Articoli

Russia, Ucraina e occidente

L’“Operazione Kursk” è stata uno degli errori più costosi per Kiev. Probabilmente il governo pensava a dei vantaggi più politici che militari, da far valere in sede di trattativa. Ma ha perso su entrambi i fronti, e siccome la NATO, che manovra sempre dietro le quinte, ora è furiosa, aspettiamoci, come spesso succede in questi casi, che compia ulteriori errori di valutazione, ancora più gravi, soprattutto per i destini della UE. Poi dicono che i militari occidentali sono più intelligenti dei politici. Sarebbe meglio dire che la russofobia rende ciechi tutti quanti.
Si era anche convinti che i russi avrebbero allentato la pressione sul Donbass, ma, ancora una volta, si sono sbagliate le previsioni. Evidentemente non era bastato il fallimento della passata controffensiva.
Questa completa sottovalutazione delle forze del nemico, nonostante tutta la nostra intelligence e tutto il nostro spionaggio, ha davvero qualcosa di singolare. O noi non riusciamo a capire nulla della Russia, oppure loro sono bravissimi a confondere le cose, a mimetizzarsi, e soprattutto a rimediare velocemente ai loro errori. Noi, al confronto, siamo solo degli arroganti pressappochisti.
Indubbiamente i militari ucraini dimostrano una certa capacità di resistenza, che spesso però va di pari passo con vergognosi atti terroristici sui civili, ma quel che non si capisce, nel loro atteggiamento, è l’ostinazione a farsi comandare da un governo capace solo di mandarli al macello, un governo chiaramente ultracorrotto, che si spartisce buona parte dei fondi occidentali.
La sconfitta nella regione di Kursk sembra una tragica allegoria della terribile situazione che non solo l’Ucraina ma anche l’intero occidente sta affrontando. La convinzione d’essere superiori in tutti i campi (da quello etico a quello giuridico, da quello economico a quello militare) sta per crollare rovinosamente. E siccome si vuole evitarlo, non ci resta che scendere in campo in maniera diretta. Solo che per essere disposti al suicidio occorrono dei “volenterosi”.

* * *

Resta piuttosto incredibile che tanti italiani considerino la Russia un “nemico” quando di fatto l’Italia non ha mai subìto alcuna sanzione da parte di questo Paese, in nessun momento della sua storia millenaria; e neppure è mai stata minacciata né come popolo né come Stato, mai stata invasa o bombardata, né ha mai subìto alcuna “esportazione della democrazia”. Anzi i russi amano profondamente la nostra arte e architettura.
Come si fa a non capire che il nostro Paese è una colonia americana? Noi siamo stati liberati da un fascismo politico per subire l’occupazione di un fascismo economico e finanziario: un fascismo protetto da 120 basi e installazioni militari sparse ovunque nel nostro Paese.
Evidentemente dobbiamo chiederci in che cosa abbiamo sbagliato, cioè come sia stato possibile che il consumismo di massa, importato dagli USA, più tutta la loro narrativa trasmessa attraverso i mass-media, siano riusciti a imporci uno stile di vita che deforma l’oggettività dei fatti.
Persino oggi ci appare scontato che gli USA, dopo aver distrutto il Nordstream, che ci permetteva di avere tanto gas a prezzo scontato e di ottima qualità, siano autorizzati a farci acquistare il loro gas molto più costoso e inquinante, non sufficiente a soddisfare tutte le nostre esigenze. Non solo, ma dopo aver minato la competitività dell’economia europea, ora hanno deciso di imporci dazi a volontà per difendere la loro produzione.
Non è normale un atteggiamento così servile. Fa pensare solo una cosa: che tutte le persone che contano siano sul libro-paga degli americani, o che vogliano continuare a esserlo anche adesso che ci prendono a pesci in faccia.
Non riuscire a distinguere l’amico dal nemico avrà inevitabilmente delle conseguenze negative su di noi. Certamente, dopo averle subite, impareremo qualcosa di più, ma ricordiamoci che con le armi attuali molti di noi non avranno modo di pentirsi, proprio perché mancherà il tempo.

* * *

L’intero occidente non si rende bene conto che Putin, essendosi fidato troppo delle promesse pacifiste degli euroamericani negli anni passati (seguace, in questo, di Gorbaciov), e avendo un forte debito di riconoscenza verso la popolazione del suo Paese, che ha accettato di andare a morire in Ucraina per difendere i russofoni del Donbass dalle persecuzioni nazionaliste e neonaziste di Kiev, e sentendosi responsabile dei gravi disagi che le sanzioni occidentali hanno causato a tutte le popolazioni della Russia, non potrà mai accettare alcuna tregua militare finché non verranno conseguiti tutti gli obiettivi prefissati all’origine di questa operazione speciale.
Ormai questo conflitto, ampiamente sostenuto dalla NATO (che fino adesso si è limitata a combattere per procura), si basa su questioni di principio inderogabili, che non possono essere soggette ad alcuna trattativa: 1) nessuna adesione alla NATO per l’Ucraina; 2) nessun peacekeeper della NATO in Ucraina; 3) Ucraina denazificata e smilitarizzata; 4) regioni del Donbass riconosciute come territori russi, più la Crimea.
Qualunque tentativo di non tener conto di tutti i suddetti obiettivi, non porterà a nulla. Anzi, quanto più si cercherà, da parte dell’occidente, di non ammettere l’evidenza delle cose, tanto più Mosca si convincerà che il ricorso al nucleare sarà, in ultima istanza, la soluzione più idonea per far capire agli Stati sponsor del terrorismo che il loro tempo è finito. Le trattative potranno essere fatte solo dopo che l’occidente avrà smesso di armare e finanziare il governo di Kiev e dopo che questo avrà accettato la resa incondizionata.
Se continuiamo a provocare militarmente la Russia, inducendo Putin a pentirsi: 1) di aver lasciato che l’Ucraina invadesse il Donbass; 2) di aver accettato gli accordi di Minsk; 3) di aver aspettato fino al 2022 prima di iniziare l’operazione militare; 4) di non aver organizzato subito la mobilitazione generale, gli occidentali non potranno poi meravigliarsi che Putin dica: “Noi siamo fortemente imparentati con gli ucraini e per niente con voi”.

Russia, Bielorussia e Ucraina

La Bielorussia sta diventando un partner strategico-militare della Russia sempre più importante. Lukashenko e Putin han finalizzato i piani per posizionare i missili ipersonici Oreshnik sul suolo bielorusso entro la fine dell’anno.
Mosca aveva già dimostrato la grande efficienza di questo sistema missilistico in un attacco a una fabbrica militare ucraina nello scorso novembre, aggirando completamente le difese aeree occidentali.
L’impiego di queste armi ipersoniche è una risposta diretta all’incoscienza della NATO, che ha autorizzato il governo di Kiev a compiere attacchi terroristici all’interno della Russia, dotandola di armi in grado di raggiungere Mosca e San Pietroburgo.
Ora è l’Europa a essere indifesa. Il sistema Oreshnik rende obsoleti gli scudi di difesa missilistica della NATO e può colpire in pochi minuti Berlino, Varsavia e Londra. Ormai non si tratta più solo dell’Ucraina, ma del nuovo equilibrio militare in Europa dettato da Mosca.
La stessa BBC ha ipotizzato un “endgame 2025” per l’Ucraina. A dir il vero la stessa macchina della propaganda occidentale, incapace di negare l’inevitabile, è arrivata alla fine dei giochi. Sta per crollare l’idea di una guerra per procura progettata sulle spalle degli ucraini, cui era stato detto che stavano combattendo per la democrazia, e che però stanno morendo per l’arroganza della NATO.
Ora nessuno si faccia illusioni: non sarà Trump a decidere la pace né Kiev in grado di fare pressioni su Mosca affinché faccia delle concessioni.
Persino Podolyak, consigliere di Zelensky, ha ammesso tacitamente che “non può aver luogo alcun processo di negoziazione”.
Per quanto tempo ancora il mainstream occidentale potrà impedire di credere che questa disfatta totale non sia un’umiliazione cosmica creata dallo stesso occidente? L’impero delle bugie sta crollando in tempo reale.

