PANORAMICA DELLA STORIOGRAFIA FRANCESE (VI)

L’idea di una “storia globale”, nell’ambito dell’histoire nouvelle francese, ha raggiunto i vertici del suo sviluppo negli anni Sessanta. Gli studi monografici condotti sulla base di questa idea sono stati largamente riconosciuti e i suoi promotori sono diventati i rappresentanti più significativi della scuola delle “Annales”.

Tuttavia, a partire dalla fine degli anni Sessanta alcuni ricercatori hanno cominciato a limitarsi ad accettare la concezione della globalità solo sul piano cognitivo, e non anche su quello metodologico, finché, col passare del tempo, sono giunti a dei mutamenti d’indirizzo anche nelle ricerche storiche vere e proprie.

La concezione della “storia globale” è stata messa in discussione proprio da coloro che, continuando a fare riferimento alla rivista delle “Annales”, si ritengono eredi della nouvelle histoire di Bloch, Febvre, Lefebvre e Braudel.

In realtà la terza generazione si dedica a un complesso di storie per le quali la globalità non è più un punto di partenza ma, nel migliore dei casi, un lontano orizzonte. Ci riferiamo a storici come Le Roy Ladurie, Furet, Richet, Roche ecc.

Per alcuni ricercatori la “storia globale” non è che un mito, una sorta di costruzione razionale aprioristica e non il risultato della conoscenza storica positiva. Besançon, p.es., scrive che gli storici della sua generazione si sono finalmente sbarazzati del miraggio della totalità storica. Furet è quasi dello stesso avviso: per lui la struttura d’una società globale non è che un postulato non legittimato dall’attuale storiografia.

Dunque, perché la concezione della “storia globale” non risponde più ai bisogni dell’histoire nouvelle e la scienza storica francese si trova di nuovo ad affrontare il problema della frammentarietà? Le risposte a tale domanda, dei vari Le Goff, Foucault, Revel, de Certeau, possono in sostanza ricondursi a una tesi comune: la concezione dell’oggetto dell’histoire nouvelle, l’acquisizione stessa del sapere storico è radicalmente mutata nel tempo.

In particolare Le Goff e Foucault fanno risalire l’ingombro della nozione stessa di “storia globale” ai limiti della continuità-concatenazione della storia stessa, che oggi non corrisponde più, secondo loro, ai canoni della scienza moderna, la quale evita categoricamente di porre l’uomo al centro della storia. Essi in sostanza affermano che Copernico, Darwin e Marx hanno reso praticamente impossibile qualunque tentativo di riportare l’uomo al centro dell’universo: hanno prodotto la discontinuità eliminando la rigida casualità.

In precedenza lo storico si liberava della discontinuità cercando la concatenazione elementare degli avvenimenti. Oggi invece la nouvelle histoire preferisce servirsi della discontinuità lasciandosi influenzare dalle scienze più disparate: psicanalisi, linguistica, etnologia…

Una storia globale non è dunque più possibile. Oggi lo storico mette in luce la diversità, le specifiche particolarità cronologiche, gli scarti e i dislivelli. Una storia in cui regna la discontinuità (che poi diventa, si badi, fine a se stessa), in cui l’uomo è dominato dai miti, dalle leggi del linguaggio ecc., è più inquietante e suggestiva di quella in cui le cause e gli effetti si susseguono univocamente. Entrando in contatto con questo tipo di storia, l’uomo moderno si sente più esitante, perde le sue certezze, però ha il vantaggio -dice Foucault- di un maggior realismo. Questa storia rinuncia ad essere l’ultimo rifugio del pensiero antropologico e diventa la vera antitesi della “storia globale”.

L’uomo non è più il personaggio centrale della storia. Scrive a questo proposito de Certeau: “La teoria, che ieri era orientata all’oggetto, retrocede oggi verso il linguaggio, la parola… Ed è un’illusione credere che la ricerca storica possa avere per risultato una riproduzione adeguata della realtà”.

La storiografia si ritrova così, come all’inizio del sec. XX, nel mondo dell’idealismo agnostico e soggettivo di Rickert, Dilthey e Russel; solo che di quell’idealismo non può più conservare l’ingenuità, in quanto la crisi delle “Annales” e di tutta la nouvelle histoire è strettamente legata al venir meno dell’impegno ideologico e politico, al non volersi confrontare col pensiero marxista e con la pratica del socialismo democratico.

In un certo senso il fallimento dell’utopia sessantottesca ha portato le “Annales” a rinnegare se stesse. Dalla fine degli anni Sessanta l’histoire nouvelle è diventata talmente “nouvelle” che Braudel ha dovuto abbandonarla completamente.

