Il debito pubblico italiano e la globalizzazione senza regole (= speculazione sfrenata)

Il debito pubblico italiano e la globalizzazione senza regole

Mario Lettieri* e Paolo Ramondi**                                  

Il debito pubblico italiano è sempre al centro di tutte le discussioni relative al ruolo dell’Italia nell’Unione europea. Anche se siamo stati tra i fondatori dell’Unione, più di un governo europeo ci vorrebbe relegati nel secondo o addirittura nel terzo girone.

Gli ultimi dati indicano che il rapporto del debito pubblico italiano rispetto al pil è intorno al 133%. Di conseguenza, tutti si sentono autorizzati a chiedere riforme strutturali, rientri veloci, tagli ed austerità, fino a sollecitare forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei parametri di Maastricht.                                                    

L’andamento del nostro debito pubblico nei decenni passati è sempre stato in aumento per una serie di motivi negativi, politici ed amministrativi, che ancora oggi necessitano di essere affrontati e corretti.

Noi, però, dobbiamo anche evidenziare come la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti cruciali della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni nella crescita del debito pubblico, portandolo così fuori dai normali canali istituzionali.

Il primo grande attacco speculativo contro la lira avvenne nel 1992. Era parte del più vasto attacco contro il Sistema Monetario Europeo. Lo Sme doveva preparare con maggior attenzione e con una velocità moderata, il processo di cooperazione e di unione europea, anche nel campo monetario e finanziario.

Come è noto, in Italia l’attacco speculativo era combinato con la pressione internazionale verso la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Ovviamente non vi fu solo la spinta internazionale… Alla fine, con la massiccia svalutazione della lira, vi fu una vera e propria svendita delle aziende pubbliche.

L’effetto sul debito pubblico fu devastante. Il rapporto debito/pil , che era di 105,4% nel 1992, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere 121,8% nel 1994.

Sotto la pressione dei mercati i tassi di interesse sui titoli di stato salirono notevolmente, aggravando ulteriormente l’andamento del debito pubblico.

Fu necessario un enorme sforzo, sia per la ripresa economica che per i tagli della spesa pubblica, per ridimensionare i tassi. Anche l’entrata nell’euro incise nel rapporto debito/pil che scese intorno al 103% nel 2004 e nel 2007/8.

Poi la crisi finanziaria globale, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando pesanti crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.

In Italia il rapporto debito/pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. 

L’altra impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread ad oltre 500 punti (5%)sopra il tasso di interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi dei titoli di stato italiani. Come noto, la crisi determinò anche mutamenti negli assetti di governo. Per fortuna l’attacco si fermò nel preciso momento in cui Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro. Il famoso “whatever it takes”.

Ma il rapporto debito/ pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo.

Si stima che le grande banche internazionali, in particolare quelle europee, nel pieno di quelle turbolenze finanziarie abbiano venduto non meno di 200 miliardi di euro di titoli di Stato italiano. E’ difficile dare una valutazione precisa, ma non si è lontani dalla verità se si afferma che siano state coinvolte anche certe banche tedesche e francesi, quelle stesse che in precedenza  erano state salvate dai rispettivi governi.

E’ da ipocriti affermare in Europa o in Italia che la speculazione attacca chi se lo merita, per una endogena debolezza economica di cui si è i soli responsabili. Si dimentica che un’economia più debole deve anche fare degli sforzi enormi per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.

 I dati e le stesse discussioni ci dicono che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. In quelle sedi non solo bisogna evidenziare che il nostro Paese, a seguito dei ripetuti attacchi speculativi, ha subito un aggravamento del rapporto debito/pil non inferiore al 30%, ma soprattutto far comprendere che è il momento di decidere che gli investimenti non possono essere sottoposti ad un irrazionale principio di austerità che, anziché lenire, aggrava i malanni di un Paese.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Trump e le infrastrutture: chiacchiere o quale modello di investimento?

Trump e le infrastrutture: chiacchiere o quale modello di investimento?

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Ancora non si conosce il vero orientamento del presidente Trump per i settori dell’economia reale degli Usa.  

Cancellando le poche regole introdotte a suo tempo dal presidente Obama per contenere le spinte speculative, le sue decisioni riguardanti il mondo bancario e finanziario hanno deluso quanti si aspettavano i cambiamenti promessi in campagna elettorale.

Dubbi e perplessità sorgono anche per quanto riguarda il finanziamento del vasto programma infrastrutturale annunciato, che prevede ben 1.000 miliardi di dollari di investimento.    

Si farà ricorso ad obbligazioni e a fondi pubblici mirati a specifici progetti a beneficio degli utenti, oppure verranno messi in campo dei partenariati pubblico-privati (PPP) in cui si garantiscono maggiori privilegi alla parte privata?

Potrebbe sembrare una domanda secondaria ma non lo è per niente.

Se il governo si farà carico dell’intero investimento, lo Stato evidentemente si aspetterà di essere ripagato attraverso una maggiore efficienza dei settori produttivi e dai tributi fiscali derivanti dall’aumento dei redditi e dei consumi. Se si privilegiano i partenariati, gli investitori privati incasseranno le tariffe pagate dai consumatori e, forse, giovandosi anche di una rilevante garanzia pubblica.

In Italia si conosce bene la differenza in quanto negli anni, si è, purtroppo, in gran parte privatizzata la distribuzione dell’acqua, che da bene pubblico è sempre più diventato un servizio gestito da privati. Lo stesso avviene per la gestione delle autostrade che hanno portato ricchi introiti ai privati a fronte di scarsi investimenti e di insufficienti manutenzioni della rete.  

Lungi da noi l’intento di criminalizzare il modello dei partenariati. Al contrario, esso può essere uno strumento molto valido se ben utilizzato e ben controllato. Occorre però riconoscere che non è il toccasana alternativo per tutti gli investimenti pubblici.

Negli Stati Uniti si stima che la componente privata degli investimenti nei servizi di interesse pubblico produce su base decennale in media un profitto annuo tra l’8 e il 18%.

