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	<title>ArruotaLibera &#187; positivismo</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Capitalismo e grande industria nell&#8217;Anti-Dühring di Engels</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Oct 2018 16:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le rivoluzioni nel capitalismo maturo È difficile cercare di capire il motivo per cui, nel suo Anti-Dühring, Engels ritenesse che solo “la grande industria sviluppa quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione: conflitti non solo tra le classi ch&#8217;essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="font-size: small"><b>Le rivoluzioni nel capitalismo maturo</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È difficile cercare di capire il motivo per cui, nel suo <i>Anti-Dühring</i>, Engels ritenesse che solo “la grande industria sviluppa quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione: conflitti non solo tra le classi ch&#8217;essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme di scambio ch&#8217;essa parimenti crea”. È come se avesse voluto dire: “Siamo arrivati a un punto tale di progresso tecnologico e produttivo che è impossibile andare avanti senza cambiare qualcosa di molto significativo”. La grande industria, nata intorno al 1830, “sviluppa, proprio in queste gigantesche forze produttive, anche i mezzi per risolvere questi conflitti”. Come se prima della grande industria non ci fossero stati i mezzi e i modi per risolvere alla radice i problemi dell&#8217;antagonismo sociale!</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Questo modo di ragionare è quanto meno deterministico. Forse saremmo esagerati a sostenere che per Engels le rivoluzioni “socialiste” sono possibili solo in presenza di un capitalismo maturo; però di sicuro voleva dire che, in assenza di tale capitalismo, le rivoluzioni sono destinate a fallire i loro obiettivi, a inverarsi nel loro contrario. Nella sua concezione di socialismo il capitalismo maturo porta le contraddizioni a un tale livello di conflittualità che le rivoluzioni diventano inevitabili. È un modo di accontentarsi: anche nel caso in cui manchi la volontà politica di emanciparsi, ci penseranno le circostanze, con tutta la loro crudezza, a farla venir fuori. Detto altrimenti: il proletariato farà la rivoluzione quando sarà disperato, quando non avrà più nulla da perdere, se non avrà saputo farla prima, in condizioni più decenti, più vivibili.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3680_131002849"></a> <span style="font-size: small">Tuttavia, anche se ciò fosse vero, non si capisce perché in questa condizione estrema il proletariato dovrebbe saper creare il migliore socialismo possibile, quello più democratico. In genere, quando si reagisce alla disperazione, si compiono azioni impulsive, scriteriate, tutt&#8217;altro che democratiche. Non ha alcun senso dire che le rivoluzioni non sono mai state coerenti con se stesse perché mancava il capitalismo maturo. </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3682_131002849"></a> <span style="font-size: small">Volendo, si potrebbe sostenere il contrario, e cioè che proprio il capitalismo maturo, disponendo di immense risorse persuasive e coercitive, è in grado d&#8217;impedire qualunque rivoluzione socialista.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a> Ovvero che sarebbe stato più facile realizzarla al tempo dello schiavismo o del servaggio feudale, quando ciò che impediva di emanciparsi era uno stato di coercizione <i>fisica</i>, priva di un raffinato condizionamento <i>ideologico</i>. Oggi il capitalismo maturo pretende di esportare la democrazia nel mondo intero.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3684_131002849"></a> <span style="font-size: small">Probabilmente Engels era così fatalista perché non aveva visto un proletariato industriale davvero capace di imporsi. Era rimasto profondamente deluso degli esiti delle rivoluzioni europee del 1848-50. Esattamente come Marx, che aveva però avuto un sussulto al tempo della Comune di Parigi del 1871, analizzata in maniera intelligente, e che sperava si compisse una rivoluzione socialista almeno nella Russia dei populisti. Engels invece detestava persino il movimento operaio inglese, che pur era molto combattivo sul piano sindacale e molto propositivo su quello cooperativistico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3686_131002849"></a> <span style="font-size: small">Lenin, che conosceva tutto della Comune di Parigi, arrivò alla conclusione che la rivoluzione comunista sarebbe stata possibile in Russia proprio perché questo immenso Paese costituiva l&#8217;anello debole del capitalismo avanzato e perché qui esisteva una resistenza più dura alle contraddizioni del capitale. O meglio, aveva capito che se il proletariato industriale fosse stato lasciato a se stesso, al massimo si sarebbero avuti dei moti ribellistici spontanei o delle rivendicazioni salariali compatibili col sistema, con risultati politici di tipo riformistico, del tutto parziali. La rivoluzione avrebbe potuto essere realizzata solo se il proletariato si fosse fatto guidare da un partito di <i>intellettuali organici</i>, consapevoli che il sistema andava superato in quanto tale, sin dalle sue fondamenta.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3688_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels, ma anche il Marx inglese, parlavano come dei rivoluzionari sconfitti, come dei teorici privi di un partito di professionisti della politica eversiva. Con Lenin invece abbiamo capito che, per fare la rivoluzione, non un colpo di stato, ci vuole un partito organizzato, disciplinato, abituato a lavorare anche nella clandestinità, capace di aggregare masse imponenti intorno a qualunque battaglia significativa e che, al momento opportuno, può essere mandato alla conquista del potere, come se fosse un potente esercito.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3690_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quando mai è esistito un partito socialista del genere in Europa occidentale? I partiti socialisti o anche comunisti sono stati prevalentemente dei partiti parlamentari, soprattutto quello tedesco di Kautsky e di Bernstein, epigoni dei classici del marxismo. I partiti extraparlamentari sono sempre stati del tutto inconsistenti sul piano numerico. Solo in rare occasioni hanno svolto un&#8217;attività che si può definire “rivoluzionaria” o “eversiva”: nel cosiddetto “Biennio rosso” della III Internazionale oppure durante la Resistenza (che coincisero coi due grandi traumi post-bellici), o nel periodo che va dal 1968 al 1977, dopo la sfuriata del cosiddetto “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta. Forse l&#8217;unico vero momento in cui la borghesia europea ha tremato per colpa della sinistra è stato quello della Comune di Parigi, durata però dal 18 marzo al 28 maggio del 1871.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3692_131002849"></a> <span style="font-size: small">In nessun momento questi partiti socialcomunisti sono stati capaci di vera coerenza rivoluzionaria. Il motivo probabilmente sta nel fatto che mancava la determinazione in carattere, la ferma volontà di procedere sino in fondo nella realizzazione degli obiettivi strategici generali. Il benessere aveva corrotto le menti, infiacchito la volontà. I dirigenti dei partiti socialcomunisti si sono rivelati, nei momenti decisivi, degli opportunisti. E non si può dire che il proletariato industriale abbia saputo fare di meglio.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3694_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il capitalismo è un sistema sociale che condiziona le coscienze, più di ogni altro sistema sociale precedente. Questo perché il tipo di schiavismo che impone di vivere è raffinato, appare poggiante su basi democratiche e l&#8217;industrializzazione garantisce delle comodità materiali impensabili nel passato. Il proletariato industriale è <i>giuridicamente libero</i>. Tutti i cittadini lo sono, per cui lo sfruttamento economico sembra essere il frutto di una <i>libera scelta</i>. Il mercato del lavoro è libero, impostato su una <i>contrattazione</i> tra domanda e offerta, esattamente come quello delle merci. Chi vende e chi compra vengono fatti passare per persone equivalenti, paritetiche. La schiavitù sembra essere accettata liberamente, non perché imposta da una forza fisica o materiale esterna (p.es. l&#8217;abilità militare o il possesso della terra).