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	<title>ArruotaLibera &#187; libertà di coscienza</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>I rischi del credere</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 10:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualunque credenza religiosa comporta sempre il rischio che, al cospetto di un&#8217;esigenza di liberazione nei confronti di contraddizioni insostenibili, il soggetto assuma atteggiamenti nocivi o controproducenti al raggiungimento di uno scopo comune. Il credente, infatti, oscilla sempre tra due atteggiamenti opposti: l&#8217;ingenuità e il fanatismo, che spesso portano a medesime conseguenze, anche del tutto involontarie. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large">Qualunque credenza religiosa comporta sempre il rischio che, al cospetto di un&#8217;esigenza di liberazione nei confronti di contraddizioni insostenibili, il soggetto assuma atteggiamenti nocivi o controproducenti al raggiungimento di uno scopo comune.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Il credente, infatti, oscilla sempre tra due atteggiamenti opposti: l&#8217;<i>ingenuità</i> e il <i>fanatismo</i>, che spesso portano a medesime conseguenze, anche del tutto involontarie.</span></p>
<p><span style="font-size: large">L&#8217;ingenuità sta nel fatto che il soggetto crede in entità astratte, ritenute onnipotenti sotto ogni aspetto, per cui può essere facilmente raggirato o tratto in inganno. Può infatti diventare fanatico quando gli si chiede di compiere determinate azioni, in virtù delle quali gli viene fatto credere d&#8217;essere molto più in linea con la volontà divina.</span></p>
<p><span style="font-size: large">In genere è abbastanza facile riconoscere credenti del genere, poiché sono quelli che antepongono le idee ai fatti, che privilegiano l&#8217;ideologia alla politica, che subordinano la soddisfazione dei bisogni al rispetto dei precetti religiosi, che praticano discriminazioni di vario tipo: fede religiosa, genere sessuale, provenienza geografica, lingua parlata e cose analoghe.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Con questo ovviamente non si vuole sostenere che per realizzare una liberazione nazionale o una qualche forma d&#8217;insurrezione non debbano esserci dei martiri. Semplicemente non dovrebbero esserci dei martiri influenzati dalle idee estremistiche di qualche intellettuale.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Si può morire per una giusta causa, ma a condizione che questa sia “popolare”, cioè condivisa da ampi strati della popolazione. Quando si lotta per una giusta causa, non si può venir meno ai princìpi della <i>democrazia</i> o ai <i>valori umani universali</i>.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Una minoranza non può imporre le sue regole di vita, i suoi punti di vista alla maggioranza. Non si possono fare rivoluzioni o insurrezioni o moti popolari senza il consenso di ampi strati di cittadini e di lavoratori, senza dibattiti pubblici, senza confronto alla pari con chiunque voglia impegnarsi in progetti del genere.</span></p>
<p><span style="font-size: large">La <i>persuasione ragionata</i> è la prima arma della democrazia. La seconda è l&#8217;<i>autodifesa</i>. Sarebbe assurdo, infatti, rinunciare a difendere le conquiste di un moto eversivo o di una qualche rivendicazione popolare solo perché l&#8217;avversario ha scatenato una controffensiva.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Dunque, ci si può fidare dei credenti? Diciamo fino a un certo punto. Quando sono in gioco interessi collettivi, che coinvolgono credenti di varie religioni e anche non credenti, sarebbe bene non affidare ad alcun credente delle responsabilità direttive o strategiche, proprio perché qualunque credente è una persona potenzialmente inaffidabile.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Non è infatti possibile sapere fino a che punto egli s&#8217;impegni, come cittadino, a favore della democrazia in sé o non piuttosto per ottenere dei privilegi proprio in quanto credente. D&#8217;altra parte non si può indurlo a compiere determinate azioni facendo leva sulla sua fede religiosa, poiché ciò implicherebbe una strumentalizzazione delle sue convinzioni. Neppure è possibile farlo agire come se tali convinzioni non le avesse (chi avrebbe il coraggio d&#8217;imporre a un ebreo o a un islamico di mangiare carne di maiale?), e tanto meno è possibile rinunciare alla sua disponibilità a lottare per il bene comune solo perché ha determinate convinzioni.