Collaborazione italo – tedesca contro le frodi fiscali e il riciclaggio

Un appello congiunto italo-tedesco, inizialmente lanciato da alcuni europarlamentari dei Verdi tedeschi e da altri, e indirizzato ai governi e alle istituzioni dell’Unione europea chiede tolleranza zero contro il riciclaggio di denaro, le frodi fiscali e il dumping fiscale in Europa. Per diversi aspetti è più che condivisibile.

Si propone una tassazione comune con un’aliquota fiscale minima sul reddito delle imprese. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) sta già lavorando per presentare una specifica proposta, ma, se non dovesse raggiungere un accordo entro la fine di quest’anno, l’Ue dovrebbe farlo direttamente. Le grandi imprese saranno anche tenute a rendere pubblici gli utili e le imposte pagate paese per paese, come richiesto dalla Commissione e dal Parlamento europeo.

Inoltre, sarà introdotta una tassazione digitale comune per garantire che i profitti del business digitale realizzati in Europa siano tassati nell’Ue.

Si chiede che si realizzino le riforme dell’IVA nei vari paesi europei. Si calcola che la sola frode fiscale transfrontaliera sia di circa 50 miliardi di euro.

Attualmente la concorrenza fiscale in Europa è di dimensioni intollerabili. Sta per estendersi dal reddito da capitale al reddito delle persone fisiche. Comportamenti truffaldini e “trucchi” di vario tipo, come certi trattamenti fiscali speciali di alcuni paesi, i porti franchi, i visti e le cittadinanze “d’oro” di altri indeboliscono la tassazione globale e progressiva del reddito negli Stati dell’Unione.

La lotta al riciclaggio di denaro sporco è un obiettivo centrale. Secondo la Commissione Ue, la perdita di entrate pubbliche ammonta a 160 miliardi di euro l’anno. Secondo l’Europol, solo l’1% del denaro criminale è sottoposto a sequestro. E’ urgente, quindi, creare un’efficace autorità di vigilanza e di regolamento del riciclaggio di denaro. Bisognerebbe anche mettere in campo una guardia di finanza europea nell’ambito dell’Europol.

E’ positivo, secondo noi, che, in merito, nel documento si riconosca la bontà di certe leggi italiane che si vorrebbe estendere all’intero territorio europeo.

L’appello, già firmato da oltre 2.000 cittadini e personalità italiani, tedeschi e di altri paesi, rileva che, siccome a causa della pandemia la crisi economica colpisce contemporaneamente tutti, bisognerebbe sostenerne insieme il peso. Perciò esprime un appoggio particolare per l’emissione degli eurobond per la sanità. Senza condivisione degli oneri, si metterebbero a rischio la ripresa economica, l’intero mercato interno e lo stesso progetto di unificazione dell’Europa.

I promotori hanno subito organizzato un colloquio internazionale via web con la partecipazione di alcune centinaia di politici ed esperti italiani e tedeschi. Tito Boeri, uno degli estensori dell’appello, ha correttamente caratterizzato la prima emissione di titoli di Stato comuni europei come il cosiddetto “momento di Hamilton”.

Infatti, Alexander Hamilton, il primo Segretario al Tesoro dopo la Rivoluzione americana e la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, divenne famoso per i suoi scritti e i suoi programmi sulla Banca nazionale e sulle Manifatture. Sotto la sua guida, la Banca emise crediti di lunga durata e garantiti dallo Stato per lo sviluppo economico, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti. Il lavoro, le imprese e gli investimenti reali erano al centro del programma. 

Nella discussione, l’attuale commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, ha sostenuto che, a differenza della Grande Crisi del 2008, quella odierna presenta delle enormi perdite di produzioni, posti di lavoro e di reddito e anche il rischio di una grande frantumazione in Europa. Perciò, la risposta deve essere centrata sull’emissione di crediti agevolati, già stanziati, e sull’emissione di bond del Recovery Fund da parte dell’Unione europea. Queste obbligazioni prevedono un periodo di ripagamento molto a lungo termine, dal 2028 al 2058. Per la prima volta nella sua storia, il bilancio dell’Ue non sarà composto soltanto dai contributi versati dai singoli governi. L’Ue si fornirà di risorse proprie attraverso l’accesso ai mercati finanziari. In altre parole, le obbligazioni congiunte saranno emesse e poi vendute agli investitori istituzionali e ai risparmiatori europei.

Gentiloni ha affermato che i contenuti dell’appello sono al centro delle attività dell’attuale Commissione, soprattutto quelli riguardanti la lotta alle frodi fiscali, al riciclaggio e alla concorrenza sleale sulla tassazione.

