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	<title>ArruotaLibera &#187; new economic history</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>La storiografia americana contemporanea (II)</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 19:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Zetesis]]></category>
		<category><![CDATA[new economic history]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia americana]]></category>

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		<description><![CDATA[A partire dalla metà degli anni &#8217;70 una terza corrente è venuta prepotentemente emergendo: quella conservatrice. Gli scrittori collegati a questo nuovo trend hanno esordito attaccando frontalmente non solo le concezioni radical democratiche ma anche quelle liberali. Essi ad es. condannano le politiche governative dei presidenti Kennedy e Johnson, rifiutano tutti i programmi di assistenza [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A partire dalla metà degli anni &#8217;70 una terza corrente è venuta  prepotentemente emergendo: quella conservatrice. Gli scrittori collegati a  questo nuovo trend hanno esordito attaccando frontalmente non solo le concezioni  radical democratiche ma anche quelle liberali. Essi ad es. condannano le  politiche governative dei presidenti Kennedy e Johnson, rifiutano tutti i  programmi di assistenza sociale degli anni &#8217;60, ritengono che la povertà e  l&#8217;ineguaglianza siano inevitabili, parteggiano per il darwinismo sociale e le  idee malthusiane.</p>
<p>In particolare, sul concetto di povertà le loro opinioni sono davvero  singolari: chi sostiene che i poveri degli Usa sono molto più ricchi dei poveri  del Terzo mondo, chi pensa che la povertà non sia un fenomeno oggettivo ma una  &#8220;percezione soggettiva&#8221; degli strati sociali più bassi, chi addirittura ritiene  che l&#8217;assistenza sociale sia un incentivo alla povertà: basta leggersi le opere  di I. Kristol, D. Bell, T. J. Lowi, B. Y. Pines&#8230; Insomma, l&#8217;aspirazione  massima di questi storici conservatori è quella di tornare all&#8217;americanismo anni  &#8217;50, quando tutto appariva &#8220;facile&#8221;.</p>
<p>Proprio alla fine degli anni &#8217;50 si verificò una sorta di &#8220;rivoluzione  metodologica&#8221; negli studi storici: essa determinò la nascita della cosiddetta <em> new scientific history</em>. L&#8217;uso interdisciplinare dei metodi di molte scienze:  sociologia, politologia, psicologia, antropologia, etnografia, demografia&#8230;  unitamente all&#8217;adozione di metodi di ricerca quantitativi, portò alla  convinzione che la storiografia poteva essere paragonata a una &#8220;scienza esatta&#8221;.</p>
<p>Il tentativo non era solo quello di superare i limiti della teoria del  consenso, ma anche quello di fornire un metodo scientifico, oggettivo, libero da  ogni pregiudizio, da ogni orientamento ideologizzato, tanto che secondo ì  fautori di questo nuovo indirizzo tutte le precedenti distinzioni storiografiche  avrebbero perso il loro senso.</p>
<p>All&#8217;inizio, in effetti, si ebbe un&#8217;impressione alquanto favorevole. Gli  orizzonti e le capacità della storiografia si erano allargati. Tantissime cose  interessanti si erano scoperte, specie nello studio delle esperienze collettive  e della consapevolezza dei popoli di epoche diverse.</p>
<p>Questa nuova metodologia divenne parte del bagaglio teorico di storici  marxisti e non marxisti di tutte le tendenze. Ma sarebbe far loro un torto  sostenere che la &#8220;nuova storia scientifica&#8221; abbia eliminato le differenze che li  dividevano, o che i metodi quantitativi e interdisciplinari costituissero la  quintessenza metodologica degli studi storici.</p>
<p>Basta vedere cosa è successo in questi ultimi 40 anni: la <em>new scientific  history</em> si è suddivisa in diverse branche, all&#8217;interno delle quali  prevalgono nettamente le correnti conservatrici e liberali, nonché i metodi  della più pura sociologia e politologia borghese.</p>
