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	<title>ArruotaLibera &#187; Unicredit</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>1) Il sistema bancario è malato non solo in Italia  2) Joan Baez denuncia la passione USA per le armi 3) Un ottimo articolo sulla Cina come economia di mercato</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 20:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sistema bancario è malato non solo in Italia Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Il malato è ancora una volta l’intero sistema bancario internazionale. Da una recente analisi fatta dal Wall Street Journal sulle 20 maggiori banche mondiali, tra cui la JP Morgan Chase, la Goldman Sachs, la Deutsche Bank e la nostra Unicredit, risulta [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il sistema bancario è malato non solo in Italia</strong><br />
<strong> Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</strong><br />
<strong> Il malato è ancora una volta l’intero sistema bancario internazionale. Da una recente analisi fatta dal Wall Street Journal sulle 20 maggiori banche mondiali, tra cui la JP Morgan Chase, la Goldman Sachs, la Deutsche Bank e la nostra Unicredit, risulta che dall’inizio dell’anno esse hanno perso almeno 500 miliardi di dollari del valore delle loro azioni quotate in borsa.</strong></p>
<p><strong>Circa un quarto della loro capitalizzazione di mercato. Al momento della pubblicazione dello studio le azioni dell’inglese Barclay’s, del Credit Suisse e della Deutsche Bank avevano perso circa la metà del loro valore, quelle della Bank of Scotland erano cadute del 56% e quelle della UniCredit di  quasi due terzi!</strong><br />
<strong> Secondo la banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’intero sistema bancario internazionale sta registrando un netto ridimensionamento dei crediti interbancari ed in particolare di quelli verso le imprese non finanziarie, con la sola eccezione della Cina e di alcuni Paesi asiatici.</strong></p>
<p><strong>Il problema principale per le banche è adesso l’effetto del tasso di interesse zero che, in verità,avrebbe dovuto aiutarle fornendo liquidità senza costi.</strong><br />
<strong> Oggi si racconta un’altra storia. Nel mondo, infatti, obbligazioni e altri tioli di debito per quasi 12 trilioni di dollari sono entrati nel cono d’ombra dell’interesse negativo. L’intero sistema è compresso nella morsa fatta da un debito crescente, da una produttività in diminuzione e dall’inefficacia delle politiche monetarie cosiddette accomodanti.</strong></p>
<p><strong>Una simile combinazione crea ovviamente instabilità e perdita di fiducia.</strong><br />
<strong> Perciò si è tornati a ventilare la possibilità o la necessità, di creare delle fusioni tra mega banche per dare ‘l’illusione’ di maggiore forza e solidità, ignorando il fatto che due debolezze non fanno una forza. Al contrario, i giornali tedeschi citano nuovi studi, come quello del centro di consulenza bancaria ZEB, limitati alle maggiori 50 banche europee, dove invece si parla di rischio di contagio tra le banche in crisi che hanno un livello di profitto inferiore al costo del capitale.</strong></p>
<p><strong>Non deve quindi sorprendere se anche il Fondo Monetario Internazionale indica la Deutsche Bank, seguita a ruota dall’inglese Hong Kong Shanghai Bank e dal Credit Suisse, come &#8220;la più importante ‘too big to fail’ che contribuisce ad aumentare i rischi sistemici”.</strong><br />
<strong> D’altra parte un confronto tra la situazione della Deutsche Bank di oggi e quella della LehmanBrothers prima del fallimento è devastante. La banca americana aveva attivi per 639 miliardi di dollari e debiti per 619 miliardi con un pacchetto di derivati otc pari a circa 35 trilioni di dollari. Ogni sua azione valeva 25 dollari nel 2007 e 10 centesimi nel 2009!</strong></p>