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3696_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels sapeva perfettamente come stavano le cose, al pari di Marx, ma non ne traeva le debite conseguenze operative. Infatti era convinto che quando la schiavitù salariata sarà allargata a dismisura, coinvolgendo anche i ceti relativamente indipendenti della piccola borghesia, il cosiddetto “ceto medio”, cioè quando la stragrande maggioranza della popolazione sarà “proletarizzata” e non avrà più nulla da perdere, la rivoluzione diventerà inevitabile, e a quel punto sarà la forza delle circostanze a suggerire le misure migliori per superare il capitalismo maturo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3698_131002849"></a> <span style="font-size: small">Bisogna dire che questo suo determinismo peccava d&#8217;ingenuità. Come si può pensare che un aumento generalizzato, quantitativo, della sofferenza sociale possa portare a una migliore consapevolezza delle alternative da realizzare? Sono cose completamente diverse. La crescita esponenziale della miseria non comporta affatto, in maniera automatica, un aumento della lucidità mentale. Anzi, può anche creare dei mostri che compiono azioni criminali, prive di qualunque forma di eticità: il nazismo o lo stalinismo o il maoismo non sono forse nati così?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3700_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quando si ragiona in questi termini, non si è poi capaci di valorizzare chi dice di essere in grado di realizzare una vera alternativa al sistema prima ancora che si formi una miseria generalizzata. Lo si etichetterà facilmente di avventurismo, proprio perché si preferirà aspettare un improvviso rivolgimento delle masse popolari, nella convinzione che, così facendo, esse potranno dimostrare di avere una medesima coscienza eversiva. </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3702_131002849"></a> <span style="font-size: small">Se le “condizioni oggettive” per fare la rivoluzione non ci sono, chiunque le desideri, verrà immediatamente considerato un utopista. Come se ci potesse essere qualcuno in grado di stabilire quando tali condizioni oggettive s&#8217;impongono in maniera evidente! Come se tali condizioni non possano essere il frutto di un lavoro soggettivo, finalizzato alla loro creazione! Un partito rivoluzionario non deve forse saper approfittare delle debolezze del sistema <i>in qualunque momento</i>? L&#8217;unica cosa che deve garantire non è forse che la rivoluzione sia davvero <i>popolare</i>? E che essa sia in grado di <i>difendersi</i> dalla reazione delle classi privilegiate, che tenderanno a opporsi in tutti i modi e con qualunque mezzo alla loro espropriazione?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3704_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels non aveva idea di come si dovesse gestire un partito rivoluzionario. Ancorato com&#8217;era a una rigida successione di diversi stadi di sviluppo del modo di produzione, per lui la rivoluzione alla fine diventava un unico atto storico, la cui necessità era lapalissiana. L&#8217;Internazionale comunista, che aveva organizzato insieme a Marx, non aveva una caratterizzazione rivoluzionaria vera e propria. Era solo un punto d&#8217;incontro tra le varie esperienze politico-partitiche del socialismo europeo e nordamericano, ed era tutta presa a combattere, al proprio interno, le varie forme di estremismo (p.es. quella anarchica di Bakunin o del blanquismo cospirativo, tipico anche dei mazziniani) e di moderatismo (p.es. quella proudhoniana, lassalliana o delle trade-unions inglesi). Abbiamo dovuto aspettare Lenin per vedere un vero partito comunista.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3706_131002849"></a> <span style="font-size: small">Le condizioni oggettive non sono soltanto quelle create spontaneamente dall&#8217;economia capitalistica. Sono anche quelle che si ottengono contestando tutte le contraddizioni del sistema. Se la critica è puntuale, circostanziata, su ogni più piccolo particolare, e non si presenta come fine a se stessa o per avere una direzione politica ancora più autoritaria, ma per realizzare una vera transizione al sistema, è impossibile non ottenere un vasto consenso. È la borghesia stessa che alimenta l&#8217;odio sociale nei suoi confronti. E se in seguito a tali contestazioni s&#8217;impone l&#8217;autoritarismo cesarista, deve essere chiaro a tutti che ciò avviene per paura di una rivoluzione socialista, non tanto per gestire meglio le contraddizioni del capitale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Bisogna dimostrare che si vuole maggiore democrazia e che il sistema non è in grado di offrirla proprio perché poggia sul mero profitto industriale e sulla rendita finanziaria e, più in generale, sulla proprietà privata dei mezzi produttivi. Non si possono concepire i processi economici e politici come una “necessità naturale”, in cui gli uomini sono rappresentanti oggettivati, privi di vera personalità. Anche perché in tal modo il socialismo scientifico assume la funzione di un dogma, perdendo quella, più specifica, di “guida per l&#8217;azione”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4976_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Capitalismo maturo e imperialismo</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3712_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels precisa meglio il suo pensiero facendo questa osservazione: “Il proletariato [industriale] che cominciava [appena finita la rivoluzione francese] a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe, ancora assolutamente incapace di un&#8217;azione politica indipendente, si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nell&#8217;incapacità in cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt&#8217;al più portarsi dall&#8217;esterno, dall&#8217;alto”. È così che Engels spiega la nascita del socialismo utopistico di Saint-Simon, Fourier e Owen. In pratica egli considerava politicamente immaturo il proletariato industriale proprio perché non era adeguatamente sviluppata la grande industria.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3714_131002849"></a> <span style="font-size: small">Questo modo di ragionare è davvero curioso: Engels faceva dipendere la consapevolezza politica a favore della transizione socialista dallo sviluppo del capitalismo industriale, cioè proprio dalla condizione che meno favorisce quella transizione. Per lui era solo la grande industria il demiurgo che produce la classe operaia che lotta, ovvero l&#8217;inevitabile crollo del sistema. Vedeva il movimento operaio come un proletariato omogeneo di fabbrica e non come una coalizione eterogenea di varie classi sfruttate. Ignora, p.es., le lotte anticapitalistiche del XVIII secolo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3716_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ragionamenti del genere probabilmente dipendevano dal fatto che quando non si dirige un partito politico rivoluzionario, e nel contempo si desidera il compiersi di una transizione al socialismo, l&#8217;unica alternativa che resta è quella di augurarsi che le contraddizioni diventino così esplosive da generare esse stesse un soggetto rivoluzionario. In pratica il meglio sarebbe dovuto venir fuori dal peggio, come nella dialettica hegeliana la sintesi non è che la negazione della negazione. Un atteggiamento del genere, in antropologia, potrebbe essere definito di tipo “magico”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3718_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels, in