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Il progetto per un mercato africano libero dai dazi

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi **

Domenica 7 luglio, a Niamey in Niger, il vertice straordinario dei capi di Stato dei paesi dell’Unione Africana ha sancito l’inizio della fase attuativa dell’Accordo continentale africano di libero scambio (AfCFTA l’acronimo in inglese) che mira ad abbattere progressivamente tutti i dazi e le altre barriere doganali all’interno dell’intero continente. Esattamente il contrario della politica delle barriere e dei dazi di Trump. E’ un evento di portata epocale, che potrebbe presto incidere sugli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. La visione e lo spirito che muovono l’Accordo hanno radici profonde e prospettive di lungo periodo: il rinascimento dell’Africa e il panafricanismo .

Hanno firmato 54 dei 55 membri dell’Unione africana, fatta eccezione per l’Eritrea per le tensioni con l’Etiopia. Ha sottoscritto anche la Nigeria, che rappresenta il Paese più popoloso e potente dell’Africa. L’AfFCTA darà il contributo più forte per il superamento di 84.000 km di frontiere interne ereditate dal colonialismo. Lo scopo è l’integrazione, senza ridisegnare nuove frontiere.

Eliminando i dazi sul commercio infra-africano, si crea un mercato di 1,2 miliardi di cittadini e di consumatori che potrebbe raddoppiare entro il 2050. Il commercio interno all’Africa rappresenta meno del 15% del totale delle esportazioni. Quello interno all’Unione europea è il 70% del totale e quello infra-asiatico è già del 50%. Perciò si prevede di portare il commercio fra i paesi africani almeno al 25% entro il 2023.

La creazione della Zona di libero scambio e dell’unione doganale è il primo passo di un percorso ben programmato che prevede la realizzazione del mercato comune africano nel 2025 e l’unione monetaria nel 2030. I paesi africani si sono chiaramente ispirati all’esperienza dell’Unione europea, facendo tesoro delle difficoltà e degli errori commessi in Europa. Infatti, hanno messo l’unione monetaria alla fine del percorso.

Indubbiamente si è tenuto conto anche dell’esistenza dei paesi BRICS, che hanno saputo costruire nuove alleanze e istituzioni indipendenti, capaci di giocare un ruolo incisivo sullo scacchiere economico e politico globale.

E’ un disegno ambizioso. L’Italia e l’Unione europea non possono limitarsi a guardare per vedere se l’Africa riuscirà o no a realizzarlo. Sarebbe grave, a nostro avviso, se ci si soffermasse a valutare i comportamenti presenti e passati dei governi e delle leadership africane. C’è un Grand Design da realizzare. E’ una sfida anche per la cooperazione internazionale ed europea. Il tutto inizia, nel maggio 2013 ad Addis Abeba in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Organizzazione dell’Unione Africana, quando si definì il programma Agenda 2063per “un’Africa integrata, prospera e pacifica guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica sulla scena internazionale”.

L’Agenda 2063 dettaglia, infatti, una serie d’iniziative da realizzare in tutti i campi per trasformare l’Africa in un moderno continente sovrano, che prenda in mano il proprio destino. In primo luogo vi è la realizzazione di una rete integrata continentale di treni ad alta velocità. Le infrastrutture occupano un posto prioritario nella lista dei progetti, come già evidenziato nel Piano di Sviluppo delle Infrastrutture in Africa (PIDA). Senza infrastrutture stradali, ferroviarie, fluviali, portuali, aeroportuali, energetiche e della comunicazione, la Zona di libero scambio resterebbe una scatola “paralizzata” che bloccherebbe qualsiasi piano di sviluppo industriale, economico e civile.

Si prevede la formulazione di una “strategia africana sulle commodity” per rendere il continente più forte nella definizione dei contratti di sfruttamento delle materie prime con i partner internazionali, per evitare che rimanga solo una grande miniera a cielo aperto e un semplice fornitore di minerali per il resto del mondo. L’Africa legittimamente vuole promuovere l’industrializzazione e la creazione di manifatture per garantire lavoro e reddito per i propri cittadini.

L’Africa, purtroppo, finora è stata oggetto di un crescente land grabbing: vasti territori accaparrati da grandi interessi privati, da società internazionali e anche da altri Stati. Il fine è lo sfruttamento agricolo e minerario intensivo per fornire prodotti per destinazioni fuori dal continente africano. Spesso la mano d’opera locale è sfruttata al massimo e pagata al minimo, minando anche il tessuto sociale tradizionale, stravolgendo l’ambiente e lasciando, poi,sacche di povertà e di abbandono.