Sono soprattutto i fondi di “private equity”, controllati dalle banche, ad operare in questi settori. Molte città americane, come è noto, in passato hanno “delegato” ai privati la gestione di molti servizi pubblici.

In una situazione di tassi di interesse zero, le banche e i fondi finanziari scalpitano per investire nei progetti infrastrutturali e in certi servizi pubblici. Ecco perché il programma di Trump suscita grandi consensi da parte del sistema bancario.

Indubbiamente la materia è complessa e ha notevoli riverberi. E’ noto, per esempio, che ogni investimento pubblico nelle infrastrutture genera un aumento del valore di mercato dei terreni e degli immobili già esistenti nella zona, generando effetti perversi nell’aumento dei prezzi delle case e degli affitti.

Si ricordi che Trump è un immobiliarista che ha accumulato le sue ricchezze in questo settore. Perciò non vorremmo che in futuro gli Usa diventassero un gigantesco fondo di investimento immobiliare.

Comunque speriamo che il presidente americano ci sorprenda positivamente e fughi con le sue scelte le non poche perplessità circolanti sulla natura del suo governo.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

 

Trump: probabile disco verde alla banche USA per riprendere a speculare. Con danni anche per l’Italia

Con Trump le banche tornano libere di speculare?

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

A meno di due settimane dalla sua nomina, con un sorprendente “Executive Order On Core Principles for Regulating the United States Financial System”, il presidente Donald Trump ha cancellato la riforma di Wall Street e del mercato finanziario americano conosciuta come “Dodd-Frank Act”.

Le grandi banche “too big to fail” potranno da oggi tornare ad operare come prima delle crisi globale del 2008, senza restrizioni, senza regole e senza controlli più stringenti.

Questa decisione potrebbe avere delle ripercussioni pericolose e devastanti sul fronte economico e finanziario internazionale, soprattutto in Europa.

La Dodd-Frank, voluta da Obama dopo il fallimento della Lehman Brothers, avrebbe dovuto mettere dei freni alle operazioni finanziarie più rischiose. Tra le restrizioni previste c’era quella specifica di mantenere le operazioni speculative entro un limite percentuale delle loro attività. Erano previsti inoltre maggiori controlli per le banche con 50 miliardi di dollari di capitale che venivano considerate di “rischio sistemico”.

Pur non essendo una legge perfetta essa era stata, anche se parziale, una risposta alla crisi.

Come prevedibile, dopo la sua introduzione, il sistema bancario americano ha operato in modo sistematico e continuo per neutralizzarla.

Adesso, con un colpo di penna, Trump, che già in passato l’aveva definita “un disastro che ha danneggiato lo spirito imprenditoriale americano”, la abroga!

Lo abbiamo scritto qualche settimana fa quando Trump indicò Steve Mnuchin come suo ministro delle Tesoro. Ci sembrò che l’arrivo nell’Amministrazione di ex grandi banchieri avrebbe potuto significare una sicura involuzione a favore dei mercati finanziari.

Mnuchin è stato a capo della Goldman Sachs, una della banche più aggressive nel mondo della finanza. Non solo, nella nuova Amministrazione sono stati imbarcati altri grandi banchieri, tra questi Gary Cohn, ex Goldman Sachs, come direttore del Consiglio economico della Casa Bianca, e Wilbur Ross, ex capo della filiale americana della banca Rothschild, come capo del Dipartimento del Commercio.

La decisione di Trump è arrivata dopo il primo incontro del cosiddetto “Strategic and Policy Forum”, che è il suo gruppo di consiglieri privati, tra i quali Jamie Dimon, capo della JP Morgan e Gary Cohn. Quest’ultimo più volte ha dichiarato che le banche americane continueranno ad avere una posizione dominate nei mercati finanziari internazionali “fintanto che non ci escludiamo noi stessi attraverso un sovraccarico di regole”.

In altre parole si ritorna, purtroppo, al leit motiv secondo cui i mercati si autoregolamentano meglio senza interferenze e direttive del governo.

Al termine dell’incontro Trump ha addirittura dichiarato che “ non c’è persona migliore di Jamie Dimon per parlarmi della Dodd-Frank e delle regole del settore bancario”, mostrando un entusiasmo in verità degno di migliore causa.

Intanto l’ordinanza esecutiva impegna il Segretario del Tesoro, che dovrebbe appunto essere Steve Mnuchin nel caso ottenga l’approvazione del Congresso, a preparare entro 4 mesi un rapporto per una nuova regolamentazione del sistema finanziario. Si è ingenui chiedersi chi saranno i veri beneficiari di tali proposte?

Contemporaneamente è stato firmato un altro memorandum presidenziale soppressivo della regola secondo cui i consulenti devono anteporre l’interesse dei loro clienti a qualsiasi altra considerazione. Secondo Trump va invece rafforzato il principio secondo cui i cittadini devono liberamente fare le loro scelte finanziarie. Non è una cosa da poco. Infatti, in questo modo se un risparmiatore accetta di comprare un titolo ad alto rischio, anche senza capire bene i termini dell’operazione, non potrà in seguito lamentarsi delle eventuali perdite

Non è un caso che la stampa finanziaria di Wall Street abbia salutato le citate decisioni come una coraggiosa scelta di ritorno ad una accentuata deregulation.

Tali decisioni non possono non suscitare diffuse preoccupazioni in quanti continuano a ritenere che l’economia reale debba essere centrale e tutelata rispetto alle attività speculative.

Perciò le dichiarazioni di Trump, circa una nuova legge Glass-Steagall relativa alla separazione delle attività bancarie, suonano false o come delle mere battute elettorali. C’è da sperare che la proposta di legge per reintrodurre la Glass-Steagall, presentata al Congresso da un gruppo bipartisan appena prima dell’emissione dell’ordine esecutivo, venga discussa e approvata.