sostanza, era convinto che il capitalismo maturo avrebbe generato una crescente miseria, e siccome gli operai industriali erano quelli più consapevoli dei limiti del sistema, in quanto erano loro a produrre la maggiore ricchezza, ricevendo in cambio solo un misero salario, avrebbero dovuto essere proprio loro a prendere le redini della rivoluzione. Peraltro il proletariato industriale, a differenza di tutti gli altri lavoratori, andava considerato anche come classe molto organizzata e disciplinata: erano gli stessi imprenditori a pretenderlo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3720_131002849"></a> <span style="font-size: small">In quali forme la storia si è incaricata di dimostrare che questo modo di vedere le cose era completamente sbagliato? Anzitutto il capitalismo maturo basa prevalentemente le proprie ricchezze non tanto o non solo sullo sfruttamento dei propri lavoratori, ma anche e soprattutto su quello dei lavoratori delle “colonie”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a>, le quali sono anche ricche di risorse naturali a buon mercato e costituiscono ampi sbocchi commerciali per le merci del capitalismo occidentale. È vero che nel capitalismo maturo dovrebbe, in teoria, aumentare la miseria, ma in pratica ciò sembra avvenire (almeno in maniera macroscopica) soltanto nelle “colonie”, e gli imponenti flussi migratori verso l&#8217;occidente (tanto per fare un esempio) starebbero lì a dimostrarlo. Cioè finché esistono “colonie” da sfruttare, la miseria che si vive in occidente è ben poca cosa rispetto a quella che si patisce nelle “colonie”. E chi nelle “colonie” vuole emanciparsi da questa miseria, facilmente acquisisce stili di vita o modelli di comportamento tipicamente occidentali, a meno che non sia in grado di maturare autonomamente una consapevolezza “socialista” delle cose.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3722_131002849"></a> <span style="font-size: small">In secondo luogo la crescita del benessere in occidente, a scapito del Terzo Mondo, ha reso il proletariato industriale (ma anche chiunque investa in titoli provenienti dai Paesi emergenti) responsabile, seppure indirettamente, dello sfruttamento delle “colonie”. In tale atteggiamento oggettivo, squisitamente economico e finanziario, non si può ravvisare alcuna premessa per la futura rivoluzione socialista. Anzi, il proletariato occidentale, nel momento stesso in cui ha visto aumentare i propri salari (e quello industriale è addirittura diventato, nell&#8217;ambito del proletariato in genere, una sorta di casta privilegiata), ha smesso di rivendicare un&#8217;alternativa globale al sistema. Generalmente, infatti, ci si limita ad avanzare richieste di tipo sindacale. Gli stessi dirigenti socialisti o democratici si sono ampiamente imborghesiti. Il socialismo è diventato solo riformistico, di piccolo cabotaggio, e s&#8217;impegna, oggettivamente, a puntellare il sistema borghese, non avendo alcun interesse a mettere in relazione il benessere dell&#8217;occidente con lo sfruttamento del Terzo Mondo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3724_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quindi non solo il proletariato industriale non è la classe meglio predisposta a compiere la rivoluzione, ma, oggettivamente, è anche quella che più contribuisce allo sfruttamento delle “colonie”, tant&#8217;è che reagisce negativamente quando nuove masse di diseredati provenienti dal Terzo Mondo si riversano in occidente in cerca di fortuna. Gli operai occidentali meno qualificati vedono i derelitti dell&#8217;emisfero Sud, disposti a lavorare sotto qualunque condizione, come dei pericolosi concorrenti. E nessuno in occidente (se non quelli che ci ricavano un utile o che hanno un cuore compassionevole) è disposto a mantenere con l&#8217;assistenza pubblica decine di migliaia di indigenti che giungono da noi in massa. L&#8217;elemosina può essere fatta solo entro certi limiti, oltre i quali diventa un fardello insopportabile, anche perché è facile argomentare che il denaro utilizzato per i migranti potrebbe essere devoluto ai ceti più bisognosi dell&#8217;occidente.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3726_131002849"></a> <span style="font-size: small">D&#8217;altra parte quando nessun politico socialista mette in relazione il benessere dell&#8217;occidente col malessere del Terzo Mondo, è difficile che in occidente vi sia qualcuno che esamini, oggettivamente, la situazione di dipendenza economica del Terzo Mondo nei confronti delle economie più sviluppate del pianeta. Per poter sapere qualcosa sulla dipendenza coloniale e neocoloniale del Terzo Mondo, bisognerebbe, come minimo, andare a consultare le opere di Samir Amin, A. Gunder Frank, Hosea Jaffe&#8230;, le quali però sono quasi sconosciute in Europa occidentale (in Italia però stanno cominciando ad avere un certo riscontro quelle di Luciano Vasapollo).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3728_131002849"></a> <span style="font-size: small">Si dirà che ai tempi di Marx ed Engels non vi era uno sfruttamento coloniale così sofisticato come quello odierno, dove gli strumenti finanziari (si pensi solo alla questione del debito) paiono più persuasivi delle cannonate del colonialismo classico. Sappiamo tutti che lo sfruttamento coloniale sistematico è iniziato già con le spedizioni ispanico-lusitane di mezzo millennio fa. Ai tempi dei fondatori del socialismo scientifico<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a> si era in presenza di un neonato imperialismo europeo (anzitutto anglo-francese in varie parti del mondo, ma anche italo-tedesco e belga in Africa) e ovviamente statunitense in America Latina e nipponico in Asia, quello che scatenerà le prime due guerre mondiali. Ma per avere un quadro chiaro di questa ulteriore forma di colonialismo ci volle l&#8217;analisi di Lenin, che non si avvalse, in merito, delle opere di Marx ed Engels, i quali, tutto sommato, ne parlarono poco, probabilmente perché erano ancora troppo affascinati dai successi produttivi della grande industria e auspicavano che il capitalismo industriale si diffondesse in tutto il mondo, per poter avere un enorme proletariato che l&#8217;avrebbe affossato come un becchino.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3730_131002849"></a> <span style="font-size: small">Nella visione dei due ideologi tedeschi il proletariato avrebbe dovuto accettare l&#8217;industria <i>così com&#8217;era</i>, sul piano materiale, modificandone solo l&#8217;assetto proprietario. L&#8217;industria andava <i>socializzata nella proprietà</i>, mentre a livello tecnologico non poteva che essere ulteriormente perfezionata. Inutile dire che questo modo di porsi era completamente sbagliato, poiché proprio l&#8217;industrializzazione massiva costituisce il più grande handicap della storia per la riproduzione della natura. Marx ed Engels erano convinti che con la scienza e la tecnica, una volta realizzato il socialismo, si sarebbero risolti tutti i problemi creati dalla stessa scienza e tecnica, gestita in maniera capitalistica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi la moderna ecologia nutre seri dubbi su questa capacità. I difetti dell&#8217;industrializzazione sembrano essere del tutto indipendenti dalla gestione politica dei processi economici. Su questo però bisogna dire che nessun comunista, neppure Lenin, ha mai avuto le idee chiare. Marx sapeva bene che l&#8217;agricoltura capitalistica danneggia la qualità del suolo, ma in Russia, durante l&#8217;edificazione del socialismo statale, tutti erano convinti che l&#8217;industria pesante, unitamente alla statizzazione della proprietà, avrebbe portato a un benessere progressivo, generalizzato, senza che la natura ne avesse da soffrire granché. Le forze produttive della borghesia non si potevano mettere in discussione. Inoltre lo stalinismo era convinto che senza l&#8217;industria pesante sarebbe stato impossibile affrontare militarmente l&#8217;occidente.