Le stablecoin: monete private senza controllo?

Le stablecoin: monete private senza controllo?

 Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 La digitalizzazione è indubbiamente un profondo ed efficiente ammodernamento di tutti i settori della società. In particolare dei processi tecnologici, economici e finanziari.

 Anche nei settori dei pagamenti si è avuto un vero a proprio “boom digitale” e sono sottoposti a dei cambiamenti continui, a un ritmo incalzante. L’e-commerce, per esempio, sta celermente soppiantando i tradizionali settori di vendita. Le transazioni e i pagamenti hanno sempre più accantonato l’uso del contante, anche quello della carta di credito di plastica. Oggi si acquista e si paga attraverso specifiche “app” presenti negli smartphone personali.

 Una ricerca della Bce ha evidenziato che, in un breve lasso di tempo, sono state avanzate ben oltre 200 nuove proposte e iniziative nel campo dei pagamenti. Sono dei servizi così innovativi e ambiti dal grande business tanto da essere offerti a titolo gratuito in cambio, però, della disponibilità e della gestione di informazioni e di dati riguardanti i singoli utenti. Naturalmente a discapito della privacy. A proporli sono le cosiddette imprese bigtech, i giganti tecnologici globali, quali Google, Amazon, Facebook e molti altri tra cui la cinese Alibaba. Sono i dominatori assoluti dei listini di tutte le borse valori intenzionali. La loro forza sta non solo nell’abbondanza della liquidità ma anche nel controllo delle piattaforme online, dei social media e delle le tecnologie di comunicazione mobile.

 Tale sistema presuppone l’esistenza di conti correnti coperti da disponibilità o da garanzie reali. Se tenuto sotto un puntuale controllo da parte delle istituzioni di vigilanza, non vi sarebbero rischi o particolari problemi. Anzi, potrebbe agevolare e velocizzare il segmento dell’economia finanziaria e bancaria.

 La cosa, però, cambia completamente quando certe grandi organizzazioni economiche e finanziarie internazionali intendono creare delle monete digitalizzate private. E’ il caso delle cripto valute la cui volatilità, opacità e mancanza di controlli hanno già creato seri rischi alla stabilità dell’intero sistema.

 La storia dei bitcoin docet: valori saliti alle stelle e poi crollati improvvisamente, mentre le banche centrali, incapaci di intervenire, stavano a guardare preoccupate.  

 Adesso sul mercato sono arrivate le cosiddette stablecoin globali. Sono degli strumenti finanziari sviluppati proprio per ovviare alla volatilità delle cripto valute, in quanto il loro prezzo dovrebbe essere stabilizzato rispetto a un asset di riferimento: una moneta, come il dollaro e l’euro, l’oro o altre materie prime, oppure titoli e  indici di borsa. Esse devono avere come sottostante un portafoglio di asset, di “attività di riserva”. In altre parole, le stablecoin sarebbero delle cripto valute ancorate, per esempio, a delle monete garantite dalle tradizionali istituzioni internazionali. Esse hanno già suscitato grande attenzione e curiosità soprattutto quando Facebook ha annunciato di voler attivare la libra, che sarebbe la sua stablecoin globale in grado di operare senza utilizzare i sistemi di pagamenti e di compensazione e senza i vincoli dei regolamenti esistenti.

 Vi sono, poi, altri metodi usati da certe stablecoin, sganciati da affidabili entità centrali, per le quali la stabilizzazione sarebbe data dall’andamento di un algoritmo che detterebbe il comportamento di espansione o di riduzione delle stablecoin stesse. La loro affidabilità è certamente dubbia e molto inferiore, così come quella data dalle cosiddette collateralized stablecoin che usano appunto degli asset digitali come collaterali per garantire la loro emissione. Come al solito non è sempre oro ciò che luccica!

E’chiaro che un’espansione significativa e non regolamentata del loro uso potrebbe produrre effetti negativi e destabilizzanti sul sistema economico.

Lo hanno sottolineato anche il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea che hanno definito le stablecoinuna “crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza”. Infatti, le loro assicurazioni e garanzie potrebbero non essere sufficienti a far fronte alla richiesta di rimborsi in eventuali situazioni di “run”, di corsa al riscatto da parte dei detentori. Pertanto il loro valore potrebbe “oscillare” molto, “contagiando” l’intero sistema finanziario.

Essendo un vero e proprio meccanismo di pagamento, una inadeguata gestione dei rischi di liquidità, di quelli operativi e cibernetici potrebbe provocare una crisi sistemica.

Inoltre, aspetto non irrilevante, gli emittenti delle stablecoin andrebbero ad aumentare il cosiddetto shadow banking, la cui dimensione da anni ha di molto sorpassato il tradizionale settore bancario. Attraverso un loro eventuale ingente acquisto di titoli influirebbero pesantemente sui mercati, sull’operatività delle stesse banche e sulle politiche monetarie e dei tassi di interesse.

Senza attente e stringenti misure di controllo da parte delle agenzie governative preposte, vi è anche un alto rischio che esse siano vulnerabili all’abuso criminale e all’uso per il riciclaggio e per il finanziamento di attività terroristiche.

