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Guerra e religioni

I credenti, di qualsivoglia religione, possono compiere guerre in nome del loro dio? Una domanda del genere è mal posta, per almeno una ragione: la guerra in sé non è un male; lo è solo quando è offensiva; chi rifiuta una guerra difensiva è solo un codardo e, in definitiva, fa gli interessi del nemico.

Semmai ci si dovrebbe chiedere cosa si è fatto per impedirla. Il detto latino, si vis pacem para bellum, guerrafondaio per definizione, andrebbe rovesciato, nisi bellum vis para pacem (“se non vuoi la guerra, prepara la pace”). Una guerra difensiva ha sempre una ragione in più, anzi ha l’unica ragione possibile, anche se chi la fa non è un campione di democrazia. Lo zarismo, p. es., vinse giustamente le truppe napoleoniche, e lo stalinismo quelle hitleriane, e il Vietnam quelle americane, e via discorrendo.

Ancora oggi vediamo, nel mondo islamico, che alcune sue componenti scatenano stragi, eccidi, persecuzioni in nome del fatto che hanno un dio diverso da far valere o un modo diverso di vivere precetti religiosi più o meno simili.

Questa cosa non si verifica solo nel mondo islamico, ma anche là dove esistono Stati confessionali o pluriconfessionali. È sufficiente infatti che nelle compagini governative vi siano elementi del clero o che uno Stato abbia un rapporto privilegiato con una determinata confessione, o che un capo di Stato o un primo ministro, pur essendo un laico sul piano dello status civile, chieda una “benedizione divina” per il buon esito di un conflitto bellico appena fatto scoppiare, ed ecco che il rischio del fanatismo fa capolino. Rischi del genere si corrono anche coi cosiddetti “Stati laici e a-confessionali”; figuriamoci con tutti gli altri.

Ormai sembra essere diventata l’idea stessa di “Stato” a non garantire più nulla di democratico. La democrazia è diventata una lotta quotidiana del cittadino comune, al punto che la pretesa di garantirla, da parte di uno Stato, sembra equivalere, tout court, a una sua violazione.

Laddove esistono società basate sugli antagonismi sociali, è facile diventare “talebani”, anche senza richiamarsi a una religione specifica o a una modalità particolare di vivere i suoi dogmi. Non solo quindi è la religione in sé che si presta facilmente alle strumentalizzazioni del potere politico ed economico, ma vi si prestano anche tutte quelle culture o quei valori di tipo “fondamentalistico”, che sono “laici” solo all’apparenza.

Chiunque sia convinto d’avere la verità in tasca, sia egli credente o meno, non potrà certo essere favorevole alla democrazia politica o all’eguaglianza sociale o al rispetto dei valori umani universali. Laicità vuol dire non avere alcuna idea che possa interferire con la necessità di soddisfare bisogni indispensabili alla sopravvivenza del genere umano.

Indubbiamente oggi usare la religione per cercare d’imporre la propria volontà, fa parte d’un retaggio medievale. Ma è anche vero che chi lo fa, si trova a essere privo di altri strumenti culturali, è ideologicamente immaturo, appunto perché proviene da ambienti disagiati, dove le contraddizioni sono molto evidenti. Chi soffre si esprime come può quando decide di lottare.

Una persona di vedute aperte dovrebbe cercare di andare oltre certi modi di esprimersi, per capire quali situazioni di disagio materiale vi stanno dietro. E, in tal senso, fomentare scontri di civiltà – come fece p. es. l’ultima Oriana Fallaci -, opponendo un “credo” a un altro, non fa che aumentare le distanze. Laicità vuol dire abbassare i reciproci ponti levatoi, uscire disarmati dai propri castelli e riempire insieme i reciproci fossati con della terra comune, che possa servire a far pascolare le rispettive idee. In Italia vi sono stati addirittura degli alti prelati che, preoccupati per un massiccio afflusso di immigrati islamici, chiedevano di favorire solo quelli chiaramente “cristiani”!

Se guardiamo alla storia della chiesa cattolico-romana, dobbiamo dire che, dopo la svolta costantiniana e soprattutto teodosiana, che fece diventare il cristianesimo l’unica religione lecita, non c’è stato un momento in cui il papato o comunque il clero o gli esponenti laici più intolleranti di questa confessione, non abbiano usato motivazioni religiose per giustificare persecuzioni, eccidi e guerre d’ogni genere. L’elenco è così lungo che ci vorrebbero dei libri: in tal senso ci si può limitare a quelli di K. Deschner, Il gallo cantò ancora (Massari ed.) e di W. Peruzzi (scomparso di recente), Il cattolicesimo reale (Odradek ed.), vere “bibbie” sull’intolleranza cattolica.

La politica della non-credenza

Non può essere considerato casuale che nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo non si sia mai messo in discussione il concetto di “dio”. Da un lato i teologi cristiani avevano la pretesa di poter costituire una netta alternativa a tutte le religioni politeistiche (così succubi, peraltro, ai diktat degli Stati imperiali); dall’altro però si rendevano conto di non poter superare un limite invalicabile, il concetto appunto di “dio”, oltre il quale non è possibile alcuna religione.

In mezzo a questo atteggiamento ambiguo ve n’era un altro: quello di credere sufficiente, ai fini del riscatto sociale degli oppressi, il passaggio da un’idea religiosa a un’altra. Sotto questo aspetto è giustissimo sostenere che il cristianesimo è sorto dal fallimento dell’esperienza politica del movimento nazareno: è stato proprio quel fallimento a indurre i successori del Cristo a reintrodurre il concetto di “dio”, eliminando definitivamente qualunque obiettivo rivoluzionario. L’unica rivoluzione possibile doveva avvenire soltanto a livello sovrastrutturale, passando appunto da un’idea religiosa a un’altra.

E in parte vi si riuscì, in quanto il cristianesimo seppe introdurre alcuni concetti che il paganesimo non poteva ammettere e che, per certi versi, non era neppure in grado di pensare. Per esempio l’idea che, avendo il credente una “coscienza libera” e una propria “fede religiosa”, l’adesione alle leggi dello Stato e alle direttive degli imperatori poteva essere data solo vincolandola al rispetto di una certa libertà personale. I cristiani cioè si sentivano liberi di non credere nella presunta divinità degli imperatori e neppure nel valore di alcun culto pagano (di qui l’accusa che veniva loro mossa d’essere atei).

Essi erano disposti a farsi ammazzare pur di non tradire i loro princìpi. E lo Stato romano, confermando il proprio lato “confessionale” in campo religioso, si sentì indotto a perseguitarli per ben tre secoli, con la compiacenza dei sacerdoti e dei seguaci del paganesimo.