<p><strong>La DB ha attivi per 1630 miliardi di euro e debiti per 1560 miliardi a cui occorre aggiungere 428 miliardi di prestiti. A fine 2015 aveva in pancia derivati otc per 42 trilioni di euro. Un anno prima erano 52 trilioni. L’azione DB valeva 135 dollari nel 2007 e oggi ne vale 17.</strong><br />
<strong> E’ in questo contesto che si colloca anche l’emergenza bancaria italiana che necessiterebbe di 150 miliardi di euro per stabilizzare il sistema. Nei giorni passati si sono sentite dichiarazione ufficiali che fino a qualche ora prima sembravano venire solo da ‘voci fuori dal coro’. Si pensi algovernatore Ignazio Visco che non esclude nuovi bail out, “interventi pubblici” per salvare le banche o al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che denuncia il bail in come anticostituzionale!</strong></p>
<p><strong>E’ ovvio, quindi, che non c’è ragione di presentare ‘l’altro’ come se fosse in condizioni peggiori:l’americano per gli europei, la Deutsche Bank per Roma o le banche italiane per i tedeschi.</strong></p>
<p><strong>A otto anni dall’esplosione della crisi globale dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il sistema finanziario vive una situazione ancora peggiore. Peggiore in quanto i comportamenti rischiosi delle banche sono continuati e sono stati tollerati, mentre l’economia globale è stata indebolita da una progressiva recessione e le autorità monetarie hanno esaurito tutte le munizioni standard.</strong><br />
<strong> Si ripropone quindi, con più urgenza, la necessità di approntare insieme regole efficaci e stringenti per riportare la finanza e il sistema bancario nell’alveo della loro vera missione, cioè quella di fornitori di credito alle politiche di sviluppo e di crescita.</strong></p>
<p><strong>Si tratta perciò di sganciare il sistema bancario e finanziario dalla costante “tentazione speculativa” attraverso la reintroduzione della legge Glass-Steagall, la separazione bancaria voluta dal presidente Roosevelt proprio per affrontare gli eccessi speculativi delle grande crisi del ’29, di proibire alle grandi banche di giocare alla roulette dei derivati otc e di vietare in borsa le vendite allo scoporto.</strong><br />
<strong> Basta con i bail out e i bail in.</strong></p>
<p><strong>Questa è la vera sfida di fronte ai governi e a quei leader politici che sentono la responsabilità di essere statisti e non soltanto politicanti di successo.</strong></p>
<p><strong>*già sottosegretario all’Economia</strong></p>
<p><strong> **economista</strong></p>
<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</strong><br />
<strong> 2) Joan Baez denuncia la passione USA per le armi </strong></p>
<p><a href="http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/joan-baez-ecco-perche-nessuno-ama-le-armi-come-gli-americani/246525/246629?ref=HRESS-5"><strong>http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/joan-baez-ecco-perche-nessuno-ama-le-armi-come-gli-americani/246525/246629?ref=HRESS-5</strong></a></p>
<p><strong> &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</strong><br />
<strong> 3) Un ottimo articolo sulla Cina come economia di mercato</strong></p>
<p><a href="http://www.pandorarivista.it/articoli/riconoscimento-della-cina-come-economia-di-mercato-uno-scontro-inevitabile/"><strong>http://www.pandorarivista.it/articoli/riconoscimento-della-cina-come-economia-di-mercato-uno-scontro-inevitabile/</strong></a></p>
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		<title>INCREDIBILE MA VERO: IL LUCROSO BUSINESS DELLA BANCHE CHE FINANZIANO LA PRODUZIONE DI BOMBE ATOMICHE</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Oct 2013 09:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877 di Giorgio Beretta Sono sempre loro: BNP Paribas e Deutsche Bank. Già ai vertici delle operazioni a sostegno dell’export militare italiano, figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee “most heavily involved” (più pesantemente coinvolte) nel [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877">http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877</a></p>
<p>di Giorgio Beretta</p>
