LA CINA SI FA AVANTI ANCHE NELLE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

La Cina vuole un ruolo maggiore nelle istituzioni monetarie

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

Dopo la creazione dell’Asian Infrastructure Investments Bank, in cui partecipano l’Italia ed altri importanti Paesi europei, la Cina e i suoi alleati nel Brics proseguono decisi verso la realizzazione di un nuovo sistema monetario internazionale multipolare.

Recentemente il governo di Pechino ha chiesto che lo yuan sia incorporato nei Diritti Speciali di Prelievo (dsp), che di fatto rappresentano la moneta del Fondo Monetario Internazionale.

Furono creati come “strumenti” di riserva del Fmi dagli Accordi di Bretton Woods nel 1944. I dsp sono definiti sulla base di un paniere di monete: per il 41,9% dal dollaro, per il 37,4% dall’euro, per l’11,3% dalla sterlina e per il 9,4% dallo yen. Finora tale composizione è rimasta inalterata. Ogni richiesta di partecipazione da parte cinese è stata rigettata da Washington perché lo yuan non era molto usato nelle transazioni commerciali internazionali e perché il governo cinese di fatto manteneva un controllo sul movimento dei capitali, rifiutando la rivalutazione dello yuan.

Intanto molte cose sono cambiate. Negli ultimi 5 anni lo yuan si è apprezzato del 10% rispetto al dollaro e senza cadere in balia della speculazione internazionale. Contrariamente a tutte le previsioni, dal 2007 l’import cinese dagli Usa è raddoppiato.

Nel frattempo Pechino sta realizzando una serie di importanti riforme finanziarie, in primis l’introduzione di un sistema di garanzie sui depositi, che potranno permettere al suo sistema bancario di operare internazionalmente senza comprometterne la stabilità. Già oggi i crediti commerciali denominati in yuan rappresentano quasi il 10% del totale mondiale.

Con la crescita delle sue esportazioni, l’internazionalizzazione dello yuan ha rimpiazzato sempre di più il dollaro negli scambi commerciali. La quota del commercio cinese denominata in yuan dovrebbe passare dal 25% attuale al 50% nei prossimi 5 anni. La valuta cinese è già la quinta nelle transazioni globali. Quattro anni fa soltanto 900 banche internazionali operavano in yuan, oggi sono più di 10.000. Si prevede che nel 2020 lo yuan, per una somma pari a 500 miliardi di dollari, farà parte delle riserve monetarie delle differenti banche centrali del mondo.

Entro la fine dell’anno lo “scontro” sulla riforma delle quote del Fmi e sulla partecipazione cinese nei dsp dovrebbe essere conclusa positivamente. Almeno lo speriamo.

Nel frattempo i Brics stanno ratificando l’accordo per la creazione di un fondo di riserva, per un valore di 100 miliardi di dollari, in valute internazionali. La Cina verserà 41 miliardi, il Sud Africa 5 ed il Brasile, la Russia e l’India 18 miliardi ciascuno. Il fondo dovrebbe servire a risolvere eventuali problemi relativi alle bilance dei pagamenti e a sostenere le valute in caso di attacchi speculativi. La Russia, che ha assunto la presidenza del Brics dall’inizio di aprile, è chiaramente molto interessata a questa iniziativa di cui è stata la principale promotrice.

E’ da segnalare che, in questo contesto in movimento, la Banca del Sud America, il Bancosur, è diventata operativa nel sostegno allo sviluppo e all’integrazione infrastrutturale del continente latinoamericano.

Anche sul fronte delle agenzie di rating è sempre più scontro aperto tra i Brics e le “tre sorelle”. L’ultimo assalto infatti è stato portato da Moody’s che ha abbassato il rating della compagnia petrolifera brasiliana Petrobas al livello Ba2, cioè “speculativo”. I brasiliani lo hanno giustamente definito un “furto premeditato”. “Sono più significativi i tre milioni di barili prodotti ogni giorno o le opinioni di anonimi analisti della Moody’s?”.

Perciò anche sul rating i Brics si muovono con determinazione per sottrarsi ad ulteriori ricatti. Sta, infatti, assumendo sempre più importanza l’attività dell’agenzia transnazionale Universal Credit Rating Group (UCRG), formata dall’agenzia di rating cinese Dagong, dalla russa RusRating e dall’agenzia americana indipendente Egan-Jones.