* * *

Nel centro di Odessa è stato ucciso a colpi di pistola l’attivista ultranazionalista Demyan Ganul, ex membro di Settore Destro, uno degli organizzatori dell’incendio doloso della Casa dei sindacati il 2 maggio 2014, dove morirono circa 50 persone.
Zelensky ha detto che l’assassino del neonazista è stato arrestato.
Ganul aveva già pubblicamente affermato di non considerare “persone” le vittime di Odessa ed era noto per aver picchiato i residenti quando parlavano russo; aveva anche distrutto diversi monumenti sovietici e russi in città.
Sarà bene ricordare che il principale organizzatore del massacro fu Andrej Parubij, ex presidente del parlamento ucraino.
Questo per dire che se il governo ucraino non si sbriga ad arrendersi, ora che ha l’esercito in rotta, le vendette private per i torti subiti dopo il 2014, saranno all’ordine del giorno, anche perché nessun neonazista è mai stato condannato per le atrocità commesse. Nel luglio 2024 a Leopoli è già stata uccisa Irina Farion, le cui attività avevano in gran parte portato all’emergere delle basi ideologiche dell’attuale regime di Kiev.
Va poi detto che, sullo sfondo di numerose leggi discriminatorie, frontiere chiuse e rapimenti di uomini da mandare al fronte, saranno in molti, tra gli ucronazisti, a rischiare la pelle. Queste vendette private le abbiamo già viste anche in Italia, quando crollò il fascismo.
Insomma, se a Kiev, città del golpe, va ripristinata la democrazia, a Odessa, città della prima strage degli ucraini filorussi, va ripristinata la giustizia.

* * *

A quanto pare non è affatto vero che le forze armate ucraine si stiano “ritirando” da Kursk come gesto di distensione in vista dei colloqui di pace. Quella in realtà è una specie di Caporetto. Migliaia di soldati sono rimasti intrappolati nella rocambolesca avanzata russa a Sudzha. Circa 67.000 erano già morti negli scontri precedenti.
Verrebbe quasi da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che l’impresa di Kursk doveva essere, nelle intenzioni di Zelensky (che poi in realtà erano quelle della NATO), una grande operazione di scambio di territori tra Mosca e Kiev e un’importante leva contrattuale per l’Ucraina nella fase dei negoziati.
Ora Trump, sapendo bene che tra gli ucraini molti fanno parte della NATO, sta chiedendo a Putin di risparmiare la vita ai sopravvissuti. Ma molti di loro si sono resi responsabili di crimini orrendi. Putin potrà evitare di fucilarli sul posto, ma non può certo esimersi dal sottoporli a giudizio, anche perché, secondo il Codice penale russo, vengono tutti considerati terroristi. Quindi l’unica alternativa che hanno è quella di arrendersi.
Insomma Zelensky se ne deve andare, poiché ha combinato in tre anni una serie incredibile di drammi e tragedie. Se si limitava a fare il comico, sarebbe stato molto meglio per lui. Ora se gli USA non lo fanno fuggire, col suo entourage neonazista, sa bene cosa l’attende: un nuovo processo di Norimberga. E in questo processo non potrà dire d’essere stato ingannato da chi gli prometteva una facile vittoria; dovrà anche ammettere d’essersi comportato come una persona cinica e crudele, falsa e ipocrita, e soprattutto ladra.

Sui rapporti tra Russia e Ucraina

Putin ha ribadito concetti già espressi in precedenza.
No alla tregua di 30 giorni se serve per riorganizzare l’Ucraina, continuando a riarmarsi e a reclutare forzatamente i giovani.
Sì alla tregua se è il preludio a una pace duratura con la rimozione delle cause che hanno provocato questa guerra.
Un fronte di quasi 2.000 km non è facile da controllare quando si parla di tregua. E poi le forze russe stanno avanzando ovunque.
Inoltre molti soldati nella regione di Kursk han compiuto crimini contro l’umanità a carico dei russi. Non possono andarsene grazie alla tregua. Al massimo Kiev dovrebbe ordinare di deporre le armi e arrendersi. Invece Zelensky sta già sperando che Putin rifiuti il cessate il fuoco per poter dire al mondo: “guardate chi vuole la guerra”.
Durante i colloqui per un accordo di pace permanente l’Ucraina non si deve mobilitare né riarmarsi.
Inviare forze di peacekeeping europee in Ucraina sarebbe per la Russia come un atto di guerra diretto.
Per noi l’inizio di un dialogo sarebbe possibile se fosse il governo ucraino a chiedere agli americani un cessate il fuoco sulla base della situazione militare sul campo.
In Ucraina le forze russe stanno gettando le basi per un nuovo sistema di sicurezza indivisibile europeo e globale.
Da notare che l’inviato speciale del presidente Trump per l’Ucraina e la Russia, Keith Kellogg (ex generale americano), è stato escluso dal Cremlino per quanto riguarda i colloqui di alto livello sulla fine della guerra. Viene ritenuto troppo filo-ucraino.
Se poi Trump ha già detto di voler imporre ulteriori restrizioni ai settori energetici e bancari della Russia, limitando ulteriormente l’accesso della Russia ai sistemi di pagamento statunitensi, la trattativa è già finita prima ancora di cominciare.
Putin tuttavia non ha escluso che il Nordstream venga acquistato dagli USA per vendere agli europei il gas russo.

* * *

Dicono che la Russia abbia perso in Ucraina più di 100.000 uomini. Difficile pensare che Putin possa accettare una tregua alle condizioni di Trump. Gli obiettivi dell’operazione speciale non sono ancora stati conseguiti tutti. La NATO deve uscire completamente dall’Ucraina, sia come mezzi bellici, istruttori, intelligence, satelliti, militari travestiti da ucraini o da mercenari. La neutralità del Paese è tassativa, come la sua smilitarizzazione (le forze armate devono diventare puramente difensive). Il governo deve denazificarsi, perché è colpevole di crimini contro l’umanità. E va assicurata l’autodeterminazione delle minoranze del Paese.
Non solo, ma le principali città come Nikolaev, Odessa e Kharkhov e persino Kiev dovrebbero essere restituite alla Russia, perché fanno parte della sua storia da molti secoli. I neonazisti, se proprio vogliono avere una città di riferimento, la cerchino a Leopoli.
I termini della pace devono essere quelli della resa incondizionata e della capitolazione completa. Difficilmente i russi accetterebbero di meno.

* * *

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto le autorità ucraine colpevoli di aver violato l’art. 2 (diritto alla vita) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. La Corte cioè ha stabilito che le autorità non hanno adottato misure per prevenire la violenza e salvare vite umane durante gli eventi di Odessa del 2 maggio 2014 e non hanno avviato o condotto un’indagine efficace su tali eventi.
Come noto a Odessa, in quella data, si verificarono scontri su larga scala tra sostenitori del cosiddetti golpe Euromaidan e attivisti filorussi. Le rivolte si conclusero con un grande incendio nella Casa dei Sindacati. In seguito a quegli eventi furono assassinati 48 filorussi e più di 200 rimasero feriti.
Il Ministero degli Interni ucraino arrestò alcune persone, che dopo le indagini, oggetto di interferenze politiche, furono rilasciate.
Difficile che i russofoni dimentichino una tragedia del genere. Strano comunque che dopo un decennio la Corte europea abbia avuto un sussulto di dignità.
In ogni caso sarebbe stato meglio dire che il governo di Kiev non va considerato colpevole per non essere riuscito a impedire le gravi violenze sui manifestanti filorussi, ma proprio perché volutamente organizzò la strage, pensando di dare l’esempio e intimorire gli oppositori.
Fu proprio quella strage che convinse gli abitanti di Lugansk e Donetsk a chiedere aiuto alla Russia, poiché avevano capito che dalla giustizia neonazista non avrebbero ottenuto nulla.

* * *

È stato presentato al parlamento ucraino un disegno di legge sul divieto assoluto dell’uso della lingua russa nelle scuole, incluse le pause da un’ora all’altra e al di fuori delle lezioni.
Siamo ai deliri. Da un lato si chiedono 30 giorni di tregua; dall’altro si fa un’altra dichiarazione di guerra.
La Costituzione ucraina tutela espressamente la lingua russa. Che razza di governo gestisce questo Paese devastato da una guerra triennale, indebitato fino al collo, incapace di qualunque forma di democrazia e profondamente corrotto?
Come si può pensare che Putin possa accettare le condizioni di pace di Trump e di Zelensky? Come si può non capire che una delle principali richieste di Mosca è proprio la protezione della lingua russa in Ucraina. I russofoni non esistono solo nel Donbass.
L’ucraino non è una lingua, ma un dialetto, è una specie di pidgin. In realtà è parlato solo nella Repubblica di Ivano-Frankivs’k, che è un oblast’, conosciuto come Voivodato di Stanisławów o Ciscarpazia. Non ha letteratura, non ha poesia, non ha nulla che lo renda un linguaggio vero e proprio.

