Ancora oggi è così, ma per quanto tempo lo sarà?

Le stupidaggini sulla vita di Gesù Cristo le abbiamo lette e ascoltate per almeno diciotto secoli. Un’enormità di tempo, specie se si pensa che quanto detto e scritto da Pietro e Paolo, i veri fondatori del cristianesimo, non ha mai avuto alcun riscontro storico e non è molto diverso dalle favole che i genitori ci leggevano per farci addormentare.

Gli uomini hanno avuto bisogno di credere in queste favole perché non riuscivano a credere in loro stessi, nella loro capacità di vincere in maniera definitiva gli antagonismi sociali che li affliggevano e che ancora oggi li tormentano. La paura di non farcela, i fallimenti dei tentativi realizzati per tornare a un rapporto naturale con le cose e le persone, li aveva come paralizzati. E ancora oggi è così.

Gli uomini si era convinti di non avere più alcuna speranza di successo e continuavano a credere in una favola che li teneva ancora più oppressi. E da allora non è cambiato molto. Si drogavano, convinti, in questo modo, si sopportare meglio le contraddizioni, quando proprio quella droga era una delle fonti di quelle stesse contraddizioni, o comunque dell’incapacità a risolverle. Si cercava di fuggire dalle proprie responsabilità, per poi lamentarsi che le cose andavano sempre peggio. E oggi è lo stesso.

I primi a mettere in discussione il valore dei dogmi religiosi sono stati gli intellettuali borghesi, poiché la borghesia esprime un tentativo di pensiero autonomo, fondato sulla capacità personale di farsi strada nella vita, anche a costo di schiacciare i più deboli. Il borghese confida in se stesso, nella propria scienza e tecnologia, nella propria abilità affaristica e non sopporta le limitazioni della religione.

Questo processo di emancipazione laicista dalla religione è avvenuto in epoca moderna. Certo, l’ateismo è esistito anche prima del cristianesimo, ma l’ateismo consapevole di sé, quello che poteva avvalersi dei fallimenti e delle contraddizioni del cristianesimo (il quale a sua volta ebbe la pretesa si superare il politeismo pagano), poteva nascere soltanto in epoca moderna, con la fine del feudalesimo.

L’ateismo moderno nasce col cogito cartesiano, senza sicurezze apodittiche, anzi balbettando alquanto, proprio a causa del fatto che la sua filosofia era figlia della borghesia, cioè di una classe sociale che, basando il suo successo sullo sfruttamento del lavoro altrui, non poteva essere coerentemente atea.

Tale ambiguità è andata avanti sino alla nascita delle idee del socialismo scientifico, l’ideologia che, pur essendo nata tra la borghesia, voleva porsi al servizio del proletariato industriale.

La borghesia cominciò ad opporsi a questa ideologia cercando intese e alleanze proprio col nemico di un tempo: la chiesa cristiana. Nello scontro che ne seguì fu la borghesia a rimetterci, poiché molti paesi cominciarono a realizzare praticamente le idee del socialismo scientifico. Per la borghesia il destino sembrava segnato: era solo questione di tempo.

Improvvisamente però accadde qualcosa d’imponderabile: le stesse popolazioni che avevano realizzato il socialismo di stato, si accorsero ch’era giunto il momento di farlo fuori, in quanto di umano e democratico non aveva proprio nulla.

E così il cosiddetto “socialismo reale” implose, lasciandosi travolgere da idee borghesi e religiose, che sembravano definitivamente superate. Pur avendo capito da soli gli insopportabili difetti di un sistema amministrato dall’alto, i cittadini di questi paesi non sono stati capaci di darsi una veste più democratica, ovvero di trasformarsi in maniera umana, ma hanno preferito scimmiottare il peggio del capitalismo avanzato, il quale ha potuto assaporare il gusto di una vittoria trionfale senza sparare neppure un colpo.

Ma la soddisfazione è durata poco. La stessa borghesia dei grandi paesi capitalisti ha cominciato a entrare in crisi, dovendo affrontare problemi economici di una gravità eccezionale. L’indebitamento delle masse e la corruzione dei potentati economici, politici e ora anche finanziari si vanno ad aggiungere allo spettro dell’esaurimento delle materie prime strategiche, alla minaccia di una crisi ambientale senza precedenti…

Un’intera civiltà, quella tradizionale dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, il cui benessere dipende in gran parte da un rapporto iniquo col Terzo Mondo, sta pericolosamente vacillando.

E mentre queste aree del pianeta subiscono irreversibili declini, vengono emergendo nuove potenze territoriali che, incapaci di risolvere i loro problemi in maniera democratica, si affidano a soluzioni analoghe a quelle occidentali. La Cina, l’India, la stessa Russia sono decollati in senso capitalistico, sfruttando le popolazioni e le risorse interne, che sono immense.

Quanto tempo potrà durare questa situazione? Quanto dureranno queste risorse interne? E quanto grande potrà essere il livello di sopportazione dello sfruttamento?

I paesi del capitalismo classico non vogliono morire senza reagire e quelli nuovi non possono svilupparsi senza comportarsi come quelli classici, cioè facendo pagare le conseguenze del loro benessere alle popolazioni più deboli. La terza guerra mondiale rischia di diventare inevitabile, proprio per ripartirsi nuovamente il territorio da sfruttare. Infatti per un paese capitalista non sono mai sufficienti le risorse interne.

La guerra è inevitabile perché non si vuole rinunciare alla logica dello sfruttamento del lavoro altrui, alle rendite di posizione, a vivere al di sopra delle proprie possibilità… Coi mezzi di sterminio attualmente in possesso, da parte di questi paesi egemoni ed emergenti, una qualunque guerra mondiale comporterà esiti altamente catastrofici per una gran parte dell’umanità.