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4932_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Oltre il socialismo scientifico</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3736_131002849"></a> <span style="font-size: small">La contraddizione maggiore in queste riflessioni di Engels è bene espressa in questa frase lapidaria: “All&#8217;immaturità della produzione capitalistica, all&#8217;immaturità della posizione delle classi corrispondevano teorie immature”. Di qui l&#8217;esigenza di creare “esperimenti modello” (tipici del socialismo utopistico), destinati a essere assorbiti dal sistema borghese.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3738_131002849"></a> <span style="font-size: small">Che i limiti del socialismo utopistico anche oggi vengano considerati evidenti, è pacifico. È letteralmente impossibile costruire isole economiche di socialismo all&#8217;interno di un sistema chiaramente capitalistico. Per costruire il socialismo occorre anzitutto abbattere <i>politicamente</i> il sistema. Su questo non vi sono dubbi. Semmai oggi ci chiediamo come creare un&#8217;alternativa alla <i>statizzazione della proprietà</i>. Il cosiddetto “socialismo reale” è fallito proprio perché aveva statalizzato tutto, alla maniera “asiatica”, come al tempo dello schiavismo il cosiddetto “modo di produzione asiatico” rappresentava una specie di “schiavismo statale”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a>. Invece di lavorare per eliminare progressivamente lo Stato, lo stalinismo aveva finito col rafforzarlo all&#8217;estremo, trasformandolo in una sorta di “Grande Fratello”, come se a ciò si fosse obbligati proprio per la mancanza di un diffuso benessere economico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3740_131002849"></a> <span style="font-size: small">Non a caso oggi, nell&#8217;ambito della migliore sinistra, si parla di “<i>socializzazione della proprietà</i>”, antitetica alla “statalizzazione”. Ma come ciò possa essere fatto è ancora tutto da stabilire. Infatti se lo Stato deve avere un ruolo marginale sul piano economico, allora vuol dire che devono risultare centrali le <i>comunità locali e regionali</i>, e che se un “piano” deve esserci, al fine di eliminare l&#8217;anarchia produttiva, esso va deciso a livello locale e regionale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3742_131002849"></a> <span style="font-size: small">Dare importanza a tali comunità, renderle responsabili di se stesse, significa, inevitabilmente, favorire l&#8217;<i>autoconsumo</i> e quindi la vendita sui mercati soltanto delle proprie <i>eccedenze</i>. Il che vuol dire considerare il <i>valore d&#8217;uso</i> di molto superiore al valore di scambio. Tutte cose che il socialismo scientifico non avrebbe visto di buon occhio, proprio perché ha sempre temuto di propagandare l&#8217;immagine di un “socialismo della miseria”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3744_131002849"></a> <span style="font-size: small">I classici del marxismo han sempre detto che il socialismo è una sintesi di rivoluzione industriale, compiuta dalla borghesia, e di gestione centralizzata dell&#8217;economia da parte di un organismo statale (almeno nella fase iniziale). La proprietà privata veniva prevista solo nelle piccole cose, estranee allo sfruttamento del lavoro altrui (p. es. un pezzo di terra lavorato in proprio). Poi col tempo l&#8217;<i>autorganizzazione dei produttori diretti</i> avrebbe fatto a meno anche dello Stato.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3746_131002849"></a> <span style="font-size: small">Tuttavia il cosiddetto “socialismo reale”, sovietico o cinese, non ha mai promosso una responsabilità del genere a favore delle masse popolari. Difficile dire se i rispettivi governi non abbiano fatto in tempo o se proprio non l&#8217;avessero nel loro dna. Un esperimento è addirittura imploso, trasformandosi in una sorta di capitalismo statale. L&#8217;altro ha invece conservato la dittatura politica del “socialismo reale”, autorizzando però lo sviluppo capitalistico sul piano sociale, sulla base di un compromesso che non si sa quanto tempo potrà durare. Noi occidentali, infatti, sappiamo bene che il capitalismo favorisce l&#8217;individualismo, e questo non sopporta d&#8217;essere gestito dall&#8217;alto, almeno non oltre un certo limite.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3748_131002849"></a> <span style="font-size: small"><b>Il ruolo della soggettività nelle rivoluzioni</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3750_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma torniamo all&#8217;argomento di prima. Dove sta la contraddizione più stridente di Engels? Semplicemente nel fatto che le sue teorie e, ancora più, quelle di Marx maturano in un paese, la Germania prussiana, ch&#8217;era ancora molto indietro sul piano dello sviluppo capitalistico. Anche prescindendo dal fatto ch&#8217;essi provenivano dalla regione della Renania, che sicuramente era tra i länder tedeschi la più sviluppata in senso borghese, non è assolutamente vero che le teorie rivoluzionarie si sviluppano solo nell&#8217;ambito del capitalismo maturo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3752_131002849"></a> <span style="font-size: small">In realtà nessuno sa come si formino le teorie rivoluzionarie. Anzi, potremmo sostenere il contrario di ciò che dice Engels, e cioè che la resistenza allo schiavismo era sicuramente più forte quando ancora esistevano tracce significative del comunismo primordiale, quello preistorico; e che tale resistenza è andata tanto più scemando quanto più tali tracce sono andate definitivamente scomparendo. Non a caso lo schiavismo classico, quello nato seimila anni fa e che è durato sino alla nascita del feudalesimo, era impostato su rapporti di <i>forza fisica</i>, brutale, legittimato dalla mitologia e dalle religioni politeistiche pagane. Non aveva bisogno di ricorrere a sofisticate argomentazioni ideologiche per potersi imporre, benché tali argomentazioni servano sempre in una fase iniziale: oggi, p.es., in occidente il capitale può farne a meno, in quanto il diffuso benessere (in rapporto a quell&#8217;80% dell&#8217;umanità che invece non fruisce di alcuna forma di protezione sociale) ha fatto piazza pulita dello spirito critico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3754_131002849"></a> <span style="font-size: small">Oggi la resistenza all&#8217;oppressione nasce non in virtù di un&#8217;esperienza comunitaria del passato, che si voleva conservare nella memoria, ma in virtù di un desiderio disperato di superare delle contraddizioni assolutamente insopportabili, che rendono indegna la vita. Oggi è la disperazione che, nel migliore dei casi, porta a desiderare il socialismo. Ma nella disperazione si possono compiere errori colossali, proprio perché si è persa la memoria del socialismo più democratico della storia, quello che si viveva <i>prima</i> che si formasse lo schiavismo e che gli storici han posto, con molta supponenza, fuori della storia, chiamandolo appunto “preistorico”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3756_131002849"></a> <span style="font-size: small">Come sia stato possibile che nella Germania arretrata sia venuto fuori un socialista come Marx, di origine ebraico-borghese, seguito a ruota da Engels, di origine pietistico-borghese, nessuno può saperlo. Come nessuno può sapere come sia emerso Lenin in Russia, ch&#8217;era ancora più arretrata della Germania, la ruota di scorta di tutto il capitalismo europeo. Di questi geni dell&#8217;umanità bisognerebbe prendere atto e basta, riconoscendoli come tali. Cosa che però raramente succede, in quanto nessuno è profeta <i>pro domo sua</i>. Ognuno di loro ha dovuto subire difficoltà a non finire prima che le proprie teorie venissero accettate.