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	<title>ArruotaLibera &#187; Territori</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Campana a morto per l&#8217;arrivo in veste di ambasciatore di Israele della pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein?</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 22:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo mesi di critiche da più parti, il nostro primo ministro Matteo Renzi ha chiesto al capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, di ritirare la nomina, decisa lo scorso agosto, ad ambasciatore di Israele in Italia della giornalista, pensionata ed ex parlamentare italiana Fiamma Nirenstein. Cittadina anche israeliana da appena tre anni, Nirenstein quando è in Israele continua a risiedere nella colonia di Gilo, tra Gerusalemme e Betlemme, considerata illegale dall’Onu al pari di tutte le colonie costruite ormai un po’ ovunque a macchia di leopardo nei Territori Occupati su terreni espropriati ai palestinesi dalle autorità militari israeliane. E non ha certo giovato la decisione, presa pochi mesi fa, di costruire altre 900 abitazioni proprio nella colonia di Gilo con l’obiettivo, esplicitamente dichiarato da Netanyahu, di &#8220;bloccare la continuità&#8217; territoriale tra Gerusalemme e Betlemme di un eventuale Stato palestinese”. A rivelare il gran rifiuto è il quotidiano israeliano Haaretz, secondo il quale &#8220;Si tratta di una nomina inopportuna e conflittuale, dato che la signora ha rappresentato in parlamento i votanti italiani e metterebbe con la sua candidatura in evidenza quali siano stati i suoi veri interessi”. Parole scritte da Haaretz, ma che riassumono quanto fatto sapere da Renzi a Netanyahu, rimasto deluso perché poco tempo fa aveva invece ottenuto l’aiuto di Renzi per far smussare gli spigoli di una presa di posizione del presidente Usa Obama decisamente critica verso la politica israeliana. Per parte sua comunque Palazzo Chigi smentisce di avere chiesto alcunché a Netanyahu, ma del resto non potrebbe certo ammetterlo pubblicamente.</strong></p>
<p><strong>La nomina della Nirenstein non era piaciuta neppure a Ruth Dureghello, presidente degli ebrei romani, e a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, che sempre secondo il giornale Haaretz avrebbero espresso la propria contrarietà al presidente della repubblica israeliana, Reuven Rivlin. “Dureghello e Di Segni”, ha scritto Haaretz, &#8220;hanno appunto espresso forte preoccupazione per le possibili ripercussioni negative di quella nomina sia per la comunità ebraica italiana sia per le relazioni fra Italia ed Israele&#8221;. Secondo Haaretz, i due contrari hanno fatto presente a Rivlin che fino a non molto tempo fa la Nirenstein era stata membro del parlamento italiano per il partito Forza Italia, donde il timore che la nomina della ex parlamentare potesse risollevare la questione di una asserita “doppia lealtà” degli ebrei italiani, e che essendo Nirenstein politicamente di destra la sua nomina potrebbe rappresentare un problema per l’attuale governo italiano. Rivlin avrebbe però fatto notare che le loro lagnanze avrebbero dovuto esprimerle non a lui, ma allo stesso Netanyahu in quanto unico titolare del potere di nomina degli ambasciatori. </strong></p>
<p><strong>Lo smacco Nirenstein si aggiunge a quello ricevuto a dicembre con la decisione del governo brasiliano di non accettare come nuovo ambasciatore di Tel Aviv il leader dei coloni israeliani Dani Dayan.</strong></p>
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		<title>Israele/Palestina: non tutti predicano l&#8217;odio e portano il cervello all&#8217;ammasso</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 08:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/ http://frammentivocalimo.blogspot.it/2012/10/alessandro-schwed-basta-con-la-guerra.html http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=37247 Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco? Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza per interrompere l’assedio. Passeggero I: Elik Elhanan , Israele Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/">http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/</a></p>
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<h1>Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco?</h1>
<div>
<p><em>Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo  della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza  per interrompere l’assedio.</em></p>
<p><strong>Passeggero I: Elik Elhanan , Israele<a href="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg"><img title="elik" src="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong>Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, è uno dei  passeggeri a bordo del veliero Estelle nell’ultima tappa verso Gaza.  Viene da una famiglia molto conosciuta emigrata in Palestina già negli  anni ’20. Il padre del nonno materno fu il primo ambasciatore israeliano  a Stoccolma. Il nonno materno, Matti Peled, fu il primo generale  israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare  gruppi pacifisti insieme ai palestinesi. Lasciò l’esercito e si dedicò  invece a un dottorato in letteratura araba.</strong></p>
<p><strong>Elik, che ora ha 35 anni, ha un passato giovanile di punk. Nel 1995  si arruolò nell’esercito israeliano ed entrò nel corpo dei paracadutisti  diventando con il passar del tempo un membro della squadra di élite.</strong></p>
<p><strong>Il quattro settembre 1997 sua sorella Smadar Elhanan, di 16  anni, tornava a casa da scuola sul viale Ben Yehuda a Gerusalemme.Era la  prima settimana di scuola e c’era molta gente in giro. Due attentatori  suicidi si fecero esplodere quel pomeriggio sul viale Ben Yehuda. Cinque  persone persero la vita e venti furono ferite.</strong></p>
<p><strong>Quando Elik venne a sapere dell’attentato chiamò a casa dal  reggimento, lo facevano tutti coloro che vivevano a Gerusalemme. Nessuno  aveva sentito niente di speciale. Quando chiamò gli aveva risposto un  vicino. I genitori erano usciti per identificare la figlia. Lei e la sua  migliore amica erano tra i morti.</strong></p>
<p><strong>Dopo la morte di Smadar, la loro madre, Noret Pelled Elhanan,  dichiarò che considerava il governo israeliano e la sua politica di  occupazione responsabili della morte di Smadar.<span id="more-3775"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Elik lasciò l’esercito dopo aver terminato il servizio militare e  viaggiò in giro per il mondo per circa due anni. Si stabilí a Parigi  dove prese contatto con attivisti provenienti da tutto il mondo che  combattevano contro l’occupazione della Cisgiordania e della striscia di  Gaza da parte di Israele.</strong></p>
