizionale sistema bancario nella gestione del risparmio e degli investimenti finanziari.

Un recente paper “The specter of giant three”, preparato da due professori americani, Lucian Bebchulk e Scott Hirst, e pubblicato dalla rinomata Harvard Law School University di Cambridge, Massachusetts, analizza in dettaglio il ruolo dominante degli exchange trade funds (etf) nel variegato e sempre meno controllato mondo della finanza.

“Lo spettro dei tre giganti” non è soltanto un titolo provocatorio. Esso mostra una precisa fotografia del crescente potere di tre etf americani, i fondi BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors (SSGA).

Il primo è di gran lunga il più conosciuto in quanto a suo tempo venne utilizzato dal Dipartimento del Tesoro per “fare pulizia” di titoli tossici presenti in varie istituzioni finanziarie americane.

I fondi indicizzati etf sono fondi d’investimento che raccolgono capitali e risparmio da diversi soggetti e li investono in un “portafoglio di titoli” di corporation comprese in alcuni indici borsistici di Wall Street. Il caso emblematico è quello di Standard&Poor’s 500., Detti fondi comprano un ventaglio di partecipazioni azionarie, replicando così fedelmente la composizione dell’indice di riferimento. Com’è noto, gli etf sono anche quotati in borsa.

I Tre Giganti complessivamente gestiscono ben 14.000 miliardi di dollari di attivi (assets under management).

La loro crescita è stata vertiginosa, anche per le non irrilevanti agevolazioni fiscali. In dieci anni, di tutti i capitali confluiti nei vari fondi d’investimento, l’80% è finito nei tre colossi. In venti anni la loro partecipazione azionaria nelle grandi corporation americane, che fanno parte dello S&P 500, è quadruplicata, passando dal 5,2% al 20,7%.

BlackRock e Vanguard, di fatto, detengono ognuna più del 5% delle azioni di tutte le corporation comprese nell’indice menzionato. Ilpapersuccitato stima che i Three Giants rappresentino il 25% dei voti nelle assemblee direttive delle imprese in questione.

Questo, ci sembra, l’aspetto più preoccupante. I manager delle Tre Big sarebbero nella posizione di essere azionisti dominanti in tutte le più importanti company americane, soprattutto in quelle ad azionariato diffuso e senza un azionista di controllo. Non è un caso, quindi, che molte istituzioni pubbliche, a cominciare dal Dipartimento di Giustizia Usa e dalla Commissione federale del commercio, che vigila sulla concorrenza, siano attenti al rispetto delle leggi anti trust, al conflitto d’interesse e in generale alle eventuali manipolazioni dei mercati e delle borse.

Dopo la Grande Crisi del 2008 giustamente si era molto parlato della concentrazione di potere delle banche cosiddette “too big to fail” per tentare di introdurre nuove regole per contenerne lo strapotere. Oggi, invece, i giganti dello “shadow banking” hanno bypassato il sistema bancario, creando un nuovo e più potente oligopolio finanziario.

Nessuno può essere indifferente. Con un’attività sempre più agguerrita i Tre Giganti puntano verso i mercati asiatici e verso quelli europei. Si spera che la Commissione Antitrust dell’Ue vigili con puntualità.

 

E’ molto preoccupante assistere alla faticosa e spesso poco produttiva rincorsa delle varie agenzie di controllo dietro questi attori della grande finanza, che naturalmente corrono più veloci rispetto ai controllori. I numeri in questione e i tanti rischi per l’economia reale di molti paesi sono troppo grandi perché siano sottovalutati da parte dei decisori globali.

*già sottosegretario all’Economia **economista

BANCHE CENTRALI, BANCHE E LIQUIDITÀ

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

E’ in atto una nuova espansione monetaria. La Federal Reserve ha abbassato a fine luglio il tasso di sconto al 2,25%. Entro la fine dell’anno si prevedono nuovi ribassi. Molti temono che, a differenza del 2007 quando il tasso di sconto era del 5,25%, la Fed, in caso di una nuova crisi, potrebbe avere minori spazi di manovra. Il suo bilancio è cresciuto dai mille miliardi di dollari del 2007 ai 4.500 miliardi odierni. Il 55% dell’ammontare sarebbe costituito da asset backed security (abs), titoli spesso ad alto rischio.

La Banca centrale europea ha annunciato che a settembre si potrebbero attivare nuove forme di  Quantitative easing . Dal 2005, soprattutto dopo la Grande Crisi del 2008, la Bce ha quintuplicato il suo bilancio comprando dalle varie banche titoli sia pubblici sia privati in loro possesso.

La domanda cruciale resta sempre la stessa: questa nuova liquidità arriverà veramente ai settori produttivi? Vi saranno prestiti e investimenti oppure, invece, acquisti di titoli del debito pubblico e altri più rischiosi, “parcheggiando”, di fatto, la nuova liquidità nel sistema bancario? 

E’ ben noto che tutte le grandi banche americane ed europee sono esposte a forti stress e a possibili instabilità, in particolare per la loro attività con i derivati finanziari anche di tipo speculativo. Al riguardo vi è una fortissima compenetrazione tra le banche americane e quelle europee.

