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I palestinesi? Possono aspettare ancora…. Tanto per cambiare. Biden democratico sì, ma fino a un certo punto. E sicuramente un po’ servo.

I palestinesi? Possono aspettare ancora…. Tanto per cambiare.

Biden democratico sì, ma fino a un certo punto. E sicuramente un po’ servo. 

HAARETZ
“Biden ha detto alle Nazioni Unite che i palestinesi possono aspettare, dando spazio a Bennett d’Israele”

https://www.haaretz.com/us-news/.premium.HIGHLIGHT-biden-told-the-un-the-palestinians-can-wait-giving-israel-s-bennett-breathing-space-1.10231607?utm_source=mailchimp&utm_medium=content&utm_campaign=haaretz-news&utm_content=4ff92a51ad&fbclid=IwAR23_NvRSXON6up9peqt7ap2jSNRVI0iAeNh1IFGA0tt7s1-BfaS6DXNp_k

Conflitto finito tra Gaza e Israele? Per ora

Dopo 11 giorni di guerra i palestinesi morti a Gaza sotto i bombardamenti israeliani sono stati 243, inclusi 66 bambini e 39 donne. I feriti sono 1910. Gli sfollati 60.000. Israele ha avuto 12 morti e centinaia di feriti. Le reazioni dei sionisti sono sempre sproporzionate.

Il cessate il fuoco reciproco e senza condizioni è avvenuto tramite la mediazione di Egitto e ONU. Netanyahu ha ringraziato Biden per l’appoggio dato al diritto di difendersi. Come noto gli USA rifiutano di considerare il partito Hamas un interlocutore.

I razzi lanciati da Gaza contro Israele sono stati 3.440, intercettati al 85-90% dal sistema di protezione Iron Dome: circa 500 sono ricaduti all’interno della stessa Striscia. Sotto i raid aerei sono finiti non solo i tunnel e i bunker di Hamas, ma anche l’unico laboratorio in funzione per l’analisi Covid dei tamponi (il virus ha già ucciso più di 930 persone a Gaza), un orfanotrofio, un liceo femminile, gli uffici del ministero della Salute e la torre che ospitava Al Jazeera, la Associated Press e altri uffici di media internazionali. I soliti effetti collaterali, che Netanyahu giustifica ribadendo che Hamas “piazza deliberatamente obiettivi militari dentro la popolazione civile”.

Nella UE l’unica a non chiedere la fine delle ostilità è stata l’Ungheria di Viktor Orbán.

Intanto sul fronte dell’Autorità Palestinese la leadership del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che guida il partito di al-Fatah e che è al governo in Cisgiordania dal 2005, si sta sgretolando sempre più, anche a seguito del recente conflitto. Questo per dire che i palestinesi non vogliono sentirsi delle pecore nei confronti di Israele. Non a caso Abu Mazen viene additato di “collaborazionismo” con Israele, anche perché il 29 aprile ha deciso di rinviare a data da destinarsi le elezioni generali per il Parlamento palestinese, il presidente dell’Autorità palestinese e il Parlamento dell’Olp, che si sarebbero dovute tenere in questo mese e a giugno dopo oltre 15 anni. Il presidente aveva giustificato il rinvio, dicendo che “gli israeliani non hanno concesso il permesso di votare nel distretto di Gerusalemme Est”. Ma non è escluso che Abu Mazen tema la fine della sua carriera a tutto vantaggio di Hamas.

Questo per dire che il conflitto non ha favorito gli elementi moderati della politica palestinesi ma quelli radicali, che l’occidente definisce con la parola “estremisti”, se non addirittura “terroristi”, come se la democrazia esistesse solo in Israele, e come se solo Israele abbia il diritto di difendersi, mentre i palestinesi hanno solo il dovere di subire la progressiva espropriazione delle terre da parte dei coloni.

Perché il sistema di difesa israeliano è così forte?

Israele è difeso da una cupola di ferro. Lo spiega bene il sito “Analisi Difesa” www.analisidifesa.it.