L’altra idea sconosciuta al politeismo, o comunque poco praticata, era l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a dio, ovvero il diritto, per chiunque, a una retribuzione ultraterrena (il premio del paradiso) in rapporto alla professione di fede manifestata sulla Terra. Non si finiva più tutti nell’Ade; l’immortalità e la beatitudine non erano più garantiti soltanto agli dèi; le classi superiori, proprio per i poteri di cui disponevano, dovevano sentirsi a rischio circa il loro destino nell’oltretomba cristianizzato; i cristiani non avrebbero fatto nulla per difendere le istituzioni dagli attacchi dei nemici esterni, quando loro stessi si sentivano considerati dei “nemici interni” dalle proprie istituzioni.

Insomma il cristianesimo, grazie naturalmente all’influenza dell’ebraismo (seppur nella forma mistica del paolinismo), presentava un aspetto di politicizzazione che il paganesimo non aveva mai avuto, se non nella forma, vagamente eversiva, del dionisismo.

Il destino poi ha voluto che, a partire dal momento in cui gli imperatori smisero di perseguitare i cristiani, le parti in qualche modo si rovesciassero. Invece di affermare uno Stato laico, indifferente a tutte le religioni, si preferì un nuovo Stato confessionale, questa volta cristiano, ostile a tutti gli altri culti. Erano gli imperatori stessi che lo esigevano: tutte le dittature hanno sempre bisogno di una religione di stato.

E a ciò i cristiani non si sono affatto opposti, o comunque la loro opposizione (tipica nelle correnti ereticali) non è risultata decisiva. Per tutto il Medioevo l’unica differenza, all’interno della cristianità europea, è stata quella tra una Chiesa di stato (slavo-bizantina) e uno Stato della chiesa (cattolico-romano).

Oggi il ruolo ottenuto dal cristianesimo nei confronti del paganesimo, lo svolge l’ateismo nei confronti del cristianesimo. Gli atei sono odiati dai credenti perché hanno abolito il concetto di “dio”, facendo indubbiamente progredire la storia del pensiero umano. Un progresso che però ci riporta alle concezioni di vita che aveva l’uomo preistorico, troppo legato al mondo naturale per potersi dare dei concetti astratti di divinità, meno che mai quando questi concetti servono per giustificare discriminazioni di casta o di classe.

Una differenza però l’abbiamo rispetto all’uomo preistorico: oggi l’ateismo è più che altro connesso a un prodigioso sviluppo tecnico-scientifico urbanizzato (nettamente anti-naturalistico), che induce a credere in una certa onnipotenza dell’essere umano, non più bisognoso della provvidenza divina. Oggi siamo così indifferenti alla religione che ci comportiamo da non-credenti anche quando non facciamo alcuna professione di ateismo. Anzi, chi la fa, ci appare come una sorta di fanatico alla rovescia. Più che verso l’ateismo, le nostre simpatie vanno verso l’agnosticismo, che è quella totale indifferenza verso le questioni religiose, che però non arriva a fare della non-credenza una bandiera politica o l’occasione per una battaglia culturale.

Ed è un errore, almeno in Italia. Qui infatti non si ha a che fare con uno Stato laico che garantisce a tutti, laici e credenti, il rispetto delle loro convinzioni, ma con uno Stato confessionale, sancito dall’art. 7 della Costituzione, che considera il cattolicesimo una religione privilegiata rispetto alle altre.

Indubbiamente oggi non siamo così sprovveduti da credere possibile un riscatto degli oppressi limitandoci a realizzare una transizione dalla religione all’ateismo. Però è fuor di dubbio che fino a quando una religione ambisce a porsi in maniera politica, la lotta della non-credenza non può che assumere una veste politicizzata. Se gli atei e gli agnostici avessero uno Stato laico, potrebbero limitarsi a considerare il cattolicesimo-romano come un semplice fenomeno storico-culturale. Invece così diventa tutto più difficile.

Che cos’è il diritto laico?

Quando si parla di “diritto laico” s’intendono, generalmente, due cose: la libertà di coscienza e il regime di separazione tra chiesa e Stato. Là dove manca anche uno solo dei due elementi, è impossibile parlare di “diritto laico”, se non in maniera molto approssimativa.

Una piena libertà di coscienza non è mai esistita in Europa occidentale, almeno da quando esistono le civiltà basate sugli antagonismi sociali. Infatti quando una minoranza comanda una larga maggioranza, o quando il potere statuale domina la società civile, la concessione di una piena libertà di coscienza fa sempre paura. Non a caso essa è stata negata ai cristiani per i primi tre secoli della nostra era bimillenaria, e i cristiani l’hanno negata agli altri per i secoli rimanenti.

Per avere la libertà di credere in una confessione cristiana diversa da quella cattolico-romana s’è dovuta attendere la fine della Guerra dei Trent’anni (1648), e unicamente per dire, col principio cuius regio eius religio, che i sudditi dovevano conformarsi alla religione del loro principe (cattolico o protestante che fosse) oppure emigrare.

Quindi c’era poco di cui gloriarsi. Le rivoluzioni borghesi (olandese, inglese e francese) han sempre fatto molta fatica a concedere la libertà di coscienza. I protestanti olandesi e gli anglicani inglesi la negavano ai cattolici, impedendo loro di accedere alle cariche più prestigiose del potere politico, militare o giudiziario.

Spesso si sente dire che l’Olanda protestante concedeva la libertà di coscienza a qualunque perseguitato per motivi di religione. Eppure si dovette aspettare la rivoluzione liberale del 1848 prima di veder soppressa la religione di stato e trasformate le confessioni religiose in associazioni di diritto privato.

Quanto ai rivoluzionari francesi, il massimo che riuscirono a fare, con Robespierre, fu quello di sostituire tutti i culti religiosi col culto filosofico, organizzato dallo Stato, della dea Ragione. L’anticlericalismo dei giacobini fu esasperante, specie quando vollero imporre la scristianizzazione con la forza.

D’altra parte la rivoluzione americana non era stata migliore: il presidente doveva giurare sulla Bibbia e persino sulle banconote doveva essere scritto (e lo è ancora oggi) “In God we trust”. Il presidente americano è sempre stato considerato una sorta di “papa laico”, seguace di una delle tante fedi religiose di quel paese, generalmente di tipo protestantico.

Nessun paese cristiano o ebraico o islamico ha mai concesso la piena libertà di coscienza, e se l’ha fatto – spinto dalle pressioni popolari -, al massimo ha tutelato la libertà di credere in una qualche fede monoteistica, certamente non quella di non credere in alcuna religione.

Il primo Stato che ha equiparato giuridicamente la fede all’ateismo, cercando di legittimare entrambe le scelte, è stato quello russo l’indomani della rivoluzione d’ottobre. La quale, non a caso, aveva proclamato il regime di separazione dello Stato da tutte le chiese, dicendo ai credenti di opporsi, se del caso, alle leggi civili o alla loro applicazione in quanto “cittadini”, non in quanto “credenti”.

