Meno akribeia e più oikonomia nella questione del celibato dei preti cattolici

Per attenuare il peso delle accuse che la stampa mondiale rivolge alla questione della pedofilia del clero cattolico, negli ambienti conservatori vaticani si va diffondendo l’idea che questo male sia più attinente all’omosessualità che non al celibato del clero. Come dire: vi sono più pedofili tra gli omosessuali in generale che non tra i preti cattolici in particolare.

Eppure i casi di pedofilia non riguardano i preti sposati. Perché dunque la chiesa romana è così restia a concedere il matrimonio ai preti? E’ l’unica chiesa al mondo che al clero secolare chiede l’assoluto celibato, salvo la dispensa che, obtorto collo ovvero per calcolo politico, concede a quei sacerdoti di rito bizantino o slavo che si dichiarano sottomessi al papa.

Nel nostro paese i preti cattolici sposati sono circa 10.000 (i celibi circa 35.000) e si riconoscono in varie associazioni (p.es. “Hoc Facite”, ma la più importante è “Vocatio” e il suo sito www.vocatio2008.it).

Ormai difendono la loro causa non solo autorevoli critici del Vaticano come p.es. Hans Küng (vedi il suo articolo su “La Repubblica” del 5/03/2010), ma anche esponenti di altissimo rilievo dello stesso mondo cattolico, come p.es. Schoenborn, Martini, Etchegaray, Hummes e altri cardinali, proprio alla luce dell’esperienza di oltre 100.000 preti che nel mondo hanno lasciato il sacerdozio a causa dell’atteggiamento ufficiale del papato verso la sessualità (e sono circa 1/4 di tutti i preti cattolici del mondo; negli ultimi 25 anni circa mille all’anno si sono spretati).

Perché continuare su questa assurda akribeia millenaria e non adottare invece il principio dell’oikonomia delle altre confessioni cristiane? Un principio che si basa sul noto assunto paolino secondo cui “è meglio sposarsi che bruciare”(1Cor 7,9).

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E’ dai tempi del Medioevo euroccidentale (ufficialmente dal 1139, col Concilio Lateranense II) che si avanti con questa storia del celibato dei preti. Ancora oggi, se si legge un qualunque manuale di storia medievale, là dove si parla di corruzione del clero, l’autore mette sullo stesso piano il clero simoniaco con quello concubinario, senza rendersi conto che i preti hanno potuto sposarsi per almeno un millennio (e quelli ortodossi lo possono ancora oggi).

E’ vero che col Concilio romano del 386 venne per la prima volta stabilito che vescovi e sacerdoti sposati non potevano più convivere con le proprie mogli, ma questa norma fu ampiamente disattesa durante tutto l’alto Medioevo. Tant’è che i preti (cattolici), ancor prima che venisse fuori il decreto ufficiale, si risolsero a ricorrere all’unione di fatto (concubinaggio o nicolaismo), proprio perché si vietava loro d’avere una moglie legittima. La concubina non era l’amante ma la donna con cui si conviveva senza legalizzare l’unione. Ebbene, ancora oggi questa cosa dagli storici viene considerata scandalosa, mentre appare loro del tutto normale che i vertici ecclesiastici impedissero al clero di sposarsi.

Forse pochi sanno che per la chiesa romana il matrimonio è diventato un sacramento, da celebrarsi obbligatoriamente dal sacerdote, solo col Concilio di Trento. Prima non era neppure considerato un “sacramento” o comunque per legalizzare l’unione in ambito cattolico era sufficiente il consenso libero degli sposi. Questo perché sin dai primi padri della chiesa cattolica (Agostino, Girolamo ecc.), il matrimonio è sempre stato visto come una sorta di “peccato”, per quanto veniale fosse. Figuriamoci se lo si poteva tollerare in ambito chiericale!

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E pensare che basterebbe rifarsi all’antica tradizione cristiana, sancita da vari documenti conciliari, per dirimere la controversia nella maniera più semplice possibile.

I canoni regolamentavano la cosa in maniera abbastanza precisa e nella sostanza, cioè nonostante alcune variazioni dovute allo scorrere del tempo, la chiesa ortodossa s’è mantenuta fedele ad essi.

Facciamo alcuni esempi. Il regolamento base (preso dal Nuovo Testamento) prevedeva l’accesso a qualsiasi grado dell’ordine sacro (diaconato, presbiterato e episcopato) da parte di chiunque avesse contratto un matrimonio legale una sola volta dopo essere stato battezzato (1Tim 3,2).