<p><strong>I suoi genitori sono attivi nell’organizzazione “We lost a child”, un  ‘organizzazione per genitori israeliani e palestinesi che hanno perso  un figlio o una figlia. Suo padre, Rami, viaggiò due anni fa con un Ship  to Gaza interamente ebraico che voleva forzare il blocco, viaggio al  quale presero parte molti sopravvissuti all’Olocausto. (Vennero  fermati). Elik si uní ai militari che rifiutarono di partecipare alla  guerra contro Gaza nel 2002, “Il coraggio di dire di no”. Nel 2004 tornò  in Israele e costituí, insieme con palestinesi liberati dalle carceri  israeliane, un’organizzazione chiamata “Combattants for peace”.</strong></p>
<p><strong>E ora Elik viaggia a bordo della Estelle (quando scrivo  questo stiamo traversando lo stretto di Messina). Considera che il  blocco di Gaza è criminale. L’Europa potrebbe facilmente esercitare  pressioni su Israele dato che il 40% del commercio israeliano avviene  con l’Europa. Ma l’Europa e Israele sembrano aver stretto un accordo che  secondo Elik consiste in questo: L’Europa è perdonata per l’Olocausto a  condizione di non protestare contro l’occupazione e la repressione che  Isarele esercita sui palestinesi.</strong></p>
<p><em>Maria-Pia Boëthius, membro dell’equipaggio di Estelle</em></p>
<p><strong>Contatti stampa<br />
</strong>Mikael Löfgren, media co-ordinator per Ship to Gaza Svezia: +46 707983643 <a href="mailto:media@shiptogaza.se">media@shiptogaza.se</a><br />
Media team Italia : Paola Mandato +39 335 5712859 <a href="mailto:freedomflotillaitalia@gmail.com">freedomflotillaitalia@gmail.com</a></p>
<p>Approfondimenti<br />
lettera di Elik Elhanan <a href="http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005">http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005</a><br />
video di Elik Elhanan <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk">http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk</a></p>
<p>Foto di Elik Elhanan  fonte : <a href="http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/">http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/</a></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong><em>Fiorentino d’adozione, ebreo, torinese da parte materna e ungherese da parte paterna, Alessandro Schwed è più noto con lo pseudonimo di Giga Melik con il quale scriveva sul periodico ferocemente satirico Il Male. Scrittore-scardinatore di schemi, esploratore di vari generi di  narrazione, giocoliere della tragi-commedia umana, il 9 ottobre ha scritto per Il Foglio il seguente articolo:</em></strong></p>
<h3>Alessandro Schwed : &#8221; Basta con la guerra perpetua &#8220;</h3>
<div id="post-body-1529137029543172455"><strong><em>C’è quel preavviso israeliano all’Iran</em>. </strong><strong>Ha lasciato  una sensazione forte, a tratti è un vento forte, che poi si attenua, poi  è silente. Un’altra guerra si è messa in coda alle guerre della Storia.  Il Mediterraneo che si infiamma, altro che Atlantide. Che avvenga-non  avvenga l’attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, due popoli  attendono, dimenticano, di nuovo attendono. Nelle case di Teheran e Tel  Aviv chiamano al telefono i parenti nel mondo, parlano di quello che  potrebbe succedere. O non parlano con nessuno e la notte sognano la  guerra: da qualche parte la paura deve finire. Un’immane pazzia. Il  conflitto tra Israele e il mondo arabo, di cui l’Iran non è parte etnica  ma religiosa, è così permanente da essere eterno nell’agenda politica  mondiale.<br />
<em>Una guerra di guerre, lunga sessantaquattro anni,</em> il  cui inizio nel ’900 è visibile in filmati in bianco e nero. Il fatto  era, ed è rimasto, che l’esistenza di Israele era un’offesa, Israele non  doveva esistere. Poi Israele ha continuato a esistere, ha capitalizzato  le guerre vinte prima contrattando la restituzione dei Territori senza  riuscirci, e da vari anni, con questa destra in carica, assorbendo in  modo implicito, poi sempre più esplicito, i Territori. Netanyahu pare  ingoiarli, evitando di contrattare la restituzione, come se fosse un non  udente di un governo di non udenti. I Territori contengono la massa  crescente dei coloni, un sempre più consistente serbatoio elettorale con  cui fare i conti del consenso e degli affari edilizi, della costruzione  delle infrastrutture. C’è la onnipresente pervasività fisica,  economica, mediatica degli insediamenti israeliani, basta guardare la  carta geografica; c’è il macigno della non restituzione dei Territori;  la scomparsa dei tavoli della pace; il fine evidente di far prevalere lo  status quo; il prender piede, con le ultime ondate dell’Alyà, di nuove stratificazioni  etniche e sociali, la degenerazione dell’idea sionista in una cultura  pionieristica che ricorda sempre di più la storia del Far West o,  peggio, il cinema Hollywoodiano sul Far West e la dissoluzione delle  terre indiane. <em>Una semiguerra all’Iran, ma anche un’azione militare ostile nel suo territorio,</em> sarebbe la pietra tombale su qualsiasi accordo futuro per i Territori.  Un tale accordo non interessa questo governo di Israele che detiene nei  Territori una parte importante del proprio serbatoio elettorale, e che  in nome dei propri interessi politici e finanziari, non solo non è  interessato alla pace, ma forse le è contrario. Dato che le ragioni di  questa ostilità (una terra da restituire, l’aspirazione a uno stato  palestinese) sono proprio le ragioni che se rimosse con i sacrifici  dolorosi propri di una pace, danneggerebbero irreparabilmente gli  interessi politici e finanziari del governo e del suo elettorato. Perché  così si fa la pace con un nemico: rintracciando le vere ragioni  dell’ostilità, contrattandole con l’offerta di terra e compensazioni che  facciano arretrare quell’ostilità, in cambio dell’accettazione di  alcuni punti, per esempio il riconoscimento dello stato d’Israele;  mentre con minacce e azioni apertamente ostili come un blitz nei siti  nucleari iraniani si ottengono subito il logoramento e la rottura di un  qualsiasi tenue filo di dialogo. A fronte della mancata volontà  israeliana di pace ricercata a ogni costo (magari con sacrifici dolorosi  come la restituzione di Gerusalemme est e di Hebron), e anzi si  preferisce minacciare l’Iran, si rispecchia in modo uguale e contrario  la politica estera, o imperiale dell’Iran. La quale si offre come una  ripetizione di quello che faceva la vecchia Urss nella regione, posto  che il vero interesse del Cremlino nell’area era di mantenere  l’instabilità. Era il tempo in cui, in modo sottile, non veniva  realmente sostenuta la causa palestinese, la nascita di uno stato, ma  come accade oggi con l’Iran si armeggiava ad apprestare turbolenze, a  fare delle aspirazioni palestinesi un’arma di pressione nell’area più delicata del mondo.  Dunque, la questione palestinese usata come rubinetto da aprire e  chiudere: un’arma contrattuale. La chiave per altre mire e altre  trattative.<br />