Adesso il pallino passa nel campo europeo. L’Unione europea è in ritardo su molte riforme, sia sul terreno interno che su quello internazionale. Però la recente decisione di alcuni Paesi europei di partecipare all’AIIB ci sembra un segnale importante di indipendenza e di iniziativa.

Settant’anni dopo Bretton Woods è arrivato il momento dell’emancipazione europea. Non si tratta di abbandonare i cugini americani “in mezzo all’Atlantico” ma di aiutarli ad uscire da una difficile situazione che mischia pericolosamente il suo debole unilateralismo, la sua nostalgia per la passata egemonia e la tentazione di un anacronistico rancoroso neoisolazionismo.

L’Europa deve affrontare questo nuovo quadro internazionale e svolgere il positivo ruolo di protagonismo e mediazione al fine di compiere concreti passi sul difficile cammino di un progresso globale, sostenibile e pacifico.

(*già sottosegretario all’Economia

**economista)

A PROPOSITO DELLA NUOVA STRAGE DI MILANO

“Qui a Milano barare per entrare in tribunale in barba ai cosiddetti controlli di sicurezza è fin troppo facile. Io per entrare mostro il mio tesserino di avvocato agli addetti ai controlli degli ingressi, ma non c’è mai stato nessuno che abbia non dico controllato se il tesserino è davvero mio, ma neppure guardato bene l’intera sua facciata.
Infatti io il tesserino lo mostro tenendolo in mano, perciò chi mi lascia passare ne vede solo la parte esterna superiore, che è come dire che non vede niente. Non capisco perché non vengano sottoposti a controlli TUTTI coloro che entrano a palazzo di Giustizia. Forse che quando ci si deve imbarcare su un aereo di linea gli addetti alla sicurezza evitano i controlli al metal detector e dei documenti a qualche categoria privilegiata? Forse il personale si accontenta che i biglietti e i documenti d’identità vengano semplicemente sventolati con le mani dai diretti interessati mentre passano senza neppure fermarsi?”.
A parlare è l’avvocato Vincenzo Ferrari, ex preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, docente di sociologia del diritto spesso in giro per il mondo invitato a conferenze o a tenere lezioni agli studenti.

Il professor Ferrari, come difensore di un imputato di bancarotta, ha avuto modo di conoscere da vicino il giudice Fernando Ciampi, una delle tre vittime dei colpi di pistola sparati dall’imputato di fallimento fraudolento Claudio Giardiello nel palazzo di Giustizia di Milano.
Il docente e avvocato Ferrari prosegue: “Mi dicono che in certe città, per esempio a Venezia, non c’è nessun controllo, né metal detector né servizio di portineria. Spero mi abbiano raccontato delle balle…”.
A quanto pare Giardiello è entrato dall’ingresso di via Manara, dove non si sono metal detector.
“Sì, l’ho sentito. Un colabrodo. E siamo a Milano! Chissà cosa succede nei tribunali delle città di provincia. Giardiello inoltre una volta compiuta la strage ha potuto eclissarsi senza nessun fastidio né disturbo. E senza né correre né affrettarsi troppo. Pazzesco”.
Prima di eclissarsi ha potuto però completare la sua opera uccidendo anche un magistrato.
“Sì, è impressionante che dopo avere sparato all’impazzata nell’aula del processo Giardiello sia potuto scendere al piano di sotto e andare ad ammazzare tranquillamente il giudice Ciampi. Stiamo parlando dell’enorme palazzo di giustizia di Milano, che ha lunghi corridoi e grandi atrii comuni: qui per spostarsi da un ufficio all’altro e ancor più da un piano all’altro c’è da camminare non poco anche a voler usare l’ascensore”.
Possibile che non ci fosse nessun carabiniere o poliziotto?
“Bella domanda! Io però ho visto un video girato col telefonino da un avvocato, e pubblicato da giornali online, che riprendeva la fuga di avvocati e impiegati. Sono rimasto di stucco perché, se non ho visto male, mentre costoro si avviano a passo veloce verso l’uscita e a un certo punto scendono in gruppo le scale si vedono dei carabinieri in divisa appoggiati a un muro, fermi, che si limitano a osservare la scena”.
Lei ha conosciuto il giudice Ciampi. Che tipo era?
“L’ho conosciuto a un processo per fallimento. Io ero il difensore di un imputato di bancarotta fraudolenta, lui era il giudice. Uomo di poche parole, molto riservato. Di grande rettitudine e professionalità. Un buon esempio per tutti”.
Oggi sono in molti a sostenere che i magistrati sono sotto tiro anche per le continue polemiche e accuse che subiscono quando si occupano, con frequenza allarmante, dei reati del mondo politico. In pratica, un modo surrettizio per dire che Giardiello può essere stato suggestionato o spinto a sparare a Ciampi da quest’atmosfera ostile alla magistratura.
“Che i magistrati siano ormai da molto tempo sotto accusa da buona parte del mondo politico è innegabile. Tutto ciò però non c’entra nulla con questa strage a palazzo di Giustizia. Giardiello infatti ha ammazzato anche un avvocato e un coimputato: eppure non c’è nessuna atmosfera “politica” ostile agli avvocati e ai coimputati della marea quotidiana di processi in corso ogni giorno in Italia. Vorrei invece fare un’altra considerazione”.
Quale?
“Siamo sottoposti a un martellamento continuo riguardo il pericolo di terrorismo, fenomeno che abbiamo conosciuto bene nei cosiddetti anni di piombo, anni cioè ’70-’80. Quello era terrorismo nostrano. Ora è di scena il ben più temibile terrorismo internazionale. Spero non ci si faccia sorprendere come ci si è fatti sorprendere in tribunale a Milano. Tra poco inoltre inizia l’Expò, che vedrà grandi spazi espositivi e una marea di visitatori. C’è da augurarsi che chi si occupa della pubblica sicurezza sappia darsi da fare. E che lo faccia meglio degli addetti alla sicurezza del palazzo di Giustizia di Milano”.