Resteranno poche popolazioni in grado di capire che l’unica strada percorribile per evitare l’autodistruzione è quella del socialismo democratico e dell’umanesimo laico. Purtroppo esse dovranno sperimentare che proprio rifacendosi falsamente a questi principi, teorici e pratici, avverrà l’apocalisse.

L’anima latina di Lucio Battisti: retroscena e curiosità raccontate nel nuovo libro di Renzo Stefanel

Da bambina Lucio Battisti mi piaceva assai, i dischi li aveva mia sorella più grande, li ascoltavamo nel suo mangiadischi portatile, che ci portavano dietro anche in macchina durante i viaggi d’agosto con mamma e papà. Da allora le sue canzoni più belle me le porto dietro come “Signore sei tu il mio pastore” cantata in chiesa. Le so e le saprò sempre a memoria, punto e basta. Di “Anima latina” non so nulla, se non che l’hit “Due mondi” mi faceva orrore. Quella voce femminile che cantava “far l’amore nelle vigne” era detestabile. Avevo 16 anni, la musica che mi girava attorno era altra, soprattutto straniera. Italiani pochissimi, ricordo Battiato. Riscoprii Battisti più avanti, “Don Giovanni” resta tra le mie preferite in assoluto.

Ho dunque tutto da imparare dalla monografia scritta proprio su quest’album da Renzo Stefanel (Gazzettino, www.rockit.it e www.xtm.it). Più di un fan mi dice che di canzoni belle forse ce n’è un paio ma piace molto ai critici per la sua atipicità, fa figo… In ogni caso, se l’intenzione di Lucio era di fare qualcosa di diverso, non serviva: già le sue canzoni più “scontate” (ma quando mai?) erano su un altro pianeta rispetto alla musica leggera italiana e d’autore del tempo. Il libro si intitola “Anima latina”, edito da No Reply per la collana Tracks” dedicata agli album che sono diventati pietre miliari della storia della musica. Per Renzo non è stato difficile dedicarsi anima e corpo all’impresa: fu folgorato nell’estate del 1975 proprio da “Due Mondi”…

Ha scritto una monografia ricchissima di dati, notizie, spunti, come solo un fan superappassionato può fare, rintracciando tutti, ma anche un giallo: c’è che non si ricorda se c’era, chi fa confusione, addirittura resta un mistero persino Gneo Pompeo ….tutti sinceri, o c’è chi sa e tace?

“Quasi tutti sinceri: purtroppo il tempo o le diverse prospettive personali fanno danni. C’è anche chi non mi ha convinto, ma è una mia impressione personale, perché non ho elementi precisi per affermarlo. Mi riferisco a Gian Piero Reverberi e alla questione “chi è Gneo Pompeo?”. Per chi non lo sapesse, è uno dei misteri battistiani: a chi è attribuito quel nomignolo (che tra l’altro fa da pendant con quello di Caesar Monti suggerito da Battisti a Cesare Montalbetti)? Nell’intervista presente sul libro Reverberi si contraddice: prima afferma che “Anima Latina, comunque, per me è il disco di un dilettante”, poi dice che “Non è che lo conosca bene”. Ora: non si può giudicare un disco senza conoscerlo non dico bene, ma abbastanza sì. Inoltre Gian Piero Reverberi è sempre stato il maggiore indiziato: perché in Il nostro caro angelo gli archi elettronici li ha suonato lui; perché era stato fino ad allora l’arrangiatore di fiducia di Lucio; perché le sue iniziali coincidono con quelle di Gneo Pompeo; perché diverse testimonianze di musicisti lo indicano come presente sporadicamente in sala. Reverberi non condivideva il percorso che Lucio aveva intrapreso già nel disco precedente; aveva con lui forti frizioni a livello caratteriale; il nomignolo non è dei più felici, tanto più se viene affibbiato da una persona che si trova antipatica. Insomma, Reverberi non mi ha convinto. Anche se, non avendo nessun elemento decisivo in mano, non posso che rispettare quello che mi ha detto”.


Dopo “Ma c’è qualcosa che non scordo”, tutto incentrato sul rapporto con Mogol, anche in questo tuo libro torni per forza di cose a parlare di lui: il suo era un ruolo solo di paroliere o qualcosa di più?

“Paroliere” è una brutta parola, specie se riferita a uno che è un vero e proprio autore di testi, con una sua poetica ben precisa: il fatto che Mogol non abbia mai cantato (e per fortuna: lui stesso dice di essere stonato come una campana) non diminuisce la sua statura autoriale, tanto più evidente se si pensa che molti suoi versi sono diventati proverbiali e spesso vengono citati tanto nel linguaggio comune quanto come titoli di articoli, libri, sceneggiati tv, film, ecc. Quindi già questo è un ruolo gigantesco. Da quello che lui stesso mi ha detto il ruolo era sostanzialmente quello: per quanto prima di ogni disco lui e Battisti facessero una specie di briefing cercando di individuare i punti forti da sviluppare della produzione precedente, Mogol non ha mai messo becco nella sua produzione musicale: pur non essendo d’accordo con i missaggi della voce in “Anima latina”, il disco è uscito così come voleva Lucio. Ed era Mogol che cacciava i soldi per la produzione. Non so quanti produttori major avrebbero questo rispetto oggi”.


