Filosofia del cellulare

Il cellulare è un oggetto incredibilmente complesso, che quando si guasta non si può riparare. Da soli non si riesce a farlo e farlo fare ad altri può essere più costoso che comprarne uno nuovo.

Il cellulare è un prodotto derivato dal telefono, il quale, a sua volta, era un prodotto derivato dal telegrafo di Morse, di quarant’anni prima, tecnologicamente molto più semplice.

La differenza tra cellulare e telefono è che il primo non ha bisogno di cavi prese spine e spinotti per l’utente finale. Può essere portato con sé, usato ovunque, all’ovvia condizione che vi sia “campo”, il segnale delle onde radio da parte dei ricetrasmettitori terrestri. Chi tiene il cellulare acceso può essere facilmente rintracciato, anche se non lo usa. In un futuro molto prossimo tutta la tecnologia delle telecomunicazioni sarà satellitare.

L’handicap del cellulare è che la batteria si scarica e ha bisogno dell’energia elettrica per ricaricarsi. Il rischio, sul piano fisico, è che può nuocere alla salute con le sue onde elettromagnetiche, soprattutto al cervello.

Ma a che serve precisamente il cellulare? Perché oggi si parla di dipendenza psicologica? Perché questo oggetto è diventato una vera e propria slot-machine tascabile?

Come noto il cellulare ha molte funzioni: permette di ascoltare musica, di giocare, di collegarsi al web, di inviare email, di fare investimenti, di fare riprese con la videocamera incorporata, di scattare delle foto e di spedirle a qualcuno, di registrare la propria voce, ecc. E’ in sostanza un piccolo computer.

Ma la funzione principale resta sempre quella della comunicazione orale. Si può comunicare col mondo intero. Il cellulare ci dà l’impressione che il mondo sia a portata di mano, sia la nostra comunità di vita.

Quando nei testi scientifici si prende in esame l’evoluzione della tecnologia, si vede solo un progresso. Non ci si chiede mai se una determinata innovazione fosse davvero indispensabile all’esistenza quotidiana.

Fino a tutto il Medioevo la comunicazione avveniva tramite segnali luminosi (gli indiani nordamericani usavano anche quelli di fumo, per esprimere concetti semplici). Non si dava così tanta importanza alla comunicazione a distanza. Si dava cioè per scontato che la vera comunicazione, utile all’esistenza, fosse soprattutto quella interpersonale, ch’era diretta, da persona a persona, senza intermediazioni artificiali. Nel Nordamerica, prima che arrivassero gli europei, esistevano almeno 500 tribù, con altrettante lingue diverse: ebbene tra di loro gli indiani avevano imparato a comunicare usando circa 400 gesti diversi del linguaggio dei segni.

A partire dalla nascita dell’epoca borghese si è invece avvertito il bisogno di comunicare il più in fretta possibile (oggi addirittura in tempo reale) col mondo intero. Sono stati compiuti sforzi colossali per assicurare sul piano tecnologico un contatto potenziale con qualunque persona del pianeta, quando, sul piano delle relazioni personali, l’individualismo stava raggiungendo vette ineguagliate.

La filosofia del cellulare è dunque questa: quanto più si vuole comunicare in maniera artificiale, tanto meno si riesce a farlo in maniera naturale. Tra l’io e il tu si frappone sempre qualcosa: dalla semplice penna a sfera al collegamento con la navicella spaziale. Si ha in mano un potenziale tecnologico enorme che non aiuta minimamente a migliorare il livello di umanità degli esseri viventi.

Forse l’uso più significativo del cellulare lo si vede quando qualcuno è in pericolo: p.es. in caso di terremoto o quando si è sommersi da una slavina. Ma – chiediamoci – per casi del genere, in fondo abbastanza rari, era davvero indispensabile dotarsi di un oggetto così complesso come il cellulare? Non bastava un semplice rilevatore della nostra presenza? Cioè un qualcosa di molto meno costoso, di più facilmente riparabile in caso di guasto? di molto meno nocivo alla salute? di infinitamente meno inquinante per la natura? Anzi, meglio ancora: non bastava l’addestramento dei cani? Abbiamo già la natura che ci aiuta: perché dobbiamo complicarci la vita?

La nostra è una civiltà che produce beni tecnologici che in realtà servono non tanto a chi li usa, quanto soprattutto a chi li vende. Non servono neppure a chi li produce, poiché gli operai non sono padroni di ciò che fanno, essendo soltanto dei salariati, e quando rivendicano il diritto al lavoro dovrebbero anche chiedersi se ha davvero senso fare “certi lavori”.

I proprietari dei mezzi produttivi illudono che noi si possa fare chissà cosa, quando in realtà la vita resta alienata come prima. Anzi la percezione della differenza tra quel che virtualmente si potrebbe fare e ciò che effettivamente si riesce a fare, rende l’alienazione ancora più evidente. La solitudine sembra essere diventata la caratteristica principale della nostra civiltà basata sulla comunicazione.