<em>Ora che la politica estera è stata sostituita dalle  intraprese militari portate in giro per il mondo dalle coalizioni  occidentali</em>, e la pace-guerra è familiare agli occhi della  nostra opinione pubblica, il conflitto israelo-palestinese è  paradigmatico quanto al significato universale della parola “guerra”. La  lunghissima guerra tra Israele e Palestina illustra come un conflitto  possa avere utilità istantanea e alla lunga l’inutilità della peggior  beffa. Con la sua guerra di guerre vinte, Israele è riuscito a  resistere, mai ad avere vita normale; dall’altro lato, attraversando  come impunemente le sconfitte, i palestinesi hanno alimentato il sogno  di una Palestina che sorge addirittura al posto di Israele, ma non hanno  posto una sola pietra per la nascita dello stato palestinese. E così,  se consideriamo la guerra tra Palestina e Israele dal 1948, la vita dei  due popoli è paragonabile a quella di una persona di 64 anni che ha  vissuto l’intera vita chiusa in casa, al buio, senza avere mai visto il  sole. E a me pare che oggi, profondamente, la vita quotidiana di Israele  e Palestina ponga la questione filosofica del senso della guerra, la  sua incompatibilità col sentire del nostro tempo. Né vinta veramente né  persa per davvero, può una guerra continuata al posto della vita essere  una forma ufficiosa di società, con la gente che va al lavoro, alla  partita, a ballare, e a un tratto parte per Gaza o il Libano? O vive  confezionando ordigni, scavando tunnel, sempre un passamontagna sul  volto? A Gaza, i ragazzi giocano con la PlayStation, fanno la mitologica  parte di Messi, ma fra poco potrebbe partire una fatwa anche sui  Blaugrana che hanno ospitato Shalit a una partita col Real Madrid, e  così morirà anche questo innocente sogno infantile.<br />
<em>Può una guerra eterna seminare il futuro? </em>E può il  sistema delle guerre portate dalle coalizioni come esportazione della  pace, divenire un baluardo di civiltà e democrazia? Le vite di Israele e  della Palestina dicono di no, che servirebbe l’ordine della pace.  Mentre gli esiti della pace armata sono i quaranta morti al giorno in  Iraq, l’irriducibilità talebana (con cui già i sovietici fecero i  conti), gli attuali oltre duemila morti della coalizione occidentale, il  permanere di al Qaida la cui effettiva esistenza appare insondabile, e  raggela. La dottrina dell’esportazione della democrazia con la guerra ha  fallito e le strade di Baghdad snocciolano morti, del resto come può  una pioggia di missili sulle vie della tua città averti educato alla  democrazia? Noi che abbiamo visto in tv l’attuarsi dell’ordine  attraverso la miniserie dei bombardamenti in diretta, in Iraq, Kosovo,  Afghanistan, Libia, abbiamo constatato de visu che la guerra  “intelligente” fa crollare le mura dei bunker ma rende monchi e orbi  come la guerra antica. La guerra rimane sempre la stessa: un cannibale. <em>Israele potrebbe scegliere, malauguratamente, di agire se nell’imminenza delle presidenziali Obama mostrasse incertezze, </em>a seconda dell’andamento della campagna elettorale; oppure se i  repubblicani a un tratto fossero così forti da dettare un ritorno alla  dottrina Bush. Certo, non si può attaccare l’Iran per un dibattito  televisivo andato male a Obama. Per ora la realtà è che la Casa Bianca  dice di avere una visione del nucleare iraniano affine a Israele, ma una  diversa valutazione sulla tempistica di Teheran. Seconda cosa, il mondo  è attraversato da una crisi economica come metafisica, la sua lunghezza  non si piega e non si spiega: una crisi che è come una guerra mondiale  invisibile, e sia l’America che il mondo non possono permettersi due  contemporanee, fatali guerre mondiali. A fronte del flemmatico palleggio  della Casa Bianca che smorza il preavviso israeliano di guerra, il  ballon d’essai di Netanyahu torna nel campo di Israele, prigioniero  storico della filosofia della guerra preventiva, e trova lo stato  ebraico saldato alla propria immobilità, fatta di un sostanziale  disinteresse a una pace che non sia la dissoluzione geografico-politica  di una possibile patria di Quelli.<br />
Solo i popoli di Israele e Palestina sanno quanto sia insensato il  sistema della guerra. Per Israele la guerra è la struttura emotiva dei  giorni: gli ebrei israeliani sono usciti dalla Seconda guerra mondiale e  dalla Shoah, e sono stati fluidamente ingoiati da una guerra fatta di  guerre successive: come se la vita possa costituirsi solamente di  guerra, e nella migliore delle ipotesi bisogna essere pronti al suo  scatenarsi. In Israele è un dato naturale che ci sia la guerra, o che  sia dietro l’angolo, e anzi è pericolosamente sospetto il contrario: una  pace lunga significa che Quelli si stanno organizzando. Solo chi vive  così da generazioni, sa, consciamente o meno, che a una guerra lunga  generazioni corrisponde la depressione, la vita sui nervi e altri passi  sul viale dell’angoscia. <em>Con la guerra, nelle famiglie israeliane, hanno fatto i conti uno o molti;</em> e nel vicinato, sul pianerottolo, c’è sempre un vicino, un conoscente  che è diventato pazzo per aver perso la famiglia nella Shoah e un figlio  in guerra. E così, l’Israele moderno è paradigmatico di come la guerra  abbia un’utilità istantanea e un’inutilità assoluta. Il susseguirsi  delle guerre vinte, nel peggiore dei casi almeno non perse, ha  sviluppato l’odio crescente dei vinti e la stanchezza di quei  disgraziati dei vincitori. Questo governo Netanyahu dei preavvisi di  guerra esercita un’assenza di ricerca della pace, un’estraneità totale  all’azione di ascoltare il prossimo, che è condizione esistenziale di  non vita. Non è un caso che l’ultimo eroe di Israele non sia Rabin, che  aveva stretto la mano ad Arafat ed è stato assassinato, ma il corpo  dimenticato di Sharon: un né vivo né morto che certo non torna a vivere e  che misteriosamente non riesce a riposare in pace – metafora inquieta  della vita impossibile israeliana. Israele amplia gli insediamenti,  costruisce case e infrastrutture: è come se cullasse la tensione. Sta  smarrendo la normalità. E’ una vita in stato ebraico di assedio. E in  modo paradossale, questo rassegnarsi alla vita come guerra, assomiglia  alla sopravvivenza quotidiana del tempo mentale e fisico della Shoah.<br />
<em>Quanto vale per la guerra eterna tra Israele e il mondo  arabo, Israele e l’Iran, vale per le reiterate guerre occidentali nel  Golfo, nel Kosovo, in Afghanistan, Libia</em>. Per quanto tale modo  di operare venga chiamato peace keeping, contingenti di pace, guerra  umanitaria, quando volano gli aerei e cadono le bombe, i contingenti non  sono di pace. Guerre con “costi umani”, si dice, per non dire morirete a  chi sta per morire; guerre con obiettivi limitati, si dice, che  colpiranno “solo” le infrastrutture, come se strade, ponti, fabbriche,  stazioni ferroviarie siano parentesi della vita. Guerre in tv, come se  quell’essere di Baghdad nelle tv di tutto il mondo, la città di Aladino  che si immergeva in una fantasmagorica luce verde, rendesse plausibile  la pioggia dei missili da crociera Tomahawk sparati dal Golfo, come se  la crociera dei tubetti di ferro fosse una capatina in città. “Sono  stati sparati 130 missili da crociera” avverte quieto dal teleschermo lo  speaker, opzione sorridente della guerra nella vita di famiglia. Uno  torna a casa: cara, che è successo oggi? Niente, centotrenta missili da  crociera, centrati otto target, e fuoco amico a Kabul – ma nulla, non  erano italiani.<br />