Purtroppo, com’è noto, la regione sub-sahariana è il bersaglio principale di tali spregiudicate operazioni, che si giovano anche della corruzione di potentati locali e dell’ignoranza di molti. Si stima che, di tutti i territori acquisiti attraverso il land grabbing a livello mondiale, oltre il 40% sia in questa regione. Per esempio, una ricerca di alcuni anni fa quantificava l’acquisizione di terreni nella sola Repubblica Democratica del Congo in 7,2 milioni di ettari. Un terzo dell’Italia!

Su 10 paesi dell’Africa sub-sahariana 9 sono “ dipendenti dalle commodity”, perché oltre il 60% di tutto il loro export è dato dalle commodity. Ed è una tendenza in crescita anche a livello globale. La Banca Mondiale conferma, infatti, l’aumento del rapporto debito/export nella regione sub-sahariana che è passato dal 65% del 2011 al 136% del 2017.

L’Agenda 2063 è ricca di altri progetti relativi alle nuove tecnologie, alla finanza e anche alla ricerca spaziale. Fondamentale è la previsione di costruire un “grande museo africano” per promuovere la cultura africana in linea con gli ideali del pan-africanismo. Si vuole preservare il patrimonio culturale, stimolare gli africani a scrivere la vera storia dell’Africa e mostrare la sua influenza artistica, scientifica e letteraria sulle varie culture del mondo.

Il summit di Niamey ha dovuto comunque riconoscere che l’impegno assunto nel 2013 di far tacere tutte le armi entro il 2020 non è stato ancora realizzato.

La pacificazione e il superamento degli attuali conflitti in alcuni paesi sono, però, la condizione per l’effettiva operatività della Zona continentale africana di libero scambio senza dazi e barriere. E’ una grande sfida. Così come lo è il superamento delle frontiere e l’emissione di un unico passaporto africano per il libero movimento delle persone, che dovrebbe essere operante già dal prossimo anno.

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

FINALMENTE UN’INIZIATIVA SERIA PER L’AFRICA.

Grandi investimenti per salvare il lago Ciad. Il ruolo del “Progetto Transaqua”

Mario Lettieri*  Paolo Raimondi**

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha recentemente dichiarato l’intenzione di affiancare il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nella raccolta di fondi per la realizzazione del progetto di “trasferimento idrico” dalla regione dell’Africa centrale verso il Lago Ciad, nel Sahel. Intendono presenziare insieme a un Forum Speciale dove coinvolgere sponsor pubblici e privati per finanziare il progetto.

L’intero grande progetto richiederebbe 50 miliardi di dollari che i paesi direttamente interessati dal bacino acquifero del lago Ciad, cioè la Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad, ovviamente non sarebbero da soli in grado di disporre.

L’accordo è stato mediato dall’African Development Bank, che negli anni passati si è mossa con grande impegno per la realizzazione d’infrastrutture in Africa e portare il continente e la sua popolazione fuori dal sottosviluppo e dal continuo spettro della povertà.

A causa di una gestione del lago quasi inesistente e, soprattutto, dell’avanzamento del deserto, nei decenni passati il lago ha perso il 90% della sua superficie, con catastrofici effetti climatici e sociali.

Come è risaputo, intorno al bacino del lago vivono circa 30 milioni di persone che di giorno in giorno vedono le loro vite e il loro futuro sempre più minacciati. Di conseguenza, sono sorti conflitti tra i paesi rivieraschi per l’approvvigionamento dell’acqua e forti tensioni tra agricoltori e pescatori. Una vera lotta tra poveri.

Non c’è quindi da essere sorpresi se i giovani di queste terre vogliano o debbano emigrare e se altri possano finire nelle reti del terrorismo e del crimine organizzato. Com’è noto sono proprio la mancanza di lavoro e le guerre locali, le cause principali delle migrazioni anche verso l’Europa.

E’ il caso di ricordare che la parte centrale del programma d’investimenti ipotizzato sarebbe la realizzazione del “Progetto Transaqua”, elaborato ben 40 anni fa dall’impresa italiana “Bonifica” del gruppo IRI per la creazione di un canale lungo 2.400 km per portare acqua dolce dal fiume Congo verso il lago Chad.