In Europa, le varie istituzioni stanno studiando le caratteristiche e gli effetti delle stablecoin con grande attenzione e preoccupazione.

 La Commissione europea intende approntare un regolamento del mercato delle cripto attività, senza il quale giustamente teme effetti incontrollabili e molto destabilizzanti. Le stablecoin dovrebbero  rispettare i requisiti legali, i regolamenti e gli standard previsti per tutti i sistemi e gli strumenti di pagamento.

 La Bce e le banche centrali nazionali stanno elaborando nuove norme relative alla sorveglianza sui sistemi dei pagamenti, soprattutto su quelli elettronici. Per far fronte alla richiesta di innovazione e alla sfida di ineludibili  modernizzazioni, Francoforte pensa di introdurre un euro digitale, affidabile e privo di rischi. Esso affiancherebbe il contante senza sostituirlo, rendendo il sistema dei pagamenti più fruibile, più celere ed efficiente.

 Si ricordi che le stablecoin sono dei mezzi di pagamento emessi da privati. Sono delle valute private, come nel medioevo quando ogni principe, piccolo o grande che fosse, coniava le proprie monete.

 E’ in gioco la sovranità monetaria pubblica! Chi ha il dovere di intendere lo faccia!

 

*già sottosegretario all’Economia **economista

 

Il Covid tra ricchi e poveri

Il Covid tra ricchi e poveri

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

 Stranezze da Covid19.

La pandemia ha impoverito molte centinaia di milioni di persone ma, allo stesso tempo, ha fatto di molto arricchire alcune centinaia di “paperoni” già superricchi.

Secondo lo studio “ Riding the storm” (Cavalcando la tempesta) recentemente pubblicato dalla banca svizzera UBS insieme a Price Waterhouse  Coopers, il “consulente contabile” delle grandi multinazionali, la ricchezza di 2.189 persone più ricche al mondo è aumentata dagli 8.000 miliardi di dollari dell’inizio di aprile ai 10.200 miliardi di luglio. In meno di quattro mesi, e nel mezzo dello stravolgimento economico, sociale e sanitaria più grande della storia umana se non si contano le due guerre mondiali, la loro ricchezza è cresciuta di oltre un quarto! Sbalorditivo e allucinante. E’ da notare che il rapporto ha evidenziato che la ricchezza succitata era alla fine del 2017 di 8.900 miliardi di dollari e aveva subito una riduzione significativa nel 2019 e soprattutto nei primi mesi del 2020. Poi la “giostra” è ripartita alla grande a seguito dell’inondazione di liquidità da parte delle banche centrali e dei governi.

Tra questi plurimiliardari primeggiano quelli dei settori delle nuove tecnologie, con un aumento medio del 42,5%, della sanità, con un aumento del 50,3%, dell’informatica e, naturalmente, della vendita online.

Geograficamente, in Cina la loro ricchezza è aumentata del 1.146%, in Francia del 439% e negli Usa del 170%.

In merito, l’ong internazionale Oxfam calcola che nel mondo i duemila mega miliardari detengono il 60 di tutta la ricchezza globale. Una ricchezza più grande di quanto possiedono i 4 miliardi e 560 milioni di persone, pari a oltre la metà della popolazione mondiale. Secondo la ong, le 32 maggiori multinazionali del pianeta nel 2020 aumenteranno i profitti di ben 109 miliardi di dollari.

Secondo l’Institute for Policy Studies americano, da marzo a ottobre 2020 la ricchezza di 644 “paperoni” Usa è aumentata di 931miliardi di dollari. Per esempio, il patrimonio personale di Jeff Bezos, l’amministratore delegato di Amazon, è arrivato a 193 miliardi di dollari, con un aumento del 70% in sette mesi, mentre quello di Elon Musk, il padrone dell’impero tecnologico di Tesla e SpaceX, ha superato i 91 miliardi con un aumento pari a circa il 273%!

E’ contemporaneamente rilevante, invece, notare che le azioni delle quattro maggiori banche americane, la JP Morgan Chase, la Bank of America, la Citigroup e la Wells Fargo, sarebbero del 20-50% sotto i livelli di 12 mesi fa. Ciò rivela un grave problema di tenuta del sistema bancario, nonostante che le borse più importanti siano state, molto artificialmente, mantenute ai livelli più alti di capitalizzazione.

Ne è preoccupato anche il Fmi. Nel suo ultimo rapporto “The world economic outlook” riconosce che il Covid “ ha provocato una crisi economica globale senza precedenti” e che nel 2020 si registrerà una fenomenale contrazione economica mondiale. Pur apprezzando il fatto che le banche centrali abbiano immesso liquidità per 7.500 miliardi di dollari, cui si aggiungono 12.000 miliardi di stimoli fiscali e aiuti di vario tipo da parte di tutti i governi, il Fmi teme l’andamento della gigantesca “bolla del debito”, sia quello esso sovrano degli Stati e sia quello cosiddetto corporate debtdelle imprese.