Ovviamente, se l’economia reale è in difficoltà, è inevitabile che il sistema bancario e gli stessi bilanci degli Stati ne soffrano.

Uno dei problemi più seri, come riporta anche la Barclays Bank inglese, è che a livello mondiale circa 12.000 miliardi di dollari di obbligazioni private e pubbliche hanno un tasso d’interesse negativo. Principalmente in Giappone e in Europa, dove il tasso d’interesse per il Bund decennale è sotto il – 0,5%. Circa la metà delle obbligazioni pubbliche europee, cioè 4.400 miliardi di euro, hanno un tasso negativo. Anche il 20% delle obbligazioni delle imprese private europee.  

E’ una situazione del tutto inedita e foriera d’instabilità, tanto che molti investitori potrebbero essere tentati a cercare altri guadagni più remunerativi ma anche più rischiosi.

Negli Usa i problemi del sistema bancario incominciano a “intrecciarsi” con le crescenti difficoltà del sistema industriale. Difficoltà dovute non solo agli effetti della guerra dei dazi e dello scontro tecnologico con la Cina e con l’Europa. Se paragonati con il 2018, i profitti delle imprese produttrici di beni sono in caduta. In una forbice si va dal – 4% per i beni di consumo durevoli al -18% per i produttori di materiali. Il settore delle “imprese industriali” registra un meno 12% di profitto.

Si prevede che nel 2019 le imprese americane riacquisteranno sul mercato le loro azioni per circa 1.000 miliardi di dollari. Tale somma sembra superiore alla loro disponibilità di liquidità. Il che vuol dire che molte di queste operazioni di riacquisto saranno fatte attraverso nuovi indebitamenti.

In Europa le generali difficoltà del settore bancario sono ben evidenziate dalla situazione della Deutsche Bank, che nel secondo trimestre del 2019 ha registrato una perdita di ben 3,15 miliardi di euro, 2,94 dei quali solo nel cosiddetto settore investment.

Adesso, ma in ritardo, la DB vorrebbe abbandonare questo ramo di attività più rischioso. La decisione, però, è osteggiata dal fondo d’investimento statunitense Cerberus, che detiene il 3% delle azione e che, al contrario, vorrebbe che il settore derivati crescesse. Il portafoglio derivati di DB, al suo valore nozionale, è già di 48.000 miliardi di euro, il più alto al mondo. Per capire, 24 volte il debito pubblico tedesco,

Intanto DB vorrebbe cedere alla francese BNP Paribas 150 miliardi di attività legate agli hedge funds. La banca di Parigi, però, non sta molto meglio di quella tedesca. Il rapporto tra capitale sociale e debito di Deutsche Bank è del 36%, quello di BNP Paribas è del 41%.

Come sottolineato più volte su questo giornale, DB deve, inoltre, far fronte a gravi problemi legali negli Usa, dove la sua filiale potrebbe essere stata coinvolta in vaste operazioni di riciclaggio di denaro in Estonia. Il Dipartimento della Giustizia Usa indaga anche sul fatto che la Deutsche Bank, insieme alla Goldman Sachs americana, possano aver violato le leggi anti-riciclaggio per attività svolte per conto del fondo statale malese 1Malaysia Development Berhad.

Dati e situazioni non rosei, preoccupanti, che ripropongono l’urgenza di riconsiderare le politiche dei dazi e di rivisitare le regole della finanza.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

Il boomerang cinese di Trump: nasce un sistema monetario parallelo in yuan?

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

A ogni azione di solito corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. E’ il caso della politica dei dazi e delle sanzioni di Trump: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile sia per gli scambi commerciali sia come riserva monetaria. Soprattutto in Asia. Anche le sanzioni americane nei confronti di chi importa petrolio dall’Iran, di fatto, spigono in tale direzione. La Cina è il principale importatore di energia dall’Iran e continuerà a farlo. Il problema, di conseguenza, sorgerà al momento del pagamento in dollari.

Ogni anno la Cina importa dal resto del mondo petrolio per 250 miliardi di dollari e altri 150 miliardi di merci, quali l‘acciaio, il rame, il carbone e la soia. Tutte queste commodity finora sono valutate e commerciate in campo internazionale in dollari. Perciò anche la Cina li deve pagare con la valuta americana. Ciò dà alle autorità Usa un ampio margine di “manovra” su cosa la Cina compra e da chi. In verità, negli anni passati gli Usa non hanno mai nascosto l’intenzione e la capacità di usare questa leva per condizionare certi sviluppi in un’ottica geopolitica e geoeconomica.

Ad esempio, hanno imposto delle forti sanzioni pecuniarie contro alcune banche non americane, come la Standard Chartered inglese e la BNP Parisbas francese, per aver fatto in passato delle operazioni finanziarie in dollari con le controparti iraniane, anche se le suddette banche non avevano violato alcuna regola dei Paesi in cui gli accordi erano stati stipulati. Lo stesso potrebbe oggi succedere per quelle banche, cinesi oppure no, che dovessero giocare un ruolo nei pagamenti in dollari per saldare contratti d’importazione del petrolio iraniano. Pensare di costringere gli importatori di petrolio iraniano, tra cui la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud, a cambiare il Paese di rifornimento, ad esempio approvvigionandosi dall’Arabia Saudita, alleata di Washington, potrebbe rivelarsi un grave errore di calcolo.

