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	<title>ArruotaLibera &#187; terzo mondo</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>La fine di un&#8217;illusione</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jul 2013 07:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per quale motivo il capitalismo del secondo dopoguerra ha trovato negli Usa il suo terreno più favorevole? L&#8217;America aveva già subito il crac del 1929, cui fece seguito una dura recessione: come poteva diventare la nazione più importante del mondo? I nazisti erano stati sconfitti grazie soprattutto ai russi, non agli americani, che avevano invece [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per quale motivo il capitalismo del secondo dopoguerra ha trovato negli Usa  il suo terreno più favorevole? L&#8217;America aveva già subito il crac del 1929, cui  fece seguito una dura recessione: come poteva diventare la nazione più  importante del mondo? I nazisti erano stati sconfitti grazie soprattutto ai  russi, non agli americani, che avevano invece contribuito a sconfiggere  soprattutto i giapponesi, impadronendosi di tutte le loro colonie.</p>
<p>Eppure fu l&#8217;America a trarre i vantaggi più grandi dalla fine del conflitto.  È vero che gli Usa non poterono far nulla contro l&#8217;Urss, se non sganciando due  bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, giusto per far capire chi era il più  forte, ma poterono fare qualunque cosa sia nei confronti dello stesso Giappone  che nei confronti degli europei, loro alleati, usciti completamente distrutti  dalla guerra, che pur avevano vinto. Il piano Marshall fu la principale arma di  ricatto, quella che permise agli Usa di considerare l&#8217;Europa occidentale una  propria colonia.</p>
<p>Francia e Inghilterra smisero addirittura d&#8217;essere le prime potenze mondiali.  Come avrebbero potuto, finita la guerra, ridare credibilità al capitalismo? Con  le due guerre mondiali il capitalismo europeo l&#8217;aveva persa del tutto: nel corso  della prima era nata infatti la rivoluzione bolscevica e nel corso della seconda  il nazismo era stato sconfitto dal socialismo statale. Se non ci fossero stati  gli Usa a sbarcare in Normandia e in Sicilia, le sorti dell&#8217;Europa occidentale  sarebbero state segnate, nel senso che sarebbe diventata un continente  socialista. Troppo dolore avevano procurato le dittature nazi-fasciste. Forse  soltanto l&#8217;Inghilterra sarebbe rimasta capitalistica.</p>
<p>Invece dagli Usa venne una nuova ventata di ottimismo, un nuovo sogno in cui  credere, l&#8217;unica vera alternativa al socialismo statale. Ecco perché gli Usa  hanno dovuto costruire una gigantesca fabbrica dei sogni. Con loro il  capitalismo è diventato davvero un fenomeno di massa, strettamente associato  alla democrazia politica, dove l&#8217;individualismo è il fondamentale criterio di  vita per avere successo, dove si premia il merito di chiunque, senza guardare la  sua provenienza etnica o sociale o il suo credo religioso, dove tutte le  religioni sono uguali davanti allo Stato, dove l&#8217;emancipazione sessuale è  sicuramente più forte che in Europa.</p>
<p>La mentalità consumistica è entrata a far parte dello stile di vita europeo.  Gli elettrodomestici hanno invaso le nostre abitazioni e il cinema hollywoodiano  ha legittimato questa svolta epocale. La nuova democrazia veniva basata sulla  capacità di spendere. In cambio gli Usa chiedevano all&#8217;Europa d&#8217;essere  profondamente anticomunista. E l&#8217;Europa, nel complesso, obbedì, anche se, per  impedire lo sviluppo del socialismo, dovette dotarsi di uno strumento poco usato  in America: lo <em>Stato sociale</em>.</p>
<p>Dopo quarant&#8217;anni di guerra fredda è però avvenuto un fatto del tutto  inaspettato: il socialismo statale è crollato per motivi endogeni, in quanto la  giustizia sociale che garantiva veniva pagata dalla mancanza della libertà  personale (di parola, di associazione e persino di coscienza). Sembrava fatta.  Invece il capitalismo americano, dopo neppure un ventennio da quel crollo, ha  subìto un grave disastro finanziario, che ha avuto ripercussioni sul mondo  intero. Il sogno pareva finito. I debiti erano talmente grandi che s&#8217;è rischiato  un crac analogo a quello del 1929.</p>
<p>Cioè proprio mentre i paesi del cosiddetto &#8220;socialismo reale&#8221; capivano che  una società massificata, se non vuole finire in una guerra civile, ha bisogno  del capitalismo, gli Stati Uniti sono stati invece i primi a rendersi conto,  dalla fine della guerra, che, lasciando il capitalismo a se stesso, si rischiava  la bancarotta, cioè di morire a causa delle sue intrinseche contraddizioni.  Anche loro, quindi, erano arrivati alle stesse conclusioni cui era giunta  l&#8217;Europa nel corso delle due guerre mondiali.</p>