Ovviamente sono i più deboli ed esposti a farne le spese: le decine di milioni di persone che hanno perso il lavoro e le numerosissime pmi a rischio fallimento nei Paesi cosiddetti avanzati. Per non dire dei numerosi Paesi poveri e delle economie emergenti che sono davanti al collasso e alla bancarotta.

L’aumento della ricchezza di pochi si scontra inevitabilmente con la crescita esponenziale della povertà nel mondo. La Banca mondiale stima che, per la prima volta in venti anni, nel 2020 c’è un notevole aumento della povertà estrema, che potrebbe colpire il 9% della popolazione mondiale. Com’è noto, si definisce povertà estrema quando un individuo vive con meno di 1,90 dollari al giorno.

Il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu (PAM), che quest’anno ha vinto il Premio Nobel per la Pace, paventa il rischio di “carestie di proporzioni bibliche”. Secondo la citata organizzazione, 7 milioni di persone sono morte per fame quest’anno e, se non si uscisse dal Covid, il numero potrebbe salire persino di 5 volte. E non deve sorprendere quando afferma che il 60% delle persone che soffrono veramente la fame sta in aree di conflitti militari. Ricordiamoci che 500 milioni di persone vivono in area destabilizzate che vanno dal Sahel al Medio Oriente.

Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, ha ammonito della “minaccia della fame”, in particolare in molte aree dell’Africa, dove i lockdown hanno avuto effetti molto negativi per i produttori, i distributori e i consumatori. D’altra parte, in Africa circa l’80% del cibo è di produzione locale. Una condizione positiva, ma soltanto in tempi di pace e di stabilità. Altrimenti l’insicurezza alimentare, combinata ad altre forme di speculazione, fa lievitare i prezzi. In molti paesi del Sub Sahara nei mesi scorsi si è registrata un’inflazione di circa il 15% dei prezzi dei generi alimentari di base.

I dati, purtroppo, confermano le drammatiche disuguaglianze tra continenti, paesi e popoli. Essi interpellano soprattutto i governanti dei paesi cosiddetti avanzati sulla necessità e l’urgenza di una doverosa politica globale che determini migliori convinzioni di vita e di pace in tutte le parti del mondo.

*già sottosegretario all’Economia  **economista

La Coca Cola in Messico

“Il Post” del 2 novembre scrive che il Messico è il paese in cui si bevono più bevande zuccherate al mondo e 3/4 dei suoi abitanti sono in sovrappeso, per non parlare del fatto che circa 1/6 dei casi di diabete può essere collegato al consumo di queste bevande. In valori assoluti ogni anno i morti per cause legate al consumo di bibite sono circa 30-40mila.

Un’indagine ha dimostrato che tra il 1999 e il 2006 il consumo tra gli adolescenti è più che raddoppiato e tra le donne è addirittura triplicato. Nello stesso arco di tempo c’è stato un aumento del 40% dell’obesità nei bambini dai 5 agli 11 anni. Rispetto al 2000 l’incidenza del diabete era raddoppiata.

Solo di recente è entrata in vigore una legge sulle etichette degli alimenti che impone di segnalare più chiaramente le bevande e i prodotti che hanno un alto contenuto di zuccheri, grassi, sodio e calorie.

La principale responsabile di questo disastro alimentare è la Coca Cola.

Nel 2012 ciascun messicano beveva in media il doppio della Coca Cola consumata dalle persone degli altri paesi.

Secondo il “Guardian” in alcune zone remote del Chiapas – dove si registrano alcuni dei consumi più alti di Coca Cola – vi sono persino dei neonati che bevono la bibita dai biberon; delle volte la Coca Cola viene utilizzata anche durante i riti religiosi, perché secondo chi li pratica aiuterebbe ad allontanare gli spiriti maligni.

Negli ultimi decenni la dieta dei messicani è cambiata parecchio: il consumo di fagioli, un alimento tipico del paese, si è dimezzato. Si mangia il 30% di frutta e verdura in meno rispetto a 20 anni fa.

La cosa è dovuta al North American Free Trade Agreement (NAFTA), un grosso accordo commerciale tra paesi americani, che entrò in vigore nel 1994 per agevolare il libero scambio di merci con Stati Uniti e Canada senza pesanti dazi. Da quel momento in tutto il Messico iniziarono a diffondersi moltissimo prodotti alimentari raffinati e confezionati, oltre appunto alle bibite zuccherate.

I vari impianti di imbottigliamento e distribuzione della Coca Cola impiegano direttamente 100mila persone nel paese, e indirettamente questa multinazionale dà lavoro a 1 milione di persone e contribuisce all’1,4% del PIL del Messico.

Neanche la tassa del 2014 sulle bevande zuccherate e sul cosiddetto “cibo spazzatura”, che ha fatto aumentare il costo di questi prodotti più o meno del 10%, è servita a qualcosa di significativo.

Nel 2018 la Coca Cola ha tagliato di 1/3 la quantità di zuccheri nella ricetta della bevanda distribuita in Messico e per non perdere una grossa fetta di mercato, ha promesso di comprare più materie prime dal paese, si è impegnata a prestare più attenzione all’impatto ecologico dell’azienda, ha sviluppato un programma per il microcredito e ha distribuito disinfettante e dispositivi di protezione individuale in diversi punti vendita per vincere il Covid-19.