E’ ancora presto per dare un giudizio definitivo sull’Amministrazione Trump, ma questi segnali sicuramente non depongono bene.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Riportare la Russia nel G8

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**

E’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Fare attenzione a cosa ha detto e a cosa ha omesso di dire Trump, che NON è vero che vuole combattere l’ISIS

Nel suo discorso di insediamento come 45esimo presidente degli Stati Uniti il neo eletto Donald Trump ha detto alcune cose che vale la pena rilevare in modo particolare.
1) – “La Bibbia ci dice quanto è bello quando le persone vivono in armonia. Noi dobbiamo aprire le menti e agire in armonia e solidarietà. Così l’America è inarrestabile. Non c’è paura, saremo sempre protetti dalle forze dell’ordine di questo Paese. E, più importante, da Dio”.
Che vivere in armonia e solidarietà sia una bella cosa, oltretutto socialmente utile, è provato non solo storicamente, ma anche dalla pratica quotidiana di ognuno. Non dirlo non c’è quindi  bisogno di ricorrere alla bibbia, se non altro perché i  riferimenti alla bibbia e alla protezione o al favore accordato da Dio a un popolo o a una nazione “inarrestabile” è purtroppo inevitabile che facciano venire in mente echi di esperienze disastrose, comprese quelle della seconda guerra mondiale scatenata sulla base del  “Gott mit uns!”, che significa appunto “Dio  con noi!”. Ma anche a prescindere da tale inopportuna eco, è un dato storicamente accertato che chi molto contava sulla protezione di Dio  ha in realtà pagato costi pesanti, dagli ebrei ai cristiani delle crociate e agli iraniani nell’insensata guerra contro l’Iraq.
A parte queste pedanti osservazioni, fatte però libri di Storia alla mano, il riferimento a Dio è oggi particolarmente inopportuno per il semplice motivo che a Dio si riferiscono e in nome di Dio sono convinti di agire, tra gli altri nemici degli Usa e dell’Occidente in genere, proprio gli invasati e fanatici di quell’Isis e affini che lo stesso Trump ha già detto che deve sparire dalla faccia del pianeta Terra ( https://video.repubblica.it/mondo/usa-discorso-di-trump-alla-cia-dobbiamo-sbarazzarci-dell-isis/265776/266154 ). E sorvoliamo sul fatto che per far sparire l’Isis basterebbe che gli Usa, e parte dell’Europa, chiedessero con forza e convinzione all’Arabia Saudita di smettere di finanziarla. E di continuare a fare il bis di quanto già fatto a suo tempo con  Osama Bin Laden e i suoi talebani, i fanatici di Allah diventati praticamente i nonni dell’Isis, finanziati dalla stessa Arabia Saudita d’amore e d’accordo proprio con gli Usa, che li hanno addestrati e armati   per liberare dall’invasore sovietico l’Afganistan.  Liberato il quale, i talebani e affini ci hanno preso gusto, si sono messi in proprio partorendo Al Qaeda e decidendo, tra l’altro, di buttar giù le Twin Towers di New York.
Insomma, per un presidente Usa citare Dio e la bibbia nel discorso d’insediamento è oggi piuttosto inopportuno oltre che pleonastico, infatti nel suo Paese sul dollaro c’è già scritto da sempre “In God we trust”, vale a dire “Noi confidiamo in Dio”, e nei tribunali i testimoni  giurano proprio sulla  bibbia di dire “la verità, solo la verità, tutta la verità”-
Insediarsi alla Casa Bianca insistendo su certe affermazioni potrebbe infatti acuire il rischio che il già di per sé insensato “scontro di civiltà” venga condito con la salsa di un ancor più insensato scontro di religioni. Anche se, particolare grottesco, si tratta di religioni basate tutte sulla stessa bibbia, libro sacro infatti anche per l’islam, e quindi sullo stesso Dio, quale che sia il nome che ne viene dato nelle varie lingue dei suoi credenti.
2) – “Stiamo ridonando il potere al popolo” (  http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/20/news/inauguration_day_e_il_giorno_di_trump_manifestazioni_e_proteste_a_washington_e_new_tork-156445231/  ) e “Il potere da Washington torna nelle mani del popolo americano” (  http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Donald-Trump-ha-giurato-45mo-presidente-Stati-Uniti-46657314-16a1-4ce1-a9e4-2ac1084a9259.html ).
Curiosa questa suggestiva immagine retorica, peraltro abusata in tutti i tempi e sotto tutti i cieli: infatti, sia pure in versione patinata, conferisce al molto multimiliardario neo presidente Trump un  sapore se non vagamente comunista almeno un po’ giacobino.  Straricco talmente generoso benefattore da permettersi una donazione speciale: “donare” al popolo il potere appena conquistato come inquilino della Casa Bianca. Dove però ci va lui, così come a Washington nella più spaziosa Capitol Hill ci va  anche questa volta non “il popolo”, ma la sua rappresentanza politica. As usual.
3) – “Quello che importa non è quale partito controlli il governo, ma se il popolo controlli il governo. Da oggi sarete di nuovo i veri legislatori. Non sarete più dimenticati. Decine di milioni di persone vogliono far parte di un movimento storico, che il mondo non aveva mai visto. Nella convinzione che una nazione esiste per servire i suoi cittadini: nel lavoro, nella scuola. Cose ragionevoli. Ma troppi dei nostri cittadini vivono intrappolati nella povertà, imprese che chiudono, l’istruzione che viene meno. E anche i crimini, le droghe che mietono vittime e ci tolgono tanto potenziale. Tutto questo finisce adesso, in questo momento”.
Parole, queste, condivisibili da qualunque persona dotata di buon senso, anche se – confessiamolo! – deja vu in varie epoche e parti del mondo. Trump non si spinge a echeggiare il Discorso della Montagna promettendo che “gli ultimi saranno i primi”, ma almeno ha promesso che gli ultimi non saranno più gli ultimi. Non ha moltiplicato i pani e i pesci né trasformato l’acqua in vino, però ha promesso che ce ne  saranno per tutti.
Tutto bene dunque? A parole sì. Il problema però è l’ultima frase: “Tutto questo finisce adesso, in questo momento”.
E’ infatti più facile moltiplicare i pani e i pesci per un piccolo pubblico e trasformare l’acqua in vino per un po’ di invitati che negli Usa finiscano “adesso, in questo momento” le disparità, le ingiustizie, la povertà, i crimini, le droghe e magari pure gli homeless, come se Trump avesse davvero la bacchetta magica o venga fulmineamente esaudito nei suoi desideri dal genio della lampada di Aladino. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno anni, molti anni, e dei programmi giganteschi:  dei quali, però, a parte le chiacchiere non si vede neppure l’ombra.
Si intravvede invece l’ombra di nuove guerre laddove Trump nella sua sorprendente visita lampo alla Cia a proposito di lotta all’Isis ha dichiarato che finora
“non abbiamo usato tutta la nostra potenza. Ci siamo contenuti” ( https://video.repubblica.it/mondo/usa-discorso-di-trump-alla-cia-dobbiamo-sbarazzarci-dell-isis/265776/266154 ).
E’ inevitabile che se gli Usa smettono di “contenersi” si va o a uno scontro militare diretto contro altri big come la Russia e la Cina oppure alla frantumazione definitiva non solo della Siria, con annesso intervento diretto Usa e creazione di nuove basi militari USA all’estero,  esattamente come è avvenuto con l’Afganistan e l’Iraq, piaghe tuttora aperte. Il che però comporta l’esatto opposto di tutte le belle promesse fatte dal molto pettinato Trump nel suo bel discorso di insediamento.