Di Lucio si sa che era taccagno, individualista. Nessun pregio come uomo? Non ci sarebbe da stupirsi; tanti grandi musicisti erano e sono piccoli uomini…

“Beh, già essere individualista può essere un grande pregio, a mio modo di vedere. Dipende dal significato che si dà al termine. Ma i pregi di Lucio come uomo ci sono: era spiritosissimo, e questa è una delle più belle doti che possa avere una persona; le persone con cui ha stabilito un rapporto d’amicizia (che non si dà mica a chiunque: è una cosa seria) lo ricordano come umanissimo e piacevolissimo; e alla fine, anche sotto la scorza del taccagno, dalle interviste viene fuori che aiutava chi ne aveva bisogno.”


Nel lavorare al libro sei incappato in qualche novità inedita, qualche curiosità finora sconosciuta?

“Uno sterminio, anche se spesso si tratta di “cose da fans”. Qualcosa che possa scuotere il grande pubblico c’è: innanzitutto questo libro mette una pietra tombale sopra la leggenda del “Battisti nero”, finanziatore dei terroristi di Ordine Nuovo. Il bassista Bob Callero ricorda chiaramente la preoccupazione di Battisti e Mogol (specie di quest’ultimo) per la fama di destrorso che si era addensata su Lucio e una discussione tra i due sulla possibilità di votare Pci. Ora, non importa se l’abbia fatto o no: un finanziatore del terrorismo nero non avrebbe mai preso in considerazione neppure l’ipotesi. Lucio non era nemmeno comunista, sia chiaro: era un fricchettone liberal che non voleva essere usato da nessun partito per scopi politici. Per questo probabilmente, dopo un incontro di avvicinamento con “Re Nudo”, la rivista quasi ufficiale del Movimento, in vista di un’eventuale rentrée live al Festival del Proletariato Giovanile di Parco Lambro, rinunciò a quest’idea. L’incontro è ricostruito nel libro con interviste a tutti i protagonisti. Anche qui, comunque, non mi riesco a pensare che un finanziatore occulto di Ordine Nuovo si incontri amichevolmente con i principali esponenti dell’estrema sinistra: ridicolo oggi, tanto più nel clima di piombo degli anni 70.

Altre novità: “Anima latina” doveva essere doppio e da qualche parte, forse, ci sono nove inediti; inoltre penso di aver dato un buon contributo all’individuazione delle influenze brasiliane sul disco, entrando nello specifico, indicando fonti e autori di ispirazione”.


Per te il disco è un capolavoro, per me invece, che all’epoca non ho minimamente preso in considerazione, oggi risulta drammaticamente datato. Bastano davvero le buone intenzioni – fare musica che coinvolga attivamente l’ascoltatore, stravolgere la forma canzone strofa-ritornello ecc. – per fare belle canzoni?

“Quelle di “Anima latina” sono splendide canzoni, non buone intenzioni. Ovvio che non tutti abbiamo gli stessi gusti. Io aborro Vasco Rossi, lo vieterei per legge, ma milioni di persone pensano invece che scriva canzoni meravigliose: chi ha ragione? Tutti quanti e nessuno. Ognuno può decidere solo per sé, ed è giusto così. A me “Anima latina” ha cambiato la vita. Se ho sviluppato certi gusti musicali e non altri, è merito di “Due mondi”, sentita da qualche juke-box in un’estate caorlina del 1975. Certo, non è un disco nazional-popolare: ma se fosse questo il metro con cui giudicare se la musica bella o no, allora “L’aiuola” di Grignani si studierebbe nei Conservatori. Invece, nonostante il suo enorme successo di sette anni fa, per fortuna non se la ricorda nessuno. “Anima latina”, così come qualsiasi altro disco, non deve piacere per forza a tutti: ma, guarda caso, è uno dei dischi di Battisti che più resiste all’usura del tempo, grazie anche alle sue soluzioni visionarie; uno dei più amati dalle nuove generazioni, come dimostrano anche i quattro interventi finali di alcuni tra i migliori artisti indie di oggi (e Dente inizia il suo nuovo disco “L’amore non è bello” con un’aperta citazione di “Abbracciala abbracciali abbracciati”); inoltre, in genere è il disco che fa ai rockettari meno truzzi cambiare in positivo il giudizio su Battisti. Inoltre non immagini le mail che mi arrivano, da quando è uscito il libro, da parte di altri musicisti indie che mi raccontano quanto è stato importante per loro questo disco. Quindi, insomma, sarò un pazzo, ma non sono il solo. Siamo davvero in tanti”


Ti hanno dato una mano anche i fan club: ci sono ancora tanti devoti a Lucio?

“Di fan club sul web ce ne sono addirittura due: il forum it.fan.musica.lucio-battisti e http://www.luciobattisti.info/. Ogni anno le celebrazioni battistiane di Molteno sono affollatissime. Il numero delle iniziative locali dedicate a Lucio è addirittura in aumento. I nuovi musicisti riscoprono Lucio proprio con gli album da “Il nostro caro angelo” in poi, “E già” e bianchi panelliani inclusi, escludendo in genere proprio il primo Battisti, quello più nazional-popolare. Direi che la sua influenza è in aumento. Perfino i gruppi italiani più esterofili, quando mi sono trovato a intervistarli, non per il libro, mi hanno stupito citando come unica influenza italiana proprio Lucio. Non c’è da stupirsene: è il nostro Beatle. Imprescindibile. L’unico, tra i cosiddetti “cantautori” degli anni 70, a fare davvero musica, insieme a Battiato e Pino Daniele, senza essere in nulla inferiore ai modelli stranieri: non a caso due sue canzoni, interpretate da band straniere nel 1969 fecero la numero uno in Usa e in Uk: “Balla Linda” nella versione degli americani Grassroots (diventò “Bella Linda”) e “Il paradiso” in quella degli inglesi Amen Corner (“(If Paradise Is) Half as Nice”).