Quali lezioni trarre da questo post?

Mai fare business con le multinazionali quando se ne può fare a meno.

Mai aprirsi al libero scambio quando rispetto al concorrente si è debolissimi.

Mai credere alla pubblicità commerciale.

Mai drogarsi di “Coca”.

Il nucleare in Italia

L’Italia ha generato elettricità da centrali nucleari tra il 1963 e il 1990. Il primo impianto è stato quello di Latina, avviato nel ’63, il più potente d’Europa per l’epoca. Sono seguiti gli impianti di Sessa Aurunca e Trino nei due anni seguenti e quello di Caorso del 1977. Tra gli anni ’60 e ’70 il nucleare italiano conobbe il periodo di massimo sviluppo: nel 1966 l’Italia era il terzo paese occidentale per potenza nucleare installata.

L’incidente di Chernobyl del 1986 portò però a un drastico cambio di rotta. Risalgono al 1987 i tre referendum abrogativi che diedero inizio alla scomparsa del nucleare in Italia. I quesiti si concentravano su localizzazione degli impianti, abrogazione del compenso dovuto ai Comuni che ospitavano centrali nucleari e il divieto per l’Enel di svolgere attività inerente al nucleare all’estero.

La vittoria schiacciante del sì diede inizio al declino del comparto nel nostro paese. Tra il 1988 e il 1990 le centrali ancora attive vennero chiuse.

Tuttavia nei primi anni del nuovo millennio, Enel ha cominciato a reinvestire in questa tecnologia, avviando dapprima la costruzione di nuovi reattori in Slovacchia.

Poi nel 2009 il governo Berlusconi firmò con la Francia un accordo per la costruzione di quattro nuovi impianti da parte di Enel in collaborazione con Edf (la maggiore società elettrica francese). La prima centrale sarebbe dovuta essere completata proprio nel 2020.

Nel 2010 l’Italia dei Valori propose un nuovo referendum sul tema, questa volta incentrato sulla costituzionalità o meno di una legge che permetteva di ignorare eventuali istanze regionali in materia di identificazione dei nuovi siti nucleari.

La Corte costituzionale decise di fissare la data del referendum al 12-13 giugno 2011.

L’11 Marzo 2011 tre reattori nucleari furono gravemente danneggiati da uno tsunami di 14 metri nel sito giapponese di Fukushima.

A soli tre mesi da un incidente nucleare di tale portata, la vittoria dell’abrogazione fu schiacciante: 94% dei votanti, per un quorum raggiunto del 55%. Questa volta l’abbandono del nucleare da parte dell’Italia fu davvero irreversibile, tant’è che l’Enel decise di disinvestire nel giro di pochi anni tutte le risorse mobilizzate.

Ora però dobbiamo smantellare tutti gli impianti, che sono molto diversi tra loro a livello tecnologico e che naturalmente non sono stati progettati tenendo conto della necessità di un loro smantellamento. Chi mai avrebbe dovuto pensare che la scienza può anche essere pericolosa, se applicata in una certa maniera?

Dove mettere ora le scorie radioattive per i prossimi millenni? Come demolire le strutture senza provocare inquinamenti, anzi riportando il terreno su cui sorgeva ogni centrale allo stato originario? Come recuperare i materiali riutilizzabili (ferro, calcestruzzo e rame)?

Per fortuna abbiamo due imprese all’avanguardia in grado di farlo, almeno sulla carta: Ansaldo Nucleare e Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari). Siamo i primi al mondo in questo campo.

Le due imprese sperano comunque di fare affari col nucleare in Cina, India, Russia, non per demolire gli impianti vecchi ma per costruirne di nuovi. Vi aggiungeranno soltanto le competenze ambientalistiche maturate in Italia.

Non è curioso questo modo di ragionare? Il peggio lo si va a costruire all’estero, solo perché gli italiani non lo vogliono nel loro Paese.

Non solo, ma continuiamo a sfornare ingegneri nucleari che per trovare lavoro dovranno per forza andare all’estero. Le università italiane che offrono corsi di laurea magistrale in ingegneria nucleare di alto livello sono il Politecnico di Milano e Torino, la Sapienza di Roma e l’Università di Pisa. Dagli anni ’60 sono stati formati diverse migliaia di ingegneri nucleari (più di 8.000 fino al 2010).

Tuttavia, stando ai dati del Politecnico di Milano, nel 2018 meno del 10% ha trovato occupazione all’estero. Chi rimane in Italia è spesso costretto a reinventarsi all’interno di società di consulenza tecnologica, enti di ricerca o consulenza aziendale.

Siamo gli unici al mondo a far perdere tempo alle nostre menti più capaci.

Gli ultimi semi botanici

Lo Svalbard global seed vault (Deposito globale di semi delle Svalbard) è un deposito che si trova vicino alla cittadina di Longyearbyen, nell’isola norvegese di Spitsbergen, nel remoto arcipelago artico delle isole Svalbard a circa 1200-1300 km dal Polo Nord.