Si preferiva che i preti fossero sposati proprio per evitare eventuali usi impropri della sessualità, anche se la carriera episcopale, a partire dal VI Concilio ecumenico, si decise di riservarla soltanto ai monaci, che avevano l’obbligo della castità. Chi voleva diventare sacerdote restando celibe, non poteva più sposarsi, altrimenti sarebbe stato ridotto allo stato laicale. A dir il vero un prete poteva chiedere il divorzio per accedere alla carica episcopale, ma la moglie doveva essere consenziente e non poteva più risposarsi (poteva farlo solo se il marito sceglieva di diventare monaco).

Le uniche vere restrizioni (su cui oggi si potrebbe discutere), in campo matrimoniale, erano riservate più che altro alla donna, in quanto se uno voleva diventare sacerdote non poteva sposare una vedova o una ripudiata (che praticamente venivano considerate allo stesso livello), né una prostituta o una schiava (anche queste, grosso modo, messe sullo stesso piano) e neppure un’attrice, perché questa, esponendosi sulle scene, diveniva moralmente una donna di tutti. A meno che – beninteso – la donna non avesse cambiato completamente vita in virtù del battesimo, che quella volta veniva somministrato agli adulti, essendo una cosa seria e non, come oggi per la chiesa romana, uno strumento di rilevazione statistica.

La chiesa antica non impediva le nozze ai sacerdoti, però esigeva da parte loro una condotta irreprensibile. P.es. in caso di adulterio da parte della donna, questa, anche se si fosse pentita, era destinata a subire la separazione, oppure se fosse stata perdonata dal marito sacerdote, costui sarebbe stato ridotto allo stato laicale e all’interno della chiesa gli si sarebbe offerto un lavoro amministrativo. Lo stesso gli sarebbe successo se, in seguito a un’improvvisa vedovanza, avendo dei figli minori da accudire, avesse deciso di risposarsi. Inoltre era vietatissimo al prete sposare una propria nipote o, nel caso della propria moglie defunta, la sorella di lei.

Nella chiesa romana, a tutt’oggi, l’unica concessione che è stata fatta, oltre quella del matrimonio per i sacerdoti uniati, è stata l’abolizione del celibato obbligatorio per i diaconi non intenzionati a diventare sacerdoti.

La direttiva della “tolleranza zero” del 2003 appare sempre più un falso. Bertone infanga anche Ratzinger? La solidarietà di Berlusconi equivale a calpestare e vendere la dignità dei bambini italiani stuprati da sacerdoti. HANS KÜNG: Benedetto XVI ha fallito, 
i cattolici perdono la fiducia

Il 20 di questo aprile il vescovo di Miami, John C. Favalora, si è dimesso per avere coperto più di un caso di pedofilia nel clero della sua diocesi. Tra le varie polemiche nel clero vaticano leggo che Favalora “fu comunque uno dei primi vescovi ad adottare le nuove linee-guida invocate dalla Conferenza episcopale americana contro la pedofilia. A tal punto si spinse la sua azione che lo scorso ottobre fu criticato per avere autonomamente messo al bando, nella sua arcidiocesi, i Legionari di Cristo e il Movimento Regnum Christi, oggi sottoposti dal papa a visita apostolica dopo che è emersa la doppia vita del fondatore Marcial Maciel”.

Ora, se la logica non è solo una opinione, tutto ciò significa che NON è vero che nel 2003 Ratzinger ha fatto emanare la nuova “severa digniplina” contro i sacerdoti pedofili saltata fuori a sorpresa solo nei giorni scorsi. Senza contare che non il papa, ma solo un cardinale che si chiama Scicluna, avrebbe diramato l’asserito nuovo ordine. Ma c’è dell’altro. Sempre riguardo le polemiche su Favalora leggo su un autorevole quotidiano: Favalora “il 16  aprile [2007] aveva affrontato estesamente il problema della pedofilia in un articolo pubblicato sul sito della sua diocesi nel quale si legge: “Il processo di ammettere la propria peccaminosità è doloroso e i vascovi europei faranno quel che hanno fatto  i vescovi negli Usa,  introdurre cioè politiche di tollerenza zero per chi abusa””.

