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PROGETTO PER USCIRE DALLA CRISI (II)

Davanti a noi si presenta uno scenario piuttosto oscuro, poiché i nodi stanno per venire al pettine, e non possono essere escluse delle svolte autoritarie di tipo militare. Il capitalismo finanziario, infatti, non crea scompensi solo al di fuori di sé, in quelle zone del pianeta che noi occidentali siamo soliti definire come Terzo e Quarto Mondo, ma anche al proprio interno, cioè nell’ambito metropolitano dello stesso occidente.

Il motivo di ciò sta nel fatto che, essendo il business il principale criterio della vita sociale, l’antagonismo tra gli individui e la corruzione nella gestione delle risorse comuni possono raggiungere livelli inusitati, anche perché è praticamente impossibile, data la proprietà privata di tutti i principali mezzi produttivi, un controllo sull’operato degli industriali, dei manager, degli operatori economici e finanziari.

Cioè nonostante che ancora oggi tutto l’occidente possa avvalersi di uno scambio commerciale profondamente iniquo nei propri rapporti col Terzo Mondo, uno scambio che gli permette di vivere ben al di sopra delle proprie possibilità, l’occidente non sembra essere in grado di autogestire la propria ricchezza, senza provocare immani disastri economici e ora soprattutto finanziari (per non parlare di quelli ambientali).

Stante l’attuale situazione, i paesi del Terzo Mondo dovrebbero cercare, da un lato, di non pagare più i debiti contratti con gli istituti finanziari dell’occidente, e dall’altro di trovare forme di cooperazione tra di loro, onde evitare o almeno attutire le inevitabili ritorsioni dovute ai mancati rimborsi del credito. Questa stessa cooperazione dovrebbe servire anche per farli progressivamente uscire da un mercato internazionale i cui prezzi vengono decisi a prescindere dalla loro volontà, nelle borse del capitalismo avanzato.

In ambito occidentale i lavoratori (che hanno già costatato, sulla loro pelle, l’incapacità industriale di tanti imprenditori e manager, nonché la grave irresponsabilità degli operatori finanziari) dovrebbero seriamente porsi il problema di gestire in proprio le aziende produttive, formando delle imprese cooperative, in cui la proprietà risulti indivisa, mentre tra gestore e proprietario non vi sia alcuna differenza.

Queste imprese collettive, siano esse industriali, agrarie o di servizio, dovrebbero altresì raccordarsi strettamente alle esigenze del territorio in cui operano, in modo da rendere minima la dipendenza dai mercati esteri. Bisognerebbe inoltre, sempre come tendenza progressiva, favorire al massimo, in tutta la popolazione, incentivandola con l’offerta gratuita di lotti di terra da coltivare, l’autoconsumo, cioè quella produzione agricola che permette un minimo di sopravvivenza (si pensi p.es. all’orticoltura).

Quanto ai rapporti tra socialismo e democrazia, occorre decentrare al massimo la funzione dell’amministrazione del servizio pubblico, in maniera tale che il cittadino possa verificare in ambito locale la fattibilità di una gestione collettiva della vita sociale. Socialismo e democrazia si realizzano nella misura in cui i cittadini sono padroni del territorio in cui vivono, cioè nella misura in cui possono constatare che le loro decisioni servono effettivamente a risolvere i problemi.

Gli stessi cittadini, globalmente considerati, vanno ritenuti responsabili della difesa del loro territorio, per cui no ai militari di professione, no ai mercenari, no alla separazione tra cittadini e forze dell’ordine.

In ambito locale tutto va gestito da tutti, e in ogni caso quanto più ci si allontana da questo ambito, tanto più temporanei, limitati, circoscritti a compiti specifici devono essere i poteri che si riconoscono ai propri delegati. La democrazia o è diretta o non è, e se la si vuole indiretta o rappresentativa, bisogna volerla entro parametri ben specifici, tali per cui quella diretta venga salvaguardata nelle sue funzioni essenziali.

L’ultimo aspetto da considerare è, in realtà, il primo in assoluto, la cui mancata soluzione pregiudicherà inevitabilmente la soluzione di tutto il resto. Qualunque stile di vita noi si scelga, deve essere compatibile con le esigenze riproduttive della natura. Se si pensa di poter creare una società a misura d’uomo, dimenticandosi che deve essere anche ecosostenibile, di sicuro si andrà incontro a un nuovo fallimento. Il rispetto dell’ambiente è la misura principale della verità del socialismo democratico.

PROGETTO PER USCIRE DALLA CRISI (I)

Dietro di noi abbiamo un lungo periodo in cui l’uomo è vissuto pacificamente nella comunità democratica primordiale, cui ad un certo punto ha cominciato a contrapporsi la civiltà schiavistica (il “peccato originale” dell’umanità).

Contro questa civiltà hanno cercato di lottare le religioni più significative della storia: ebraismo, buddhismo, cristianesimo, islam, ma senza alcun successo, al punto che i nuovi tentativi di liberazione (rivoluzioni borghesi e soprattutto socialiste) sono avvenuti all’insegna di una religione molto laicizzata o assente del tutto.

Ai nostri giorni esperienze analoghe a quelle del comunismo primitivo sono praticamente ridotte a un nulla, in quanto il sistema di vita borghese ha coinvolto l’intero pianeta, mentre quello di tipo socialista, essendo strettamente vincolato a istituzioni statali, s’è rivelato del tutto fallimentare. Un socialismo burocratico, amministrato dall’alto, non riesce a sviluppare la democrazia e inevitabilmente implode.

Tuttavia, se resta il problema di cercare nuove forme di socialismo, compatibili con la democrazia e non lontane dallo spirito delle esperienze del comunismo primitivo, resta anche il problema di come superare le contraddizioni del sistema capitalistico, le quali, ponendosi a livello mondiale, producono, quando s’acuiscono, effetti devastanti sull’intero pianeta.

Gli Stati borghesi non sono in grado di risolvere in maniera strutturale tali contraddizioni, poiché essi stessi ne sono parte in causa, espressione storica del loro sviluppo. Di fronte al crollo del socialismo reale i paesi capitalisti si sono illusi che il destino del capitale non avrebbe più incontrato ostacoli di sorta, e ciò sembrava trovare ulteriore conferma nella svolta borghese della società cinese, pur in presenza, in questo paese, di un apparato governativo e amministrativo ancora fortemente autoritario.

Ma l’illusione del capitalismo mondiale è stata di breve durata: le contraddizioni questa volta sono scoppiate non tanto sul terreno economico quanto su quello finanziario. Il capitalismo monopolistico di stato, che nella sua fase più evoluta ha una connotazione marcatamente finanziaria, sembra riportarci indietro, ai tempi del crac borsistico del 1929, cui seguì un decennio dopo lo scoppio della II guerra mondiale. Il capitalismo mondiale non ha gli strumenti per risolvere in maniera organica le proprie crisi cicliche, se non facendone pagare le conseguenze ai lavoratori e ai ceti più deboli.