È una banca dei semi inaugurata nel 2008, che ha la funzione di fornire una rete di sicurezza contro la perdita botanica del patrimonio genetico tradizionale delle sementi dovuta a guerre e calamità naturali. In particolare si cerca di preservare le 21 colture più importanti della Terra, quali il riso, il mais, il frumento, le patate, le mele, la manioca, il taro e la noce di cocco con le loro varietà, garantendo così la diversità genetica.

Ha già ricevuto più di un milione di campioni da tutto il mondo. Che sono protetti da un centro di tre sale con porte d’acciaio di notevole spessore: la struttura è costruita in calcestruzzo in modo da resistere a una eventuale guerra nucleare o a un incidente aereo.

In un certo senso si può dire che il governo norvegese è proprietario dell’edificio mentre le banche del gene lo sono dei semi.

Ora la struttura è a rischio, perché il clima sta cambiando e il terreno ghiacciato che la circonda ha cominciato a sciogliersi.

Ormai non abbiamo neanche più bisogno delle guerre per autodistruggerci. È sufficiente la tecnologia eco-insostenibile.

D’altra parte nelle regioni polari, e in particolare nell’Artico, il cambiamento climatico dovuto alle emissioni di gas serra sta procedendo molto rapidamente, a causa del fatto che ghiacci e nevi, essendo bianchi, riflettono molta più luce (e quindi calore) rispetto all’oceano e alla terra nuda. Il riscaldamento accelera lo scioglimento, che a sua volta accelera il riscaldamento. Non se ne esce.

In Siberia l’inizio dello scioglimento del permafrost, lo strato di terreno che nelle regioni circumpolari resta ghiacciato per tutto l’anno, sta liberando nell’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, metano e altri gas serra, che favoriscono la diffusione degli incendi, responsabili nel 2019 di oltre 3 milioni di ettari di foresta andati in fumo.

Situazione esplosiva a Napoli

La situazione a Napoli è tragica, perché l’economia della città, dalla fine degli anni Novanta, si fonda prevalentemente sugli introiti dovuti al turismo: bed and breakfast, hotel, ristoranti, trattorie, bar, taxi, guide turistiche. Molti preferiscono morire di covid che di fame.

Durante la prima crisi sanitaria solo nel territorio di Napoli i volontari e il Comune hanno distribuito la spesa a circa seimila famiglie in condizione di forte necessità.

Ora la Campania è una delle regioni più colpite dalla seconda ondata con quasi quattromila contagi al giorno.

Il governatore Vincenzo De Luca aveva annunciato un lockdown regionale, che poi però ha dovuto sospendere per l’esplosione delle proteste di piazza.

Nelle proteste non ci sono bandiere politiche, perché di regola sono eventi spontanei, organizzati sui social network da parte di gruppi e categorie di lavoratori che di solito non scendono in piazza o che non scendevano in piazza da tempo.

Non è da escludere che siano presenti soggetti appartenenti a organizzazioni criminali di tipo camorrista, che sostengono i commercianti, perché da loro prendono il pizzo. I camorristi fingono d’interessarsi alla sofferenza economica delle categorie più deboli, perché questo è anche un modo per reclutare affiliati a buon mercato. Inoltre hanno la possibilità di infiltrarsi nelle attività economiche facendo affari di varia natura (dagli acquisti sotto costo all’usura). I momenti di emergenza sono una manna caduta dal cielo per la criminalità organizzata.

Chiudere poi le scuole in una città dove l’abbandono scolastico è già alto e dove molti ragazzi non hanno la possibilità di collegarsi via internet per seguire le lezioni a distanza, pare del tutto insensato. Senza poi considerare che molti bambini vivono in alloggi che sono al di sotto degli standard nazionali.

Un’altra categoria che scende in piazza da mesi a Napoli è quella dei lavoratori precari dello spettacolo, che spesso svolgono la loro attività in nero, a chiamata o con contratti di collaborazione che non prevedono ammortizzatori sociali.

Ma la categoria più numerosa nelle piazze delle ultime settimane è stata quella dei ristoratori e dei baristi, colpiti direttamente dalle ultime misure che impongono chiusure anticipate.

La situazione rischia di esplodere perché ci sono troppe persone che lavorano in nero e in grigio, per le quali bisognerebbe pensare a un reddito universale e a una sospensione di tasse e affitti.

Queste categorie di lavoratori (dalle lavoratrici domestiche ai parcheggiatori fino ai lavoratori della ristorazione e del turismo) hanno fatto fatica ad accedere ai sussidi (dai buoni spesa alla cassa integrazione), proprio per l’impossibilità di formalizzare le loro richieste a causa del lavoro che svolgono.

Su “Internazionale” del 2 novembre.