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Bisogna sapere trovare un punto d&#8217;incontro che soddisfi l&#8217;obiettivo comune della liberazione dagli antagonismi sociali. Di regola, al cospetto di obiettivi del genere, si chiede ai partecipanti d&#8217;impegnarsi a prescindere dall&#8217;atteggiamento che si può avere in campo religioso, ma è evidente che i credenti, proprio perché tali, non mancheranno di far valere, quando lo riterranno opportuno, la loro diversità. Ecco perché non ci si può fidare ciecamente di loro.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Tuttavia bisogna fare attenzione a non ostacolarli per motivi di opinione e a non offenderli nei loro sentimenti, cioè a non creare, da parte degli organi di potere, degli inutili martiri. Se c&#8217;è una cosa, infatti, che induce a credere ancora di più nella verità delle proprie idee, è vedere che per queste stesse idee qualcuno è disposto ad accettare qualunque persecuzione.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Le regole generali, democratiche, da far valere nell&#8217;atteggiamento da tenere nei confronti delle religioni dovrebbero essere le seguenti: 1) la religione dev&#8217;essere dichiarata un affare privato (della coscienza), senza ch&#8217;essa possa aspirare a pretese di tipo politico o nazionalistico; 2) ognuno dev&#8217;essere lasciato libero di professare qualsiasi religione o di non riconoscerne alcuna, cioè di essere ateo o agnostico; 3) è inammissibile tollerare delle differenze sostanziali nei diritti dei cittadini motivate da credenze religiose, ovvero ci si può opporre a determinati comportamenti o leggi degli organi di potere se viene violata la <i>libertà di coscienza</i>, che è un diritto riguardante chiunque, credente o non credente che sia; 4) un partito politico può anche fare propaganda a favore dell&#8217;ateismo senza per questo violare la libertà di coscienza di nessuno; anche le chiese o le associazioni religiose possono fare propaganda delle loro idee; 5) sono possibili alleanze fra credenti e atei sulla base di piattaforme politico-programmatiche che nulla hanno a che vedere né con l&#8217;ateismo né con la religione; 6) se un credente accetta la linea politi­ca di un partito aconfessionale, deve poi preoccuparsi da solo di risolvere le sue in­coerenze sul piano ideologico: dal partito avrà soltanto l&#8217;assicurazione che non verrà discriminato per la sua diversa ideologia; 7) si può ammettere all&#8217;interno di un partito la libertà di opinione, ma entro i limiti fissati dalla libertà di associazione: non possono essere ammessi predicatori attivi di concezioni respinte dalla maggioranza del parti­to.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Che cos&#8217;è il diritto laico?</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Feb 2014 17:05:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Società e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[diritto laico]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando si parla di &#8220;diritto laico&#8221; s&#8217;intendono, generalmente, due cose: la libertà di coscienza e il regime di separazione tra chiesa e Stato. Là dove manca anche uno solo dei due elementi, è impossibile parlare di &#8220;diritto laico&#8221;, se non in maniera molto approssimativa. Una piena libertà di coscienza non è mai esistita in Europa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di &#8220;diritto laico&#8221; s&#8217;intendono, generalmente, due cose: la <em>libertà di coscienza</em> e il <em>regime di separazione tra chiesa e Stato</em>. Là dove manca anche uno solo dei due elementi, è impossibile parlare di &#8220;diritto laico&#8221;, se non in maniera molto approssimativa.</p>
<p>Una <em>piena</em> libertà di coscienza non è mai esistita in Europa occidentale, almeno da quando esistono le civiltà basate sugli antagonismi sociali. Infatti quando una minoranza comanda una larga maggioranza, o quando il potere statuale domina la società civile, la concessione di una <em>piena</em> libertà di coscienza fa sempre paura. Non a caso essa è stata negata ai cristiani per i primi tre secoli della nostra era bimillenaria, e i cristiani l&#8217;hanno negata agli altri per i secoli rimanenti.</p>