E’ bene osservare meglio la tipologia delle vittime. Dopo la strage subito i magistrati ne hanno fatto un esempio dei loro problemi con il sistema politico. “Ci hanno lasciato soli” è stato il leit motiv del lamento. Se però si guarda la lista delle vittime, morti e feriti e anche delle vittime mancate, appare chiaro che i magistrati sono in netta minoranza nel macabro elenco e che la molla che ha armato la mano di Claudio Giardiello non è stata caricata dai tanti, quasi tutti, politici che ce l’hanno con i magistrati in Italia. D’altra parte è diffusa in Italia la tendenza a spostare nell’iperspazio cosmico della sociologia e della politica fatti di cronaca nera che, nella loro tragicità, hanno motivazioni molto semplici, a volte banali. Ricordiamo Laura Boldrini, presidentessa della Camera, quando cercò di trasformare Luigi Preiti, assassino di un carabiniere, in un eroe e vittima della recessione quando si trattava, come scrissero i periti, di una persona affetta da “aggressiva ricerca di riconoscimento pubblico, con l’immaturo desiderio di trasformarsi in una sorta di eroe vendicatore,pubblicamente riconosciuto”.
Nessun magistrato nel mirino, solo i carabinieri addetti alla sicurezza di Palazzo Chigi e dintorni, a Roma.

Il focus delle riflessioni sul caso di Claudio Giardiello si sposta dunque sulla sicurezza: non solo al Palazzo di Giustizia di Milano, ma in generale in Italia. Le esplosioni di follia omicida è pressoché impossibile prevederle e prevenirle ovunque, ma da tutti i resoconti della strage nel tribunale di Milano una cosa appare purtroppo chiara: noi italiani non abbiamo la cultura della sicurezza, siamo lassisti anche in questo nonostante gli allarmi crescenti per esempio per le minacce dell’ISIS, i cui ammiratori ed emuli non hanno esitato a perpetrare la strage di Parigi nella redazione di Charlie Hebdo e quella del supermercato kosher di Porte de Vincennes.
Nelle grandi città degli altri Paesi europei  e degli Stati Uniti, ma anche di molti altri Paesi del mondo, è piuttosto difficile poter entrare abusivamente e girare senza controlli di sorta per tutti i piani e i corridoi di un tribunale enorme come quello di Milano. E appare difficile anche che i militari addetti alla sicurezza di certi palazzoni pubblici vengano sostituiti con una polizia privata e che a un certo punto di quest’ultima vengano dimezzati gli addetti, come è invece accaduto qualche anno fa al palazzo di Giustizia di Milano, e che per giunta di questi addetti ne siano armati solo alcuni. Per carità, i buchi nella vigilanza possono capitare ovunque, ma ciò che stupisce nella recente tragedia milanese è l’evidente mancanza di un piano operativo in caso di brutti eventi straordinari. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che in un luogo dove vengono processati e spesso condannati non solo imputati restii alla violenza, ma anche criminali dalla violenza facile, compresa quella per interposta persona, può purtroppo capitare che qualcuno impugni un’arma e spari.
Che un piano operativo mancasse lo si capisce dalle immagini dei carabinieri che assistono al fuggi fuggi generale evidentemente senza avere avuto istruzioni precise su cosa fare. Quei carabinieri in qualche modo proteggono la fuga della massa terrorizzata, ma è chiaro che nessuno ha detto loro cosa fare. Ciò vuol dire che o è mancato un piano d’emergenza specifico o è mancato un centro che lo rendesse operativo velocemente. Cosa deve succedere nel tribunale di Milano, o in altri simili edifici pubblici, perché ci si attrezzi se non per tutte le evenienze almeno per quelle più prevedibili?