<p>Sono sempre loro: <strong>BNP Paribas</strong> e <strong>Deutsche Bank. </strong>Già ai vertici delle <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Export-di-armi-i-governi-italiani-favoriscono-i-gruppi-bancari-esteri-a-UniCredit-gli-M-346-per-Israele-142714" target="_blank">operazioni a sostegno dell’export militare italiano</a>, figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee “most heavily involved” (più pesantemente coinvolte) nel supporto ai produttori di armi nucleari. Lo documenta il rapporto <em>“<a href="http://www.dontbankonthebomb.com/" target="_blank">Don’t Bank on the bomb</a>”</em> (qui <a href="http://www.dontbankonthebomb.com/wp-content/uploads/2013/10/DBOTB2013-FINAL.pdf" target="_blank">in .pdf</a>) diffuso ieri a livello mondiale dalla <a href="http://www.icanw.org/" target="_self"><strong>campagna ICAN</strong></a><em> </em><em>(International Campaign to Abolish Nuclear Weapons)</em> di cui la <a href="http://www.disarmo.org/" target="_blank">Rete Disarmo</a> è partner italiano.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il quadro internazionale: primeggiano le banche USA</h2>
<p>La ricerca – che è stata sviluppata da <a href="http://www.ikvpaxchristi.nl/" target="_blank">IKV Pax Christi Olanda</a> e la società di ricerche <a href="http://www.profundo.nl/page/language/english" target="_blank">Profundo</a> per la coalizione internazionale ICAN – fa seguito ad un’analoga ricerca <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_blank">pubblicata lo scorso anno</a>: riporta le <strong>298 istituzioni finanziarie pubbliche e private</strong>(soprattutto banche, assicurazioni, fondi pensione ecc.) che nell’ultimo quadriennio hanno investito circa <strong>314 miliardi di dollari</strong> a favore di <strong>27 compagnie ed industrie internazionali</strong> coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione delle armi nucleari.</p>
<p>La componete più consistente è rappresentata dalle istituzioni finanziarie con sede negli<strong>Stati Uniti</strong> (ben 165 su 298) che sommate alle 9 del <strong>Canada</strong> hanno movimentato quasi 223 miliardi di dollari. Quelle basate in <strong>Europa</strong> sono 65 con finanziamenti complessivi per oltre 73 miliardi di dollari; 47 quelle in <strong>Asia e Oceania</strong> con movimentazioni di oltre 17 miliardi di dollari; le 10 con sede in <strong>Medio Oriente</strong> hanno operato per 958 milioni di dollari e una in Africa per circa 6,2 milione di dollari. “In altri paesi dotati di armi nucleari &#8211; come la <strong>R</strong><strong>ussia, la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord</strong> &#8211; la modernizzazione delle forze nucleari è svolta principalmente o esclusivamente da agenzie governative” – avverte il rapporto (p. 29) e pertanto le istituzioni finanziarie di questi paesi non sono prese in considerazione.<span id="more-4372"></span></p>
<p><strong>Le prime dieci</strong> istituzioni per prestiti e finanziamenti alle industrie produttrici di sistemi nucleari hanno tutte sede negli Stati Uniti: si tratta di <strong>State Street </strong>(20,4 miliardi di dollari), <strong>Capital Group of Companies</strong> (19,5 milardi), <strong>Blackrock</strong> (19,3 miliardi),<strong>Vanguard Group</strong> (13,7 miliardi), <strong>Bank of America</strong> (12,2 miliardi), <strong>JP Morgan Chase</strong>(11,9 miliardi), <strong>Evercore Partners</strong> (8,6 miliardi), <strong>Citi</strong> (8,2 miliardi), Goldman Sachs (6,6 miliardi) e <strong>Fidelity Investments</strong> (6,2 miliardi).</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il quadro europeo: BNP Paribas e Deutsche Bank</h2>
<p>Tra le banche con sede in Europa e ampiamente operative in Italia, il rapporto segnala il gruppo francese <strong>BNP Paribas</strong> che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti a 20 ditte internazionali produttrici di armamenti nucleari per un valore complessivo di oltre 5,36 miliardi di dollari. E la tedesca <strong>Deutsche Bank</strong> che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti ad una decina di ditte produttrici di sistemi nucleari per oltre 4,76 miliardi di dollari.</p>