Già nel febbraio 2018 nella conferenza internazionale sul lago Ciad, tenutasi ad Abuja in Nigeria con la partecipazione anche dell’Italia e dell’Unesco, si era sostenuto con forza la realizzazione di Transaqua. Allo stato, il trasferimento idrico tra i bacini acquiferi non ci sembra un’opzione né un “miraggio faraonico” ma una vera e propria necessità.

Si prevede il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del fiume Congo al lago Ciad, equivalente a circa l’8% della portata del fiume, che, comunque, la scarica tutta nell’Oceano Atlantico. Il piano prevede anche la costruzione di un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che forniranno energia pulita, trasporto fluviale e acqua dolce per le popolazioni interessate e per lo sviluppo di un moderno settore agroindustriale nell’Africa Centrale.

Transaqua affronta molti aspetti della crisi africana, offrendo la possibilità di lavoro e benefici per i paesi a sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che metterebbe a disposizione l’acqua in cambio di un importante arricchimento infrastrutturale e produttivo.

Come prevedibile, la Cina è il primo paese a essere interessato, non solo per ragioni geopolitiche ma anche per soddisfare la sua necessità di importare beni alimentari.

Già nel 2016 PowerChina, il gigantesco conglomerato industriale cinese che ha costruito anche la diga delle Tre Gole, aveva discusso del progetto con il governo della Nigeria esprimendo la sua disponibilità a partecipare al finanziamento e alla realizzazione dello stesso.

Oltre ai grandi investimenti miliardari in molti paesi dell’Africa, Pechino organizza ogni due anni uno specifico forum con la partecipazione di tutti i capi di stato africani. L’ultimo si è tenuto lo scorso settembre dove la Cina ha presentato il piano d’integrazione dell’Africa nelle Vie della Seta, la Belt and Road Initiative.

Nel frattempo si è mossa anche la Russia che il prossimo ottobre organizzerà il primo Russian African Summit con i leader di tutti i paesi africani.

L’Italia, fin dai tempi di Enrico Mattei, è sempre stata attenta all’idea di una vera cooperazione e dello sviluppo dell’Africa. Da sola, però, non è riuscita a smuovere gli altri grandi attori occidentali e internazionali.

Lo scorso ottobre è stato meritoriamente firmato un memorandum d’intesa tra il nostro Ministero dell’Ambiente  e la Commissione del Bacino del Lago Ciad per il finanziamento dello studio di fattibilità del Progetto Transaqua. L’Italia vi contribuisce con 1,5 milioni di euro.  Anche PowerChina cofinanzia lo studio.

Negli ultimi anni l’Europa ha ripetuto la necessità di lanciare un “Piano Marshall per l’Africa” per sviluppare il continente e per contenere il flusso dei cosiddetti “migranti economici” verso l’Europa. Questo a parole.

L’Italia ha sempre mantenuto un rapporto storico positivo con molti paesi africani. Siamo conosciuti come i costruttori di dighe e d’importanti infrastrutture. E’ interesse nostro e dell’Europa di lavorare per una genuina collaborazione, superando anche qualche vecchio retaggio del colonialismo di certi paesi europei.

In definitiva, la realizzazione del grandioso progetto in questione sarebbe un aiuto concreto allo sviluppo del continente africano e un modo serio di “aiutarli a casa loro”. Sarebbe, inoltre, anche una scelta coerente per difendere la Terra dal processo di desertificazione evidenziato dallo stesso ONU. Sarebbe probabilmente una risposta importante al problema dei mutamenti climatici denunciati dagli scienziati e dai giovani di tutto il mondo.

*già sottosegretario all’Economia **economista

Progetti importanti tra illusioni di ripresa. E la rischiosa abboffata di profitti della banche Usa

di Mario Lettieri*  e Paolo Raimondi**

1) – Mobilitare il nostro sistema-paese sul territorio e a livello internazionale

Riteniamo che le prospettive economiche del nostro Paese non si possano misurare con meri dati statistici o peggio con qualche altro indicatore basato magari sulle aspettative degli intervistati. Le tante esternazioni di questi giorni sulla fine della recessione e sulla svolta economica positiva prevista per il terzo trimestre 2013 ci suonano più come auguri di Ferragosto che serie analisi suffragate da dati e andamenti reali. Non si tratta di iniziare una diatriba tra ottimisti e pessimisti sul futuro dell’economia nazionale. In passato questi “psicologismi spiccioli” hanno infatti dato spazio solo alla frustrazione e alla rabbia. Siamo consapevoli che spesso certe valutazioni negative sulla nostra economia, come quelle delle agenzie di rating, si sono tradotte, purtroppo, in tagli e spesso in cieca politica di bilancio.

