Continua l’indecente silenzio sul contributo dei partigiani rom e sinti alla nostra Resistenza

Pubblico volentieri questa poesia scritta dal mio amico rom italiano Santino Spinelli, musicista, musicologo e direttore d’orchestra. Come ho detto più volte, il contributo degli “zingari” alla nostra guerra di liberazione dal fascismo è sempre completamente ignorato perfino in occasione del 25 aprile, cioè dellaricorrenza della Liberazione dell’Italia dal fascismo. come del resto è ignorato il genocidio che hanno subìto anche loro per mano dei nazisti. Non ne parla neppure la Giornata della Memoria, che è quindi piuttosto smemorata. Si parla sempre e solo della Shoà e da qualche anno il 25 aprile si parla anche della Brigata Ebraica, chiaramente per sostenere la politica israeliana sempre più insostenibile. Si continua però a tacere stranamante il contributo dato alla nostra Liberazione da marocchini, nepalesi e altre truppe che oggi diremmo extracomunitarie, ma che all’epoca erano coloniali. Anzi, semmai dei marocchini si cita solo ed esclusivamente qualche atto infame come lo stupro narrato nel film La ciociara.
Insomma, il razzismo, l’opportunismo e il servilismo verso i potenti, oggi rappresentati da Israele, sono sempre vivi, anche se hanno cambiato un po’ faccia dandosi un pesante trucco. 13100762_10209399800261523_8994537004301363583_n

I limiti di fondo dell’economia politica

Prendiamo un qualunque Manuale di economia politica scritto da un marxista: quello di Antonio Pesenti (Editori Riuniti, Roma 1972). Sin dalle prime pagine si capisce che c’è qualcosa che non va, ovviamente non perché si è contro il capitalismo, quanto perché non si riesce a valorizzare sino in fondo il pregio di un’economia naturale basata su autoconsumo e baratto. Questo è un limite di fondo di tutti i manuali di economia politica, siano essi borghesi o socialisti.

Un manuale marxista di economia politica non dovrebbe porsi anzitutto in antitesi allo sviluppo capitalistico, poiché se si esordisce facendo questo, l’antitesi non sarà mai davvero radicale, ma sempre relativa. Per essere un minimo obiettivi, si dovrebbero anzitutto valorizzare tutte quelle forme di produzione economica in cui non esisteva una forte divisione del lavoro, una propensione accentuata per gli scambi commerciali, l’esigenza di avere tutte le comodità possibili, la necessità imprescindibile di produrre di più in minor tempo e con minor fatica e altre caratteristiche tipiche delle società basate sull’antagonismo sociale.

È vero che è stata la borghesia a inventare la scienza dell’economia, ma quando si parla di economia bisognerebbe anzitutto farne una storia, eventualmente avvalendosi degli studi di etno-antropologia, altrimenti rischiano di apparire falsati i presupposti metodologici della critica materialistica. Non si può fare del “materialismo dialettico” con uno sguardo rivolto solo verso al futuro, senza tener conto che siamo figli di un passato ancestrale, le cui caratteristiche, quando si viveva di caccia, pesca, raccolta di frutti selvatici, erano completamente diverse da quelle che si sono formate con la nascita delle prime civiltà urbanizzate.

Vediamo ora due capitoli: il II (Il mercato e i prezzi) e il III (Il valore). Basta leggersi questi capitoli per capire i limiti di fondo e come superarli. Quel che c’interessa infatti non è tanto analizzare nel dettaglio come funziona il capitalismo (cosa già fatta dai classici del marxismo-leninismo), quanto piuttosto come uscirne completamente sul piano economico. Sul piano politico, infatti, l’unico modo per superarlo è fare la rivoluzione. Si possono realizzare singole riforme su aspetti particolari, ma, in ultima istanza, nessuna di esse è in grado di risolvere il problema dell’antagonismo in maniera radicale.

La nostra impostazione metodologica parte da un presupposto storicamente inconfutabile: tutte le rivoluzioni politiche anticapitalistiche già compiute si sono rivelate fallimentari, nel senso che, dopo un certo periodo di tempo, sono state reintrodotte, in un modo o nell’altro, dinamiche di tipo borghese. È evidente quindi che c’è qualcosa che non funziona non tanto sul versante politico, quanto proprio su quello economico. E noi non possiamo dare per scontato che, siccome sul versante economico non c’è alcuna possibilità di superare il capitalismo, allora dobbiamo rinunciare a compiere qualunque rivoluzione politica.

*

“La prima divisione del lavoro che si ha nelle comunità primitive non comporta di per sé il mercato, perché è una divisione interna, basata prevalentemente sul sesso e sull’età. Gli uomini nella società primitiva andavano a caccia e le donne cercavano di tenere in ordine l’abitazione, conservare il fuoco e, nello stesso tempo, iniziare quella rudimentale conservazione dei cibi e quella limitata produzione agricola che permetteva almeno di mangiare, anche quando non era possibile cacciare o la caccia era infruttuosa” (p. 48, tutte le citazioni si riferiscono al primo volume).

Queste osservazioni di Pesenti in sé non sono sbagliate, ma si noti con quale finalità sembrano essere svolte. Siccome non c’è, nella preistoria, una forte divisione del lavoro, che avrebbe potuto favorire la formazione di un mercato, la conservazione dei cibi è ovviamente “rudimentale”, la produzione agricola è inevitabilmente “limitata” e la caccia spesso è “infruttuosa”. In sostanza si stanno usando aggettivi fuori contesto storico, messi in relazione ai nostri parametri di vita.

La comunità primitiva non viene presa in esame in sé e per sé, ma in rapporto a ciò che poi dovrà diventare. Quando si affronta la realtà dal punto di vista dell’economia politica non si può rischiare di essere così superficiali sul piano storico. Che valore può avere un’analisi economica quando sono così approssimativi i suoi riferimenti storici?

Vediamo ora quest’altra affermazione. La divisione del lavoro e il mercato si formano “quando l’accresciuta produttività del lavoro, la scoperta che gli animali possono essere addomesticati, produrre latte, ecc. e l’inizio dell’agricoltura portano storicamente nella società alla divisione delle tribù in tribù di pastori, di cacciatori, di agricoltori, nonché alla produzione permanente di un’eccedenza sui bisogni immediati e alla divisione in classi della società” (pp. 48-49).

Si noti con quanta faciloneria si passa dall’uguaglianza sociale della comunità primitiva, basata sulla raccolta del cibo selvatico e sulla caccia, alla disuguaglianza sociale delle prime civiltà urbanizzate. Viene esaltata una nuova qualità di vita a causa di progressive determinazioni quantitative, in virtù delle quali appare del tutto naturale che si creino conflitti irriducibili quando si afferma una maggiore produttività del lavoro.

Si vuol far passare un tale processo storico, che sicuramente ha comportato degli aspetti drammatici, per qualcosa di necessario o di inevitabile, nel senso che deve apparire naturale che si voglia aumentare la produttività oltre il livello di soddisfacimento dei bisogni, com’è ancora più naturale che con la nascita dell’agricoltura e dell’allevamento le tribù si siano suddivise in fazioni opposte.

Infatti, se si fosse rimasti a un basso livello di produzione, cioè al livello del semplice autoconsumo, non si sarebbe formata alcuna particolare divisione del lavoro (capace di andare oltre quella per sesso e per età), e quindi non si sarebbe formato alcun mercato. E questo, per l’economia politica, sarebbe stato inconcepibile, proprio perché essa trae la sua ragion d’essere dalla presenza di divisione del lavoro, di eccedenze, mercati, classi in competizione, ecc.: tutte cose che la comunità primitiva, basata sull’autoconsumo e al massimo sul baratto, non poteva avere, e che se avesse potuto vedere in anticipo come si sarebbero sviluppate le civiltà urbane, avrebbe cercato di evitare come la peste.

Un economista rigoroso, che analizza il periodo storico delle comunità primitive, dovrebbe anzitutto chiedersi: “qual è la condizione per cui risulta del tutto normale accumulare delle eccedenze?”. La condizione, in realtà, è molto semplice: le eccedenze devono restare a disposizione dell’intero collettivo e non, in via esclusiva, di chi le ha materialmente prodotte o ottenute o di chi può disporne per motivi politici. Né la loro distribuzione può essere decisa da un personale specializzato, il quale, in virtù di tale mansione, pretende di rivendicare un potere particolare. Qualunque funzione specifica si abbia in un determinato collettivo può essere svolta soltanto temporaneamente. È inammissibile riconoscere una funzione che prescinda dalle capacità personali, le quali vanno dimostrate e controllate costantemente, in quanto non si può mai dare nulla per scontato.