Bene. Ma se la tolleranza zero è stata introdotta dai vescovi degli Usa, come cavolo si fa a sostenere che è stata invece imposta da Ratzinger – che certo NON è un vescovo degli Usa! – già nel 2003? Si noti inoltre che Favalora nel 2007 – cioè ben quattro anni DOPO il 2003 – scrive che i vescovi europei “faranno”, al futuro, quello che i vascovi americani invece già fanno. Non si scappa: se nel 2007 “faranno” quel che negli Usa già fanno, allora significa ovviamente che fino al 2007 NON lo hanno ancora fatto! O vogliamo come al solito ridurre la logica a uno stuzzicadenti?

CONCLUSIONE: l’arma segreta tirata fuori dal Vaticano con ritardo sospetto è chiaramente un falso. Oppure anziché una bomba a “tolleranza zero” era una bombetta, un petardino, un peto, qualcosa che proveniva non dalle massime sfere ma da sfere con i cui “ordini severi” i vescovi quanto meno europei (ma anche africani, australiani, sudamericani, ecc.) possono fare quel che Bossi diceva che avrebbe fatto con la bandiera italiana. Continua a leggere

L’Australia riconosce Norrie come persona di sesso neutro

Lo so, ora molti sorrideranno; qualcuno alzerà le spalle e c’è chi rimarrà incredulo, non tanto per la condizione di  Norrie May-Welby, ma perché l’Australia è il primo Stato a riconoscere ad una persona lo stato di esere umano neutro: né gay, né trans, né etero. Neutro! E’ la battaglia vinta da questo/a quarantottenne, nato in Scozia, a Pasley,  e successivamente trasferitosi in Australia dove vive da cittadino/a a tutti gli effetti. La notizia di certo è parecchio curiosa: come ci si rivolgerà, parlando di lei/lui e con lei/lui? Il vocabolario pare non aiutarci, figurarsi la grammatica. Chi si può intendere di sesso neutro? Eppure il governo di Camberra ha preso la cosa sul serio e dopo una lunga ed estenuante battaglia legale, Norrie l’ha avuta vinta: sesso androgino, sessualità neutra.

Presi un acido ad una festa di eterosessuali. – ha dichiarato Norrie, raccontando la sua storia e le sue sofferenze – Da quel momento ho capito che non aveva senso chiedermi se ero donna o uomo. Sono un essere umano, voglio essere sia uomo che donna“.

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La forza della coscienza (in rapporto a pena e pentimento)