Ci confessi i tuoi top 5 di Battisti?

“Come canzoni, dici? Metto come regola che siano tutte di album differenti, sennò avrei bisogno di almeno venti possibilità. Compiendo questa dolorosa scelta direi “Due mondi”, ovviamente. Poi “Le tre verità”, “Vento nel vento”, “Ancora tu”, “Mistero”.

Una mosca curiosa. Metafora della politica

Ero una mosca curiosa e sempre affamata. Ma in quel tempo erano tutti affamati, perché c’era una gran crisi. La gente mangiava di tutto, escluse le mosche ovviamente, altrimenti ora non sarei qui a parlare della mia esperienza.

Un giorno presa dalla fame e da una indicibile curiosità, riuscì a entrare in un cassetto aperto della cucina. C’erano poche cose dentro e una, in particolare, mi colpì. Era un bicchiere con un’etichetta colorata. Il vetro era trasparente e lasciava vedere qualcosa di scuro, simile a un’altra cosa che io frequento molto spesso, perché me ne nutro.

Il tappo del bicchiere era bianco e, per fortuna, non era stato chiuso molto bene. Sicché, senza neanche tanto sforzo, riuscì a entrarci dentro e, piano piano, arrivai verso il fondo. Dal profumo che emanava non sembrava proprio quella cosa che ben conosco. Aveva un che di dolce-amaro che mi attirava molto.

Provai a sentirne un po’ e devo dire che mi piacque subito. Strano, perché noi mosche siamo abbastanza schizzinose: ci piace soprattutto la merda, anche se non disdegniamo la spazzatura, i cibi avariati e in genere le cose putrefatte.

Fatto sta che dopo averne sentita un po’, ci provai gusto e, visto che non mi faceva alcun male, andai all’arrembaggio e cominciai a divorarmi tutto il vasetto. Ero diventata come ubriaca. Non solo le zampe, ma anche le ali, la testa, tutto il corpo era impiastricciato di quella sostanza color merda.

Avevo la pancia piena, non mi ero mai sentita così bene, così felice. Avevo completamente dimenticato la fame che attanagliava le persone fuori del bicchiere. Ero come stordita: sarei voluta rimanere lì per sempre.

Ad un tratto però vidi dal vetro del bicchiere una mano entrare nel cassetto: una mano maschile, tutta pelosa da far ribrezzo, che si dirigeva verso di me. La mano prese il bicchiere, aprì il tappo e un gigantesco occhio mi guardava dall’alto. Siamo rimasti così per qualche secondo: io guardavo lui, lui guardava me.

Improvvisamente fece una cosa che non mi sarei mai aspettata: infilò due dita nel bicchiere e cercò di prendermi. Per me era impossibile fuggire, anche perché avevo le ali appesantite da quella leccornia color merda.

E così lui mi prese, mi avvicinò alla sua bocca e, con mia grande sorpresa, l’aprì. Pazzesco: stava per mangiarmi! Gli uomini non l’avevano mai fatto. Tutta ricoperta di cioccolata, ero diventata per lui una leccornia.

Prima che arrivassi a toccare la sua lingua, riuscì a fare una cagatina, per fargli capire, in extremis, ch’ero un essere schifoso, un animale immondo. Ma fu tutto inutile: quello non riuscì a distinguere la cioccolata dalla mia cagatina e mi divorò senza neanche masticarmi.

Il caso poi volle che il suo stomaco non riuscì a digerirmi ma mi spinse, così com’ero, nel suo intestino, finché poi venni espulsa dal suo corpo, insieme a quella cosa che a me piace molto.

Ora indovinate da dove vi scrivo queste cose. E’ un paradiso terrestre: il profumo della mia libertà.

Premessa poetica per la politica

Non può essere un peccato desiderare di morire. Si desidera vivere, ma solo finché ci sono le condizioni per farlo. Quando la sofferenza è troppo grande, si preferisce andarsene.

E’ il dolore che toglie la speranza. Ma forse, più che il dolore, che comunque oltre un certo limite non può essere sopportato, è la solitudine, la sensazione di non poter contare sull’aiuto di qualcuno nel momento della sofferenza più terribile. E’ la mancanza di sicurezza, di protezione, di assistenza che porta ad abbandonarsi, a preferire la soluzione estrema. Non riusciamo in queste condizioni di isolamento a sopportare una sofferenza troppo prolungata, neanche nel caso in cui non sia molto forte.

Una sofferenza molto forte può essere sopportata meglio se abbiamo la percezione che sarà breve. Anzi, se la percezione è una convinzione relativamente sicura, accettiamo la sofferenza, anche quella più acuta, come una prova da superare: ci mettiamo in gioco quasi volentieri. Contiamo sul fatto che con l’aiuto di qualcuno, prima o poi la prova verrà superata.

Se non possiamo contare su qualcuno, la nostra capacità di resistenza si riduce di molto; anzi, quanto più si è soli, tanto più facilmente ci si arrende. Si è addirittura portati a ingigantire i problemi: si perde l’obiettività delle cose. Si comincia a fantasticare in negativo.

Questo perché noi non siamo fatti per vivere da soli, siamo animali sociali, abbiamo bisogno di compagnia, di fare qualcosa con qualcuno. Abbiamo bisogno di fidarci di qualcuno e che qualcuno si fidi di noi, per farci sentire importanti, o almeno utili.