Un altro aspetto che il marxismo non riesce a capire è che il mercato di tipo “borghese”, quello quotidiano, rivolto a chiunque, basato sul denaro, non nasce in virtù di progressive determinazioni quantitative, ma proprio per una diversa concezione della vita.

Pesenti afferma, giustamente, che “lo scambio, all’inizio, è occasionale, e assume la forma più semplice dello scambio di merce con merce” (p. 49), cioè, in sostanza, è un baratto. “Questi scambi poi si generalizzano, diventano più frequenti, sorge la moneta quale intermediario degli scambi” (ib.).

Ecco, già qui si sarebbero dovute spendere delle parole chiarificatrici. Il passaggio dal baratto alla moneta non può essere avvenuto spontaneamente. L’uso della moneta, che è un’astrazione, non può essere stato che imposto o autorizzato da un potere dominante, il quale, ad un certo punto, ha preferito considerare qualcosa di inutile sul piano pratico (p.es. l’oro o l’argento) come metro di misura per tutti i beni di consumo. Nell’antichità pre-schiavistica si usavano questi metalli pregiati prevalentemente per motivi estetico-ornamentali.

Quindi delle due l’una: o si ammette che già in presenza del baratto esistevano conflitti di classe o di casta irriducibili: in tal caso si potrebbe accettare l’idea di un passaggio naturale all’uso della moneta, ma allora andrebbe spiegato perché il baratto, di per sé, non presume affatto l’antagonismo sociale; oppure si deve chiarire come il passaggio sia avvenuto in seguito a sconvolgimenti drammatici, che hanno messo definitivamente in crisi le dinamiche sociali delle comunità primitive: infatti l’uso della moneta vera e propria presume sempre dei conflitti sociali irriducibili.

*

Afferma Pesenti: nell’antichità romana “gli oggetti veri di scambio, ossia le merci, erano prodotti [dagli schiavi] per l’uso di una ristretta classe dominante e non per la grande massa della popolazione” (p. 49).

È vero, ma perché avveniva questo? Nel mondo romano le città erano infinitamente più sviluppate che nell’alto Medioevo; eppure a partire dal Mille si sono formati dei Comuni borghesi che hanno reso possibile un mercato più sviluppato di quello romano. Com’è stato possibile? Qui le determinazioni quantitative non spiegano nulla. I Romani sarebbero potuti passare tranquillamente a un mercato di tipo capitalistico (grazie a determinazioni progressive di quantità!) se solo avessero fatto una cosa che non vollero mai fare: abolire lo schiavismo e rendere tutti giuridicamente liberi. Quando iniziarono, parzialmente, a farlo, trasformando lo schiavo in colono, era troppo tardi, in quanto le cosiddette popolazioni barbariche premevano irresistibilmente alle porte, ed esse, pur accettando l’idea del colonato, non avevano la cultura sufficiente per passare da un’economia mercantile a una capitalistica.

Nei Comuni medievali tutti erano giuridicamente liberi e tutti avevano interesse a espandere il più possibile i mercati, basati sull’uso del denaro. Anche i mercanti medievali, all’inizio, vendevano merci solo alle classi facoltose, ma non ci volle molto tempo perché la cosa si generalizzasse a livello sociale. Il marxismo non è stato capace di capire l’importanza della cultura cristiana nel passaggio dal mercato schiavile di epoca romana al mercato libero di epoca borghese. Se avesse capito l’importanza della cultura o della mentalità nella gestione dell’economia, avrebbe anche capito il motivo per cui in epoca romana non si sarebbe mai potuto sviluppare alcuna rivoluzione industriale (come non si sviluppò nell’America schiavistica delle piantagioni, pur essendo essa già presente nell’Europa occidentale).

In tutte le civiltà schiavistiche si rimane fermi allo stadio dell’artigianato e, al massimo, della produzione agricola finalizzata al mercato, proprio perché esiste la schiavitù, che impedisce la libera espressione della creatività umana, quella creatività che si può usare sia in senso positivo, per il bene della collettività, che in senso negativo, quando si pensa che il proprio interesse debba prevalere su quello degli altri.

Il mercato borghese non è stato altro che una sintesi tra due elementi opposti: la libertà giuridica (formalmente uguale per tutti) e l’interesse economico privato. Solo una cultura superiore – quale appunto quella cristiana – poteva tenere uniti due elementi così antitetici: una forma universale positiva e una sostanza particolare negativa.

Il marxismo non è stato neppure capace di capire il motivo per cui il capitalismo industriale trova un terreno più favorevole in ambito protestantico che non in uno cattolico. Scrive Pesenti: nel Medioevo “l’artigiano è proprietario e della bottega e del prodotto del suo lavoro, cioè della merce che porta al mercato… La moneta serve come intermediario di questi scambi e solo eccezionalmente come capitale” (p. 50).

È vero, ma perché a partire dalla riforma protestante cambia tutto? Se si fosse esaminata – come fece Max Weber – l’influenza del protestantesimo sull’attività economica, lo si sarebbe capito, anche meglio di questo sociologo borghese. Calvino non fece altro che portare alle estreme conseguenze l’ipocrisia della borghesia cattolica, la quale, a sua volta, non aveva fatto altro che sfruttare l’ipocrisia del papato, che predicava i valori etici del cristianesimo primitivo e, nel contempo, li contraddiceva con una pratica legata a un’affermazione di potere autoritario, politico ed economico: costruire uno specifico Stato della Chiesa in previsione di una teocrazia universale.

La differenza tra la borghesia protestante e quella cattolica stava appunto nella risposta che si dava a tale domanda: se il papato viene considerato irriformabile, ha senso permettergli di avere un potere politico ed economico? La borghesia cattolica, soprattutto quella italiana, era convinta di poter trovare un compromesso reciprocamente vantaggioso con un papato altamente corrotto; quella protestante invece aveva capito che se riusciva a emanciparsi dalla dittatura politica del papato, poteva svilupparsi molto meglio e con maggiore sicurezza sul piano economico, cioè poteva sentirsi molto più libera di far valere i propri interessi privati.

Se il successo personale dipende unicamente da se stessi e non dai compromessi che si devono realizzare con autorità imposte dall’esterno, quale limite vi può essere nell’uso del denaro, della divisione del lavoro, dei mercati ecc.? Gli unici limiti sono quelli che ci si può imporre da sé, esaminando a posteriori se la prassi dell’individualismo economico produce cose più negative che positive. Essendo l’economia borghese completamente sganciata dall’etica, i poteri costituiti intervengono soltanto quando gli effetti generati dall’individualismo economico risultano pericolosi per la stabilità del sistema.

*

L’ultimo aspetto da considerare è la differenza tra valore d’uso e valore di scambio. Si faccia attenzione a questa affermazione di Pesenti: “Il valore d’uso, concreta produzione del valore umano, è il presupposto del valore di scambio. Però quando io voglio considerare il valore di scambio di una merce, nella sua origine e lo voglio quantificare, debbo ricercare un legame tra i diversi valori d’uso che abbia un carattere oggettivo e non soggettivo, e questo legame non può essere rappresentato altro che dallo sforzo di lavoro umano contenuto in quantità diverse della merce” (p. 53).

Cosa c’è che non quadra in questa affermazione? L’impressione infatti è che essa voglia considerare il valore di scambio superiore a quello d’uso, quando invece dovrebbe essere il contrario. Non a caso ogni volta che il valore di scambio tende a prevalere su quello d’uso, si è in presenza di un chiaro indizio di società antagonistica.

Sono due le cose che Pesenti non comprende: anzitutto che l’esigenza di “quantificare” il valore di una merce fa già parte di una società ove domina il conflitto tra classi opposte; in secondo luogo non è affatto vero che là dove esiste il baratto non sia possibile dare una valutazione “oggettiva” del valore d’uso di un prodotto. Basterebbe leggersi il Saggio sul dono dell’etnologo francese M. Mauss, per convincersi del contrario.

In generale è possibile dire che là dove esiste il baratto si scambiano cose di cui si ha certamente bisogno, ma che non sono essenziali alla sopravvivenza fisica del collettivo, altrimenti non verrebbero cedute. Il baratto è una conseguenza dell’autoconsumo, non una precondizione per la sua esistenza (semmai è sotto il capitalismo che non si potrebbe vivere senza mercato). Quando si scambia un bene eccedente si sa già qual è il suo valore oggettivo in rapporto agli altri beni che si possiedono, e quindi si sa già quale può essere il suo valore di riferimento quando lo si va a barattare con le eccedenze altrui. Cioè non è il momento dello scambio che decide il valore di un bene. Il suo valore è già stato deciso prima, in rapporto ai beni essenziali che permettono la sopravvivenza, e non si andrà mai ad acquistare un bene essenziale che garantisca la propria sopravvivenza.