<em>All’inizio, le guerre in Kosovo-Afghanistan-Iraq volano alte  tra le nubi dello spettacolo televisivo, poi piombano in basso e  colpiscono davvero. </em> La guerra corre, ci sono le dichiarazioni  dei rappresentanti dei governi. Si presentano ai microfoni in eleganti  abiti civili, come se non fossero loro a mandare gli aerei dato che  hanno la cravatta. Ci sono quelle dichiarazioni: nessuno ce l’ha coi  popoli colpiti, la guerra è contro il regime e i suoi capi. Va da sé che  non sono perforati solo i bunker del regime e le ville al mare dei  capi: saltano in aria le normali piazze con le normali panchine, le case  con i letti e i comodini e se va bene le scuole bruciano con dentro  solo i meravigliosi disegni dei figli. Ma le belle strade che legano i  quartieri si riempiono dei crepacci delle bombe, diventano strade  inutili, e anche se le trasmissioni televisive funzionano ancora e la  sera danno un film, la normalità ormai è scappata dalla finestra e  nessuno sa dove sia andata. La pietà, quella subentra quando finalmente  le macerie sono inquadrate dal basso assieme ai corpi immobili; e  risulta veramente strano che oltre alla guerra preventiva non possa  esserci la pietà preventiva, ma solo la sterile pietà successiva. Un  permanente Vietnam. Un set cine-bombardante che elimina dittatori e  rende profughi i popoli. Le case dissolte, le auto carcasse, le  popolazioni fuggite, le vie deserte, le tendopoli piene, l’acqua finita,  i padri scomparsi – la guerra è stata vinta. Da chi?<br />
<em>Guerra per una pozza d’acqua, come nell’inizio mitopoietico di “2001, Odissea nello spazio” di Kubrick.</em> Lì, poniamo quattrocentomila anni fa, viene ucciso il membro di un  gruppo di ominidi ancora privi di parola. Ringhiano, sbuffano, sono  dotati di un’andatura incerta. Quando giungono alla pozza, litigano con  altri ominidi per il suo possesso: il fatto è che lì si beve.  Converrebbe avere la pozza e bere al posto degli altri. Tra gli ominidi  c’è una discussione stilisticamente brutale. Le urla sono sempre più  forti e ha luogo la prima uccisione della storia. Non originata da una  lite individuale, ma come sottende il racconto biblico di Caino e Abele  un omicidio-guerra per una contesa tra due gruppi identici ma  socialmente diversi. Uno è stanziale e vive presso la pozza, l’altro è  un gruppo che arriva da chissà dove per andare chissà dove e adesso ha  sete. Per invidia, balordaggine, la prevalenza di un istinto  insopprimibile, scoppia la prima guerra umana. Alla pozza di Kubrik, la  scoperta di come risolvere il contenzioso e bere solo gli uni e  assolutamente nessuno degli altri, avviene per caso: un ominide tira su  da terra ’osso di un animale spolpato, reso bianco dal sole, e lo brandisce.  Per un’intuizione fatale, colpisce la testa a un contendente, che piomba  a terra senza vita. Urlava, ora però è in silenzio, misteriosamente  inerte. Tra gli ominidi si diffonde la vertigine: è stata tolta la vita.  I compagni del morto fuggono, gli altri giubilano: la morte può essere  data, c’è questo potere! In segno di trionfo, lo strumento che ha ucciso  un uomo per la prima volta della Storia, l’osso di una preda uccisa e  mangiata, viene tirato in cielo. <em>L’osso volteggia in alto, più in alto ancora, cinematograficamente diviene una stazione spaziale orbitante</em> – il tempo è passato in un soffio: l’ominide è un uomo. Fa  l’astronauta, comunica a distanze immense. Si nutre in modo funzionale  alla vita spaziale, strizza dei tubetti e ingoia sintesi cremose di  uova, verdure, carni. Galleggia in assenza di gravità, cammina  saltellando su pianeti dove non c’è ossigeno. Ora che non è più il  2001 del film, ma il nostro 2012, sappiamo che dopo avere orbitato nelle  stazioni spaziali, l’uomo ha ucciso e uccide come alla pozza  dell’acqua. Fa ancora la schifosa guerra. La storia umana passa da un  omicidio: tutte le scoperte e le acquisizioni della volontà ne sono  intossicate. E in modo appena visibile, un filo sottile che attraversa  la lunga stanza della Storia, tutto inizia da un colpo in testa, inferto  mediante l’osso di un animale ucciso per nutrirsi – versare sangue,  uccidere apparenta con la violenza, la rende una delle cose ordinarie di  oggi e di domani. Genesi è l’allegoria di un trauma: rompere l’armonia  tra le creature, fu altamente tossico: dalla morte è venuta la morte.  Perché la questione della guerra è la questione del Male: è metafisica,  muove lo spirito. Ora però, la moderna questione della guerra è che la  guerra in tv non seduce più. Non possiamo fantasticare più sulla guerra  romantica, i commilitoni, l’avventura. In tv, la guerra fa schifo. Mica è  un film, non c’è ritmo. C’è gente in fila per l’acqua, i bambini stano  zitti, a un angolo c’è un cadavere.<em> La guerra non è in sintonia con la nostra sensibilità, con gli occhi dei figli a tavola – non è ricevibile.</em> La guerra della giustizia strappa i corpi, lascia odio, è comunque  guerra. Certo, talora la guerra è stata utile: se a liberare l’Europa  non ci fossero stati gli americani e l’Armata rossa, chissà cosa sarebbe  oggi il mondo. Ma siamo nella post Storia, c’è l’attesa di vita, le  palestre, il culto del corpo, i viaggi, gli amici dei social network da  Milano a Giava: la guerra non è comprensibile, razionalizzabile,  assimilabile. Perché ritenere che la guerra risolva, se non è affatto  così? Che il dolore fisico non ci sia, quando si vede bene che c’è?  Possiamo pensare che se quattrocentomila anni fa non ci fosse stata la  lesione dell’armonia universale, versare sangue di altre creature per  riempire se stessi di cibo e di possesso; se non avesse prevalso  l’impulso di versare sangue come una cosa naturale per nutrirci, una  cosa sopportabile, come infatti sopportiamo la convivenza degli occhi  miti del bue con la fetta di carne sul nostro piatto. Se tutto questo  non fosse mai successo, se non avesse prevalso mors tua vita mea, la  Storia sarebbe stata un’altra. Allora non ci sarebbero stati Auschwitz  né Hiroshima. Invece, c’è più di una guerra a generazione.<br />
<em>Alla fine abbiamo visto due Gheddafi, quello assalito e sparato, e quello ricomposto in un interno. </em>Di quello assalito si dice che siano stati i francesi ad assalirlo, ma  ad assalire è stata la solita guerra. Il secondo Gheddafi è quello di  qualche giorno dopo, ricomposto forse in una capanna. Era come se stesse  dormendo. Estraneo alla guerra che aveva appena finito di rimbombare,  appariva parte intrinseca di una pace sconosciuta sia al lui di prima  che a noi di ora. Affacciato al confine di quel mondo col nostro, il suo  corpo pacato domandava: “C’era bisogno di tutto questo?”.</strong></div>