Forse il covid-19 è una prova da superare, non solo di resistenza personale ma anche in funzione di un ripensamento degli stili di vita, dei modelli sociali. Sta mettendo allo scoperto un sistema che non funziona o che non può continuare a funzionare con le mezze misure, i sotterfugi, la cronica precarietà quotidiana, la mancanza di prospettive…

Il declino democratico della Tanzania

Alle recenti elezioni in Tanzania ha vinto il presidente uscente John Magufuli, che cercava il secondo mandato. Il suo Partito della Rivoluzione, che governa il Paese dal 1977, ha ottenuto 12,5 milioni di voti (76%), mentre il suo principale sfidante, Tundu Lissu, del partito Chadema, solo 1,9 milioni (13%). Nel 2015 il rapporto tra i due partiti era di 58% a 40%.

Le opposizioni han parlato di brogli (anche nel 2015 l’avevano fatto) e Lissu ha detto di non accettare il risultato delle elezioni. Lissu è rientrato nel Paese a luglio dopo tre anni di esilio. Nel 2017 era fuggito dopo un tentato assassinio che l’aveva ridotto in fin di vita con una decina di pallottole nel corpo.

Magufuli ha 61 anni ed è presidente dal 2015. È conosciuto col soprannome “Bulldozer” per la sua passione per i grandi lavori pubblici e per la sua capacità di ottenere sempre quello che vuole.

Egli consolida un processo già da tempo in corso: il progressivo allontanamento della Tanzania dagli ideali democratici con cui si era liberata all’inizio degli anni ’60 del colonialismo inglese, e il suo avvicinamento a modelli autoritari (p.es. quello dello Zimbabwe).

Durante i suoi anni di presidenza Magufuli è riuscito a far crescere l’economia del Paese, avviare importanti progetti infrastrutturali, tagliare gli sprechi nella spesa pubblica e rendere gratuita l’istruzione per tutte le scuole statali.

Ha vietato il fumo dell’hashish, l’esportazione di minerali non lavorati, l’uso del suo Paese come bandiera di comodo su navi mercantili straniere che trasportano droghe e armi.

Con uno dei tassi di crescita economica più elevati del continente (circa il 6%), il governo ha favorito particolarmente il settore ferroviario. Il piccolo porto peschereccio di Bagamoyo, per il quale sono stati stanziati 10 miliardi di dollari di investimenti, dovrebbe diventare il più grande porto dell’Africa entro il 2030.

Ha promosso inoltre una legislazione che elimina il diritto delle società minerarie di ricorrere all’arbitrato internazionale. Il contenzioso fiscale con Acacia Mining, accusata di aver sottovalutato per anni la sua produzione di oro, ha portato a un accordo secondo cui la Tanzania ottiene il 16% delle quote delle miniere detenute dalla multinazionale.

È stato però anche accusato di avere aumentato la repressione, arrestato gli oppositori e approvato misure per limitare la libertà di stampa e l’attività dei gruppi che si occupano di difesa dei diritti umani. Una legge del 2018 impone ai blog e ad altri fornitori di news online di detenere licenze governative con limitazioni sui contenuti.

Chi contesta le statistiche ufficiali e soprattutto i numeri del PIL rischia tre anni di galera. La Banca mondiale ha pronosticato solo il 2,5% per l’anno in corso.

Ha favorito la discriminazione per motivi legati al genere e all’orientamento sessuale. Le persone condannate per relazioni omosessuali possono essere incarcerate fino a 30 anni. Ha vietato tutti i progetti di sensibilizzazione sull’HIV e AIDS. Ha minacciato di arrestare e deportare chiunque faccia una campagna per i diritti dei gay, rendendo difficile trovare un avvocato che difenda i casi di violenza contro le persone LGBTQ. Se c’è un omosessuale che ha un account Facebook o Instagram, tutti coloro che lo seguono sono colpevoli come lui.

Da buon cattolico devoto è contrario a contraccezione e aborto.

Si rifiuta di dare dati statistici sulla questione del coronavirus.

Già a partire da gennaio aveva ordinato la sospensione delle attività di sei media tanzaniani, per un periodo fino a undici mesi. Ha obbligato le emittenti di radio e tv a chiedere l’autorizzazione alle autorità per usare qualsiasi tipo di materiale prodotto dai media stranieri. Ha negato a molte testate straniere i permessi per andare nel paese e seguire le elezioni, e ha imposto a quelle accettate la presenza costante di un funzionario del governo.

Queste news ci possono servire non solo per conoscere i Paesi africani, oggetto di una sempre più marcata migrazione verso la UE, ma anche per capire quanto può essere relativa una democrazia col 76% dei consensi. All’inizio ti presenti come progressista, poi, ottenuto il consenso, fai il contrario. Tutto il mondo è paese.

La retromarcia di Macron

Preso dal panico, perché ha capito che dopo le sue farneticanti dichiarazioni di guerra culturale anti-islamica metteva a rischio l’incolumità di tutti i francesi sparsi nel mondo, il presidente Emmanuel Macron ha concesso un’intervista rivolta al mondo arabo, registrata dalla tv Al Jazeera. Pur condannando ovviamente e risolutamente ogni “violenza”, ha finalmente ammesso di “comprendere lo shock provocato dalle caricature di Maometto da parte di Charlie Hebdo”.