Chi ci capisce qualcosa è bravo

Trump ha detto che l’accordo sui minerali tra Washington e Kiev non sarà sufficiente per riprendere la condivisione di aiuti e intelligence.
Cioè gli USA non si accontentano di una quota delle risorse minerarie dell’Ucraina, ma vogliono anche vedere la disponibilità di Zelensky a cedere definitivamente i territori acquisiti dalla Russia. Poi vogliono che Zelensky indica elezioni parlamentari e presidenziali e che si dimetta dalla carica di capo dello Stato.
Quindi, supponendo che faccia tutto questo, il 75% dell’Ucraina verrebbe gestito economicamente dagli USA, i quali potrebbero dire alla Russia: “La guerra è finita, Zelensky è uscito di scena. L’Ucraina non entrerà mai nella NATO e la NATO non entrerà mai in Ucraina. Voi potete tenervi il Donbass e noi ci teniamo tutto il resto. Se non accettate, la responsabilità sarà tutta vostra.”
Mi chiedo come farà Putin ad accettare condizioni del genere. È evidente infatti che nell’area che non potrà controllare, sorgeranno tra qualche anno basi militari americane a protezione dei loro interessi economici.
Putin (o chiunque altro al suo posto) potrebbe dire: “Chi vi ha obbligato a finanziare e armare l’Ucraina? Non potete prendervela con noi se avete perso tutto: la guerra e i soldi. L’Ucraina ha sempre fatto parte della Russia. Noi prenderemo Odessa, uniremo il Donbass alla Transnistria, facendo di tutta quest’area una regione della Russia. Quanto al resto, deve decidere la popolazione ucraina se vuole entrare nella UE o restare con noi, pagare i suoi debiti nei confronti dell’occidente o non pagare proprio niente. Non ci riguardano gli accordi commerciali che l’occidente può fare con Kiev. Per noi gli unici accordi che contano in questo momento sono quelli che si decidono sul campo di battaglia”.

Holodomor: tra mito e realtà

La guerra in Ucraina e il conseguente mainstream russofobo ci hanno improvvisamente fatto scoprire l’Holodomor, riconosciuto il 26 luglio di quest’anno dal nostro parlamento come il genocidio dei russi contro gli ucraini, fatti morire di fame da Stalin con la collettivizzazione forzata delle campagne e la lotta contro i kulaki, cioè contro i latifondisti[1]. Il 26 luglio sì è concluso così l’iter iniziato a maggio dai parlamentari del PD Fausto Raciti, Andrea Romano e Flavia Nardelli Piccoli, primi firmatari di una mozione per far riconoscere al parlamento l’Holodomor come genocidio stalinista. Mozione basata su studi e approfondimenti di notevole valore, come testimonia la partecipazione del professor Andrea Graziosi nella stesura del testo, che non tiene conto di alcune cose fondamentali[2].

Cerchiamo perciò di capire meglio come stanno in realtà le cose. Che c’entra la Russia con l’Holodomor ucraino? E l’Ucraina per il suo Holodomor è esente da responsabilità e colpe? Tra le narrazioni purtroppo disinvolte e a volte omissive dell’attuale tragedia ucraina si insiste spesso nell’affermare che gli ucraini abbiano ancora oggi del risentimento contro i russi perché nel 1932-33 la politica di industrializzazione e collettivizzazione forzata imposta da Giuseppe Stalin provocò in Ucraina qualche milione di morti per fame: l’Holodomor, appunto, che in ucraino significa “sterminio per fame”[3]. Stalin con la collettivizzazione forzata dell’agricoltura ha ordinato anche l’eliminazione fisica dei kulaki, cioè dei contadini benestanti che avevano alle loro dipendenze altri contadini[4].


La narrativa attuale parla dell’Holodomor come di un vero e proprio genocidio russo ai danni degli ucraini – così come la Shoà è stata il genocidio tedesco degli ebrei e il Samudaripen il genocidio (dimenticato) tedesco degli “zingari”, più correttamente detti romanès (donde il termine rom, oggi usato spesso al posto della parola zingaro ritenuta offensiva)[5]. Le cose però non stanno come le racconta tale narrativa. E anzi nell’Holodomor c’è proprio lo zampino o meglio lo zampone ucraino.

www.glistatigenerali.com/partiti-politici_storia-cultura/holodomor-ucraino-tra-mito-e-realta/

CRIMINALI DI GUERRA DICHIARATI, MA POICHE’ SONO UCRAINI….. TUTTI ZITTI. CIOE’ COMPLICI

C’ERA UNA VOLTA LA CONVENZIONE DI GINEVRA

Il generale Zaluzhny, comandante in capo delle forze ucraine, all’Economist: “L’esperienza più importante che abbiamo fatto e che pratichiamo quasi come una religione è che i russi e qualsiasi altro nemico devono essere uccisi, semplicemente uccisi e, cosa più importante, che non dobbiamo aver paura di farlo. E questo è quello che facciamo”.

 

x Blog

Guerra russo ucraina: Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ci chiarisce un po’ le idee

https://www.repubblica.it/esteri/2022/11/25/news/intervista_lucio_caracciolo_limes_geopolitica-376008334/

Fuori dai mondiali, i commissari tecnici del bar sotto casa sono diventati esperti di geopolitica: in strada, in ufficio e nei talk show, tutti a spiegare e discutere di Ucraina, di Taiwan… La scuola di Limes, la rivista fondata da Lucio Caracciolo divenuta la casa europea per capire le relazioni tra piccole o grandi potenze, ha appena aperto le iscrizioni ed è già sommersa da richieste. 

Direttore, ma la geopolitica non era un tabù? Cos’è cambiato? Da cosa nasce questa passione?

“Sì, geopolitica era un termine proscritto fino a pochi anni fa. Era considerata materia nazistoide, per ragioni note (alla fine della Seconda guerra mondiale era ritenuta la materia con cui erano state modellate le mire imperialiste che avevano sconvolto il mondo, ndr). Ma finalmente hanno capito che non è una scienza sulfurea e diabolica; che non parte con un giudizio morale ma dall’analisi dei punti di vista differenti, e degli interessi delle parti che si confrontano. Questo tipo di approccio è un esercizio sempre importante: ti aiuta a comprendere anche chi è lontano da te. Studiamo i codici negoziali e l’importanza degli stereotipi nelle culture di riferimento: sono i meccanismi per i quali tu pensi di dire “a” e l’altro capisce “b””.

Perché ci sono decine di guerre ma ne vediamo solo una?

“Per il bene della nostra salute mentale. E poi obiettivamente è sempre stato così. Ti interessano i problemi e le opportunità in aree geografiche o culturali che possono toccarti. È chiaro che un conflitto mostruoso come quello in Congo, che va avanti da un’infinità di anni provocando milioni di morti, è sottovalutato. Siamo molto più attenti ad altri conflitti con meno morti ma più vicini a noi, come quelli balcanici o arabo israeliani. La guerra in Ucraina ha assunto dimensioni mondiali perché vede coinvolte, direttamente o indirettamente, tutte le maggiori potenze”.

Quali sono i nodi per uscirne negoziando? 

“Il punto di vista degli americani non è certamente quello degli ucraini. Per l’americano medio l’Ucraina è una nebulosa, sanno a malapena dove sia; il governo Usa invece aveva due obiettivi: interrompere l’interdipendenza energetica russo-tedesca e russo-europea, ed è stato raggiunto. E indebolire la Russia separandola da Pechino, ed è in parte ottenuto. L’obiettivo ucraino invece è sopravvivere, e se possibile riprendere tutto quello che i russi gli hanno sottratto”. 

È raggiungibile?

“Lo stesso capo delle forze armate Usa lo ritiene molto improbabile. La preoccupazione Usa è che la guerra si allarghi, e hanno dato segnali molto chiari di volerlo evitare. Ma i russi non riuscendo ad avanzare più di tanto sul terreno infieriscono sulla società ucraina, per spingerla a negoziare. Se dovesse continuare questa strategia, qualche problema di tenuta del fronte ucraino penso emergerà. La guerra non sono centimetri quadrati persi o presi, ma chi dura di più”.

La Turchia colpisce i curdi e minaccia di entrare in Siria e Iraq. Erdogan si gioca la rielezione?

“La geopolitica turca non cambia molto con Erdogan o senza: c’è forte consenso sulla sua politica estera, a cominciare dalle forze armate. Sulla questione curda, è chiaro che la Turchia vuole dare un segno sia sul fronte siriano che iracheno: quella è la sua sfera di interesse, e non vuole altre potenze tra i piedi. È un segnale inviato anche agli Usa, che direttamente o meno hanno sempre appoggiato i curdi del Pkk”. 

Attaccheranno in forze?

“Bisogna capire se ne hanno i mezzi, per una penetrazione. Sia lì che in zona balcanica”.

