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	<title>ArruotaLibera &#187; Peled</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Israele/Palestina: non tutti predicano l&#8217;odio e portano il cervello all&#8217;ammasso</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 08:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/ http://frammentivocalimo.blogspot.it/2012/10/alessandro-schwed-basta-con-la-guerra.html http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=37247 Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco? Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza per interrompere l’assedio. Passeggero I: Elik Elhanan , Israele Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/">http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/</a></p>
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<h1>Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco?</h1>
<div>
<p><em>Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo  della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza  per interrompere l’assedio.</em></p>
<p><strong>Passeggero I: Elik Elhanan , Israele<a href="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg"><img title="elik" src="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong>Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, è uno dei  passeggeri a bordo del veliero Estelle nell’ultima tappa verso Gaza.  Viene da una famiglia molto conosciuta emigrata in Palestina già negli  anni ’20. Il padre del nonno materno fu il primo ambasciatore israeliano  a Stoccolma. Il nonno materno, Matti Peled, fu il primo generale  israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare  gruppi pacifisti insieme ai palestinesi. Lasciò l’esercito e si dedicò  invece a un dottorato in letteratura araba.</strong></p>
<p><strong>Elik, che ora ha 35 anni, ha un passato giovanile di punk. Nel 1995  si arruolò nell’esercito israeliano ed entrò nel corpo dei paracadutisti  diventando con il passar del tempo un membro della squadra di élite.</strong></p>
<p><strong>Il quattro settembre 1997 sua sorella Smadar Elhanan, di 16  anni, tornava a casa da scuola sul viale Ben Yehuda a Gerusalemme.Era la  prima settimana di scuola e c’era molta gente in giro. Due attentatori  suicidi si fecero esplodere quel pomeriggio sul viale Ben Yehuda. Cinque  persone persero la vita e venti furono ferite.</strong></p>
<p><strong>Quando Elik venne a sapere dell’attentato chiamò a casa dal  reggimento, lo facevano tutti coloro che vivevano a Gerusalemme. Nessuno  aveva sentito niente di speciale. Quando chiamò gli aveva risposto un  vicino. I genitori erano usciti per identificare la figlia. Lei e la sua  migliore amica erano tra i morti.</strong></p>
<p><strong>Dopo la morte di Smadar, la loro madre, Noret Pelled Elhanan,  dichiarò che considerava il governo israeliano e la sua politica di  occupazione responsabili della morte di Smadar.<span id="more-3775"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Elik lasciò l’esercito dopo aver terminato il servizio militare e  viaggiò in giro per il mondo per circa due anni. Si stabilí a Parigi  dove prese contatto con attivisti provenienti da tutto il mondo che  combattevano contro l’occupazione della Cisgiordania e della striscia di  Gaza da parte di Israele.</strong></p>
<p><strong>I suoi genitori sono attivi nell’organizzazione “We lost a child”, un  ‘organizzazione per genitori israeliani e palestinesi che hanno perso  un figlio o una figlia. Suo padre, Rami, viaggiò due anni fa con un Ship  to Gaza interamente ebraico che voleva forzare il blocco, viaggio al  quale presero parte molti sopravvissuti all’Olocausto. (Vennero  fermati). Elik si uní ai militari che rifiutarono di partecipare alla  guerra contro Gaza nel 2002, “Il coraggio di dire di no”. Nel 2004 tornò  in Israele e costituí, insieme con palestinesi liberati dalle carceri  israeliane, un’organizzazione chiamata “Combattants for peace”.</strong></p>