Un qualunque bene da barattare, cedendolo o acquistandolo, avrà sempre un valore economico relativo. In questo sta la sua oggettività, e nessuna comunità comprometterebbe la propria esistenza attribuendo a un bene non prodotto da essa stessa un valore assoluto. In sostanza quindi non si baratta qualunque bene, ma solo quelli eccedenti, non essenziali alla riproduzione materiale del collettivo, e non si vanno ad acquistare beni che garantiscono la propria sopravvivenza, altrimenti la si metterebbe a rischio. Ecco perché nella comunità primitiva era l’autoconsumo – esperienza collettiva per eccellenza – a decidere qualunque valore da attribuire ai prodotti eccedenti da scambiare.

Si faccia ora attenzione a quest’altra affermazione: “Soggettivamente si scambia una merce quando essa, per il soggetto venditore, non presenta più un valore d’uso” (p. 55). Questa frase non ha alcun senso in una comunità primitiva: sia perché in tale comunità si scambiano solo eccedenze di prodotti che si usano, cioè non esiste baratto con prodotti che non si usano o che si producono proprio per scambiarli; sia perché il baratto non è mai un fenomeno individuale, essendo soltanto l’intera comunità a poter decidere quale bene considerare eccedente e che valore attribuirgli.

Questo per dire che il baratto dell’autoconsumo e lo scambio di una produzione finalizzata per il mercato sono due cose completamente diverse, assolutamente irriducibili, al punto che non può esservi alcun naturale passaggio dall’una all’altra. Tra le due forme di scambio vi è, nascosta, una tragedia: la fine della comunità primitiva.

Se poi si vuol sostenere che il baratto rappresentava uno sviluppo soltanto “embrionale” delle forze produttive, si abbia almeno l’onestà di precisare che in tale giudizio non vi è tanto una valutazione di fatto, quanto piuttosto una di merito, ritenendo la comunità primitiva una condizione di vita che andava necessariamente superata. Col che il lettore si mette il cuore in pace, avendo capito che l’analisi marxista accetta tutti i presupposti dell’economia politica borghese, salvo uno: la privatizzazione dei mezzi produttivi. Cioè in questa maniera appare chiaro che per cercare un’alternativa all’attuale sistema di vita dobbiamo andare oltre sia all’economia politica borghese che alla critica marxista di tale economia.

Quello che proprio non si riesce ad accettare nell’analisi marxista è l’idea che l’eccedenza in sé presupponga una divisione della società in classi. In realtà essa, in sé, non presuppone nulla. L’eccedenza può essere il frutto di una comunità basata sull’autoconsumo, sullo schiavismo, sul servaggio o sul lavoro salariato. È piuttosto l’idea di produrre eccedenze appositamente per essere scambiate o vendute sul mercato, al fine di ottenere qualcosa che, dall’esterno, modifichi progressivamente il proprio stile di vita, che appartiene a un’esistenza non più naturale bensì artificiale. È la ricerca costante di beni materiali per aumentare il proprio benessere, le proprie comodità, i propri agi, i propri beni o proprietà, in previsione di un futuro che si ritiene incerto o soltanto per mostrare la propria superiorità, che lascia intendere d’essere in presenza di qualcosa di assai poco naturale.

“Affinché l’oggetto possa essere scambiato – afferma Pesenti – deve accadere una cosa paradossale e cioè che l’oggetto non abbia un valore d’uso per la persona che vuole scambiarlo, sia superfluo al suo bisogno. Ciò è indubbiamente vero nella produzione per il mercato” (p. 56), ovvero nella produzione finalizzata principalmente al mercato.

In realtà tale meccanismo economico non andrebbe considerato soltanto “paradossale”, ma anche e soprattutto “traumatico”. Qui infatti è già venuta meno l’identità umana e naturale del collettivo di appartenenza: si è già dipendenti da qualcosa di esterno alla propria volontà. Si è eterodiretti. Chi non è in grado di capire l’assoluta gravità di una cosa del genere e si mette a criticare l’economia politica borghese, non coglierà mai il nocciolo del problema e farà sempre un’analisi superficiale, epifenomenica.

Sostenere poi che “l’atto individuale è l’atto con cui l’operatore produce quello che serve per i suoi bisogni e l’eccedenza che la produttività del suo lavoro gli permette di produrre”, mentre “l’atto sociale è l’incontro di questi atti di natura individuale, che avviene nel mercato attraverso il fenomeno dello scambio” (p. 57), significa prendersi gioco della realtà.

L’atto individuale iniziale non è affatto un atto individuale libero, ma sempre un atto condizionato dai poteri dominanti, che da tempo si sono staccati dall’esperienza della comunità primitiva. Il mercato non è mai stato il luogo in cui s’incontrano dei produttori che vivono isolati, come Robinson Crusoe. Una produzione finalizzata esclusivamente per il mercato presuppone una progressiva destabilizzazione della produzione per l’autoconsumo. Ciò non può essere fatto da individui isolati, e tanto meno può essere fatto senza il consenso, diretto o indiretto, dei poteri dominanti.

Detto questo, è ridicolo pensare che sul mercato si verifichi una socializzazione da parte dei produttori. È del tutto fuori luogo mettere sui due piatti della bilancia la socializzazione del mercato di epoca schiavistica o capitalistica e una sorta di produzione individuale. Storicamente la produzione è sempre stata sociale, sia per l’autoconsumo che per il mercato. La differenza stava piuttosto nella finalità. Una cosa infatti è produrre eccedenze da destinare a un baratto di cui, volendo, si potrebbe anche fare a meno; un’altra, completamente diversa, è la produzione di beni destinati esclusivamente al mercato, per ottenere un certo guadagno. Sono due forme di socializzazione completamente diverse, tant’è che nel basso Medioevo si regolamentava la produzione per il mercato attraverso le corporazioni di arti e mestieri, in cui vigevano princìpi tipicamente borghesi, anche se non così borghesi come quelli che pretenderanno la fine delle stesse corporazioni.

Questo per dire che la socializzazione che si forma nell’ambito del mercato possiede qualcosa di assolutamente formale sul piano etico, mentre offre qualcosa di sostanziale solo per le esigenze quantitative legate al valore di scambio, cioè in sostanza al prezzo delle merci.

E qui si apre un nuovo capitolo dedicato al lavoro quale criterio per stabilire un valore sufficientemente esatto alle merci che si vendono sul mercato. Ora, che il valore di una merce non coincida mai col suo prezzo, è cosa risaputa. E si può anche concedere al marxismo, in questo sicuramente superiore all’economia politica borghese, che il valore di tale merce possa dipendere dal tempo di lavoro socialmente necessario a produrla, sulla base di un lavoro astratto compiuto da un tipo medio di lavoratore.

Ciò che invece bisogna superare è l’idea che il valore di un bene eccedente debba essere calcolato in maniera quantitativa. Il valore di un bene eccedente, oggetto di scambio, può essere calcolato solo in maniera molto approssimativa e non necessariamente in rapporto a una valutazione di tipo economico. Può essergli infatti attribuito un valore extra-economico, che aumenta o diminuisce in rapporto a valutazioni di tipo etico.

Facciamo un esempio. Se due comunità sono ai ferri corti per questioni di competenza territoriale, il baratto (o lo scambio di doni reciproci) può avere un alto significato simbolico; ma se gli stessi oggetti vengono scambiati in occasione di un matrimonio esogamico tra due comunità del tutto pacifiche, il valore simbolico sarà sicuramente inferiore. Questo per dire che stabilire un valore economico sulla base del lavoro, del tempo impiegato, delle energie profuse, delle risorse utilizzate… fa già parte di una mentalità venale, che non può certamente costituire un incentivo a cambiare stile di vita. E con ciò è inutile procedere nella lettura di manuali del genere: sono i limiti di fondo dei loro presupposti metodologici a impedirlo.

C’era una volta il giornalismo. E c’era Milano.