Grande protagonista degli scontri di questo mese, come in precedenti occasioni, si è confermato il sistema antibalistico israeliano a breve raggio, chiamato Iron Dome, cioè “cupola di ferro”, realizzato dal colosso dell’industria militare israeliana Rafael, ed entrato in servizio nel 2011. È attualmente efficiente per l’85-90%, cioè da 10 a 15 ordigni nemici ogni 100 presi di mira dal sistema possono raggiungere città e installazioni ebraiche. Senza poi considerare che il sistema prende di mira solo i missili lanciati su obiettivi sensibili ed è posizionato solo per colpire i missili provenienti da Gaza.

Ovviamente Israele non ha solo questo tipo di difesa, anche perché Iron Dome si limita a intercettare oggetti volanti di piccole dimensioni e anche di limitato sviluppo di volo (da un minimo di 4 e un massimo di 70-72 km dalla posizione della batteria). È cioè rivolto a razzi, missili o anche granate di mortaio. Non è in grado d’intercettare ordigni che provengano da una distanza inferiore a 4 km e che abbiano un tempo di volo inferiore a 28 secondi.

Il grosso della sua realizzazione è stato finanziato dal più potente alleato d’Israele, gli Stati Uniti, per un totale calcolato in un miliardo di dollari, secondo dati ufficiali. Tutta la difesa israeliana è finanziata soprattutto dagli USA. Anche perché costa l’ira di Jahvè: ogni missile dell’Iron Dome va dai 40.000 ai 100.000 dollari, laddove il prezzo di ogni razzo sparato dai gruppi palestinesi si aggira sui 1.000-5.000 dollari.

Ma la cosa più curiosa è che gli americani vogliono testare proprio attraverso le guerre d’Israele (che dal 1948 non sono mai finite) l’effettiva efficacia della cupola di ferro, onde verificare se un analogo sistema può funzionare nel proprio territorio, che però ha un’estensione colossale. Ecco perché una prima batteria di Iron Dome è già stata consegnata agli USA e attivata alla base di Fort Bliss alla fine del 2020, e nei prossimi mesi dovrebbe essere consegnata una seconda batteria.

Per combattere i palestinesi Israele non ha altre armi che l’uso delle armi. 4000 anni di cultura ebraica buttati nella Geenna.

La politica genocidaria di Israele dipende da noi occidentali

Perché i politici (che non siano proprio quelli della sinistra radicale) si schierano subito dalla parte di Israele, ogni volta che nella Palestina scoppia un conflitto bellico tra le parti avverse, appartenenti a religioni ufficialmente opposte?

La motivazione va cercata nell’immaginario collettivo, che è più forte di qualunque motivazione reale della guerra in corso.

Quando si parla di terrorismo internazionale, qual è la religione cui l’occidente fa sempre riferimento? L’islam.

Quando si parla di flussi migratori verso l’Unione Europea, qual è la religione prevalente di appartenenza dei migranti? L’islam.

Quando nel Mediterraneo si vedono Paesi con governi autoritari che minacciano la stabilità dei Paesi confinanti, gestiti da governi democratici, a quale religione si attribuisce questa nuova e per noi occidentali fastidiosa proiezione di potenza? L’islam.

Quando mettiamo a confronto un Paese capitalisticamente avanzato come Israele e un altro economicamente piuttosto arretrato come quello palestinese, a quale religione attribuiamo tale arretratezza? L’islam.

Quando sul piano internazionale vediamo che Israele è in grado di muoversi agevolmente con una propria leadership politica e diplomatica, mentre i palestinesi non hanno niente che possa reggere il confronto, a quale religione attribuiamo questo deficit di rappresentanza? L’islam.

Quando l’intero occidente si chiede quale sia una radice culturale che ha determinato la propria civiltà, a quale religione fa riferimento? Ebraico-cristiana.

Quando l’occidente ricorda i tempi del proprio passato colonialismo, ha mai nutrito dubbi sulla necessità di “civilizzare” completamente e radicalmente le popolazioni appartenenti alla religione islamica? Nessun dubbio.