Ma già sotto Stalin s’iniziò a fare dell’ateismo una sorta di “religione laica di Stato”. Lo Stato sovietico, infatti, smettendo d’essere laico, era diventato ideologico, anche se, in maniera ufficiale, solo quello albanese diceva d’essere “ateo”.

La storia dell’Europa occidentale (ivi inclusa la sua parte russa) è passata dunque da un confessionalismo religioso a un confessionalismo ateistico. Di conseguenza non è mai esistito uno Stato davvero laico, cioè “separato” da tutte le chiese, intenzionato non solo a non permettere alcuna ingerenza clericale nei propri affari, ma anche a non esercitarla nei confronti di alcuna chiesa, se non appunto per tutelare la propria laicità.

“Diritto laico” vuol dire che uno deve essere lasciato libero di credere in ciò che vuole, se ciò non è lesivo del diritto altrui di fare altrettanto. Vuol dire rispettare tutte le fedi religiose e, nel contempo, l’assenza di qualunque fede.

Uno Stato è laico soltanto quando tutela la “forma” della libertà di coscienza, non il suo contenuto. Bisogna infatti fare attenzione che uno Stato resta confessionale anche quando, pur dichiarandosi aperto a tutte le religioni, tende a preferire quella maggioritaria o quella considerata nazionale per motivi storici.

I contenuti laici o religiosi devono essere tutelati dai diretti interessati, i quali forse un giorno smetteranno d’aver bisogno di un ente esterno che insegni loro a vivere pacificamente, senza fare delle diversità di opinione, di fede, di credenza un motivo per odiarsi reciprocamente.

Separare ragione e fede

Ragione e fede devono per forza restare separate, così come la chiesa, anzi le chiese dallo Stato, poiché la fede non può obbligare la ragione a credere in cose indimostrabili. Certo, anche la ragione può credere in cose indimostrabili, ma non deve farlo perché glielo chiede la fede. Semplicemente fa parte della natura umana credervi: che si sia amati dal proprio partner o che l’universo sia eterno e infinito, non può certo essere dimostrato razionalmente, eppure, non per questo, pensiamo d’essere affetti da misticismo.

Il campo della fede dovrebbe essere tutto quello che non si può dimostrare razionalmente e in cui ci si può credere senza alcun obbligo di farlo. E, in tal senso, non dovrebbe essere di pertinenza della sola religione, ma anche dell’etica e della morale laica. Ecco perché una fede politicizzata o una chiesa che voglia svolgere una funzione di supplenza nei confronti dello Stato, sono aspetti del tutto estranei alla democrazia e quindi alla libertà di coscienza.

Con questo non si vuole affatto dire che una società in cui esistesse solo lo Stato e nessuna religione, sarebbe, solo per questo motivo, più democratica. E non si vuol neppur dire che una società deve esistesse solo una fede, sarebbe più antidemocratica di quella in cui esistesse solo la ragione. La democraticità di una società è questione pratica, non teorica, cioè va dimostrata di volta in volta, anche se resta fuor di dubbio che non c’è democrazia là dove manca la libertà di coscienza, che è quella di credere o non credere nel valore di determinate cose, o – se si preferisce – in ciò che si vuol far passare come “vero”.

Ritenere che la verità sia un’evidenza in cui si “deve” (per forza) credere, o per fede o secondo ragione, è una pretesa insensata, poiché non c’è nulla che sia evidente di per sé. Persino il fatto di esistere è relativo, in quanto la morte potrebbe essere solo una trasformazione da una condizione di vita a un’altra.

L’ideale sarebbe che non esistessero affatto le istituzioni, poiché è il concetto stesso di “istituzione” (laica o ecclesiastica che sia) che induce a credere che la verità sia un’evidenza.

Facciamo un esempio molto banale: quello degli incroci stradali, così frequenti nelle città. Un tempo erano i vigili che decidevano quando un automobilista doveva passare. Esercitavano un potere secondo coscienza. Ci si doveva affidare al loro buon senso e alla loro intelligenza. Poi vennero i semafori, per risparmiare sul personale e per non obbligarlo ad ammalarsi d’inquinamento. Ma i semafori sono schematici: hanno una regolamentazione predeterminata una volta per tutte, e non possono tener conto delle reali esigenze del momento. Invece di agevolare il traffico, i semafori lo intasavano, portando lo stress a livelli insostenibili, tanto che, ad un certo punto, furono sostituiti dalle rotonde. Era il trionfo dell’autonomia decisionale. L’automobilista diventava prudente per libera scelta, dovendo rispettare soltanto la regola che chi è già dentro la rotonda ha la precedenza.

Ma perché c’è voluto così tanto tempo prima di capire che bastava un piccolo accorgimento per potersi autogestire? Il motivo sta nel fatto che noi viviamo in società dominate da istituzioni, le quali vogliono far credere che le cose funzionano solo quando le decisioni vengono prese dall’alto. Le istituzioni non si fidano dei cittadini, né della democrazia e tanto meno della libertà di coscienza, per quanto ci si voglia far credere ch’esse siano preposte proprio a questo.

Le istituzioni sono nate quando una piccola minoranza le ha volute per imporsi sulla grande maggioranza. Le loro regole cambiano soltanto quando la grande maggioranza non ne può più, cioè non quando iniziano ad apparire sbagliate determinate decisioni di vertice, ma proprio quando la loro assurdità ha raggiunto livelli assolutamente insopportabili. Ecco perché il progresso a favore della democrazia e della libertà di coscienza è così incredibilmente lento. Le istituzioni devono prima convincersi che i cambiamenti di forma non pregiudicheranno la sostanza del privilegio. I mutamenti sono veloci solo quando scoppiano le rivoluzioni, che però, purtroppo, vengono facilmente tradite.

Ora però torniamo al punto di partenza. Perché oggi diamo per scontato che ragione e fede debbano marciare separate? Qui la motivazione non può che essere di natura storica. Se nel passato l’esperienza della fede avesse soddisfatto le esigenze umane (di giustizia, di libertà, di sicurezza, di autenticità, ecc.), è evidente che la ragione non avrebbe chiesto di agire autonomamente. Ciò però non toglie che, storicamente, non sia accaduto anche il contrario, e cioè che la fede sia sorta in seguito a un cattivo uso della ragione. La fede nel non-razionale, in altre parole, può essere emersa quando un uso arbitrario della ragione ha reso la vita molto difficile, facendo apparire irrisolvibili le sue contraddizioni.

In un certo senso la fede appare come una ragione rassegnata al male, che spera di poterlo risolvere solo in una dimensione ultraterrena. Tuttavia gli uomini “ragionevoli” possono anche stancarsi di questa rassegnazione e prendersi la loro rivincita sugli uomini di chiesa.