Sembra proprio che si sia sulla strada giusta. Occorre, però, ricordare che, mentre le misure per la trasparenza delle imprese e quelle contro il riciclaggio di denaro sporco sono decise a maggioranza, per la politica fiscale si richiede, invece, una decisione unanime da parte di tutti gli Stati membri dell’Ue. Di conseguenza i progressi verso la giustizia fiscale sono notoriamente lenti. Al riguardo, si starebbe considerando, per la prima volta, il ricorso all’articolo 106 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che permette di bypassare l’obbligo dell’unanimità di voto qualora, a causa di comportamenti fiscali scorretti, la concorrenza nel mercato unico dovesse essere distorta. Come ovvio, si tratta di questioni di grande importanza e delicatezza.

Del resto, è noto che parecchi paesi dell’Ue, tra cui il Lussemburgo, l’Olanda, l’Irlanda, Malta, Cipro, sono diventati dei veri e propri paradisi fiscali. Basta uno di loro per bloccare qualsiasi riforma fiscale comune più equa. Speriamo che si passi veramente dalle enunciazioni ai fatti.

L’appello, oltre ai suoi validi contenuti, è importante perché sottoscritto da forze politiche e sociali tedesche e italiane, aperte a tutti gli europei, per degli obiettivi comuni. Questo rapporto e questa comunanza di intenti possono rafforzare l’amicizia e la collaborazione italo – tedesca e incidere positivamente per rispondere, come Europa, alle sfide globali e multilaterali che si presentano ai vari attori sui teatri internazionali.    

di Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia,

e Paolo Raimondi economista.

 

 

 

 

 

 

 

Come al solito: soldi pubblici e banche private

Nelle poche settimane dominate dai lockdown per il Covid-19 il bilancio della Federal Reserve è passato da 4.000 a 7.000 miliardi di dollari. E’ l’effetto della disponibilità illimitata di liquidità annunciata dalla Banca centrale e dalla decisione del Congresso americano di stanziare circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 14% del Pil, per sostenere vari settori economici.

Il debito pubblico inevitabilmente aumenta. Molti economisti, però, concordano sulla necessità che, durante la crisi, le spese pubbliche debbano rimpiazzare quelle private in netta diminuzione. Pochi altri, tra cui il Washington Post, restano, tuttavia, sempre dell’idea che l’austerità sia la soluzione migliore.

Le scelte e i comportamenti economici adottati negli Usa meritano grande attenzione poiché, in fin dei conti, sono sempre, purtroppo, “copiati” dall’Europa. Infatti, la Bce ha aumentato il suo bilancio dai 4.600 miliardi di euro di fine 2019 ai 5.500 miliardi dell’inizio di giugno. Adesso ha aggiunto altri 600 miliardi di euro per acquistare la stessa tipologia di titoli che sta comprando la Fed.

Fermare la spesa pubblica sarebbe un grave errore. Il vero dibattito negli Stati Uniti riguarda, però, alcuni punti cruciali. Lasciare che i nuovi fondi siano “sequestrati” dalla finanza più speculativa oppure orientarli con forza verso i settori dell’economia reale? Tappare soltanto i buchi creati dalla crisi oppure ritornare alle politiche di Franklin Delano Roosevelt e in particolare al suo New Deal fatto di grandi investimenti, infrastrutture e innovazioni? Ma, quali saranno i tempi di decisione e di realizzazione?

Per il momento le prime mosse sono state della grande finanza e del sistema bancario. Essi erano in una situazione di grande crisi, di quasi bancarotta, già prima della pandemia. Come in passato la liquidità della Fed è stata finalizzata all’acquisto di titoli del debito pubblico e in particolare degli asset backed security. Anche quelli di dubbia validità e consistenza, in possesso delle stesse banche e delle altre strutture finanziarie non bancarie che fanno parte del cosiddetto shadow banking.

Questi “alleggerimenti” dei bilanci delle banche dovrebbero essere controbilanciati, in misura uguale se non superiore, attraverso l’emissione di nuovi crediti verso i settori produttivi in difficoltà e verso nuovi investimenti. Come in passato, però, questo “travaso” è fatto in modo estremamente lento e limitato. La gran parte dei fondi va a coprire i loro pericolosi buchi finanziari oppure rimane semplicemente parcheggiata nelle banche. E’ la stessa cosa che stiamo sperimentando in Europa. Purtroppo anche in Italia.

Si tratta di un comportamento che prescinde dalle responsabilità dirette dei governi di qualsiasi orientamento politico siano. Ha, invece, a che fare con la loro debolezza.