 Di fronte a questa situazione sta emergendo una serie di nuovi strumenti valutari internazionali alternativi al dollaro. Da un po’ di tempo Pechino lavora in questa direzione e si prevede per lo yuan un ruolo centrale.

 Prima di tutto, per incoraggiare l’utilizzo della sua valuta nazionale nei commerci, il governo cinese sta agevolando l’accesso ai finanziamenti in yuan attraverso organismi offshore con base a Hong Kong. In secondo luogo, per convincere chi esporta petrolio in Cina ad accettare pagamenti in yuan, Pechino intende dimostrare che i Paesi produttori potrebbero utilizzare gli yuan non solo per l’acquisto di beni cinesi. Pechino, perciò, programma di offrire prodotti finanziari con un valore sicuro e stabile, facilmente monetizzabili, che potrebbero in futuro diventare, addirittura, un’alternativa ai bond del Tesoro americano.

La Cina sta offrendo contratti future sul petrolio e sull’oro che, tra l’altro, permetterebbero agli interessati di creare una garanzia sul prezzo del petrolio ma anche di poterli convertire in oro.

Il processo sembra lento ma è irreversibile. La Cina ha già convinto il Qatar ad accettare lo yuan per il pagamento di parte delle sue esportazioni di petrolio. Inoltre, come conseguenza dell’importante accordo pluriennale di acquisto di petrolio e gas russo per 400 miliardi di dollari da parte della Cina, lo scorso anno Mosca ha cambiato l’equivalente di 50 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie  in yuan.

Pechino ha già siglato accordi di swap monetari con più di 30 Paesi, tra cui il Giappone e la Russia, che permettono di utilizzare per i commerci lo yuan, bypassando il dollaro. Si ricordi, ad esempio, che molti progetti di cooperazione tra Brasile e Cina sono già finanziati e regolati in yuan.

Proprio alla vigilia del G20 Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. E’ da notare che allo stesso tempo i due paesi stanno espandendo enormemente le loro riserve in oro.

La stessa realizzazione della “Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell’ Asian Infrastucture Investment Bank (AIIB), serviranno per l’internazionalizzazione dello yuan. Molti progetti infrastrutturali con i paesi asiatici coinvolti sono già stipulati nella valuta cinese.

Al riguardo è molto interessante la lettura dell’ultimo bollettino della Banca Mondiale sull’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana, dove la presenza e la cooperazione della Cina è visibilmente molto elevata. La composizione per valuta dell’intero ammontare del debito pubblico e privato di quella regione sarebbe così suddivisa: soltanto il 5,7% in euro, il 62,4% in dollari e il 25% in altre monete. E in quest’ultima categoria lo yuan occupa la parte preponderante.

I suddetti processi di portata globale avranno inevitabilmente effetti anche sull’Europa, che è chiamata a giocare un ruolo attivo e non subalterno ad altri interessi.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

I giochi pericolosi della guerra dei dazi

 

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

L’ha detto recentemente anche Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea:“Nel protezionismo i mercati sembrano vedere molto di più che un danno all’economia. Potrebbero vederci un fenomeno molto più ampio che mette in dubbio l’intero ordine multilaterale raggiunto dopo la seconda guerra mondiale. Le incertezze sui dazi sono aumentate“. Il rischio, poi, è che la guerra dei dazi possa degenerare in guerra delle valute.

Le altalenanti minacce americane “dazi si-dazi no”, le ritorsioni, le sospensioni condizionate hanno creato l’instabilità che l’intero sistema economico mondiale sta pagando. Finora non ci ha guadagnato nessuno, non gli Usa, non la Cina e tanto meno l’Europa.

L’Europa e, di conseguenza, anche l’Italia ci rimettono più di tutti.

Direttamente, quando i dazi sono imposti sui settori agroalimentari e dell’auto. Giustamente la Coldiretti teme che la “black list” americana colpisca pesantemente i prodotti agroalimentari del made in Italy che sono esportati fuori dai confini comunitari per ben 4,2 miliardi di euro.

Dopo i settori dell’acciaio e dell’alluminio, il bersaglio numero uno dei dazi americani è quello dell’auto, in particolare le imprese automobilistiche tedesche. La Germania, com’è noto, esporta negli Usa auto per 42 miliardi di dollari. Il che significa un duro colpo anche per le imprese italiane della componentistica i cui prodotti sono esportati in Germania. La Germania, si ricordi, è il primo partner commerciale mondiale dell’Italia.

Poi indirettamente, poiché i dazi imposti alla Cina o al Messico colpiscono soprattutto prodotti altamente tecnologici, di cui molte parti provengono dall’Europa.