<p>Ecco alcuni esempi per convincersene: gli storici che hanno studiato le cause  della guerra civile americana, sostengono che la schiavitù e di conseguenza gli  antagonismi di classe fra il nord capitalista e il sud schiavista non ebbero  alcuna parte di rilievo nello scatenamento della guerra, e lo dimostrerebbe  secondo loro il fatto che gli elettori votarono per i democratici o i  repubblicani a seconda delle diverse tradizioni etnico-religiose. In pratica la <em>new political history</em> considera molto più importanti dei conflitti di  classe le contraddizioni di tipo etnico-religioso.</p>
<p>I leaders riconosciuti della <em>new economic history</em>, R. W. Fogel e S. L.  Engerman, cercarono persino di dimostrare che il sud schiavista aveva  conosciuto, nei decenni anteriori alla guerra, uno sviluppo progressivo. Il loro <em>Time ori the Cross</em> (Boston 1974), due volumi dedicati all&#8217;esame della  schiavitù, si basa su quattro tesi fondamentali:</p>
<ol>
<li>la schiavitù negli Usa fu un sistema economico altamente produttivo e  	redditizio, che alla vigilia della guerra civile stava prosperando sia negli  	Stati costieri dell&#8217;Atlantico che nei nuovi Stati occidentali;</li>
<li>il lavoro schiavistico nelle piantagioni fu più produttivo del lavoro  	libero dei <em>farmers</em> bianchi e dei salariati agricoli;</li>
<li>le piantagioni garantivano agli schiavi un più alto standard di vita  	rispetto a quello offerto dal capitalismo al proletariato industriale e a  	quello raggiunto dai neri americani dopo l&#8217;emancipazione;</li>
<li>le piantagioni non reprimevano le capacità fisiche, intellettuali e  	morali degli schiavi, i quali anzi appresero gli elementi del cristianesimo,  	della famiglia monogamica, ecc.</li>
</ol>
<p>Queste tesi vennero sottoposte a dura critica da molti storici marxisti e  non. In modo particolare non sfuggì loro che Engerman e Fogel (inclusi altri  esponenti della <em>new economic history</em>) avevano comparato lo schiavismo  delle piantagioni a un solo breve periodo del capitalismo industriale, quello  dal 1825 al 1850.</p>
<p>Effettivamente risultava una minore produttività del capitalismo, ma solo  perché questo era agli inizi del suo cammino e non, come lo schiavismo, nel  pieno delle forze. D. C. North, T. C. Cochran, G. R. Taylor e P. Temin  ribatterono sostenendo che la guerra civile non stimolò affatto lo sviluppo  capitalistico, ma anzi lo impedì, portando l&#8217;America degli anni &#8217;70 più indietro  rispetto al 1860.</p>
<p>Tuttavia questo regresso economico fu momentaneo e in un certo senso  fisiologico: i frutti delle rivoluzioni sociopolitiche non si fanno sentire  subito.</p>
<p>In sostanza la <em>new scientific history</em> non fa che spezzare la storia  sociale di tutte le tappe del capitalismo americano in molti tipi di &#8220;storie&#8221;  fra loro giustapposte o parallele, comunque isolate dalla base economica e dalla  struttura politica della società: di qui la storia della famiglia, delle donne,  dei figli, degli adolescenti, delle comunità etniche, delle sette religiose ecc.  Ogni singola storia viene trattata senza tener conto né dei principali  orientamenti dello sviluppo storico, né delle fondamentali distinzioni di  classe.</p>
<p>L&#8217;antistoricismo di questi metodi liberalconservatori è alla base del rifiuto  di tutti i metodi di ricerca della storiografia classica e, nonostante gli  approcci interdisciplinari e le tecniche quantitative, esso resta  sostanzialmente apologetico del sistema borghese.</p>
<p>Viceversa, la storiografia radicaldemocratica, benché numericamente più  debole dell&#8217;altra, rappresenta un&#8217;importante tendenza nell&#8217;evoluzione della <em> new scientific history</em> americana. M. B. Katz, M. J. Doucet e M. J. Stern,  studiando la struttura sociale americana del 1850-75, hanno criticato  l&#8217;interpretazione behaviouristica e sociopsicologica delle classi fornita dalla  storiografia borghese, e hanno mostrato che gli interessi di classe possono  trovare nel proletariato una consapevolezza e un comportamento inadeguati, ma  non per questo essi risultano meno reali.</p>