Quando sul piano demografico l’occidente cristiano teme il diffondersi di una religione concorrente, a quale fa subito riferimento? L’islam.

Quando l’occidente pensa all’idea di genocidio, a quale religione associa immediatamente questo crimine? L’ebraismo.

Quando in forza di questo genocidio abbiamo ritenuto che gli ebrei dovessero essere risarciti con un proprio territorio, perché ci è sembrato giusto che dovessero rimetterci i palestinesi? Perché erano islamici.

Dunque, quando Israele si comporta in maniera razzistica, colonialistica, genocidaria nei confronti dei palestinesi, che cos’è che le dà la sicurezza di potersi comportare così in tutta tranquillità? È l’immaginario collettivo che in occidente essa stessa ha contribuito a creare.

L’apartheid in Israele

Il rapporto dell’ong Human Rights Watch, “A threshold crossed” (Una soglia oltrepassata), uscito il 27 aprile, sostiene che lo Stato israeliano è colpevole di crimini contro l’umanità, nello specifico di crimini di apartheid. Il nuovo studio si aggiunge alla denuncia della più importante organizzazione per i diritti umani israeliana, B’Tselem, che a gennaio ha definito l’occupazione israeliana in questi stessi termini nel suo rapporto.

Human Rights Watch è, insieme ad Amnesty International, la voce più autorevole in campo di diritti umani a livello internazionale. Il suo giudizio legale è stato redatto in un rapporto di 213 pagine, in cui dimostra che “le violazioni dei diritti dei palestinesi nei territori occupati da Israele corrispondono a crimini contro l’umanità di apartheid”.

D’altra parte il concetto di “apartheid” è da tempo slegato dal sistema politico un tempo applicato in Sudafrica. Ai sensi della Convenzione sull’apartheid e dello Statuto di Roma che fonda la Corte Penale Internazionale, l’apartheid costituisce un crimine che comporta atti inumani “nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altri gruppi razziali, al fine di perpetuare tale regime”.

Tra gli atti disumani identificati nella Convenzione e nello Statuto di Roma sono inclusi il trasferimento forzato, l’espropriazione della proprietà fondiaria, la creazione di riserve e ghetti, la negazione del diritto di partire e di tornare nel proprio Paese e il diritto a una nazionalità.

Uno dei principali elementi legali che crea in Israele le circostanze per un “regime istituzionalizzato di oppressione” è la legge sullo Stato-Nazione del 2018, che definisce Israele come lo “Stato-Nazione del popolo ebraico”, Gerusalemme la sua “capitale unita”, e l’ebraico la sola lingua ufficiale. Nessun riferimento a palestinesi, cristiani o musulmani. Questo costituisce una chiara base giuridica di discriminazione a favore degli ebrei israeliani a scapito dei palestinesi d’Israele, che rappresentano peraltro il 21% della popolazione.

E non si può continuare a sostenere che chiunque faccia delle critiche ai governi israeliani, ha intenzione di mettere in discussione il diritto dello Stato di Israele di esistere come Stato-Nazione del popolo ebraico.

Dall’inizio del Ramadan, a metà aprile, Gerusalemme è sull’orlo dell’esplosione. Durante il mese sacro per l’islam, i palestinesi di Gerusalemme hanno l’abitudine di ritrovarsi la sera nei pressi della porta di Damasco, uno degli accessi alla moschea Al Aqsa, nella città vecchia. Non si fa nulla di eversivo. Eppure le autorità israeliane han chiuso l’area ai palestinesi, senza dare nessuna spiegazione. Ciò ha provocato le loro proteste, represse puntualmente dalla polizia israeliana.

Dopo giorni di tensioni, il 22 aprile un gruppo ebraico di estrema destra, Lehava (La fiamma), che sostiene il divieto di matrimoni misti e vuole “espellere gli arabi della terra santa”, ha organizzato un rastrellamento nella città vecchia di Gerusalemme. Al grido di “morte agli arabi”, circa 300 militanti del gruppo sono andati nei centri commerciali e per strada a caccia di palestinesi. Negli scontri che sono seguiti almeno 110 palestinesi sono stati feriti, mentre oltre 50 persone sono state arrestate.