<p>Agli effetti disastrosi della <em>deregulation</em>, iniziata negli anni &#8217;80  col reaganismo, si è ad un certo punto dovuto supplire, con l&#8217;amministrazione  Obama, potenziando lo Stato sociale (almeno nel campo della sanità), benché non  sia mai mancata una legislazione sociale negli Usa (la prima risale al 1935,  grazie al presidente F. D. Roosevelt).</p>
<p>Tuttavia i nodi stanno venendo al pettine. Le differenze sociali, legate al  reddito, sono aumentati a dismisura nell&#8217;area dell&#8217;ex socialismo reale; le casse  degli Stati capitalisti non hanno più soldi per rimediare ai guasti del loro  sistema economico. Tutti i paesi capitalisti avanzati sono enormemente  indebitati, e anche il Terzo mondo, che loro sfruttano da almeno mezzo  millennio, non ne può più: questo gigantesco limone arriverà a un punto che non  si potrà più spremere, anche perché vi sono paesi (come Cina, India, Brasile&#8230;)  che vogliono decisamente far parte del Primo mondo.</p>
<p>Siamo seduti su una pentola a pressione: sentiamo il fischio uscire dalla  valvola di sicurezza, ma nessuno è capace di abbassare il fuoco e, tanto meno,  di spegnerlo. La politica non sa trovare alcun vero rimedio ai guasti  dell&#8217;economia. Invece di ipotizzare sin da adesso una via d&#8217;uscita, praticabile  per tutti, continuiamo a ballare sul Titanic.</p>
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		<title>Hosea Jaffe e il colonialismo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 15:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[I Giustamente Hosea Jaffe sostiene, in Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo (ed. Jaca Book, Milano 2007), che l’idea engelsiana di favorire il colonialismo europeo per accelerare il processo di industrializzazione nelle periferie coloniali, al fine di porre le basi per una transizione al socialismo, era un’idea non “socialista” ma “imperialista”, frutto di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">I</p>
<p>Giustamente Hosea Jaffe sostiene, in <em> <a href="http://www.ibs.it/code/9788816407633/jaffe-hosea/davanti-colonialismo-engels.html?shop=2684" target="_blank">Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo</a></em> (ed. Jaca Book, Milano 2007), che l’idea engelsiana di favorire il colonialismo europeo per accelerare il processo di industrializzazione nelle periferie coloniali, al fine di porre le basi per una transizione al socialismo, era un’idea non “socialista” ma “imperialista”, frutto di un’interpretazione meccanicistica o deterministica del materialismo storico-dialettico.</p>
<p>E ha altresì ragione quando afferma che la contraddizione principale, nell’ambito del capitalismo, è diventata, a partire dalla nascita del colonialismo, non tanto quella tra capitalista e operaio delle aziende metropolitane, quanto quella tra Nord e Sud, dove con la parola “Nord” non si deve intendere solo l’imprenditore ma anche lo stesso operaio che nell’impresa capitalista si trova a sfruttare, seppure in maniera indiretta, le risorse del Terzo Mondo.</p>
<p>Detto questo però Jaffe non è in grado di porre le basi <em>culturali</em> per comprendere la nascita del capitalismo (che non può essere considerato una mera conseguenza del colonialismo, in quanto quest’ultimo s’impose già nel Medioevo con le crociate ed esisteva già al tempo della Roma e della Grecia classica e non per questo è possibile parlare di capitalismo, che storicamente nasce solo nel XVI sec.). Jaffe non è neppure in grado di porre le basi <em>politiche</em> di un accordo tra il proletariato del Nord e quello del Sud.</p>
<p>Alla fine del suo percorso egli si ritrova su posizioni speculari a quelle engelsiane: laddove infatti si considerano interi continenti (Asia, Africa, America latina) incapaci di avviare l’industrializzazione borghese in maniera autonoma e quindi di favorire una transizione al socialismo, qui invece si considera l’occidente, <em>en bloc</em>, del tutto inadatto a comprendere i meccanismi mondiali dello sfruttamento economico; il che fa diventare  assolutamente inutile il tentativo, da parte del proletariato coloniale, di cercare, nelle aree metropolitane dell&#8217;occidente, quei soggetti che possono condividere i suoi processi di democratizzazione sociale.</p>