Inoltre, un’importante area di scontro è quella dell’aviazione civile, tra la Boeing americana e l’Airbus europea. Washington si lamenta dei sussidi erogati dall’Unione europea, dimenticandosi che tutti i suoi settori tecnologicamente importanti, militari e civili, godono da sempre di sostanziosi sostegni statali. Trump ha avuto l’ardire di portare la controversia persino davanti all’Organizzazione del Commercio Mondiale, la stessa istituzione che quotidianamente boicotta. 

I dazi nei confronti della Cina, inizialmente del 10%, poi aumentate al 20%, su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, potrebbero vedere una pericolosa escalation con dazi del 25% su altri 325 miliardi. Pechino ha annunciato le sue ritorsioni su 60 miliardi di dollari di prodotti americani. Per esempio, sulle importazioni di soia, che finora coprivano il 60% della produzione americana.

Una delle aree di scontro più pericoloso verte intorno alle tecnologie informatiche, considerate di rischio per la sicurezza nazionale americana. Di conseguenza Trump si è mosso per il blocco verso l’azienda cinese Huawei e altre imprese simili. Come risposta, Pechino ha fatto subito sapere di voler sfruttare la sua posizione di principale esportatore mondiale di materiali delle cosiddette “terre rare” utilizzati per le tecnologie avanzate.

Si tenga inoltre presente che la Cina possiede obbligazioni del Tesoro americano per più di mille miliardi di dollari.

Anche la minaccia di Trump di applicare il 5% di dazi su tutti i beni importati dal Messico, per poi alzarli fino al 25%, andrebbe a colpire, tra l’altro, i settori delle automobili, dei mezzi di locomozione e dei televisori, dove la componentistica europea è molto rilevante.

Il Messico è il terzo partner commerciale degli Usa con circa 265 miliardi di dollari di esportazioni di merci. Negli anni passati molti produttori americani vi hanno trasferito le loro fabbriche per sfruttare il basso costo della mano d’opera. Gli effetti dei dazi non penalizzeranno solo gli esportatori messicani ma anche gli importatori americani, che, poi, aumenteranno ovviamente i prezzi per i consumatori finali.

Poiché la questione è il blocco dei flussi immigratori, la guerra dei dazi diventa immediatamente una guerra sociale con conseguente destabilizzazione politica. Trump, però, non può ignorare che la questione immigrazione ha ragioni economiche e sociali profonde e dimensioni epocali.  

Recentemente gli Usa hanno tolto anche l’India e la Turchia dalla lista dei partner commerciali privilegiati, costringendo persino Nuova Delhi, da sempre amica di Washington, a reagire con delle contromisure commerciali.

In America, comunque, cresce l’opposizione contro la politica dei dazi e c’è la campagna “Tariffs hurt the heartland”, sostenuta da 150 organizzazioni di vari settori produttivi, che lamenta come i dazi colpiscano il cuore del paese e rischino di generare la perdita di 2 milioni di posti di lavoro.

Non sfugge che l’intento di Trump sia di colpire l’Unione europea. A Londra ha esplicitamente invitato la Gran Bretagna a uscire dall’Ue e le ha offerto accordi commerciali superprivilegiati. E’ un atteggiamento che va ben oltre l’attitudine di Trump!

E’ chiaro, tuttavia, che sono in gioco le strategie della grande finanza e i corposi interessi geopolitici di quel sistema che si chiama, fin dai tempi del presidente Eisenhower, “il complesso militare industriale americano”.

Pur mantenendo strette relazioni con gli Usa, il nostro alleato storico, l’Ue dovrebbe sfidare certi disegni dell’unilateralismo di oltre Atlantico. Potrebbe, invece, diventare il perno principale per la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere delle monete più importanti e non soltanto sul dollaro. Così potrebbe svolgere un’importante funzione di equilibrio geoeconomico e geopolitico tra gli attuali grandi attori internazionali.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

PAOLO SAVONA EUROPEISTA RITROVATO?

Paolo Savona, ritrovato europeista?

 di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 Per alcuni potrebbe essere una sorpresa, ma il discorso di Paolo Savona alla sua prima conferenza annuale come presidente della Consob, l’Autorità italiana per la vigilanza dei mercati finanziari, è stato certamente interessante. Per correttezza dovrebbe essere valutato come economista e studioso dei processi economico-finanziari. Mettendo da parte le sue recenti disavventure politiche. Alcune sue sono analisi e proposte meritano una più attenta valutazione. 

 Anzitutto la proposta di “un’azione congiunta del settore privato e pubblico italiano per attuare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 20 miliardi di euro, utilizzando il risparmio interno” . Secondo noi, sarebbe un’iniziativa praticabile da subito, eventualmente con la partecipazione della Cassa Depositi e Prestiti, o in altro modo.

 Si potrebbe creare l’equivalente di una banca o di un fondo di sviluppo, senza generare nuovo debito e fuori dal computo del debito pubblico. Lo fa già la banca di sviluppo tedesca Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, largamente partecipata dallo Stato. La CDP porterebbe nel fondo una parte dei capitali e potrebbe coinvolgere investitori privati a fare altrettanto. Dovrebbero, poi, essere emesse delle obbligazioni, con le dovute garanzie, indirizzate a investimenti nei settori trainanti dell’economia reale, a cominciare dalle infrastrutture e dall’innovazione tecnologica. 