Le difficoltà di Benjamin Netanyahu a creare una maggioranza di governo stabile l’hanno spinto a reclutare anche le frange più estreme, fasciste e razziste, nonché omofobe. In particolare il kahanismo, l’ideologia ebraica ispirata al rabbino Meir Kahane, che propone il trasferimento di tutti gli arabi nei paesi musulmani o in occidente, sta ottenendo sempre più consensi a livello governativo. I kahanisti hanno ora sei seggi in parlamento. La soluzione dei due Stati non è stata mai così lontana.

Dopo gli accordi di Abramo, che hanno determinato varie intese tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi sono a un punto morto a livello politico. E la comunità internazionale non sembra preoccuparsi minimamente che ogni giorno una persona nasca nella prigione a cielo aperto di Gaza, o senza diritti civili in Cisgiordania, o con uno status inferiore per legge in Israele, o condannato allo status di rifugiato permanente nei Paesi vicini, come i suoi genitori e nonni prima di lui, e questo perché è palestinese e non ebreo.

Prima che la Corte Penale Internazionale entri in possesso del dossier e lanci un’indagine per crimine di apartheid – che significherebbe per molti responsabili israeliani essere indagati e anche arrestati non appena varcano il territorio di uno dei 122 Paesi firmatari dello Statuto di Roma – è nell’interesse di tutti (i 6,8 milioni di israeliani ebrei e i 6,8 milioni di palestinesi che vivono tra Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza) costruire un futuro di diritto. E in questo futuro il nuovo governo americano non sembra avere alcuna parte positiva. Biden, infatti, pur avendo rinnovato i finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (sospesi da Trump), ha chiarito che non intende revocare il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, né il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan.

Sempre più preoccupante la destra fanatica in Israele

Nell’arco di sette anni vi sono state cinque elezioni della Knesset israeliana, quattro delle quali in meno di due anni. Le ultime del 23 marzo con un’affluenza del 67%, la più bassa dal 2009. Sono 13 i partiti a dividersi i 120 seggi.

Il Likud ha ottenuto 52 seggi, ma doveva arrivare a 61 per poter governare. E sappiamo bene che Netanyahu è pronto a tutto pur di non affrontare le pesanti accuse di corruzione, frode e abuso di potere, mossegli dal 2019. In questo momento sta chiedendo che si proceda con l’elezione diretta del primo ministro, per prevenire il rischio di una nuova tornata elettorale inconcludente. Ma non è escluso, conoscendo il soggetto, privo di scrupoli, ch’egli preferisca le situazioni in cui nessuno può formare un governo, così lui continua a fare il primo ministro ad interim.

In ogni caso la novità maggiore alle ultime elezioni è stata l’affermazione di partiti di estrema destra e ultrareligiosi, e persino l’ingresso di nuovi partiti di quest’area in parlamento. Tra Sionismo religioso, Potere ebraico e Noam, un miscuglio di xenofobia, omofobia e nazionalismo, uniti a fondamentalismo religioso e violenza, fanno a gara a chi sia più fascista. Queste persone rappresentano un Israele violento, arrogante e isolato che ignora il resto del mondo. Alla faccia della recente Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo.

Per es. il partito Sionista Religioso (alleanza di partiti guidata da Bezalel Smotrich) in passato aveva proposto di segregare i reparti di maternità, in modo che le donne ebree non dovessero partorire vicino a donne arabe. Smotrich si è definito un “fiero omofobo” (nell’alleanza vi è anche il partito Noam, apertamente anti-LGBT). E ha detto che è disposto a fare un governo col Likud solo se Netanyahu rinuncia all’impegno preso con la risoluzione ONU 1325, in base alla quale gli Stati sono obbligati a includere le donne nei corpi decisionali, in particolare quelli che si occupano di pace e sicurezza, a proteggere le donne dalla violenza e a tutelarle nei loro diritti umani.