<p><strong>E ora Elik viaggia a bordo della Estelle (quando scrivo  questo stiamo traversando lo stretto di Messina). Considera che il  blocco di Gaza è criminale. L’Europa potrebbe facilmente esercitare  pressioni su Israele dato che il 40% del commercio israeliano avviene  con l’Europa. Ma l’Europa e Israele sembrano aver stretto un accordo che  secondo Elik consiste in questo: L’Europa è perdonata per l’Olocausto a  condizione di non protestare contro l’occupazione e la repressione che  Isarele esercita sui palestinesi.</strong></p>
<p><em>Maria-Pia Boëthius, membro dell’equipaggio di Estelle</em></p>
<p><strong>Contatti stampa<br />
</strong>Mikael Löfgren, media co-ordinator per Ship to Gaza Svezia: +46 707983643 <a href="mailto:media@shiptogaza.se">media@shiptogaza.se</a><br />
Media team Italia : Paola Mandato +39 335 5712859 <a href="mailto:freedomflotillaitalia@gmail.com">freedomflotillaitalia@gmail.com</a></p>
<p>Approfondimenti<br />
lettera di Elik Elhanan <a href="http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005">http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005</a><br />
video di Elik Elhanan <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk">http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk</a></p>
<p>Foto di Elik Elhanan  fonte : <a href="http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/">http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/</a></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong><em>Fiorentino d’adozione, ebreo, torinese da parte materna e ungherese da parte paterna, Alessandro Schwed è più noto con lo pseudonimo di Giga Melik con il quale scriveva sul periodico ferocemente satirico Il Male. Scrittore-scardinatore di schemi, esploratore di vari generi di  narrazione, giocoliere della tragi-commedia umana, il 9 ottobre ha scritto per Il Foglio il seguente articolo:</em></strong></p>
<h3>Alessandro Schwed : &#8221; Basta con la guerra perpetua &#8220;</h3>
<div id="post-body-1529137029543172455"><strong><em>C’è quel preavviso israeliano all’Iran</em>. </strong><strong>Ha lasciato  una sensazione forte, a tratti è un vento forte, che poi si attenua, poi  è silente. Un’altra guerra si è messa in coda alle guerre della Storia.  Il Mediterraneo che si infiamma, altro che Atlantide. Che avvenga-non  avvenga l’attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, due popoli  attendono, dimenticano, di nuovo attendono. Nelle case di Teheran e Tel  Aviv chiamano al telefono i parenti nel mondo, parlano di quello che  potrebbe succedere. O non parlano con nessuno e la notte sognano la  guerra: da qualche parte la paura deve finire. Un’immane pazzia. Il  conflitto tra Israele e il mondo arabo, di cui l’Iran non è parte etnica  ma religiosa, è così permanente da essere eterno nell’agenda politica  mondiale.<br />
<em>Una guerra di guerre, lunga sessantaquattro anni,</em> il  cui inizio nel ’900 è visibile in filmati in bianco e nero. Il fatto  era, ed è rimasto, che l’esistenza di Israele era un’offesa, Israele non  doveva esistere. Poi Israele ha continuato a esistere, ha capitalizzato  le guerre vinte prima contrattando la restituzione dei Territori senza  riuscirci, e da vari anni, con questa destra in carica, assorbendo in  modo implicito, poi sempre più esplicito, i Territori. Netanyahu pare  ingoiarli, evitando di contrattare la restituzione, come se fosse un non  udente di un governo di non udenti. I Territori contengono la massa  crescente dei coloni, un sempre più consistente serbatoio elettorale con  cui fare i conti del consenso e degli affari edilizi, della costruzione  delle infrastrutture. C’è la onnipresente pervasività fisica,  economica, mediatica degli insediamenti israeliani, basta guardare la  carta geografica; c’è il macigno della non restituzione dei Territori;  la scomparsa dei tavoli della pace; il fine evidente di far prevalere lo  status quo; il prender piede, con le ultime ondate dell’Alyà, di nuove stratificazioni  etniche e sociali, la degenerazione dell’idea sionista in una cultura  pionieristica che ricorda sempre di più la storia del Far West o,  peggio, il cinema Hollywoodiano sul Far West e la dissoluzione delle  terre indiane. <em>Una semiguerra all’Iran, ma anche un’azione militare ostile nel suo territorio,</em> sarebbe la pietra tombale su qualsiasi accordo futuro per i Territori.  