Come nel primo, anche nel nuovo discorso e nei primi provvedimenti concreti presi dal neo inquilino della Casa Bianca Donald Trump ci sono cose che meritano un rilievo maggiore di quello dato dai vari commenti di esperti e politici.
1) – E’ vero che Trump ha firmato un traumatico stop all’ingresso negli Usa di cittadini di 7 Paesi musulmani, la nuova lista nera della Casa Bianca, ma è anche vero che il divieto prevede, almeno per ora, durata breve: 4 mesi. Alla fine dei quali potrebbe anche sparire o assottigliarsi man mano, dimostrandosi così solo un’apparente mantener fede agli impegni elettorali da Sparafucile presi per farsi votare dalla parte più viscerale degli elettori.
2) – La lista nera dei 7 “esportatori di terroristi” non comprende Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Non comprende cioè i Paesi che notoriamente hanno finanziato Bin Laden e i talebani e ora finanziano l’ISIS come l’Arabia Saudita e il Qatar. O che hanno sostenuto e sostengono Al Qaeda  come il Kuwait o mestano nel torbido come  gli altri Stati islamici wahabiti del Golfo che finanziano anch’essi milizie e fanatici vari  per alimentare la Fitna. Per alimentare cioè l’eterna guerra civile tra islamici sunniti e islamici sciiti che oggi fa da supporto e pesce pilota alle sanguinose ribellioni in Libia, Siria, Sudan, Turchia…
Trump ha giustificato il suo ordine ricordando che “la politica del dipartimento di Stato impedì ai funzionari consolari di esaminare adeguatamente le richieste di visto di alcuni dei 19 stranieri che l’11 settembre 2001 abbatterono le Twin Towers di New York uccidendo così circa 3000 americani”.
Però ha omesso di ricordare che gli autori degli attentati provenivano, guarda caso, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e anche dal Libano: tutti Stati che Trump ha lasciato fuori dalla lista nera e nei quali possiede beni materiali di tutto rispetto.
Nella lista nera islamica manca anche la Turchia, nonostante il terrorismo che la tormenta e i rapporti pessimi con gli Usa pur essendo entrambi nella Nato. Forse i due grattacieli turchi di cui è padrone Trump gli hanno provocato l’amnesia in questione?
3) – Stando così le cose, che credibilità e che significato possono avere lo sbracciarsi di Trump nei confronti di Vladimir Putin in quello che viene definito il loro idillio – presentato come spodestamento del muso duro di Obama – e il suo dichiarare che i nuovi rapporti con la Russia
“saranno da pari a pari e avranno come primo obiettivo combattere l’Isis”?
Chiacchiere e cosmesi a parte, tutto ciò può significare solo una cosa: più che accordarsi per combattere l’Isis – per farla completamente basterebbe che gli Usa, e l’Inghilterra, imponessero ai sauditi e agli altri regni wahabiti di smetterla di finanziarla –  Trump e Putin si accorderanno per spartirsi le spoglie della Siria. Fallita la strategia di Obama di Usare la ribellione contro Bashar al-Assad per poter cacciare i russi dall’unico porto militare che conservano nel Mediterraneo, quello concesso loro dai siriani a Tartus, è probabile che Trump punti a piazzare basi militari Usa anche in Siria: esattamente come già fatto in Iraq e, in modo più silenzioso, nei Paesi ex sovietici a nord dell’Iran oltre che con i potenti radar piazzati in Polonia e cooptando nella Nato vari  Stati nati dalla disgregazione dell’Urss (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania, con Georgia e Ucraina in scalpitante attesa).    Secondo il Base Structure Report, pubblicato nel 2009 dal  Dipartimento della Difesa Usa il Pentagono,  possiede 716 basi e altre installazioni militari all’estero distribuite in 38 Paesi, ma è probabile che in realtà siano più di mille. Sono un migliaio solo le basi prese in affitto all’estero, specie in piccole isole.
Nota di colore, ma non solo: il Pentagono possiede ufficialmente 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari cosa che lo rende il più grande proprietario immobiliare del mondo.  Le  basi, tra quelle in patria e quelle all’estero, coprirebbero una superficie totale di 2.202.735 ettari, sufficienti a fare del Pentagono anche uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta.fare
Eppure tutto ciò evidentemente non  basta. Perché? A questa domanda risponde il prossimo punto.
4) – Trump ci ha tenuto a chiarire fin da ora che intende “iniziare una grande ricostruzione delle forze armate americane, per sviluppare un piano per nuovi aerei, nuove navi, nuove risorse e strumenti per i nostri uomini e le nostre donne in uniforme”. Per infine concludere con un’affermazione non proprio modesta o di basso profilo: “Il nostro futuro è quello di essere la guida del mondo”.
Fantascienza? Può darsi. Però in linea con quanto scritto da Anders Stephanson nel suo libro emblematico fin dal titolo: “Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene”. L’editore Feltrinelli lo presenta così: “La fede di essere destinati a una missione redentrice universale ha animato l’immaginario degli Stati Uniti e la storia dei suoi rapporti con il resto del mondo. Stephanson ripercorre le vicende di questa idea a partire dai primi insediamenti inglesi nel Nord America attraverso le fasi dell’espansionismo territoriale sino agli anni della Guerra fredda e della presidenza Reagan e al dopo 11 settembre. Il richiamo a questa missione redentrice si è sempre accompagnato a fasi espansionistiche, in un intreccio di religiosità e razionalismo liberale, di richiamo alla salvaguardia dei valori di democrazia e libertà e di difesa degli interessi nazionali. Una sintesi storica delle ragioni e della matrice ideologico-culturale dell’espansionismo americano”.
Tutto ciò può essere d’aiuto per spiegare in modo abbastanza credibile cosa si cela in realtà dietro i sorrisoni e gli idilli di Trump.