Negli Usa, questo processo sta già avvenendo con i private equity fund operanti in vari settori. A livello mondiale gestiscono attivi per 6.000 miliardi di dollari. Sono fondi d’investimento che acquistano azioni o partecipazioni in imprese produttive spesso al solo scopo di estrarne il massimo profitto nel breve periodo. Se poi dette imprese rischiano il fallimento, si può sempre chiedere il bail out con i soldi pubblici.

Secondo il Financial Times, il semplice fatto che la Fed abbia detto di voler acquistare anche titoli in grande difficoltà, avrebbe grandemente galvanizzato il mercato degli junk bond.

Anzitutto il settore della distribuzione al dettaglio. Dopo avere distribuito lauti dividendi per un decennio, le catene di negozi di abbigliamento e fashion di media e alta fascia, come la J. Crew, la texana Neiman Marcus e i grandi magazzini della Jc Penney, durante la pandemia hanno dichiarato bancarotta, appellandosi al Chapter 11. In passato i private equity li avevano enormemente indebitati attraverso operazioni di leverage buyouts, che sono complesse operazioni di acquisizione di un’impresa attraverso la sua capacità di indebitamento. La perdita di clienti e la diminuzione degli acquisti hanno ridotto il flusso di cassa e mandato velocemente in tilt il sistema.

Un altro settore in grave affanno è quello degli immobili in affitto. Grandi fondi hanno acquistato un numero enorme di appartamenti negli Stati Uniti, ma anche in Europa, scommettendo sull’aumento degli affitti per la classe medio-alta. Per esempio, il più grande private equity fund, il Blackstone Group, è diventato il proprietario numero uno al mondo. Quando, però, il valore degli immobili scende, il sistema scricchiola.

Lo stesso dicasi per la bolla del credito al consumo. Nel 2020 il debito delle carte di credito negli Usa ha raggiunto i mille miliardi di dollari. Il Covid-19 ha ridotto drasticamente il reddito di almeno un terzo dei lavoratori americani. Di conseguenza, anche i programmi di sostegno dei debiti accesi dai fondi, basati su un flusso continuo e crescente di introiti, crollano. 

Non è molto rassicurante vedere come i governi siano stati capaci di imporre il lockdown all’economia reale ma che lascino la finanza operare as usual.

Ancora una volta dobbiamo sottolineare che è intollerabile tollerare che i fondi pubblici per il rilancio e la liquidità delle banche centrali siano fatti fluire nell’economia reale attraverso il sistema bancario privato. Senza condizioni e controlli puntuali, stringenti e rigorosi! Problema enorme e serio. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

Ci indigniamo – giustamente – per le violenze dela polizia USA, però taciamo per la mattanza di palestinesi operata dai cecchini israeliani. Siamo credibili?

Io però ho una domanda. Che mi provocherà i soliti attacchi dei soliti detentori del vero e del giusto (a senso unico) senza se e senza ma.

La domanda è: perché ci ribelliamo – giustamente – per casi orrendi come questi, ma restiamo invece zitti e muti per casi simili ai danni di palestinesi in Israele? Per non parlare della bestiale mattanza, centinaia di omicidi, operata nel nostro più totale silenzio dai cecchini israeliani contro abitanti di Gaza, che manifestano senza armi nel PROPRIO territorio. 

Con questo uso (ipocrita) dei due pesi e due misure, quanto siamo credibili quando ci ribelliamo per casi come quello di Floyd?

Domanda che mi pare elementare, dovuta: perciò fatta senza intenti polemici e/o accusatori. Indico solo la macroscopia contraddizione. Per la quale io non ho una risposta accettabile.

https://video.repubblica.it/mondo/morte-george-floyd-ocasio-cortez-se-volete-che-finiscano-i-disordini-chiedete-che-le-cose-cambino/361563/362119?ref=RHPPTP-BS-I257387636-C12-P1-S2.3-T1

https://www.globalist.it/world/2020/06/01/ci-avete-umiliati-ora-basta-arrestate-la-polizia-o-non-ci-fermeremo-il-discorso-simbolo-delle-proteste-negli-usa-2059309.html

Le società estero-vestite e gli “investimenti fantasma”

Gli investimenti diretti esteri (FDI l’acronimo in inglese) possono avere un ruolo molto importante per lo sviluppo economico, per l’aumento della produttività e dell’occupazione e per l’integrazione internazionale. Perciò, tutti i Paesi sono interessati ad attrarli. Vari centri studi, tra cui quelli dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e del Fondo monetario internazionale, ritengono che ammontino a oltre 40.000 miliardi di dollari. 

Però, di questi, almeno 15.000 miliardi, pari a quasi il 40% del totale, sarebbero “investimenti fantasma”, registrati in alcuni Paesi noti come dei paradisi fiscali, allo scopo, soprattutto, di evitare di pagare le tasse o per pagarne il meno possibile.