<p>“Proprio <strong>questi due gruppi bancari </strong>- commenta la <a href="http://www.banchearmate.it/home.htm" target="_self"><em>Campagna di pressione alle ‘banche armate’</em></a> &#8211; sono anche i più attivi nelle operazioni di sostegno all’export di sistemi militari convenzionali dal nostro paese. Nonostante le reiterate richieste della nostra campagna, questi due gruppi <strong>non si sono ancora dotati di direttive rigorose</strong><strong> e di rapporti trasparenti</strong> circa tutta la loro attività di finanziamento e servizi all’industria bellica&#8221;.</p>
<p>Tra i principali gruppi bancari europei che offrono prestiti o finanziamenti alle ditte internazionali produttrici di sistemi nucleari, il rapporto segnala anche le britanniche <strong>Royal Bank of Scotland</strong> (oltre 5,6 miliardi di dollari), <strong>HSBC</strong> (4 miliardi), <strong>Barclays</strong> (3,4 miliardi), i gruppi francesi <strong>Crédit Agricole</strong> (4,5 miliardi), <strong>AXA</strong> (3,6 miliardi) e <strong>Société Générale</strong> (3,3 miliardi), la svizzera <strong>UBS</strong> (3,3 miliardi) e la tedesca <strong>C</strong><strong>ommerzbank</strong> (2,4 miliardi): gran parte di queste banche sono anche attive nei servizi finanziari all&#8217;esportazione di armi italiane..</p>
<p>“I clienti di queste banche dovrebbero rendere chiaro ai propri istituti di credito che non vogliono assolutamente che i propri risparmi siano utilizzati per finanziare l’industria militare nucleare” – commenta <strong>Daniela Varano</strong>, del coordinamento internazionale di ICAN. “E’ importante e urgente, quindi, che i correntisti scrivano a queste banche per chiedere direttive che escludano il finanziamento alle industrie produttrici di armi nucleari e affinché gli istituti di credito rendano trasparente la propria partecipazione e i servizi che offrono alle aziende che producono sistemi sia civili che militari” – conclude Varano.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit</h2>
<p>Tra le <strong>aziende</strong> che erano coinvolte nella produzione di armamenti nucleari e loro vettori il <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_blank">precedente rapporto di ICAN</a> citava anche <strong>Fi</strong><strong>nmeccanica</strong>, la compagnia italiana di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il maggiore azionista. A seguito di quella pubblicazione, Finmeccanica nell’agosto 2012 ha annunciato in una lettera di “non essere coinvolta nella produzione di armi nucleari”. Ricerche indipendenti degli autori del rapporto hanno confermato la scadenza dei contratti relativi ad armi nucleari da parte del colosso militare italiano proprio nel 2012. Ciò ha portato all’esclusione dalla lista delle ditte, ma con l’impegno di un continuo monitoraggio e la ricerca di conferme da parte dell’azienda, per non dover giungere in futuro a inserire nuovamente Finmeccanica nella lista di produttori/sviluppatori di armamento nucleare.</p>
<p>Questa scelta ha ovviamente inciso sulla presenza nel rapporto di istituti di credito del nostro Paese. Nella <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_self">precedente edizione</a> del rapporto, infatti, venivano elencate 13 banche italiane o aventi sedi principali in Italia che contribuivano al finanziamento di aziende produttrici di armamenti nucleari. Essendo stata esclusa Finmeccanica, solo due figurano nel nuovo rapporto: si tratta di Intesa Sanpaolo e UniCredit.</p>