Un altro partito dell’alleanza Potere Ebraico, guidato da Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo si ispira al rabbino estremista Meir Kahane, ucciso negli Stati Uniti nel 1990. Kahane aveva affermato che ebrei e arabi non possono coesistere e che l’unica soluzione è espellerli da Israele. Ben Gvir, che vive in uno degli insediamenti più violenti e provocatori della Cisgiordania occupata, è stato definito l’equivalente israeliano di un leader del Ku Klux Klan ed è già stato condannato per istigazione alla violenza.

Difficile che Netanyahu possa formare un governo con partiti che vogliono annettere la Cisgiordania in modo unilaterale; separare Gaza al fine di mantenere una maggioranza ebraica nello Stato unitario e non ammettere i rifugiati palestinesi. La destra radicale vuole uno Stato unico, non-divisibile, in cui i palestinesi o accettano di definirsi cittadini israeliani o restano rinchiusi a Gaza. Parlare di due Stati, come fa la sinistra, per loro non ha senso.

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo

La recente Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per cercare di capire come si manifesta l’antisemitismo nei vari Paesi del mondo.

È stata realizzata da un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente, ed è stata sottoscritta da 200 firmatari.

Si sono ispirati alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del forum internazionale di Stoccolma sull’olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla giornata della memoria del 2005.

Ritengono che la lotta contro l’antisemitismo sia inseparabile dalla lotta globale contro tutte le forme di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

Hanno preteso di dare una definizione di base, più generale, dell’antisemitismo, da declinare nelle varie situazioni, in alternativa alla Definizione IHRA, il documento adottato nel 2016 dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto, che sicuramente cercava di proteggere Israele dalla responsabilità nei confronti del diritto internazionale e di proteggere il sionismo da critiche razionali ed etiche.

Ora, con questa nuova Dichiarazione, si è cercato di ammettere che l’ostilità verso Israele potrebbe essere non solo un’espressione di ostilità antisemitica, ma anche una reazione alla violazione dei diritti umani, o il sentimento che una persona palestinese prova a causa dell’esperienza fatta trovandosi nelle mani di quello Stato. Detto altrimenti, se l’antisemitismo è sempre una forma di razzismo, l’antisionismo invece può essere considerato legittimo.

Ma procediamo con ordine. In generale – sostiene la Dichiarazione – è una forma di razzismo considerare un tratto caratteriale come innato o fare generalizzazioni negative indiscriminate su una data popolazione, quindi è razzistico anche l’antisemitismo.

Non si può infatti sostenere, come già si faceva nel passato, l’idea di una “cospirazione ebraica”, nella quale gli ebrei in quanto tali possiedono un potere nascosto che usano a spese di altri popoli. Il che oggi vorrebbe dire che sarebbero in grado di controllare i governi o i media o le banche di qualunque Stato, come se fossero “uno Stato nello Stato”.

Esempi di antisemitismo a parole includono affermazioni del tipo: gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici; i Rothschild controllano il mondo, ecc. Ma è antisemitico anche negare o minimizzare l’olocausto, sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non c’erano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime fu una piccola parte del totale reale.

Fin qui nulla da eccepire. I problemi però sorgono quando si scende nella questione spinosa dei rapporti tra Israele e Palestina.

Stando alla suddetta Dichiarazione sarebbe antisemitico ritenere gli ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele. Ma anche richiedere alle persone, perché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo. Oppure presumere che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che non al proprio Paese.

Naturalmente la Dichiarazione è costretta ad ammettere che non può essere considerato antisemitico il fatto di sostenere la richiesta di giustizia e di piena concessione dei diritti politici, nazionali, civili e umani da parte dei Palestinesi. E neppure opporsi al sionismo come forma di nazionalismo.