La situazione, anche in questo campo, invece di essere stata sottoposta a controlli e a restrizioni, è peggiorata dopo la Grande Crisi del 2008, quando la percentuale era del 30%.

Altri studi, tra cui uno dell’università olandese di Amsterdam, confermano che, oltre ai citati investimenti diretti esteri, anche il 40% dei profitti delle stesse multinazionali finisce nei paradisi fiscali.

Ciò avviene nonostante che dal 1985 al 2018 il “global corporate tax rate”, la media mondiale della tassazione sui profitti delle imprese, sia scesa dal 49 al 24%. Nel 2015 il profitto globale delle multinazionali, cioè quel profitto realizzato nei Paesi dove hanno le loro attività produttive tranne quello dove la “compagnia madre” è registrata, è stato di 1.700 miliardi di dollari. Si calcola che di questi il 36%, circa 600 miliardi, sia stato “dirottato” nei paradisi fiscali.

Si possono definire “investimenti fantasma” perché sono trasferimenti, oltre i vari confini, fatti da imprese che fanno parte dello stesso gruppo internazionale, passando attraverso dei “contenitori” vuoti localizzati nei paradisi fiscali. Questi contenitori sono dei “veicoli” che non sono coinvolti in alcuna attività reale. Servono soltanto per i giochi fiscali.

E’ sorprendente che la metà degli “investimenti fantasma” transiti in due Paesi dell’Unione europea, Olanda e Lussemburgo, ben noti paradisi fiscali! Cosa sicuramente scandalosa e inaccettabile, ancora di più adesso che l’Europa si trova in grave emergenza economica per gli effetti della pandemia Covid-19. Se a loro si aggiungessero Hong Kong, le Virgin Islands britanniche, Bermuda, Singapore, le isole Cayman, la Svizzera, l’Irlanda e Mauritius, questo gruppo di dieci Paesi sarebbe responsabile per l’85% degli “investimenti fantasma”.

Nel piccolo Lussemburgo, per esempio, arrivano investimenti esteri pari a 4.000 miliardi di dollari, tanto quanti gli Stati Uniti e più di quelli della Cina.

Naturalmente per attrarre così tanti investimenti “virtuali” i paradisi fiscali e i centri off-shore offrono un livello di tassazione molto basso, molto più basso dei Paesi dove sono realizzate le attività reali. Offrono, inoltre, una serie di altri “servizi”, quali l’anonimato, la scarsa trasparenza e un sistema giuridico a dir poco compiacente. Offerte molto apprezzate da chi vuole evadere o eludere la tassazione ed evitare controlli più stringenti sulle proprie attività.

Negli anni ottanta l’Irlanda aveva una tassa sui redditi d’impresa del 50%. Oggi è del 12,5%. La legge irlandese si presta anche a “soluzioni fiscali creative”. Si pensi all’operazione chiamata “doppia birra irlandese con un panino olandese”, che prevede il trasferimento dei profitti di multinazionali registrate in Irlanda e in Olanda verso le isole Cayman. In questo modo sembra che le corporation in questione arrivino addirittura a pagare zero tasse, o quasi. Inoltre, in Irlanda il rapporto profitto/salari è pari all’800%, poiché le imprese straniere registrate nel Paese possono dire di avere dei profitti altissimi in rapporto ai pochi lavoratori dipendenti in loco. Si noti che in Gran Bretagna, per esempio, tale rapporto è del 26%, che di per sé è già alto. 

Spesso economisti e analisti male informati o “interessati” portano l’Irlanda, per la sua bassa tassazione e la sua crescita del Pil, come esempio di gestione virtuosa. Ma dimenticano di dire che gli alti ricavi derivano soprattutto dagli investimenti esteri che arrivano nel Paese proprio per la bassa tassazione.

E’ stato calcolato che, se tutti i Paesi del mondo applicassero la stessa tassa sui redditi delle imprese, le “fughe” verso i paradisi fiscali quasi scomparirebbero. Ciò produrrebbe un aumento delle entrate fiscali del 15% nei Paesi dell’Unione europea e del 10% negli Usa e una loro diminuzione del 60% nei paradisi fiscali. 

Queste problematiche sono emerse prepotentemente anche in Italia in seguito alla richiesta di credito avanzata al governo dalla Fiat per ben 6,3 miliardi di euro. FCA, com’è noto, opera in Italia ma ha la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna.

In Europa la concorrenza relativa alla tassazione dei profitti delle multinazionali ha assunto aspetti intollerabili. Si pensi soltanto che ben 6 Paesi, Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Malta e Cipro, che hanno fatto parte del gruppo originario dell’Unione prima della sua estensione all’Est Europa, sono considerati paradisi fiscali!