Un tale accordo non interessa questo governo di Israele che detiene nei  Territori una parte importante del proprio serbatoio elettorale, e che  in nome dei propri interessi politici e finanziari, non solo non è  interessato alla pace, ma forse le è contrario. Dato che le ragioni di  questa ostilità (una terra da restituire, l’aspirazione a uno stato  palestinese) sono proprio le ragioni che se rimosse con i sacrifici  dolorosi propri di una pace, danneggerebbero irreparabilmente gli  interessi politici e finanziari del governo e del suo elettorato. Perché  così si fa la pace con un nemico: rintracciando le vere ragioni  dell’ostilità, contrattandole con l’offerta di terra e compensazioni che  facciano arretrare quell’ostilità, in cambio dell’accettazione di  alcuni punti, per esempio il riconoscimento dello stato d’Israele;  mentre con minacce e azioni apertamente ostili come un blitz nei siti  nucleari iraniani si ottengono subito il logoramento e la rottura di un  qualsiasi tenue filo di dialogo. A fronte della mancata volontà  israeliana di pace ricercata a ogni costo (magari con sacrifici dolorosi  come la restituzione di Gerusalemme est e di Hebron), e anzi si  preferisce minacciare l’Iran, si rispecchia in modo uguale e contrario  la politica estera, o imperiale dell’Iran. La quale si offre come una  ripetizione di quello che faceva la vecchia Urss nella regione, posto  che il vero interesse del Cremlino nell’area era di mantenere  l’instabilità. Era il tempo in cui, in modo sottile, non veniva  realmente sostenuta la causa palestinese, la nascita di uno stato, ma  come accade oggi con l’Iran si armeggiava ad apprestare turbolenze, a  fare delle aspirazioni palestinesi un’arma di pressione nell’area più delicata del mondo.  Dunque, la questione palestinese usata come rubinetto da aprire e  chiudere: un’arma contrattuale. La chiave per altre mire e altre  trattative.<br />
<em>Ora che la politica estera è stata sostituita dalle  intraprese militari portate in giro per il mondo dalle coalizioni  occidentali</em>, e la pace-guerra è familiare agli occhi della  nostra opinione pubblica, il conflitto israelo-palestinese è  paradigmatico quanto al significato universale della parola “guerra”. La  lunghissima guerra tra Israele e Palestina illustra come un conflitto  possa avere utilità istantanea e alla lunga l’inutilità della peggior  beffa. Con la sua guerra di guerre vinte, Israele è riuscito a  resistere, mai ad avere vita normale; dall’altro lato, attraversando  come impunemente le sconfitte, i palestinesi hanno alimentato il sogno  di una Palestina che sorge addirittura al posto di Israele, ma non hanno  posto una sola pietra per la nascita dello stato palestinese. E così,  se consideriamo la guerra tra Palestina e Israele dal 1948, la vita dei  due popoli è paragonabile a quella di una persona di 64 anni che ha  vissuto l’intera vita chiusa in casa, al buio, senza avere mai visto il  sole. E a me pare che oggi, profondamente, la vita quotidiana di Israele  e Palestina ponga la questione filosofica del senso della guerra, la  sua incompatibilità col sentire del nostro tempo. Né vinta veramente né  persa per davvero, può una guerra continuata al posto della vita essere  una forma ufficiosa di società, con la gente che va al lavoro, alla  partita, a ballare, e a un tratto parte per Gaza o il Libano? O vive  confezionando ordigni, scavando tunnel, sempre un passamontagna sul  volto? A Gaza, i ragazzi giocano con la PlayStation, fanno la mitologica  parte di Messi, ma fra poco potrebbe partire una fatwa anche sui  Blaugrana che hanno ospitato Shalit a una partita col Real Madrid, e  così morirà anche questo innocente sogno infantile.<br />