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/01/il-problema-del-giornalismo-e-che-non-si-occupa-piu-della-realta/26520/

Gianni Mura vive di giornalismo da quando non aveva ancora vent’anni e, uscito dalle aule del liceo classico, entrò nella redazione della Gazzetta dello Sport come praticante. Era la metà degli anni Sessanta. Milano era un’altra città, come l’Italia era un’altra Italia e il giornalismo un altro mestiere. Da professionista della parola e del racconto, di un modo di stare al mondo, di fare giornalismo, nonché dell’arte di condividere un tavolo mangiando e bevendo — come dimostra, da ultimo, il suo Non c’è gusto, pubblicato da Minimum Fax — Gianni Mura sa bene quanto sia importante, nelle chiacchiere, non fare troppi giri di parole: «Quando mi chiedi “Cosa ci siamo persi” intendi dire cosa vi siete persi, voi che avete trent’anni, vero?», chiede sorridendo appena prima di iniziare, senza lasciare il tempo alla domanda retorica di agire.

«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia»
«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia. Vi siete persi le osterie, i bar e tutti i posti dove, da studente, andavi e parlavi con chi trovavi e, se ci arrivavi la sera tardi, avevi a che fare con una clientela borderline, soprattutto nella zona della vecchia Gazzetta, in via Galilei. Ci trovavi anche delle vecchie battone, cordialissime e, almeno per un po’, rilassate, perché erano lì a mangiare con i loro protettori. Mi ricordo che una volta una mi disse che facevamo lo stesso mestiere (ride) e in fondo non è del tutto sbagliato».

Cosa c’era a quei tempi che ora è sparito?

C’era un clima di non forzata mescolanza sociale, anzi, direi spontanea, anche se era una Milano in cui le differenze tra ricchi e poveri esistevano eccome. Ma c’erano posti come le piole notturne, osterie come il Moncucco, il Meazza, la Magolfa, che a una cert’ora si riempivano di una clientela variegata e interclasse. Alcuni erano anche dichiarati ladri e malfattori, ma tra quella clientela variegata c’era anche la cosiddetta “borghesia illuminata” che frequentava quei posti per sentire le canzonacce. Mi chiedi cosa è sparito, ti rispondo non solo che sono spariti quei posti, ma che, ben più grave, è sparita quella borghesia illuminata.

«Negli anni 60 si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli»
Milano era una città operaia a quei tempi, in che cosa si vede che quel mondo è scomparso?
Se si parla di quello che si è perso seriamente qui a Milano, non si può non dire che si è persa quella civiltà incredibile che era la cultura operaia. Come dice il proverbio Chi ghe volta il cul a Milan ghe volta il cul al pann, e infatti Milano, da qualunque parte si arrivasse, era fasciata da grandi fabbriche. E non era soltanto una questione di posti di lavoro, che all’epoca si trovavano con facilità, anche dalla mattina alla sera, ma era anche altro. Intorno ai primi anni Sessanta, quando io scoprivo la città venendoci al ginnasio, si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli. Pensa a quel verso di Contessa “anche l’operaio vuole il figlio dottore”: all’epoca era vero, era possibile che l’operaio si comprasse una casetta perché gli stipendi erano buoni e il lavoro era sicuro.

Era una città più ricca anche a livello culturale?
Quando parlo di cultura non intendo dire soltanto che c’erano molte più librerie, cinema, teatri, recite, concerti, cabaret, fino ai canti andini, ma che c’era anche un’abitudine che oggi si è persa: dire ai giovani che bisognava studiare e avere molto rispetto sia per il lavoro che per gli altri. Questa era la Milano operaia, ma, prima ancora, era la Milano delle case di ringhiera, che c’erano in Ticinese come a Lambrate prima che arrivassero i loft. Abitazioni molto lontane da quelle dei quartieri residenziali e anonimi di oggi, veri e propri luoghi di convivenza e di solidarietà umana, in cui era normalissimo che se una famiglia finiva la legna il 20 del mese quelli del piano gliela davano, che tanto poi ci si metteva a posto.

«Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine»
Che cosa è rimasto di quel tessuto sociale?

Quasi nulla. Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine. Una volta era una città diversa che, seppur si poteva odiare per il clima terribile e grigio, le si doveva riconoscere che quel senso di solitudine non te lo faceva provare mai. Ci si sentiva in compagnia e non ci voleva molto a trovarla. Questo spirito è sparito insieme ad altre cose che sono scomparse anche nel resto d’Italia, e che fondamentalmente sono due: la prima è il tempo libero, che praticamente non esiste più, la seconda è un’abitudine ai rapporti umani, che oggi sono devastati, confinati ai margini della vita dall’invasione degli smartphone e di tutte le altre trappole tecnologiche che ti danno l’illusione di essere connesso con il mondo, di avere 1753 amici, ma che in verità ti nascondo la verità: che non hai un cazzo. Se provi a chiedere 50 euro in prestito a uno di questi 1753 amici non credo che li avresti.

«Quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso»
E questa evoluzione, o involuzione, a che cosa ha portato?

Ha portato a un girare frenetico di criceti sulla ruota, quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso, da quando ci si sveglia e si cerca di saltare la fila per il caffè a quando si litiga per il parcheggio. Tutto questo una volta non c’era o, se c’era, c’era molto di meno, perché era attutito dalla presenza di un forte tessuto sociale e da una radicata educazione all’altro da sé. E non sto parlando di galateo, ma di un’educazione e un rispetto verso gli altri che ormai si è perso. Molto più delle trattorie fuori porta, anche perché qualche trattoria a Milano la puoi ancora trovare.

«Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile»
Su cosa si basava quel tessuto sociale?

Era sia quello delle grandi fabbriche, sia quello dei piccoli artigiani. Era formato da tutto ciò che nei quartieri definiva degli stati di relazione: una rete di ruoli che ognuno aveva all’interno della strada o del quartiere, dal fruttivendolo al macellaio, fino al panettiere, negozi che formavano un tessuto commerciale, ma anche sociale. Quando mi sono sposato avevo sei salumieri e due fruttivendoli nel raggio di 150 metri. Non ce n’è più uno. Ha resistito solo un panettiere. Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile.

Quando sparisce l’umanità di un tessuto sociale così forte, che cosa resta?
Subentra qualcosa di molto vicino al nulla, subentrano dei locali d’acchiappo che si assomigliano tutti uno con l’altro, dietro a cui ci sarà uno studio di mercato: si rivolgono tutti più o meno alla stessa fascia di pubblico ed è tutto appiattito, anche in una zona che era uno dei luoghi alti della letteratura milanese come i Navigli. Perfino Simenon, che era preoccupato solo di scopare, aveva chiesto che gli affittassero un appartamento sopra il vicolo dei lavandai. Anche Vittorini abitava là vicino. Insomma, si è perso moltissimo, e dubito che si sia guadagnato qualcosa. Ormai alla mia età c’è una certa tendenza al reducismo, ma a me non viene voglia molto di uscire la sera in questa città, che è comunque popolata da una fauna in larga parte poco nota e che sinceramente non so se ho voglia di conoscere.

«Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci»

Che gente si incontrava a quei tempi?
C’erano attori, come la Melato, che era spesso al Jamaica. C’erano intellettuali come Bianciardi, Viola, cantautori come Jannacci, e poi pittori, fotografi, artisti. Si conoscevano tutti. Beppe Viola aspettava Trintignant che usciva dal set e che, se non andava a giocare ai cavalli, gli portava un paio di bottiglie di Borgogna. Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci.

E Bianciardi?

Bianciardi anche, però lui più che un amore verso questa città provava un rancore profondo e quindi la viveva da esule, da incazzato e si ancorava ad alcune amicizie, ma il suo non era il modo migliore di vivere Milano, per quanto gli abbia ispirato un grandissimo libro come La vita agra, in cui però il lottare non esce particolarmente bene.

Perché la cultura oggi sembra non avere più questa attrattiva?

Forse all’epoca si parlava meno di cultura, eppure le si riconosceva un valore molto più importante, un valore che non le si riconosce più. La cultura era importante per quelli che facevano politica, per quelli che scrivevano sui giornali — perché all’epoca bisognava essere soprattutto bravi a scrivere — era importante per chi faceva spettacolo, sia teatro che cabaret. C’era una vita culturale vivacissima a Milano che secondo me è quasi completamente sparita, così come hanno chiuso tanti teatri, tanti cinema, tante librerie. Ma non solo, Milano era anche una città di musicisti, pensa che arrivavano i più grandi dall’America a cercare Sellani o Cerri, facevano jam session, cantava Billie Holiday al Puccini, o anche i Beatles al Vigorelli, era esattamente 50 anni fa.

Quando ha iniziato a cambiare?

Questa non è mia, ma di Giacomo di Aldo, Giovanni e Giacomo, che diceva: «ho cominciato a spaventarmi quando a Milano chiudevano le librerie e aprivano solo centri d’abbronzatura». È qualcosa di più di una battuta, perché è vero che hanno aperto un sacco di centri d’abbronzatura e che oltre alle librerie stanno chiudendo anche molte edicole.