Ecco, a questo punto vien d’obbligo chiedersi: perché ancora oggi la fede sussiste? La risposta va cercata unicamente nelle modalità in cui la ragione ha cercato di vivere la propria emancipazione. Se queste modalità non erano davvero democratiche e quindi rispettose della libertà di coscienza di ogni essere umano, appare del tutto naturale che si continui ad avere un atteggiamento di fede. Non è dunque la fede che impedisce alla ragione di svilupparsi, ma è la stessa ragione che non riesce a trovare in sé motivi sufficienti, anzi, modalità adeguate per diventare sempre più democratica.

La fede è come un sadico che gode quando vede fallire i tentativi che la ragione compie per essere libera. Assomiglia a quegli animali opportunisti che si avventano sulle loro prede quando le vedono in gravi difficoltà. In realtà la vera fede è quella che vive la ragione senza concedere nulla alla religione. È inammissibile che, a causa della naturale fede o fiducia umana, si possa formare una casta privilegiata chiamata “clero”, sia esso laico o ecclesiastico. E tanto più lo è il fatto che, in presenza di tali caste, ci si chieda di credere nelle istituzioni per risolvere i problemi che quelle stesse caste hanno creato o che impediscono, solo per la loro presenza, di risolvere.

Ateo è bello ma non banale

Sul n. 5/2013 di “MicroMega” (Ateo è bello!), interamente dedicato all’ateismo, la Presentazione di Paolo F. D’Arcais merita d’essere commentata. Proprio perché di alcuni luoghi comuni in materia di ateismo non se ne può più, soprattutto da parte degli intellettuali.

Continuare a ribadire che devono essere i credenti a esibire “prove” della loro fede, quando ormai il concetto di “prova” è stato di molto ridimensionato dalla stessa scienza contemporanea, nel senso che nessuno può vantarsi d’averne in maniera inconfutabile, è quanto meno un segno d’arretratezza culturale. L’esempio del Sole che, sin dal tempo degli eliocentristi perseguitati dalla chiesa, sta lì nel mezzo mentre la Terra gli gira attorno, come volevasi appunto “dimostrare”, è ridicolo: sia perché anche il Sole si muove insieme a noi, sia perché sul piano pratico la cosa è abbastanza indifferente all’uomo comune, sia perché, infine (e questo lo dice Wittgenstein, che credente non era), non c’è nulla sul piano logico che obblighi il Sole a risorgere una volta tramontato.

D’Arcais afferma che “il ricorso alla parola ‘mistero’ è impraticabile in ogni discussione razionale”. Bene, così abbiamo fatto un bel regalo alla religione: l’unica titolata a parlarne! Chissà che tipo di parola dovremo trovare per definire quel 90% di materia di cui ancora non sappiamo un fico secco.

Servirsi poi delle argomentazioni ingenue dei classici filosofi greci, le quali ritenevano incompatibile la presenza di un dio assoluto con la presenza di un male così radicato sulla Terra, è quanto meno puerile: qualunque religione un po’ scafata obietterà che dio non può violare il libero arbitrio, altrimenti si sarebbe limitato a creare animali non esseri umani. Un qualunque credente arriva molto facilmente a sostenere l’esistenza di dio, proprio partendo dal fatto che l’azione umana, nonostante il male compiuto, alla fine rientra sempre in un progetto salvifico più generale. Semmai a un credente del genere si potrebbe far presente che proprio l’esistenza del male dimostra, seppur negativamente, ch’esiste un “dio” chiamato “uomo”, l’unico essere dell’universo che compie il male contro il proprio istinto di bene, e che non ha bisogno di nessun altro dio per comportarsi diversamente.

Invece D’Arcais preferisce parlare di “caso e contingenza”, che per essere smentiti avrebbero bisogno di un “determinismo assoluto e onnipervasivo”, che per fortuna – dice lui – nella realtà non esiste. E’ ridicolo. Il caso ovviamente esiste, ma ha un ruolo determinato, entro un certo ventaglio di possibilità: come scegliere una carta nel mazzo. Se il caso fosse assoluto, sarebbe relativa qualunque parola usassimo per definirlo. Ed è curioso che un atteggiamento che si presume “scientifico” attribuisca al caso l’origine di tutto. Se c’è una categoria che la scienza dovrebbe detestare è proprio quella della “casualità”: infatti, proprio nel momento in cui la usa, smette d’essere “scientifica” e diventa “filosofica”.

E’ assoluta o relativa la libertà di coscienza? Se relativa, perché ci diamo così tanto da fare per tutelarla? perché addirittura morire per difenderla? Quando lo fanno i credenti, dobbiamo pensare che a ciò siano meno legittimati, in quanto il dio della loro rivendicazione è qualcosa di indimostrabile? La libertà di coscienza non è forse fonte di una morale umana universale, a prescindere dalle sue pratiche realizzazioni, sulle quali comunque è sempre bene confrontarsi?

“L’azione del ‘caso’ rende imprevedibile l’esito”, dice D’Arcais. In che senso? Nessun esito può essere così imprevedibile da violare le leggi di natura. O forse, per togliere ai credenti l’idea di creazione predeterminata, vogliamo negare che l’essere umano sia soggetto a leggi di natura, indipendenti dalla sua volontà? Non è certo un caso che mutazioni genetiche avvengano in popolazioni che non praticano l’esogamia o che sono sottoposte a inquinamenti ambientali. Davvero “il caso esclude il finalismo”? Davvero è così assurdo pensare che un puntino insignificante dell’universo, chiamato Terra, possa pretendere, all’interno di tale contenitore, d’avere uno “scopo” e un “senso”? Anche l’embrione umano appena concepito è, nell’utero, un puntino insignificante. Anche il Tirannosauro nell’uovo che l’ha generato. E allora?

E con quale sicurezza si può sostenere che “tutte le facoltà che chiamiamo ‘spirituali’ cessano con la morte”? E se fosse la “morte” a non esistere? Come possiamo sapere che questa non sia soltanto una parola imprecisa con cui cerchiamo di definire un “trapasso naturale” da una condizione a un’altra? Quando mai nell’universo si può parlare di “morte” senza parlare, nel contempo, di “trasformazione”? L’antimateria esiste, eppure noi non la vediamo: gli scienziati si limitano a supporla, e nessuno ha l’ardire di definirli “credenti” solo per quest’ammissione di ignoranza.

Per concludere. Quando si dialoga coi credenti è meglio partire dal presupposto che non esiste “prova” che non possa essere smentita. Più che aver la pretesa di “dimostrare” qualcosa, dovremmo limitarci a “mostrarla”, usando sì argomentazioni a supporto, ma senza privilegi di esclusività. Le cose assumono significati diversi a seconda delle circostanze di spazio e tempo e del punto di vista con cui o da cui vengono osservate, benché non si possa escludere l’esistenza di leggi di natura, universalmente valide.