 Savona ha correttamente sottolineato che l’export e il risparmio sono i “traini” della nostra economia. Un export che vale il 31,8% del pil, con un surplus commerciale medio di 43,4 miliardi nell’ultimo triennio. E’ frutto dell’iniziativa, della creatività e della competitività delle nostre imprese. 

 Allo stesso tempo, però, la narrazione della nostra instabilità e la percezione del rischio fanno sì che il grande risparmio delle famiglie e delle imprese defluisca all’estero, ponendosi al servizio dello sviluppo altrui. Si ricordi che soltanto il 5,9% del debito pubblico è posseduto dalle famiglie italiane. E’, quindi, una priorità fornire ai risparmiatori le necessarie garanzie e gli strumenti adatti se si vuole davvero canalizzare il risparmio verso gli  investimenti e lo sviluppo della nostra economia.

 Savona sostiene anche una seconda proposta, la creazione di titoli europei privi di rischio, gli european safe asset. Di fatto è un altro nome per eurobond. Oggi molta liquidità europea è spinta ad acquistare obbligazione del Tesoro americano e, quindi, va a sostenere la crescita degli Usa invece che quella europea. Anche le banche europee sarebbero libere di scegliere questi titoli per i loro investimenti garantiti dal rischio. L’European Stability Mechanism è in grado di emettere simili titoli.

 Savona riconosce che “l’euro ne uscirebbe rafforzato come valuta internazionale”. L’ESM dovrebbe poi concedere i fondi raccolti per prestiti agli Stati membri che disporrebbero di una fonte alternativa e a basso costo per il finanziamento del loro debito pubblico. Il presidente della Consob appoggia anche la creazione nell’Ue di un Capital Market Union, un mercato europeo dei capitali, dove anche il risparmio italiano abbia la sua giusta e pari considerazione. Rilevante è stato anche il suo breve excursus storico sul processo di finanziarizzazione dell’economia e sulle errate politiche della finanza americana. In particolare ha indicato come “l’espansione virulenta dei derivati sia stato il veicolo che ha travolto il sistema dei controlli e causato la seconda Grande crisi globale in meno di un secolo”.  Al riguardo il presidente della Consob ha sollecitato azioni internazionali congiunte miranti ad armonizzare le regole finanziarie. Cioè la riforma del sistema.

 Condivisibile è la netta differenziazione che Savona ha fatto tra cripto valute e la tecnologia del “block chain” anche da esse utilizzata. Riguardo alle prime, giustamente ha affermato che, se fossero in mano privata, “il sistema monetario verrebbe sconvolto e il sistema finanziario coinvolto”. Egli auspica, perciò, che diventino di monopolio pubblico. La tecnologia utilizzata, invece, merita di essere studiata, in quanto un regime contabile criptato potrebbe garantire una maggiore trasparenza delle operazioni finanziarie.

 L’area dell’intelligenza artificiale è molto complessa e richiederà approfonditi studi. Noi restiamo molto scettici circa l’obiettività degli algoritmi, come dimostrano i continui scossoni provocati sui mercati dalle operazioni di high frequency trading fatte con l’utilizzo di supercomputer.

 

E’, comunque, metodologicamente corretta la polemica di Savona riguardo agli strumenti statistici convenzionali datati e ”all’uso consueto di medie non rappresentative dell’universo”, nonché riguardo ai vecchi parametri che potrebbero portare a valutazioni distorte delle reali condizioni, anche quelle dell’economia italiana.

 In conclusione, il ritrovato europeista Savona invita in particolare i governi dell’Unione europea a prendere atto della loro forza geo-economica e politica per modificare l’architettura istituzionale internazionale di un mondo non più diviso in blocchi politici contrapposti ma suddiviso dalla concorrenza tra grandi aree geografiche e dalle innovazioni tecnologiche. Occorre, però, anche secondo noi, prendere atto della necessità di evitare le guerre commerciali anche per non coinvolgere le valute attuali. Prendere atto dell’interdipendenza tra gli Stati, nella consapevolezza che è impossibile tornare indietro e che il mondo, volenti o nolenti, è diventato globale.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

 

Deutsche Bank: con la crisi aumentano i suoi manager milionari

Deutsche Bank: con la crisi aumentano i suoi manager milionari

Mario Lettieri * Paolo Raimondi**

In Europa nel settore bancario ognuno ha i suoi guai e i suoi compiti a casa da fare. L’Italia ha i crediti inesigibili da smaltire, la Germania ha la Deutsche Bank, il colosso sempre più traballante da sistemare. A ciò si aggiungano le mine vaganti delle banche “too big to fail” negli Stati Uniti che, come più volte sottolineato, rappresentano sempre un rischio sistemico. 

Da qualche tempo le azioni DB sono in caduta libera: sono scese sotto i 7 euro. Valevano ancora 20 euro nel 2017.