Allo stato non esistono però concreti e solidi elementi per poter salutare l’uscita dalla crisi né a livello globale né a livello europeo e tanto meno a livello nazionale. Basti pensare che l’Ocse prevede un alto livello di disoccupazione. Per l’Italia il tasso relativo dovrebbe salire al 12,5% alla fine del 2014! E’ davvero difficile quindi immaginare una ripresa economica mentre l’occupazione scende così vistosamente, determinando ovviamente un conseguente generalizzato aumento della povertà. In Italia, purtroppo, da tempo manca una seria programmazione con una conseguente puntuale verifica di quanto realizzato. E’ indispensabile indicare percorsi di sviluppo ma anche progetti sul medio e lungo termine e scadenze precise.  Continua a leggere

La rielezione di Obama dimostra che anche sui torti peggiori si può voltar pagina. Volendo. Le balorde accuse dei sionisti antisemiti

Bene. Obama è stato rieletto. Gli Usa hanno avuto dunque presidenti non solo wasp  – acronimo delle parole white, anglo, saxon, protestant – ma anche di religione cattolica e perfino di “razza” nera, la “razza” dei milioni di esseri umani importati a forza come schiavi e discriminati con un apartheid tanto laido quanto legale fino a pochi ani fa. Anzi, il presidente di “razza” nera è stato pure rieletto. Per giunta battendo un concorrente di “razza” bianca ed esponente di una religione che più statunitense di così non si può, dato che i mormoni sono un prodotto made in Usa, nato direttamente nella Grande Mela, cioè a New York. La loro nascita e il loro consolidamento non sono stati affatto facili, combattuti come sono stati per un bel pezzo all’inizio. Tralascio il fatto che il mormonismo si basa su miti, frottole e truffe fin troppo evidenti, perché questa è una caratteristica di tutte le religioni di successo, specie se c’è di mezzo la bibbia, che in quanto a miti e falsi storici credo ne detenga il record mondiale. Il mormonismo infatti si chiama così perché deriva da Mormon, nome del profeta (!) al quale viene attribuito il Libro di Mormon, che il fondatore delle nuova religione, Joseph Smith, pubblicò nel marzo del 1830 dichiarando di averlo tradotto da una antica e sconosciuta lingua… No comment. Se Maometto sognava Dio che gli dettava tutto di notte, Smith aveva invece molte “visioni angeliche”, in base alle quali il 6 aprile 1830 fondò con altre cinque persone nei paraggi di New York la Chiesa di Cristo, come se di Chiesa di Cristo non ci fosse già da un bel pezzo il cristianesimo. Anche qui, no comment. In seguito il nome mutò in Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, e ovviamente neppure tra i mormoni mancarono rivalità e scismi, tanto per cambiare. E tanto per cambiare la donna era considerata un oggetto sottomesso, molto sottomesso, a partire dalla poligamia, ovviamente senza poliandria. Continua a leggere

Umanesimo e socialismo tra uomini primitivi e contemporanei

Su sei miliardi di abitanti è forse possibile ipotizzare che circa 200 milioni di abitanti vivano ancora in forme primitive, in forme cioè non solo pre-borghesi e pre-feudali, ma anche pre-schiavistiche. Gli ebrei avrebbero detto di se stessi, nei loro momenti più tragici, ch’era rimasto “l’ultimo resto di Israele”.

Queste popolazioni tribali praticano delle religioni che gli occidentali hanno definito di tipo animistico-totemico, mentre sul piano più propriamente socioeconomico si avvicinano a uno stile di vita che in qualche maniera ricorda quello del cosiddetto “comunismo primordiale”.

Molte tradizioni di queste popolazioni si possono riscontrare anche là dove esse hanno accettato il cristianesimo conosciuto attraverso i colonizzatori europei. Nella sola Africa p.es. esistono almeno seimila chiese che, pur richiamandosi al cristianesimo, si considerano “separatiste”, in quanto contestatrici del cristianesimo ufficiale, sia esso cattolico o protestante. Tra queste chiese le più significative sono quelle raggruppate entro le denominazioni di “messianiche” (Africa centrale e orientale), di “etiopiche” e “sionistiche” (Africa australe) e di “oranti” (Africa occidentale).

