CONTROCORRENTE – sette proposte per cambiare rotta

Tornare all’autoconsumo è possibile senza uscire dal capitalismo? No, non è possibile in alcun modo, poiché le imprese vivono sul valore di scambio e sul plusvalore (lo sfruttamento del lavoro altrui) e si servirebbero delle forze del “loro” ordine per impedire questa inversione di tendenza.

Tuttavia è possibile sfruttare le crisi cicliche del capitale, di cui quella finanziaria oggi è la più grave, per mostrare non solo la gravità delle contraddizioni di questo sistema, ma anche la sua incapacità a risolverle.

Si può cioè approfittare del momento critico per ripensare positivamente i criteri di vita. Quali criteri vanno ripensati?

  • Anzitutto quello del consumismo. La società funziona meglio quanto meno la gente spreca e non quanto più consuma, indipendentemente dagli effettivi bisogni. I consumi vanno razionalizzati e ottimizzati: si acquista il necessario e si evita il superfluo; si acquista ciò che può essere riutilizzato, evitando non solo di disperderlo nell’ambiente, ma, se possibile, anche di riciclarlo per altri usi. Riutilizzare uno stesso prodotto costa meno che riciclarlo. E in ogni caso qualunque reato contro la natura deve rientrare nel diritto penale, oltre che civile. E la pena deve essere sommamente rieducativa, in quanto la natura, come la libertà, è un bene fondamentale per la sopravvivenza del genere umano.
  • In secondo luogo il criterio delle retribuzioni. Una società che permette a milioni di persone (in Italia ben 15 milioni) di vivere con un reddito inferiore a mille euro al mese, mentre poche decine di migliaia fruiscono di stipendi favolosi, che vanno ben oltre le loro necessità quotidiane, è una società destinata soltanto a perenni conflitti sociali, che tendono a paralizzarla. Occorre trovare una media retributiva che permetta a chiunque di vivere dignitosamente; il di più va motivato e non può mai essere preteso contro le esigenze altrui di sopravvivenza.
  • In terzo luogo occorre responsabilizzare i cittadini di tutto quanto li riguarda. Questo significa decentrare progressivamente le funzioni dello Stato verso gli Enti Locali Territoriali. La democrazia da delegata deve diventare sempre più diretta. Tutte le istituzioni vanno gestite anzitutto a livello locale e bisogna lasciare a questo livello il compito di cercare, sulla base della propria indipendenza economica, il compito di cercare intese e convenzioni con altri livelli di partecipazione popolare.
    Quanto più le responsabilità salgono a livello nazionale, tanto più devono essere considerate provvisorie, finalizzate a uno scopo preciso in un tempo determinato. Ogni mandato (politico, esecutivo, legislativo, giudiziario ecc.) deve poter essere revocato in qualunque momento, e ogni delegato ha l’obbligo di fare un rendiconto periodico del proprio operato a chi l’ha eletto.
  • In quarto luogo va data priorità assoluta alle esigenze locali, materiali e culturali. Da un lato quindi sviluppo della produzione per soddisfare bisogni primari; dall’altro valorizzazione delle specificità locali, per l’affermazione dell’identità territoriale. Se la comunità locale vive la democrazia sociale, non ci sarà antagonismo con altre comunità locali, ma anzi collaborazione, nella consapevolezza che non ci può essere sviluppo e sicurezza se non nella reciprocità.
    Questo comunque significa due cose: che la comunità acquista sui mercati soltanto ciò che non è in grado di produrre e che sul piano culturale essa è preposta a valorizzare proprie tradizioni e linguaggi.
  • In quinto luogo i debiti vanno pagati da tutti, in maniera proporzionale alle proprie entrate, sempre che questo non debba pregiudicare la propria esistenza in vita. Ogni Regione deve accollarsi i debiti dello Stato, se vuole ottenere il decentramento delle funzioni statali. Tutti i cittadini sono responsabili del debito nazionale (anche quelli che indirettamente non hanno fatto nulla per impedirlo), e chi ha contribuito maggiormente a crearlo, non può più esercitare alcuna funzione dirigenziale o manageriale. Chi ha operato in maniera esplicitamente fraudolenta, contribuendo personalmente al fallimento di imprese, banche o istituzioni, se non vuole subire sanzioni penali, deve restituire il maltolto o comunque impegnarsi a recuperarlo.
  • In sesto luogo la difesa militare della comunità locale è compito della comunità stessa. Bisogna porre fine agli eserciti di professionisti o di mercenari. Tutta la popolazione va tenuta in periodica esercitazione per la difesa del proprio territorio. I servizi segreti vanno aboliti.
  • In settimo e ultimo luogo vanno aperti tutti gli archivi, al fine di permettere ai ricercatori e agli storici di far luce sul nostro passato.