Bloch e Febvre avevano cercato di trasformare la storia in una scienza sociale, nel senso ch’essa doveva superare lo stadio del pensiero “individualizzante” ed entrare nel novero delle scienze “generalizzanti”. Conditio sine qua non per realizzare tale passaggio era il rifiuto categorico della scienza narrativa dei fenomeni singoli, ovvero della storia evenemenziale, in cui il concetto di “tempo storico” veniva concepito in maniera semplicistica e univoca, come una sorta di calendario uniforme, un asse predisposto sul quale gli storici si limitavano a infilare i fatti e gli avvenimenti del passato.

Con l’histoire nouvelle l’idea del tempo come “durata senza contenuto” era stata rimpiazzata dall’idea del “tempo sociale a contenuto determinato”, che è in sostanza l’idea della molteplicità dei tempi, dei diversi ritmi del tempo a seconda delle diverse realtà storiche, l’idea della discontinuità nello scorrere del tempo sociale.

Da Bloch a Braudel gli storici delle “Annales” hanno sempre avvertito forte la preoccupazione di fare della storia una scienza al pari delle altre scienze. Detestavano il caso, i zigzag repentini, preferivano soffermarsi sulle tendenze durevoli, sui rapporti familiari, sulle strutture mentali.

La longue durée, in tal senso, è stata senz’altro una positiva conquista dell’histoire nouvelle. Tuttavia essa non è priva di ambiguità. Anzitutto non sembra che faciliti la soluzione dei problemi più cruciali della teoria della conoscenza storica. Viene qui in mente la domanda che Marx fece a Proudhon in Miseria della filosofia: “In che modo la sola formula logica del movimento, della successione del tempo potrebbe spiegare il corpo della società, nel quale tutti i rapporti coesistono simultaneamente e si sostengono gli uni con gli altri?”. Una tale questione non è mai stata posta dall’histoire nouvelle. E non rispondendovi l’histoire nouvelle non è in grado di garantirsi una vera scientificità nell’analisi storica, che vada cioè al di là di ciò ch’essa è sicuramente in grado di fare: offrire una mole impressionante di dati.

Il tempo del mondo o della storia è -secondo Braudel- il tempo della formazione sociale che domina in una data epoca, niente di più. Il che però risulta assai limitativo nei confronti della totalità degli esseri umani, che appartengono a zone geografiche marginali rispetto ai criteri della formazione sociale dominante.

Braudel non comprende che il legame tra tempo e storia è costituito dal modo di produzione, e che i modi di produzione non sono statici ma evolvono di continuo. Non tener conto di determinati processi storici equivale a considerare la storia come un cieco destino, lo sviluppo di una fatalità. La storia diventa un mero prodotto del tempo.

In questa ambiguità filosofica di fondo si può anche arrivare all’assurdità di credere che la rivoluzione francese non sia mai avvenuta, cioè che sia un mito o una sopravvivenza ideologica. Per Furet, Richet, Roche, Chaussinand-Nogaret la rivoluzione francese fu un semplice conflitto politico-ideologico tra nobiltà e borghesia, non un rivolgimento sociale. A loro giudizio la nobiltà era progressista, per cui non erano in questione il feudalesimo e l’ancien régime (considerati addirittura come già inesistenti a quel tempo), ma solo una questione di rivalità politica all’interno di una comune concezione.

Sul piano socio-economico l’avvenimento viene giudicato da questi storici come una vera e propria catastrofe nazionale, poiché avrebbe impedito alla noblesse libérale di trapiantare in Francia i rapporti agro-capitalistici della vicina Inghilterra.

L’histoire nouvelle – sottolinea lo storico marxista Vovelle – tende in generale all’immobilità, non crede nelle brusche modificazioni che avvengono nella storia, non è dialettica, non considera le diverse epoche storiche come tappe d’uno sviluppo progressivo delle società e delle civiltà, e i diversi ritmi di tempo come momenti d’un tempo a senso unico.

La discontinuità è talmente assolutizzata ch’essa non è più un momento particolare di una più generale e uniforme evoluzione. Questa scuola non crede in alcuna transizione dal capitalismo al socialismo, come non crede in quella dal feudalesimo al capitalismo. Furet rifiuta categoricamente la prospettiva dell’evoluzione che conferisce un senso o una direzione significativa al tempo. Sicché l’analisi quantitativa o “seriale”, come la chiama Chaunu, diventa fine a se stessa: l’importante diventa solo il raccogliere dati e classificarli. Non c’è più analisi qualitativa.

Ricostruendo p.es. la storia dei prodotti alimentari, si lascerà in ombra la questione delle relazioni tra produttori e consumatori. Questo significa, in sostanza, ricadere nella superficialità, cioè proprio in quel limite contro cui l’histoire nouvelle s’era posta negli anni Venti. A quel tempo le “Annales” -come vuole Braudel- era una rivista di “eretici”, oggi invece è una rivista perfettamente allineata con le concezioni borghesi dominanti, in grado di favorire la promozione sociale e le carriere scientifiche.