Una parte di questi culti africani si ritrova, grazie alla stessa colonizzazione, anche in Sudamerica (p.es. ad Haiti il vudu, o in Brasile il candomblé e l’umbanda, dove il cristianesimo è sopportato soltanto come una facciata priva di vero significato). Ma le forme di contestazione nei confronti della cultura occidentale si ritrovano anche in altre religioni primitive non influenzate dall’africanismo, come p.es. nel peyotismo del Nordamerica, erede della “ghost-dance”, con cui s’invoca il ritorno dei morti per difendere gli ultimi indiani rimasti, oppure nei culti cosiddetti “cargo-cults” dell’Oceania (Nuova Guinea, Polinesia, Malesia).

Molti studiosi han cercato dei punti di contatto con queste popolazioni e con le loro religioni, ma con scarsi risultati scientifici, anche perché le prime teorie etno-antropologiche cominciarono a essere elaborate e sviluppate quando il colonialismo prima e l’imperialismo dopo avevano ridotto ai minimi termini le stesse popolazioni che i ricercatori andavano a studiare.

L’opera che fa da capostipite a queste indagini fu quella di E. B. Tylor, uno dei più importanti antropologi della scuola evoluzionista britannica: Primitive Culture, del 1871. In essa si cercò di applicare una teoria presa dalla psicologia associazionista alle credenze dell’uomo primitivo. La tesi in sostanza era questa: supposto che la natura umana sia uniforme, cioè abbia un meccanismo mentale universale, che prescinda dal tempo e dallo spazio, qual è quella esperienza appartenente a ogni essere umano, che gli offre la percezione di essere diverso da quel che è? Ecco, partendo da questa domanda piuttosto ingenua, la cui ovvia risposta era il sogno, Tylor era convinto di poter dimostrare che i primitivi, credendo nell’esistenza di un “doppio di sé”, cioè in sostanza di un’anima che si stacca dal corpo nel momento del sogno, ma anche in uno svenimento, in un delirio febbrile e persino nella morte, avrebbero in un certo senso creato la religione.

Successivamente questo alter ego con la morte si sarebbe ipostatizzato e, pur restando senza corpo, avrebbe svolto il ruolo di “spirito protettore”. La gerarchizzazione di questi sosia invisibili sarebbe avvenuta quando la comunità decise di sceglierne uno in particolare, considerandolo un dio supremo, superiore a tutti.

Il fatto di aver bisogno di “spiriti protettori” per affrontare le difficoltà della vita, comportò inevitabilmente la fede nell’esistenza di spiriti negativi, avversari. Il fatto invece che nessuno di questi spiriti potesse essere visto coi propri occhi, portò a credere che la loro presenza fosse ovunque e che la natura servisse loro proprio per manifestarsi.

Questa religione fu chiamata “animistica”, proprio perché i primitivi accettavano l’idea che tutto l’universo fosse mosso da una forza vitale, avente un rapporto privilegiato con gli esseri umani.

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Ora qui non si vuole ripercorrere tutta la storia dell’etno-antropologia mostrando in quali modi queste idee vennero confermate o confutate. Ci si vuole piuttosto chiedere se quella parte di umanità che oggi non professa alcuna religione (in quanto si dichiara indifferente o agnostica o atea) possa avere dei punti di contatto con quest’altra parte di umanità, la cui religione (che noi consideriamo “primitiva”) ha il vantaggio di non aver nulla in comune con quelle che si sono imposte nella storia delle civiltà antagonistiche.

Forse il mondo laico, specie quello interessato a sviluppare una società di tipo socialista, potrebbe iniziare a chiedersi se, nel cercare di dare corpo alle proprie istanze emancipative e di liberazione, possa avvalersi dell’insegnamento delle ultime tribù ancestrali, le cui origini e tradizioni si perdono nella notte dei tempi.

Sino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso queste tribù primordiali venivano etichettate con epiteti denigratori come “senza cultura”, “senza scrittura”, “senza dio”, “senza tecnica”, e quindi pagane, selvagge, primitive, agli inizi dell’evoluzione umana. Poi s’è cercato di rimediare con espressioni più sfumate, tipo “popoli primari”, “popolo tradizionali, “popoli allo stato di natura”. In realtà noi non abbiamo neanche le parole per definire i nostri più antichi antenati, proprio perché da loro ci separa un abisso, un vuoto incolmabile.

L’Africa resta ancora il grande continente di questi popoli ancestrali, soprattutto in quella zona che va dalla fascia subsahariana all’Africa australe, e non a caso è questo il continente che più soffre della logica economicistica del globalismo.