PANORAMICA DELLA STORIOGRAFIA FRANCESE (X)

Ma la critica al marxismo non si ferma qui. “Il totalitarismo, afferma de Benoist, è il prodotto dello spirito egualitario e, in particolare, dello spirito economico che ne è il corollario obbligato”. Il culto dell’uguaglianza è figlio del culto dell’economia, ha detto C. Polin.

Il marxismo insomma è sotto accusa perchè riduce all’economia tutti i fenomeni e i processi del mondo, riduce l’uomo, che è un essere di cultura, a un “animale economico”. Si dirà: niente di nuovo sotto il sole. Da un un pezzo si sentono critiche del genere. E non potrebbe essere diversamente. Ogni nuova critica al materialismo storico e dialettico non è altro che una rielaborazione riveduta e corretta di critiche borghesi precedenti. Se questi “filosofi” studiassero seriamente il marxismo, si accorgerebbero che in nessuna opera vi sono affermazioni secondo cui le condizioni economiche costituiscono l’elemento determinante di tutti i fenomeni sociali. La concezione materialistica della storia parte soltanto dall’idea che il modo di produzione della vita reale condiziona il processo della vita sociale, culturale e politica.

Engels, in alcune lettere degli anni ’90, dimostrò chiaramente quale ruolo avevano i fattori extra-economici nel processo storico. “La situazione economica è la base, ma anche tutto il resto -egli scrisse- esercita la sua azione sul corso delle lotte storiche e, in molti casi, ne determina in maniera preponderante la forma”. Vi è insomma anche qui una sorta di interazione, all’interno della quale i fattori economici costituiscono una determinante solo in ultima istanza. Sono proprio questi fattori che rendono più importanti taluni aspetti sociali in luogo di altri.

La ND predica la renaissance della cultura europea, ma nega l’unità della storia mondiale, la quale, più di ogni altra cosa, attesta che in tutte le culture dell’uomo vi sono determinati elementi comuni (quella borghese, che è presente in tutti i paesi capitalistici, ne possiede moltissimi).

Ma la filosofia marxista evidenzia anche la diversità nella storia mondiale. In virtù delle specifiche caratteristiche di ogni paese e regione, le leggi generali del processo storico vi si manifestano in diversi modi. Pur in presenza di analoghi rapporti di produzione, la diversità dei fenomeni sociali è infinita.

Al contrario, la ND nega non soltanto l’unità della storia, ma anche l’orientamento della sua evoluzione. A. de Benoist considera la storia un non sens, in quanto delle due concezioni europee dello sviluppo storico, lineare e ciclica, la prima, che mira a evidenziare la direzione del movimento storico mondiale, rappresenta secondo lui una violazione della libertà di scelta dell’uomo.

Ecco qui delineata la classica concezione borghese della libertà: nessuna decisione a vivere il meglio per tutti, conforme alle vere esigenze degli uomini, ma pura e semplice possibilità di scelta. Una libertà, come si può vedere, che vuole essere libera sia dalla natura che dalla società: una libertà in sostanza che non esiste. A. de Benoist colloca nella teoria lineare, che egli giudica “fatalista”, anche il marxismo, il quale, secondo lui, non terrebbe in alcun conto il ruolo della contingenza nella storia.

A. de Benoist e soci hanno praticamente ricondotto la teoria marxista dell’evoluzione sociale a una categoria delle dottrine finalistiche. Engels, tuttavia, scrisse a questo proposito: “Non più della conoscenza, la storia non può trovare un fine perfetto in uno Stato ideale perfetto dell’umanità; una società perfetta, uno Stato perfetto sono cose che esistono solo nell’immaginazione; viceversa, tutte le condizioni storiche succedutesi non sono che tappe transitorie nello sviluppo senza fine della società umana che va dall’inferiore al superiore”.