Nessuno potrà mai dire a qualcuno: “Toglimi la coscienza”. La coscienza può essere manipolata, ingannata, circuita, sedotta, ma non può essere in alcun modo eliminata. Neppure la morte, che è solo trasformazione della materia in altra materia, lo può.
La coscienza è l’autoconsapevolezza della materia. Il luogo in cui può esprimersi è appunto quello della materia, e può farlo in infiniti modi: coi sensi, i sentimenti, l’istinto, la ragione…
Noi siamo destinati a sviluppare la nostra coscienza, per cui, anche nel caso in cui avessimo commesso delitti orrendi, i più spaventosi che si possano immaginare, l’unico modo per stare in pace con la propria coscienza, è pentirsene.
Non è vero che l’angoscia viene quando si prende coscienza della propria colpa, quando ci viene chiesto di ammetterla pubblicamente, quando ci si pente del delitto, del crimine, del reato compiuto. Al contrario, l’angoscia è tanto più forte quanto più sale il livello di coscienza pubblica del senso di umanità che si deve rispettare. Tardare l’autocritica, il proprio pentimento, al cospetto di una società in cui il livello di moralità è in costante aumento, significa soltanto illudersi di poterla fare franca, significa perdere tempo con lo sviluppo della propria coscienza, significa rischiare inutilmente la propria emarginazione.
Se il livello di moralità cresce, la società saprà perdonare i propri carnefici. Se i carnefici non si pentono, non trovano motivo per farlo, significa che il livello di moralità è ancora molto basso. E se è molto basso, non vi è poi tanta differenza tra vittime e carnefici. Sono le vittime, i loro parenti e i loro figli che, rinunciando alla vendetta, al rancore, all’odio personale, devono alzare il livello di moralità di una società, proprio per indurre i colpevoli a pentirsi.
Se un colpevole avverte che la società sarà in grado di perdonarlo, più facilmente egli sarà indotto a pentirsi, a dire la verità delle cose. Chi si pente può risparmiarsi la punizione prevista dalle leggi, che è sempre irrisoria a confronto di quella che il colpevole dà alla propria coscienza non pentendosi. Le punizioni andrebbero date soltanto a chi non si pente, ma contestualmente ai tentativi, reiterati, di indurlo a pentirsi, proprio per risparmiargli il carcere o altre pene.
Bisogna anzi fare attenzione a non esagerare con le pene, quelle troppo dure o che si protraggono eccessivamente nel tempo, poiché possono diventare un alibi per non pentirsi. Stando in isolamento carcerario, il detenuto non si sente più colpevole ma vittima di un sistema che vuole esercitare la sua vendetta su di lui. Dunque perché pentirsi quando il carceriere non manifesta alcuna umanità?
Il carcere dovrebbe avere una funzione transitoria, momentanea, da utilizzarsi per impedire al colpevole di ripetere nell’immediato i propri crimini. In realtà il detenuto va reintegrato nel contesto sociale, invitandolo a pentirsi pubblicamente, a testimoniare le ragioni del suo comportamento, a spiegare le motivazioni, gli impulsi, i ragionamenti che vennero fatti in occasione del reato o del delitto compiuto.
Non ci potrà mai essere alcun pentimento se non si permetterà al colpevole di chiarire il proprio comportamento. E in ogni caso, anche se il colpevole non volesse pentirsi, è necessario ugualmente offrirgli la possibilità di un reinserimento sociale. In fondo nessuno può sapere quando uno in coscienza è davvero pentito di quello che ha fatto. L’importante è metterlo in condizione di nuocere il meno possibile, cioè di privarlo di tutti i poteri oppressivi che aveva al momento di delinquere.
La cittadinanza dovrebbe essere disponibile alla reintegrazione del colpevole, ma va comunque tutelata e in tal senso essa deve fidarsi che il colpevole, una volta scarcerato, non ripeterà il proprio crimine. Ovviamente non può esistere al 100% una certezza del genere, ma d’altra parte anche il colpevole deve fidarsi che la società voglia davvero reintegrarlo.
A partire dal momento in cui un colpevole viene catturato e imprigionato, e gli si fa il vuoto attorno, per impedirgli di continuare a delinquere per mezzo di altri che stanno fuori del carcere, la società diventa più forte di lui e smette, almeno indicativamente, di avere paura. Ebbene, quello è il momento in cui la società deve fare il primo passo per avvicinare il detenuto con l’intenzione di reintegrarlo. E il modo migliore di farlo è organizzare dibattiti pubblici in cui egli possa avere la possibilità di chiarire la propria posizione, la possibilità di spiegare la causa della propria delinquenza, la sua volontà di pentirsi e la sua disponibilità a cambiare vita.
La collettività deve potersi fidare di uno che si espone pubblicamente e si assume delle responsabilità. Essa deve anche manifestare una certa disponibilità ad accettare l’idea che tra le cause della delinquenza di quel colpevole, vi possano essere dei concorsi di colpa da parte di qualcuno (inclusa la stessa vittima). Le colpe, in genere, non stanno mai solo da una parte, ma sono sempre frutto di circostanze complicate, i cui protagonisti sono molteplici.
Se un detenuto prende coscienza che, in mezzo alla società, qualcuno è disposto ad assumersi le proprie responsabilità in relazione alla di lui colpevolezza, il detenuto ne trarrà giovamento, sarà più disposto a pentirsi, a non ripetere il proprio reato o delitto o crimine.
Se poi il colpevole non avverte alcuna necessità di pentirsi, e la società non avverte alcuna necessità di reintegrarlo, preferendo punirlo col carcere, i reati e i delitti saranno destinati ad aumentare, sino al punto in cui qualcuno chiederà di esercitare la pena di morte, che nel passato venne abolita proprio perché considerata inutile come deterrente, semplicemente perché di fronte ad essa il colpevole non si ha più nulla da perdere (non a caso là dove esiste per un omicidio, l’assassino ne può fare indifferentemente molti di più). Un colpevole riterrà lo Stato un nemico istituzionale e cercherà di combatterlo in tutti i modi.
Quanto più si userà la forza per punire, tanto più la userà chi vorrà delinquere. Chi è più forte: la società o il singolo? la società o il gruppo? Se i gruppi vogliono distruggere la società, questa deve armarsi e difendersi, con o senza l’intervento dello Stato, il quale generalmente viene avvertito dalla società come un corpo estraneo, inutile, se non nocivo. Ma appena ottenuta la vittoria, la società deve organizzarsi in maniera tale che i delitti e i reati non si ripetano, e questo è un compito che deve svolgere il più forte, usando solo la forza della coscienza.
Non ha alcun senso lottare e vincere se poi non si pongono le condizioni per smettere di lottare.