Però stanno rinascendo un po’ di questi posti, in particolare librerie, ma anche panetterie e altre attività legate all’artigianato. E proprio a partire dalla mia generazione, quella che ora ha trent’anni e che ci sta provando…
Sì, ma con che soldi li aprono questi posti? Io non ho le idee chiarissime, e poi non considero i giovani una categoria immutabile, ma per aprire una libreria servono dei soldi alle spalle…

«Questa è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.»
Spesso sono soldi dei genitori immagino…

Immagino anch’io, e devo dire che certamente preferisco che aprano una libreria piuttosto che un centro per le unghie. Però mi fa pensare a una cosa: al fatto che il conflitto sociale non sia più percepito come interclasse ma che venga dipinto sempre di più come conflitto intergenerazionale. Ma far credere ai più giovani che basta far fuori i più vecchi per subentrare loro nelle stesse posizioni è una presa per il culo. Purtroppo di questi tempi molti giovani hanno bisogno dei più vecchi, se no come si comprerebbero il telefonino, dove dormirebbero, cosa mangerebbero? Ecco questo è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.

«Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile»
Negli anni Sessanta come funzionava?

Negli anni del famoso ’68, che io ho fatto poco perché già stavo lavorando alla Gazzetta, la tendenza era uscire di casa il prima possibile, oggi invece è quasi restarci il più a lungo possibile, con tutti i casini che ne possono derivare. Allora si poteva fare, anche perché era possibile affittare un appartamento grande a prezzi onesti e andarci a vivere insieme ad amici, a far la famosa “comune”. Io avevo amici che andavano a scaricare le casse al mercato per poter affrancarsi dai propri genitori. Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile. Se io penso a cos’era il mondo a quei tempi devo dire che sono stato molto fortunato, sono stato fortunato per Milano, ma anche per il mio mestiere.

Finisce la frase, guarda il pacchetto di sigarette appoggiato tra la montagna di carte, poi fa: «quando vuoi ce ne fumiamo un’altra eh?» E così, fermata la registrazione, continuiamo a parlare su un terrazzino del secondo piano di quel cubo di vetro. Il posacenere pieno e la posizione tattica di una sedia ne fanno il luogo ideale del lavoratore tabagista. Sembra un dettaglio superfluo, ma non lo è. Cambiare per un attimo luogo e condividere un gesto — cose che nelle interviste succedono di rado — fa muovere l’intervista oltre il recinto delle domande previste. Cinque minuti, il tempo di una sigaretta, ma sono sufficienti per continuare a parlare di Milano, di Lambrate, in verità, — «quei viali mi ricordano Parigi ogni tanto» dice Mura — e arrivare al nostro lavoro, al giornalismo, al senso che ancora hanno, o non hanno, le scuole, fino a che approdiamo al tu — «facciamo lo stesso lavoro, dai, non darmi del lei».

Le chiacchiere sul terrazzino continuano nel corridoio e arrivano fino alla scrivania disordinata, sulla quale ritorna anche il pacchetto di MS Light: «La fatica oggi è valutare le notizie», continua Mura, «perché ora sono dovunque e in un numero incommensurabile rispetto a prima».

Prima com’era?

Una volta per i giornali c’era solo l’ANSA, France Press e la Reuters che ti arrivavano in redazione. Ora arriva di tutto, e non solo, perché in questo momento le notizie privilegiate sembrano spesso essere le peggiori. Non so, c’è un assessore da qualche parte in provincia che scrive un commento razzista contro la Kyenge e va in prima pagina.

«La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza»
Sì, ma quello è gossip…

Eh sì, è gossip, che da quando non si chiama più pettegolezzo è stato sdoganato completamente. Tanto è vero che, quella che una volta chiamavi roba da Oggi o da Gente o, peggio, Novella2000, Eva Express eccetera, adesso le trovi regolarmente su Repubblica o sul Corriere, magari scritte in un modo leggermente più sfuggente, ma resta sempre un “chi scopa con chi”, o un “come finisce l’Isola dei famosi”. La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza.

Perché?

Trent’anni fa non se lo ponevano il problema. Pensa che Repubblica per anni è andata avanti senza una pagina sportiva. A un certo punto però tutti i giornali sono diventati come la vetrina della Standa, cioè più roba hai dentro e più gente attiri. Una vetrina…

Alla prova dei fatti però non sembra vero. Tutti i giornali perdono lettori…

Eh sì, e questo dovrebbe fare riflettere i direttori dei quotidiani, perché, se tutti perdono, qualcosa che non va c’è, e anche molto grosso.

Che futuro hanno, o meglio quanto futuro hanno

Leggevo che per gli americani il termine di estinzione dei quotidiani è tra il 2025 e il 2028. Vuol dire avere avanti una decina d’anni. Io sentimentalmente sono dalla parte della carta, è evidente. Non posso essere dall’altra per motivi anche solo di frequentazione e di conoscenza. Però mi rendo conto che la carta crea sempre più problemi, soprattutto per quel che dicevamo prima sulla mancanza di tempo libero, e che c’è sempre meno gente che ha voglia di leggere un giornale stampato.

«Quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere»
Anche perché ogni tanto sembra che ci sia sempre meno da leggere…

Sì, esatto, quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere, anche perché se quel qualcosa — che sia la bomba atomica o uno stupro in metropolitana — è sotterrato da un titolo alto così o da una foto gigante e da leggere ci sono solo cinquanta righe. È poco. Per dire che ho ragione, almeno su questo, basta che andare in emeroteca e guardare le prime pagine dei maggiori quotidiani di vent’anni fa — Repubblica, Corriere, La Stampa, Il Giornale, quelli che c’erano insomma — e confrontarli con quelli di adesso. Lo si capisce al volo: il testo, che dovrebbe essere la parte più importante in un giornale scritto, è quasi sempre sacrificato. A meno che non ci sia il pezzo della grande firma di turno, o la grande inchiesta. Ma altrimenti, su cose per cui prima ci facevi un taglio basso, ora ci fai una pagina.
Perché tendiamo a vedere carta e digitale come due nemici e non cerchiamo di vederne una possibile alleanza?

Non è detto, certo. Ma la tendenza è questa. Tu sei pratico di scoiattoli? Immagino di no. Ma avrai visto che da quando sono stati importati gli scoiattoli americani — quelli grigi — i nostri scoiattoli europei, quelli rossi, sono stati sterminati. Perché hanno delle abitudini e anche una grandezza differente rispetto a quelli americani, che sono molto più aggressivi. Grossolanamente secondo me gli scoiattoli americani nel mondo dell’informazione di oggi sono il web, mentre quelli rossi siamo noi, la carta stampata. Ripeto, non è detto che ci estinguiamo entro i dieci anni di cui sopra, ma certamente è vero che da un po’ di anni abbiamo una vita sempre più difficile.

Però in natura esiste anche il meticciato…

Sì, ma in questo caso mi riesce difficile immaginare una qualsiasi intesa, per non dire un flirt o un matrimonio. Individuare una strada comune tra quello che è il mondo dell’informazione web e quello della carta è complesso anche da immaginare. Sono molto diversi i concetti fondanti, concetti che in parte la carta ha smarrito. Ma sta di fatto che il web sta vincendo, sta conquistando sempre più pubblico. E non è, credo, una questione di novità, ma piuttosto di velocità con cui tutto ti arriva davanti. Dei due quello che resta indietro è certamente la carta.

«Se dirigessi un giornale, non farei una pagina sui pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e un fotografo»
In molti pensano però che la carta non sia morta. Come potrebbe riprendere terreno?

La carta potrebbe riguadagnare un po’ del terreno che ha perso se i giornali fossero fatti diversamente. Ma invece non lo sono. Vedo che si continua a fare una pagina di intervista a questo o quel politico del tutto ininfluente, semplicemente per riempire una pagina e tenersi buono il politico, che tra l’altro, il più delle volte, non ha un cazzo da dire. Mentre credo che oggi, soprattutto in una situazione di crisi, al lettore medio, alla gente, interessi molto di più quello che succede intorno a lui. Non dico di fare il giornale di quartiere, dico però di occuparsi molto più di vite vere andando in giro e raccontandole. O facendo delle inchieste molto serie che non durino un giorno. Perché l’autorevolezza di un giornale la misuri dalla sua capacità di impegnarsi nel tempo, ed è così che fidelizzi i lettori. E gli esempi possono essere mille. Se io dirigessi un giornale, non farei una pagina sulla raccolta dei pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane di seguito, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e almeno un fotografo, magari da difendere come si fa in Iraq con una pattuglia davanti e una dietro, visto che lì non amano molto chi ficca il naso nei loro affari. Però lì c’è la notizia: è il capire come è possibile che in Italia succeda che il 64 per cento di tutti quelli che lavorano in quelle situazioni non hanno accesso all’acqua, non possono lavarsi, non hanno un bagno, e hanno una paga da fame.