Non a caso i vari tentativi di salvataggio sono falliti. In particolare il piano di fusione con la banca tedesca numero due, la Kommerzbank, partecipata per il 15% dallo Stato. Si è dovuto prendere atto che, sommando i problemi delle due banche, non si sarebbe ottenuta una soluzione positiva. La DB è pur sempre un colosso con 200.000 clienti, mentre la Kommerzbank ne conta 180.000. Insieme sarebbero diventate la seconda banca europea per dimensioni, dopo l’inglese Hong Kong Shangai Bank Corporation.

Negli ambienti bancari si stima che, per restare a galla, la DB dovrebbe licenziare almeno 20.000 dei suoi attuali 90.000 impiegati. Anche in terra germanica, invece di rivedere il modello di business e di cambiare gli orientamenti e le priorità della gestione bancaria, si preferisce, purtroppo, penalizzare il lavoro e la tradizionale sana politica del credito alle famiglie e alle imprese. Del resto, si tenga presente che entrambe le banche tedesche sono partecipate da due tra i più speculativi hedge fund americani, Cerberus e Black Rock.   

Si ricordi che la Deutsche Bank ha il record di derivati finanziari per oltre 43.500 miliardi di euro, un po’ di più dei livelli delle tre banche americane, la JP Morgan Chase, la Citigoup e la Goldman Sachs. Il suo ammontare di attivi pari a circa 1.600 miliardi di euro contrasta con i soli 15 miliardi di capitalizzazione: uno tra i più squilibrati rapporti al mondo!

Secondo uno studio del quotidiano francese Les Echos, incomprensibilmente essa occupa anche il primo posto nella classifica delle banche europee con il più alto numero di manager con stipendi superiori al milione di euro: ben 643! Seconda è la Barclays inglese con 542. La nostra Intesa Sanpaolo è dodicesima con 33 dirigenti milionari.

In altre parole, le banche più attive nella speculazione e, di conseguenza più a rischio, pagano profumatamente chi, di fatto, le “pilota” nelle acque più burrascose e limacciose del business finanziario. Infatti, nella BD è proprio il capo del settore investment banking a guadagnare il massimo, 8,6 milioni di euro nel 2018! Ci sfugge la razionalità di tutto ciò.  

Qualche anno fa sembrava che la partecipazione in DB di HNA, il conglomerato cinese dell’aviazione e della logistica, avesse portato nuovi capitali e un po’ di stabilità, diventandone, di fatto, il maggiore azionista. Ma per realizzare simili operazioni il gruppo cinese si era pesantemente indebitato tanto da giungere alla soglia del collasso, costringendolo a una progressiva ritirata. 

L’uscita della HNA aveva momentaneamente aperto la strada della fusione con la Kommerzbank che, si ricordi, nel mezzo della crisi finanziaria globale, aveva già evitato la bancarotta solo per l’intervento di salvataggio del governo tedesco con oltre 16 miliardi di euro, in seguito, comunque, restituiti allo Stato.

In verità, è da un decennio che la DB è continuamente sotto osservazione e sotto indagini da parte delle autorità tedesche, inglesi e soprattutto americane. Si stima che nel periodo 2015-2017 essa abbia dovuto pagare soltanto agli enti di controllo americani e inglesi ben 11,2 miliardi di dollari in multe e condanne giudiziarie per varie truffe e per altri comportamenti finanziari sanzionabili, tenuti prima e dopo la crisi del 2008.

Più recentemente negli Usa la banca tedesca è coinvolta in alcune importanti indagini. La prima è relativa a una possibile frode bancaria attribuibile a Trump. Il presidente americano e tre dei suoi figli hanno presentato alla corte di New York  la richiesta di non trasmettere i dati relativi ai propri conti bancari presso la Deutsche Bank e la Capital One Financial Corporation, richiesti dal Congresso americano. La seconda ha a che fare con operazioni di riciclaggio di soldi sporchi da parte della Danske Bank, legata alla DB. Si indaga, poi, su un suo possibile ruolo nell’evasione fiscale di alcuni suoi clienti, come emerso nei famosi Panama Papers.  

Una cosa che disturba i tedeschi è quello che loro chiamano “Shadenfruede”,  cioè il piacere di alcuni per le disgrazie altrui. E’ la stessa irritazione che si prova anche in Italia quando alcuni esponenti europei si compiacciono delle nostre difficoltà.

Non è nostra intenzione discutere in questo modo dei problemi della Deutsche Bank. Al contrario, vorremmo che ci fosse un serio approccio europeo unitario nell’affrontare questi e altri problemi. L’Europa si costruisce anche con la condivisione degli intenti e degli impegni nei campi più importanti. E quello bancario certamente lo è.

*già sottosegretario all’Economia **economista

FINALMENTE UN’INIZIATIVA SERIA PER L’AFRICA.

Grandi investimenti per salvare il lago Ciad. Il ruolo del “Progetto Transaqua”

Mario Lettieri*  Paolo Raimondi**

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha recentemente dichiarato l’intenzione di affiancare il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nella raccolta di fondi per la realizzazione del progetto di “trasferimento idrico” dalla regione dell’Africa centrale verso il Lago Ciad, nel Sahel. Intendono presenziare insieme a un Forum Speciale dove coinvolgere sponsor pubblici e privati per finanziare il progetto.