Però poi fa capire, velatamente, che schierarsi contro un qualunque tipo di accordo costituzionale tra ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, sia che questo accordo avvenga con due Stati, con uno Stato binazionale, con uno Stato democratico unitario, con uno Stato federale o in qualsiasi altra forma, può diventare un atteggiamento antisemitico.

Infatti, secondo la Dichiarazione, se è legittimo paragonare Israele ad altri esempi storici di colonialismo d’insediamento o di apartheid, non è legittimo, proprio perché rischia di diventare antisemitico, negare il diritto agli ebrei dello Stato d’Israele di esistere e prosperare come ebrei.

In ogni caso il vero problema è che c’è molta differenza tra le diverse tipologie di rapporto statuale tra Israele e la Palestina. E sulla scelta politica di quale deve essere l’attuale tipologia o di quale sarà quella definitiva, i palestinesi non hanno e non sono destinati ad avere alcuna voce in capitolo.

Il nucleare in Iran, l’embargo e gli attacchi d’Israele

È incredibile come al giorno d’oggi, in cui continuamente parliamo di diritti umani, nessuno dica niente su come Israele, che è una potenza nucleare, impedisca all’Iran di diventarlo. Cosa direbbero a noi se di tanto in tanto andassimo a bombardare la Francia solo perché nel 1987 abbiamo rinunciato con un referendum al nucleare?

Sembra addirittura che il sabotaggio israeliano dell’importante impianto nucleare di Natanz (a 300 km a sud di Teheran) stia avendo delle conseguenze sulla politica interna dell’Iran, già in fermento a causa della crisi economica provocata dalle 1.500 sanzioni internazionali volute dagli USA (un numero enorme, senza precedenti, che sta portando al collasso l’economia del Paese).

Lo scontro tra ultraconservatori, guidati da Ali Khamenei (la principale figura politica e religiosa del Paese, ritenuta più potente dello stesso parlamento), e moderati, il cui leader è il presidente Hassan Rouhani, è diventato più acuto. Anche perché i primi non vorrebbero nessun accordo con gli americani. Esattamente come gli israeliani, che, per motivi opposti, han sempre detto di non fidarsi dell’Iran.

Abituati come siamo a ragionare in termini di buoni e cattivi, ci sembra che gli iraniani siano più cattivi degli israeliani, per cui ci fa piacere quando, in un modo o nell’altro, quel regime teocratico mostra vistose crepe. E così non ci rendiamo conto che le istituzioni iraniane sono gestite, non meno di quelle israeliane, da politici orgogliosi del proprio fondamentalismo, disposti a difenderlo in qualunque maniera.

A giugno in Iran si terranno le elezioni presidenziali, ma sin da adesso possiamo scommettere che vinceranno gli ultraconservatori, cioè quelli che sanno meglio sfruttare politicamente l’embargo economico dell’occidente e gli attacchi militari d’Israele. Basti pensare che è il Consiglio dei Guardiani, controllato dai radicali, a fare una preselezione dei candidati ammessi alle elezioni. E poi il presidente Rouhani non potrà candidarsi per un terzo mandato, essendo al potere dal 2013.

In ogni caso il sistema non è ancora crollato: né per le sanzioni, né per le grosse proteste antigovernative degli ultimi due anni, né per le tensioni nel Golfo Persico, né dopo l’uccisione del potente generale Qassem Suleimani, considerato uno degli esponenti più influenti dell’intero regime.

I colloqui relativi al nucleare iraniano in corso a Vienna non porteranno a niente. Infatti Joe Biden vuole sì tornare agli accordi del 2015, interrotti da Trump nel 2018, ma vuole anche che l’Iran non punti i suoi missili balistici a lungo raggio contro Israele o verso l’Oceano Indiano. Non solo, ma Teheran, prima di riportare l’arricchimento dell’uranio nei limiti previsti dall’intesa (un ridicolo 4%), pretende che gli USA ritirino subito la maggior parte delle sanzioni economiche. Sarà un dialogo tra sordi e se l’Iran deciderà di avvalersi dell’appoggio cinese, pur di non darla vinta all’occidente, la situazione in Medio Oriente diverrà esplosiva. Già oggi si ritiene che l’Iran abbia superato il suddetto limite di almeno 5 volte. E con la Cina è stato firmato un accordo di cooperazione strategica globale di 25 anni. Cina, Iran e Russia hanno anche condotto esercitazioni militari congiunte senza precedenti nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano alla fine del 2019.