Come se quelle vignette non costituissero alcuna forma di violenza! Come se la violenza potesse essere solo fisica e non anche verbale o mediatica o morale!

Va bene che sei cresciuto in una famiglia non religiosa, però tu stesso a 12 anni hai chiesto d’essere battezzato come cattolico romano. E poi hai frequentato il lycée de la Providence di Amiens, gestito dai gesuiti, dove tra l’altro hai conosciuto la professoressa Brigitte Trogneux, coniugata con figli, di cui ti eri follemente innamorato e con la quale, pur essendoci 24 anni di differenza, avevi stabilito una relazione sentimentale, poi addirittura approdata in un matrimonio.

Quindi un minimo di “istruzione religiosa” dovresti averla, anche se ti vanti d’essere un campione della laicità. E allora medita su quanto disse Gesù Cristo ai propri discepoli: “Non sono le cose che entrano dentro che fanno male, perché quelle finiscono nella latrina. Sono le cose che escono dal cuore che feriscono”.

Non ci vuol molto a capire che il cuore può servirsi anche di una matita.

E poi, per favore, non insultare l’intelligenza degli islamici dicendo che le vignette incriminate non sono state prodotte dal governo, quando fino a ieri le hai difese strenuamente.

La libertà d’espressione senza rispetto delle opinioni altrui l’hai fatta diventare un’aberrazione del laicismo. Anzi del “tuo” laicismo, che pur viene osannato da altri politici e statisti irresponsabili come te.

Il delirio di mons Viganò

La lettera aperta del 30 ottobre che mons Carlo Maria Viganò ha rivolto al presidente Donald Trump, contiene aspetti allucinanti, apprezzati però dal generale Jack Flynn, braccio destro di Trump.

Secondo lui esisterebbe “una cospirazione globale contro Dio e contro l’umanità”. Da parte di chi? In questione sarebbero le “forze del Male in una battaglia senza quartiere contro le forze del Bene; forze del Male che sembrano potenti e organizzate dinanzi ai figli della Luce, disorientati e disorganizzati, abbandonati dai loro capi temporali e spirituali”.

Sta delirando o si riferisce a qualcuno in particolare? Lui dice che è qualcuno che “vuole demolire le basi stesse della società: la famiglia naturale, il rispetto per la vita umana, l’amore per la Patria, la libertà di educazione e di impresa”.

Cioè in pratica qualcuno che vuole legittimare coppie gay, che è favorevole a leggi abortiste, che è contrario al nazionalismo (quindi non è razzista), che ostacola il liberismo economico e che non sopporta le scuole private.

Ma questo strano nemico, non ancora ben identificato, è solo uno o sono tanti? Ecco la risposta del prelato, famoso per altre sue lettere aperte: “Vediamo i capi delle Nazioni e i leader religiosi assecondare questo suicidio della cultura occidentale e della sua anima cristiana, mentre ai cittadini e ai credenti sono negati i diritti fondamentali, in nome di un’emergenza sanitaria che sempre più si rivela come strumentale all’instaurazione di una disumana tirannide senza volto”.

Di chi sta parlando? Sembrano affermazioni deliranti. Finalmente si apre uno spiraglio che fa capire qualcosa. “Un piano globale, denominato Great Reset, è in via di realizzazione. Ne è artefice un’élite che vuole sottomettere l’umanità intera, imponendo misure coercitive con cui limitare drasticamente le libertà delle persone e dei popoli. In alcune nazioni questo progetto è già stato approvato e finanziato; in altre è ancora in uno stadio iniziale. Dietro i leader mondiali, complici ed esecutori di questo progetto infernale, si celano personaggi senza scrupoli che finanziano il World Economic Forum e l’Event 201, promuovendone l’agenda”.

Il Grande Riassetto Mondiale? E chi lo dirige? Il Maestro di tutti gli Ordini, vissuto e cresciuto a pane e svastica, Klaus Schwab, 82 anni, impregnato fin da bambino di una certa cultura nazista. Schwab è il presidente esecutivo del World Economic Forum.

Ma che progetto avrebbe il Great Reset, gruppo paramassonico, fondato nel 1954 da un colonnello delle SS a riposo? Lo spiega l’arcivescovo: “è l’imposizione di una dittatura sanitaria finalizzata all’imposizione di misure liberticide, nascoste dietro allettanti promesse di assicurare un reddito universale e di cancellare il debito dei singoli. Prezzo di queste concessioni del Fondo Monetario Internazionale dovrebbe essere la rinuncia alla proprietà privata e l’adesione a un programma di vaccinazione Covid-19 e Covid-21 promosso da Bill Gates con la collaborazione dei principali gruppi farmaceutici. Al di là degli enormi interessi economici che muovono i promotori del Great Reset, l’imposizione della vaccinazione si accompagnerà all’obbligo di un passaporto sanitario e di un ID digitale, con il conseguente tracciamento dei contatti di tutta la popolazione mondiale. Chi non accetterà di sottoporsi a queste misure verrà confinato in campi di detenzione o agli arresti domiciliari, e gli verranno confiscati tutti i beni”.