<em>Può una guerra eterna seminare il futuro? </em>E può il  sistema delle guerre portate dalle coalizioni come esportazione della  pace, divenire un baluardo di civiltà e democrazia? Le vite di Israele e  della Palestina dicono di no, che servirebbe l’ordine della pace.  Mentre gli esiti della pace armata sono i quaranta morti al giorno in  Iraq, l’irriducibilità talebana (con cui già i sovietici fecero i  conti), gli attuali oltre duemila morti della coalizione occidentale, il  permanere di al Qaida la cui effettiva esistenza appare insondabile, e  raggela. La dottrina dell’esportazione della democrazia con la guerra ha  fallito e le strade di Baghdad snocciolano morti, del resto come può  una pioggia di missili sulle vie della tua città averti educato alla  democrazia? Noi che abbiamo visto in tv l’attuarsi dell’ordine  attraverso la miniserie dei bombardamenti in diretta, in Iraq, Kosovo,  Afghanistan, Libia, abbiamo constatato de visu che la guerra  “intelligente” fa crollare le mura dei bunker ma rende monchi e orbi  come la guerra antica. La guerra rimane sempre la stessa: un cannibale. <em>Israele potrebbe scegliere, malauguratamente, di agire se nell’imminenza delle presidenziali Obama mostrasse incertezze, </em>a seconda dell’andamento della campagna elettorale; oppure se i  repubblicani a un tratto fossero così forti da dettare un ritorno alla  dottrina Bush. Certo, non si può attaccare l’Iran per un dibattito  televisivo andato male a Obama. Per ora la realtà è che la Casa Bianca  dice di avere una visione del nucleare iraniano affine a Israele, ma una  diversa valutazione sulla tempistica di Teheran. Seconda cosa, il mondo  è attraversato da una crisi economica come metafisica, la sua lunghezza  non si piega e non si spiega: una crisi che è come una guerra mondiale  invisibile, e sia l’America che il mondo non possono permettersi due  contemporanee, fatali guerre mondiali. A fronte del flemmatico palleggio  della Casa Bianca che smorza il preavviso israeliano di guerra, il  ballon d’essai di Netanyahu torna nel campo di Israele, prigioniero  storico della filosofia della guerra preventiva, e trova lo stato  ebraico saldato alla propria immobilità, fatta di un sostanziale  disinteresse a una pace che non sia la dissoluzione geografico-politica  di una possibile patria di Quelli.<br />
Solo i popoli di Israele e Palestina sanno quanto sia insensato il  sistema della guerra. Per Israele la guerra è la struttura emotiva dei  giorni: gli ebrei israeliani sono usciti dalla Seconda guerra mondiale e  dalla Shoah, e sono stati fluidamente ingoiati da una guerra fatta di  guerre successive: come se la vita possa costituirsi solamente di  guerra, e nella migliore delle ipotesi bisogna essere pronti al suo  scatenarsi. In Israele è un dato naturale che ci sia la guerra, o che  sia dietro l’angolo, e anzi è pericolosamente sospetto il contrario: una  pace lunga significa che Quelli si stanno organizzando. Solo chi vive  così da generazioni, sa, consciamente o meno, che a una guerra lunga  generazioni corrisponde la depressione, la vita sui nervi e altri passi  sul viale dell’angoscia. <em>Con la guerra, nelle famiglie israeliane, hanno fatto i conti uno o molti;</em> e nel vicinato, sul pianerottolo, c’è sempre un vicino, un conoscente  che è diventato pazzo per aver perso la famiglia nella Shoah e un figlio  in guerra. E così, l’Israele moderno è paradigmatico di come la guerra  abbia un’utilità istantanea e un’inutilità assoluta. Il susseguirsi  delle guerre vinte, nel peggiore dei casi almeno non perse, ha  sviluppato l’odio crescente dei vinti e la stanchezza di quei  disgraziati dei vincitori. Questo governo Netanyahu dei preavvisi di  guerra esercita un’assenza di ricerca della pace, un’estraneità totale  all’azione di ascoltare il prossimo, che è condizione esistenziale di  non vita. Non è un caso che l’ultimo eroe di Israele non sia Rabin, che  aveva stretto la mano ad Arafat ed è stato assassinato, ma il corpo  dimenticato di Sharon: un né vivo né morto che certo non torna a vivere e  che misteriosamente non riesce a riposare in pace – metafora inquieta  della vita impossibile israeliana. Israele amplia gli insediamenti,  costruisce case e infrastrutture: è come se cullasse la tensione. Sta  smarrendo la normalità. E’ una vita in stato ebraico di assedio. E in  modo paradossale, questo rassegnarsi alla vita come guerra, assomiglia  alla sopravvivenza quotidiana del tempo mentale e fisico della Shoah.<br />