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<h1>Tribunale Russell: &#8220;USA complici di Israele&#8221;</h1>
<div><strong>La corte privata, nata per la guerra in  Vietnam, accusa Washington di fornire sostegno economico e militare e  impunità alle violazioni contro il popolo palestinese.</strong></div>
<div><strong><em>Roma, 11 ottobre 2012, Nena News </em>-</strong></div>
<div><strong>Da New York si alza la voce  del Tribunale Russell sulla Palestina: gli Stati Uniti sono colpevoli di  complicità con le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi da  Israele contro il popolo palestinese.</p>
<p>La speciale corte, nata durante la guerra in Vietnam nel 1967, è un  corpo privato creato dal filosofo inglese Bertrand Russell e dal  francese Jean Paul Sartre e volto a investigare la politica estera  americana e l&#8217;intervento armato in Vietnam. Dal 2008 &#8211; anno  dell&#8217;Operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza &#8211; si occupa di  Palestina e il suo ultimo atto è giunto nella conferenza stampa di  lunedì a New York: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,  Washington è responsabile di complicità nella violenta repressione  israeliana contro la Palestina.</p>
<p>&#8220;Il Tribunale ritiene che il progetto di espansione coloniale  israeliana in atto, le sue politiche razziali, così come il militarismo  violento non sarebbero possibili senza il sostegno economico, militare e  diplomatico degli Stati Uniti &#8211; si legge nella bozza del rapporto  della corte &#8211; Si è creata una situazione per cui Israele ha ottenuto uno  status di immunità e impunità per la sua totale mancanza di rispetto  delle norme e gli standard del diritto internazionale, con l&#8217;aiuto degli  Stati Uniti&#8221;.</p>
<p>In particolare, secondo il Tribunale, Washington permette a Tel  Aviv di lavorare per rimanere uno Stato esclusivamente ebraico &#8220;a spese  dei diritti umani del popolo palestinese&#8221; e in violazione della legge  internazionale, <em>in primis</em> della Convenzione di Ginevra e della giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia.</p>
<p>Durante la conferenza stampa, la corte ha inoltre imputato a Israele  e Stati Uniti la mancata presenza alla quarta sessione del Tribunale,  nonostante i numerosi inviti ricevuti. Nell&#8217;ultimo rapporto si  elencano le violazioni israeliane, a partire dalla negazione del diritto  del popolo palestinese all&#8217;autodeterminazione e del diritto al ritorno  dei profughi palestinesi (garantito dalla risoluzione Onu 194 del  1948), la sistematica violazione delle centinaia di risoluzioni delle  Nazioni Unite in merito ai Territori Occupati e del diritto del popolo  palestinese a usufruire delle proprie risorse naturale e delle terre.</p>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>A cui si aggiungono la costruzione del Muro di Separazione  (considerato illegale dalla Corte Internazionale), la creazione di  colonie in territorio palestinese, l&#8217;espulsione continua di residenti  palestinesi dal proprio territorio, la demolizione sistematica di case  palestinesi, maltrattamenti e torture nei carceri israeliani e  l&#8217;utilizzo della detenzione amministrativa contro i prigionieri politici  palestinesi.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3783" title="19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg" alt="" width="477" height="241" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Israele colto con le mani nel sacco delle frottole &#8220;atomiche&#8221; all&#8217;AIEA per spingere alla guerra (anche) contro l&#8217;Iran?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 18:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Questa volta Israele pare proprio sia stato colto col sorcio in bocca, come si usa dire a Roma di qualcuno beccato con le mani nella marmellata, cioè in flagrante. Un sorcio in bocca per spingere alla guerra contro l&#8217;Iran con la solita scusa delle bombe atomiche a gogò, così come il precedente sorcio &#8220;atomico&#8221; in bocca agli Usa aveva &#8220;fruttato&#8221; l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq. Anche in quel caso, con i buoni uffici dei servizi segreti israeliani sempre pronti a sfornare dossier debitamente taroccati. Come è noto, l&#8217;Aiea è l&#8217;agenzia Onu che vigila contro la proliferazione di bombe atomiche, ma solo ed esclusivamente nei Paesi che hanno firmato il Trattato di Non Proliferazione. Israele NON l&#8217;ha firmato, perciò le sue centinaia di atomiche se l&#8217;è prodotte senza rotture di scatole né denunce o allarmi di un qualche tipo. Peraltro, secondo il libro &#8220;L&#8217;Iran e la Bomba&#8221; di Giorgio Frankel, Israele possiede anche le ben più terribili bombe H e forse anche le bombe N, cioè a neutroni, ordigni che ammazzano gli esseri viventi ma non danneggiano le costruzioni: vale a dire, una forma perfetta di &#8220;pulizia&#8221; se non etnica quanto meno &#8220;nazionale&#8221;. Più o meno un anno fa qualcuno ha recapitato all&#8217;Aiea un dossier che &#8220;dimostrava&#8221; come l&#8217;Iran fosse ormai a un passo dal produrre ordigni nucleari. Peccato che all&#8217;Aiea qualcun altro s&#8217;è accorto che nel documento, redatto in lingua farsi, quella più parlata in Iran, ricorrevano termini che nessun iraniano usa più: guarda caso, li usano solo i membri della comunità ebraica locale…. E taciamo sulla &#8220;inspiegabile&#8221; uccisione di scienziati nucleari iraniani e sul virus informatico che ha paralizzato per qualche mese i computer addetti al controllo e al funzionamento dei reattori nuvleari iranianu tilizzati per produrre corrente elettrica. Guarda caso, qualcuno s&#8217;è accorto che nella sequela di termini che componevano il virus ce n&#8217;era uno che figura nella bibbia….</strong><span id="more-3403"></span></p>