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3758_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il problema, semmai, è un altro, ed è tutto pratico. Cos&#8217;hanno fatto questi geni dell&#8217;umanità, mentre erano in vita, per convincere i loro contemporanei che le loro idee erano sufficienti per mutare qualitativamente la realtà? Potremmo forse dire che tali persone eccezionali non hanno potuto far molto a causa del fatto che le condizioni storico-oggettive non erano sufficientemente mature per compiere una rivoluzione socialista o per compierla in maniera democratica? Quando c&#8217;è di mezzo la violazione della <i>dignità umana</i> e soprattutto della <i>libertà di coscienza</i> (quella che permette di scegliere il proprio destino) le condizioni oggettive sono <i>sempre</i> mature per ribellarsi. Ci mancherebbe, infatti, che una popolazione oppressa, prima di compiere una rivolta, debba attendere passivamente che le contraddizioni si esasperino da sole, cioè che la negatività del sistema diventi così grande da indurre la gente a ribellarsi. Il rivoluzionario non è un cinico con aspirazioni alla magia.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3760_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ciò che manca è, nelle persone comuni, la consapevolezza di dover prendere delle decisioni radicali, e soprattutto la capacità di organizzare una strategia operativa con cui compiere la conquista del potere. Ciò che è mancato, in questi geni dell&#8217;umanità, che pur avevano piena consapevolezza delle cose da cambiare, è stata la capacità organizzativa di compiere la rivoluzione. Fino adesso la si è vista solo in Lenin. Neppure in Mao la si è vista. Infatti non si tratta solo di “compiere” la rivoluzione, ma anche di saperla “gestire”. E bisogna dire che nella fase della gestione, Mao fu un disastro completo, al pari di Robespierre o di Stalin o di Pol Pot. Lenin invece continuò a essere lungimirante sia prima che dopo, pur con tutti i suoi limiti e anche se purtroppo morì prematuramente.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia, in seimila anni di storia “schiavistica”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a> un solo vero genio dell&#8217;umanità è troppo poco. Forse ne avremmo potuti aver due, se Gesù Cristo non fosse stato tradito dai suoi stessi discepoli. Peraltro, proprio a proposito di Lenin vien da chiedersi come sia stato possibile che subito dopo la sua morte si sia formata una delle peggiori dittature della storia. Quali premesse, per scongiurarla, erano venute meno? Poteva Lenin porre le basi per favorire uno sviluppo davvero democratico del socialismo? E quali sono queste basi? Sarebbe importante saperlo per la volta successiva. Hanno mai saputo indicarle i classici del socialismo scientifico? È forse possibile farlo astrattamente, sul piano etico o umanistico, a prescindere dal confronto politico vero e proprio? O forse queste basi esistono già da qualche parte e non ce ne siamo accorti? Dobbiamo forse guardare con occhi diversi quello che è stato e che ancora oggi è, molto debolmente, in qualche luogo remoto del pianeta, il cosiddetto “comunismo primitivo”? Cioè quella fase della storia umana, durata decine di migliaia di anni, in cui gli antagonismi sociali non esistevano affatto o non erano comunque irriducibili?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4934_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Individualismo e statalismo nel capitalismo europeo</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3766_131002849"></a> <span style="font-size: small">L&#8217;ultima parte degli “Elementi teorici” dell&#8217;<i>Anti-Dühring</i> (pp. 334-41) è tutta dedicata al capitalismo monopolistico-statale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3768_131002849"></a> <span style="font-size: small">In via preliminare va detto che Engels non vede l&#8217;aspetto statale del capitalismo nell&#8217;industria più propriamente produttiva, bensì in quelli che lui definisce “grandi organismi di comunicazione”: poste, telegrafi e ferrovie. Forse anche meglio di Marx aveva capito che, a certi livelli, lo sviluppo capitalistico ha bisogno di un intervento esplicito dello Stato nella gestione dell&#8217;economia, un intervento organico, di lunga durata, non estemporaneo, per ripianare situazioni di emergenza. Argomento, questo, che Lenin tratterà ampiamente nel suo <i>Imperialismo</i>.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3770_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il tema è indubbiamente complesso, anche perché Engels vede questo capitalismo statale come anticamera del socialismo, quando invece non lo è affatto, poiché è proprio in questa forma gestionale che il capitalismo cerca di screditare al massimo l&#8217;idea stessa di “socialismo”.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a> E questo senza poi considerare che in una nazione ad elevato PIL è relativamente facile che anche i “grandi organismi di comunicazione” vengano privatizzati, o che gli Stati intervengano a ripianare i debiti delle grandi imprese o banche private (ovvero a “socializzare le perdite” con le tasse dei cittadini), senza assumersene direttamente l&#8217;amministrazione. Anzi, in un momento come questo (siamo quasi alla fine del secondo decennio del XXI sec., ancora alle prese con la crisi mondiale scoppiata nel 2008), dettato da esigenze europeistiche e globalistiche, le imprese private in difficoltà non hanno scrupoli a cedere i loro diritti di proprietà a imprese private straniere. Gli stessi Stati sono costretti a cedere una parte significativa della loro sovranità nazionale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3772_131002849"></a> <span style="font-size: small">Questo per dire che il capitalismo occidentale, per tradizione o per cultura storica, è più portato a favorire le privatizzazioni che le statizzazioni, e quando si sviluppa a livello mondiale, guarda con sufficienza i limiti degli Stati nazionali: non ha paura di spersonalizzarsi. Semmai è il continente asiatico che si comporta diversamente. L&#8217;individualismo è una caratteristica dell&#8217;occidente dai tempi della Chiesa romana, che lo praticava sul piano politico, facendo del pontefice un soggetto infallibile, superiore a qualunque istanza conciliare e sempre in aperta competizione con gli imperatori. Poi, a partire dal 1517, tale individualismo è stato generalizzato a livello sociale dal protestantesimo, che ha eliminato gli aspetti oggettivi dell&#8217;istituzione ecclesiastica, trasformando il singolo credente in un pontefice di se stesso. Cosa che non riuscì a fare la borghesia italiana, che pur conduceva uno stile di vita individualistico sin dalla nascita dei Comuni.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3774_131002849"></a> <span style="font-size: small">Probabilmente l&#8217;unica nazione protestantica, in Europa occidentale, che ha continuato ad attribuire una certa importanza allo Stato politico è stata la Germania, il cui capitalismo oggi mostra d&#8217;essere ben solido, nonostante lo scandalo delle emissioni della Volkswagen e la crisi senza fine della Deutsche Bank. Ma i motivi di ciò vanno cercati nella cultura militaresca dei Sassoni. È vero che nell&#8217;ambito del capitalismo occidentale vi sono Paesi in grado di competere tranquillamente con la Germania, come p.es. Stati Uniti, Regno Unito e Francia, dove lo Stato non ha la stessa importanza, ma ciò è dovuto alle opportunità offerte dalle passate imprese imperialistiche, che fanno sentire il loro peso ancora oggi. La Germania cercò di dotarsi di colonie, scatenando due guerre mondiali, ma le perse entrambe, e per recuperare il tempo perduto fu costretta a rinunciare alla propria identità specifica, di cui tanto si vantava, non essendo stata colonizzata dai Romani, e dovette diventare un Paese di forte immigrazione (attualmente il 12% dell&#8217;intera popolazione), soprattutto sul versante turco (Berlino è la più grande città turca in Europa).