<p>Per avere la libertà di credere in una confessione cristiana diversa da quella cattolico-romana s&#8217;è dovuta attendere la fine della Guerra dei Trent&#8217;anni (1648), e unicamente per dire, col principio <em>cuius regio eius religio</em>, che i sudditi dovevano conformarsi alla religione del loro principe (cattolico o protestante che fosse) oppure emigrare.</p>
<p>Quindi c&#8217;era poco di cui gloriarsi. Le rivoluzioni borghesi (olandese, inglese e francese) han sempre fatto molta fatica a concedere la libertà di coscienza. I protestanti olandesi e gli anglicani inglesi la negavano ai cattolici, impedendo loro di accedere alle cariche più prestigiose del potere politico, militare o giudiziario.</p>
<p>Spesso si sente dire che l&#8217;Olanda protestante concedeva la libertà di coscienza a qualunque perseguitato per motivi di religione. Eppure si dovette aspettare la rivoluzione liberale del 1848 prima di veder soppressa la religione di stato e trasformate le confessioni religiose in associazioni di diritto privato.</p>
<p>Quanto ai rivoluzionari francesi, il massimo che riuscirono a fare, con Robespierre, fu quello di sostituire tutti i culti religiosi col culto filosofico, organizzato dallo Stato, della dea Ragione. L&#8217;anticlericalismo dei giacobini fu esasperante, specie quando vollero imporre la scristianizzazione con la forza.</p>
<p>D&#8217;altra parte la rivoluzione americana non era stata migliore: il presidente doveva giurare sulla Bibbia e persino sulle banconote doveva essere scritto (e lo è ancora oggi) &#8220;In God we trust&#8221;. Il presidente americano è sempre stato considerato una sorta di &#8220;papa laico&#8221;, seguace di una delle tante fedi religiose di quel paese, generalmente di tipo protestantico.</p>
<p>Nessun paese cristiano o ebraico o islamico ha mai concesso la piena libertà di coscienza, e se l&#8217;ha fatto &#8211; spinto dalle pressioni popolari -, al massimo ha tutelato la libertà di credere in una qualche fede monoteistica, certamente non quella di non credere in alcuna religione.</p>
<p>Il primo Stato che ha equiparato giuridicamente la fede all&#8217;ateismo, cercando di legittimare entrambe le scelte, è stato quello russo l&#8217;indomani della rivoluzione d&#8217;ottobre. La quale, non a caso, aveva proclamato il regime di separazione dello Stato da tutte le chiese, dicendo ai credenti di opporsi, se del caso, alle leggi civili o alla loro applicazione in quanto &#8220;cittadini&#8221;, non in quanto &#8220;credenti&#8221;.</p>
<p>Ma già sotto Stalin s&#8217;iniziò a fare dell&#8217;ateismo una sorta di &#8220;religione laica di Stato&#8221;. Lo Stato sovietico, infatti, smettendo d&#8217;essere laico, era diventato <em>ideologico</em>, anche se, in maniera ufficiale, solo quello albanese diceva d&#8217;essere &#8220;ateo&#8221;.</p>
<p>La storia dell&#8217;Europa occidentale (ivi inclusa la sua parte russa) è passata dunque da un confessionalismo religioso a un confessionalismo ateistico. Di conseguenza non è mai esistito uno Stato davvero <em>laico</em>, cioè &#8220;separato&#8221; da tutte le chiese, intenzionato non solo a non permettere alcuna ingerenza clericale nei propri affari, ma anche a non esercitarla nei confronti di alcuna chiesa, se non appunto per tutelare la propria laicità.</p>
<p>&#8220;Diritto laico&#8221; vuol dire che uno deve essere lasciato libero di credere in ciò che vuole, se ciò non è lesivo del diritto altrui di fare altrettanto. Vuol dire rispettare tutte le fedi religiose e, nel contempo, l&#8217;assenza di qualunque fede.</p>
<p>Uno Stato è laico soltanto quando tutela la &#8220;forma&#8221; della libertà di coscienza, non il suo contenuto. Bisogna infatti fare attenzione che uno Stato resta confessionale anche quando, pur dichiarandosi aperto a tutte le religioni, tende a preferire quella maggioritaria o quella considerata nazionale per motivi storici.</p>
