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AUGURISSIMI!!!!! PER UN ANNO FELICE, DI GIUSTIZIA, PACE, AMORE, AFFETTI, AMICIZIE, RIAPPACIFICAZIONI, PROSPERITA’, VERITA’, LACRIME SOLO DI GIOIA, SALUTE, DIGNITA’, PROGRESSI.
VI ABBRACCIO TUTTI, VI VOGLIO BENE E VI RINGRAZIO.

Vendetta o perdono?

La scelta tra vendetta e perdono sta nel mezzo, cioè nella speranza che chi ha compiuto il torto non possa più ripeterlo. Ovviamente sarebbe meglio averne la certezza, ma se si pensa di poterla avere quando è in gioco la libertà di coscienza, ci illudiamo soltanto. L’unica cosa certa è che non si può essere schematici: non si può fare una scelta a prescindere da qualunque altra considerazione. Non si può essere vendicativi o perdonisti per partito preso: qui la differenza non è tra ateismo e religione, tra cinismo e buonismo, ma tra maturità e infantilismo.

Forse quello che dà più fastidio non è tanto il fatto di aver subito un’offesa, poiché ciò può anche inorgoglire: a volte infatti esiste una punta di autocompiacimento anche nel vittimismo, a condizione ovviamente che gli altri sappiano che abbiamo patito un’ingiustizia evidente. Gli altri devono soprattutto sapere che si soffre in silenzio, senza reagire.

Una sofferenza del genere, tutta interiore, ingiustificata, immeritata, non può però essere tenuta dentro: va resa pubblica, perché solo così se ne può attenuare l’intensità. Altrimenti il rischio è che possa esplodere e che chi ha subìto un torto si comporti peggio di chi l’ha procurato. Naturalmente per renderla pubblica, occorre unacomunità di riferimento, che faccia da supporto, che attenui il dolore, che dia forza, anche nel denunciare il torto, quando si pensa di non averne abbastanza da soli.

Ma quello che assolutamente dà più fastidio è che il colpevole continui ad agire indisturbato. Ancora di più si soffre quando si constata che le istituzioni non fanno il loro dovere per catturarlo, per punirlo, per impedirgli di reiterare la colpa. E ancora ancora di più quando la comunità attorno a noi non ci aiuta, non fa pressione sulle istituzioni perché giustizia venga fatta.

Ecco, in situazioni del genere può scattare il desiderio di una vendetta privata, l’esigenza di diventare dei “giustizieri della notte”. Si risponde in maniera individualista a un reato compiuto per colpa dell’antagonismo sociale. E non se ne esce. Invece di approfittare dell’occasione per ripensare i criteri di vita, si reagisce riconfermandoli, e la violenza privata diventa una spirale senza fine, come nelle faide d’un tempo.

Bisogna togliere all’individuo il diritto di vendicarsi, ma questo è possibile solo se gli si assicura che si farà di tutto per trovare il colpevole e soprattutto che si discuterà insieme sulle motivazioni che possono aver portato a quel suo determinato comportamento. Affinché non si ripeta.

Certo, è importante che l’offesa venga pagata (chiunque deve sapere che ogni reato ha il suo prezzo), ma è ancora più importante la consapevolezza d’aver posto le basi perché esso non si ripeta. Uno può anche accontentarsi di non aver ottenuto una piena soddisfazione o riparazione personale, ma in alternativa bisogna offrirgli la convinzione d’aver ottenuto una soddisfazione più generale, riguardante l’intera collettività, foss’anche soltanto quella locale d’appartenenza.

Non solo va rieducato chi ha compiuto il torto, ma anche chi l’ha subìto, perché, se da un lato è vero che lo Stato deve dimostrare che non c’è alcun bisogno di ricorrere alla vendetta privata, in quanto le istituzioni funzionano e non sono colluse con la criminalità; è anche vero, dall’altro, che non serve dare al colpevole una punizione esemplare, come p. es. il carcere a vita o la pena di morte. Condanne di questo genere non fanno parte della giustizia ma solo della vendetta. Nessuno ha il diritto di togliere a un altro la possibilità di pentirsi. E nessuno ha il dovere di far credere che la responsabilità di un crimine ricada solo sul criminale.

Lo Stato non può chiedere al cittadino di non esercitare una vendetta privata affinché possano esercitarla pubblicamente le istituzioni, sotto la parvenza della legalità. E’ un segno di maturità saper trasformare le colpe in occasioni di ripensamento di comportamenti abituali. Bisogna mettere il colpevole nelle condizioni di capire che anche grazie a lui, indirettamente, la collettività ha avviato un processo di revisione di determinati stili di vita.

Questi processi rientrano in quella branca del sapere che si chiama psico-pedagogia politica e che ancora, purtroppo, è poco sviluppata, in quanto si tende a fare della psico-pedagogia una scienza da utilizzarsi contro i guasti o le manchevolezze della politica o delle istituzioni in cui la politica viene esercitata.

La nostra solidarietà a Berlusconi colpito in faccia da uno squilibrato. Ciò non toglie però che deve smetterla di mentire e che deve dimettersi. Ecco perché, e senza bisogno né di Spatuzza né dei Graviano

Come spiegavo a una nostra forumista nel mio ultimo commento della puntata precedente, gli squilibrati esistono in tutto il mondo, ma ciò non toglie che colpire per giunta in pubblico un capo di governo, spaccandogli un labbro e rompendogli un dente, come è successo a Berlusconi, è cosa grave e inammissibile. Per fortuna non ci sono state conseguenze drammatiche o tragiche, e per fortuna il gesto è frutto di uno squilibrato anziché dell’idiozia di un gruppetto “politico”, eventualità che avrebbe precipitato il Paese nel baratro: è chiaro infatti da troppi sintomi che nelle file del partito berluscon-bossiano non aspettano altro che poter “regolare i conti”. Immagino però che gli untori di professione soffieranno sul fuoco comunque sulle prime pagine dei giornali, e del resto Berlusconi paga bene i suoi mazzieri mediatici.

E che i suoi mazzieri si metteranno alacremente all’opara è già chiaro fin dalle prime parole attribuite a Berlusconi al pronto soccorso. Leggo infatti sul sito di un quotidiano:
“Comunque Berlusconi, riferisce chi gli ha fatto visita, si è detto “amareggiato” per “questa campagna di odio nei miei confronti. Questo è il frutto – ha spiegato – di chi ha voluto seminare zizzania. Quasi me l’aspettavo…”. Berlusconi a tutti ha ripetuto di essere stato nei giorni scorsi nel mirino di una campagna di veleni. “Tutti dovrebbero capire che non è possibile oltraggiare un presidente del Consiglio, questa è la difesa delle istituzioni”. Al di là dell’amarezza, il Cavaliere ha sottolineato di non voler minimamente farsi impressionare dall’episodio. “Sono ancora qui e non mi fermeranno””.
Per parlare così ci vuole una bella dose di irresponsabilità e di faccia di bronzo. Se c’è qualcuno che conduce una campagna di odio è proprio lui, Berlusconi Silvio, che da mesi – anomalia unica nell’intero Occidente democratico –  accusa in continuazione i magistrati – fino alla Corte Costituzionale! – e ormai anche il presidente della Repubblica.
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