Intanto l’Italia è lacerata: tu stesso sei stato accusato di simpatie filorusse. 

“Lo scenario ucraino è coinvolgente, ci tocca da vicino ed è un eccellente rilevatore delle faglie che attraversano il nostro mondo. Io devo essere contemporaneamente filorusso, filoucraino e italiano: non puoi non capire tutte le follie delle parti in causa, altrimenti fai propaganda. E non è il mio mestiere”.

Torniamo alla scuola di Limes: la definite una “non accademia”. Cosa significa?

“Si chiama proprio “Scuola di Limes – non accademia di geopolitica e di governo”, perché non facciamo le cose che vengono fatte normalmente nelle università. Il metodo geopolitico studia i contesti, non i modelli. Non pretendiamo di definire e applicare leggi universali e algoritmi, ma studiamo i fenomeni nel loro specifico; nel loro ambiente geografico, socio economico e storico. Andiamo in profondità, facciamo archeologia del potere”. 

Chi si iscrive alla scuola di Limes?

“Ci sono due gruppi: giovani appassionati e persone con competenze. Si viene per passione ai temi geopolitici, ma può servire a procedere meglio nella carriera. Il nostro approccio è sempre più richiesto dai decisori, soprattutto economici. Non facciamo politologia, non pretendiamo che il diritto internazionale regoli il mondo. Qui si impara a dirigere e a decidere sporcandosi le mani”.

 

Impariamo da Glenn Greenwald, giornalista, scrittore e avvocato statunitense

Copincollo dal profilo Facebook del mio amico e collega Gianfranco Modolo. 

 

Dice Glenn Greenwald, giornalista, scrittore e avvocato statunitense:

se guardi la storia delle guerre americane, negli ultimi decenni, sono incredibilmente simili. Il modo in cui convincono gli americani a sostenere Il coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra, consiste nel focalizzarsi sulla persona di un particolare leader, e portarci a odiarlo. Per esempio, Saddam Hussein in Iraq è un personaggio terribile. Bashar al Assad, in Siria, è una forza tirannica. Il Mullah Omar, in Afghanistan, è un individuo che dobbiamo eliminare. Gheddafi e la Libia. Sollecitano le nostre emozioni affinché diciamo di sì e vogliamo andare a caccia di questi tiranni. E poi dopo aver speso centinaia di miliardi e aver sacrificato moltissime vite, i sondaggi mostrano invariabilmente che gli americani arrivano a rendersi conto che quelle guerre sono state un errore. E la ragione è che si rendono conto che il coinvolgimento degli Stati Uniti in quelle guerre non ha portato nessun beneficio agli Stati Uniti e tanto meno ai cittadini americani. Quindi esaminiamo l’attuale situazione seguendo tale impostazione. La maggior parte delle persone che operano a Washington sono concordi nel ritenere che siamo più vicini all’uso delle armi nucleari che in qualsiasi altro momento, dopo la crisi dei missili cubani di 60 anni fa. C’è una minaccia molto reale di uno scambio nucleare o addirittura di un confronto diretto tra Russia e Stati Uniti.
E per che cosa? La questione è su chi governa e comanda nemmeno su tutta l’Ucraina, ma nel Donbass, la regione orientale dell’Ucraina, dove la maggioranza delle persone in realtà si considera parte dell’etnia russa e vuole far parte della Russia. Eppure non c’è quasi nessun dibattito sul fatto che dovremo spendere enormi quantità di denaro in Ucraina e rischiare la vita dei nostri concittadini americani fino ad arrivare alla possibilità di una guerra nucleare. Perché tutti sanno che nel momento in cui esci dal coro, c’è un’orda di persone pronte a definirti antipatriottico oppure traditore oppure ammiratore di Vladimir Putin, come so che stanno facendo in questo preciso momento con questa nostra trasmissione. E mi riferisco allo staff di Media Matters ed altre persone online. Quindi siamo in un’atmosfera davvero repressiva, che sta sopprimendo un dibattito che invece dovremmo assolutamente avere’.
Ma in Italia non avviene più o meno lo stesso fenomeno? Pacifinti, filoputiniani, traditori, questi gli epiteti rivolti a chi si oppone al mainstream e sollecità la trattativa per la pace. Non lo dicono al Papa, ma poco ci manca.

L’immaturo Giletti intervista la portavoce di Lavrov

Massimo Giletti rappresenta la quintessenza del giornalista italiano medio: moralismo di bassa lega, psicologismo d’accatto, cultura limitata, geopolitica da strapazzo, manie di protagonismo ecc. Quando ha intervistato Maria Zakharova, politico molto competente, come in genere lo sono tutti quelli che in Russia esercitano ruoli di alta responsabilità, non si è mai reso conto del livello della persona con cui aveva a che fare.

La Zakharova esordisce dicendo che mentre parlava con lo staff di Giletti, le avevano chiesto se i russi erano consapevoli di stare interrompendo tutti i rapporti con l’occidente. Al che lei risponde che non è la Russia a mettere sanzioni contro l’occidente ma il contrario e non da oggi, almeno sin da quando gli USA non davano alla Russia la possibilità di costruire i gasdotti diretti verso l’Europa. Infatti per “occidente” lei intende anzitutto gli USA, che dominano nettamente la UE. Poi parla della possibilità di alleggerire il regime dei visti tra Russia e UE, di cui Giletti ignora del tutto l’esistenza: anche questa è una richiesta ventennale, che funziona però solo per la Moldavia.

Poi lui la interrompe con una domanda idiota: “Questo vuol dire che la guerra all’Ucraina è stata fatta in forma preventiva, temendo che la NATO entrasse in Ucraina?”. La domanda è insensata proprio perché Giletti non riesce ad accettare una cosa scontata, e cioè che la NATO si è estesa a est, minacciando seriamente i confini della Russia. Non è una guerra preventiva, ma è una legittima difesa che va avanti dalla fine del Patto di Varsavia.

Lei ha buon gioco ribattendo che la guerra nel Donbass dura da 8 anni, non è successa nel febbraio di quest’anno. E si meraviglia che in tutto questo tempo i giornalisti europei non abbiano detto assolutamente nulla in merito. Eppure vi erano state 13.000 persone assassinate.

Lui a questo punto ammette le colpe degli europei, dicendo che il mainstream è stato zitto anche nella guerra in Siria e in Cecenia. Falso. In realtà sia nell’uno che nell’altro caso ci siamo messi contro i russi e i loro alleati.

Fa autocritica solo per accusare i russi di non aver fatto valere le loro ragioni con la dialettica, ma solo con le armi. Tuttavia la Zakharova insiste nel dire che la colpa sta nei ministri degli Esteri europei, che sono sempre stati in contatto con Lavrov, che li rendeva edotti di tutto. Quanto poi alla Cecenia e alla Siria, i russi sono andati persino all’ONU proponendo di combattere insieme l’ISIS, ma la UE si oppose.

Qui Giletti la interrompe di nuovo, com’è solito fare con chiunque (e non solo lui), ricordandole che Aleppo è stata distrutta dai russi. Non sa che gli stessi americani (tra cui il colonnello e senatore Richard Black) han testimoniato che i russi sono intervenuti nella città solo dopo quattro anni di duri combattimenti tra l’ISIS e l’esercito di Assad, per cui la città era già completamente distrutta. Lei lo rimprovera per la sua ignoranza. Lui se ne risente e le fa presente che la Russia si è allargata di molto in Medioriente, sostituendosi agli americani (sic!). E lo vuol fare anche in Mali, poiché ciò fa parte della proiezione di potenza della Russia nel mondo (sic!). Come se la Russia avesse basi militari all’estero in conseguenza di un proprio attacco contro uno Stato sovrano!

Ma è la Zakharova a ricordargli che nel Mali è esistito per molto tempo un ruolo distruttivo da parte della Francia. Dopodiché lo invita a essere più serio e a informarsi meglio sul colonialismo europeo.

Lui ammette che francesi, inglesi e italiani sono stati colonialisti, ma poi (quando non ha argomenti) la interrompe di nuovo, dicendole di stare allo scopo dell’intervista, che è la guerra ucraina. Lei però insiste precisando che mentre gli USA cambiano i regimi e uccidono premier e presidenti senza rendere conto a nessuno, la Russia non lo fa mai, poiché interviene solo su richiesta del governo in carica.

Gli USA, con la UE, la Polonia e il consenso implicito dell’Italia hanno avuto tale atteggiamento aggressivo anche in Ucraina – aggiunge la Zakharova –, sostituendo con un golpe il governo legittimo di Yanukovich. Dopodiché nessuno ha applicato sanzioni al regime di Kiev.