Una seria riforma fiscale a livello europeo, che valga per tutti i 27 Paesi dell’Unione, non è più rinviabile. E’ necessaria, urgente e decisiva per l’effettiva realizzazione dell’Europa unita e federale.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

 

AL PERSONALE MEDICO CADUTO SUL LAVORO E GIUSTAMENTE DEFINITO EROE SIA DI CONSEGUENZA RICONOSCIUTA LA MEDAGLIA D’ORO AL VALORE CIVILE

Chissà che alla retorica e all’ipocrisia un tanto al chilo faccia seguito finalmente un comportamento più rispettoso e civile da parte di giornali, tv, partiti, uomini politici e opinione pubblica che dovrebbe mettersi a urlare perché gli eroi di cui tutti si riempiono la bocca siano onorati davvero e non solo a chiacchiere:

Karlsruhe: è in gioco il futuro dell’Unione

Non è la prima volta nella storia della Germania che i più alti giudici tedeschi si trovano a dover prendere delle decisioni i cui effetti vanno ben oltre la mera valutazione giuridica. Negli anni Trenta, Carl Schmitt, l’allora giurista capo della Germania, purtroppo, scelleratamente giustificò l’adozione delleNotverordnungen, “le leggi di emergenza”che furono poi utilizzate per imporre la dittatura nazista.

 Sia chiaro non c’è la benché minima intenzione di paragonare la Germania di oggi con quella del passato. Vogliamo semplicementeevidenziare che le più importanti decisioni economiche e politiche in tutte le parti del mondo sono di assoluta prerogativa dei governi. Per le quali devono assumersi la totale responsabilità, senza delegarla ad altre istituzioni.

 Non per sua iniziativa, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe è stata chiamata a pronunciarsi sulla piena legittimità delle misure monetarie non convenzionali di allentamento quantitativo, attuate negli anni passati dalla Banca centrale europea.

 Nella sentenza di questi giorni, Karlsruhe non ha espresso criticità sul quantitative easing, ma ha chiesto al Governo tedesco di fornire, entro tre mesi, gli elementi che possano dimostrare che gli obiettivi di politica monetaria relativa all’acquisto di titoli pubblici dei paesi membri della Bce siano proporzionati rispetto agli effetti di politica economica e fiscale del programma in questione.

 Le parole usate sono molto forti. Si afferma che le misure prese da un organo europeo “non sono coperte dalle competenze europee” e per questo “non potrebbero avere validità in Germania”.

 Dalla risposta del governo tedesco dipenderà anche l’eventuale partecipazione futura della Bundesbank al programma di acquisti della Bce.

 Quest’ultima, in verità, non dovrebbe avere molte difficoltà nel dimostrare la proporzionalità finora attuata con il programma PSPP (Publich Sector Purchase Program). Si ricordi che tra marzo 2015 e la fine del 2018, la Banca centrale europea ha investito circa 2.600 miliardi di euro in titoli di stato e in altri titoli.

 In merito, la Banca d’Italia afferma di acquistare sul mercato secondario titoli pubblici italiani, con rischio interamente a carico del bilancio dell’Istituto. Per gli acquisti effettuati dalla Bce in titoli di Stato, sia italiani sia di altri paesi dell’area euro, e per gli acquisti di titoli emessi da entità europee sovranazionali, che complessivamente rappresentano il 20 per cento del totale del programma PSPP, vige il principio della condivisione dei rischi tra le banche centrali nazionali dell’euro-sistema in base alla propria quota capitale.

 La sentenza risponde a un ricorso del 2015, firmato da alcunipolitici apertamente critici dell’Unione europea, tra cui anche il fondatore del partito di estrema destra AfD, che sollevava la questione dell’incostituzionalità delle politiche di acquisto di titoli pubblici iniziata da Draghi. Secondo costoro, Francoforte avrebbe violato i vincoli dei Trattati europei contravvenendo al divieto di finanziamento del debito dei paesi membri.  

 La Corte, a nostro avviso, ha preso l’unica decisione possibile: chiamare in causa direttamente Berlino affinché esprima, con piena responsabilità politica, le sue intenzioni passate e future rispetto alla politica economica dell’Unione europea e al ruolo sovrano della Bce nella definizione della politica monetaria unitaria europea.

 Adesso il governo tedesco, ma, di fatto, anche tutti gli altri paesi europei, sono obbligati a pronunciarsi in modo concreto sul futuro dell’Ue. In primo luogo non si può continuare con una politica monetaria congiunta e con una moneta unica mantenendo una politica fiscale completamente nazionale.