Dobbiamo accontentarci di argomentazioni che rendono soltanto plausibili determinate affermazioni, cioè ragionevolmente possibili, senza che ciò comporti alcuna forma di misticismo, laica o religiosa che sia. Non possiamo rischiare di assumere un atteggiamento “mistico” anche nei confronti dello stesso concetto di “prova”, col risultato di fare della scienza una nuova religione. Un’evidenza che presuma di auto-dimostrarsi è una semplice tautologia, avente quindi un contenuto semantico poverissimo. In campo astronomico la parola “mistero” non è l’eccezione ma la regola. Ma anche in campo medico, quando le guarigioni vengono ottenute per cause psichiche.

Il mistero fa parte della natura in generale e di quella umana in particolare, in quanto, in ultima istanza, resta sempre qualcosa d’insondabile nella natura delle cose, ed è proprio questo aspetto che stimola la ricerca e permette alle cose di assumere forme o fisionomie sempre diverse. Non c’è mai nulla di uguale a se stesso.

E’ assurdo pensare che le popolazioni del passato, solo per il fatto di non avere le nostre stesse conoscenze, non fossero “razionali”. Non ha alcun senso sostenere che è “vero” solo ciò che è empiricamente dimostrabile. Questo è fanatismo scientifico. Neppure l’amore tra due persone è “dimostrabile” empiricamente, eppure diciamo di non aver dubbi a riguardo. Qualunque risposta a qualunque perché “ontologico” resta scientificamente indimostrabile. Dobbiamo elaborare un altro concetto di “scienza”, più legato non tanto alla tecnologia quanto alle profondità dell’umano, che sono poi le stesse della natura.

Per una transizione ad altro

Perché uno diventa “borghese”? Perché si dà così tanta importanza al denaro? Sembra una domanda banale, eppure se consideriamo che le antiche civiltà mediterranee, prima di entrare nella fase medievale, erano state caratterizzate per almeno duemila anni da una forte presenza di scambi commerciali, si rimane stupefatti al vedere che le tribù cosiddette “barbariche”, provenienti da est, non proseguirono affatto questo stile di vita, se non dopo altri cinquecento anni di contatto con ciò ch’era rimasto di quelle civiltà.

Soltanto verso il Mille gli ex-barbari, ora perfettamente latinizzati e cattolicizzati, cominciarono a diventare mercanti. E ci son voluti altri cinquecento anni prima che i commerci potessero diventare un sistema capitalistico vero e proprio, che viene fatto iniziare appunto nel XVI secolo. E ci sono voluti altri cinquecento anni prima che questo sistema s’imponesse in tutto il mondo, senza incontrare ostacoli insormontabili. Infatti tutti i tentativi compiuti per arginare questo fiume in piena sono clamorosamente falliti. Migliaia e migliaia di anni ci sono quindi voluti per rendere naturale una figura sociale che di naturale non ha nulla: il borghese.

Una figura che ha creato imponenti apparati statali, burocratici, giudiziari, parlamentari, polizieschi e militari per difendere il proprio esclusivo interesse, fatto passare per un “bene comune”. Una figura che ha saputo sostituire qualunque valore umano e religioso con un valore materiale avente funzione di equivalente universale: il denaro. Una figura che è stata capace di far passare per “democratico” uno stile di vita basato sullo sfruttamento del lavoro altrui.

Com’è stato possibile che una figura del genere, che ha letteralmente sconvolto i rapporti umani e naturali, trasformando ogni cosa in una sorta di compravendita, non abbia incontrato, sul suo cammino, un’opposizione che la obbligasse a invertire la marcia? Che cosa ha reso gli uomini così ciechi da non far accorgere loro che anche il più piccolo cedimento nei confronti di questa mentalità avrebbe avuto conseguenze letali per la loro stessa sopravvivenza?

Lo schiavismo romano venne abbattuto da forze che provenivano, seppur in forma disgregata, da ambienti clanico-tribali. Ma dov’è oggi la forza in grado di abbattere lo schiavismo salariato? La mentalità borghese ha fatto così breccia nell’umanità che persino l’ideologia che per prima chiese l’abolizione della proprietà privata, e cioè il socialismo, non è riuscita a restare coerente con se stessa. Per quale motivo qualunque azione venga compiuta contro il capitale finisce col tradire i presupposti di partenza?

Qui le ragioni sono due:

– la prima è che manca ancora una vera alternativa laica e umanistica al cristianesimo;
– la seconda è che manca ancora una definizione autenticamente “democratica” del socialismo.

L’affronto di questi due aspetti o procede in maniera parallela, oppure rischia di non approdare a nulla di davvero significativo per una transizione ad altro. Ma se è così, le premesse per affrontarli non possono che essere due:

– sviluppare al massimo la libertà di coscienza;
– garantire al massimo la gestione collettiva delle risorse di un determinato territorio.

Se non si è padroni del proprio territorio, non si è padroni della propria coscienza. Se non si usa la propria coscienza per impadronirsi del proprio territorio, non si è padroni di nulla.

La gatta frettolosa. Autointervista su democrazia atea

- Hai visto la nascita del partito di democrazia atea?

- Sì e nonostante abbia condiviso il programma non m’è piaciuto il nome.

- Laico è troppo generico, non credi? Tutti i partiti lo sono o dicono di esserlo.

- Sì, ma associare la democrazia all’ateismo è troppo ideologico.

- Perché, una democrazia non può essere atea?

- Sì, in futuro, per adesso basta la laicità. Perché legare in maniera così stretta una questione politica a una di coscienza? Quale credente entrerà mai in un partito del genere? Persino gli agnostici si spaventeranno.

- Scusa ma chi li vuole i credenti in questo partito? Che ce ne facciamo di quei cattolici che fanno gli obiettori con certe leggi dello Stato?

- E vorresti obbligarli a non obiettare? Per farli sentire dei martiri? E poi che c’entra? Se una legge è contraria alla propria coscienza, uno deve ascoltare la coscienza. Se non fosse così, ancora oggi crederemmo alla divinità degli imperatori.

- Già, ma se tutti per motivi religiosi ascoltassero la loro coscienza, chi applicherebbe le leggi?

- Senti, se la laicità non è in grado di garantire il rispetto della coscienza religiosa, siamo proprio messi male. Figurati se ci riesce l’ateismo…

- Già, ma a che è servita tutta la laicità che abbiamo? Il Concordato è sempre lì e la chiesa s’intromette come e quando vuole nelle leggi dello Stato.

- E tu pensi di aumentare l’esigenza di laicità dichiarandoti politicamente ateo?

- E perché no? Buona parte della sinistra ha sempre detto che la laicità, l’indifferenza nei confronti della religione riguarda lo Stato non il partito.

- Dimmi te quale partito ha mai dichiarato l’ateismo nel proprio statuto?