Punizioni assurde in Russia sulla pelle di orfani adottati

In Russia è stata approvata una legge che depenalizza il reato di percosse in famiglia, motivo per cui d’ora in poi i mariti potranno picchiare la moglie e viceversa ed antrambi picchiare i figli cavandosela tuttalpiù con un’ammenda. La legge però vale solo per botte che non lascino segni evidenti come per esempio lividi o graffi. Non potrà quindi essere utilizzata per risolvere la vicenda di assurdità burocratica dal sapore gogoliano accaduta nell’asilo GBOU 1528 di Zelenograd, a 50 chilometri da Mosca. Una educatrice la scorsa settimana ha notato un livido sul collo di Sergey, un bambino di 5 anni adottato con altri 15 da una famiglia che di suo ha un solo figlio. Tanto le è bastato per chiamare la polizia, che è intervenuta immediatamente con mano pesante: dieci dei bambini di quella famiglia sono stati portati d’autorità chi in ospedale e chi di nuovo in un orfanatrofio, che in Russia spesso somigliano a dei lager. Alla madre adottiva, signora Svetlana Dell ( questa la sua pagina su Instagram: https://www.instagram.com/svetkaaa2012/?hl=ru Dalla Russia senza amore), è stato impedito di vederli e il sindaco di Mosca Sergej Semënovič Sobjanin ha promesso in regalo una casa a chi adotta almeno otto di quei bambini. Come se non bastasse, Svetlana e suo marito, fino a ieri considerati eroi come tutti coloro che in Russia, cosa non rara, adottano tanti bambini, sono sotto processo: sentenza prevista per il 1° febbraio. Per fortuna si è offerto come difensore Ivan Pavlov, uno dei migliori avvocati russi, noto per il suo impegno nella difesa dei diritti umani.

Tramite amiche comuni la giornalista Tatiana Baydack mi ha inviato la seguente dichiarazione della signora Dell:
“Ora mi è molto difficile analizzare questa vicenda, mi sembra di impazzire e mi preoccupo dei miei bambini che ci hanno portato via. Quello che sta succedendo nella mia famiglia mi sembra che non è nella mia vita, ma che sia una storia fantastica. Ci tengo a chiarire intanto una serie di punti:

1) Io e mio marito non abbiamo mai picchiato i nostri figli! Ma se per ipotesi assurda mio marito avesse picchiato Sergey fino a procurargli dei lividi io sarei stata così scema da portare quel nostro figlio all’asilo? Teniamo presente che la polizia era già intervenuta perché girava la voce che un altro bambino fosse stato bastonato, ma sul suo corpo non ha trovato nessun segna di bastonate.

2) Tutta la settimana precedente l’educatrice che ha chiamato la polizia si è lamentata che mio figlio Sergey era troppo vivace, troppo maleducato, che picchiava gli altri bambini ed è un bambino difficile. Ma è comprensibile che i bambini che hanno perso i genitori e prima di essere adottati hanno vissuto in un orfanatrofio possano essere piuttosto difficili. Come potrebbero essere bambini facili?!

3) Nonostante la legge lo vieti, sono stati divulgati i particolari delle nostre adozioni e diffuse – soprattutto da 1TV – le diagnosi dei nostri bambini, due dei quali soffrono d’immunodeficienza, per la quale in questi giorni sono rimasti senza le cure e i medicinali necessari perché riportati in un orfanatrofio e in ospedali non attrezzati. Tutto è dilagato via Internet. La gente ignora che l’immunodeficienza non è infettiva, specie se curata, perciò ne ha paura e così quei due miei figli soprattutto in questi giorni avranno vita ancor più difficile.
Strano che l’educatrice e la polizia non abbiano pensato che il livido Sergey possa esserselo procurato cadendo o giocando con i fratelli o gli altri bambini dell’asilo. I media russi hanno affermato che uno degli psicologi che in questi giorni assistono i dieci bambini portati via ai Dell ha dichiarato che uno di loro, il piccolo Piotr, ha detto e ripetuto con forza che non vuole tornare a casa. Non esiste però un video del bambino che confermi questa notizia. Esiste invece un fatto ben preciso che fa pensare possa essere falsa: Piotr è affetto dalla sindrome di Down e, a meno che gli psicologi in questione non abbiano fatto un miracolo o un prodigio, non è in grado di parlare esprimendosi in modo coerente.