Noi non siamo come gli animali, abbiamo bisogno di motivazioni per vivere. Non riusciamo a vivere basandoci semplicemente sull’istinto, anche perché è proprio il nostro istinto di sopravvivenza che ci spinge a cercare qualcosa di emotivo o, se si preferisce, di spirituale. Dentro di noi alberga una fiamma che ha bisogno di energia per ardere e questa energia da soli non possiamo darcela. Sono gli altri la nostra energia.

A volte lo sono così tanto che quasi ci convinciamo che quanto in vita abbiamo fatto, non andrà perduto. Ci piace sognare che qualcuno proseguirà i nostri progetti esattamente come noi li abbiamo pensati e sviluppati. Ci illudiamo che, anche se siamo stati traditi in vita, non lo saremo dopo morti.

Dire che Ahmadinejad è “il nuovo Hitler” non è solo una grande idiozia. Dobbiamo reagire al conformismo e alla prepotenza che con scuse sempre più insostenibili ci vogliono trascinare a una nuova grande guerra

Paragonare Ahmadinejad a Hitler, anzi sostenere addirittura che lui è già il nuovo Hitler, può darsi che faccia fare bella figura e raccattare qualche voto tra gli oltranzisti, ma è una affermazione da perfetti imbecilli, per giunta in mala fede, perché totalmente campata per aria.  Eppure, ecco quanto ha declamato il presidente del parlamento israeliano, Reuven Rivlin, dirigente del Likud, durante una cerimonia commemorativa della Shoà: “Il mondo ha visto ieri il ritorno di Adolf Hitler, che questa volta ha la barba e si esprime in Farsi” e ancora: “Le sue parole sono le stesse, le aspirazioni sono le stesse, la determinazione di dotarsi dei mezzi per realizzarle è la stessa determinazione minacciosa”. Rivlin ha anche biasimato la Svizzera per la accoglienza riservata ad Ahmadinejad “nel nome della neutralità”. Rivlin ha pronunciato le sue parole riferendosi alle dichiarazioni del capo del governo iraniano a Ginevra alla conferenza contro il razzismo chiamata Durban II perché la prima si tenne in Africa nella città di Durban, e vide anche allora non solo gli Usa strapparsi i capelli per le affermazioni di vari leader sul razzismo di Israele. Per parte sua il presidente Shimon Peres ha ringraziato i Paesi che hanno deciso di boicottare la conferenza: “Le camere a gas sono sparite, ma i veleni rimangono”. Tra i veleni, rimangono però anche e soprattutto le centinaia di bombe atomiche clandestine israeliane, delle quali peraltro proprio Peres è il papà. E che si tratti di veleni lo dimostra il fatto che l’armamento nucleare israeliano è vissuto – inevitabilmente – dai vari Paesi arabi e islamici come una minaccia, visto anche che per esempio in Italia in molti – da Vittorio Messori in su e in giù – danno apertamente per scontato che Israele prima o poi le userà, e anzi applaudono entusiasti a questa prospettiva. Continua a leggere

ISRAELE E IRAN: DUE MINE VAGANTI SULLA STRADA DI OBAMA IN MEDIO ORIENTE

Il mio amico Benito Li Vigni, ex collaboratore di Enrico Mattei e uno dei massimi esperti mondiali di petrolio, sta correggendo le bozze del suo libro “I predatori dell’oro nero”, del quale ho proposto la pubblicazione a Baldini-Castoldi-Dalai. Il libro uscirà a giugno e racconterà tutti i misfatti compiuti per accaparrarci il petrolio in tutto il mondo, comprese le truffe che portano a un prezzo spesso fuori controllo e fuori dalla realtà dei costi effettivi. Li Vigni è stato testimone anche della disponibilità dell’iraniano Katami  di fornire petrolio a Israele pur di favorire la costruzione in territorio palestinese di due impianti per produrre fertilkizzanti che avrebbero dato un ottimo lavoro ad almeno 7 mila palestinesi e della volontà dell’israeliano Sharon di impedire, come in effetti è avvenuto, la costruzione di tali impianti così come qualunque possibilità di decollo economico palestinese. Data la sua vasta esperienza, ho chiesto a Li Vigni di dire la sua su quelli che ritiene i problemi cruciali del Medio Oriente. Ed ecco ciò che ha scritto per noi:

ISRAELE E IRAN: DUE MINE VAGANTI SULLA STRADA DI OBAMA IN MEDIO ORIENTE

di Benito Li Vigni

Nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre Israele mise in atto una sorta di contingente scellerata vendetta massacrando molti palestinesi nella più totale impunità e con la tacita approvazione della Casa Bianca. L’Organizzazione delle Nazioni Unite non poté far nulla per fermare o circoscrivere la dura e «preventiva» repressione israeliana che porterà un sondaggio d’opinione europeo – comunque privo d’intenti antisemiti – ad accusare lo Stato ebraico di travalicare, con la sua aggressività, i limiti di una pur legittima lotta al terrorismo, così da rappresentare anch’esso una minaccia per la pace in quella martoriata parte del mondo. Il giornalista Paolo Barnard, autore di documentatissime inchieste sul terrorismo dei paesi che dicono di combatterlo, scrisse a proposito di Israele: «Eppure, rimane il fatto che in Occidente si fatica ad ammettere che Israele abbia praticato e pratica il terrorismo. Taluni rigettano questa nozione radicalmente, anche se la storia la dimostra in maniera incontrovertibile… Questo è potuto accadere perché l’Occidente ha intenzionalmente alterato la “narrativa” del conflitto israelo-palestinese, per tutelare i propri interessi nell’area. Continua a leggere