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;Italia invece può essere considerata un caso particolare, poiché, pur non avendo uno Stato forte come quello tedesco, né una tradizione imperialistica come quella statunitense, britannica e francese, possiede un elevato PIL (attestato al settimo posto nel mondo), dovuto a una miriade di piccole e medie imprese la cui cultura risale alla formazione e allo sviluppo dei Comuni, delle Signorie, dei Principati. La mentalità capitalistica è nata proprio in Italia (oltre che nelle Fiandre), anche se la Controriforma ha impedito ad essa di svilupparsi in forme moderne, quelle più propriamente industriali. In Italia il capitalismo industriale è stato un prodotto d&#8217;importazione, come nel resto del mondo, esclusa ovviamente la Gran Bretagna.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4936_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>La statizzazione dell&#8217;economia borghese</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3780_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma torniamo all&#8217;<i>Anti-Dühring</i>. In una lunga nota di p. 335 Engels prende in esame il caso della Prussia, dove il capitalismo sembra aver assunto una connotazione statalistica più accentuata che negli altri Paesi europei. Egli intende riferirsi alla statalizzazione delle ferrovie compiute da Bismarck; e si lamenta che, a seguito di ciò, una parte dei socialisti dica che ogni atto di statizzazione è una forma di socialismo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3782_131002849"></a> <span style="font-size: small">Siccome però ha sostenuto in precedenza che proprio la statizzazione di alcuni “grandi organismi di comunicazione” è la prova più lampante della necessità di passare al socialismo, ora si sente in dovere di spiegare la differenza tra la sua posizione socialista e quella degli altri (è da presumere si stesse riferendo soprattutto a Ferdinand Lassalle, il quale era convinto che, con progressive e mirate riforme, si potesse controllare lo Stato borghese <i>dall&#8217;interno</i>, senza aver bisogno di compiere alcuna rivoluzione comunista, e questa sua idea condizionerà tutta la II Internazionale). </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3784_131002849"></a> <span style="font-size: small">E cosa dice Engels di così convincente da far meritare al suo socialismo l&#8217;appellativo di “scientifico”, cioè di “non borghese”? Ecco la frase-chiave: “solo nel caso in cui i mezzi di produzione o di comunicazione si siano <i>effettivamente</i> sottratti al controllo delle società anonime, in cui quindi la statizzazione sia divenuta <i>economicamente</i> inevitabile, solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale, rappresenta un progresso economico, il raggiungimento di un nuovo stadio preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della società”.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3786_131002849"></a> <span style="font-size: small">In pratica Engels avrebbe affermato che il capitalismo statale può essere considerato l&#8217;anticamera del socialismo (“un nuovo stadio preliminare”) solo se lo Stato elimina le grandi imprese private capitalistiche (qui chiamate col termine di “società anonime”).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3788_131002849"></a> <span style="font-size: small">Lo stalinismo, quando iniziò a smantellare la NEP leniniana, doveva aver guardato con molta soddisfazione una nota del genere. Qui infatti si arriva a dire, nella maniera più deterministica possibile, che lo Stato costituisce l&#8217;istanza più significativa per il passaggio dal capitalismo avanzato al socialismo vero e proprio. Naturalmente, mentre Engels lo diceva senza poter fare riferimento a una preliminare rivoluzione politica da parte dei comunisti, lo stalinismo invece poteva dirlo proprio in forza di quella rivoluzione.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3790_131002849"></a> <span style="font-size: small">Una posizione, quella engelsiana, d&#8217;incredibile ingenuità. Come si può pensare che lo Stato borghese, nato per risolvere i problemi della borghesia ben 500 anni fa, possa tradire la sua fondamentale classe di riferimento per fare gli interessi del proletariato industriale? Come si può pensare che lo Stato borghese possa avere i poteri per eliminare le cosiddette “società anonime”? La gestione delle grandi imprese capitalistiche può essere eliminata solo da una rivoluzione socialista, la quale può servirsi delle funzioni statali per fronteggiare la resistenza della borghesia, che certamente non si farà espropriare senza reagire.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3792_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma c&#8217;è di più. Eliminato il pericolo di una generale controrivoluzione, occorrerà da subito fare una cosa che la Russia post-leniniana non riuscì assolutamente a fare: porre le basi per il superamento delle stesse istituzioni statali, poiché, se c&#8217;è una cosa che <i>deresponsabilizza</i> i cittadini, è proprio lo Stato.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a> Se non si formano immediatamente delle <i>comunità locali autogestite</i>, non sarà possibile scongiurare il rischio che le istituzioni statali vengano usate dai governi in carica per una svolta autoritaria. Le comunità locali devono essere messe in grado di difendersi <i>da sole</i> dagli attacchi dei nemici interni ed esterni, eventualmente stringendo alleanze tra loro, laddove la situazione del momento lo richieda. Se la gestione dell&#8217;economia non è <i>autonoma</i>, le comunità locali non saranno mai in grado di difendersi da sole, e vedranno sempre lo Stato come un potenziale nemico, anche quando si aspetteranno aiuti assistenziali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le istanze politiche sovralocali non possono essere “istituzionalizzate”. Può esserlo, semmai, la periodicità con cui convocare degli organi collegiali in cui si mettono a confronto i problemi locali delle varie comunità. Ma in genere la convocazione di tali organi ha senso se viene richiesta da quelle comunità che hanno effettivamente dei problemi da risolvere. Neppure la frequenza delle convocazioni può essere regolamentata. Semmai tutte le comunità vanno lasciate libere di confrontare le loro esperienze, eliminando qualunque barriera che le divida, che impedisca lo scambio reciproco delle esperienze. Sono i confini che vanno eliminati, onde favorire decisioni autonome in relazione agli scambi culturali. L&#8217;omologazione o l&#8217;uniformità degli stili di vita va evitata come la peste. Solo la diversità arricchisce.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4938_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>La trasformazione della borghesia</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3798_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma questo argomento è così importante che Engels merita d&#8217;essere citato alla lettera, anche perché il cosiddetto “socialismo reale” è crollato proprio perché veniva amministrato dall&#8217;alto, e una qualunque alternativa al capitalismo oggi non può non prevedere un superamento del socialismo statale, pena l&#8217;impossibilità di scongiurare i rischi della burocratizzazione del sistema.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3800_131002849"></a> <span style="font-size: small">Scrive dunque Engels, mostrando, in questo, una certa perspicacia previsionale: “Se le crisi hanno rivelato l&#8217;incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati”. E poi ancora: “Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l&#8217;intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3802_131002849"></a> <span style="font-size: small">Si noti anzitutto la sopravvalutazione dell&#8217;importanza delle crisi, che spesso compie chi non è impegnato a costruire un vero partito rivoluzionario. Molti economisti marxisti han sempre sostenuto il contrario, e cioè che proprio grazie alle sue crisi periodiche il sistema si rafforza ulteriormente. Detto altrimenti: un conto è se la crisi viene sfruttata dai lavoratori per porre in atto una transizione; un altro conto è se i lavoratori la subiscono passivamente, permettendo al capitale di ristrutturarsi.