L’intero grande progetto richiederebbe 50 miliardi di dollari che i paesi direttamente interessati dal bacino acquifero del lago Ciad, cioè la Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad, ovviamente non sarebbero da soli in grado di disporre.

L’accordo è stato mediato dall’African Development Bank, che negli anni passati si è mossa con grande impegno per la realizzazione d’infrastrutture in Africa e portare il continente e la sua popolazione fuori dal sottosviluppo e dal continuo spettro della povertà.

A causa di una gestione del lago quasi inesistente e, soprattutto, dell’avanzamento del deserto, nei decenni passati il lago ha perso il 90% della sua superficie, con catastrofici effetti climatici e sociali.

Come è risaputo, intorno al bacino del lago vivono circa 30 milioni di persone che di giorno in giorno vedono le loro vite e il loro futuro sempre più minacciati. Di conseguenza, sono sorti conflitti tra i paesi rivieraschi per l’approvvigionamento dell’acqua e forti tensioni tra agricoltori e pescatori. Una vera lotta tra poveri.

Non c’è quindi da essere sorpresi se i giovani di queste terre vogliano o debbano emigrare e se altri possano finire nelle reti del terrorismo e del crimine organizzato. Com’è noto sono proprio la mancanza di lavoro e le guerre locali, le cause principali delle migrazioni anche verso l’Europa.

E’ il caso di ricordare che la parte centrale del programma d’investimenti ipotizzato sarebbe la realizzazione del “Progetto Transaqua”, elaborato ben 40 anni fa dall’impresa italiana “Bonifica” del gruppo IRI per la creazione di un canale lungo 2.400 km per portare acqua dolce dal fiume Congo verso il lago Chad.

Già nel febbraio 2018 nella conferenza internazionale sul lago Ciad, tenutasi ad Abuja in Nigeria con la partecipazione anche dell’Italia e dell’Unesco, si era sostenuto con forza la realizzazione di Transaqua. Allo stato, il trasferimento idrico tra i bacini acquiferi non ci sembra un’opzione né un “miraggio faraonico” ma una vera e propria necessità.

Si prevede il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del fiume Congo al lago Ciad, equivalente a circa l’8% della portata del fiume, che, comunque, la scarica tutta nell’Oceano Atlantico. Il piano prevede anche la costruzione di un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che forniranno energia pulita, trasporto fluviale e acqua dolce per le popolazioni interessate e per lo sviluppo di un moderno settore agroindustriale nell’Africa Centrale.

Transaqua affronta molti aspetti della crisi africana, offrendo la possibilità di lavoro e benefici per i paesi a sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che metterebbe a disposizione l’acqua in cambio di un importante arricchimento infrastrutturale e produttivo.

Come prevedibile, la Cina è il primo paese a essere interessato, non solo per ragioni geopolitiche ma anche per soddisfare la sua necessità di importare beni alimentari.

Già nel 2016 PowerChina, il gigantesco conglomerato industriale cinese che ha costruito anche la diga delle Tre Gole, aveva discusso del progetto con il governo della Nigeria esprimendo la sua disponibilità a partecipare al finanziamento e alla realizzazione dello stesso.

Oltre ai grandi investimenti miliardari in molti paesi dell’Africa, Pechino organizza ogni due anni uno specifico forum con la partecipazione di tutti i capi di stato africani. L’ultimo si è tenuto lo scorso settembre dove la Cina ha presentato il piano d’integrazione dell’Africa nelle Vie della Seta, la Belt and Road Initiative.

Nel frattempo si è mossa anche la Russia che il prossimo ottobre organizzerà il primo Russian African Summit con i leader di tutti i paesi africani.

L’Italia, fin dai tempi di Enrico Mattei, è sempre stata attenta all’idea di una vera cooperazione e dello sviluppo dell’Africa. Da sola, però, non è riuscita a smuovere gli altri grandi attori occidentali e internazionali.

Lo scorso ottobre è stato meritoriamente firmato un memorandum d’intesa tra il nostro Ministero dell’Ambiente  e la Commissione del Bacino del Lago Ciad per il finanziamento dello studio di fattibilità del Progetto Transaqua. L’Italia vi contribuisce con 1,5 milioni di euro.  Anche PowerChina cofinanzia lo studio.

Negli ultimi anni l’Europa ha ripetuto la necessità di lanciare un “Piano Marshall per l’Africa” per sviluppare il continente e per contenere il flusso dei cosiddetti “migranti economici” verso l’Europa. Questo a parole.

L’Italia ha sempre mantenuto un rapporto storico positivo con molti paesi africani. Siamo conosciuti come i costruttori di dighe e d’importanti infrastrutture. E’ interesse nostro e dell’Europa di lavorare per una genuina collaborazione, superando anche qualche vecchio retaggio del colonialismo di certi paesi europei.