La vita erotica, e non eroica, dei superuomini

Non è la prima volta che scrivo di un libro: questa è la volta di “La vita erotica dei supereroi”, l’ultimo romanzo di Marco Mancassola uscito sul finire del 2008 e già in ristampa (www.marcomancassola.com). Lo seguo con dedizione materna fin dagli esordi con “Il mondo senza di me” del 2001: allora aveva 27 anni, io molti di più ma mi colpì al cuore, lo fece battere un po’ più forte. Nonostante credo di condividere poco o nulla del suo mondo, le sue emozioni, il suo stile. Eppure…

Per Marco la musica è importante. Nei suoi scritti cita band e canzoni, i suoi reading sono spesso arricchiti da dj set. Alla dance ha incentrato interamente un suo libro, “Last love parade” un saggio-memoriale lungo la storia della cultura dance e della musica elettronica (Mondadori Strade Blu 2005 – Oscar Mondadori 2006). E con due musicisti e altrettanti artisti visivi ha dato vita alla band creativa Louis Böde, con cui ha firmato nel 2007 la raccolta di fiabe noir “Kids&revolution” Tornando al suo ultimo lavoro, letto avidamente, mancano agganci o riferimenti musicali…. “Non vedo perché avrebbero dovuto esserci – mi risponde Marco – ogni romanzo è un’avventura a sé. Ogni romanzo ha i suoi orizzonti. Comunque qualche musica è citata: Jeff Buckley, Schubert, Madonna. Il cantante blues morto giovane, il compositore romantico morto altrettanto giovane, la vecchia volpe del pop.”

I tuoi supereroi sono in pensione: ognuno sta reagendo a modo suo al cambiamento, con fatica. L’età gioca brutti scherzi: i superpoteri, sfoderati ora in privato, magari per potenziare la resa erotica, non sono più quelli smaglianti di un tempo. E a te fa paura la decadenza del corpo e della mente, insomma invecchiare? “Per nulla. Suppongo che con il tempo le possibilità del corpo e della mente si restringano, ma quelle dello spirito, qualunque cosa sia lo spirito, di sicuro si espandono… Se ho descritto la vita di alcuni eroi ormai maturi, quasi anziani, non è stato per esorcizzare una mia paura. L’ho fatto piuttosto per parlare, con pietà e a volte ironia, di un’epoca che impedisce alle persone di invecchiare in modo sano. L’epoca contemporanea strumentalizza la vecchiaia proprio come strumentalizza la gioventù: i media e i luoghi comuni ci fanno oscillare tra i due modelli dell’anziano derelitto, povero, vittima designata di ogni possibile stravolgimento sociale, e quello dell’anziano che invece resta in pista a tutti i costi, spalmato di finta giovinezza, smanioso, consumista ed erotizzato. Insomma, da una parte il nostro presidente del consiglio ultrasettantenne sempre abbronzato, che si vanta del proprio vigore sessuale; dall’altra il pensionato intervistato dal TG4 in qualche strada di periferia, che racconta con voce stentorea il proprio terrore per tutto ciò che gli accade intorno. Sono due poli della stessa banalizzazione. In entrambi i casi, la vecchiaia appare un inferno. Eppure, il ruolo più evidente della vecchiaia è sempre stato quello di meditare, di pacificarsi, di allungare qualche sereno consiglio ai più giovani. Il mondo odierno sembra mettere grande impegno neldimenticare che la vecchiaia può essere, anzitutto, un’età di saggezza e di luminoso distacco.

I vecchi supereroi non vengono sostituiti da altri altrettanto validi: non servono più? “Non so se servono o meno. So che non sono più creduti. Noi non siamo più in grado di avere eroi, di riconoscerli, di credere in loro senza cedere prima o poi alla tentazione di distruggerli. Nel nostro spazio sociale non esistono eroi, soltanto star. Un personaggio come Obama, ad esempio, entra nel mito prima di entrare nella storia. Una volta si conquistava il riconoscimento del mondo dopo essere diventati eroi a forza di fatti: adesso i fatti sono superflui. Conta soltanto l’isteria mediatica che si scatena intorno a qualcuno. Noi non sappiamo offrire fede autentica a nessuno, solo entusiasmo effimero. Ci annoieremno presto di Obama, ci annoieremo di tutti. Al possibile eroe, chiediamo troppe cose e tutte confuse”.

Le disavventure dei tuoi supereroi sono ambientate negli Usa: un simbolo della decadenza occidentale?“’America’ ci è sempre parso un paesaggio ideale, cinematografico, mitico, romantico, morale, persino metafisico. L’America è il nostro teatro dell’anima, il luogo dove ogni storia sembra in grado di aprirsi a una lettura universale. Nel libro ho messo un personaggio italiano che incarna il mio punto di vista di fronte a questo orizzonte. L’America appare però uno spazio esaurito, in senso tanto metaforico quanto fisico. Il suo stesso paesaggio geografico ha smesso da un pezzo di essere frontiera aperta, nuova scoperta. Se ci pensiamo, la fine del mito americano potrebbe risalire agli anni Settanta, quando gli Stati Uniti hanno smesso di mandare astronauti sulla Luna e hanno interrotto il loro programma di esplorazioni spaziali. Se l’America non si espande all’infinito, se non conquista nuove frontiere, allora che razza di America è? Al contrario, l’America si è ripiegata sullo spazio chiuso di un mondo sempre più stretto. Di nuovo, si tratta di un processo sia metaforico che concreto. Mi sembra interessante pensare all’ultima ondata di speculazione edilizia che ha intasato il paesaggio americano… Milioni di case suburbane tutte uguali. Sono state proprio quelle case, rimaste vuote, a dare il via alla crisi del debito e della finanza mondiale. L’America era un paesaggio libero su cui proiettare i nostri sogni. Adesso è uno spazio sovraccarico. Un teatro con troppa scenografia”.