<em>Quanto vale per la guerra eterna tra Israele e il mondo  arabo, Israele e l’Iran, vale per le reiterate guerre occidentali nel  Golfo, nel Kosovo, in Afghanistan, Libia</em>. Per quanto tale modo  di operare venga chiamato peace keeping, contingenti di pace, guerra  umanitaria, quando volano gli aerei e cadono le bombe, i contingenti non  sono di pace. Guerre con “costi umani”, si dice, per non dire morirete a  chi sta per morire; guerre con obiettivi limitati, si dice, che  colpiranno “solo” le infrastrutture, come se strade, ponti, fabbriche,  stazioni ferroviarie siano parentesi della vita. Guerre in tv, come se  quell’essere di Baghdad nelle tv di tutto il mondo, la città di Aladino  che si immergeva in una fantasmagorica luce verde, rendesse plausibile  la pioggia dei missili da crociera Tomahawk sparati dal Golfo, come se  la crociera dei tubetti di ferro fosse una capatina in città. “Sono  stati sparati 130 missili da crociera” avverte quieto dal teleschermo lo  speaker, opzione sorridente della guerra nella vita di famiglia. Uno  torna a casa: cara, che è successo oggi? Niente, centotrenta missili da  crociera, centrati otto target, e fuoco amico a Kabul – ma nulla, non  erano italiani.<br />
<em>All’inizio, le guerre in Kosovo-Afghanistan-Iraq volano alte  tra le nubi dello spettacolo televisivo, poi piombano in basso e  colpiscono davvero. </em> La guerra corre, ci sono le dichiarazioni  dei rappresentanti dei governi. Si presentano ai microfoni in eleganti  abiti civili, come se non fossero loro a mandare gli aerei dato che  hanno la cravatta. Ci sono quelle dichiarazioni: nessuno ce l’ha coi  popoli colpiti, la guerra è contro il regime e i suoi capi. Va da sé che  non sono perforati solo i bunker del regime e le ville al mare dei  capi: saltano in aria le normali piazze con le normali panchine, le case  con i letti e i comodini e se va bene le scuole bruciano con dentro  solo i meravigliosi disegni dei figli. Ma le belle strade che legano i  quartieri si riempiono dei crepacci delle bombe, diventano strade  inutili, e anche se le trasmissioni televisive funzionano ancora e la  sera danno un film, la normalità ormai è scappata dalla finestra e  nessuno sa dove sia andata. La pietà, quella subentra quando finalmente  le macerie sono inquadrate dal basso assieme ai corpi immobili; e  risulta veramente strano che oltre alla guerra preventiva non possa  esserci la pietà preventiva, ma solo la sterile pietà successiva. Un  permanente Vietnam. Un set cine-bombardante che elimina dittatori e  rende profughi i popoli. Le case dissolte, le auto carcasse, le  popolazioni fuggite, le vie deserte, le tendopoli piene, l’acqua finita,  i padri scomparsi – la guerra è stata vinta. Da chi?<br />
<em>Guerra per una pozza d’acqua, come nell’inizio mitopoietico di “2001, Odissea nello spazio” di Kubrick.</em> Lì, poniamo quattrocentomila anni fa, viene ucciso il membro di un  gruppo di ominidi ancora privi di parola. Ringhiano, sbuffano, sono  dotati di un’andatura incerta. Quando giungono alla pozza, litigano con  altri ominidi per il suo possesso: il fatto è che lì si beve.  