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	<title>ArruotaLibera &#187; Nazarbaiev</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>1) &#8211; Affondiamo nel ridicolo per il petrolio in mani poco chiare. 2) &#8211; Le grandi banche diventano corporation industriali</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jul 2013 20:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/07/Diapositiva13.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4243" title="Diapositiva1" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/07/Diapositiva13.jpg" alt="" width="720" height="960" /></a>Per capire meglio come mai i diplomatici kazaki se la facciano quasi da padroni nel Belpaese, obbediti a bacchetta perfino dal ministero dell&#8217;Interno, è utile leggersi l&#8217;agile e documentatissimo libro &#8220;Extra virgin oil&#8221;, edito dalla casa editrice Aracne, specializzata in testi universitari, scritto dal docente universitario Aldo Ferrara e dal giornalista Filippo Bellantoni. Ferrara era tra i consulenti di Dario Fo all&#8217;epoca della sua candidatura a sindaco di Milano e aveva preparato un programma per abbattere l&#8217;inquinamento della città.  &#8220;Extra virgin oil&#8221; documenta gli intrecci  e gli enormi interessi, compresi quelli italiani, che stanno dando vita alla rete dei giganteschi oleodotti e gasdotti che trasporteranno in Europa il gas e il petrolio dell&#8217;Asia Centrale. Tra i protagonisti non mancano gli italiani, compresi Silvio Berlusconi e uomini di sua stretta fiducia. </strong></p>
<div><strong>Ferrara riassume così le odierne perplessità per il caso della signora Shalabeyeva e figlia:</strong></div>
<div><strong>&#8221; <em>L&#8217;Eurasia è scenario di affari petroliferi. Un tempo Enrico Mattei cercava il greggio al minore costo possibile nell&#8217;interesse del consumatore, adesso numerosi imprenditori italiani, politici e dirigenti di Aziende Statali fanno affari con le nuove pipeline come South e North Stream, Nabucco etc. Questi oleodotti passano quasi tutti dal Kazakhastan. E&#8217; possibile non esaudire le &#8220;minime&#8221; richieste&#8221; politiche di Nursultan Nazarbayev?&#8221;.<span id="more-4236"></span><br />
</em></strong></div>
<div><em><strong> </strong></em></div>
<div><strong>Per chiarire su cosa si basi il potere di Nazarbayev Ferrara spiega che &#8220;l&#8217;Eurasia, dal Turkmenistan al Tagikistan, è un ventre d&#8217;0r0&#8243;. D&#8217;oro nero, per l&#8217;esattezza, e gas. Nel libro si legge infatti quanto segue:</strong></div>
<div><em><strong> </strong></em></div>
<div><strong><em>&#8220;</em><em>In quella lontana regione che confina a Sud con l’Afghanistan e l’Iran ed a nord trova i confini di Santa Madre Russia, si stendono cinque Paesi. Sono definiti “i 5 Stan” per il loro suffisso che indica la primitiva definizione etnica (Kazakhstan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan) che compongono l’area più ricca di risorse naturali del Centro Asia, definita Eurasia per la sua vicinanza geopolitica ai Paesi dell’Eurozona. L’area è quella ricchissima dei giacimenti ad est del mar Caspio, l’area su cui voleva insediarsi Hitler per sconfiggere gli Alleati. Un’area dove petrolio, gas energia sono le parole chiave. Anche il lontano Giappone, dopo le consultazioni del Central Asia plus Japan dialogue a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri dei cinque Stan più il Giappone, ha annunciato di voler investire in Asia centrale 700 milioni di dollari in vari settori tra cui, ovviamente, quello energetico.</em></strong></div>
<div><em><strong>Il Kazakhstan è il paese più autonomo dalla Russia anche per il polso del Presidente Nursultan Nazarbayev. Il Kazakhstan, nell’area ex-sovietica, si situa al secondo posto dopo la Russia per riserve e produzione di petrolio e i due giacimenti giganti di Tengiz e Karachaganak, nella parte occidentale del paese, dominano la produzione&#8221;. </strong></em></div>