Giletti si difende ammettendo le colpe dell’Europa, ma le spalma anche su Mosca, dicendo che ha aiutato militarmente i filorussi del Donbass. Poi, con un’iperbole, paragona quella guerra civile allo scontro tra nordisti e sudisti negli USA, cioè tra popoli fratelli! Due cose, in realtà, completamente diverse. Infatti in Ucraina è stata la parte più arretrata del Paese ad attaccare quella più industrialmente sviluppata. Ed è stata un’ideologia neonazista a farlo, che negli USA, se fosse possibile fare paragoni storicamente azzardati, avrebbe potuto trovare un’affiliazione con l’ideologia schiavista degli agrari del sud.

Dopodiché, di scemenza in scemenza, passa a fare il patetico e a interpretare il conflitto ucraino in maniera meramente moralistica, senza alcuno spessore politico, senza alcuna nozione storicamente fondata. Come se non sapesse che la Russia ha cercato per 8 anni di risolvere la guerra civile di Kiev contro le due repubbliche del Donbass con la trattativa. Anche la Germania e la Francia avevano il dovere di risolvere il conflitto, ma non hanno mai fatto nulla.

Giletti ragiona coi criteri manichei dell’aggredito giusto e dell’aggressore ingiusto e non vede più in là del suo naso. E si meraviglia che i russi, invece di limitarsi al Donbass, abbiano subito deciso di circondare anche Kiev e di bombardare anche il nord del Paese.

Lei trasecola e gli dice chiaro e tondo che non gli sembra un cittadino italiano, ma che sia giunto da Marte nell’ultima settimana. Poi gli ricorda che l’Italia, come tutta la NATO, è entrata a Baghdad distruggendo tutto e ammazzando molti civili. Quanto all’Ucraina, se non ci fossero gli USA, a quest’ora la trattativa con Kiev sarebbe già stata fatta. Gli stessi europei, che forniscono armi a Kiev e pongono sanzioni a Mosca, non possono poi pretendere d’intavolare dei negoziati.

Lui di nuovo si sente offeso per la battuta su Marte e dice che la storia la sa, e fa l’esempio del bombardamento della NATO su Belgrado, che abbiamo chiamato “missione di pace”. Fosse stato solo quello!

Giletti insiste nel dire che è la Russia a non volere la pace, non l’occidente. Lei però gli ricorda che poco prima di quella intervista i Paesi che circondano la Serbia hanno impedito all’areo di Lavrov di utilizzare lo spazio aereo di quel Paese.

La vera stoccata finale la Zakharova, quella che avrebbe atterrato un bisonte, la dà quando accusa l’occidente di non avere alcuna memoria storica, senza la quale non è possibile risolvere in maniera efficace alcun serio problema. Fare dei negoziati con uno smemorato è impossibile, meno che mai quando questo soggetto ritiene d’essere al centro del mondo.

Poi dice chiaro e tondo a Giletti che l’unico vero scopo degli USA è sia quello di isolare la Russia per poterla distruggere, sia quello di danneggiare la UE, impedendole di commerciale con la Russia. Ma la Russia, inevitabilmente, tenderà ad avvicinarsi sempre più alla Cina.

Giletti però, siccome è andato a Mosca come esponente del giornalismo nazionale (e forse persino occidentale), non ci sta a sorbirsi delle critiche. Sicché si sente in dovere di precisare che lo stalinismo ha fatto fuori 30 milioni di persone, e anche gli zar non erano così “perfetti”. Dove avrà tirato fuori quella cifra lo sa solo lui. Basta andare su Wikipedia, che certo non è né comunista né filorussa, per sapere che nel periodo 1921-53 i condannati a morte per controrivoluzione furono approssimativamente 340.000 persone, di cui circa 225.000 durante il periodo delle purghe staliniane 1936-39. Troppo poche? Bene, secondo Vladimir Kriuchkov, direttore del Kgb, tra il 1930 e il 1953 vennero incarcerate 3,8 milioni di persone, di cui 786.000 condannate a morte. I numeri che danno Aleksandr Solzhenytsin e Roy Medvedev non stanno né in cielo né in terra.

Insomma la Zakharova è costretta a dire a Giletti che ragiona in maniera molto semplificata, come fanno i bambini. E lei, pur dichiarandosi pacifista, deve purtroppo ammettere che ragionare con un occidente militarista, incapace di dimostrare la propria coerenza tra le parole e i fatti, è molto difficile. Poi coglie la palla al balzo e ricorda a Giletti che proprio l’occidente ha sostenuto, considerandoli eroi, i separatisti ceceni contro la Russia.

E qui la stoccata finale con una domanda da un milione di dollari: perché non dite le stesse cose nei confronti dei filorussi del Donbass che si sono dati due repubbliche autonome? Peraltro, aggiunge, questi filorussi non volevano affatto staccarsi dall’Ucraina, ma avere soltanto i loro diritti (p.es. parlare la loro lingua madre, festeggiare le loro feste…). E quando han fatto il referendum per affermarsi come repubbliche autonome, la Russia non le ha riconosciute: ci ha messo 8 anni prima di farlo.

Poi Giletti conclude nella maniera più stupida possibile: “Oggi cosa chiedete per intavolare delle trattative serie?”. Ma lei risponde: “La quantità di bombardamenti del regime di Kiev era aumentata tantissimo nell’ultimo periodo, prima del 24 febbraio, e l’ONU non ha mai fatto nulla. Noi non abbiamo la bacchetta magica e voi non volete vedere cose ovvie”.

È che Giletti, di questa guerra, teme che le conseguenze abbiano ricadute sulla UE, sull’Italia, sul mondo intero. Vuoi non dargli ragione? Solo che non capisce che sono le sanzioni alla Russia, più che la guerra in Ucraina, a provocare gravi disastri economici all’umanità.

Tuttavia la Zakharova gli ricorda che è stato Josep Borrell in persona a dire che non c’è spazio per le trattative e che tutto si deciderà sul campo di battaglia. L’occidente non vuole la trattativa, se non dopo una vittoria militare.

Lo sprovveduto Giletti però non s’accontenta e vuol sapere quali sono gli obiettivi militari di Putin. È proprio un ingenuo! T’immagini se un generale va a raccontare al nemico come intende regolarsi sul campo di battaglia?

La Zakharova ha dovuto congedarlo rimproverandolo di non capire nulla della situazione del Donbass: “Voi vedete i profughi ucraini da pochi mesi, noi li vediamo da 8 anni e li sosteniamo”. E gli obiettivi sono già stati detti da Putin: demilitarizzazione e denazificazione. La UE purtroppo ha perso l’occasione per svolgere il ruolo di paciere.

E lui, con un certo disappunto: “Guardi che i morti in Ucraina li ho visti coi miei occhi”. Povero essere. Anche la von der Leyen ha visto i morti di Bucha coi suoi occhi, ma non ha capito niente da chi sono stati ammazzati!

Poi ha chiuso nella maniera più squallida possibile: “Devo purtroppo lasciarla perché la pubblicità incombe”!

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=cpQlJvDwOnY

Guerra e speculazione: una miscela esplosiva

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Che la pandemia e la guerra in Ucraina abbiano causato grandi turbolenze economiche globali non è in discussione. Dire, però, che siano le sole cause dell’inflazione nel mondo e dell’incipiente recessione economica non sarebbe vero. Non si può nascondere sotto il “tappeto” della pandemia e della guerra tutta l’”immondizia speculativa finanziaria” che ci trasciniamo da decenni. Sarebbe un imperdonabile errore di analisi.  

Anche i recenti avvisi di crisi fatti da alcuni esponenti della finanza non devono trarre in inganno. Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, si aspetta “un uragano economico” provocato dalla riduzione del bilancio della Fed e dalla guerra in Ucraina.

Lor signori sono preoccupati della bolla finanziaria che hanno creato più che delle sorti dell’economia. E’ come il grido di un drogato che non ha più accesso alla droga.

Basta analizzare il bilancio della Federal Reserve per comprendere meglio il problema. Dai 900 miliardi di dollari pre crollo della Lehman Brothers, esso era arrivato a 4.500 miliardi nel 2014. C’è stata un’immissione di liquidità per salvare il sistema. Poi, dall’inizio della pandemia si è passati da 4.100 agli attuali 9.000 miliardi di dollari. Più del doppio in due anni!

Questo comportamento è stato replicato dalla Bce e dalle altre banche centrali.

Negli Usa una parte rilevante è andata a sostenere “artificialmente” le quotazioni di Wall Street e i cosiddetti corporate debt, cioè i debiti delle imprese spesso vicini ai livelli “spazzatura”.

