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Le Tre Grazie Mancate del tiro con l’arco e la Grande Ipocrisia

Le Olimpiadi di Rio sono finite, gli atleti tutti, vincitori e vinti, sono tornati a casa, comprese le nostre tre tiratrici con l’arco diventate famose non perché vincitrici di medaglie, ma per la polemica tanto feroce quanto ridicola per un titolo del quotidiano sportivo Qs che le aveva affettuosamente definite “le tre cicciottelle”, rivelatesi in realtà tre pretenziose molto poco simpatiche e ignoranti del motto del barone Pierre de Coubertin, il fondatore delle Olimpiadi moderne: “L’importante non è vincere, ma partecipare”. La polemica è finita a tarallucci e vino non davanti a una tavola imbandita del ristorante napoletano Da Cicciotto, come avevo proposto scherzosamente con un mio articolo, dove le tre cicciottelle sarebbero certo state a loro agio, ma a Raitre davanti al conduttore di Agorà. Con tanto di nuove scuse da Paese bulgaro offerte in diretta alle seriose arciere ancora una volta dal direttore di Qs Giuseppe Tassi. Che, sospeso dall’editore per quel titolo, ora non si capisce se resterà o no al suo posto. Guarda caso, delle Tre Grazie Mancate era assente nella seratina tv  quella che nelle foto da Rio appare di aspetto meno femminile, ritratta mentre ha appena scoccato un dardo con il suo ipertecnologico arco da gara. 

Nel frattempo però un piccolo scheletro non troppo magro è emerso dall’armadio proprio di chi aveva scoccato per primo la poco sportiva e molto ridicola freccia delle accuse contro Tassi.

“Il presidente Mario Scarzella della Federazione Italiana di Tiro con l’Arco, ha protestato a gran voce per il titolo del quotidiano sportivo Qs sulle tre cicciottelle sconfitte alle Olimpiadi di Rio? Beh, allora c’è da chiedersi perché ha invece taciuto sul caso di Giuseppe Cozzo. Chi è? È il presidente del Comitato Regionale Emilia Romagna della Federazione, condannato in primo grado nel 2012 e in secondo grado nel 2014 per detenzione di materiale pedopornografico nel silenzio generale”.

A parlare di getto è Mauro Baldassarre, presidente e atleta tesserato della società sportiva Arcieri del Basso Reno, fino a poco tempo fa una delle 700 società aderenti alla Federazione Italiana di Tiro con l’Arco, in sigla Fitarco, e ora membro di un’altra federazione. Baldassarre riprende fiato e prosegue con foga:

“Cozzo s’è deciso a dare le dimissioni obtorto collo solo quando a fine 2014 una lettera anonima molto dettagliata ha reso nota la sua storia giudiziaria a una serie di autorità sportive. Ma nonostante la condanna definitiva e le sue dimissioni, accettate dopo pochi giorni dall’arrivo della lettera, Cozzo è rimasto attivo nella Federazione. Addirittura fino alla riunione indetta a Roma dal Coni per organizzare gli eventi e le gare di tiro con l’arco per tutto il 2016, cioè per tutto l’anno in corso”.

Incredibile! E il presidente Mario Scarzella cosa ha fatto?

“Lo chieda a lui”, taglia corto Baldassarre.

I fatti.
Il 10 giugno 2009 la polizia postale nel contesto di un’indagine sulla diffusione in Internet di foto e filmati pornografici con soggetti minorenni perquisisce l’abitazione di Cozzo, di professione broker assicurativo e presidente del Comitato Regionale emiliano romagnolo della Fitarco, in sigla CRER. La perquisizione trova archiviato nel computer di Cozzo materiale pornografico con protagonisti minorenni. E trova anche uno scambio di mail con altri amanti del genere dal contenuto decisamente irriferibile, specie quello riferito a “una zingarella”, ma che figura regolarmente agli atti. Cozzo finisce sotto processo e il 18 dicembre del 2012 viene condannato per detenzione di materiale pedopornografico a un anno di reclusione.

Al processo d’appello, voluto da lui col rito abbreviato e concluso l’11 dicembre 2014, la pena viene ridotta a 5 mesi e 10 giorni, più 800 euro di multa, col beneficio della sospensione della pena e della non menzione. ma si tratta pur sempre di una condanna che per giunta ordina “l’interdizione perpetua da ogni incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio e servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori”. Eppure tutto prosegue come se niente fosse. Rieletto presidente del comitato regionale per il quadriennio 2012-2016, Cozzo continua a svolgere il suo ruolo nonostante nel frattempo il Coni avesse varato il 30 dicembre 2012 il Codice di Comportamento Sportivo, in base al quale il dirigente condannato avrebbe dovuto farsi da parte.

A metà novembre 2014 una lettera anonima firmata “Genitori e Giovani Arcieri molto molto incazzati” – avente come Oggetto “provati comportamenti di pedofilia ai vertici della Fitarco Emilia Romagna (CRER) e spedita da Bologna l’1 di quel mese – viene recapitata a un nutrito numero di destinatari: Ufficio Pratiche Anti Pedofilia, Coni di Bologna, Mario Scarzella presidente della Fitarco, segretario e funzionari della Fitarco, presidenti delle società Arcieri dell’Emilia e Romagna, sindaco di Castenaso e assessore allo Sport del Comune di Bologna.