<p>Hosea Jaffe assume una posizione deterministica rovesciata, al punto che gli diventa impossibile esprimere dei giudizi obiettivi sui limiti delle esperienze socialiste dei paesi coloniali (come quelle avvenute a Cuba, in Cina, nella Corea del Nord ecc.).</p>
<p>Pur di poter manifestare una posizione contraria all’occidente <em>in sé</em>, considerato quasi come una categoria metafisica, Jaffe è disposto a transigere su molti difetti dei regimi socialisti. Anche perché continuamente ribadisce la tesi trotskista secondo cui una transizione al socialismo è più facile in un paese economicamente arretrato che non nell’occidente avanzato.</p>
<p>Alla fine non gli resta che auspicare una terza guerra mondiale in cui lo scontro non avvenga più tra potenze imperialistiche ma tra Nord e Sud. Col che lascia del tutto irrisolto il nodo relativo al modello di sviluppo. A lui interessa soltanto che il Sud si liberi del Nord, non che si liberi anche della sua assurda industrializzazione.</p>
<p style="text-align: center">II</p>
<p>In realtà non è di nessuna importanza che un paese sia industrialmente  &#8220;avanzato&#8221; o &#8220;arretrato&#8221; ai fini della transizione al socialismo. Quello che più  importa è la capacità di saper organizzare una rivoluzione che porti  effettivamente a vivere una transizione verso il <em>socialismo democratico</em>.</p>
<p>In astratto infatti si può dire che un paese arretrato, sul piano  		industriale, è più vicino alle idee del socialismo in quanto è più  		vicino al <em>pre-capitalismo</em>, cioè alla cultura <em>pre-borghese</em>. Ma si può  		anche dire il contrario, e cioè che quanto più un paese è  		industrialmente avanzato, tanto più avverte il problema di uscire dalle  		contraddizioni del sistema, che rendono la vita invivibile, specie per  		le conseguenze ambientali che ha.</p>
<p>Nei paesi avanzati non sono avvenute rivoluzioni socialiste non  		perché è più facile che queste avvengano nei paesi arretrati &#8211; come  		diceva Trotski -, ma perché i paesi avanzati industrialmente sono anche  		quelli che praticano il <em>colonialismo</em>, oggi a livello internazionale,  		seppur, rispetto a ieri, in forme più economico-finanziarie che politico-militari.</p>
<p>Nel mondo non esistono paesi avanzati o arretrati <em>autonomi</em>, in  		grado di sperimentare percorsi <em>indipendenti</em> gli uni dagli altri.  		Nel mondo esistono paesi avanzati sul piano tecnologico che dominano  		politicamente o anche solo economicamente altri paesi arretrati sul  		piano industriale.</p>
<p>Tale dipendenza impedisce di servirsi liberamente delle tradizioni  		pre-borghesi per realizzare una transizione al socialismo. Questo  		peraltro il motivo per cui Lenin non credeva che il populismo russo, con  		la sua idea di &#8220;comune agricola&#8221;, sarebbe riuscito a impedire la  		diffusione del capitalismo in Russia.</p>
<p>Se i paesi avanzati non avessero colonie da sfruttare, le loro  		contraddizioni interne, a causa dei rapporti fortemente antagonistici,  		diverrebbero esplosive in poco tempo. Invece, grazie allo sfruttamento  		coloniale, il peso di queste contraddizioni può essere scaricato sui  		paesi arretrati.</p>
<p>L&#8217;Europa occidentale ha iniziato a comportarsi così già con la civiltà  		cretese, ereditata poi da quella ellenica; ha continuato a farlo, in  		grande stile, coi Romani; ha proseguito nel Medioevo col  		fenomeno delle crociate; e in epoca moderna ha inaugurato con la  		scoperta dell&#8217;America il colonialismo su scala mondiale.</p>
<p>Sono almeno tremila anni che l&#8217;Europa ha una pretesa di dominio verso  		le realtà più deboli. Ogniqualvolta i conflitti sociali diventano troppo  		acuti per poterli risolvere pacificamente, in politica interna si usano  		i sistemi autoritari, i metodi repressivi, e in politica estera si  		adottano programmi di conquista coloniale, di sfruttamento delle risorse  		altrui, umane o naturali che siano.</p>
<p>Ai problemi di natura sociale ed economica si risponde con soluzioni  		poliziesche (all&#8217;interno) e militari (all&#8217;esterno). Dopo aver represso  		il dissenso interno, si cerca di contenere il malcontento generale,  		facendo pagare a popolazioni estranee il prezzo delle proprie  		contraddizioni.</p>
<p>Ecco perché il dissenso interno riesce a trovare, temporaneamente o  		in territori circoscritti, uno sfogo alle proprie frustrazioni. I  		dissidenti si trovano a vivere nelle colonie quegli stessi rapporti  		antagonistici che subivano in patria, con la differenza che ora, nelle  		colonie, sono loro che li fanno subire alle popolazioni e ai loro  		territori conquistati.</p>