La buonanima di Giulio Andreotti usava dire che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Sta di fatto che c’è chi pensa che gli orfanatrofi russi siano alquanto seccati per l’aumento del numero di famiglie che adottano anche più di 10 bambini e un po’ preoccupati dalla possibilità che tale fenomeno prenda piede. Lo Stato infatti paga agli istituti per orfani quasi 2.000 euro al mese per ogni bambino e di più se ha problemi di salute. Non è certo un mistero che in tutto il mondo anche gli orfanatrofi possano diventare un business, con nessuna intenzione di perdere “clienti”.
Vedremo come andrà il processo. Ma intanto è meglio non lasciare sola la famiglia Dell. E la sua numerosa cucciolata.

IL GIORNO DELLA MEMORIA: O DELL’IPOCRISIA E DELLA STRUMENTALIZZAZIONE?

“Il 27 gennaio sta diventando il giorno della falsa coscienza della retorica. Il limite principale, e il grande equivoco è di non aver capito, prima di tutto, che questa giornata non è stata istituita solo per gli ebrei. Il Giorno della Memoria doveva essere importante per una riflessione comune sull’Europa, sulle ragioni dello sterminio. Per rispondere alla domanda se tutto questo si è determinato per un incidente di percorso o se la degenerazione fosse iscritta nei geni dell’Europa. Parliamo della Germania ma magari ci dimentichiamo dei genocidi commessi dai fascisti italiani in Africa o della pulizia etnica nei paesi dell’ex Jugoslavia… ” Così Moni Ovadia intervistato sul….

http://www.repubblica.it/esteri/2014/08/05/news/bauman_gaza_diventata_un_ghetto_israele_con_l_apartheid_non_costruir_mai_la_pace-93160847/

http://www.articolo21.org/2014/01/giornata-della-memoria-moni-ovadia-nessuno-ha-mai-detto-mi-sento-rom-omosessuale-antifascista/

http://www.pinonicotri.it/2009/02/un-giorno-della-memoria-troppo-incompleto-le-cifre-israeliane-sul-totale-della-case-di-palestinesi-demolite-dal-1967-ad-oggi/

Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista: a quando le collisioni e gli affondamenti?

Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

Come prevedibile, le agenzie di rating sono tornate al centro della scena in modo irritante: e hanno declassato il sistema Italia al livello BBB.

Le agenzie di rating e le responsabilità della Bce

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi **

Come prevedibile, le agenzie di rating sono tornate al centro della scena in modo irritante. Seguendo l’esempio delle famose ‘tre sorelle’, la Standard & Poor’s, la Moody’s e la Fitche, anche la Dbrs canadese si è autonomamente assunta l’autorità morale e politica e ha declassato il sistema Italia al livello BBB.

Allo stesso tempo l’americana Moody’s sta patteggiando con il dipartimento di Giustizia americano il pagamento di una multa di ben 846 milioni di dollari per aver gonfiato le sue stime sui titoli tossici, a suo tempo legati ai mutui immobiliari, che contribuirono alla grande crisi finanziaria. E’ noto che in precedenza la stessa S&P aveva patteggiato una multa simile per 1,37 miliardi di dollari.

La decisione della Dbrs, già Dominion Bond Rating Service, è stata motivata con la solita “lista della spesa”: incertezza politica, debolezza del sistema bancario, alto livello delle sofferenze creditizie, crescita bassa e alto debito pubblico, ecc. L’analisi negativa è infarcita anche di semplicistiche e banali riflessioni sulla nuova legge elettorale e sulle future elezioni. Ovviamente avrà un ulteriore e concreto impatto negativo sulla credibilità dell’Italia. In particolare, quando le banche italiane chiederanno un prestito alla Bce dovranno portare in garanzia beni, titoli di stato, in quantità maggiore rispetto a prima. Il declassamento certifica l’aumento del “rischio paese” con conseguenti effetti sui mercati, sui titoli obbligazionari e sulla propensione a investire.

In verità, la cosa più irritante è il comportamento della Bce e delle altre istituzioni europee che tacciono sulle nuove evoluzioni delle suddette agenzie.

Negli anni passati si è molto parlato della necessità di creare un’agenzia di rating europea indipendente. Alla fine non se ne è fatto niente.

Nonostante il fatto che varie commissioni d’indagine del Congresso americano avessero denunciato le tre grandi agenzie di rating americane per complicità, corruzione, conflitto di interesse e per tante altre malefatte in relazione alla bolla dei mutui subprime e a quella dei derivati finanziari ad alto rischio, la Bce non ha mai volute mettere in discussione la credibilità delle “tre sorelle”. Ha solo deciso nel 2008 di affiancare loro la Dbrs, volendo forse farci illudere che, in quanto canadese, essa sarebbe potuto essere realmente indipendente. Niente di più errato. Purtroppo è proprio la Bce a conferire alle quattro agenzie di rating l’autorità di interferire pesantemente con l’andamento economico dei paesi europei.

Per qualche ragione inspiegabile la Bce e altri istituti europei sono stati e sono ancora meno critici e più tolleranti verso l’operato delle agenzie di rating rispetto alle stesse autorità americane. E’ il momento che Francoforte dia qualche spiegazione.

La Dbrs, creata nel 1976, ha il suo quartier generale a Toronto, in Canada, ma oggi è forse la più americana di tutte. Dal 2015 essa è controllata da un consorzio di interessi, guidato dal The Carlyle Group di Washington e dalla Warburg Pincus di New York.

La Carlyle è il più grande private equity al mondo coinvolto soprattutto nei settori della difesa e degli investimenti immobiliari. Si ricordi che il private equity è un fondo che di solito raccoglie capitali privati con l’intenzione di acquisire imprese non quotate in borsa. La Carlyle è impegnata in numerosi fondi di investimento e anche in hedge fund speculativi. Fino al 2008 era conosciuta come la multinazionale che vantava stretti rapporti politici, in particolare con la famiglia Bush e con la casa reale saudita. Una sua controllata, la Carlyle Capital Corporation, che si era specializzata nella speculazione finanziaria con derivati emessi sui mutui subprime e sulle ipoteche, nel 2008 divenne insolvente (in default) per oltre 16 miliardi di dollari!