<div><strong>A dire che Silvio Berlusconi ha interessi nel settore energetico, quanto meno del gas, è stato nel 2009 l’allora ambasciatore Usa a Roma, come ha rivelato Wikileaks. Come che sia, il comportamento fin troppo arrendevole del ministro degli Esteri Emma Bonino nei confronti dell&#8217;ambasciatore del Kazakistan è francamente imbarazzante. Specialmente dopo le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riguardo l&#8217;incredibile espulsione a tappe forzate della signora Shalabayeva e figlia. Anziché dichiararle persone non gradite e ritirare l&#8217;accredito diplomatico all&#8217;ambasciatore del Kazakistan e ai suoi troppo invadenti collaboratori, costringendoli a tornarsene subito a casa, il ministro Bonino l&#8217;ambasciatore si limita a convocarlo. E siccome questi è in vacanza il ministro degli Esteri deve accontentarsi dell&#8217;incaricato d&#8217;affari, come dire il fanalino di coda della sede diplomatica, e di fare a lui la reprimenda che avrebbe voluto fare all&#8217;ambasciatore. Tanta remissività da parte di un personaggio che si è sempre pregiato di battersi per i diritti umani, le minoranze, ecc., lascia francamente stupiti. In queste ore sono molti a vedere allungarsi sul caso Shalabayeva e figlia l&#8217;ombra di Silvio Berlusconi e dei suoi traffici energetici con i Paesi ex sovietici dell&#8217;Asia Centrale. I maligni pensano che tanta inconsueta mansuetudine del ministro Bonino sia dovuta al fatto che a suo tempo anche i radicali, Bonino compresa, sono stati alleati elettorali proprio di Berlusconi.</strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Siamo in pieno periodo vacanziero e lo scandalo finirà nel dimenticatoio. A farlo dimenticare contribuirà la nuova figuraccia fatta grazie agli Usa che si sono riportati a casa l&#8217;ex capo centro della Cia a Roma Seldon Lady alla faccia del nostro ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, poche ore dopo la sua richiesta di estradizione. Lady infatti è ricercato per il rapimento dell&#8217;imam di Milano Abu Omar, concluso con una raffica di condanne ai vari rapitori, compresi alcuni agenti della Cia. Ferrara però non esclude che lo scandalo possa invece allargarsi perché potrebbero venire alla luce altri interessati a compiacere il Kazakistan. Ferrara vorrebbe infatti che per esempio Pierluigi Bersani rispondese a quattro domande visto che ha fatto parte della commissione del parlamento europeo preposta agli accordi con i Pasei del &#8220;ventre d&#8217;oro&#8221; e che è stato il nostro ministro prima dell&#8217;Industria e poi dello Sviluppo Economico:</strong></p>
<p><strong><em>&#8220;1)</em> <em>Che ruolo ha svolto il politico Bersani nella Commissione del Parlamento Europeo per i “5 Stan”? E’ forse solo in ossequio alla tradizione di famiglia, essendo stato il padre del Bersani un piccolo imprenditore degli idrocarburi?</em></strong></p>
<p><strong><em>2)</em> <em>Ovvero ha un particolare interesse verso l’industria petrolifera esercitato da Ministro per l’Industria prima e lo Sviluppo Economico dopo?</em></strong></p>
<p><strong><em>3)</em> <em>Perché quel Comunicato entusiasta del South Stream? Poteva non sapere quali erano gli interessi del Cavaliere nelle Regioni Euroasiatiche?</em></strong></p>
<p><strong><em>4)</em> <em>Delle trattative, non del tutto trasparenti, dell’ENI in Russia, il Ministro era a conoscenza?&#8221;</em></strong></p>
<p><strong>Bersani si guarderà bene dal rispondere. Forse queste domande dovrebbe fargliele ad alta voce Matteo Renzi.</strong></p>
<p><strong>Intanto il professor Ferrara illustra così il suo libro:</strong></p>
<div><strong>&#8220;Abbiamo voluto ripercorrere a ritroso il sentiero dell’oro nero e questo ci ha portato a scoprire l’Eurasia, un coacervo geopolitico dove le risorse del sottosuolo, gas, metano, petrolio, rame ed altro	sono	miracolosamente apparse in superficie dopo il dissolvimento improvvido dell’Unione Sovietica. E dove abbiamo trovato che la lingua locale si arricchisce dell’idioma italico trasferito, a migliaia di kilometri dai nostri confini, da volti della politica nostrana. Insomma, quei volti, irradiati quotidianamente	dai	nostri telescherni	(sic),	ci	hanno preceduto con tanto di colbacco e li vediamo aggirarsi tra oleodotti, tubi, condotte e manometri, segni tangibili	del	percorso	del petrolio. Se poi non ci sono tutti, è perché molti controllano a distanza ma nel loro petto, dove sta il portafogli, il cuore pompa petrolio. Forse hanno solo male interpretato il messaggio sulla dieta mediterranea a base di olio extravergine di oliva: solo che oil non è l’olio d’oliva&#8230;..&#8221;.</strong></div>
<div><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</strong></div>
<div>