- Lo so, ma qui bisogna dare una scossa a un paese bigotto e clericale. Abbiamo una dirigenza politica troppo indietro rispetto alla coscienza dei cittadini.

- E’ vero, ma in questa maniera rischiamo di ottenere l’effetto contrario a quello sperato. Chi non è ateo si spaventerà, perché penserà a qualcosa di obbligatorio, di troppo vincolante.

- Il fatto è che anche i credenti dicono di essere laici. Ormai non si sa più cosa vuol dire questa parola. Guarda la Costituzione: non c’è neppure il diritto di non credere. L’unica libertà prevista è quella di credere in questa o quella religione.

- Allora vorrà dire che ci giocheremo la posta sull’ambiguità del termine…

- In che senso?

- Nel senso che sarà la storia a decidere quale interpretazione dare alla parola “laicità”. Oggi certamente coll’articolo 7 della Costituzione è impossibile parlare di laicità. Questo lo capiscono tutti, non c’è bisogno di dirsi atei.

- Mi aspettavo da te un’altra critica.

- Quale?

- Quella che in fondo né la laicità né l’ateismo sono davvero importanti nella nostra società.

- Non volevo dirtelo, ma certamente le questioni economiche su un modello di sviluppo che ha fatto il suo tempo, per non parlare di quelle politiche sui limiti della democrazia delegata, sono per me di molto superiori.

- Questo non toglie che non si debba parlare di laicità. O vuoi fare come quei comunisti che non ne parlavano per paura di perdere il consenso dei cattolici?

- Già, se penso che sono stati proprio i comunisti ad accettare l’articolo 7… Però devi ammettere che la collaborazione oggi tra credenti e non credenti nel partito democratico sarebbe stata impensabile nei partiti della prima repubblica.

- Sbagliato! Erano proprio i temi forti dell’economia e della politica a far diventare comunisti i cattolici. Non ti ricordi gli anni Settanta? e la Resistenza?

- Mi fai ridere. Certi cattolici erano diventati comunisti proprio perché il Pc diceva di non essere ateo. Togliatti non voleva guerre di religione e la lettera di Berlinguer al vescovo Bettazzi parlava chiaro. Se oggi dici di essere politicamente ateo, nemmeno con una terza guerra mondiale avrai il consenso dei cattolici.

- Sì in effetti le questioni di coscienza richiedono tempi molto più lunghi di quelli della politica. Ma se non ne parliamo mai come faremo ad accorciarli?

- Io ti dico soltanto che c’è modo e modo di parlarne. O vuoi fare come la gatta frettolosa?

Dalle religioni primitive al socialismo

Il fatto che i cristiani dicessero, già nei vangeli, che nessuno può dirsi dio se non Gesù Cristo, è stata, nei confronti del mondo romano, una forma di ateismo. Ma come mai questa forma di ateismo si sviluppò, mentre quella ebraica, che diceva le stesse cose e che costituì indubbiamente un passo avanti rispetto alle civiltà egizia e mesopotamica, non ebbe questa fortuna?

In altre parole, per quale ragione diciamo che il cristianesimo è una forma di ulteriore ateismo rispetto all’ebraismo? Il motivo sta nel fatto che nel cristianesimo dio non resta invisibile ma si può conoscere e si può farlo attraverso un uomo che pretende di dirsi suo figlio unigenito. Il dio dei cristiani non è il “totalmente altro”, ma è prossimo all’uomo, è talmente umanizzato che ha accettato di mostrarsi in tutta la sua debolezza, ha persino accettato, senza reagire, di lasciarsi crocifiggere.

Il cristianesimo è riuscito a tradire il Cristo, che di religioso non aveva nulla, umanizzando i contenuti religiosi dell’ebraismo, che vedeva dio come un’entità assolutamente “altra” rispetto all’essere umano.

Tuttavia, per gli ebrei, di allora e di oggi, il dio assoluto non doveva soltanto restare inaccessibile, doveva anche garantire sulla terra un luogo ove sperimentare il valore degli ideali religiosi. Per i cristiani invece – come noto – questo luogo può essere solo ultraterreno. Dunque com’è stato possibile superare l’ebraismo?

Ai Romani l’ebraismo faceva paura proprio per la pretesa che aveva di unire la religione alla politica, ma dopo la distruzione di Gerusalemme cominciò a far paura il cristianesimo, proprio per la pretesa che aveva di tenere separata la religione dalla politica. Infatti quando un imperatore chiedeva d’essere considerato una sorta di divinità e voleva avere una religione che ci credesse, non poteva certo aver fiducia nel cristianesimo e tanto meno nell’ebraismo.

Ma per quale motivo il cristianesimo faceva più paura? La ragione era una sola: “cristiani” si poteva “diventare”, “ebrei” si poteva solo “nascere”. L’ebraismo era una religione aristocratica e nazionalistica; il cristianesimo invece era democratico e universalistico.

Eppure noi oggi diciamo che gli ebrei avevano tutte le ragioni di desiderare un luogo in cui realizzare concretamente i loro ideali religiosi: non volevano dare per scontato che in questo mondo non fosse possibile alcuna vera forma di liberazione. Quindi sotto questo aspetto li consideriamo migliori dei cristiani, che rimandano tutto all’aldilà.

Il cristianesimo può dunque essere interpretato come una forma di ateismo nei confronti della teocrazia ebraica, per la quale non si può fare distinzione tra politica e religione; nel contempo però esso rappresenta, sul piano politico, un’involuzione rispetto all’ebraismo, proprio perché non crede possibile una liberazione terrena. Il cristianesimo ha potuto trionfare ideologicamente sull’ebraismo proprio nel momento in cui questo era uscito politicamente sconfitto nello scontro con l’impero romano.

Tuttavia gli imperatori, distruggendo militarmente Gerusalemme, si portarono per così dire il nemico in casa. Quando i Romani usavano la religione come strumento della politica, temevano chi voleva fare della politica uno strumento della religione, per questo vollero assolutamente far fuori l’ebraismo. Ma appena l’ebbero fatto, cominciarono a temere chi non era disposto a considerare la religione uno strumento della loro politica, e si trovarono a perseguitare, inutilmente, i cristiani per tre secoli, finché alla fine si arresero, e quando lo fecero, pensarono subito di usare il cristianesimo come prima facevano col paganesimo, con la differenza che dovettero rinunciare alla loro divinizzazione, al loro ruolo sacerdotale.

Il cristianesimo impose all’impero romano una separazione politicamente formale di chiesa e stato, benché nella sostanza ideologica fossero entrambi cristiani e intenzionati a reprimere chiunque non lo fosse.