Anche Warburg Pincus è un fondo di private equity frutto della fusione di due banche. Esso è grandemente impegnato nei settori dei servizi finanziari, dell’energia e delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni. Il suo presidente attuale è Timothy Geithner, già ministro del Tesoro dell’Amministrazione Obama, che ha coordinato tutte le operazioni di salvataggio finanziario delle banche e delle assicurazioni in crisi dopo il 2008.

E’ doveroso chiedere alla Bce di rendere conto delle ragioni della grave decisione di sottoporre governi e istituti creditizi alla valutazione di agenzie di rating non affidabili, forse politicamente condizionate e sicuramente interessate agli andamenti di borsa.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Israele: di male in peggio

http://video.repubblica.it/mondo/usa-kerry-durissimo-con-israele-e-netanyahu-risponde–non-vediamo-l-ora-di-trattare-con-trump/263896/264264?ref=tblv

Il bell’addormentato nel bosco si è svegliato. Con comodo. Ovviamente tardi.
Questo ridursi all’ultimo secondo della presidenza Obama per dire di Israele cose che andavano dette ben prima e per permettere finalmente all’Onu di condannare la sua scellerata politica coloniale ha davvero il sapore della vigliaccheria. E dell’opportunismo: solo un modo per fare un dispetto a Trump. Che peraltro se ne fregherà e farà ben di peggio, giustificherà sempre e comunque Israele, che sarà incoraggiata a compiere altri soprusi affondando del tutto le fin troppo flebili prospettive di pace.

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http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/04/news/israele_soldato_condannato_uccisione_palestinese-155413186/?ref=HREC1-13

TEL AVIV – Un soldato israeliano, che aveva sparato alla testa a un giovane palestinese -quando questi, che aveva assalito un suo commilitone, era ferito e a terra, ormai immobilizzato- è stato giudicato colpevole di omicidio. Il soldato, Elor Azaria, era giudicato da un tribunale militare e il processo, che ha profondamente diviso l’opinione pubblica israeliana, andava avanti dal maggio scorso. La presidente, il giudice Maya Heller, ha stabilito che è stato lo sparo ad uccidere il giovane palestinese e che il soldato era cosciente che il suo atto ne avrebbe provocato la morte. La pena sarà determinata nel prossimo futuro.

Fuori dalla sede dell’esercito, a Tel Aviv, centinaia di israeliani manifestavano contro la possibile condanna del militare. L’opinione pubblica era divisa tra chi difendeva il soldato e chi lo riteneva responsabile di un gesto immorale e contrario al codice militare. In serata, il premier Netanyahu ha dichiarato che Azaria merita un perdono, ma ha fatto appello a tutti i cittadini israeliani affinché si comportino “con responsabilità”

Il processo ad Azaria, iniziato lo scorso maggio, è stato un caso nazionale, con una parte consistenza della destra schierata a suo favore e molti alti gradi dell’esercito impegnati a condannare duramente la sua condotta.
Il caso esplose il 24 marzo, quando venne divulgato un video che lo mostrava mentre sparava a Abdul Fatah al Sharif, un 21enne che aveva ferito lievemente con una coltellata un suo commilitone, che in quel momento era immobilizzato e sdraiato al suolo. Uno sparo alla testa, il suo, senza un’apparente provocazione da parte del palestinese.

Dopo l’emissione della sentenza di condanna il gruppo israeliano per la difesa dei diritti dell’uomo che aveva diffuso il video, ha accusato comunque le forze di sicurezza di essere impegnate in una costante opera di “sbianchettamento dei casi in cui i propri uomini si trovano ad uccidere o ferire cittadini palestinesi, senza essere chiamati a rispondere dei loro atti”.

Un portavoce del governo dei territori palestinesi, Yousef al-Mahmoud, ha commentato da parte sua: “La condanna del soldato che ha giustiziato al Sharif è avvenuta perchè il crimine è stato documentato e il mondo ha potuto assistervi in televisione”.

COME HA DETTO ANCHE PAPA FRANCESCO, ECCO IL PERCHE’ DELLE GUERRE: GLI 80 MILIARDI DI DOLLARI DI ARMI VENDUTE OGNI ANNO NEL MONDO, CON GLI USA CHE DA SOLI NE VENDONO LA META’!

http://www.repubblica.it/esteri/2016/12/27/news/gli_usa_primi_fornitori_mondiali_di_armi_40_miliardi_di_dollari-154913187/?ref=HREC1-18

NEW YORK  – Gli Stati Uniti fornitori mondiali di armi. Nel 2015 ne hanno vendute per un valore di 40 miliardi di dollari, confermandosi leader delle vendite nel mondo. Al secondo posto la Francia con 15 miliardi di dollari.

E’ quanto emerge da uno studio condotto per il Congresso americano e riportato dal New York Times, secondo il quale lo scorso anno sono state vendute complessivamente armi per 80 miliardi di dollari, in calo rispetto agli 89 miliardi di dollari del 2015.

I Paesi avanzati restano anche nel 2015 i maggiori acquirenti di armi, con acquisti per 65 miliardi.

Il calo delle vendite globali è legato all’economia debole, spiega il rapporto. ”Problemi di bilancio hanno spinto molti Paesi a posticipare o limitare gli acquisti. Alcuni Paesi hanno scelto di non acquistare nuove armi e di ammodernare i loro sistemi esistenti”.

Ed ecco cosa ha detto papa Franecsxo nell’omelia a Santa Marta il 16 febbraio dell’anno scorso:

“Basta “imprenditori di morte” che vendono armi perché continui la guerra “Ma, siamo imprenditori!”, ribattono i venditori. Sì, di che? Di morte? E ci sono i Paesi che vendono le armi a questo, che è in guerra con questo, e le vendono anche a questo, perché così continui la guerra. Capacità di distruzione». «Ma prendete un giornale, qualsiasi, di sinistra, di centro, di destra…qualsiasi. E vedrete che – ha sottolineato il Pontefice – più del 90% delle notizie sono notizie di distruzione. Più del 90%. E questo lo vediamo tutti i giorni».