Iran: Berlusconi semina, Ahmadinejad raccoglie. Caro Ratzinger, ma lei l’ordine che ha inviato nel 2001 a tutti i vescovi del mondo di tacere alle autorità civili qualunque caso di pedofilia del clero lo ha ritirato sì o no? A giudicare dal nuovo scandalo e annesso silenzio della curia di Bologna, si direbbe proprio di no. Dalla Milano da bere alla Lombardia, e non solo, da spolpare: il nostro capo del governo spiega che i peggiori sono per lui “i migliori”

A Teheran stanno facendo il gioco di Silvio Berlusconi e dei suoi manovratori. Così è più facile ricominciare il tiro al piccione contro l’Iran, con l'”informazione” giornalistica che ci dà fulmineamente conto non solo di ciò che accade, ma anche di ciò che si vorrebbe accadesse ma non è ancora accaduto. Una domanda: come mai invece della Palestina non si ha MAI una altrettanto fulminea informazione? Per l’Iran diamo retta anche a twitter e affini, senza uno straccio di verifica, in Palestina invece diamo retta solo al portavoce del governo israeliano. Vi accadono soprusi a volte degni dell’Iran, ma NON se ne parla. Ahmadinejad gioca chiaramente la carta dell’esasperazione della tensione politica internazionale, in modo da poter dare meglio un giro di vite interno, e arriva a dichiarazioni provocatorie anche demenziali, però ha dichiarato chiaro e tondo in piazza che l’arricchimento dell’uranio per la famosa bomba atomica non interessa l’Iran. Concetti del resto già detti più volte, ma in quei casi ha fatto cilecca non solo twitter…

La rinuncia alle atomiche da parte di Ahmadinejad  sa di volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba, visto che a parte le chiacchiere soprattutto made in Usa e Israele – remake delle balle sulla “bomba” irachena – l’Iran non ha nessuna possibilità di arrivare a costruirla. Però il gioco al massacro, per ora a parole in attesa di poterlo trasformare in carne e sangue dei vinti, continuiamo a giocarlo. Il capo del governo o il capo dello Stato iraniano gridano che in Israele “collasserà” il sionismo – solo il sionismo, si badi bene, non Israele – ma i giornali traducono che ha gridato “Israele sarà “schiacciato”. Israele, non il sionismo. Che è chiaramente cosa diversa da Israele, così come un qualunque regime politico di uno Stato è cosa diversa dallo Stato con quel regime. Gli Usa e Israele e l’Europa vogliono far crollare il regime teocratico dell’Iran, ma questo NON significa che vogliano schiacciare l’Iran. O no? Di ritorno dal mio viaggio in Iran scrissi che il regime teocratico era condannato a crollare, perché la società civile è molto più avanti del regime, e nessuno s’è sognato di accusarmi di volere che l’Iran venisse “schiacciato”. O no? Sono molti i Paesi che sperano che in Italia crolli il “regime berlusconiano”, cosa sperata da un buon terzo degli stessi italiani, ma a nessun furfante verrebbe in mente di dire che tutti costoro vogliono che a crollare o ad essere “schiacciata” sia l’Italia. O no? Continua a leggere

Calciatore argentino del Napoli posa per una rivista gay

Che il calcio nostrano – o fors’anche quello mondiale – non ami commistionare omosessualità e pallone è cosa risaputa. C’è di meglio (o di peggio) da noi nel far sapere che il machismo la fa da padrone; che i calciatori omosessuali non se ne vedono e quindi non esistono; che sì, la curva è omofoba ma che volete, in fondo vale il risultato e la passione degli uni e degli altri per il pallone.

Il discorso vale così tanto che qualche tempo fa un calciatore parecchio osannato da noi, tale Gattuso  si mise di traverso sulla matrimonialità gay e i diritti alle coppie di fatto volute dal governo Zapatero.  «Per me le nozze sono tra un uomo e una donna, quelle tra omosessuali mi scandalizzano perché sono uno che crede nella famiglia da quando sono bambino e per chi crede nella religione una cosa del genere è molto strana», disse l’osannato.