Da questa angolatura risulta evidente che solo la conoscenza delle leggi dello sviluppo della natura e della società, solo la loro intelligente applicazione pratica rendono l’uomo veramente libero. Lenin, criticando i populisti che, come la ND, ritenevano il determinismo dei fenomeni sociali ostile alla libertà dell’individuo, scrisse: “L’idea del determinismo, che stabilisce la necessità delle azioni umane e che rifiuta l’assurda favola del libero arbitrio, non abolisce affatto la ragione né la coscienza dell’uomo, né la valutazione delle sue azioni”. Dunque, l’oggettività determina le azioni del soggetto, ma quest’ultimo, a sua volta, agisce sul corso dei processi oggettivi.

Necessità e contingenza non possono essere separate. A certe condizioni la necessità può mutarsi in contingenza e viceversa. Chi spera di poter avere a disposizione un dogma col quale interpretare, comodamente seduto in poltrona, tutti i fenomeni storici e sociali, passati e presenti, perde il suo tempo.

Marx ha scritto che “sarebbe evidentemente molto facile fare la storia impegnandosi a lottare con possibilità favorevoli al 100%. Una storia di questo genere però, ove i rischi non giocano alcun ruolo, avrebbe un carattere assai mistico. I casi fortuiti rientrano nel processo generale dell’evoluzione e si trovano compensati da altri casi fortuiti. E tuttavia l’accelerazione o il rallentamento del movimento dipendono da simili inconvenienti”.

La filosofia marxista non ama separare il passato dal presente e dal futuro. Al contrario, il marxismo sostiene che ogni epoca dello sviluppo dell’umanità viene preparata da quella precedente. Proprio l’analisi scientifica di questo stato di cose ha permesso a Marx di elaborare la teoria delle formazioni economico sociali.

Le simpatie di A de Benoist vanno ovviamente per la concezione ciclica, secondo cui la storia non ha né inizio né fine, essendo semplicemente il teatro di un certo numero di ripetizioni analogiche.

Condividendo la tesi dell’idealismo soggettivo, i seguaci della ND si immaginano tutto il processo storico come un flusso irrazionale di avvenimenti slegati fra loro.

La libertà tanto declamata è soltanto la “libertà da ogni responsabilità” per il destino degli uomini. La ripetizione analogica (vedi l’irrazionalista Kierkegaard) è assunta come un pretesto per il proprio disimpegno, come un alibi del proprio conservatorismo.

Da questo punto di vista la répétition trova la sua ragion d’essere. Le idee di questi intellettuali non riflettono soltanto la profondità della crisi spirituale della società capitalistica, ma rappresentano anche un tentativo di giustificare una concezione del mondo unilaterale e autoritaria.

La filosofia della nouvelle droite risponde dunque agli interessi dell’ala più reazionaria della borghesia. E’ davvero singolare che proprio mentre s’impone con vigore l’esigenza di superare le differenze di razza e nazionalità, vi siano correnti filosofiche che teorizzano una direzione opposta, cioè l’affermazione di un libero arbitrio à tout prix.

Lo strano e pericoloso ping pong tra il papa e il rabbinato sulla beatificazione di Pio XII. Intanto negli Usa la magistratura autorizzaper la prima volta che si processi direttamente il Vaticano per i reati di pedofilia del suo clero: nasce così il rischio che lo si possa chiamare in causa anche per la sua parte di responsabilità per i campi di sterminio

A meno di sempre possibili colpi di scena, il papa tedesco a suo tempo volontario nella Gioventù Hitleriana andrà quindi in visita in  Israele. La motivazione ufficiale dice che è impensabile che un pontefice come Ratzinger, autore di un libro su Gesù in due volumi (il secondo non è stato ancora pubblicato), non vada a “vedere la Terra Santa dove Cristo è vissuto”. Credere che gli altri pontefici non ci siano andati solo perché non scrivevano libri sulla vita di Gesù Cristo è francamente impensabile, troppo riduttivo. E’ più credibile che il viaggio di Ratzinger sia un pegno da pagare per avere il via libera dal rabbinato israelita per la beatificazione di Pio XII dopo le recenti polemiche sullo spinoso argomento. E rischia di essere anche un altro passettino verso lo “scontro di civiltà”, inteso come scontro tra “civiltà” legata alla bibbia, donde derivano sia l’ebraismo che il cristianesimo, e “civiltà” legata al corano, vale a dire l’islam. Come al solito, in queste faccende la religione non c’entra assolutamente niente, si tratta “solo” di diplomazia, politica e conservazione del potere esistente. Continua a leggere