 La sentenza di Karlsruhe, per tanto, non è entrata nel merito del nuovo programma, a carattere temporaneo, denominato Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) che ha l’obiettivo di contrastare i rischi per la politica monetaria e per le prospettive di crescita derivanti dalla diffusione del coronavirus. Il PEPP prevede acquisti aggiuntivi di titoli pubblici e privati per complessivi 750 miliardi per tutto il 2020.

 In ogni caso, poiché l’acquisto futuro di titoli sovrani nazionali di qualsiasi paese dell’Unione potrebbe essere sempre visto come una violazione dei Trattati, la risposta, secondo noi, starebbe proprio nella realizzazione del cosiddetto Recovery Fund, con il potere di emettere bond. Non più, quindi, titoli di singoli Stati ma titoli comuni, europei a tutti gli effetti. Essi sarebbero strumenti di debito adeguati che la Bce potrebbe acquistare senza problemi e senza rischi d’incostituzionalità.

 Un secondo aspetto rilevante riguarda la prevalenza o meno della giurisdizione europea rispetto a quelle nazionali. Infatti, se il diritto nazionale fosse ritenuto superiore a quello europeo, vi sarebbe il rischio di un conflitto continuo relativo ai poteri decisionali a livello europeo. Allora l’Ue sarebbe continuamente a rischio di sopravvivenza. In questo caso è stato proprio così. La Corte di Karlsruhe non ha riconosciuto, poiché “assolutamente non comprensibile”, una sentenza preliminare della Corte di giustizia europea (CGUE), che nel dicembre 2018 aveva, invece,approvato il programma di acquisto di obbligazioni.

 Se dovesse malauguratamente affermarsi il primato delle costituzioni nazionali, si affermerebbe che i singoli Stati membri dell’Ue resterebbero, di fatto, i “padroni” dei Trattati europei. Di conseguenza l’Unione europea rimarrebbe un’entità confederale, non federale. Sarebbe fondata sul principio della concorrenza enon più della solidarietà. E’ esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario per affrontare anche l’attuale emergenza della pandemia. Sarebbe il fallimento dell’idea stessa di Europa unita che in poco tempo finirebbe inevitabilmente per implodere. Sarebbe una iattura, anche per la Germania.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

AGENZIE DI RATING, MERCATI E STABILITÀ FINANZIARIA.

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel meeting di primavera del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, tenutosi per via telematica, ha affermato che senza liquidità e sostegno alle imprese, alle famiglie e ai lavoratori, il mondo rischia un default di massa. Non solo l’Italia, quindi. E ha aggiunto che “poiché la crisi è globale, la risposta deve essere globale”. E’ necessario, perciò, preservare la “funzionalità dei mercati finanziari e la stabilità del sistema finanziario”.

Non è la prima volta che le istituzioni italiane e i loro massimi rappresentanti si distinguono per chiarezza e lungimiranza in contesti e incontri internazionali. La puntualizzazione sull’aspetto finanziario merita, però, qualche riflessione aggiuntiva. Non per sminuire la gravità della situazione economica italiana, ma per meglio contestualizzarla nella ben più complessa e difficile situazione globale.

Per prima cosa intendiamo evidenziare l’importanza e le rilevanti ripercussioni della decisione della Banca centrale europea di “mettere fuori gioco” le agenzie di rating. Fino a qualche giorno prima, la Bce, sulla base di un singolare regolamento, accettava in garanzia da parte degli Stati membri soltanto titoli e obbligazioni con la pagella della tripla A  fornita dalle agenzie di rating. Oggi la Bce si è “liberata” da questo obbligo e intende acquistare qualsiasi titolo pubblico, anche quelli sotto il rating BBB-, cioè “junk”, i cosiddetti titoli spazzatura. La mossa ha, tra l’altro, neutralizzato le solite superficiali valutazioni di rating nei confronti dell’Italia e di altri Paesi. Rating che solitamente abbassano la fiducia nei titoli dei debiti pubblici e che fanno aumentare i tassi di interesse da pagare. Ci auguriamo che questa decisione della Bce non valga solo fino a settembre 2021 ma che sia definitiva e che metta dette agenzie fuori dalla porta.

Si tenga presente che le tre sorelle del rating, Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, da anni non hanno più voce in capitolo negli Usa. Non si permettono più di esternare valutazioni critiche sui titoli di stato americani. Già ci fu un sonoro ceffone da Obama, adesso Trump sicuramente le “deporterebbe su un’isola deserta”, se osassero commentare negativamente l’andamento dell’economia americana. In Italia e in Europa, purtroppo, sono ancora le benvenute.