<p><strong>Intesa Sanpaolo</strong> è presente per aver effettuato prestiti o finanziamenti a Bechtel, Boeing, EADS, Fluor, Honeywell International, Northrop Grumman e Thales per un valore complessivo di <strong>819 milioni di dollari</strong>. Queste operazioni – si rileva dal rapporto – sono state in gran parte effettuate prima del dicembre 2011 quando la banca, capitanata dal presidente Bazoli, ha emesso <a href="http://www.group.intesasanpaolo.com/scriptIsir0/si09/sostenibilita/ita_wp_sostenibilita.jsp" target="_blank">una direttiva</a> che esplicita tra l’altro <em>“il divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria connessa alla produzione e al commercio di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali e in particolare le armi nucleari, biologiche e chimiche, le bombe a grappolo e a frammentazione, le armi contenenti uranio impoverito e le mine antipersona”.</em></p>
<p><strong>UniCredit</strong> è finita nella lista per aver effettuato prestiti finanziamenti a EADS, Honeywell International, Northrop Grumman, Thales e ThyssenKrupp per un valore complessivo di<strong>1,43 miliardi di dollari</strong>. “Una dichiarazione di posizione di UniCredit – segnala il rapporto – afferma che UniCredit, si astiene dall’intrattenere rapporti di finanziamento con società che producono, curano la manutenzione o commerciano armi controverse o non convenzionali quali le armi nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238”. (vedasi anche <a href="https://www.unicreditgroup.eu/it/sustainability/our-vision-of-sustainable-bank/policies---guidelines.html" target="_blank">qui</a>) “L’attuale applicazione della direttiva di UniCredit – si legge nel rapporto ICAN – non ha precluso la banca dall’investire in numerose aziende produttrici di armi nucleari. La policy, inoltre, è formulata genericamente e manca di chiarezza rispetto all’ambito di applicazione e di implementazione” (p. 78).</p>
<p>L’unica altra banca italiana citata nel rapporto è <strong>Banca Popolare Etica</strong>, ma – attenti bene – per una <strong>buona notizia</strong>. L’istituto di credito è infatti inserito – insieme ad altri undici &#8211; nella “Hall of Fame” delle banche che hanno adottato, implementato e pubblicato una “policy” in grado di <strong>prevenire in maniera completa e complessiva</strong> qualsiasi coinvolgimento finanziario con aziende che producono armi nucleari.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il governo italiano voti a favore delle messa al bando</h2>
<p>Diversamente dalle armi chimiche e biologiche, quelli <a href="http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Armi-Nucleari/(desc)/show" target="_blank">nucleari</a> sono <strong>gli unici armamenti di distruzione di massa non ancora messi al bando</strong> dal diritto internazionale nonostante sia chiaro ed accettato da tutti che per loro stessa natura possono operare uccisioni indiscriminate. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti (il maggiore Stato possessore di armi nucleari) Barack Obama ha affermato nei mesi scorsi che “finché esisteranno armi nucleari, non saremo completamente sicuri”.</p>
<p>E’ per questo che <strong>Rete italiana per il Disarmo chiede al Governo italiano</strong> di sostenere le iniziative internazionali per la messa al bando delle armi nucleari, come l’Iniziativa Umanitaria che andrà a breve in discussione alle Nazioni Unite.</p>
<p>L’idea è stata avanzata l’anno scorso dalla Croce Rossa Internazionale (<a href="http://www.icrc.org/eng/" target="_blank">ICRC</a>) e portata avanti principalmente da Norvegia e Sudafrica. “L’intenzione – spiega <strong>Lisa Clark</strong> di <a href="http://www.beati.org/" target="_blank">Beati i Costruttori di Pace</a> – è convincere i Paesi riluttanti per fedeltà atlantista a sostenere il disarmo nucleare non più per motivazioni ‘ideologiche’ di stampo pacifista, ma su basi pragmatiche di carattere eminentemente umanitario: le armi nucleari vanno bandite semplicemente perché, se venissero usate, gli Stati non potrebbero far fronte alla catastrofe umanitaria che ne seguirebbe”. Una ragione in più per cominciare a far pressione su quelle banche, attive anche nel nostro paese, che continuano a finanziarne la produzione e lo sviluppo.</p>
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