<p><strong>Le grandi banche diventano corporation industriali</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri+ e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Invece di essere sottoposte ad un processo di riorganizzazione e di ridimensionamento, le banche americane “too big to fail”, quelle troppo grandi per essere lasciate fallire, hanno bypassato tutte le limitazioni e i controlli (i Chinese walls), che separavano il sistema bancario da quello commerciale, per “invadere” e impossessarsi di ampi settori dell’economia reale. Altro che riforma del sistema bancario! Esse stanno penetrando le sfere commerciali non finanziarie, allargando i loro business nei settori di produzione e di distribuzione dell’energia, delle materie prime e delle imprese di pubblici servizi. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Una recente indagine fatta da parlamentari americani, concentrata in particolare sulle nuove attività commerciali svolte dalla JP Morgan Chase, la banca Usa numero uno, dalla Goldman Sachs e dalla Morgan Stanley, ha portato ad una richiesta di intervento e di controllo da parte della Federal Reserve. Però la stessa Fed è messa sotto osservazione per il suo coinvolgimento in simili processi.  Orami è evidente che le banche in questione si stanno trasformando in grandi corporation e multinazionali. Gli effetti dirompenti per l’economia industriale potrebbero essere imprevedibili e incalcolabili.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La JP Morgan Chase, per esempio, gestisce in California la distribuzione dell’energia che è prodotta da impianti da essa posseduti. In atto c’è un’indagine per provare se abbia anche manipolato i prezzi delle bollette di energia. Si ricordi che in passato la Enron, la multinazionale dell’energia, fallì per aver “giocato” con la speculazione in derivati. La JP Morgan ora sembra percorrere la strada al contrario, dalla finanza alla produzione e ai servizi legati all’energia.</strong></p>
<p><strong>La Goldman Sachs starebbe facendo incetta di grandissime quantità di alluminio accumulate in attesa che il mercato lieviti. In merito riteniamo di dover segnalare che la Coca Cola, grande utilizzatore di lattine in alluminio, avrebbe presentato uno specifico esposto presso il London Metal Exchange, la borsa delle materie prime di Londra. </strong></p>
<p><strong>La GS starebbe anche espandendo le sue attività alla gestione dei porti, degli aeroporti e delle autostrade a pedaggio, nonché alla commercializzazione di materie prime strategiche, compreso l’uranio, e di altre risorse energetiche.</strong></p>
<p><strong>La Morgan Stanley starebbe diventando sempre più una multinazionale del petrolio. Nel giugno 2012 avrebbe importato negli Usa 4 milioni  barili. Anch’essa è impegnata nella produzione e nel commercio di materie prime, metalli e materiali preziosi. Possiede centri di produzione e di distribuzione di energia elettrica e di gas anche in  Europa. E’ coinvolta anche nei settori dei trasporti e della logistica.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Più volte è stato evidenziato che le tre suddette banche sono coinvolte nelle operazioni internazionali in derivati finanziari, anche in quelli sulle commodity, sulle materie prime e sui prodotti alimentari. Ciò oggettivamente rivela un evidente conflitto di interessi.</strong></p>
<p><strong>In questo modo le grandi banche americane purtroppo dettano legge e comportamenti all’intero mondo bancario globale, spostandolo dai servizi finanziari alle attività commerciali e a quelle di gestione e di produzione industriale. </strong></p>
<p><strong>Di conseguenza i rischi vengono accresciuti, sia per la possibilità di manipolazione dei prezzi e sia per le inevitabili ricadute di eventuali crisi bancarie sui rifornimenti industriali.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo la crisi finanziaria le 5 maggiori banche americane, la JP Morgan Chase, la Bank of America, la Citigroup, la Wells Fargo e la Goldman Sachs, hanno ingigantito i loro bilanci e i loro business. Nel 2007 possedevano asset pari al 43% del Pil americano. Alla fine del 2011 gli asset erano pari al 56% del Pil, raggiungendo un ammontare di ben 8,5 trilioni di dollari. Tale concentrazione di potere finanziario ed economico sta mettendo a rischio anche il sistema delle banche regionali e di quelle che effettuano solo la raccolta di risparmio. </strong></p>
<p><strong>Più volte e in varie sedi si è affermato la necessità di riformare le istituzioni finanziarie “too big to fail”. Ma nulla si è fatto!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista </strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
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