A ciò si aggiunga la politica del tasso zero e negativo che ha favorito l’accensione spregiudicata di nuovi debiti, con il rischioso allargamento del cosiddetto “effetto leva”, e ha generato titoli, pubblici e privati, per decine di migliaia di miliardi a tasso d’interesse negativo.  

Di fatto la Fed, e in misura minore le altre banche centrali, è diventata una vera e propria “bad bank”. L’impennata dell’inflazione ha reso il loro accomodante modus operandi non più sostenibile. L’aumento del tasso d’interesse e la riduzione dei quantitative easing stanno facendo saltare il banco.

Anche la narrazione della crescita dell’inflazione non regge. Non basta sostenere che sia l’effetto degli squilibri generati dalla ripresa economica e dalla guerra. Sarebbe stupido negarne l’effetto. La narrazione, però, fa sempre perno sul meccanismo “imparziale e oggettivo” della domanda e dell’offerta. Cosa che però non si è pienamente manifestata con la diminuzione dei prezzi quando la domanda era scesa all’inizio del Covid. Nei mesi della pandemia non c’è stata una smobilitazione industriale mondiale tanto grande da giustificare le forti pulsioni inflattive generate da una modesta ripresa economica e dei consumi. Anche il rallentamento delle “catene di approvvigionamento” è stato esagerato da una certa propaganda interessata.         

Occorre mettere in conto l’effetto dell’enorme liquidità in circolazione e la necessità per il sistema finanziario di generare a tutti i costi dei profitti, anche con la speculazione. 

Ecco alcuni dati per una più corretta valutazione dell’inflazione. Riguardo all’indice dei Global Prices of Agriculture Raw Materials, le derrate alimentari, la Fed di St Louis riporta che mediamente era di 91 punti ad aprile 2020, 114 un anno dopo e 123 ad aprile 2022. Il prezzo del petrolio WTI, che era di 18 dollari al barile ad aprile 2020, aveva già raggiunto i 65 dollari un anno dopo. A maggio 2022 superava i 114 dollari. Simili andamenti sono riportati dal Fmi per l’indice delle commodity primarie che sale progressivamente dai 60 punti del 2020 per poi crescere vertiginosamente negli ultimi mesi fino a raggiungere i 150 punti. Evidentemente gli effetti della guerra e delle sanzioni incidono non poco sull’impennata dei prezzi di detti prodotti.

L’indice dei prezzi dei fertilizzanti della Banca mondiale, che nell’aprile 2020 era 66,24 a dicembre 2021 era esploso a 208,01, più che triplicato in 20 mesi. L’aumento del 60% negli ultimi due mesi del 2021 ha devastato gli agricoltori di tutto il mondo. A gennaio, un mese prima della guerra in Ucraina, The Wall Street Journal titolava “ Le fattorie stanno fallendo mentre i prezzi dei fertilizzanti fanno aumentare il costo del cibo”.

Più che di fisiologici aumenti dei prezzi ancora una volta la fa da padrone la speculazione, cioè i soliti manovratori del mercato e delle borse. E’ singolare che si chieda, anche giustamente, l’immediata sospensione delle attività belliche e non s’intervenga contro la speculazione i cui effetti devastanti si riverberano a livello globale.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Mercenari e pena di morte

1. La pena di morte andrebbe abolita

Devo esser sincero: per me fucilare dei mercenari in guerra non ha senso, tanto meno dopo un regolare processo, e meno ancora di fronte al loro pentimento (ancorché parziale). Come non ha senso che loro chiedano d’essere scambiati con dei prigionieri della parte avversa, a prescindere dall’entità dello scambio e da qualunque altra condizione.

Mi riferisco ai tre mercenari arruolati nel Battaglione Azov, di cui due britannici (Sean Pinner e Aiden Aslin) e un marocchino (Saadun Brahim), i quali, dopo essere stati catturati a Mariupol, hanno subìto il processo dal tribunale della repubblica di Donetsk, la cui Corte Suprema li ha condannati a morte, a causa delle loro atrocità volte a prendere il potere nella DPR. Il codice militare prevede l’appello nell’arco di un mese e che, nel caso in cui ottengano la grazia, abbiano, come massimo della pena, 25 anni di carcere. Naturalmente ai mercenari non si applica la Convenzione di Ginevra né alcun altro trattato previsto per i militari regolari (e in Ucraina quelli stranieri arrivati sin dall’inizio della guerra sono stati circa 6.500).

La ministra degli Esteri inglese, Liz Truss, che come al solito mostra di non aver competenza di nulla, ha denunciato la sentenza “come fasulla e assolutamente priva di legittimità”, in quanto per lei sono dei “prigionieri di guerra”. Come se avessero ucciso per la patria e non per denaro! Come se non fossero andati volontariamente ma mandati dal governo inglese! Chissà perché Johnson ha vietato di far vedere nel suo Paese i video delle interviste concesse alla televisione russa da parte dei due mercenari inglesi. Chissà perché nel 2017, dopo essere rientrato nel Regno Unito, Aslin venne arrestato per aver combattuto come foreign fighter.

Anche il ministro degli Esteri francesi ha parlato di “processo farsa” e ha chiesto che “i mercenari (privi dello status di combattenti) devono essere trattati in conformità al diritto internazionale”. Chissà perché la stessa cosa non l’ha chiesta per Vadim Shishimarin, quel 21enne russo condannato all’ergastolo per aver ucciso un civile (unico suo delitto) su ordine di un suo superiore.

Gli stessi mercenari inglesi non si rendono conto di quel che dicono quando chiedono al premier Johnson, loro che sono vili mercenari, d’essere scambiati con l’illustre prigioniero politico, Viktor Medvedchuk, deputato del parlamento ucraino (peraltro, da buoni razzisti quali sono, non hanno incluso neppure il marocchino nella trattativa).

Tuttavia Pinner ha affermato di vivere a Mariupol e di prestare servizio nei marines ucraini da circa 2,5 anni. Ha pure sposato una donna di quella città. Incredibilmente ha pure detto al corrispondente russo Roman Kosarev che aveva bisogno di un lavoro finché suo figlio non avesse finito la scuola! Un lavoro che evidentemente doveva essere piuttosto redditizio e con cui avrebbe potuto insegnare dei buoni princìpi a suo figlio…

Quanto a Aslin (pure lui dal 2018 nei marines ucraini), non ha escluso che il bombardamento delle aree pacifiche di Donetsk sia avvenuto per errore, in quanto l’esercito regolare ucraino gli pare avere, di regola, un basso livello di addestramento e poca disciplina. Ma non ha neppure escluso che l’abbiano fatto apposta a causa della russofobia.

In ogni caso i due inglesi sono stati reclutati da una rete di reclutatori, capeggiata da Alexander Tobius, che opera in tutto il mondo in qualità di tramite delle agenzie di intelligence occidentali.

I compiti di questi mercenari vanno dal fare gli istruttori al commettere attacchi terroristici. In genere sono gruppi separati di persone non incluse in alcuna struttura. È più conveniente, perché, a parte il passaporto, nient’altro le collega con lo Stato di appartenenza e coi servizi speciali. Questi stranieri non vogliono morire in terra straniera e sostanzialmente, quando la situazione appare loro disperata, si arrendono senza combattere, sempre che le forze armate ucraine glielo permettano, in quanto il comando di “resistere fino all’ultimo” implica nessuno di loro venga catturato dai russi.

2. Per che cosa uno fa il mercenario?

Un mercenario è uno che va in un teatro di guerra e uccide per denaro un qualunque nemico. E pur di salvare la pelle è disposto a compiere qualunque cosa.

Si può giustiziare un soggetto così cinico e crudele? un soggetto che magari è diventato così perché di fronte a sé era convinto di non avere alternative? un soggetto che diventa così senza sapere assolutamente nulla delle motivazioni che hanno scatenato un determinato conflitto e che, se le avesse conosciute, avrebbe anche potuto fare il mercenario per la parte opposta?

Se a un mercenario si chiedesse per che cosa combatte, quello risponderebbe: “per soldi”. Poi magari alla domanda: “solo per soldi?”, un inglese come Pinner o Aslin, influenzato da pregiudizi storici secolari di governi inglesi russofobici, aggiungerebbe: “perché i russi mi stanno antipatici”.

Il marocchino Brahim invece non saprebbe cosa aggiungere, non avendo mai visto in tutta la sua vita né un russo né un ucraino e non avendo subìto analoghi pregiudizi.