La Deutsche Bank somiglia troppo al Monte dei Paschi di Siena

Deutsche Bank e MPS: le sorellastre del sistema bancario europeo

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 

Cosa hanno in comune Monte Paschi di Siena e Deutsche Bank? Sicuramente la spregiudicatezza, gli alti rischi di tenuta e la eventualità di un salvataggio pubblico.

Anche se di dimensioni grandemente differenti, entrambe le banche sono un po’ il simbolo dei rispettivi sistemi bancari nazionali. MPS è la più longeva, la più antica banca al mondo, creata nel 1472, e oggi allo sbando. DB, fondata 146 anni fa, è diventata sinonimo e pilastro della capacità economica tedesca fino alla sua caduta nei gorghi della peggiore speculazione.

Nonostante queste pericolose somiglianze, i consiglieri economici della Merkel, come il suo ‘aiutante di campo’ Christopher Schmidt, stranamente sono molto preoccupati del futuro di MPS. Puntano il dito su una barca in difficoltà, ma non vedono, o non vogliono vedere, la nave che rischia di andare a fondo.

Eppure recentemente Der Spiegel, il principale settimanale tedesco, ha pubblicato un lunghissimo articolo sulle attività della Deutsche Bank. E’ un vero e proprio dossier, veritiero, devastante, inevitabilmente spietato. Incomincia così: ”Cupidigia, provincialismo, codardia, comportamenti maniacali, egoismo, immaturità, falsità, incompetenza, debolezza, superbia, decadenza e arroganza”. Queste sono le pesanti parole usate per spiegare l’involuzione della DB, che emergono anche nelle migliaia di pagine dei documenti e delle interviste analizzati.

Il settimanale tedesco sottolinea che il collasso della prima banca tedesca è il risultato di decenni di fallimenti della sua leadership. Nel periodo tra il 1994 e il 2012 si è perso completamento il controllo della banca fino a “saccheggiarne e derubarne la sua stessa anima”. Se una volta la DB era l’icona di rispettabilità e di solidità, oggi si è trasformata in una caricatura del “Lupo di Wall Street”.

“Deutsche Bank è broken” scrive Der Spiegel, sommersa da ben 7.800 denunce legali!

Nel 1994 DB aveva un bilancio di 573 miliardi di euro e circa 73.000 impiegati, di cui tre quarti in Germania. Già nel 2001 gli impiegati erano diventati 95.000, solo la metà in Germania. Nel 2007 il bilancio era salito a 2.200 miliardi di euro e gli impiegati in Germania invece erano scesi ad un terzo del totale. Mentre nel 2015 il bilancio si ridusse a 1,600 miliardi di euro, gli impiegati salivano a 100.000, anche se distribuiti in 70 Paesi del mondo.

Come si evince, nel processo internazionalizzazione la banca ha incominciato, purtroppo, ad imitare i comportamenti dirigenziali di stile anglo-americano. Ha completato la trasformazione da “più grande banca commerciale tedesca a banca di investimento anglo-americana”. Tanto che lo stesso l’Economist inglese a suo tempo la definì “un gigantesco hedge fund”.

Con l’internazionalizzazione iniziò di fatto la fase degli eccessi, degli errori e delle malversazioni intenzionali, le cui ramificazioni legali ne stanno ancora divorando i bilanci. Si ricordi la spregiudicata scelta di operare nella speculazione in derivati finanziari di vario tipo, particolarmente in quelli legati ai mutui e alle ipoteche.

E’ importante notare che, se nel 1994 la maggior parte dei profitti della DB provenivano dai servizi bancari commerciali tradizionali, già nel 2007 era la cosiddetta ‘investment division’ , cioè il dipartimento finanziario impegnato soprattutto in strumenti e operazioni ad alto rischio, che produceva ben 70% di tutti i profitti della banca.

E’ questo il periodo in cui i rapporti tra DB e MPS si sono fatti più stretti per via di una serie di derivati finanziari che la banca tedesca aveva concesso alla banca italiana per coprire dei buchi di bilancio. Derivati finanziari che si sono rivelati poi delle perdite pesanti per MPS. Perdite che sono andate ad ampliare i buchi e a generare altri derivati, come il famoso ‘Santorini’.

Naturalmente la DB, invece, ha fatto guadagni significativi sui derivati MPS.

Il problema è stato poi la convinzione dei grandi capi della DB di avere scoperto “il potere degli dei’ che li ha portati a trasformarla nella banca numero uno al mondo nel settore dei derivati finanziari, superando persino le grandi banche americane.

Nello stesso periodo è partita anche la corsa ai bonus dei dirigenti. Ancora nel 2015, anni dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria che per la prima volta evidenziava la anomalia degli stratosferici stipendi dei manager, ben 756 alti funzionari della DB guadagnavano oltre 1 milione di euro.

Ancora oggi la DB è rinchiusa in una sorta di “nicchia darwinista, un buffet self service per pochi, dove nessuno può essere incolpato”.

La crisi della DB è talmente profonda da convincere Der Spiegel che non si può in alcun caso escludere l’opzione più estrema, quella di un suo salvataggio pubblico da parte del governo tedesco. Con buona pace per le preoccupazioni di Berlino per una simile soluzione anche per MPS.

E’evidente che farsi le pulci tra sistemi bancari, in questo caso quello tedesco e quello italiano, aumenta il discredito verso l’intero mondo bancario, minando la stessa architettura europea.

Secondo noi è giunto il momento in cui i consigli di amministrazione e i manager delle varie banche dissestate vengano sottoposti al rigoroso vaglio della magistratura, unitamente ai maggiori beneficiari dei capitali elargiti.

*già sottosegretario all’Economia **economista