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Milano Ittaglia: per metterla in ginocchio non serve il generale Inverno, basta il caporale Un Po’ Di Neve. Mentre passa per martire tipo S. Sebastiano il Berlusconi che vorrebbe strangolare qualche regista e fa il gesto “scherzoso” di sparare a una giornalista, il presidente Napolitano ha fatto passi da gigante: per definire aggressione quella di Tartaglia a Berlusconi non ha aspettato decenni come nel caso dell’Urss contro l’Ungheria e non s’è voltato dall’altra parte come per la mattanza di Gaza


http://www.youtube.com/watch?v=cbfeGUI6Ltc&feature=rec-LGOUT-exp_fresh+div-1r-3-HM

Il lato comico è che a Milano quando c’è un accenno di neve la gente veste come se dovesse attraversare il polo Nord o la Siberia. Ovunque, cappotti e giubbottoni o pellicce esagerate, cappucci stile Natasha, guanti iper, doposcì o stivali a tenuta stagna che neppure Napoleone alla Beresina. Con un grado sotto zero i milanesi si convincono di essere tutti in Lapponia, e più sono ricchi più sono ridicoli nel loro vestire demenzial siberiano e andare anche al bar sotto casa con il fuoristrada o comunque il mega cafone macchinose galattico. Poi però, a conferma che l’importante è fare scena e fregarsene della realtà reale, far finta di essere qualcuno e qualcosa senza in realtà essere niente e nessuno, insomma sotto il vestito e i capelli niente di niente, ecco che ogni volta che nevica sul serio Milano va in tilt, 10-20 centimetri di neve – per giunta previsti da una settimana – le fanno l’effetto di 10-20 vodke a un astemio. Napoleone e l’Italia di Mussolini furono sconfitti in Russia dal generale Inverno, Milano e l’intero Strapaese sono invece regolarmente messi in ginocchio dal caporale Un Po’ Di Neve. A Washington sono caduti 60 centimetri di neve, oltre il triplo che a Milano, eppure non c’è stata nessuna paralisi. A Milano invece con una spazzolatina di neve sparisce l’acqua in posti come Rozzano, senza che nessuno sappia o dica il perché, e non reggono i trasporti, il traffico e neppure il cervello degli amministratori cittadini, come fosse già debole di suo. Ho sentito con le mie orecchie il vicesindaco De Corato, persona seria e credo anche onesta, straparlare di soli otto mezzi “spargineve” in una intervista a Radio Popolare. Solo dopo molti minuti si è accorto che stava confondendo gli autocarri spargisale con gli inesistenti “spargineve”, per fortuna appunto inesistenti: ci manca solo che a Milano già al tracollo per la neve ci fossero pure camion che ne spargono ancora. Il brutto però è che, e mi duole dirlo, anche l’intervistatore di Radio Popolare è andato avanti un bel pezzo ripetendo degli “spargineve” che uscivano dalla bocca del vicesindaco.

Non ricordo se era il1985 o qualche anno dopo, ma a Milano ci furono una quindicina di centimetri di neve e andò tutto in malora, esattamente come questa volta. Feci una inchiesta per L’Espresso in tandem con il mio collega Roberto Di Caro. Chissà se gli sono cadute le braccia anche a lui in questi giorni… Continua a leggere

Arcigay plaude al Tribunale di Milano. Diritti assicurativi anche per le coppie gay.

Brillante sentenza del Tribunale di Milano a cui si era rivolto un dipendente di una banca che si era visto negare i diritti assicurativi previsti per il suo compagno. La sentenza emessa l’altro ieri, non solo ha censurato il comportamento di chi doveva esaudire la richiesta dell’impiegato, ma ha anche affermato la necessità di interpretare estensivamente l’espressione “convivenza more uxorio” nel senso di “unione” non formalizzata, e dunque senza alcuna discriminazione in base al sesso dei componenti, fondandosi giuridicamente sull’Articolo 3 della Costituzione, enunciazione del principio di uguaglianza formale e sostanziale, sugli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo; sull’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali UE e richiamando le moltissime risoluzioni del Parlamento Europeo, con le quali si invitavano gli Stati membri al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla lotta alle barriere discriminatorie. Continua a leggere

Ma Tartaglia era armato di duomo e crocefisso, attrezzi non proprio di sinistra, e Maroni e La Russa si sono dimostrati incapaci, altro che l’ondata di balle degli untori e dei mazzieri mediatici. A Togliatti spararono, ma non ci fu la reazione indecente stile berluscones sull’orlo di una crisi di nervi. Mentre i suoi scoppiano di odio più del solito, Berlusconi saggiamente parla di amore. Sicuri quindi che sconfesserà almeno l’odio seminato da anni a piene mani per esempio da radio Padania, eccogli qualche domanda in tema di amore