<p>Il fenomeno caratteristico del Nord America in quel periodo di espansioni, la  mobilità sociale, può aver fatto credere che non esistessero antagonismi fra le  classi, ma si è trattato di una pura e semplice apparenza. Il capitalismo non fa  sparire i conflitti tra le classi ma anzi li aggrava (cfr. <em>The Social  Organisation of Early Industrial Capitalism</em>, Cambridge¬Mass., 1982).</p>
<p>Oggi la <em>new scientific history</em>, così come tutta la storiografia non  marxista nordamericana, è suddivisa in tre fondamentali correnti, come già si è  detto: conservatrice, liberale e radicaldemocratica. Nonostante alcuni punti in  comune, a livello di metodo e di contenuto storiografici, le loro principali  differenze si possono riassumere, per concludere, alle seguenti quattro:</p>
<ol>
<li>gli esponenti del trend liberale e conservatore aderiscono all&#8217;idea di  	una esclusività storica nazionale. Essi vedono la storia del mondo come una  	somma meccanica di storie nazionali, ognuna delle quali si è sviluppata  	secondo proprie leggi. Negli ultimi 30 anni s&#8217;è imposta una variante  	dell&#8217;esclusività americana. R. Palmer e i suoi seguaci hanno lanciato l&#8217;idea  	che la regione atlantica &#8220;avanzata&#8221; include anche i paesi euroccidentali, i  	quali però restano inferiori alla insuperata civiltà americana. Gli  	esponenti della tendenza radicale ritengono invece che il processo  	storico-universale sia unitario, nel senso che esistono alcune fondamentali  	leggi storiche che possono essere applicate allo studio della storia di ogni  	singola nazione.</li>
<li>La maggioranza degli storici liberalconservatori sostiene un approccio 	<em>multi-facIor</em> alla casualità storica e crede nell&#8217;equivalenza dei  	fattori. Chi invece attribuisce l&#8217;importanza maggiore a un singolo fattore,  	il più delle volte sceglie fra i seguenti: mutamenti tecnologici, influenze  	ambientali, lo Stato e i partiti politici, aspetti biopsicologici.  	Viceversa, gli storici radicali puntano l&#8217;attenzione sugli elementi  	materiali ed economici dello sviluppo storico, e fra questi considerano che  	i conflitti sociali e di classe giocano un ruolo decisivo.</li>
<li>Va detto tuttavia che solo gli storici più conservatori oggi negano  	completamente l&#8217;esistenza dei conflitti nella storia del loro paese. Per  	quelli liberali o moderati l&#8217;interpretazione dei conflitti storici viene  	usata come contrappeso a quella marxista. Si può anzi dire, sotto questo  	aspetto, che tra le principali interpretazioni liberalborghesi dei conflitti  	sociali vi sono: quella che nega il conflitto di classe ai livelli delle  	relazioni produttive, situandolo solo in quelle distributive; quella che,  	dopo aver diviso la società in molti piccoli gruppi, vede i conflitti  	sociali nelle diverse esigenze professionali o comunque vitali di questi  	gruppi, che pur possono avere un medesimo rapporto nei confronti della  	proprietà dei mezzi produttivi; quella infine che enfatizza i contrasti  	generazionali e della convivenza interetnica e religiosa.</li>
<li>Sul piano della concezione politica del mondo, sia i conservatori che i  	liberali vogliono preservare, come noto, le posizioni storiche del  	capitalismo monopolistico, benché i liberali, a differenza dei conservatori,  	vogliono questo in virtù di riforme e di una regolazione  	monopolistico-statale dell&#8217;economia. Fra gli storici liberali si possono  	riscontrare anche sentimenti pacifisti e vagamente antimperialistici. I  	rappresentanti dell&#8217;ala radicale sono invece molto più netti  	nell&#8217;opposizione al dominio dei monopoli.</li>
</ol>
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