In effetti il cinquantunesimo summit annuale del World Economic Forum si svolgerà a Davos a giugno 2021, con partecipazione delle star mondiali di politica, finanza, economia, e una rete di 400 città in collegamento internazionale.

Ma è possibile che un forum del genere riesca a stabilire regole così mostruose? Mons Viganò è preoccupatissimo: “in alcuni Paesi il Great Reset dovrebbe essere attivato tra la fine di quest’anno e il primo trimestre del 2021. A tal scopo, sono previsti ulteriori lockdown, ufficialmente giustificati da una presunta seconda e terza ondata della pandemia”.

Ma a che servirebbero tutti questi lockdown? In pratica il virus servirebbe per “seminare il panico e legittimare draconiane limitazioni delle libertà individuali, provocando ad arte una crisi economica mondiale. Questa crisi serve per rendere irreversibile, nelle intenzioni dei suoi artefici, il ricorso degli Stati al Great Reset, dando il colpo di grazia a un mondo di cui si vuole cancellare completamente l’esistenza e lo stesso ricordo”.

Terribile. Davvero esistono gruppi di persone in grado di avere poteri così forti? E se sì, ha senso rivolgersi a quello squilibrato di Trump per porre un argine a un pericolo del genere? Lui che proprio ieri ha accusato i medici di gonfiare i numeri dei morti per coronavirus solo per fare soldi!

Viganò sta forse parlando a nuora per rivolgersi a suocera? E chi sarebbe questa suocera? Da non crederci: è l’attuale governo Conte. Il Vaticano non vuole un secondo lockdown ed è pronto a mettersi con chi manifesta in piazza. Motivo? Eccolo: “Nessuno, fino allo scorso febbraio, avrebbe mai pensato che si sarebbe giunti, in tutte le nostre città, ad arrestare i cittadini per il solo fatto di voler camminare per strada, di respirare, di voler tenere aperto il proprio negozio, di andare a Messa la domenica. Eppure avviene in tutto il mondo, anche in quell’Italia da cartolina che molti Americani considerano come un piccolo paese incantato, coi suoi antichi monumenti, le sue chiese, le sue incantevoli città, i suoi caratteristici villaggi. E mentre i politici se ne stanno asserragliati nei loro palazzi a promulgare decreti come dei satrapi persiani, le attività falliscono, chiudono i negozi, si impedisce alla popolazione di vivere, di muoversi, di lavorare, di pregare. Le disastrose conseguenze psicologiche di questa operazione si stanno già vedendo, ad iniziare dai suicidi di imprenditori disperati, e dai nostri figli, segregati dagli amici e dai compagni per seguire le lezioni davanti a un computer”.

Ecco il vero obiettivo della lettera: colpire il governo Conte e condannare tutte le sue restrizioni, giudicate assurde, mostrando che Trump agisce molto diversamente nei confronti di questo virus. Lui è più libero, non ha paura di ammalarsi e difende strenuamente i valori religiosi ed economici dell’Occidente.

Ma Viganò non se la prende solo con Conte. Ha di mira persino l’attuale pontefice, come già fatto in altre occasioni pubbliche. Questo perché “colui che occupa la Sede di Pietro fin dall’inizio ha tradito il proprio ruolo, per difendere e promuovere l’ideologia globalista, assecondando l’agenda della deep church, che lo ha scelto dal suo grembo”.

Immagino che soprattutto il mons non abbia digerito il patto di collaborazione che Bergoglio ha fatto di recente col governo cinese. I cattolici integralisti infatti l’hanno interpretato come una forma di punizione dei martiri della Chiesa cattolica clandestina, e di sottomissione della libertà religiosa e dell’autonomia della Chiesa di Roma ai desiderata dell’ideologia del Partito Comunista Cinese.

Ecco quindi il nuovo messia che deve combattere i figli delle tenebre: “Lei ha chiaramente affermato di voler difendere la Nazione, One Nation under God, le libertà fondamentali, i valori non negoziabili oggi negati e combattuti. È Lei, caro Presidente, colui che si oppone al deep state, all’assalto finale dei figli delle tenebre”. Trump sarebbe

“l’ultimo presidio contro la dittatura mondiale”. Come se lui potesse essere la persona più indicata per difendere i valori della cristianità contro “il Nemico del genere umano”.

E di sicuro Biden non è “un personaggio manovrato dal deep state, gravemente compromesso in scandali e corruzione, che farà agli Stati Uniti ciò che Jorge Mario Bergoglio sta facendo alla Chiesa, il Primo Ministro Conte all’Italia, il Presidente Macron alla Francia, il Primo Ministro Sanchez alla Spagna, e via dicendo. La ricattabilità di Joe Biden – al pari di quella dei Prelati del “cerchio magico” vaticano – consentirà di usarlo spregiudicatamente, consentendo a poteri illegittimi di interferire nella politica interna e negli equilibri internazionali. È evidente che chi lo manovra ha già pronto uno peggiore di lui con cui sostituirlo non appena se ne presenterà l’occasione”.

Incredibile che un arcivescovo usi espressioni così farneticanti, che potrebbero trovarsi nel diario di uno psicopatico.