Ma in origine come si poneva il cristianesimo nei confronti del paganesimo? Essendo di origine ebraica, il cristianesimo aveva già superato il concetto di politeismo. Al massimo possiamo dire che il cristianesimo sia una forma di “triteismo”, in quanto, nell’ambito della “sacra famiglia” (padre, figlio e spirito) vi è unità di sostanza nella diversità delle persone.

Tuttavia il superamento non è affatto avvenuto nel passaggio dal politeismo al triteismo. Già gli ebrei avevano capito che gli dèi pagani altro non erano che l’immagine riflessa dei vizi e delle virtù degli uomini. Gli ebrei preferivano un dio unico, invisibile, onnipotente, onnisciente, superiore al destino, capace di misericordia e di perdono, assolutamente virtuoso, proprio per impedire agli uomini di avere con questo dio un rapporto arbitrario, del tutto soggettivo. Jahvé pretendeva il rispetto dei patti, della legge scritta, altrimenti toglieva la sua protezione e lasciava il popolo in balìa dei suoi nemici.

Per i pagani gli dèi non avevano pretese così elevate: bastava il sovrano deificato ad averle nei confronti di se stesso. Le divinità pagane erano una forma di consolazione dalle frustrazioni quotidiane causate da una società schiavistica, erano un gioco intellettuale per chi scriveva commedie e tragedie, erano un modo che ogni città o classe sociale aveva di distinguersi dagli altri, erano una rappresentazione simbolica di forze naturali. I Romani non si servivano delle loro divinità per muovere guerra contro i loro nemici, anche perché, quando vincevano, rispettavano le divinità straniere, anzi spesso le adottavano, aggiungendole alle proprie.

La religione, per i Romani, era come una sostanza oppiacea, assolutamente innocua sul piano politico (semmai poteva dar fastidio a livello sociale, come quando, con i baccanali, si univa religione a lussuria). Nessun credente pagano, in nome del proprio dio, s’è mai opposto politicamente alle istituzioni dell’impero. Nessun pagano ha mai messo in discussione la divinizzazione dell’imperatore (al massimo l’obbligo di prestare sacrifici alla statua del sovrano lo riteneva del tutto formale).

Il paganesimo è sicuramente una religione più intellettualistica e alienata dell’animismo, del totemismo ecc., ma resta sempre una religione ingenua, primitiva, in fondo non violenta e anzi molto tollerante di altri culti e rispettosa dei cicli della natura.

Viceversa, il cristianesimo, proprio come l’ebraismo che l’ha preceduto e l’islam che gli è succeduto, è una religione politicizzata, che vuole imporsi nel nome del proprio dio, anche se non lo fa da sé, ma per mezzo di un proprio braccio secolare.

Dove sta dunque il vero motivo di superamento del paganesimo da parte del cristianesimo, quello che gli ha permesso d’essere considerato una religione non acquiescente ma contestativa? Sta anzitutto nel fatto che il cristianesimo ha inventato la separazione di chiesa e stato, che per un pagano sarebbe stata impensabile (e che invece anche un ebreo avrebbe accettato, benché soltanto al di fuori della propria nazione).

La suddetta separazione è una forma di protesta politica, è la sconfessione della pretesa che i sovrani hanno di deificarsi, di rappresentare la divinità in maniera istituzionale. Non a caso i cristiani venivano definiti “atei” dai pagani.

I cristiani si sono “paganizzati” quando hanno tolto alla loro religione qualunque connotato di protesta sociale (quando p.es. sotto Costantino e Teodosio hanno smesso di parlare di uguaglianza sociale e di libertà di coscienza), e si sono “ebraicizzati” quando, col papato medievale, hanno sottomesso la politica alla religione.

Le due cose, in un certo senso, hanno marciato in parallelo, soprattutto in Europa occidentale: quanto più la chiesa pretendeva di porsi come Stato, tanto più la religione diventava una forma di evasione, perdeva il suo contenuto eversivo, anzi veniva usata per avvalorare le pretese integralistiche della teocrazia. Di qui lo sviluppo impetuoso dei movimenti ereticali, che volevano far recuperare al cristianesimo il carattere contestativo che aveva avuto all’inizio.

Quando, in epoca moderna, il cristianesimo s’è trasformato in socialismo, ha compiuto due operazioni simultanee: ha fatto di ogni uomo il dio di se stesso (umanesimo laico) e ha chiesto all’uomo di realizzare su questa terra la propria liberazione (socialismo democratico, egualitario).

Quindi in un certo senso ha ripristinato il valore politico dell’ebraismo e in un altro senso ha conservato l’universalismo del cristianesimo, togliendo però ad entrambi qualunque connotato religioso.

Ora non gli resta che recuperare del paganesimo ciò che questo aveva ereditato dalle religioni primitive: il rispetto della natura. Il socialismo democratico in occidente s’è sviluppato in senso “scientifico”, senza mettere in discussione lo sviluppo tecnologico e industriale della borghesia. S’è limitato a contestare l’appropriazione privata del profitto e l’assenza di una socializzazione dei mezzi produttivi.

Oggi invece il socialismo deve riscoprire il valore della terra, del rapporto naturale dell’uomo con le risorse del pianeta. Il socialismo deve diventare ecologista, mettendo al primo posto l’importanza dell’autoconsumo e del valore d’uso delle cose che produce.

Manifesto per la fondazione del partito Democrazia Laica. Per la difesa della laicità della Repubblica italiana (quindi anche della libertà di religione) e contro la guerra da “scontro di civiltà”

Il laicismo unisce, i clericalismi invece dividono. E spingono chiaramente verso una nuova disastrosa guerra chiamata “scontro di civiltà”. Se qualcuno vuole partecipare con me all’avventura della creazione del partito Democrazia Laica si faccia avanti. Questo è il manifesto che io propongo. Si accettano ovviamente suggerimenti e consigli, specie per il programma politico che io ho solo abbozzato in pochi punti.

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L’Italia è stata unificata e resa più civile, più moderna e più europea dalle personalità, dai gruppi, dalle associazioni e dai partiti laici e antitotalitari, cioè da un insieme che oggi è purtroppo molto indebolito e in via di estinzione come realtà organizzata e dotata di strutture politiche. Da qualche tempo è invece cresciuto l’interventismo della gerarchia vaticana nella vita politica della Repubblica Italiana, fino a superare abbondantemente in vari campi i limiti del lecito; interventismo che si è mobilitato non per la conquista di nuovi diritti dei cittadini italiani, quanto invece per impedirli. Di recente si è arrivati a sostenere che le leggi della Repubblica devono essere in sintonia con il credo man mano elaborato in Vaticano.
Questo comportamento, da religione di Stato, spinge da una parte all’ossequio filoclericale e dall’altra all’anticlericalismo, eccessi da evitare entrambi, ma spinge anche in direzione contraria al diritto di libertà di culto, inteso come diritto alla libertà per ogni culto, compreso il culto del non credere. Il Vaticano ha tentato a lungo d’imporre alla Comunità Europea il cappello delle “radici cristiane” nel progetto di Costituzione europea. Il tentativo finora è andato a vuoto e nel frattempo la Spagna, ex sagrestia d’Europa, si è molto laicizzata, diventando molto più moderna ed europea. Per bilanciare tali perdite il Vaticano ha aumentato la pressione sulla Repubblica italiana, con il chiaro scopo di farne il proprio “zoccolo duro” per non perdere anche l’influenza, i privilegi e il potere che da secoli esercita sul territorio italiano.