A differenza di altre città italiane, il palazzo di Giustizia di Milano è ancora dove è stato costruito molti decenni fa, cioè in pieno centro cittadino. Perché non è stato costruito ex novo, e in modo più razionale e funzionale, in una zona decentrata facile da raggiungere per tutti – magistrati, avvocati, dipendenti, imputati e parenti di imputati – e più facile anche da controllare in caso di emergenza? Nessuno ama dirlo, ma circola una leggenda metropolitana che addebita tale immobilismo al fatto che magistrati di peso hanno casa vicino al tribunale e sono perciò contrari al doversi sobbarcare poco o tanto pendolarismo con l’auto propria o con i mezzi pubblici nel caso di trasferimento dei loro uffici. La leggenda metropolitana aggiunge che nei pressi dell’attuale tribunale ci sono pensioni e pensioncine utilizzatissime da imputati a piede libero e dai loro parenti quando per essere processati vengono da fuori Milano e devono fermarsi in città per uno o più giorni.

In fatto di sicurezza, vogliamo le nozze con i classici fichi secchi. I più assidui nel pretendere “più sicurezza” sono i negozianti, specie i gioiellieri, purtroppo però le statistiche sull’evasione fiscale mostrano che a essere allergici al pagare le tasse sono in maggioranza proprio le categorie che più si sgolano a pretendere “più sicurezza”. Per realizzare la quale si dovrebbero assumere più uomini, dai vigili urbani ai poliziotti e ai carabinieri, che però è impossibile assumere, cioè pagare, specie in questi tempi di crisi economica e di risparmio nella spesa pubblica, se l’evasione fiscale continua a essere formidabile.
Viceversa, il fiume di denaro rastrellato con le tasse dovrebbe essere meglio utilizzato, anche in fatto di sicurezza. Abbiamo la pressione fiscale tra le più alte d’Europa, ma in molti casi abbiamo i servizi pubblici peggiori. Compreso il servizio pubblico chiamato Giustizia, i cui processi durano anni e anni, non di rado esasperando non poco non solo gli imputati. Il processo che vedeva imputato  Claudio Giardiello, l’autore del triplice omicidio nel tribunale di Milano, è nato da un fallimento di una società avvenuto nel 2008: cioè a dire, ben sette anni fa. Sette anni durante i quali Giardiello non ha fatto altro che accumulare risentimenti e odio verso più di una persona. Risentimenti e odio esplosi con 13 colpi di pistola che hanno ammazzato tre persone e ne hanno ferita una, con un quarto morto evitato solo perché finalmente i carabinieri sono riusciti a bloccare la fuga in motorino del pluriomicida deciso a continuare la mattanza.

Infine, un’ultima osservazione. Il clamore per questa nuova tragedia milanese, e italiana, è senza dubbio grande e non mancano certo lo sdegno, le accuse e le critiche. Ma il clamore sarebbe un frastuono ben più grande e lo sdegno e le accuse raggiungerebbero ben altre vette se a sparare fosse stato, poniamo il caso, un extracomunitario, uno “zingaro” o peggio ancora un patito dell’ISIS. Comprensibile? Non è detto. Quel che è certo è che l’uso di due pesi e due misure nelle reazioni anche di fronte a eventi tragici è un sintomo del non saperli prevedere e prevenire con la dovuta razionalità ed efficacia. Senza lasciarsi sorprendere impreparati perché una strage è compiuta da un “colletto bianco” o comunque da “uno come noi” anziché da un appartenente a categorie di esseri umani visti sempre e comunque con sospetto.