Un altro grande territorio caratterizzato dalla presenza di queste tribù è il Sud del Pacifico, con a capo l’Australia, la Nuova Guinea, le Isole Salomone, la Melanesia e la Polinesia. Poco invece resta tra gli indiani delle praterie d’America, dello Yucatan, del Messico e dei Caraibi. Anche altre tribù del Sud America e dell’India sono state in qualche maniera influenzate dallo stile di vita occidentale e dalle sue religioni.

Che sappiamo di queste popolazioni prive di testi scritti, di archivi, di documenti, su cui noi siamo soliti basarci per fare la “storiografia”? Com’è possibile capire la cultura orale di popoli che usano racconti in veste di favole, proverbi, miti in cui viene detto di credere in un dio, pur senza fare alcuna professione di fede? pur senza neppure interrogarsi sulla sua natura? pur dichiarandosi insofferenti a qualunque colonizzazione di tipo religioso? La maggior parte delle lingue usate dai popoli primitivi non dispone neppure di una parola equivalente a “religione”.

In Africa, se si esclude la civiltà egizia, non s’è mai trovata alcuna forma materiale che rappresenti la divinità; tra queste popolazioni ancestrali non esistono templi o caverne in cui dio possa abitare (la sua dimora è il cielo). Non possono quindi esistere sacerdoti che si rivolgono a lui espressamente: indovini, maghi, sciamani, stregoni… compiono il loro culto agli antenati, agli spiriti buoni o cattivi, ma non all’essere supremo.

Qui non solo non ci sono simboli per esprimere la natura di dio, ma neppure delle preghiere simili al “Padre nostro”, in quanto per loro non ha alcun senso rivolgersi a chi sa già cosa ha bisogno l’uomo per sopravvivere. Frasi come queste: “Se dio c’è, perché permette il male?”, “Se dio non c’è, allora tutto è possibile”, “Occorre vivere come se dio non esistesse”, “Dio è un’ipotesi che non ho considerato”, sono frasi senza alcun senso, esattamente come le prove ontologiche dell’esistenza di dio, sia perché di fronte a qualcosa di assoluto non ci può essere alcun “se dubitativo”, sia perché qualunque forma di male proviene sempre dagli esseri umani, sia perché le cose, per essere accettate, non hanno bisogno di essere spiegate, facendo esse parte di una tradizione infinitamente più grande delle capacità di comprensione di qualunque essere umano.

L’unico vero intermediario tra dio e l’uomo è la natura, che non a caso, per queste popolazioni, è tutta animata, tutta ordinata e regolata nei suoi ritmi e nei suoi cicli. Compito dell’uomo è appunto quello di adeguarvisi liberamente in virtù della propria coscienza, che permette di distinguere il bene dal male.

I miti della creazione, sebbene spesso privi di logica, esprimono la consapevolezza dell’uomo di fronte alla presenza del mistero, lo richiamano al dovere del bene, gli ricordano il giusto posto nell’universo, il significato della sua storia.

In questi miti il creatore non s’impone mai, preferendo lasciare all’uomo la responsabilità del suo agire; anzi, rispetta persino l’avversario (che in molti miti è presente come simbolo dell’origine del male), proprio per insegnare all’uomo che non deve sentirsi padrone della libertà altrui. Il creatore è “padre” anche quando l’uomo viola le norme di comportamento. Propriamente parlando dio non “crea” l’essere umano, ma lo “plasma”, lo “modella” a sua immagine.

L’uomo infatti, nelle concezioni cosmiche di questi popoli, è al centro di un universo la cui materia è energia vitale, che va “umanizzata”. E la caratteristica fondamentale di questa materia è la dualità, cioè tutto nell’universo è preposto a formare una coppia di elementi che si attraggono e si respingono.

La morte della materia non è che la sua trasformazione in altra materia o in altra energia. La stretta continuità tra terra e cielo fa sì che queste popolazioni diano grande importanza al culto degli antenati, che non vanno mai dimenticati. Gli avi hanno assicurato la continuità della stirpe, della tribù, la fedeltà alla tradizione, il rispetto di valori comuni e fondanti per i destini delle comunità.

Ma forse l’aspetto più significativo di queste popolazioni è la capacità di vedere le cose come un unicum inscindibile. Non vedono alcuna differenza tra “sacro” e “profano”, poiché ogni aspetto della vita è “sacro”, tutto è interconnesso, interdipendente, concatenato. L’ordine del mondo non è logico o meccanico, ma olistico, è un’armonia vivente che permette a tutti di trovare il loro giusto posto. Lo squilibrio di una sola parte di questo insieme ha ripercussioni sul tutto.