Tra parentesi: curiosa l’esistenza dell’Ufficio Pratiche Anti Pedofilia, perché fa pensare che la pedofilia non sia un fenomeno raro nel mondo dello sport e non solo ai vertici delle società di arcieri. La lettera fa anche i nomi di chi nel Coni e Fitarco sapeva, compreso un giornalista, ma ha taciuto, e ne chiede l’espulsione. Accuse anche alla Società di Tiro Castenaso Archery Team, perché nonostante la condanna ha continuato a chiamare Cozzo a premiare i vincitori sui podi, e alla Società Arcieri Felsinei, alla quale è ancora iscritto come arciere e della quale è stato segretario, tuttora molto amico della presidente Danila Barioni.

A differenza che per il titolo sulle tre cicciottelle sconfitte a Rio De Janeiro, nessuno dei destinatari ritiene di dover rompere il silenzio e infatti tutti tacciono, nessuno emette né comunicati altisonanti né flebili proteste. La lettera anonima viene tenuta nascosta alla stampa, ma pur se confinata nelle varie stanze dei bottoni finisce col provocare comunque le dimissioni di Cozzo, presentate il 20 di quel novembre per altri motivi. Dimissioni accettate, ma lui continua a esserci sia con ruolo tecnico che con ruolo paraistituzionale. Come tecnico allena una giovane disabile. Come figura più o meno istituzionale promuove i campionati italiani, svolti a Rimini dal 30 gennaio all’1 febbraio dell’anno scorso, collabora al programma Arco Senza Barriere e il 25 novembre 2015 partecipa come se niente fosse alla riunione del Coni a Roma che deve definire il programma delle gare di tiro con l’arco di quest’anno.

Baldassarre, sempre più incredulo, segnala il tutto via mail agli organi federali il 21 novembre 2014, alla giustizia sportiva il successivo 10 dicembre e al Coni il 19 febbraio di quest’anno allegando anche le sentenze di condanna. Il giorno dopo Il Resto del Carlino pubblica un articolo con sue dichiarazioni, che denunciano il muro di gomma. Ma continua a non succedere nulla, almeno fino al 17 giugno scorso, quando Cozzo viene radiato dalla Fitarco con il divieto di partecipare a qualunque sua attività, gare comprese, e di essere iscritto a società sportive. La giustizia sportiva tenta di mettere sotto accusa proprio Baldassarre per avere reso nota la vicenda con toni piuttosto accesi.

Per quanto riguarda l’inattività di Scarzella, ci si accontenta della sua versione, secondo la quale avrebbe “interpellato il segretario generale del Coni e parlato con Cozzo per consigliargli di dimettersi”, evitando però di fare altro “perché la lettera anonima era indirizzata anche agli organi preposti ad agire”.

Per Scarzella dunque “gli arcieri italiani sono in rivolta” per l’aggettivo “cicciottelle”, come ha gridato sdegnatissimo da Rio contro il titolo di Qs, ma si è ritenuto non fosse il caso di farli rivoltare rendendo nota la vicenda Cozzo alquanto più seria. E c’è chi non esclude che il comunicato di protesta contro Qs, quotidiano dello stesso editore del Resto del Carlino, sia una freccia malevola che Scarzella ha voluto scagliare a scoppio ritardato per l’articolo pubblicato da quest’ultimo lo scorso 20 febbraio, articolo che ha reso impossibile continuare a far finta di niente.

Peccato solo che ad Agorà non ne abbiano parlato. Informazione sì, però solo fino a un certo punto… L’importante è pagare il canone alla Rai!

Povero Pierre de Coubertin, che si starà rivoltando nella tomba. Prima dalle risate e poi dall’orrore. 

 

Il muro di Berlino è crollato, l’ipocrisia e il doppiopesismo invece no. Mentre Berlusconi trasforma sempre più l’Italia in una repubblica della banane, uno dei principali responsabili del suo successo, Uòlter Veltroni, scrive romanzi buonisti continuando a ignorare la realtà. E i propri giganteschi errori

Trovo francamente strano che si festeggi la caduta del muro di Berlino senza spendere neppure una parola sul fatto che esiste il Muro della Palestina. I politici più coraggiosi si sono spinti a dire che “nel mondo esistono però altri muri che un giorno si spera vengano abbattuti”, ma nessuno – ripeto: nessuno – ha nominato il Muro della Palestina. Mi si dirà che sono due cose molto differenti, non paragonabili tra loro. E’ vero. Ma solo fino a un certo punto. Vediamo perché.
Israele ha imposto e costruito il Muro con la motivazione che era necessario come filtro per arginare gli attentati dei palestinesi, diventati troppo facili a causa della loro libertà di movimento, per quanto già ben lontana da essere comunque priva di filtri come le centinaia di i check point. La Germania Est aveva costruito il Muro con pretesti simili: non si trattava di attentati con bombe, ma comunque di attentato alla sua integrità da parte della Germania Ovest tramite le lusinghe di una migliore tenore di vita e di una maggiore libertà di movimento, lusinghe che spingevano molti tedeschi dell’Est a fuggire all’Ovest. Insomma, ognuno accampa le sue ragioni. Nel caso della Germania Est c’è però da aggiungere che  la faccenda era complicata dal fatto che l’Unione Sovietica e la Russia erano state invase dall’Occidente almeno due volte, prima da Napoleone e poi dalla Germania nazista. Entrambe le invasioni sono state devastanti, ma la seconda in particolare ha massacrato almeno 20 milioni di russi (pari a quasi quattro Shoà) e distrutto l’80% dell’apparato produttivo sovietico.
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