Israele: di male in peggio

http://video.repubblica.it/mondo/usa-kerry-durissimo-con-israele-e-netanyahu-risponde–non-vediamo-l-ora-di-trattare-con-trump/263896/264264?ref=tblv

Il bell’addormentato nel bosco si è svegliato. Con comodo. Ovviamente tardi.
Questo ridursi all’ultimo secondo della presidenza Obama per dire di Israele cose che andavano dette ben prima e per permettere finalmente all’Onu di condannare la sua scellerata politica coloniale ha davvero il sapore della vigliaccheria. E dell’opportunismo: solo un modo per fare un dispetto a Trump. Che peraltro se ne fregherà e farà ben di peggio, giustificherà sempre e comunque Israele, che sarà incoraggiata a compiere altri soprusi affondando del tutto le fin troppo flebili prospettive di pace.

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http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/04/news/israele_soldato_condannato_uccisione_palestinese-155413186/?ref=HREC1-13

TEL AVIV – Un soldato israeliano, che aveva sparato alla testa a un giovane palestinese -quando questi, che aveva assalito un suo commilitone, era ferito e a terra, ormai immobilizzato- è stato giudicato colpevole di omicidio. Il soldato, Elor Azaria, era giudicato da un tribunale militare e il processo, che ha profondamente diviso l’opinione pubblica israeliana, andava avanti dal maggio scorso. La presidente, il giudice Maya Heller, ha stabilito che è stato lo sparo ad uccidere il giovane palestinese e che il soldato era cosciente che il suo atto ne avrebbe provocato la morte. La pena sarà determinata nel prossimo futuro.

Fuori dalla sede dell’esercito, a Tel Aviv, centinaia di israeliani manifestavano contro la possibile condanna del militare. L’opinione pubblica era divisa tra chi difendeva il soldato e chi lo riteneva responsabile di un gesto immorale e contrario al codice militare. In serata, il premier Netanyahu ha dichiarato che Azaria merita un perdono, ma ha fatto appello a tutti i cittadini israeliani affinché si comportino “con responsabilità”

Il processo ad Azaria, iniziato lo scorso maggio, è stato un caso nazionale, con una parte consistenza della destra schierata a suo favore e molti alti gradi dell’esercito impegnati a condannare duramente la sua condotta.
Il caso esplose il 24 marzo, quando venne divulgato un video che lo mostrava mentre sparava a Abdul Fatah al Sharif, un 21enne che aveva ferito lievemente con una coltellata un suo commilitone, che in quel momento era immobilizzato e sdraiato al suolo. Uno sparo alla testa, il suo, senza un’apparente provocazione da parte del palestinese.

Dopo l’emissione della sentenza di condanna il gruppo israeliano per la difesa dei diritti dell’uomo che aveva diffuso il video, ha accusato comunque le forze di sicurezza di essere impegnate in una costante opera di “sbianchettamento dei casi in cui i propri uomini si trovano ad uccidere o ferire cittadini palestinesi, senza essere chiamati a rispondere dei loro atti”.

Un portavoce del governo dei territori palestinesi, Yousef al-Mahmoud, ha commentato da parte sua: “La condanna del soldato che ha giustiziato al Sharif è avvenuta perchè il crimine è stato documentato e il mondo ha potuto assistervi in televisione”.

Clinton-Trump, la strana coppia che testimonia il declino degli Usa.