<p><strong>Questa volta la panzana è stata veicolata da un giornale francese, Le Figaro, con articoli il cui succo era che &#8220;l&#8217;Iran prepara la bomba nucleare&#8221;. Le Figaro ha dato la notizia &#8220;ufficiale&#8221;  che anticipava i contenuti del rapporto che l&#8217;Aiea  illustrerà il 17 novembre prossimo a Vienna in occasione del meeting annuale. Il documento, ha scritto il giornale francese, &#8220;dovrebbe essere il più duro e più completo mai redatto dall&#8217;organizzazione sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano&#8221;. Secondo le informazioni ottenute da Le Figaro, &#8220;prove alla mano&#8221; l&#8217;Aiea si prepara a denunciare il carattere militare di tale programma, che avrebbe l&#8217;obiettivo di dotare il paese della bomba atomica. E in Italia abbiamo addirittura letto che &#8220;l&#8217;Iran testa la bomba atomica&#8221;, espressione che in italiano e nella testa della gente richiama i test atomici, cioè l&#8217;esplosione di bombe atomiche sperimentali provocata, magari sottoterra, per capire se l&#8217;ordigno funziona e se funziona bene come dovrebbe. Abbiamo anche letto di come il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi indecorosi ministri della Difesa Ehud Barak (cognome che risale alla parola &#8220;pace&#8221;…) e degli Esteri Avigdor Lieberman fossero pronti a bombardare l&#8217;Iran e premessero sul presidente Usa Obama per avere il disco verde. Anzi, abbiamo letto come fossero pronti perfino ad agire senza permesso Usa con l&#8217;aiuto degli inglesi per mettere Obama, e l&#8217;Europa, di fronte al fatto compiuto.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Il boccone più ghiotto di questa nuova manovra guerrafondaia, e quindi criminale,  era che lo &#8220;scienziato nucleare&#8221; russo Vyacleslav Danilenko aveva confessato &#8211; ma a chi? &#8211; di avere &#8220;aiutato l&#8217;Iran a produrre l&#8217;atomica&#8221;. Che si voleva di più per bombardare o invadere l&#8217;Iran? Il divolo però, come è noto, fa le pentole, ma non i coperchi: E così i giornali e le tv russe hanno scoperto che lo scienziato in realtà Danilenko si è occupato in vita sua solo di produzione di per ora microscopici diamanti artificiali, tanto microscopici da essere chiamati nanodiamenti, ottenuti sottoponendo campioni di carbonio a pressioni gigantesche provocate da esplosioni.  In pratica si tratta di sottoporre il campione di carbonio (può parere strano, ma i diamanti sono una forma del carbonio) a mega pressioni simultanee provenienti dall&#8217;alto e dal basso, da avanti e da dietro, dall&#8217;alto e dal basso, insomma da varie direzioni. Megapressioni che si possono ottenere per esempio facendo esplodere nello stesso attimo delle cariche che sparano come proiettile ognuna un cilindrino di acciaio, in modo che tutti assieme schiaccino da vari lati e nello stesso istante il campione di carbonio. L&#8217;innesco delle atomiche è più o meno lo stesso. Si tratta infatti di sparare nello stesso attimo e in modo concentrico l&#8217;uno contro l&#8217;altro pezzi di uranio 235 o di plutonio, in modo che sommati formino la famosa massa critica, una decina di chili, necessaria per l&#8217;esplosione atomica. Ecco perché qualche zuzzerellone ha pensato bene di far &#8220;confessare&#8221; a Danilenko l&#8217;inconfessabile. O meglio: l&#8217;impossibile. Da notare che i nanodiamanti di cui si è occupato Danilenko vengono usati nella fabbricazione di lubrificanti e gomma, e in futuro potrebbero trovare applicazioni anche in campo medico. Non vorremo proibire all&#8217;Iran anche la produzione di lubrificanti, gomme, medicinali e attrezzi sanitari!</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>E comunque per produrre una bomba atomica o il suo innesco pluridirezionale non ci vogliono più uno o tanti geni, basta chiunque abbia studiato Fisica nucleare o si sia tenuto al corrente, pur senza studiarla, di come si produce una atomica. Basterebbe un neo laureato o perfino il sottoscritto che ha studiato Fisica senza laurearsi, ma che per passione o curiosità s&#8217;è tenuto al corrente di certi argomenti. Anzi, ormai credo che basti consultare Wikipedia o cercare su Google e si viene a sapere come deve essere configurata la massa critica della bomba atomica e il suo innesco. Il problema è &#8220;solo&#8221; procurarsi la quantità di uranio o plutonio sufficiente. Ovviamente non per una sola bomba, che non serve a nulla, ma almeno varie decine. Servono cioè molti quintali o qualche tonnellata di uranio 235 o di plutonio. Per produrre  quantitativi così grandi bisogna lavorare in modo molto ma molto complesso quantità sterminate di rocce scavate nei giacimenti di minerali uraniferi. E&#8217; qui che Wikipedia, Google, i neo laureati e i curiosi come me non bastano neppure da lontano. Servono invece fior di specialisti e fior di macchinari, in quantità che l&#8217;Iran non ha e certo non può procurarsela senza che se ne accorga anche un orbo.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Contatto dal quotidiano russo Kommersant, il settantaseienne ucraino Danilenko, ora in pensione, si è rifiutato di parlare di Iran, dicendo soltanto: “Non sono un fisico nucleare e non sono il padre del programma nucleare iraniano”. I suoi colleghi hanno confermato il lavoro di Danilenko. Vladimir Padalko, a capo di una compagnia che produce nanodiamanti, ha spiegato all’Aiea e al Dipartimento di Stato americano che “i nanodiamanti non hanno nulla a che fare con le armi nucleari”. Padalko ha confermato che Danilenko lavorò in Iran nella seconda metà degli anni Novanta, ma per la produzione, appunto, di nanodiamanti.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Se Le Figaro e la stampa israeliana, seguita a ruota da quella europea e solo in parte Usa, hanno subito messo in funzione le sirene dell&#8217;allarme rosso atomico, l&#8217;inglese  Guardian è stato più prudente,  anche se si è mantenuto possibilista. La stessa cautela è del Il Kommersant. Il giornale russo cita una fonte vicina a Rosatom, colosso russo dell’energia nucleare, secondo la quale  ”la tecnologia dei nanodiamanti è un campo estremamente specialistico, anche se alcune competenze di Danilenko si potrebbero rivelare utili nella costruzione di esplosivi nucleari”. L&#8217;espressione &#8220;esplosivi nucleari&#8221; è però sballata: si tratta di esplosivi classici, anche se sofisticati come per esempio il T4 e i suoi derivati. Gli &#8220;esplosivi nucleari&#8221; NON esistono: esistono l&#8217;uranio e il plutonio che, in massa critica, esplodono come bomba atomica anziché come bomba classica.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Come è nata quest&#8217;altra brutta storia puzza lontano un miglio. Sta di fatto che il Guardian ha usato a un certi punto questo titolo: “Perché i media Usa credono il peggio sull’Iran? Nella loro disposizione a riciclare inconsistenti storie spaventose sull’Iran, dimostrano di non avere appreso affatto la lezione dell’Iraq e delle armi di distruzione di massa”. Già perché gli Usa, o almeno la Casa Bianca e i massmedia che le corrono dietro, sull&#8217;Iran cerdono &#8211; e avvalorano &#8211; sempre il peggio?</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>L’estraneità di Danilenko al campo nucleare è sostenuta anche dallo storico e analista di politica militare Gareth Porter, che tira in ballo David Albright, la fonte principale delle accuse mosse dal rapporto Aiea a Danilenko. Albright, sostiene Porter, non avrebbe controllato l’accuratezza delle accuse contro Danilenko, né il percorso lavorativo di quest’ultimo. Strana comunque la coincidenza del cognome dello scienziato russo, che deriva dal biblico Daniele, e il nome Daniel del commissario dell&#8217;Aiea che a quanto pare ha avvalorato le fandonie. Il rapporto Aiea sostiene infatti che vi siano “prove evidenti” sullo sviluppo iraniano di un sistema di esplosione per gli ordigni nucleari, alla cui creazione avrebbe contribuito in maniera determinante un esperto straniero. Ma il percorso di Danilenko lo ha visto sempre – a parte un breve periodo iniziale all’Istituto di ricerca scientifica nella città di Snezhinsk &#8211; lavorare  nel campo della sintesi dei diamanti, pubblicando a riguardo autorevoli studi sin dagli anni Sessanta. L’Iran ha infatti un ambizioso programma di sviluppo delle nanotecnologie, e la produzione di nanodiamanti rientrerebbe proprio in questo ambito. Lo stesso Danilenko ha confermato che il motivo della propria permanenza in Iran era legato appunto all’industria dei nanodiamanti.