MUORE IL TORERO, IN ITALIA SU FACEBOOK C’E’ CHI NE E’ FELICE, FESTEGGIA E SI AUGURA ALTRI TORERI UCCISI DAL TORO!

Eduardo-Hidalgo-del-Villar

Abolita finora solo in Catalogna e alle Canarie, la corrida è uno spettacolo cruento che molti vorrebbero mettere al bando, a partire dagli animalisti che la odiano furiosamente Ma non era ancora avvenuto che si arrivasse a gioire pubblicamente per l’uccisone del torero incornato dal toro in piena arena. Nei giorni scorsi è successo anche questo. Durante una corrida nella località messicana Seybaplaya Campeche è stato incornato a morte il giovane torero Eduardo Del Villar ( http://eldiariodechihuahua.com.mx/notas.php?seccion=Deportes&f=2014%2F05%2F19&id=c9b02a724530b6c7b9a66299b2393241 ). Colpito da una cornata nell’arteria iliaca, con devastazione fino allo stomaco, Del Villar è morto poco dopo in ospedale, a soli 26 anni.
A suo tempo il poeta spagnolo Federico Garcia Lorca per l’uccisione del torero Ignacio Sanches Mejias compose come “lamento” funebre la celeberrima e bellissima poesia “Alle cinque della sera” ( http://www.antoniogramsci.com/garcia-lorca/poesia_ita.htm ), l’ora in cui Mejias perse la vita. Oggi invece per la morte di Del Villar si compone tutt’altro. Su Facebook per esempio c’è chi ha pensato di “comporre” non un lamento, ma un festeggiamento:

Laura V Mattei
Ieri alle 13.41 ·
Uno di meno.

Messico: morto incornato dal toro il matador Eduardo Hidalgo del Villar | All4Animals – Notizie… (  http://www.all4animals.it/2015/04/03/messico-morto-incornato-dal-toro-il-matador-eduardo-hidalgo-del-villar/ )
ALL4ANIMALS.IT ( http://www.all4animals.it/2015/04/03/messico-morto-incornato-dal-toro-il-matador-eduardo-hidalgo-del-villar/ )
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Anna Pandi

A me dispiace solo per il toro che tra l,altro povera creatura ignara ed innocente…..è stato come sempre sacrificato !
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Ivano Medicina

Olè!!!
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Luca Senzacognome

spero che non resti un fatto isolato,ancora troppi di sti coglioni campano.
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Monia Pancrazi

Se se ne stava a casa non gli sarebbe successo niente…Speriamo che prima o poi si estinguino!!!
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Alessia Arsieni

Bene uno di meno
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Gino Ambrosio

ogni tanto una buona notizia.
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Gino Ambrosio
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Gino Ambrosio
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Gino Ambrosio

io mi sono ubriacato dalla contentezza di questa buona notizia . spero che ne arrivino altre come queste. e ci sara la fine totale di questi assassini maledetti……..
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Gino Ambrosio

che siate maledetti voi e le vostre famiglie che vivono del vostri guadagni sporchi di sangue…………..
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Gino Ambrosio
Ieri alle 15.52 · Mi piace

Gino Ambrosio

in ogni volta che sarete in una corrida sarete perseguitati dalla male sorte fino ha perdere la vita che è la cosa giusta nei confronti di un povero toro che è una creatura innocente che vorrebbe vivere in pace…….
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Lia Maiello

Se faceva il pasticcere ora stava sfornando le colombe… Invece
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Sabrina Tirtei

Bene! Olè!
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Massimo Lovetti

oleeeeeee
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Massimo Lovetti

quanto mi dispiace…………………………………
4 h · Mi piace · 1

Massimo Lovetti

el matador matado…… bel pirla
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La Cina è sempre più vicina

AIIB: un passo verso una nuova governance monetaria internazionale

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia **economista

L’adesione dell’Italia, della Germania, della Francia e della Gran Bretagna al processo di creazione della Asian Infrastructure Investment Bank promossa dalla Cina è indubbiamente un fatto molto rilevante nello scacchiere geopolitico. E’ il messaggio che l’Europea e il nostro Paese non intendono restare fuori dai processi importanti dello sviluppo economico globale. Non partecipare, semplicemente per seguire il sentiero stretto e isolato indicato da Washington, ci avrebbe pesantemente penalizzato sui mercati cinesi e asiatici in veloce crescita.