<p>Anche ammettendo che nella loro terra d&#8217;origine i dissidenti volevano  		realizzare una qualche transizione al socialismo, bisogna dire che  		questa esigenza non s&#8217;è mai realizzata nelle colonie ch&#8217;essi hanno  		conquistato o semplicemente abitato. E non solo perché la loro stessa madrepatria non  		gliel&#8217;avrebbe mai permesso.</p>
<p>I coloni hanno sì potuto riscattarsi dal peso delle  		contraddizioni subìte in patria, ma solo perché sono diventati i nuovi padroni  		in casa altrui. Non hanno mai cercato un rapporto di collaborazione con  		le popolazioni incontrate, onde potersi opporre al dominio della  		madrepatria. E se l&#8217;hanno fatto, è stato in maniera strumentale, per  		necessità di circostanza, per aumentare il loro potere di colonizzatori. Il dissenso frustrato nella madrepatria s&#8217;è trasformato nelle colonie  		in dominio nei confronti dei territori conquistati e delle popolazioni  		sottomesse.</p>
<p>Questa cosa è potuta andare avanti finché ci sono state terre da  		conquistare e popolazioni da sfruttare. Ma oggi tutto  		il pianeta è stato colonizzato. Se le popolazioni sottomesse  		cominciassero a ribellarsi, non ci sarebbe più modo, da parte dei paesi  		tecnologicamente avanzati, di trovarne di nuove da sottoporre a nuovi  		sfruttamenti.</p>
<p>L&#8217;antagonismo non può più espandersi geograficamente, può solo  		acutizzarsi a livello sociale, là dove riesce a dominare. Se non riusciamo a realizzare una  		transizione al socialismo, le barbarie è assicurata.</p>
<p style="text-align: center">III</p>
<p>Detto questo, resta sempre da chiarire che cosa s’intenda per “socialismo democratico” e, su questo, Jaffe è incredibilmente lacunoso. Non avendo posto alcuna premessa per un discorso di tipo <em>culturale</em>, si trova a ripetere sempre le stesse cose, senza riuscire ad offrire suggerimenti significativi per uscire non solo dalla dipendenza coloniale, ma neppure dai meccanismi sociali e culturali che creano il <em>bisogno</em> di avere un dominio coloniale.</p>
<p>Qui il discorso si fa davvero ampio e tutto da costruire. Se Jaffe si fosse concentrato sulle origini socio-culturali del capitalismo, non avrebbe dato così grande peso al colonialismo, che pur di quelle origini è parte organica, ma sarebbe stato costretto a darne alla religione, alla teologia, alla filosofia, al diritto, all’arte, alla scienza, all’etica e alla morale, cioè a tutte quelle discipline che il marxismo ha sempre definito come “sovrastrutture” dell’economia e che, per questa ragione, sono sempre state considerate dagli studiosi di sinistra come una sorta di <em>mero rispecchiamento</em> della realtà concreta dell’economia. In realtà tra struttura e sovrastruttura esiste un reciproco condizionamento, che impone allo studioso un’analisi di tipo <em>olistico</em>, obbligata a tener conto di tutti gli aspetti nel loro insieme.</p>
<p>Lo stesso colonialismo dipende da una determinata <em>cultura</em>, esattamente come il capitalismo. Se gli uomini di una civiltà, di una religione, di una nazione ecc. si sentono, ad un certo punto, in diritto di dover conquistare territori altrui, significa che già al loro interno esiste questa deformazione, esiste già il senso del <em>dominio</em> da parte del più forte nei confronti del più debole. Questo senso o sentimento o atteggiamento sociale non dipende dalla psicologia dei popoli, ma da una <em>cultura</em>, da una <em>concezione della realtà</em>. E questa concezione, nell’antichità, si esprimeva soprattutto in chiave <em>religiosa</em> (mitologica o metafisica o razionale che fosse).</p>
<p>Le cause del colonialismo possono anche essere state sociali, politiche, economiche, ma noi dobbiamo cercare le cause <em>culturali</em>, quelle precedenti a tutto. Bisogna scoprirle e combatterle, proprio perché di fronte a una determinata situazione sociale  non si debba nuovamente rispondere con la scelta dell&#8217;antagonismo e quindi inevitabilmente  del colonialismo. Il problema principale infatti è quello di non ripetere, in forme diverse, gli errori del passato.</p>
<p>In occidente le forze progressiste non possono aspettare la fine del colonialismo <em>prima</em> di cercare un’alternativa al capitalismo. Se il problema sta anzitutto “fuori” (nelle colonie), alla fine <em>soltanto</em> quelli di “fuori” potranno risolverlo. Ma se la borghesia avesse aspettato la fine spontanea della rendita feudale, non sarebbe mai riuscita a far trionfare l’idea di profitto.</p>
<p><a href="http://www.ibs.it/libri/jaffe+hosea/libri+di+hosea+jaffe.html?shop=2684"> Tutti i libri di Hosea Jaffe</a></p>
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