«È questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto»
Perché i giornali non ne parlano abbastanza?

Immagino che sia perché non sono convinti sia interessante, ma anche perché sono sempre più prevedibili, inseguono i riti. Io ho una ribellione per tutto ciò che ormai è diventato un rito. Mi danno fastidio. La cosa che mi dà più fastidio è il G8. Io non ho capito, da cittadino, perché debba riunirsi ogni 15 giorni, per fare le foto di rito, farsi riprendere mentre si stringono le mani — Renzi possibilmente senza giacca — e non concludono un cazzo. E si rivedono da lì a quindici giorni. Che la Grecia sia sull’orlo del fallimento è mesi che lo sappiamo. Ora è un po’ più in qua, ora un po’ più in là, ma non è una cosa seria. Ed è questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto, mettere su il teatrino dove poi si radunano di fronte tutti i black bloc a far casino — un altro rito — e non ne esce mai niente. Il problema dei migranti, per esempio, sono anni che se ne parla e si dicono sempre le stesse cose. Ma soprattutto non cambia nulla, non succede niente. È c’è una opinione pubblica che viene costantemente manovrata.

Da questo punto di vista quanto conta la presenza costante dei politici in televisione?

Mi son sempre chiesto perché Salvini deve essere sempre in televisione quando il fenomeno Lega nasce con Bossi, che non aveva toni troppo diversi da Salvini, ma che aveva più voti. E in televisione non ci andava mai. Che ci sia così tanto Salvini in televisione a me francamente preoccupa, anche se ormai mi sembra appurato che la politica non la facciano tanto i politici quanto la grande finanza mondiale. È come se qualcuno avesse deciso che l’Europa deve andare verso gli Orban, verso le Le Pen, verso i Salvini, perché questo rappresenterà non so cosa, la purezza o la salvezza dell’Europa, o meno rotture di coglioni. Però l’impressione è che questi siano politici letteralmente imposti dalla televisione.

«Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente»
Il ruolo del giornalismo sarebbe quello di mettere in discussione il potere e smascherare le manipolazioni, perché lo fa sempre di meno?

Si, in effetti il giornalismo, almeno quello dei grandi giornali e delle televisioni, si sta limitando a dare la vetrina a questi incontri — le classiche foto da terza media — ma da questi incontri cosa viene fuori? Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente.

Perché non si oppongono?

Forse perché sono pigri, o forse semplicemente perché sono vecchi, mentre forse occorrerebbe un giornale nuovo, o quantomeno con un po’ di fantasia. Quando Zavattini, che è stato un grandissimo, dirigeva mi pare Confidenze, in piazza Carlo Erba, il giorno delle nozze reali di Elisabetta uscì con una prima pagina con titolo Le nozze di Elisabetta. Solo che quella Elisabetta era una Elisabetta Rossi di Crema. Cioè, era andato al matrimonio di una che si chiamava Elisabetta e lo aveva trattato come se fosse il royal wedding. Una cosa geniale. Cazzo, queste cose le faceva cinquantanni fa.

«Il mio ideale è un giornale che racconti storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai»
Questa verve si è persa?

Queste idee ci possono ancora essere, il problema sono i fondi. Io ti parlo ancora sanguinando dalla ferita di E, il mensile di Emergency. Quello credevo che fosse il giornale che somigliava di più al mio ideale di informazione: un giornale che racconti molte storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai.

E il finanziamento dal basso, il crowdfunding?

Io non credo molto nella raccolta dei fondi dal basso. Il problema è che non esiste più una borghesia illuminata, perché probabilmente una Giulia Maria Crespi trent’anni fa un giornale o un mensile che puntava in alto ma partendo dal basso, lo avrebbe finanziato. Ma questi di oggi assolutamente no…

Cosa è successo alla borghesia “illuminata”?

Semplicemente credo che i figli siano diversi dai genitori e che abbiano — intendiamoci, con tutti i diritti — interessi diversi dal giornalismo. Non è detto che uno debba essere un coglione, basta anche che sia convinto che investire sulla carta stampata sia buttare i soldi e che decida così di investire su altro. Tu che vai in bici lo puoi capire: quello che sta attraversando il giornalismo oggi sembrano gli ultimi venti chilometri di una tappa di montagna. Non vedi quella freschezza necessaria per fare uno scatto, ma nemmeno per copiare quelle vecchie idee alla Zavattini, anzi direi che l’immaginazione, che una volta si sperava andasse al potere, non sia mai stata nemmeno vicina ad andare al potere nel mondo del giornalismo.

E chi è andato al potere, e chi è al potere oggi è tutto fuorché immaginativo, anche in Italia…
Esatto…

«Ce ne fumiamo un’altra?», fa, e si alza, proseguendo il discorso, che scivola verso altri argomenti: il suo rapporto con Gino Veronelli e con gli anarchici — «io mi mi definirei un anarchico pigro», dice a un certo punto — e poi di nuovo Lambrate. Si parla di cibo, poi a un certo punto di certe birre che da quelle parti si chiamano in dialetto — Ghisa, Ligera, Magutt, Ortiga — ma soprattutto della fantastica varietà umana che si raduna intorno a quelle birre, una fauna che forse somiglia a quella di cui si parlava prima — «io come sai preferisco il vino, la birra la bevo solo in Belgio, ora ci vado a seguire il Tour, però una volta ci organizziamo e me ne fai assaggiare una di quelle birre».

Poi si continua, spenta la prima MS Light, Mura ne accende un’altra. Parliamo di internet, di smartphone, di social network, di confronti generazionali — «quando mi arrivò lo stipendio per la prima volta lo passai a mio padre, che quella sera si alzò dal tavolo senza mangiare. Guadagnavo più di lui, che aveva combattuto, aveva fatto la resistenza, era un maresciallo dei Carabinieri». Poi spegne la sigaretta e si torna al registratore, al giornalismo, alla stanza e alla scrivania disordinata.

«Sono cambiate tante cose nei giornali», riattacca appena riparte la registrazione. «Parliamo dell’uso degli intellettuali, visto che in qualche modo siamo partiti da lì, da Bianciardi, da Viola e gli altri. Io credo che sia molto interessante questo discorso, anche per capire cosa sia successo nei giornali. Prendi Bianciardi, che se è vero che scriveva soprattutto di calcio, scriveva anche di spettacolo, società, televisione. O Pasolini, uno che scriveva di politica, di costume, di società».

«Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo»
Ora invece

Ora se cerchi un pezzo di un intellettuale su un giornale trovi ben poco. Ogni tanto Veronesi scrive sulla Gazzetta, ma scrive della Juve in quanto juventino, non perché ha delle cose da dire sul calcio, solo perché è un tifoso. Questo è un salto in basso, esattamente come Gramellini, che le cose peggiori le scrive quando scrive del Toro. Moravia faceva il diario d’Africa sul Corriere perché si chiamava Moravia, esattamente come a fare la Russia ci andava Biagi. Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo. Soprattutto nello sport c’è stato un afflusso di penne buone, perché servivano, perché all’epoca popolare non era abbinato a nazionalpopolare. Il popolare non era ancora una cosa da guardare come si guarda una medusa morta, per me non lo è nemmeno adesso. Però una volta Buzzati andava al giro d’Italia, o pensa ad Alfonso Gatto, Pratolini, Anna Maria Ortese, Mosca, Montanelli, ci andavano quelli bravi. Esattamente come ai mondiali dell’82, che non sono cent’anni fa, la prima firma di Repubblica era Gianni Brera, la prima firma del Corriere era Mario Soldati, la prima del Giornale era Arpino e la prima de La Stampa era ODB, al secolo Oreste Del Buono. Capisci che siamo un po’ lontani. E il problema è che questi non sono stati sostituiti da persone all’altezza. Avere un racconto di gente come Soldati e Brera non è la stessa cosa di avere gente come Cazzullo o Riotta, con tutto il rispetto per Cazzullo e Riotta. E poi il problema non sono gli scrittori sono i giornalisti

Campana a morto per l’arrivo in veste di ambasciatore di Israele della pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein?