Ritroveremo presto Marco Mancassola in libreria con “Les limbes”: “E’ un libro che uscirà in Francia per l’editore Gallimard. Raccoglie un paio di testi già editi in Italia e un testo del tutto inedito. Parla del nostro stato di attesa e di incertezza…”

Il futuro nelle nostre mani

La sinistra radicale non ha dubbi nel sostenere che sul piano economico la crisi endemica del capitalismo dura da almeno 30 anni. Ci si accorge poco di questa situazione soltanto perché, dopo il decennio che va dal 1968 al 1978 la capacità di resistenza delle masse popolari è andata progressivamente diminuendo. Tuttavia altri fattori ne denunciano la presenza, vissuti in maniera individuale: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro e la diminuzione del potere d’acquisto di stipendi e salari.

Alla progressiva caduta tendenziale del saggio di profitto (una delle leggi bronzee del capitale) s’è cercato di far fronte non solo coi due classici rimedi anzidetti, ma anche puntando sul potenziamento del commercio estero e sulla finanziarizzazione dell’economia, che hanno fatto nascere quello che con una parola sintetica viene detto il “globalismo”, cioè il dominio incontrastato del capitale su scala mondiale, che storicamente è iniziato con la nascita della deregulation reaganiana.

Il commercio estero ha avuto un’impennata enorme col crollo del cosiddetto “socialismo reale”, comportando però anche l’affacciarsi sui mercati mondiali di nuovi paesi capitalistici, molto agguerriti, le cui merci hanno prezzi davvero competitivi, potendo essi sfruttare un costo molto basso della loro manodopera, non abituata alle leggi del mercato.

L’enorme espansione del credito, ovvero la gestione dell’economia produttiva da parte di quella finanziaria ha generato incredibili bolle speculative, rese ancor più gigantesche dalla facilità degli scambi telematici. Queste bolle (si pensi solo a quella degli alti tassi di rendimenti assicurati dagli Usa negli anni Ottanta per rastrellare capitali da tutto il mondo, rivelatasi poi un buco nell’acqua), che sembravano garantire enormi rendite con rischi molto bassi, sono improvvisamente scoppiate, a causa dei periodici e drammatici crolli borsistici, mandando in fallimento banche e imprese, e soprattutto mandando in rovina i piccoli risparmiatori, che ormai hanno rinunciato a risparmiare e investire, pensando solo a sopravvivere.

Gli Stati anzi, pur di contenere al massimo gli effetti devastanti dei crac di borsa, dei fallimenti aziendali e delle crisi bancarie, hanno attinto agli ultimi risparmi dei lavoratori, hanno usato il gettito fiscale non per rilanciare la produttività, ma per sanare situazioni finanziarie disperate, provocate da abusi e speculazioni d’ogni genere. Oggi non solo una gran parte dei cittadini, ma anche e soprattutto le istituzioni pubbliche dello Stato e degli Enti locali vivono sopra una montagna di debiti.

In Italia i debiti sono più sul versante istituzionale che privato, ma la situazione resta ugualmente preoccupante, proprio perché, essendo molto forte da noi l’evasione fiscale, il debito pubblico viene praticamente sostenuto con la pesante tassazione dei già magri stipendi e salari dei lavoratori, e naturalmente facendo incetta dei risparmi sempre più esigui, attraverso l’immissione continua di titoli, i cui interessi vengono pagati dallo Stato solo dopo aver emesso nuovi titoli, in una spirale senza fine.

Non essendoci da noi il senso del bene pubblico, collettivo, a causa di pregresse ragioni storiche e culturali, manca un controllo dell’equità fiscale, una lotta tenace contro il lavoro nero e precario e soprattutto contro la criminalità organizzata, che fattura capitali enormi (al momento non meno del 6% del pil nazionale). L’intero paese è dominato da un gigantesco debito statale, che viene parzialmente compensato da un pil molto elevato, che ci pone tra i primi dieci paesi al mondo. Si calcola tuttavia che entro il 2025 il nostro paese verrà superato dalla Spagna (oggi nona) e dal Brasile (oggi decimo) e, a questi ritmi, anche da Corea del Sud, India, Indonesia e Russia.

Da noi l’individualismo è caratterizzato da un proliferare abnorme di imprese piccole e piccolissime, spesso coincidenti con lo stesso titolare della partita iva; imprese la cui gestione è di tipo familiare e dove l’innovazione è molto scarsa, ivi inclusa, ovviamente, la formazione richiesta. Imprese di questo genere, unitamente al valore considerevole che ancora oggi si attribuisce alla struttura familiare, rendono il nostro paese relativamente debole in un mercato globale del capitalismo avanzato. Esse sono in grado di reggere la concorrenza soltanto quando possono fruire di un certo protezionismo statale o quando lo smercio dei prodotti può muoversi dentro confini nazionali, senza dover fronteggiare una forte concorrenza straniera (cosa che già con la nascita dell’U.E. non è più possibile).

Le imprese che possono competere all’estero o che possono reggere i colpi della concorrenza straniera devono essere di dimensioni medio-grandi o comunque devono smerciare prodotti dai prezzi contenuti oppure aventi un buon valore aggiunto, perché frutto di studi e ricerche.

Il crollo del “socialismo reale” non ha certo favorito le imprese piccole non facenti parte di un indotto significativo, ma solo quelle medie e grandi, che avevano capitali sufficienti per investire in quei territori. Anzi, con la trasformazione capitalistica delle economie di quei paesi, tutte le nostre aziende, non solo quelle piccole, hanno dovuto fronteggiare una concorrenza inaspettata, spesso brutale (in quanto non sempre vengono rispettate le regole del mercato o gli standard previsti per le nostre aziende), una concorrenza che non si pensava così immediata, in quanto si era convinti, in virtù della propaganda occidentale, che quei paesi fossero molto arretrati sul piano tecno-scientifico, anche se si poteva facilmente immaginare un costo del lavoro molto basso.

