PANORAMICA DELLA STORIOGRAFIA FRANCESE (IV)

Le principali tendenze della storiografia francese degli anni Cinquanta hanno proseguito il loro sviluppo nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Si sono semplicemente affinate le tecniche di ricerca. Fra i medievisti spicca il nome di G. Duby, il più importante continuatore di Bloch. Si può ricordare anche P. Goubert, vero maestro nell’analisi dei processi demografici e nell’utilizzo degli archivi delle parrocchie rurali, fino ad allora snobbati.

Goubert fu uno dei fondatori della demografia storica, che conobbe in Francia un notevole sviluppo verso la metà del XX sec.

Molto interessante è anche la monografia di R. Trempé sui minatori di Carmaux: è il miglior studio su un movimento operaio-socialista che sia apparso in Francia dopo Les Guesdistes di Willard. Importante è anche l’opera di M. Perrot sul movimento degli scioperanti francesi negli anni 1880-1890. Poi naturalmente va citata la monumentale tesi sulla Catalogna di P. Vilar, discepolo di Labrousse e suo successore alla Sorbona.

Ma dalla seconda metà degli anni Sessanta e soprattutto negli anni Settanta una nuova tendenza comincia a farsi strada. Essa traspare con più nettezza nei lavori dei rappresentanti della cosiddetta “terza generazione” delle “Annales” (la prima va dal 1929 al 1956, cioè da Bloch – Febvre a Braudel; la seconda da Braudel a Le Goff – Le Roy Ladurie e va dal 1956 al 1969).

Fra le opere della terza generazione, quella tuttora egemone nell’ambito delle “Annales”, spicca la tesi di dottorato di E. Le Roy Ladurie, I contadini della Linguadoca.

Nato in Normandia nel 1929, Le Roy Ladurie è stato in gioventù un fervente cattolico: aveva persino intenzione di diventare prete. Fu la guerra a modificare completamente il corso della sua vita. Nel 1949 aderisce al pcf, sotto l’influenza dello storico comunista J. Bruhat.

Dal 1953 al 1963 insegna prima in un liceo, poi all’università di Montpellier. Nel 1956 lascia il pcf, giudicandolo dogmatico.

Pubblica diversi studi sulla storia del clima, ma la sua opera principale resta quella sui Contadini, ove dimostra un’eccezionale competenza in campi specifici come la climatologia, la glaciologia, la botanica e la pedologia (scienza dei terreni).

Il suo limite è quello di voler essere a tutti i costi originale, per cui spesso giunge a conclusioni affrettate e non dimostrate. Nel libro suddetto inoltre manca un capitolo sulle strutture sociali e sull’esame della proprietà, cosa grave quando si parla di una classe sociale. L’autore ha preferito concentrarsi sulla demografia.

La sua tesi di fondo è che dal XV sec. fino alla metà del XVIII la Linguadoca ha conosciuto un arresto nella sua crescita economica, in quanto la spinta demografica era accompagnata da un immobilismo tecnologico e da una arretratezza nella produzione agricola.

Qualche anno più tardi cercherà, con esito infelice, di applicare questa “scoperta” a tutta la Francia e alla quasi totalità dell’Europa occidentale. Peraltro, a proposito dei movimenti popolari in Linguadoca, egli disse chiaramente di non nutrire alcuna simpatia per la rivolta dei Camisardi scoppiata all’inizio del XVIII sec. Là dove Marx aveva visto due tipi di movimento contadino, reazionario in Vandea e progressista nella Cevenne, Le Roy Ladurie vedeva solo un’agitazione nevrotica, dettata dal fanatismo religioso.

Nel 1963 lascia Montepellier per andare a lavorare a Parigi, alla VI sezione dell'”école des hautes études pratiques”, fondata nel 1946 da L. Febvre e diretta, dopo la sua morte, da Braudel. Le Roy Ladurie divenne ben presto uno dei membri dello staff degli “annalisti”.

Nel 1967 si reca negli Usa in qualità di visiting professor e resta affascinato dai principi quantitativi, matematici e statistici della “new economic history”. Sul rapporto tra questa scuola americana e la storiografia francese che si rifà alle “Annales” occorre spendere alcune parole.

Già abbiamo detto che a cavallo dei secoli XIX e XX, sotto l’influenza della Storia socialista di Juarès, s’era imposto in Francia un crescente interesse per la storia economica. Lo confermano, nel corso dei primi tre decenni del sec. XX, le opere di H. Hauser, H. Sée, A. Mathiez e G. Fefebvre. La crisi economica mondiale del 1929-33 non fece che rafforzare ulteriormente tale tendenza.

Le “Annales” di Bloch e Febvre, gli studi di Siminad e soprattutto di Labrousse inaugurarono una nuova fase nello sviluppo della storiografia francese in campo socio-economico; una fase che, grazie soprattutto a Labrousse, non subirà alcun declino nel periodo che va dal dopoguerra alla prima metà degli anni Sessanta. La storia economico-sociale conobbe ottimi lavori da parte di J. Bouvier (sulla storia delle banche francesi), J. Meuvret (sul problema alimentare), P. Vilar (sullo sviluppo economico della Catalogna), P. Léon (sulla nascita della grande industria), di P. Goubert (sulla formazione del capitalismo in Picardia). Un tratto caratteristico della maggior parte di questi ricercatori era il rifiuto di separare la storia economica dalla storia delle lotte di classe.

La situazione inizia a cambiare verso la metà degli anni Sessanta. Gli schemi economici di Simiand e Labrousse, ispirati dallo stato dell’economia degli anni Trenta, non erano più adatti per gli anni Sessanta. Dopo la guerra il capitalismo mondiale, soprattutto quello americano, sembrava entrato in una fase di crescita stabile.

Il Manifesto non comunista di W. Rostow è un prodotto tipico di quell’epoca. La sua apparizione (1960) coincise sia con la rivoluzione tecnico-scientifica che con l’impiego del computer nello studio della storia. Ed è così che, prima negli Usa poi in Francia, acquistò sempre più credito la scuola detta “quantitativa”, secondo cui un periodo di crescita ininterrotta era cominciato per lo meno sin dalla metà del XVIII sec.

Uno dei fondatori di questa scuola fu S. Kuznets, docente all’Università di Harvard, che già verso gli anni Trenta e Quaranta aveva pubblicato le sue prime opere (sul reddito nazionale americano) contribuì anche al finanziamento dei lavori di un gruppo francese, diretto da J. Marczewski che, nel 1956, cercò di mettere a punto un “modello” francese di crescita economica su scala nazionale. L’iniziativa venne appoggiata da F. Perroux, direttore dell’Istituto di scienza economica applicata.