Forse è sfuggito agli autorevoli commentatori italiani il film-documentario “Inside Job” recentemente trasmesso nel programma “Atlantide” de La7. Esso evidenzia in modo efficace le storture finanziarie sistemiche, le perversioni della speculazione, il ruolo dei derivati e l’interessata complicità delle agenzie di rating nel provocare la Grande Crisi del 2008. Il documentario è basato sui dati raccolti dalla Commissione del Senato americano: “Wall Street and the financial crisis: Anatomy of a financial collapse”. Fonte, tra le più autorevoli, spesso citata nei nostri articoli.

Un’altra riflessione merita di essere fatta sul ruolo presente e futuro del mercato. Si pensi al petrolio e ai suoi andamenti di borsa. Nei giorni passati si è assistito, attoniti e in silenzio, a un fatto storico gravissimo e senza precedenti: i contratti future sul petrolio venduti a un prezzo negativo! Il che significa che chi vendeva petrolio ha dovuto pagare per farlo comprare. Il petrolio pompato sarebbe stato così tanto che, sia per gli altissimi costi di stoccaggio sia per la mancanza di spazio per conservarlo, le compagnie petrolifere hanno o avrebbero dovuto pagare i loro clienti per prenderlo. Pura pazzia. Frutto di speculazioni finanziarie e di irresponsabili “giochi geopolitici globali” in un momento economicamente già molto pericoloso.

Occorre sapere che la stragrande maggioranza dei contratti future sono solo virtuali e speculativi, non prevedono cioè alcuna vera compravendita di greggio o di altre materie prime o di generi alimentari e, quindi, nessun loro passaggio fisico dal venditore al compratore. E’ evidente che non c’è alcun vantaggio per l’economia e neanche per la formazione del cosiddetto giusto prezzo di mercato.

La crisi odierna, per fortuna, sta facendo apprezzare il ruolo dell’economia reale e dello Stato. Non servono perciò straordinarie e complicate regole. Basterebbe imporne una: chi va sul mercato per qualsiasi business deve impegnarsi a portarlo a termine fisicamente. I veri operatori si comportano così. Per scoraggiare gli altri, cioè coloro che, invece, intendono soltanto lucrare sulla differenza di prezzo, dovrebbe essere loro imposto un significativo deposito di garanzia.

Lo stesso, ovviamente, dovrebbe essere fatto per tutte le operazioni finanziarie allo scoperto. Per esempio, vendere virtualmente un titolo qualsiasi per poi ricomprarlo a una certa scadenza, o viceversa. La finanza speculativa ha sempre giustificato simili operazioni come il toccasana dell’equilibrio di mercato. Non è così. La pandemia e il conseguentelockdown produttivo ci hanno insegnato empiricamente che contano le produzioni, i beni, e non le speculazioni. Queste ultime, così come i derivati otc, si basano anche su un’elevata leva finanziaria, cioè quel sistema che può generare enormi masse finanziarie sulla base di un piccolo capitale realmente a disposizione. In alcuni paesi europei, compresa l’Italia, tali operazioni allo scoperto sono state bandite per 3 mesi. A nostro avviso dovrebbe essere una misura definitiva da parte della Consob.  

Da alcune settimane continuiamo ad assistere a evoluzioni delle borse così forti da far apparire come delle semplici altalene per bambini anche le più spericolate montagne russe. Non sorprende affatto che il mondo della finanza appaia indifferente. Ma è più che mai inaccettabile che le autorità politiche e quelle di controllo restino, impotenti o incompetenti, alla finestra. Sembra che in diversi paesi sia stato richiesto l’intervento delle autorità competenti. La Consob avrebbe voluto farlo ma ha scoperto di non averne il potere.

Riteniamo che l’emergenza pandemia ci insegni che l’interesse collettivo viene prima dell’interesse di parte.

Come ha affermato recentemente anche il direttore del Fondo monetario internazionale, la signora Kristalina Georgieva, i governi a livello mondiale si sono finora responsabilmente impegnati a sostenere le economie minate dal corona virus con circa 8.000 miliardi di dollari e le banche centrali sono disposte a fornire “liquidità illimitata”.

Di fronte a questo straordinario impegno pubblico e a questa assunzione di responsabilità collettiva e condivisa non possiamo non chiederci perché ancora non si riformino i mercati e non si blocchino le speculazioni.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

 

Pandemia, eurobond e futuro dell’Unione europea

Pandemia, eurobond e futuro dell’Unione europea

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**  *già sottosegretario all’Economia  **economista

Chiamamoli eurobond, non covid-bond. Sono, del resto gli strumenti finanziari di lungo periodo più importanti e virtuosi che l’Unione europea dovrebbe responsabilmente mettere in campo, e non in modo occasionale, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio e per uno sviluppo continuo e duraturo del suo sistema produttivo e industriale, ora, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.