Dunque escludendo l’esecuzione capitale (che è in sé una barbarie, indegna di qualunque Paese civile), nonché lo scambio di prigionieri (essendo in questo caso troppo diverso lo status di chi combatte), e soprassedendo alle leggi che non permettono di riconoscere dei diritti ai mercenari (anche perché è difficile che qualche mercenario abbia potuto compiere qualcosa di più orrendo di ciò che han fatto, per cieca russofobia, i neonazisti dei vari battaglioni ucraini), cosa fare dei mercenari catturati?

Di sicuro non possono essere lasciati liberi, sia perché il loro pentimento va messo alla prova, in quanto potrebbe essere un atteggiamento strumentale deciso sul momento, cioè un espediente per ottenere uno sconto sulla pena; sia perché non si può escludere la reiterazione del crimine (i due inglesi avevano già combattuto in Siria e in Bosnia).

In fondo il mercenario non è che un killer a pagamento. Il fatto che sia andato a combattere in un teatro di guerra lascia pensare che provenga da ranghi di tipo militare, più o meno regolari. Non è un killer isolato (come quelli che si vedono nei film americani) o che fruisce di particolare protezione (come quelli dei servizi segreti o della criminalità organizzata).

Un soggetto così va rieducato esattamente come tutti gli altri prigionieri. Forse è più facile farlo con una persona che non nutre alcun odio personale nei confronti del nemico da uccidere. Rieducare un neonazista richiede sicuramente molto più tempo.

Un mercenario anzitutto va edotto sulle ragioni del conflitto. Non può trincerarsi dietro la sua ignoranza. Per rendersi conto in maniera adeguata delle mostruosità compiute, uno deve conoscere bene i motivi per cui si trovasse dalla parte sbagliata.

Capito questo, l’ex mercenario deve iniziare a frequentare le persone che voleva uccidere per soldi, proprio per capire ancora meglio l’insensatezza delle sue azioni.

Infine tutti i prigionieri, mercenari e non, dovrebbero contribuire a ricostruire ciò che han distrutto (come fecero i nazisti in Russia). Solo alla fine della ricostruzione potrebbero essere lasciati liberi.

Qui voglio concludere dicendo che l’industria mercenaria ucraina è diventata una delle maggiori fonti di mercenari al mondo, in quanto costano la metà di qualunque altro mercenario: da 5 a 10.000 dollari al mese. E gli americani li utilizzano parecchio.

L’insegnamento fondamentale del conflitto ucraino

Devo dire che questo conflitto russo-ucraino ha messo seriamente in crisi il rapporto idealistico (o filosofico) tra etica e politica.

Certo, in Italia non abbiamo solo una tradizione cristiana che, seppur in forma laicizzata, presume di dare un senso alla politica in nome dell’etica; ma abbiamo anche una tradizione machiavellica (cioè radical-borghese) che separa nettamente l’etica dalla politica, facendo di quest’ultima qualcosa di cinico, ai limiti della spietatezza, se e quando la ragion di stato lo esige.

Con questo conflitto però è successo qualcosa di inedito. Infatti chi sembra avere della politica una concezione cinica, Putin, dimostra d’avere ragioni più fondate, persino più etiche di Zelensky, che pur continuamente cerca di coinvolgere il mondo intero nella sua narrativa melodrammatica, che presume d’essere valida in sé, in quanto esprime la condizione d’uno Stato aggredito, vittima della protervia di uno aggressore, che vuole minare la sua sovranità e integrità territoriale.

Bisogna in effetti ammettere che il mondo intero (o meglio, quello occidentale) non ha avuto dubbi a chi dare tutte le ragioni, al punto che ha preferito soprassedere completamente sul fatto che il governo di Kiev, sin dal golpe del 2014, ha avuto esplicite connessioni con l’ideologia neonazista presente in Ucraina: un’ideologia che risale alla II guerra mondiale e ch’era stata soffocata sotto una cenere fumante nella fase del socialismo reale di marca sovietica.

Dunque in questo conflitto si sono, in un certo senso, ribaltati i criteri dell’etica e della politica, nel senso che non è affatto vero che ha sempre più ragioni chi viene aggredito.

Certo, uno potrebbe dire che l’aggressore, usando mezzi militari, si pone automaticamente dalla parte del torto. Ma non è sempre così. La Russia ha aspettato 8 anni prima d’intervenire. Putin è stato accusato dai “falchi” del suo regime d’aver troppo tergiversato, soprattutto nei confronti dell’espansione orientale della NATO.

In questo lasso di tempo si è dato spazio alla diplomazia (i due accordi di Minsk); si sono aiutati ufficiosamente le due repubbliche del Donbass a resistere ai continui attacchi militari dei neonazisti ucraini; si sono denunciati gli orrori nelle sedi opportune. Ma l’Europa, gli USA, la NATO e l’ONU non hanno mai fatto nulla di concreto per risolvere la situazione. Putin ha atteso 14.000 morti, più i tantissimi feriti delle due repubbliche prima d’intervenire in maniera ufficiale e definitiva. E quando l’ha fatto la prima cosa che ha detto è che non c’erano più alternative. La stessa Russia si sentiva seriamente minacciata dalla NATO, gestita da un segretario generale che non riesce a dire qualcosa di vero neanche per sbaglio.

La Russia ha dovuto usare metodi violenti suo malgrado, cercando di non infierire sulla popolazione e obbligando quindi i propri soldati a liberare con lentezza il Donbass russofono, anche a costo di subire gravose perdite.

Putin non ha fatto altro che usare la legittima difesa contro la violenza dell’indifferenza occidentale, contro la collusione nei confronti di una delle ideologie più violente della storia contemporanea, contro i tentativi sempre più pressanti e minacciosi di porre fine all’integrità territoriale del suo Paese.

Noi occidentali non siamo in grado di capire i russi, perché non disponiamo delle sufficienti coordinate culturali per non vederli come atavici nemici dell’Europa. Siamo troppo prevenuti per formulare giudizi obiettivi. Ecco perché questa guerra non può che decidersi sul campo di battaglia. La nostra diplomazia non vale assolutamente nulla. Non è nelle nostre corde, abituati come siamo a dominare il mondo, capire le ragioni altrui. Per noi la Russia va sconfitta militarmente e deve essere ripristinata la totale integrità territoriale dell’Ucraina, ivi incluso il rientro della Crimea. Non ci interessa l’autodeterminazione dei popoli, espressa dallo strumento del referendum popolare. Per noi la democrazia diretta, rispetto a quella delegata, non vale nulla.

La grande corruzione in Ucraina in un documento della Corte dei Conti europea

1. Introduzione alla corruzione ucraina

Esiste una “relazione speciale” del settembre 2021 scritta dalla Corte di Conti europea, avente per titolo: “Ridurre la grande corruzione in Ucraina: diverse iniziative UE, ma risultati ancora insufficienti” (Special Report 23/2021: Reducing grand corruption in Ukraine).

Viene detto che l’Ucraina è un partner geopolitico e strategico per la UE. È uno dei maggiori Paesi dell’Europa in termini geografici e demografici ed è anche uno dei vicini immediatamente confinanti.

Cioè si fa capire che sarebbe un vantaggio per la UE averla al proprio interno. Cosa che si cerca di fare dal 2003. Si dà ovviamente per scontato che abbia molte risorse naturali appetibili.

I rapporti commerciali hanno iniziato alla grande nel 2007, nell’ambito del Deep and Comprehensive Free-Trade Area, ma sono stati interrotti da Yanukovich nel 2013 (che ha preferito – aggiungiamo noi – fare affari con la Russia, ritenendo troppo onerosi quelli col FMI). Tale svolta ha scatenato la rivoluzione di Euromaidan del 2014, dopodiché i suddetti rapporti sono stati ripresi.

Chiaro il ragionamento? Non si è trattato di un “golpe” ma di una “rivoluzione”, che è stata fatta giustamente per ribadire l’intenzione dell’Ucraina di entrare nella UE. I neonazisti non c’entrano niente, e neppure le manovre degli americani.

E ora viene il bello. Nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea e Sebastopoli e nell’Ucraina orientale ha avuto inizio un conflitto armato. Di conseguenza la UE ha adottato misure restrittive contro i responsabili di azioni volte a compromettere l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina.

Chiaro il concetto? La Russia ha “annesso” la Crimea, non è stata questa che con un referendum ha chiesto di staccarsi dal governo neonazista di Kiev e di passare sotto la Russia. Di conseguenza la guerra tra Kiev e le due repubbliche del Donbass è stata scatenata dalla Russia.

2. I motivi della corruzione

L’Ucraina ha un lungo passato di corruzione (iniziata prima del 2014) e si trova ad affrontare sia la piccola che la grande corruzione. La piccola corruzione è diffusa ed è accettata da gran parte della popolazione come se fosse quasi inevitabile. I cittadini spesso giustificano la loro partecipazione a questa piccola corruzione osservando che gli alti funzionari e gli oligarchi sono coinvolti nella corruzione a un livello di gran lunga superiore. Sembra che ci si riferisca all’Italia.