In definitiva, la realizzazione del grandioso progetto in questione sarebbe un aiuto concreto allo sviluppo del continente africano e un modo serio di “aiutarli a casa loro”. Sarebbe, inoltre, anche una scelta coerente per difendere la Terra dal processo di desertificazione evidenziato dallo stesso ONU. Sarebbe probabilmente una risposta importante al problema dei mutamenti climatici denunciati dagli scienziati e dai giovani di tutto il mondo.

*già sottosegretario all’Economia **economista

SENZA PROGETTI E SENZA FONDI NIENTE RIPRESA

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 Non si può essere soddisfatti di riconoscere che l’economia italiana è fortemente peggiorata nei passati mesi, come ammette lo stesso Documento di economia e finanza appena presentato. Sarebbe, però, ancora più preoccupante se, di fronte a questa triste ed evidente realtà, il governo volesse continuare a “vivere sulle nuvole”, spargendo illusioni e promesse insostenibili.

 Palazzo Chigi ha messo nero su bianco che per il 2019 l’aumento del pil dovrebbe passare dall’1% allo 0,2% e che di conseguenza il deficit di bilancio dovrebbe crescere dal 2,04% al 2,4%. Sono stime ancora troppo benevoli che non tengono conto, purtroppo, degli effetti negativi a spirale che solitamente accompagnano la recessione economica.

 Di ciò siamo fortemente preoccupati, anche perché il confronto politico è soprattutto di natura ideologica ed elettorale e, a volte, anche di rivalsa. Riequilibrare il bilancio dello Stato richiede decisioni chiare e tempi medi poiché si basa sulla ripresa degli investimenti, della produzione, dell’innovazione e dell’occupazione nei settori dell’economia reale.

 Perciò, mantenere a tutti i costi le promesse fatte durante le campagne elettorali potrebbe sembrare positivo ma, in verità, non fa parte delle leggi che regolano il sano andamento e lo sviluppo dell’economia, sia nella teoria che nella prassi. Vale per tante iniziative, a cominciare dalla flat tax che ha fatto capolino nel Def. Per ora è una semplice enunciazione.

 Per serietà e credibilità, portare come esempio da seguire nel nostro paese il modello ungherese della flat tax, che sarebbe la ragione del buon andamento dell’economia di Budapest, è un errore.

 Per chiarezza è opportuno ricordare, invece, che la recente ripresa economica dell’Ungheria si basa su tre condizioni convergenti: il contributo a fondo perduto di ben 3,5 miliardi di euro annui da parte dell’Unione europea, l’intensa partecipazione economica e industriale della Germania verso i paesi dell’Europa centrale e il basso costo della mano d’opera ungherese, con una qualifica tecnologica mediamente elevata, che ha attirato notevoli investimenti. Tutte condizioni che in Italia non ci sono.

 Ovviamente, il documento del Def non contempla aumenti nella tassazione: sarebbe una clamorosa ammissione di totale fallimento. Per i prossimi mesi, però, il governo dovrà dimostrare come “bilanciare” l’aumento delle uscite con le minori entrate. Naturalmente, per il bene degli italiani ci si augura che lo sappiano fare. Ma è indubbio che dal prossimo gennaio possa scattare l’aumento delle aliquote Iva.

 A nostro avviso la priorità dovrebbe essere la ripresa degli investimenti pubblici in infrastrutture per l’effettiva apertura dei cantieri, a partire dal Mezzogiorno dove la situazione economica e occupazionale è a dir poco disperata. Secondo varie stime, oltre ai fondi recuperabili dall’enorme evasione fiscale, ci sarebbero 140 miliardi di euro già stanziati nei bilanci degli anni passati per svariati progetti.

 Attraverso un accordo già operativo con la Banca europea per gli investimenti essi potrebbero diventare subito spendibili. Il vero problema sono le lungaggini delle burocrazie statali, regionali e locali.

 Secondo l’Associazione nazionale costruttori edili (ANCE) si tratterebbe, tra l’altro, di 60 miliardi del Fondo investimenti e sviluppo infrastrutturale, di 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione, di 15 miliardi di Fondi strutturali europei, ecc.

 Se si riuscisse a spendere in tempi ragionevolmente brevi i soldi in questione, sarebbe una leva per la ripresa economica. Si ricordi che l’Istat sostiene che ogni euro pubblico investito nelle infrastrutture possa generare una crescita di investimenti diretti e indiretti di 3-4 volte. 

 E’ il Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), presso Palazzo Chigi, responsabile della gestione delle risorse sopra menzionate, che non ha svolto un’effettiva azione incisiva nei confronti degli enti e delle amministrazioni beneficiari dei progetti.

 Bisogna accelerare i processi decisionali, snellendo il codice degli appalti e affidando, contemporaneamente, alle autorità anti corruzione il compito di prevenire e colpire le infiltrazioni malavitose e le mazzette legate ai lavori pubblici.

 La situazione, nella sua complessità e urgenza, non può ancora essere lasciata alle lentezze burocratiche. Serve, invece, una chiara e netta assunzione di responsabilità da parte del governo e delle altre istituzioni. Il paese non può più aspettare.

 *già sottosegretario all’Economia  **economista