Converrebbe avere la pozza e bere al posto degli altri. Tra gli ominidi  c’è una discussione stilisticamente brutale. Le urla sono sempre più  forti e ha luogo la prima uccisione della storia. Non originata da una  lite individuale, ma come sottende il racconto biblico di Caino e Abele  un omicidio-guerra per una contesa tra due gruppi identici ma  socialmente diversi. Uno è stanziale e vive presso la pozza, l’altro è  un gruppo che arriva da chissà dove per andare chissà dove e adesso ha  sete. Per invidia, balordaggine, la prevalenza di un istinto  insopprimibile, scoppia la prima guerra umana. Alla pozza di Kubrik, la  scoperta di come risolvere il contenzioso e bere solo gli uni e  assolutamente nessuno degli altri, avviene per caso: un ominide tira su  da terra ’osso di un animale spolpato, reso bianco dal sole, e lo brandisce.  Per un’intuizione fatale, colpisce la testa a un contendente, che piomba  a terra senza vita. Urlava, ora però è in silenzio, misteriosamente  inerte. Tra gli ominidi si diffonde la vertigine: è stata tolta la vita.  I compagni del morto fuggono, gli altri giubilano: la morte può essere  data, c’è questo potere! In segno di trionfo, lo strumento che ha ucciso  un uomo per la prima volta della Storia, l’osso di una preda uccisa e  mangiata, viene tirato in cielo. <em>L’osso volteggia in alto, più in alto ancora, cinematograficamente diviene una stazione spaziale orbitante</em> – il tempo è passato in un soffio: l’ominide è un uomo. Fa  l’astronauta, comunica a distanze immense. Si nutre in modo funzionale  alla vita spaziale, strizza dei tubetti e ingoia sintesi cremose di  uova, verdure, carni. Galleggia in assenza di gravità, cammina  saltellando su pianeti dove non c’è ossigeno. Ora che non è più il  2001 del film, ma il nostro 2012, sappiamo che dopo avere orbitato nelle  stazioni spaziali, l’uomo ha ucciso e uccide come alla pozza  dell’acqua. Fa ancora la schifosa guerra. La storia umana passa da un  omicidio: tutte le scoperte e le acquisizioni della volontà ne sono  intossicate. E in modo appena visibile, un filo sottile che attraversa  la lunga stanza della Storia, tutto inizia da un colpo in testa, inferto  mediante l’osso di un animale ucciso per nutrirsi – versare sangue,  uccidere apparenta con la violenza, la rende una delle cose ordinarie di  oggi e di domani. Genesi è l’allegoria di un trauma: rompere l’armonia  tra le creature, fu altamente tossico: dalla morte è venuta la morte.  Perché la questione della guerra è la questione del Male: è metafisica,  muove lo spirito. Ora però, la moderna questione della guerra è che la  guerra in tv non seduce più. Non possiamo fantasticare più sulla guerra  romantica, i commilitoni, l’avventura. In tv, la guerra fa schifo. Mica è  un film, non c’è ritmo. C’è gente in fila per l’acqua, i bambini stano  zitti, a un angolo c’è un cadavere.<em> La guerra non è in sintonia con la nostra sensibilità, con gli occhi dei figli a tavola – non è ricevibile.</em> La guerra della giustizia strappa i corpi, lascia odio, è comunque  guerra. Certo, talora la guerra è stata utile: se a liberare l’Europa  non ci fossero stati gli americani e l’Armata rossa, chissà cosa sarebbe  oggi il mondo. Ma siamo nella post Storia, c’è l’attesa di vita, le  palestre, il culto del corpo, i viaggi, gli amici dei social network da  Milano a Giava: la guerra non è comprensibile, razionalizzabile,  assimilabile. Perché ritenere che la guerra risolva, se non è affatto  così? Che il dolore fisico non ci sia, quando si vede bene che c’è?  Possiamo pensare che se quattrocentomila anni fa non ci fosse stata la  lesione dell’armonia universale, versare sangue di altre creature per  riempire se stessi di cibo e di possesso; se non avesse prevalso  l’impulso di versare sangue come una cosa naturale per nutrirci, una  cosa sopportabile, come infatti sopportiamo la convivenza degli occhi  miti del bue con la fetta di carne sul nostro piatto. Se tutto questo  non fosse mai successo, se non avesse prevalso mors tua vita mea, la  Storia sarebbe stata un’altra. Allora non ci sarebbero stati Auschwitz  né Hiroshima. Invece, c’è più di una guerra a generazione.<br />