Come si articola questa grande corruzione? Si basa su connessioni informali tra funzionari pubblici, membri del parlamento, pubblici ministeri, giudici, autorità di contrasto, dirigenti di imprese statali e persone/imprese con legami politici. Situazione pesante, non esattamente paragonabile alla nostra.

Al vertice della grande corruzione ucraina stanno gli oligarchi, i quali: manipolano l’opinione pubblica attraverso la proprietà dei principali mezzi mediatici; influenzano a loro favore il processo legislativo tramite il finanziamento a vari partiti e a un gran numero di deputati; controllano l’amministrazione pubblica imponendo i loro candidati nei posti chiave; influenzano fortemente il sistema giudiziario, la magistratura inquirente e le autorità di contrasto; monopolizzano il mercato; esportano i loro capitali all’estero per non pagare le tasse e riciclano quelli sporchi.

Gli oligarchi hanno in mano lo Stato e non vogliono riforme contro i loro interessi. Cioè praticamente, potremmo dire, vivevano una situazione analoga a quella degli oligarchi russi al tempo di Eltsin.

La Corte dei Conti europea si duole di questa enorme e diffusa illegalità. Per motivi etici? No, semplicemente perché in una situazione del genere gli imprenditori europei non si fidano a fare investimenti in questo Paese.

3. Il ruolo dell’Unione Europea

A fronte di questa incredibile corruzione come si è comportata l’Unione Europea? Consapevole che quel Paese ha enormi risorse da sfruttare, ha fatto finta di niente e l’ha finanziato!

Siccome l’Ucraina è un Paese del partenariato orientale della UE, si è pensato di aiutarla, soprattutto dopo il 2014, in previsione di un prossimo ingresso nella stessa UE. E così la Commissione si è impegnata a versare oltre 12 miliardi di euro per vari programmi di assistenza (anche contro la corruzione), chiedendo in cambio un maggior rispetto dello Stato di diritto.

Ai neonazisti che componevano il governo e che avevano scatenato la guerra civile contro le due repubbliche del Donbass (dopo aver compiuto l’orrenda strage di Odessa), agli oligarchi che avevano in mano il Paese, la Commissione europea (presieduta prima da Barroso, poi da Juncker) chiedeva di rispettare le regole della democrazia, altrimenti il Paese non sarebbe potuto entrare nella UE.

4. Osservazioni della Corte dei Conti

La Corte dei Conti europea doveva mestamente constatare che tutti gli sforzi finanziari della UE per democratizzare l’Ucraina non erano serviti quasi a niente. Solo nel periodo 2018-20 più di 250 disegni di legge comportavano rischi di corruzione.

Cioè non era come da noi, ove vige il detto “fatta la legge, trovato l’inganno”, ma l’inganno, per non correre rischi, veniva codificato a monte. Tant’è che anche le imprese degli oligarchi soggette a rischio fallimento o al pagamento di grossi debiti pregressi beneficiavano di una moratoria praticamente illimitata.

Non solo, ma i grandi corruttori potevano circolare liberamente in Europa.

Nel 2014 lo stesso governo ucraino aveva osservato che il potere giudiziario (Corte costituzionale e Procura generale) era considerato una delle istituzioni più corrotte nel Paese (essendo totalmente subordinate a pressioni o decisioni politiche). Tuttavia lo stesso governo tendeva a far credere agli organi di controllo della UE che le riforme richieste erano state attuate a partire dal momento in cui veniva varata la legge richiesta, anche se poi la legge non veniva applicata quasi per niente sul piano amministrativo.

Un esempio eclatante del livello di corruzione è stata la dichiarazione di incostituzionalità (da parte della Corte costituzionale) di una legge del 2015 in cui si considerava reato l’arricchimento illecito. Poi però, per accontentare la UE, il parlamento ucraino approvò un nuovo disegno di legge nell’ottobre 2019 che reintrodusse la responsabilità penale per questo reato.

Un altro caso lo troviamo nella decisione della Corte costituzionale (ottobre 2020) di dichiarare incostituzionali i poteri di verifica dell’agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione per quanto riguarda la dichiarazione della situazione patrimoniale (che se mendace andava giudicata penalmente responsabile). Poi però per soddisfare le richieste della UE il parlamento ha dovuto fare marcia indietro.

Paradossalmente non succedeva come da noi, quando la Corte costituzionale fa le pulci alle leggi del parlamento, ma, al contrario, era il parlamento, pressato dalla UE, a dover correggere l’arbitrio della Corte costituzionale.

La Commissione europea fu addirittura costretta ad annullare nel 2021 un progetto di gemellaggio con la Corte costituzionale ucraina a seguito della decisione adottata da quest’ultima nell’ottobre 2020 d’invalidare le riforme anticorruzione.

Quando la Commissione europea pretese che l’incarico di pubblico ministero fosse sottoposto a una pubblica selezione, i 1.800 che non superarono le prove fecero tutti ricorso. Questo perché veniva considerata dominante la “raccomandazione” anche per un ruolo così importante. Non a caso tra il 2016 e il 2020 il livello di fiducia nella Procura generale non superava il 20%. Ma anche la polizia nazionale e i servizi di sicurezza erano intorno a quella percentuale.

Altro paradosso: il governo aveva accettato la realizzazione di piattaforme digitali “ProZorro” e “DoZorro” per gli appalti pubblici, al fine di garantire trasparenza e monitoraggio (che peraltro non ha mai funzionato per la mancanza di controlli incrociati). Tuttavia non aveva fatto chiudere il sito dei neonazisti Myrotvorets, nato nel 2016, in cui si profilavano le persone da considerare indesiderate in quanto filorusse.

Si poteva far entrare in Europa uno Stato messo in queste condizioni? Evidentemente no, anche se la Commissione europea tendeva a minimizzare i problemi. Ora però che è stato attaccato dalla Russia, tutti i problemi sembrano essersi risolti magicamente.

5. Conclusioni della Corte dei Conti

Prima dello scoppio della guerra in Ucraina l’ente nazionale anticorruzione di quel Paese stava indagando su importanti sistemi di corruzione, come p.es. il caso di Privatbank (la più grande banca commerciale ucraina, di proprietà dell’oligarca sponsor di Zelensky, Ihor Kolomoyskyi). Tuttavia l’ente ha affermato d’essere stato a lungo ostacolato, nell’espletamento delle sue funzioni, dal servizio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina, che vuole mantenere il controllo sulle intercettazioni e sull’accesso ai registri.

La Procura specializzata nella lotta alla corruzione, sebbene responsabile di adire la giustizia per i casi di corruzione ad alto livello, continuava a far parte della Procura generale e quindi non era del tutto indipendente. A tale proposito nel 2018 scoppiò lo scandalo delle intercettazioni, da cui emergeva che il responsabile di tale Procura specializzata avrebbe fatto pressione su pubblici ministeri e giudici.

Anche l’Alta Corte anticorruzione (nata nel 2019) era impossibilitata ad agire con sicurezza ed efficacia. Idem per l’agenzia per il recupero e la gestione dei beni, continuamente ostacolata dall’ostruzionismo delle autorità di contrasto.

La grande corruzione rimane un problema cruciale in Ucraina. La riforma giudiziaria è soggetta a battute d’arresto, le istituzioni anticorruzione sono a rischio, la fiducia in tali istituzioni rimane bassa e il numero di condanne per grande corruzione è modesto. Gli oligarchi e gli interessi costituiti in Ucraina sono la causa più profonda della corruzione e i principali ostacoli allo Stato di diritto e allo sviluppo economico del Paese.

Il Servizio europeo per l’azione esterna e la Commissione europea erano a conoscenza delle molteplici connessioni tra oligarchi, alti funzionari, governo, potere giudiziario e imprese statali, ma non hanno mai proposto alcun modello per limitare l’ingresso nella UE di cittadini ucraini sospettati di grande corruzione e impedire loro di utilizzare i propri beni nella UE. Anche se i principali documenti della UE menzionano la lotta alla corruzione, non vi è una strategia globale che affronti specificamente la grande corruzione.

Si sperava di migliorare la situazione ucraina entro la fine del 2022, ma la guerra ha dato una svolta in tutt’altra direzione. E comunque gli enti europei chiedevano insistentemente che il gran numero di imprese statali venissero privatizzate. Il che avrebbe inevitabilmente favorito proprio il sistema degli oligarchi che si voleva combattere.