Dopo mesi di critiche da più parti, il nostro primo ministro Matteo Renzi ha chiesto al capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, di ritirare la nomina, decisa lo scorso agosto, ad ambasciatore di Israele in Italia della giornalista, pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein. Cittadina anche israeliana da appena tre anni, Nirenstein quando è in Israele continua a risiedere nella colonia di Gilo, tra Gerusalemme e Betlemme, considerata illegale dall’Onu al pari di tutte le colonie costruite ormai un po’ ovunque a macchia di leopardo nei Territori Occupati su terreni espropriati ai palestinesi dalle autorità militari israeliane. E non ha certo giovato la decisione, presa pochi mesi fa, di costruire altre 900 abitazioni proprio nella colonia di Gilo con l’obiettivo, esplicitamente dichiarato da Netanyahu, di “bloccare la continuità’ territoriale tra Gerusalemme e Betlemme di un eventuale Stato palestinese”. A rivelare il gran rifiuto è il quotidiano israeliano Haaretz, secondo il quale “Si tratta di una nomina inopportuna e conflittuale, dato che la signora ha rappresentato in parlamento i votanti italiani e metterebbe con la sua candidatura in evidenza quali siano stati i suoi veri interessi”. Parole scritte da Haaretz, ma che riassumono quanto fatto sapere da Renzi a Netanyahu, rimasto deluso perché poco tempo fa aveva invece ottenuto l’aiuto di Renzi per far smussare gli spigoli di una presa di posizione del presidente Usa Obama decisamente critica verso la politica israeliana. Per parte sua comunque Palazzo Chigi smentisce di avere chiesto alcunché a Netanyahu, ma del resto non potrebbe certo ammetterlo pubblicamente.

La nomina della Nirenstein non era piaciuta neppure a Ruth Dureghello, presidente degli ebrei romani, e a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, che sempre secondo il giornale Haaretz avrebbero espresso la propria contrarietà al presidente della repubblica israeliana, Reuven Rivlin. “Dureghello e Di Segni”, ha scritto Haaretz, “hanno appunto espresso forte preoccupazione per le possibili ripercussioni negative di quella nomina sia per la comunità ebraica italiana sia per le relazioni fra Italia ed Israele”. Secondo Haaretz, i due contrari hanno fatto presente a Rivlin che fino a non molto tempo fa la Nirenstein era stata membro del parlamento italiano per il partito Forza Italia, donde il timore che la nomina della ex parlamentare potesse risollevare la questione di una asserita “doppia lealtà” degli ebrei italiani, e che essendo Nirenstein politicamente di destra la sua nomina potrebbe rappresentare un problema per l’attuale governo italiano. Rivlin avrebbe però fatto notare che le loro lagnanze avrebbero dovuto esprimerle non a lui, ma allo stesso Netanyahu in quanto unico titolare del potere di nomina degli ambasciatori. 

Lo smacco Nirenstein si aggiunge a quello ricevuto a dicembre con la decisione del governo brasiliano di non accettare come nuovo ambasciatore di Tel Aviv il leader dei coloni israeliani Dani Dayan.

Tornare indietro per andare avanti

Dobbiamo tornare a vivere come l’uomo primitivo, se vogliamo sopravvivere come specie. Caccia e raccolta anzitutto. Se proprio vogliamo limitarci ad agricoltura e allevamento, avendo distrutto la gran parte delle foreste, dobbiamo farlo temporaneamente, in attesa che le foreste ricrescano grazie al nostro rimboschimento.

Dobbiamo tornare ad essere come eravamo all’inizio, in cui ci siamo conservati umani e naturali almeno sino alla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento, allorché sono iniziate le ostilità tra agricoltori, che avevano bisogno di campi chiusi, e allevatori, che avevano bisogno di campi aperti.

I problemi sono sorti non tanto quando sono nate l’agricol­tura e l’allevamento, ma quando si è cominciato a separarle. Infatti, quando ci si specializza in un settore produttivo, si vede l’altro come un rivale, un concorrente, e lo si teme. Con la caccia e la raccolta non vi erano questi problemi, anche perché, generalmente, la prima veniva praticata dagli uomini e la seconda dalle donne. Non si andava oltre le differenze di sesso ed età. Non a caso si pensa che l’agricol­tura sia stata inventata dalle donne e l’allevamento dagli uomini.

Agricoltura e allevamento sono due forme di sedentarietà. Caccia e raccolta indicano invece il movimento, l’instabilità, l’itineranza, che meglio si addice alla natura umana, se vuole restare coerente con se stessa. La comunità tendeva a spostarsi là dove si trasferivano gli animali selvaggi, e le donne dovevano apprendere, in ambienti diversi, dove trovare il cibo sano e nutriente. Era la natura stessa che s’incaricava di formare gli esseri umani.

In origine, quando la Terra era completamente ricoperta di foreste, forse ci si spostava molto meno. Si viveva soprattutto di raccolta, in quanto il cibo vegetale era molto abbondante. La caccia è subentrata in un secondo momento, per integrare un cibo considerato non del tutto sufficiente.

Oggi quasi tutta la Terra è antropizzata negativamente. La catastrofe ambientale che ci attende pare inevitabile. Naturalmente ci saranno vari modi di affrontarla. Uno potrà essere quello di continuare a vivere in maniera disumana e innaturale, fingendo ch’essa non serva come monito per una inversione radicale di tendenza. Quindi è molto probabile che ai disastri ambientali andranno ad aggiungersi nuovi conflitti mondiali, scatenati da parte di quegli Stati che vorranno far pagare agli Stati più deboli il peso di quei disastri.

Il vero problema tuttavia non sarà soltanto quello di come prevenire la catastrofe ambientale, ma anche e soprattutto quello di che cosa fare quando verrà il momento di cercare un’alternativa alla nostra insensatezza. Fino ad oggi, infatti, nonostante 6000 anni di antagonismi epocali, non siamo riusciti a capire che l’unico modo per restare umani e naturali è quello di tornare all’epoca primitiva, quella in cui appunto si viveva di caccia e raccolta, e dove l’agricol­tura e l’allevamento non costituivano una fonte di irriducibili conflitti sociali all’interno della comunità tribale.

Fino ad oggi non abbiamo fatto altro che sostituire un antagonismo con un altro. In un primo momento il superamento di determinate contraddizioni sociali appare un fenomeno molto positivo, ma poi se ne formano altre che, per molti aspetti, diventano ancora più gravi, e il problema di come superarle si ripresenta, senza che mai si riesca a porre le condizioni perché una determinata contraddizione non si trasformi in un irriducibile conflitto.

Dobbiamo uscire da questa spirale perversa e, per farlo, c’è solo un modo: tornare alla preistoria. L’alternativa deve essere radicale: non possono esserci mezze misure. E l’alternativa non può essere che questa: praticare l’autoconsumo e il baratto, eliminare la proprietà privata dei mezzi produttivi e la dipendenza dai mercati, ridurre la tecnologia a quella compatibile con le esigenze riproduttive della natura e, per quanto riguarda la politica, affermare la democrazia diretta, sopprimendo gli Stati e i parlamenti della democrazia meramente rappresentativa.

*

In ogni caso, anche se non vogliamo tornare spontaneamente alla preistoria, sarà la storia stessa che s’incaricherà d’imporcelo. Infatti quanto più sviluppiamo scienza, tecnica, mercati, economia finanziaria, armamenti, tanto più ci avviciniamo alla catastrofe, umana e ambientale. E quanto più grande sarà questo disastro, tanto più saremo costretti, per poter sopravvivere, a riportare in auge lo stile di vita dell’uomo primitivo.

Siamo liberi di muoverci, ma entro certi limiti: se li oltrepassiamo, l’inevitabile apocalisse ci riporterà in carreggiata. Una libertà senza limiti non ha senso. Certo la conoscenza può non aver limiti, e così il bisogno di amare e di essere amati, e anche l’esigenza di produrre qualcosa, ma se andiamo oltre i limiti dell’umano e del naturale, tutto quello che facciamo perde immediatamente di valore. Perdiamo tempo, perdiamo noi stessi. E quanto più uno si perde, tanta più fatica gli costerà ritrovarsi. Se davvero vogliamo essere responsabili, dobbiamo saper gestire il senso della illimitatezza, dell’incondizionato: dobbiamo arrivare a capire che l’infinito è possibile solo all’interno di determinate regole universali.

Avremmo dovuto vivere un percorso evolutivo senza traumi, cioè senza guasti irreparabili, ma per colpa delle nostre scelte scriteriate abbiamo finito col creare delle situazioni ingestibili. Abbiamo addirittura smarrito il criterio con cui stabilire quando una scelta può essere considerata giusta o sbagliata. Solo a posteriori ci accorgiamo dell’erroneità delle nostre scelte. E i rimedi che vi poniamo non sono mai sufficienti, mai risolutivi.