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Secondo Porter, lo Stato che ha informato l’Aiea della breve esperienza di Danilenko all’Istituto di ricerca scientifica russo di Snezhinsk, dove si portava avanti il programma nucleare russo, è stato Israele. In questo modo, sostiene l’analista americano, Israele cerca di influenzare l’opinione pubblica mondiale. Un compito che, secondo quanto detto dal ministro degli Esteri ai giornalisti Douglas Frantz Catherine Collins, è assolto da una specifica unità del Mossad.</strong></p>
<p><strong>Non avevamo nessun dubbio.</strong></p>
<p><strong>A dire il vero però a propalare certe menzogne &#8211; come già fatto per ottenere l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq &#8211; è il gruppo che negli Usa si chiama significativamente &#8220;Prima Israele&#8221; e i suoi simpatizzanti. George W. Bush se ne era circondato, come era circondato dai teo-con sionisti, che si vantavano di tenere ogni settimana alla Casa Bianca una riunione di studio della bibbia, a partire dal sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz.  Stando a Wikipedia e per esempio ai libri del giornalista James Petras, Wolfowitz ha la doppia cittadinanza, statunitense e israeliana. Pensate: il ministro della Difesa di un Paese che è anche cittadino di un altro Paese! Immaginiamo cosa sarebbe successo se Wolfowitz fosse stato cittadino anche cinese o iraniano o russo anziché israeliano….</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>La cosa grave è che, se non m&#8217;è sfuggito per distrazione qualcosa, nessun giornale in Italia ha riportato quanto scritto da Haaretz, e cioè che il rapporto dell&#8217;Aiea o è infarcito di cazzate o è una cazzata la notizia che contiene &#8220;prove definitive&#8221; sulle atomiche iraniane. Ripeto: forse mi sbaglio, però l&#8217;unico ad avere parlato di questo argomento è il giornale online al quale collaboro &#8211; <a href="http://www.blitzquotidiano.it ">www.blitzquotidiano.it </a>- che dopo un paio di ore dal mio avergli spedito l&#8217;articolo di Haaretz ha pubblicato un bel pezzo, in piena notte, sull&#8217;argomento. Allo stesso modo nessuno dà conto della seguente iniziativa, che ritengo invece vada diffusa e sostenuta:</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>&#8220;Palestina: tutti sugli autobus israeliani, per la libertà.</strong></p>
<p><strong>Martedì prossimo i Comitati per la resistenza popolare nonviolenta palestinese tenteranno di rompere l&#8217;apartheid e salire sugli autobus dei coloni che illegamente entrano nella Cisgiordania e che collegano le colonie a Tel Aviv o a Gerusalemme. Si tratta di un&#8217;azione ispirata a quelle dei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti.  Il primo tentativo sarà proprio il 15 novembre, e anche di questo parleranno gli attivisti che domani si riuniranno di fronte al Campidoglio, nell&#8217;ambito della campagna dei lunedì italiani per i prigionieri palestinesi  (  <a href="http://www.osservatorioiraq.it/content/i-luned%C3%AC-italiani-per-i-prigionieri-palestinesi">http://www.osservatorioiraq.it/content/i-luned%C3%AC-italiani-per-i-prigionieri-palestinesi</a> ) . Cinquant&#8217;anni dopo la Freedom Riders contro la segregazione (  <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Freedom_riders">http://en.wikipedia.org/wiki/Freedom_riders</a> ) i palestinesi scenderanno in strada per far valere il loro diritto di libertà e dignità contro il regime militare dell&#8217;occupazione, attraverso i metodi della  disobbedienza civile e pacifica. I manifestanti mirano a evidenziare i tentativi di Israele di tagliare illegalmente i collegamenti tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania, senza contare che sono in programma &#8211; in territorio palestinese &#8211; nuove linee di collegamento tra Gerusalemme e alcune città israeliane, come Eilat e Beit She&#8217;an. A ciò va aggiunto che attualmente i palestinesi devono essere &#8216;autorizzati&#8217; a entrare in Israele, richiedendo un permesso speciale alle autorità israeliane. Anche all&#8217;interno dei Territori Occupati, la libertà di movimento è ancora fortemente limitata&#8221;.</strong></p>
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		<title>&#8220;Un pezzo di Palestina è in Libano&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 22:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Un pezzo di Palestina è in Libano&#8221;, ci scrive la mia amica Stefania Limiti in questo breve reportage da lei intitolato &#8220;Voci dai campi profughi dove si vive in condizioni estreme. Con la grande illusione che Israele, paese che occupa militarmente terre di altri, voglia costruire la pace&#8221;. Avrei dovuto partire con Stefania e un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un pezzo di Palestina è in Libano&#8221;, ci scrive la mia amica Stefania Limiti in questo breve reportage da lei intitolato &#8220;Voci dai campi profughi dove si vive in condizioni estreme. Con la grande illusione che Israele, paese che occupa militarmente terre di altri, voglia costruire la pace&#8221;. Avrei dovuto partire con Stefania e un gruppetto di volenterosi, ma occuparmi del libro per don Andrea Gallo &#8220;Non uccidete il futuro dei giovani!&#8221;, che arriva in libreria sabato prossimo, mi ha assorbito talmente da avermi impedito, oltre ad anche un solo giorno di ferie, di tornare in Libano. Leggiamo cosa ci scrive Stefania:</strong></p>
<p><strong>Scrivo questo post di ritorno da Beirut, dove il Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila ha portato la solidarietà ai rifugiati della Palestina.<br />
Un pezzo di Palestina è in Libano. Oltre cinquecentomila persone, cacciate dalle loro case nel 1948 e poi nel 1967, vivono in circa dodici campi profughi sparsi nel paese dei Cedri, oggi alle prese con una difficile sfida per difendere la propria indipendenza e per superare l&#8217;eredità coloniale.<br />