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Ora si tratta di capire in che maniera il moderno umanesimo laico può convergere con questa concezione della realtà e dell’universo. In altra sede si dovrà esaminare come far convergere le idee del socialismo democratico con la pratica di vita di queste popolazioni studiate dagli etnologi.

La differenza fondamentale che separa l’uomo contemporaneo dall’uomo primitivo è la concezione della natura. L’uomo primitivo si considerava ateo in quanto naturale, oggetto di natura, dipendente dalla natura, e ha cominciato a diventare religioso quando, dopo aver perduto se stesso, ha preso a vedere la natura come qualcosa che avrebbe anche potuto minacciare la sua esistenza, ha cioè attribuito falsamente alla sua dipendenza l’origine dei suoi problemi, dopodiché, personificando questi stessi problemi, ha inventato gli dèi, dando a ognuno di essi i nomi dei suoi problemi e anche le corrispondenti risposte illusorie.

Questa situazione è andata avanti fino a quando non è stata compiuta la rivoluzione tecnico-scientifica, che è potuta avvenire solo dopo che gli uomini hanno cominciato a credere d’essere molto più importanti delle natura, talmente più importanti che, volendo, si poteva anche smettere di credere in dio.

Gli uomini tuttavia, pur cominciando a dominare la natura, si sono accorti che persistevano i loro problemi sociali, sicché nei confronti delle religioni hanno deciso di essere più tolleranti, poiché sapevano che per quanti subiscono il peso delle contraddizioni sociali, la fede in qualche divinità può costituire un certo conforto.

Oggi quindi gli uomini contemporanei si trovano nella seguente condizione: sono atei in quanto dominano la natura, ma, poiché in questo dominio permane la schiavitù sociale, lasciano chiunque libero di credere nella superstizione e nel clericalismo.

Se incontrassero un uomo primitivo che dice di essere credente in quanto dipendente dalla natura, direbbero che è superstizioso. Ma se incontrassero un primitivo che dicesse di essere ateo pur nel riconoscimento di questa dipendenza, cosa direbbero? Durante l’epoca del colonialismo si è sempre data un’unica risposta a tale domanda: gli uomini primitivi senza religione non sono umani. L’ateismo dell’uomo primitivo ha giustificato la sua sottomissione, la sua civilizzazione, la sua cristianizzazione.

Cos’è dunque che impedisce all’uomo contemporaneo d’incontrarsi davvero con l’uomo primitivo? Non è la fede e neppure la sua mancanza. Ciò che li separa in maniera abissale è proprio il rapporto che si ha con la natura, che per l’uomo contemporaneo deve essere di dominio, così come lo sono i suoi rapporti sociali.

E’ nel modo di vivere i rapporti sociali la fonte della loro abissale distanza. Quando gli uomini contemporanei impareranno a superare gli antagonismi sociali, capiranno da soli se, nel loro rapporto con la natura, è necessario essere credenti o è naturale essere atei.

Manifesto per la fondazione del partito Democrazia Laica. Per la difesa della laicità della Repubblica italiana (quindi anche della libertà di religione) e contro la guerra da “scontro di civiltà”

Il laicismo unisce, i clericalismi invece dividono. E spingono chiaramente verso una nuova disastrosa guerra chiamata “scontro di civiltà”. Se qualcuno vuole partecipare con me all’avventura della creazione del partito Democrazia Laica si faccia avanti. Questo è il manifesto che io propongo. Si accettano ovviamente suggerimenti e consigli, specie per il programma politico che io ho solo abbozzato in pochi punti.