<p>I contenuti laici o religiosi devono essere tutelati dai diretti interessati, i quali forse un giorno smetteranno d&#8217;aver bisogno di un ente esterno che insegni loro a vivere pacificamente, senza fare delle diversità di opinione, di fede, di credenza un motivo per odiarsi reciprocamente.</p>
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		<title>Che cos&#8217;è l&#8217;eresia?</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2014 15:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[Per capire astrattamente che cos&#8217;è l&#8217;eresia, a prescindere dai contesti di spazio e tempo in cui si forma, che pur sono fondamentali per cogliere oggettivamente il senso di qualunque fenomeno storico, è sufficiente mettere in relazione quattro tipi di verità, che ci si presentano in una qualunque storia del pensiero umano. Le quattro verità sono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 13px">Per capire astrattamente che cos&#8217;è l&#8217;eresia, a prescindere dai contesti  		di spazio e tempo in cui si forma, che pur sono fondamentali per  		cogliere oggettivamente il senso di qualunque fenomeno storico, è  		sufficiente mettere in relazione quattro tipi di verità, che ci si  		presentano in una qualunque storia del pensiero umano.</span></p>
<p>Le quattro verità sono le seguenti: <em>assoluta</em>, <em>relativa</em>, <em> oggettiva</em> e <em>soggettiva</em>.</p>
<p>Le verità assolute in genere sono quelle che vengono messe per iscritto,  		come i dieci comandamenti ebraici, nei cui confronti si deve avere un  		atteggiamento ossequioso, categorico. Le verità assolute non possono  		essere messe in discussione. Chi lo fa rischia una gravissima sanzione:  		l&#8217;esilio, la punizione fisica, la riduzione in schiavitù e persino la  		condanna capitale. Credere in verità assolute significa credere in una  		dittatura del pensiero, sostenuta spesso da una vera e propria dittatura  		politica, anche se ai nostri tempi questa non è indispensabile, essendo  		noi più che altro dominati da una dittatura economica.</p>
<p>Con questo si vuol forse dire che non esistono verità assolute? No, una  		esiste: quella della <em>libertà di coscienza</em>, che non può essere  		coartata da nulla. Gli uomini sono fatti per essere liberi e devono  		avere tutte le condizioni per poterlo essere: solo una non possono  		riceverla dall&#8217;esterno, quella appunto che hanno dalla nascita.</p>
<p>La libertà è il loro bene più prezioso, anche perché è l&#8217;unico che  		permette loro di capire come vadano interpretati i fenomeni, i valori,  		le istanze. In nome della libertà di coscienza noi diciamo che tutte le  		verità sono relative, poiché la loro fondatezza o legittimità dipende da  		come vengono messe in pratica.</p>
<p>Non uccidere è forse una verità assoluta? Anche di fronte ai nemici  		della patria? Perché siamo autorizzati a uccidere qualcuno quando è in  		gioco la nostra vita? Per salvarci, non facciamo forse valere il  		principio della legittima difesa? Obiezioni del genere si potrebbero  		fare nei confronti di qualunque verità assoluta.</p>
<p>Scopo dell&#8217;eresia è sempre stato quello di relativizzare delle verità  		ritenute assolute, incontrovertibili, delle verità che, in nome della  		loro assolutezza, producevano forme di esistenza disumane. Il Novecento  		è stato uno dei secoli più barbari della storia, eppure nulla è stato  		fatto senza rispettare formalmente la democrazia.</p>
<p>Ma possiamo dire con sicurezza che tutte le eresie sono state un  		progresso per lo sviluppo della libertà di coscienza? È qui che ci  		vengono in soccorso, quando dobbiamo interpretare i fatti, le altre due  		verità: <em>soggettiva</em> e <em>oggettiva</em>.</p>
<p>L&#8217;eresia relativizza, l&#8217;abbiamo capito: ma con quale fine? Vuol forse  		distruggere le verità assolute per affermare soltanto delle verità  		soggettive, connesse a interessi particolari, individualistici o di  		piccoli gruppi, disinteressandosi delle esigenze generali delle grandi  		collettività o della grande maggioranza delle persone coinvolte in  		determinati processi storici? Oppure l&#8217;eresia vuol fare della propria  		verità soggettiva, particolare, che all&#8217;inizio si stenta persino a  		comprendere, in quanto i poteri costituiti hanno abituato la società ad  		ascoltare solo un certo tipo di verità: vuol fare di questa verità  		soggettiva un qualcosa di condivisibile dalle masse?</p>