Un Paese che vede candidati alla presidenza personaggi come Barry Goldwater ieri, con la sua promessa di usare subito le atomiche in Vietnam, e un gaglioffo come Trump oggi, che tra l’altro vende altre regioni palestinesi a Israele se gli ebrei Usa lo voteranno, può dirsi un Paese civile? Ha titoli per giustificare le sue centinaia di basi militari all’estero?
E non che Hilary Clinton sia molto meglio: qual è il suo programma politico economico di governo?
Un Paese che vede irrompere nella gara per la presidenza i metodi sporchi dell’Fbi può dirsi civile? E può dirsi civile un Paese in cui l’elettorato si beve con entusiasmo tutta la merda dei pettegolezzi reciproci anche a carattere sessuale tirati fuori dai due candidati? I quali si guardano bene dallo specificare quali sono i propri programmi di governo, oltre a quello di compensare Israele sulla pelle dei palestinesi per gli eventuali voti degli ebrei Usa.
Che schifo di campagna elettorale! Che sugella il lento ma inarrestabile declno degli Usa.

Campana a morto per l’arrivo in veste di ambasciatore di Israele della pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein?

Dopo mesi di critiche da più parti, il nostro primo ministro Matteo Renzi ha chiesto al capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, di ritirare la nomina, decisa lo scorso agosto, ad ambasciatore di Israele in Italia della giornalista, pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein. Cittadina anche israeliana da appena tre anni, Nirenstein quando è in Israele continua a risiedere nella colonia di Gilo, tra Gerusalemme e Betlemme, considerata illegale dall’Onu al pari di tutte le colonie costruite ormai un po’ ovunque a macchia di leopardo nei Territori Occupati su terreni espropriati ai palestinesi dalle autorità militari israeliane. E non ha certo giovato la decisione, presa pochi mesi fa, di costruire altre 900 abitazioni proprio nella colonia di Gilo con l’obiettivo, esplicitamente dichiarato da Netanyahu, di “bloccare la continuità’ territoriale tra Gerusalemme e Betlemme di un eventuale Stato palestinese”. A rivelare il gran rifiuto è il quotidiano israeliano Haaretz, secondo il quale “Si tratta di una nomina inopportuna e conflittuale, dato che la signora ha rappresentato in parlamento i votanti italiani e metterebbe con la sua candidatura in evidenza quali siano stati i suoi veri interessi”. Parole scritte da Haaretz, ma che riassumono quanto fatto sapere da Renzi a Netanyahu, rimasto deluso perché poco tempo fa aveva invece ottenuto l’aiuto di Renzi per far smussare gli spigoli di una presa di posizione del presidente Usa Obama decisamente critica verso la politica israeliana. Per parte sua comunque Palazzo Chigi smentisce di avere chiesto alcunché a Netanyahu, ma del resto non potrebbe certo ammetterlo pubblicamente.

La nomina della Nirenstein non era piaciuta neppure a Ruth Dureghello, presidente degli ebrei romani, e a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, che sempre secondo il giornale Haaretz avrebbero espresso la propria contrarietà al presidente della repubblica israeliana, Reuven Rivlin. “Dureghello e Di Segni”, ha scritto Haaretz, “hanno appunto espresso forte preoccupazione per le possibili ripercussioni negative di quella nomina sia per la comunità ebraica italiana sia per le relazioni fra Italia ed Israele”. Secondo Haaretz, i due contrari hanno fatto presente a Rivlin che fino a non molto tempo fa la Nirenstein era stata membro del parlamento italiano per il partito Forza Italia, donde il timore che la nomina della ex parlamentare potesse risollevare la questione di una asserita “doppia lealtà” degli ebrei italiani, e che essendo Nirenstein politicamente di destra la sua nomina potrebbe rappresentare un problema per l’attuale governo italiano. Rivlin avrebbe però fatto notare che le loro lagnanze avrebbero dovuto esprimerle non a lui, ma allo stesso Netanyahu in quanto unico titolare del potere di nomina degli ambasciatori. 

Lo smacco Nirenstein si aggiunge a quello ricevuto a dicembre con la decisione del governo brasiliano di non accettare come nuovo ambasciatore di Tel Aviv il leader dei coloni israeliani Dani Dayan.