C’è chi vorrebbe chiamarli “recovery bond” perché, dice, il termine “eurobond” farebbe paura a molti. In realtà, se fosse solo così, si tratterebbe di un escamotage un po’ infantile per bypassare l’ostacolo. Come se chi li osteggia si facesse confondere da questo giochetto di parole. In realtà, i “recovery bond” potrebbero nascondere l’idea di un programma limitato e a tempo determinato, da accantonare subito dopo la ripresa economica. In ogni caso, se fosse l’inizio di un percorso virtuoso, sarebbero comunque ben accetti. 

Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza. Toppi numeri e troppe parole: c’è il rischio che partoriscano il classico topolino.

L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai propri cittadini. Decisione giusta, non sufficiente.

Il futuro dell’Unione europea si misurerà in rapporto alla capacità di programmare unitariamente la ripresa e il suo sviluppo continuo e congiunto. Perciò si dovrebbe elaborare un dettagliato programma di investimenti, proiettato in modo capillare verso tutte le regioni d’Europa. Valorizzarle e svilupparle non dovrebbe essere interesse soltanto locale e nazionale ma anche interesse generale dell’intero continente.

Dopo la creazione dell’euro, la politica di sviluppo industriale e tecnologico e la creazione di nuova e qualificata occupazione sono il tassello principale per la realizzazione di uno Stato europeo davvero federale, cioè la realizzazione della tanto desiderata evoluzione dell’Unione europea. D’altra parte, è noto che dopo l’unione monetaria, dopo il mercato unico, dopo l’unione bancaria, è quasi naturale, oltre che necessario, attuare una difesa comune, un sistema fiscale unico e certamente anche un sistema industriale e occupazionale europeo unitario.    

Questo piano di rilancio dell’economia europea, in tutte le sue componenti, oggettivamente esige l’emissione di titoli europei, cioè di obbligazioni pubbliche (eurobond) a lunga scadenza, eventualmente con rendimenti moderati, sicuri e fissi, garantite dall’Unione europea, quindi individualmente, congiuntamente, in solido, da tutti i Paesi membri. Sarebbe opportuno prevederne anche l’esenzione da imposte, totale o parziale. In questo modo, dopo una prima sottoscrizione coperta dal bilancio dell’Unione europea e anche dagli acquisti della Banca centrale europea, dette obbligazioni sarebbero dei safe asset che avrebbero un appeal sul mercato per i grandi investitori istituzionali di lungo termine, europei e internazionali. Non solo le assicurazioni e i fondi pensione, sarebbe così sollecitato e coinvolto anche il risparmio delle famiglie.  

Da decenni si parla di eurobond, come pilastro portante dell’Unione europea. Per primo fu Jacques Delors, presidente della Commissione, nel 1994. Fu, poi, Romano Prodi, d’accordo con il cancelliere tedesco Helmut Kohl a rilanciare l’idea. In seguito divenne anche un cavallo di battaglia di Giulio Tremonti, insieme al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La crisi finanziaria globale del 2008, invece di spingere l’Europa verso una politica economica comune, purtroppo, fece emergere gli egoismi nazionali e l’ideologia del “rigore” e dell’austerità, imposta poi ai Paesi più deboli e indebitati. E gli eurobond sono finiti nel dimenticatoio.

Oggi, per chiarezza e per tranquillità di quelle forze politiche “austere ma poco solidali” occorre sapere che gli eurobond non mutualizzano i debiti esistenti dei singoli Paesi membri. Gli Stati cosiddetti “virtuosi” non darebbero, quindi, la loro garanzia sui debiti pregressi degli altri Paesi. Ovviamente gli eurobond non sono trasferimenti di soldi da un Paese all’altro. Sono, invece, il meccanismo del completamento naturale della moneta unica. Sarebbero strumenti di finanziamento mirato soltanto per investimenti in infrastrutture, nuove tecnologie, modernizzazioni industriali, ricerca, educazione, sanità e in altri settori produttivi sull’intero territorio europeo.

La parola “solidarietà”, che dovrebbe caratterizzare uomini e Stati, spesso è erroneamente usata come fosse l’aiuto “peloso” del benefattore verso l’indigente. Con gli eurobond si vuole, invece, manifestare la volontà di uno sviluppo congiunto, in un momento in cui l’intera società europea è “attaccata” da un nemico esterno, da un coronavirus che non fa distinzioni di sorta.

L’emissione di questi eurobond potrebbe essere affidata a un veicolo già esistente e operante come la Banca europea degli investimenti.

Con gli eurobond l’Europa farebbe un bel passo in avanti nel cammino ipotizzato dai Padri Fondatori. Senza, quindi, non una perdita per l’Italia ma per l’Europa. E sarebbe un duro colpo alla sua credibilità, alla sua visione, alla sua stessa esistenza.