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3804_131002849"></a> <span style="font-size: small">Nell&#8217;ambito del capitalismo, infatti, non esiste solo la contrapposizione tra operai e imprenditori, ma anche tra gli stessi imprenditori, che a volte può essere anche più forte. P.es. la II guerra mondiale non iniziò con uno scontro tra Paesi capitalisti e Russia socialista, ma all&#8217;interno dell&#8217;Europa occidentale. Soltanto quando la Germania nazista poté avvalersi delle risorse umane e materiali dell&#8217;Europa, avvenne l&#8217;attacco all&#8217;Urss.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3806_131002849"></a> <span style="font-size: small">La seconda cosa da sottolineare è che Engels non capiva che, pur nella sua varietà di forme in cui si presenta sulla scena, lo stile di vita borghese, in occidente, presuppone sempre sia il carattere privatistico dell&#8217;appropriazione del plusvalore, sia l&#8217;aspetto individualistico dei soggetti sfruttatori. Chi penserebbe oggi che il mafioso va in giro con la coppola e il fucile a canne mozze? Dunque, per quale ragione si dovrebbe pensare che il borghese non esiste più proprio in quanto l&#8217;attività capitalistica è gestita da società anonime o dallo stesso Stato? Non sono le forme che cambiano la sostanza. È questa che assume varie forme a seconda delle circostanze, restando immutata la sua essenza. La borghesia non coincide con soggetti specifici più di quanto non coincida con una rappresentazione ideale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3808_131002849"></a> <span style="font-size: small">Già Marx l&#8217;aveva detto, in una Prefazione del <i>Capitale</i>: i soggetti dell&#8217;agire economico sono personificazioni di categorie astratte. Sotto questo aspetto è del tutto fuori luogo pensare che nell&#8217;attuale Cina non si possa parlare di capitalismo privato solo perché al governo vi è un partito comunista. Semmai – dal punto di vista borghese – ci si dovrebbe complimentare con quei dirigenti per aver compiuto un&#8217;operazione del tutto inedita sulla scena mondiale, per quanto l&#8217;idea di un “socialismo di mercato” fosse già presente nella ex-Jugoslavia degli anni Sessanta e nella cosiddetta “Primavera di Praga” del 1968.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3810_131002849"></a> <span style="font-size: small">In terzo luogo bisogna dire che i manager che gestiscono le imprese capitalistiche non possono far nulla senza confrontarsi con chi detiene la maggioranza dei pacchetti azionari. Essi prendono delle cifre colossali, sottratte al plusvalore estorto agli operai, ma restano dei dipendenti dei proprietari delle imprese. Il fatto che degli “impiegati salariati” svolgano un mestiere che in precedenza veniva svolto dagli stessi proprietari, sta solo ad indicare che la gestione delle imprese, su scala planetaria, è diventata una cosa molto complessa, richiedente competenze molto specifiche, studi qualificati, che non necessariamente deve possedere il proprietario (singolare o plurale) della stessa impresa (senza poi considerare che oggi una stessa impresa produce cose molto diverse tra loro, che esigono competenze multilaterali). I manager di oggi son come i fittavoli del periodo medievale, che il nobile assumeva per dirigere l&#8217;azienda agraria secondo criteri capitalistici. Se un proprietario agricolo ha una mentalità borghese, può anche mettersi a gestire in proprio i suoi terreni, ma se non l&#8217;ha, può tranquillamente vivere di rendita.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3812_131002849"></a> <span style="font-size: small">In quarto luogo bisogna dire che se è vero che oggi un capitalista tende a vivere come un parassita, è anche vero che non smette mai di controllare le sue proprietà, proprio perché è questo possesso materiale delle cose che dà <i>senso</i> alla sua vita. È solo in apparenza che gli imprenditori non svolgono più, direttamente, il lavoro di prima, preferendo approfittare della maturità del capitalismo per affidare a terzi la gestione dei loro patrimoni. È vero, si fidano molto di più dei loro consiglieri e non temono affatto di essere derubati dei loro averi a causa di una insurrezione popolare. Quando diventano molto sospettosi è perché hanno incontrato dei borghesi più furbi di loro (p.es. degli hacker che entrano nei loro conti correnti bancari, o dei manager estremamente capaci di falsificare i bilanci a loro vantaggio, o delle mogli che approfittano di risarcimenti colossali in caso di divorzio). Ma un imprenditore non smette mai di esserlo. Il senso della sua vita sta unicamente nell&#8217;accumulare capitali e, per farlo, è disposto a qualunque cosa, anche a far credere, con grande soddisfazione personale, che, avendo già il mondo in mano, non può essere corrotto da nessuno.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">www.socialismo.info</span></p>
<p align="LEFT">Note</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Ai tempi di Marx ed Engels, quando l&#8217;imperialismo era ancora in fasce e gli imprenditori non potevano tenere alti i salari nelle madrepatrie utilizzando tutte le risorse umane e materiali nei continenti asiatico, africano e sudamericano, lo sfruttamento degli operai era molto più intenso di oggi. Ma tutto è relativo, nel senso che oggi, p.es., i macchinari sono molto più sofisticati e, a parità di unità lavorativa, producono molto di più, anche se l&#8217;operaio lavora con meno fatica e in meno ore. Inoltre le attività più nocive alla salute o più onerose il capitale tende a trasferirle nei paesi cosiddetti “emergenti”, dove chiunque è disposto a fare qualunque lavoro per qualunque salario e dove i diritti sindacali e persino quelli in generale sono molto risicati. Questo per dire che lo sfruttamento psico-fisico-intellettuale è una cosa, quello più propriamente economico-produttivo un&#8217;altra, proprio perché ci sono sempre di mezzo le macchine, da cui il capitalismo non può prescindere, pena la sua trasformazione in schiavismo allo stato puro.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> I governi degli Stati Uniti, il paese più capitalistico del mondo, concepiscono il socialismo solo come un nemico da abbattere. Non sono abituati a confrontarsi con le sue idee. Fanno molta fatica a tollerare la presenza di un partito socialista o comunista all&#8217;interno del loro Paese. Lo stesso popolo americano sembra non chiedersi affatto se questo atteggiamento governativo sia da considerarsi normale: semplicemente lo danno per scontato. Quando contestano le azioni dei loro governi, non lo fanno mai appellandosi a qualche idea del socialismo, anche se ne avrebbero tutti i motivi. Per loro l&#8217;uguaglianza non proviene dal socialismo, ma solo dalla <i>democrazia</i>. Eppure non si può dire che gli Stati Uniti non abbiamo conosciuto idee ed esperienze di “socialismo”: basterebbe guardare che cos&#8217;erano le tribù native sino alla seconda metà del XIX sec. Oggi comunque il comunismo americano è sostanzialmente filo-cinese.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Mi rendo conto che un termine del genere oggi può apparire obsoleto e, per molti versi, fastidioso, in quanto non si parla più del Terzo Mondo come di un&#8217;area colonizzata bensì “emergente”. Tuttavia una cosa è la dipendenza <i>economica</i>, che per molti Paesi perdura sin dal XVI sec., un&#8217;altra è la dipendenza <i>politica</i>, che effettivamente si è parzialmente ridotta dopo la fine della II guerra mondiale. I fatti dell&#8217;imperialismo o del globalismo cosa dimostrano? Che non sempre una indipendenza politica implica, di necessità, anche una indipendenza economica: che questo sia vero lo si vede anche nella situazione che attualmente stanno vivendo i Paesi europei dell&#8217;ex “socialismo statale”, i quali hanno deciso di abbracciare il capitalismo senza rendersi ben conto di non avere armi sufficienti per competere con quello occidentale. Si potrebbe anzi dire che i modi economici o finanziari per tenere un Paese in uno stato di “dipendenza” si sono col tempo raffinati in maniera proporzionale all&#8217;aumentata richiesta di indipendenza politica.