Il globalismo si sta rivelando un grosso affare solo per chi è davvero in grado di muoversi a livello internazionale. Dovremo pertanto aspettarci, nei prossimi decenni, una fortissima concentrazione di capitali e di imprese nelle mani di pochi monopoli che sapranno agire con molta disinvoltura su scala planetaria. Qualunque crisi sistemica, fatale per le sorti dei piccoli produttori, non farà che ingigantire il potere di questi colossi.

Un enorme potere concentrato nelle mani di poche strutture produttive, avente una fisionomia fortemente internazionale, in grado di condizionare pesantemente anche le istituzioni politiche, trasformerà le società civili in un serbatoio di manodopera a costi talmente bassi da sfiorare lo schiavismo di epoca romana.

Una situazione del genere può trascinarsi all’infinito, se le forze soggette a sfruttamento non spezzeranno le catene che le legano. Non è affatto vero che questo processo di concentrazione del potere economico e politico sarà tanto più lento o tanto meno violento quanto meno si cercherà di contrastarlo. Non è neppure vero che l’assenza di un’alternativa al sistema capitalistico renderà meno forte la competizione tra i monopoli all’interno di questo sistema.

Il capitale divora non solo i lavoratori ma anche gli imprenditori più deboli, e quando arriva a un punto che per continuare a divorare occorre scatenare guerre e conflitti d’ogni tipo, non ha scrupoli nel farlo. Attualmente vi sono oltre 30 guerre sull’intero pianeta, i cui conflitti tra gli Stati coinvolti non sono stati risolti per via diplomatica.

Ecco perché bisogna che i lavoratori si attrezzino, sin da adesso, ad affrontare il peggio.

  1. Anzitutto essi devono rendersi conto che se il capitale riesce a muoversi a livello internazionale, anche loro, per potersi difendere dallo sfruttamento, devono muoversi nella stessa maniera. Una collaborazione di classe a livello solo nazionale non ha più senso. Occorre costituire una struttura internazionale a difesa dei lavoratori di tutto il mondo: una struttura che affianchi quelle nazionali già esistenti e che abbia potere contrattuale nei confronti delle multinazionali, le cui sedi produttive sono sparse sul pianeta;
  2. in secondo luogo occorre capire che un’alternativa al capitalismo deve essere un’alternativa ai fondamenti di questo sistema, cioè l’industria, il mercato, gli scambi monetari… Non si tratta soltanto di superare il momento dello sfruttamento dei lavoratori (plusvalore), ma anche il primato del valore di scambio su quello d’uso, il primato del mercato sull’autoconsumo, il primato dell’industria sull’agricoltura ecc.;
  3. in terzo luogo occorre assolutamente convincersi che non può esistere alcuna alternativa reale al capitalismo, cioè alcuna forma di socialismo umano e democratico, senza rispettare i processi riproduttivi della natura: questa è la base da cui partire per realizzare una transizione eco-compatibile;
  4. in quarto luogo bisogna affermare il principio della ineguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, nel senso che chi ha più bisogno ha più diritti. Va abolito il principio borghese secondo cui di fronte alla legge si è tutti uguali: affermare un principio del genere quando poi nelle società civili si permettono, in nome della proprietà privata, le differenze più abissali, è un controsenso;
  5. in quinto luogo bisogna sostenere, a livello mondiale, tutte le forme in cui si esprimono i valori umani, dei quali il principale è quello della libertà di coscienza. Nessuno può essere costretto a fare ciò che non vuole. Chiunque sia in grado d’intendere e di volere deve essere lasciato libero di assumersi le responsabilità delle proprie azioni.

7 aprile 1979: la lezione è sempre attuale, ma nessuno impara. Si insiste negli stessi clamorosi errori, quasi sempre disonesti

Sono passati ormai ben 30 anni dal 7 aprile 1979, quando di primo pomeriggio mi trovai in manette assieme a un’altra dozzina di miei amici e conoscenti famosi, da Toni Negri a Franco Piperno, da Oreste Scalzone a Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce, accusati in blocco dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero di essere i responsabili del rapimento e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, uomo di punta della Democrazia cristiana e di qualche governo, e i membri della direzione strategia del’intero terrorismo di sinistra italiano: dalle Brigate Rosse alla cosiddetta Autonomia Organizzata (“cosiddetta” perché non ho mai visto nulla di più disorganizzato) passando per Prima Linea. Mi spiace molto non poter essere il 7 di questo mese a Padova a rimembrare quei giorni assieme ai superstiti – alcuni infatti purtroppo non ci sono più – di quella straordinaria esperienza non solo giudiziaria, ma anche umana e – nei confronti di molti – anche disumana. Le tragedie quando sono basate sull’ignoranza e sulla supponenza hanno sempre anche un lato ridicolo.

E infatti. Nel carcere romano di Regina Coeli, dove mi sbatterono dopo qualche settimana passata nelle carceri di Bassano e Venezia, potei finalmente leggere il mostruoso e voluminoso mandato di cattura (su 80 pagine, ne lessi solo poche, mi pareva tutto troppo irreale, assurdo, manicomiale) e scoprii così che ero accusato non solo di una quantità industriale di omicidi, ma perfino di non aver pagato il bollo della Renault rossa in cui era stato rinvenuto il cadavere di Aldo Moro. Continua a leggere