Sarebbe però errato limitare la valutazione soltanto alle grandi opportunità economiche. Insieme alla Banca di Sviluppo dei Paesi del Brics appena varata, l’AIIB è un altro tassello importante nel percorso per ridefinire l’intero sistema monetario internazionale.

In tutti i recenti summit del G20, da ultimo quello di Brisbane, si è ripetuta la stessa scena: i Brics con gli altri cosiddetti Paesi emergenti chiedevano una riforma della governance economica globale e un loro peso maggiore nelle vecchie istituzioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale mentre gli Stati Uniti apertamente bloccavano ogni cambiamento significativo.

Adesso invece i passi verso una ridefinizione dell’intero sistema economico, monetario, finanziario e commerciale mondiale possono e debbono essere fatti alla luce del sole.

Dopo oltre settanta anni dalla sua creazione, il sistema di Bretton Woods ha terminato il suo ciclo storico ed è arrivato il momento per creare un nuovo modello multipolare, più giusto. Solo una pericolosa miopia politica può cercare di ritardare simili profondi cambiamenti, generando inevitabilmente gravi tensioni e conflitti difficilmente gestibili.

In questo processo noi riteniamo centrale e fondamentale il ruolo dei Paesi europei e dell’Unione europea. Occorre essere consapevoli delle strategie necessarie per realizzare la Grande Riforma in modo da diventarne protagonisti e non attori secondari, magari in cerca soltanto di qualche business appetibile. Ci sembra doveroso sottolineare che senza l’Unione europea e senza un euro stabile qualsiasi tentativo di riforma rischia di deragliare o di diventare una semplice questione regionale. Si tratta, invece, di una sfida che richiede una vera maturazione del ruolo politico dell’Ue.

La Cina ha riserve in valuta e in oro per 4.000 miliardi di dollari. E’ una capacità monetaria notevole ma insufficiente a portare gli Usa sul sentiero del cambiamento necessario. Un’Europa politicamente determinata potrebbe farlo. Anche la decisione inglese di partecipare all’AIIB ha una grande valenza in quanto Londra prende una posizione completamente autonoma da Washington. Ciò sta creando riverberi importanti anche in Australia, in Giappone e nella Corea del Sud. Fatto non irrilevante, considerando che questi Paesi finora si sono tenuti in linea con gli Usa.

Circa 30 Paesi, soprattutto dell’Asia, parteciperanno alla creazione della banca, che parte con un capitale di 50 miliardi di dollari. La Russia ha già espresso il suo interesse anche se per il momento resta l’attore più attivo nella realizzazione dell’altra banca di sviluppo, quella del Brics. In questo contesto l’Unione Eurasiatica ha recentemente annunciato di voler creare una sua unione monetaria per poter giocare un ruolo importante negli scenari di sviluppo dell’intero continente euro-asiatico e fronteggiare gli attacchi speculativi condotti dopo la manipolazione del prezzi del petrolio..

Non meno importante è il fatto che l’AIIB intende essere la banca che vuole sostenere e guidare gli investimenti di lungo termine nella realizzazione delle grandi infrastrutture di cui in Asia c’è un grande fabbisogno. In tal senso sarà un partner delle banche di sviluppo multilaterali esistenti e quindi anche di quelle del Long Term Investors Club, cui partecipa anche la nostra Cassa Depositi e Prestiti.

Si pone di fatto come il fulcro di una nuova industrializzazione e modernizzazione tecnologica nelle zone dell’Asia e del Pacifico dove vive la maggioranza della popolazione mondiale.

E’ quindi un modello alternativo alla fallimentare finanziarizzazione dell’economia globale e alle varie “ideologie post industriali”. Il che può significare una svolta epocale.

I primi grandi progetti che intende promuovere sono legati alle Nuove Vie della Seta, quello che i cinesi chiamano “One road, one belt”, cioè la grande strada di collegamento con il resto del continente fino all’Europa creando un’ampia cintura di sviluppo economico, urbano e sociale lungo il suo percorso. Negli ultimi mesi ci sono stati anche intensi contatti e collaborazioni per collegare la nuova via della seta con il corridoio euro-asiatico “Razvitie” di sviluppo infrastrutturale che collegherà il Pacifico con l’Europa occidentale attraversando e sviluppando i vastissimi territori siberiani.

Ne abbiamo già scritto e siamo sempre più convinti che, per la realizzazione di questi grandi progetti, sia fondamentale e insostituibile la capacità industriale, tecnologica e professionale dell’Ue.