La libertà di scelta religiosa e di scelta atea o agnostica è un diritto inalienabile, che parafrasando una nota frase di Camillo Benso di Cavour potremmo riassumere con l’espressione “Libere Chiese in libero Stato”, aggiornandola ed ampliandola in “Libere Chiese in libera Europa”. Il crescendo di invadenza vaticana va però in direzione opposta a tale diritto e a parte dei diritti universali dell’uomo, e legittima per reazione un’analoga invadenza da parte di altre religioni, aumentando così il pericolo del ripetersi di esiti drammatici già vissuti in passato, e contribuisce in modo preoccupante al deterioramento della scuola e della sua centralità nella formazione dei cittadini e del futuro del Paese. Ecco perché l’invadenza del Vaticano va contrastata, con urgenza e fermezza, ed ecco perché quella delle altre confessioni va prevenuta con altrettanta urgenza e fermezza prima che sia troppo tardi. Si può essere cristiani e cattolici senza inginocchiarci anche fuori dalle chiese, così come si può essere atei o professare altre religioni senza per questo tenere sermoni o montare in cattedra fuori dai propri templi. Continua a leggere

Umanesimo Laico e Socialismo Democratico

Cosa s’intende per “umanesimo laico”?

Anzitutto l’umanesimo laico non è che l’aspetto culturale del “socialismo democratico”, che invece riguarda la sfera socio-economica e politica.

L’umanesimo è il tentativo di valorizzare le espressioni di umanità dell’essere umano, uomo o donna che sia.

Col termine “essere umano” intendiamo qualunque persona di qualunque cultura, area geografica, etnia, lingua, religione ecc., del passato, del presente e del futuro.

Tuttavia, l’umanesimo che ci preme valorizzare è esclusivamente quello “laico”, che per noi vuol dire “non confessionale”, cioè “ateo” o “agnostico”, indifferente o contrario alla religione, a qualunque forma di appartenenza ecclesiale, per quanto riteniamo da escludere a priori ogni forma di coercizione riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti della religione.

L’umanesimo che ci interessa è quello che mette l’essere umano al centro della storia, e non una divinità o una qualunque entità extra-terrestre o sovrumana o una qualunque organizzazione umana che si faccia portavoce di concezioni religiose, mistiche o teologiche.

La centralità dell’essere umano non significa affatto che la storia debba avere la prevalenza sulla natura.

L’essere umano è davvero “umano” solo se si comporta in maniera conforme alle leggi di natura, solo se rispetta le condizioni di riproducibilità naturale dell’ambiente in cui vive.

Una prevalenza della storia sulla natura significa, in sostanza, una prevalenza dell’artificiale sul naturale, e quindi, di conseguenza, un allontanamento progressivo dell’essere umano da se stesso.

Quindi per noi non è solo vera l’affermazione che “se dio c’è l’uomo non esiste”, ma è vera anche l’altra, secondo cui “o si rispetta la natura o non si rispetta l’uomo”.

Ci rendiamo conto che se per un credente può essere facile, in via di principio, accettare la seconda affermazione, è praticamente impossibile accettare la prima.

Tuttavia, a questa persona vogliamo dire che per noi “ateismo” significa semplicemente rinunciare a qualunque rappresentazione di ciò che si vuole far passare per “non umano”. Significa rinunciare a forme interpretative che non trovino nelle vicende umane le loro giustificazioni.

Lo sviluppo della storia (di tutta la storia, anche quella che con arbitrio chiamiamo “preistoria”) va spiegato con la storia stessa. Se esiste qualcosa che va “oltre” la storia, non è che la natura, poiché all’essere vivente non è dato sulla terra che vivere un’esistenza secondo natura.

Qualunque rappresentazione o giustificazione di realtà extra-naturali o sovrumane è una giustificazione di rapporti non umani e non naturali su questa terra.

Per “socialismo democratico” s’intendono molte cose ma sostanzialmente due:

1. la proprietà comune dei mezzi produttivi,
2. l’autoconsumo di quanto prodotto.

La democrazia politica è una conseguenza di quella socio-economica.

Qui devono essere chiarite due cose.

1. Quando si parla di abolire la proprietà privata dei principali mezzi produttivi (quelli che danno sostentamento a un’intera comunità) non s’intende abolire la proprietà privata dei mezzi “personali”, né trasferire allo Stato, o a un qualunque altro organo che si ponga al di sopra della comunità locale, la proprietà dei mezzi produttivi.

2. Quando si parla di “autoconsumo” si intende escludere ogni dipendenza da mercati esterni alla comunità produttiva.
La comunità può vendere sul mercato il surplus che ottiene dalla propria produzione, e può ovviamente acquistare quanto non riesce a produrre. Ma il valore d’uso deve prevalere sul valore di scambio e il baratto dovrebbe sostituire l’uso della moneta.

Una comunità basata sulla proprietà comune dei mezzi produttivi e sull’autoconsumo, ovviamente è caratterizzata dall’autogestione.

Cooperazione e Autogestione sono i principi fondanti la democrazia politica, che è per forza di cose “diretta” e che, quando è “delegata”, cioè “indiretta”, lo è solo temporaneamente, o comunque un qualunque rappresentante della comunità, come è stato eletto, così deve poter essere rimosso, se la sua volontà non è conforme al mandato ricevuto.

Una democrazia diretta, autogestita, impedisce gli abusi di potere, o comunque obbliga a far ricadere il peso di decisioni sbagliate sull’intera comunità, che così si assume la responsabilità delle proprie azioni.

Una comunità autogestita è nel contempo una comunità socio-economica, politica e militare. Si tratta infatti di gestire una porzione limitata di territorio, e di difenderla da eventuali aggressori esterni.

Qualunque trasmissione del sapere deve essere funzionale alle esigenze di riproduzione e di sviluppo della stessa comunità.

Indicativamente e progressivamente vanno superate tutte le forme di divisione del lavoro (manuale e intellettuale) e della conoscenza (astratta-concreta, scientifica-umanistica).

E’ ovvio che in una comunità del genere la prevalenza va data all’ambiente rurale, rispetto a quello urbano. La città può essere usata per manifestazioni commerciali o fieristiche, ma va esclusa categoricamente qualunque dipendenza organica, strutturale, della campagna nei confronti della città.