Ma Massimo Tartaglia contro Silvio Berlusconi non ha scagliato una piccola riproduzione del Duomo di Milano, cioè di una chiesa? E non gli hanno trovato nella sua borsa o valigetta un crocifisso di gesso lungo 30 centimetri? E allora come cavolo fanno i mazzieri di Berlusconi e i volenterosi untori al suo servizio a voler addebitare il gesto di quel disturbato psichico a chi non vuole più Berlusconi al governo anziché ai disturbi psichici di evidente stampo anche religioso di quel poveraccio di Tartaglia? E come mai i vari leader di “sinistra” fanno finta di non capire che chi va in giro con un crocifissone e riproduzioni di chiese può essere pericoloso a causa di possibili turbe “religiose”, tra tutte le più devastanti come dimostra a iosa la Storia? Possibile che il nanismo delle personalità dei leader della sinistra arrivi a un tal punto di bassa statura e di autocensura nei confronti di tutto ciò che sa di clero? Se si vuole per forza dare la colpa a qualcuno che ha “soffiato sul fuoco” di una mente psicolabile come quella di Tartaglia si potrebbe più realisticamente puntare il dito contro certe predicazioni clericali che da sempre divorano le menti non solo dei più deboli spingendoli ai gesti più scemi e a quelli più orrendi. Continua a leggere

Arcigay Vs Francesco Bruno che afferma: “L’omosessualità è una patologia”

Pensavamo di esserci liberati da certe diatribe scientifiche, in nome della verità, su certe attribuzioni verso l’omosessualità. Ci eravamo sbagliati. Esistono ancora uomini di cultura scientifica che trattano l’omosessualità come aberrazione, dichiarando senza peli sulla lingua che l’omosessualità non è altro che un disturbo che distacca l’uomo dalla norma. Si resta basiti a leggere quanto il noto criminologo e psichiatra Francesco Bruno dice in una intervista rilasciata al sito cattolico pontifex.roma

Alla domanda se l’omosessualità sia normalità o si tratti di patologia, il criminologo risponde:

Io ero e resto della convinzione che la omosessualità sia una patologia, una anormalità della sessualità e quindi un disturbo. Per disturbo si intende un distacco dalla realtà e non ci piove sul fatto che la sessualità abbia come primo e principale scopo la riproduzione della specie. Ora non é possibile questo evento nell’atto sessuale tra persone del medesimo sesso. Nessuno, tanto meno io, vuole fare delle discriminazioni, ma é così“. Continua a leggere

Giornata Mondiale per la lotta all’aids

Cosa fare per promuovere una sessualità sicura e consapevole? Quali strumenti mettere in campo per debellare la più temuta e taciuta tra le malattie? Oggi il mondo celebra la Giornata mondiale per la lotta all’aids; un momento di riflessione per tutti, una giornata che non può e non deve essere solamente ricordo per i tanti, troppi, che ci hanno lasciato nel silenzio e nella disperazione.

A oggi le persone malate nel mondo sono circa 34 milioni, una strage silenziata da altre pandemie gridate dai media. Un silenzio che oggi viene rotto per ricordare a tutti che l’aids è presente, non solo nei paesi sottosviluppati ma anche tra noi; tra coloro che pensano che la questione riguarda gli altri mai noi stessi. Giovani e giovanissimi, eterosessuali e omosessuali, sono tornati alla pratica del sesso senza preservativo, aprendo altre voragini di contagio. Solo lo scorso anno sono stati due milioni i morti per aids.  I dati del Rapporto 2008 di Unaids, il programma congiunto delle Nazioni Unite su Hiv e Aids, diffusi alla vigilia della Giornata mondiale dell’Aids, raccontano la necessità di nuove e più proficue campagne di informazione e prevenzione.  La Giornata 2009 mette in evidenza in particolare lo stretto legame tra i diritti umani e l’accesso alla prevenzione, al trattamento e alla cura di Hiv e Aids. Continua a leggere

Un monsignore fermato a Valle Giulia, luogo di prostituzione

La vicenda risale al maggio del 2006. Un alto prelato del Vaticano era stato fermato nel corso di controlli contro la prostituzione minorile a Valle Giulia a Roma. Alla richiesta dei documenti, il monsignore, premette l’accelleratore della sua auto finendo per danneggiare due auto della polizia e tre poliziotti contusi. Finalmente fermato, dopo venti minuti di inseguimento, disse candidamente di essere stato impaurito da probabili rapinatori. Evidentemente, i poliziotti poco credettero a quella versione e, dopo quanto era accaduto cercarono di mettere alle strette il prete.