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> A dir il vero la denominazione di “socialismo scientifico” risale al solo Engels, e proprio in relazione alla polemica contro Dühring, che da alcuni politici della socialdemocrazia tedesca veniva visto come un eccellente scienziato in grado di criticare Marx. Per Engels il socialismo scientifico era un prodotto essenzialmente tedesco, proprio perché qui era nata la dialettica. Bernstein, il cui riformismo avrà la meglio nella II Internazionale, preferiva invece usare la formula “socialismo critico”, opponendo alla filosofia hegeliana quella kantiana.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Il che non riguardava unicamente l&#8217;Asia (India, Cina, ecc.), ma anche l&#8217;Africa (Egitto dei faraoni) e l&#8217;America delle civiltà precolombiane.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Anche il feudalesimo e il capitalismo, seppure in modi diversi, sono due forme di schiavitù: che la dipendenza sia fisica, personale o contrattuale non cambia molto lo stato di soggezione del lavoratore. Sotto il cosiddetto “socialismo reale” abbiamo anche assistito alla dipendenza più strettamente <i>ideologica</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> È forse qui il caso di ricordare che sia il fascismo che il nazismo si ponevano, nella loro fase iniziale, come realizzatori del “socialismo” dal punto di vista della piccola-borghesia. Di qui l&#8217;aspetto apparentemente “rivoluzionario”.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> È probabile che una nota così lunga sia stata inserita successivamente, dopo che qualcuno (Marx?) gli avrà detto che tra il suo socialismo e quello dei prussiani iscritti all&#8217;Internazionale non vi era, in definitiva, una differenza sostanziale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Da notare che già nel <i>Manifesto</i> si afferma che nelle mani dello Stato avrebbero dovuto esserci, transitoriamente, fino al superamento del concetto stesso di “Stato”, la proprietà fondiaria, la produzione industriale, una banca nazionale e i mezzi di trasporto.</p>
</div>
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		<title>Gli incredibili successi del positivismo comtiano</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 10:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[comte]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[positivismo]]></category>
		<category><![CDATA[scientismo]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Pur cercando per tutta la sua vita un&#8217;affermazione personale, Auguste Comte (1798-1857), il teorico del positivismo, riuscì a trovarla solo dopo morto e addirittura nel mondo intero. Nella seconda metà dell&#8217;Ottocento (almeno fino alla I guerra mondiale) il positivismo fu la filosofia più importante del pianeta, infinitamente superiore sia quella del socialismo che a quella [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 13px">Pur cercando per tutta la sua vita un&#8217;affermazione personale, Auguste  	Comte (1798-1857), il teorico del positivismo, riuscì a trovarla solo dopo  	morto e addirittura nel mondo intero.</span></p>
<p>Nella seconda metà dell&#8217;Ottocento (almeno fino alla I guerra mondiale) il  	positivismo fu la filosofia più importante del pianeta, infinitamente  	superiore sia quella del socialismo che a quella del nostro neo-idealismo  	(Croce e Gentile). Fu l&#8217;ideologia che la borghesia volle imporre non solo in  	Europa e negli Stati Uniti, ma anche in tutte le proprie colonie. Fu la  	risposta borghese alle teorie del vecchio idealismo religioso e del nuovo  	socialismo utopistico e scientifico, ma anche a tutti i tentativi di  	&#8220;democratizzare&#8221; troppo la società civile.</p>
<p>La borghesia del secondo Ottocento era sì favorevole alla scienza e alla  	tecnica (applicate all&#8217;industria), ma voleva anche pacificazione sociale e  	sottomissione delle classi lavoratrici (eventualmente alzando i loro salari  	grazie allo sfruttamento selvaggio delle colonie, di cui in Europa la  	popolazione non sapeva quasi nulla, e negli Usa ancora meno).</p>
<p>La forza (illusoria) del positivismo stava tutta nel fatto che si poneva  	come una &#8220;religione laica&#8221;, disposta a fare della rivoluzione  	tecnico-scientifica il proprio idolo. Si era assolutamente convinti che gli  	antagonismi sociali, creati a partire dalla rivoluzione industriale della  	seconda metà del XVIII sec., e resi ben evidenti dalle condizioni di miseria  	delle plebi urbane, che fuggivano da una vita rurale il cui autoconsumo era  	stato rovinato dai mercati, si sarebbero facilmente risolti investendo  	nell&#8217;industria tutto quanto di scientifico e di tecnologico si sarebbe  	potuto scoprire e inventare.</p>
<p>Si voleva assolutamente essere convinti di questo, poiché si temeva che  	le forze sociali antiborghesi potessero sfruttare quegli antagonismi al fine  	di avanzare rivendicazioni non compatibili con le esigenze di profitto.</p>
<p>La borghesia aveva cercato nelle plebi rurali e urbane un potente alleato  	contro le forze reazionarie della nobiltà (laica e, in Francia, anche  	ecclesiastica). Ora che aveva ottenuto maggiori spazi di manovra, temeva di  	dover fare ulteriori concessioni ai propri alleati: di qui i tradimenti  	politici e i tentativi, appunto &#8220;positivistici&#8221;, di farsi perdonare,  	promettendo un benessere generalizzato in virtù di un nuovo dio da adorare:  	quello del <em>progresso tecnico-scientifico</em>.</p>
<p>La borghesia in effetti fu convincente, poiché nell&#8217;ambito del socialismo  	europeo il riflusso fu notevole. Era molto raro vedere degli intellettuali  	di sinistra mettere in relazione l&#8217;aumentato benessere in Europa e negli Usa  	col crescente sfruttamento delle loro <em>colonie</em> e della <em>natura</em> in generale, nei cui confronti avere il benché minimo scrupolo sarebbe stato  	irresponsabile. Neppure oggi d&#8217;altra parte esiste una consapevolezza critica  	di ciò che il capitalismo è in grado di fare quando si pone come  	&#8220;imperialismo&#8221;.</p>
<p>La disillusione non venne perché il benessere, dopo una prima euforia,  	era diminuito, nonostante fossero forti e ripetute le crisi di  	sovrapproduzione, ma venne perché scoppiò la I guerra mondiale, la quale  	appunto s&#8217;incaricò di dimostrare che il positivismo poteva essere messo al  	servizio non solo di quelle nazioni che, prima delle altre, avevano compiuto  	l&#8217;unificazione nazionale e, insieme, la rivoluzione industriale, ma anche di  	quelle che, in queste due direzioni si erano avventurate per ultime e che  	ora avevano bisogno di recuperare in fretta il tempo perduto, soprattutto là  	dove, col pretesto della &#8220;civilizzazione da esportare&#8221;, c&#8217;erano da  	saccheggiare ricchezze favolose a titolo gratuito.</p>
<p>Dunque, il positivismo aveva dimostrato che la pur imponente rivoluzione  	tecnico-scientifica non era di per sé sufficiente a risolvere gli  	antagonismi sociali. Ci voleva ben altro, e la soluzione trovata dalla  	borghesia era perfettamente in linea con la sua filosofia di vita,  	soprattutto con quella che viene applicata nei momenti difficili: la <em> guerra</em>.</p>
<p>Ci illuderemmo però a pensare che le due guerre mondiali abbiano saputo  	sferrare un colpo decisivo all&#8217;ideologia &#8220;magica&#8221; del positivismo. La  	borghesia ha soltanto mutato gli strumenti del proprio dominio: dopo il  	treno ha creato l&#8217;automobile, dopo la macchina da scrivere il computer, dopo  	il telegrafo e il telefono il cellulare, e così via.</p>
<p>Di scoperta in scoperta, in un susseguirsi d&#8217;innovazioni sempre più  	complesse, siamo arrivati a un punto in cui non si sa più cosa inventare.  	Sappiamo soltanto che quando le crisi non si risolvono, quando le  	contraddizioni si acuiscono, la borghesia sa trarre dal suo cilindro sempre  	il solito coniglio. Il suo motto preferito è: &#8220;distruggere tutto per poter  	ricostruire.</p>
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