<em>Alla fine abbiamo visto due Gheddafi, quello assalito e sparato, e quello ricomposto in un interno. </em>Di quello assalito si dice che siano stati i francesi ad assalirlo, ma  ad assalire è stata la solita guerra. Il secondo Gheddafi è quello di  qualche giorno dopo, ricomposto forse in una capanna. Era come se stesse  dormendo. Estraneo alla guerra che aveva appena finito di rimbombare,  appariva parte intrinseca di una pace sconosciuta sia al lui di prima  che a noi di ora. Affacciato al confine di quel mondo col nostro, il suo  corpo pacato domandava: “C’era bisogno di tutto questo?”.</strong></div>
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<h1>Tribunale Russell: &#8220;USA complici di Israele&#8221;</h1>
<div><strong>La corte privata, nata per la guerra in  Vietnam, accusa Washington di fornire sostegno economico e militare e  impunità alle violazioni contro il popolo palestinese.</strong></div>
<div><strong><em>Roma, 11 ottobre 2012, Nena News </em>-</strong></div>
<div><strong>Da New York si alza la voce  del Tribunale Russell sulla Palestina: gli Stati Uniti sono colpevoli di  complicità con le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi da  Israele contro il popolo palestinese.</p>
<p>La speciale corte, nata durante la guerra in Vietnam nel 1967, è un  corpo privato creato dal filosofo inglese Bertrand Russell e dal  francese Jean Paul Sartre e volto a investigare la politica estera  americana e l&#8217;intervento armato in Vietnam. Dal 2008 &#8211; anno  dell&#8217;Operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza &#8211; si occupa di  Palestina e il suo ultimo atto è giunto nella conferenza stampa di  lunedì a New York: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,  Washington è responsabile di complicità nella violenta repressione  israeliana contro la Palestina.</p>
<p>&#8220;Il Tribunale ritiene che il progetto di espansione coloniale  israeliana in atto, le sue politiche razziali, così come il militarismo  violento non sarebbero possibili senza il sostegno economico, militare e  diplomatico degli Stati Uniti &#8211; si legge nella bozza del rapporto  della corte &#8211; Si è creata una situazione per cui Israele ha ottenuto uno  status di immunità e impunità per la sua totale mancanza di rispetto  delle norme e gli standard del diritto internazionale, con l&#8217;aiuto degli  Stati Uniti&#8221;.</p>
<p>In particolare, secondo il Tribunale, Washington permette a Tel  Aviv di lavorare per rimanere uno Stato esclusivamente ebraico &#8220;a spese  dei diritti umani del popolo palestinese&#8221; e in violazione della legge  internazionale, <em>in primis</em> della Convenzione di Ginevra e della giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia.</p>
<p>Durante la conferenza stampa, la corte ha inoltre imputato a Israele  e Stati Uniti la mancata presenza alla quarta sessione del Tribunale,  nonostante i numerosi inviti ricevuti. Nell&#8217;ultimo rapporto si  elencano le violazioni israeliane, a partire dalla negazione del diritto  del popolo palestinese all&#8217;autodeterminazione e del diritto al ritorno  dei profughi palestinesi (garantito dalla risoluzione Onu 194 del  1948), la sistematica violazione delle centinaia di risoluzioni delle  Nazioni Unite in merito ai Territori Occupati e del diritto del popolo  palestinese a usufruire delle proprie risorse naturale e delle terre.</p>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>A cui si aggiungono la costruzione del Muro di Separazione  (considerato illegale dalla Corte Internazionale), la creazione di  colonie in territorio palestinese, l&#8217;espulsione continua di residenti  palestinesi dal proprio territorio, la demolizione sistematica di case  palestinesi, maltrattamenti e torture nei carceri israeliani e  l&#8217;utilizzo della detenzione amministrativa contro i prigionieri politici  palestinesi.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3783" title="19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg" alt="" width="477" height="241" /></a><br />
</strong></p>
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