Forte della sua posizione, monsignore passò dalle probabili paure alle minacce contro i poliziotti, con la solita litania del “lei non sa chi sono io” o più perentoriamente: “Fate, fate, tanto poi vi faccio vedere”. Ora, un normale cittadino non si sarebbe azzardato di fronte all’evidenza e al disastro combinato, ma lui si sentiva forte e protetto. Monsignore, infatti, è funzionario della segreteria di Stato, dottore in diritto canonico e cerimoniere della basilica di San Pietro. Disse anche, a sua discolpa, che qualche giorno prima gli si erano avvicinati tre malintenzionati, ma non aveva fatto denuncia perché in possesso di delicati documenti vaticani. Ma, scusi, monsignore, con tutto l’affetto, lampeggianti e sirene non le ricordano nulla?

Intanto, la polizia nel rapporto scrive che la macchina, “nella maniera solita usata dai clienti dei giovani prostituti, si aggirava alla ricerca del tipico ‘abbordaggio'”.  Per monsignore scatta la denuncia per lesioni, resistenza e danneggiamento. Ora i giudici dovranno decidere. Il Pm ha chiesto un anno e mezzo di reclusione, mentre gli avvocati della parte offesa hanno chiesto 20 mila euro di risarcimento per ogni poliziotto contuso.

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Un marinaio americano si rifiuta di andare con le prostitute e viene brutalizzato per due anni

In tempi in cui il servizio militare in Italia era obbligatorio, spesso i ragazzi in libera uscita, orfani temporanei dei propri affetti e delle proprie amicizie, si accompagnavano e costruivano rapporti sodali con altri ragazzi gay che conoscevano per strada, nei pressi delle caserme, in qualche cinema dove si rifugiavano a trascorrere il tempo. Ne venivano fuori storie che si trascinavano per il periodo nella naja, rimpiazzate dalle nuove leve. Era un modo che salvava tutti, da una parte e dall’altra, mentre qualcuno narrava di notti di fuoco nelle camerate o nei bagni dei casermoni.

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In Gran Bretagna un bimbo di 12 anni diventa il trans più giovane

Choc in Gran Bretagna dopo che i genitori di un bambino di appena 12 anni, all’apertura dell’anno scolastico, hanno mandato il proprio figlio a scuola con indosso abiti femminili e un nuovo nome da donna. Forse nessuno si sarebbe accorto di quel cambiamento se alcuni suoi compagni non l’avessero riconosciuta e subito presa di mira con ogni tipo di vessazioni e cattiverie. A quel punto il pandemonio, con sollevazione generale dei genitori che si sono detti sconcertati per quell’episodio e per non essere stati avvertiti dalla scuola. Ora, la famiglia vive sotto la protezione della polizia, dopo che sono arrivate minacce ritenute serie, contro i genitori della bambina. Continua a leggere

Luca sarà gay. Un Laurenti omo firmato Pieraccioni

La “coppia di fatto” esiste da tempo, tutta televisiva. Una coppia così affiatata, spiritosa e celebrata che all’ultimo Festival di Sanremo, a dispetto di una precedente edizione giocata tutta su Paolo Bonolis, si sono ritrovati a duettare proprio come due fringuellini amorosi. La coppia di cui parliamo, neppure a menzionarla è quella formata da Paolo Bonolis e Luca Laurenti. Per evitarvi eventuali rompicapi da “outing”, da quel che sappiamo i due, al momento, restano fermi assertori e frequentatori dell’amore per l’altro sesso. Però Luca, essendo un istrione televisivo molto bravo, pare stia tentando la strada del “solista” e lo fa varcando per la prima volta le porte del cinema. Non certo un divorzio con Bonolis, cui resta legato saldamente da una ferrea amicizia e da un ottimo legame professionale. Laurenti, in questa nuova sperimentazione cinematografica vestirà i panni di un omosessuale nel nuovo film firmato da Leonardo Pieraccioni “Io e Marilyn” che uscirà a Natale.

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