Tuttavia questo non impedisce alla natura di seguire il proprio corso. Vi è un’oggettività più potente della nostra soggettività (quanto meno è più ancestrale). Infatti quando vogliamo fare di questa soggettività una diversa oggettività, un nuovo criterio di valori, la pretesa non dura molto tempo: prima o poi ci si scontra con situazioni insostenibili. Quanto maggiore è la pretesa di dominare il mondo intero, tanto più breve è il tempo per rendersi conto dell’illusorietà di tale obiettivo, proprio perché gli effetti sono più devastanti.

C’è qualcosa che ci collega direttamente alla natura. È come se la natura avesse leggi universali e necessarie che tutti i suoi componenti, meno l’essere umano, vivono inconsapevolmente. L’unico però che potrebbe viverle secondo ragione, è anche quello che più le trasgredisce. E lo fa senza rendersi conto di perdere tempo prezioso per la crescita della propria autoconsapevolezza. Le conquiste dell’umanità, soprattutto quelle scientifiche e tecnologiche, il più delle volte le usiamo contro la natura e contro noi stessi. È impossibile dare una spiegazione razionale di questo comportamento. La libertà è un mistero assolutamente insondabile.

*

Il socialismo si è illuso che vi potesse essere un progresso semplicemente limitandosi a socializzare la proprietà privata. Invece dobbiamo azzerare un’intera civiltà, quella basata sul macchinismo. L’unico vero socialismo è stato quello preistorico.

La domanda che, a questo punto, dobbiamo porci è soltanto una: dobbiamo attendere rassegnati la catastrofe, nella convinzione che le contraddizioni sono diventate talmente abnormi da risultare irrisolvibili all’interno dell’attuale sistema, oppure possiamo porre sin da adesso le condizioni (o almeno le pre-condizioni) in virtù delle quali si possa realizzare quanto prima una transizione verso il nostro più lontano passato, quello precedente alla nascita dello schiavismo?

In altre parole: com’è possibile realizzare la democrazia diretta e l’autoconsumo all’interno del sistema antagonistico? Vi è la possibilità di ritagliarsi uno spazio autonomo, oppure è prima necessario abbattere politicamente il sistema? Il socialismo democratico che vogliamo realizzare deve passare attraverso un riformismo graduale o attraverso una rivoluzione che inevitabilmente sarà violenta, in quanto il sistema non depone mai spontaneamente le armi?

Al giorno d’oggi è difficile pensare che esista una terza via, quella di trasferirsi in zone vergini del pianeta, non contaminate dallo stile di vita occidentale. Gli angoli rimasti puri sono talmente piccoli da risultare del tutto insufficienti per una transizione che coinvolga milioni e milioni di persone, intenzionate a realizzarla. Pensare di trasferirsi altrove per ricominciare da capo va considerata una soluzione impraticabile, del tutto utopistica. La via d’uscita va cercata là dove si vive, anche perché si ha il vantaggio di conoscere, più o meno bene, il proprio territorio.

Dunque il metodo da seguire per realizzare la transizione potrebbe essere il seguente: tentare delle esperienze innovative di autoconsumo e di democrazia diretta, cominciando a proporle alla collettività. Tutti i mass-media possono essere utilizzati per propagandare un’alternativa concreta al sistema. Poi da come il sistema reagirà, si deciderà il da farsi. L’importante è non escludere a priori l’idea di dover difendere le proprie esperienze innovative anche, se necessario, con l’uso delle armi. Bisogna cioè fare molta attenzione a che il concetto di non-violenza non venga usato dal sistema per impedire una vera transizione al socialismo democratico.

Bisogna semplicemente limitarsi a sfruttare il fatto che il sistema, per affermare se stesso, si avvale, formalmente, del concetto di democrazia, che implica quello di diritti umani, civili e politici. Dobbiamo mettere il sistema nelle condizioni di svelare che la sua difesa della democrazia è puramente formale. Dobbiamo dimostrare, con le armi della democrazia diretta e dell’autoconsumo, che il nostro stile di vita è più umano e naturale di quello che offre il sistema, e che siamo disposti a difenderlo, da chi vorrà distruggerlo, con ogni mezzo.

USA: vera ripresa economica o altre bolle?

Usa: vera ripresa o nuove bolle finanziarie?
Mario Lettieri* e Paolo Raimondi **

Negli Usa ritorna la paura di nuove bolle simili a quella legata ai mutui subprime che nel 2008 fu la causa principale dello scatenamento della crisi finanziaria globale. Molti mutui furono concessi senza tenere in considerazione la reale capacità di pagamento di molti sottoscrittori. In seguito i titoli suddetti furono utilizzati come base per altre operazioni ad alto rischio, i derivati finanziari. La montagna di titoli virtuali, così creata, crollò su se stessa quando la percentuale dei mancati pagamenti e dei fallimenti individuali divenne insostenibile. Ormai è storia nota.

Situazioni simili però si stanno ricreando anche oggi in vari settori economici, tra cui quello delle vendite di automobili e quello delle carte di credito. Anche in questo caso gli Usa precedono, indicano la strada che, anche se pericolosa, l’Europa non esita a percorrere.
Negli anni passati chi ha acquistato un’auto lo ha fatto a debito. Così negli Usa gli acquirenti sono diventati ‘parte’della tanto sbandierata ripresa economica americana. La domanda, si è detto, è ripartita: il cavallo è tornato a bere. Il totale dei prestiti per l’acquisto di automobili ha raggiunto il trilione (mille miliardi) di dollari.

Le banche e altri mediatori finanziari anche in questo caso hanno ‘impachettato’ tali debiti in apposite obbligazioni che sono state vendute sul mercato. Sulle stesse si sono moltiplicati i vari strumenti finanziari anche per darne copertura assicurativa.
Intanto i media statunitensi hanno cominciato ad evidenziare che un numero crescente di acquirenti non è in grado di pagare le rate. Alcuni istituti finanziari hanno registrato un ritardo di pagamento di oltre 30 giorni per almeno il 12% dei prestiti da loro concessi. Anzi, per il 2,6% degli stessi è già stata attivata la procedura di fallimento e di sequestro del veicolo.

Ancora una volta sono le agenzie di rating a valutare la sostenibilità delle obbligazioni e degli asset-backed security (derivati) emessi dalle banche sulla base dei mutui accesi per l’acquisto di auto. Fitch Ratings riporta che i titoli ‘impacchettati’ nei passati 5 anni con un ritardo di pagamento di 60 giorni hanno raggiunto complessivamente il livello del 5,16%. Il più alto degli ultimi 20 anni.
Alla luce dei dati succitati si può dire che le vendite record di auto non riflettono il vero andamento dell’economia americana. Tutto al più rappresentano il più facile accesso al credito per l’acquisto di automobili.

Altro settore delicato ci sembra quello delle carte di credito, il cui debito negli Usa sta raggiungendo il livello di 1 trilione di dollari. Nell’ultimo trimestre del 2015 vi è stata un’impennata che ha superato la crescita totale avvenuta nel triennio 2009-11. E’ il caso di sottolineare che nel solo ultimo trimestre dell’anno scorso l’incremento è stato di ben 52 miliardi.
Purtroppo il rischio di una bolla si profila anche per i crediti concessi agli studenti. Sono prestiti garantiti dallo Stato che devono essere ripagati durante la futura vita lavorativa da chi ne ha usufruito nel periodo universitario. Si stima che l’ammontare complessivo sia oggi ben oltre 1 trilione di dollari e che possa raggiungere i 3,3 trilioni entro il 2024.

Naturalmente il timore è dovuto al fatto che anche su questi prestiti le banche hanno emesso una serie di titoli abs il cui valore è strettamente legato al flusso di cassa dei rimborsi continui. Questa situazione si sta aggravando tanto che il tema è diventato oggetto della campagna presidenziale in corso. In verità la lista potrebbe essere più lunga perché vi sono tante altre ‘piccole’ bolle. Trattasi comunque di trilioni anche se non di centinaia di trilioni come per i derivati otc.

Sono dati che cominciano ad essere oggetto di valutazione e di discussione da parte degli addetti. Considerati i riverberi che oggettivamente la finanza globalizzata può determinare nei singoli Paesi, sarebbe opportuno che le autorità di governo e di vigilanza nazionali ed internazionali vi prestassero adeguata attenzione. A partire dal nostro Paese, dove, come è noto, il problema dei crediti deteriorati e delle sofferenze per 200 miliardi di euro è di prima grandezza.
*già sottosegretario all’Economia

**economista