Nel 2003 l&#8217;ufficio centrale di statistica palestinese (Pcbs) calcolava che nel mondo ci sono 9.6 milioni di palestinesi: quasi cinque milioni (4.8 per l&#8217;esattezza) quelli della diaspora &#8211; una delle grandi tragedie del &#8216;900 completamente rimossa &#8211; che vivono in Giordania, Libano, Siria ma anche in altri stati arabi, Europa e Stati uniti: un milione e centomila vivono in Israele, i cosiddetti «arabo-israeliani», 3.7 quelli che risiedono nei Territori occupati &#8211; 380 sono le scuole gestite dall&#8217;Unrwa, l&#8217;agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, un dato che segnala la gran quantità di bambini palestinesi costretti ad affrontare lo studio in condizioni di grande difficoltà.<span id="more-3353"></span></strong></p>
<p><strong>Ciascun palestinese della diaspora, in genere, spera di poter tornare a visitare un giorno, o a vivere, nella terra dove loro o i loro cari sono stati cacciati. Il loro caso non compare in nessuna agenda internazionale. In particolare, le autorità del Libano, dove i palestinesi da sempre hanno segnato con la loro cultura e il loro protagonismo la vita del paese, portando progresso ma anche le inevitabili divisioni, vorrebbero volentieri disfarsene: non a caso la competenza su di loro è assegnata al ministero dell&#8217;Interno, come fossero un fatto di ordine pubblico e non a quello degli Affari sociali. I Palestinesi in Libano sono stranieri di serie b, senza la possibili di andarsene: non hanno neanche un passaporto ma solo la carta rilasciata dall&#8217;Onu che attesta il loro status di profugo. Come risolvere la grande questione dei rifugiati, se non riconoscendo il loro diritto al ritorno, proprio come prevede la risoluzione dell&#8217;Onu numero 194? &#8211; strano caso del destino, lo stesso numero d&#8217;ordine che verrebbe assegnato allo Stato palestinese, se venisse riconosciuto dal Palazzo di Vetro il suo diritto alla esistenza.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Pensate: la validità di quella risoluzione (che stabilisce il diritto al ritorno e al risarcimento economico e morale dei profughi della Palestina) è stata riafferma da ben 120 votazioni nel corso di questi anni &#8211; anche se, più delle tre cifre, colpisce il fatto che è stata sempre, pervicacemente, disattesa. Fu approvata l&#8217;11 dicembre del 1948, verso la fine della guerra arabo-israeliana ed esprime apprezzamento per gli sforzi dell&#8217;inviato delle Nazioni Unite Folke Bernadotte dopo il suo assassinio da parte dei membri della Banda Stern.<br />
Uno dei grandi interrogativi che pesa sulla iniziativa diplomatica dell&#8217;Autorità palestinese riguarda i confini: come chiamare Stato il residuo delle terre di Cisgiordania e Gaza, prive di contiguità territoriale, rosicchiate dagli insediamenti israeliani che hanno ridotto progressivamente i confini della Palestina stabiliti nel 1967? Ma l&#8217;interrogativo che angoscia i rifugiati riguarda la loro esistenza: se il riconoscimento dello Stato palestinese li dimenticasse, ci ha spiegato a Beirut il ricercatore indipendente Jaber Suleiman, del Gruppo Ritorneremo, (autore di Marginalised Community: the case of Palestinian Refugees in Lebanon, edito dal Development Research Centre on Migration, Globalisation and Poverty, aprile 2006) allora non sarebbe un evento da salutare con entusiasmo. Per Talal Salman, stimato intellettuale libanese, direttore di As Safyr, uno storico giornale indipendente di Beirut, i negoziati sono una perdita di tempo: Israele non ha nessuna intenzione di fare la pace, gli Stati Uniti non hanno intenzione di convincerli, e senza una soluzione per loro, i rifugiati, non si chiuderà mai la piaga dell&#8217;occupazione.<br />
I profughi in Libano vivono in condizioni davvero estreme ma non rinunciano alla loro dignità e alla loro storia: nei campi accolgono le delegazioni con le musiche tradizionali cantate da ragazze e ragazzi in abiti tradizionali, allevano i loro figli cercando di preservarli dall&#8217;angoscia che nasce quando non c&#8217;è futuro, e di strapparli alla rapacità di alcuni gruppi di terroristi radicali, un fenomeno controllato ma non certo inesistente. E pensano alla loro Palestina le giovani educatrici che organizzano i corsi anti-violenza per bambini e donne del campo di El Buss, nel sud del Libano, i medici e gli insegnanti che si prendono cura della gente in ogni misero campo o gli attivisti dalla Ong Beit Atfal Assoumud (partner del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila nel viaggio), un poderoso, laico argine, insieme al suo leader, Kassem Aina, al lavoro dei gruppi estremisti fondamentalisti.<br />
In questi giorni, alla vigilia del dibattito sulla risoluzione presentata dall&#8217;Autorità palestinese che chiede di essere riconosciuta come Stato, colpisce la violenza di alcuni commentatori ospitati dai maggiori quotidiani italiani i quali hanno spesso un argomento su cui poggiare la loro invettiva contro l&#8217;esistenza di uno Stato palestinese &#8211; pur sapendo che non c&#8217;è più terra disponibile per realizzarlo, se Israele non si ritira dai propri insediamenti: tirano fuori le &#8220;offerte israeliane di pace&#8221;, un mito creato a tavolino, insieme ad una massiccia offensiva mediatica contro il presidente Yasser Arafat, indicato come il responsabile del fallimento del negoziato e del rifiuto delle &#8220;proposte di pace&#8221;  di Ehud Barak. Un&#8217;interessata bugia per nascondere il nodo del conflitto: il fatto che Israele non intende affatto tornare ai confini del 1967 e restituire ai palestinesi quel misero 23% costituito dai territori occupati. Piuttosto vuole annettersi circa la metà della Cisgiordania e concentrare gli abitanti arabi in bantustan, attorno ai centri abitati e ai villaggi, separati gli uni dagli altri e circondati dalle truppe israeliane. In altri termini Tel Aviv punta all&#8217;annessione del «massimo di territorio con il minimo di arabi». Robert Malley, membro del team Usa a Camp David, oltre alle critiche di noti commentatori israeliani come Meron Benvenisti e Uri Avnery, sostenne in quei giorni di attivismo del presidente Clinton che Yasser Arafat aveva più volte messo in guardia Bill Clinton sui pericoli di un vertice convocato senza un&#8217;adeguata preparazione soprattutto dopo che il premier israeliano Ehud Barak si era rifiutato di attuare una serie di precedenti accordi firmati tre mesi prima con l&#8217;Autorità palestinese, come il terzo ritiro parziale dalla West Bank, il trasferimento all&#8217;Anp di tre villaggi vicini a Gerusalemme est e la liberazione di 1500 prigionieri palestinesi. Il presidente Clinton riuscì infine a convincere Arafat ad andare a Camp David, dove non vi fu alcuna proposta scritta da parte di Ehud Barak dal momento che le presunte offerte furono presentate come vaghe «idee dei mediatori Usa», promettendogli, inutilmente, che, se il summit fosse fallito nessuna delle parti in causa, a cominciare dagli Usa, avrebbe potuto gettarne la responsabilità sulle altre. A dieci anni dal quel falso negoziato, siamo ancora alle prese con una grande illusione: quella della volontà di Israele, paese che occupa militarmente terre di altri, di costruire la pace.</strong></p>
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