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L’Italia è stata unificata e resa più civile, più moderna e più europea dalle personalità, dai gruppi, dalle associazioni e dai partiti laici e antitotalitari, cioè da un insieme che oggi è purtroppo molto indebolito e in via di estinzione come realtà organizzata e dotata di strutture politiche. Da qualche tempo è invece cresciuto l’interventismo della gerarchia vaticana nella vita politica della Repubblica Italiana, fino a superare abbondantemente in vari campi i limiti del lecito; interventismo che si è mobilitato non per la conquista di nuovi diritti dei cittadini italiani, quanto invece per impedirli. Di recente si è arrivati a sostenere che le leggi della Repubblica devono essere in sintonia con il credo man mano elaborato in Vaticano.
Questo comportamento, da religione di Stato, spinge da una parte all’ossequio filoclericale e dall’altra all’anticlericalismo, eccessi da evitare entrambi, ma spinge anche in direzione contraria al diritto di libertà di culto, inteso come diritto alla libertà per ogni culto, compreso il culto del non credere. Il Vaticano ha tentato a lungo d’imporre alla Comunità Europea il cappello delle “radici cristiane” nel progetto di Costituzione europea. Il tentativo finora è andato a vuoto e nel frattempo la Spagna, ex sagrestia d’Europa, si è molto laicizzata, diventando molto più moderna ed europea. Per bilanciare tali perdite il Vaticano ha aumentato la pressione sulla Repubblica italiana, con il chiaro scopo di farne il proprio “zoccolo duro” per non perdere anche l’influenza, i privilegi e il potere che da secoli esercita sul territorio italiano.

La libertà di scelta religiosa e di scelta atea o agnostica è un diritto inalienabile, che parafrasando una nota frase di Camillo Benso di Cavour potremmo riassumere con l’espressione “Libere Chiese in libero Stato”, aggiornandola ed ampliandola in “Libere Chiese in libera Europa”. Il crescendo di invadenza vaticana va però in direzione opposta a tale diritto e a parte dei diritti universali dell’uomo, e legittima per reazione un’analoga invadenza da parte di altre religioni, aumentando così il pericolo del ripetersi di esiti drammatici già vissuti in passato, e contribuisce in modo preoccupante al deterioramento della scuola e della sua centralità nella formazione dei cittadini e del futuro del Paese. Ecco perché l’invadenza del Vaticano va contrastata, con urgenza e fermezza, ed ecco perché quella delle altre confessioni va prevenuta con altrettanta urgenza e fermezza prima che sia troppo tardi. Si può essere cristiani e cattolici senza inginocchiarci anche fuori dalle chiese, così come si può essere atei o professare altre religioni senza per questo tenere sermoni o montare in cattedra fuori dai propri templi. Continua a leggere

La nostra solidarietà a Berlusconi colpito in faccia da uno squilibrato. Ciò non toglie però che deve smetterla di mentire e che deve dimettersi. Ecco perché, e senza bisogno né di Spatuzza né dei Graviano

Come spiegavo a una nostra forumista nel mio ultimo commento della puntata precedente, gli squilibrati esistono in tutto il mondo, ma ciò non toglie che colpire per giunta in pubblico un capo di governo, spaccandogli un labbro e rompendogli un dente, come è successo a Berlusconi, è cosa grave e inammissibile. Per fortuna non ci sono state conseguenze drammatiche o tragiche, e per fortuna il gesto è frutto di uno squilibrato anziché dell’idiozia di un gruppetto “politico”, eventualità che avrebbe precipitato il Paese nel baratro: è chiaro infatti da troppi sintomi che nelle file del partito berluscon-bossiano non aspettano altro che poter “regolare i conti”. Immagino però che gli untori di professione soffieranno sul fuoco comunque sulle prime pagine dei giornali, e del resto Berlusconi paga bene i suoi mazzieri mediatici.

E che i suoi mazzieri si metteranno alacremente all’opara è già chiaro fin dalle prime parole attribuite a Berlusconi al pronto soccorso. Leggo infatti sul sito di un quotidiano:
“Comunque Berlusconi, riferisce chi gli ha fatto visita, si è detto “amareggiato” per “questa campagna di odio nei miei confronti. Questo è il frutto – ha spiegato – di chi ha voluto seminare zizzania. Quasi me l’aspettavo…”. Berlusconi a tutti ha ripetuto di essere stato nei giorni scorsi nel mirino di una campagna di veleni. “Tutti dovrebbero capire che non è possibile oltraggiare un presidente del Consiglio, questa è la difesa delle istituzioni”. Al di là dell’amarezza, il Cavaliere ha sottolineato di non voler minimamente farsi impressionare dall’episodio. “Sono ancora qui e non mi fermeranno””.
Per parlare così ci vuole una bella dose di irresponsabilità e di faccia di bronzo. Se c’è qualcuno che conduce una campagna di odio è proprio lui, Berlusconi Silvio, che da mesi – anomalia unica nell’intero Occidente democratico –  accusa in continuazione i magistrati – fino alla Corte Costituzionale! – e ormai anche il presidente della Repubblica.
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