<p>Quand&#8217;è che una verità soggettiva può diventare oggettiva? La risposta è  		semplice, anche se difficile da realizzare: quando trova ampi consensi.  		Quando la gente vi aderisce perché ne è personalmente convinta. La  		verità diventa oggettiva quando è condivisa dai più. Ecco che allora le  		parti si rovesciano: l&#8217;eresia si trasforma in ortodossia e la precedente  		ortodossia diventa un&#8217;eresia. Non si può forse leggere così la  		transizione dall&#8217;ebraismo al cristianesimo?</p>
<p>La storia però c&#8217;insegna che, finite le rivoluzioni, una tragedia  		incombe sempre sulla nuova ortodossia: la sua verità oggettiva viene  		trasformata dai poteri costituiti in verità assoluta, non modificabile.  		Spesso anzi queste verità vengono sbandierate come assolute per il  		popolo sottomesso, mentre i potenti perseguono proprie verità  		soggettive, come quando p.es. la Democrazia cristiana diceva d&#8217;essere un  		partito &#8220;cattolico&#8221; e però, sottobanco, faceva patti scellerati con la  		mafia. O come quando il fascismo e il nazismo dimostravano d&#8217;avere, nei  		loro programmi iniziali, degli ideali socialisti, che poi, ottenuto il  		potere, tradirono clamorosamente.</p>
<p>Le rivoluzioni sembrano essere delle inutili fatiche di Sisifo. Che  		siano di destra o di sinistra non fa molta differenza. Stalin creò una  		dittatura mostruosa proprio mentre diceva di voler combattere l&#8217;egoismo  		dei contadini più ricchi.</p>
<p>Nessuna eresia, fino ad oggi, è riuscita a spezzare questa perversa  		catena che ci obbliga a diventare il contrario di ciò per cui abbiamo  		lottato. Nessuna eresia ha ancora capito quale sia il criterio per non  		trasformare una verità oggettiva in una verità assoluta.</p>
<p>Molti sostengono che l&#8217;essere umano sia bacato dentro, e che non ha  		nessuna possibilità di vivere un&#8217;esistenza davvero felice su questa  		Terra. Spesso però sono proprio queste persone che impediscono alle  		altre di uscire dal labirinto.</p>
<p>Di sicuro sappiamo che nessuno può venire in soccorso all&#8217;essere umano:  		se non comprende gli errori che fa e come porvi rimedio, sarà destinato  		a ripeterli, e il fatto di ripeterli in forme e modi diversi contribuirà  		soltanto ad aumentare le sue illusioni e, insieme, le sue frustrazioni.</p>
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		<title>Quattro cose fondamentali</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Dec 2013 15:54:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di coscienza]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo democratico]]></category>
		<category><![CDATA[uguaglianza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[Probabilmente tra mezzo millennio riusciremo ad avere quattro cose di fondamentale importanza per la nostra vita, le più importanti di tutte, di cui oggi abbiamo solo una consapevolezza teorica o poco concreta. Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo il mare, dice il proverbio. Ebbene su queste quattro cose ci passa in realtà [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small">Probabilmente tra mezzo millennio riusciremo ad avere  		quattro cose di fondamentale importanza per la nostra vita, le più  		importanti di tutte, di cui oggi abbiamo solo una consapevolezza teorica  		o poco concreta. Tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo il mare, dice il  		proverbio. Ebbene su queste quattro cose ci passa in realtà un oceano.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Le abbiamo perse circa 6000 anni fa, all&#8217;inizio in maniera lenta, poi  		sempre più veloce e sempre più in profondità; prima in alcuni luoghi del  		pianeta, poi ovunque. Subito dopo averle perdute, ci s&#8217;illudeva di  		poterne fare a meno; si pensava che per supplire alla loro mancanza,  		fosse sufficiente ricordarsele, riviverle in forme diverse,  		accontentarsi di qualche artificiale surrogato.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Col tempo però, siccome la memoria, priva di esperienza reale, veniva  		alquanto affievolendosi, e ci si rendeva sempre più conto  		dell&#8217;inefficacia di quei surrogati, il desiderio di riaverle andò  		crescendo, anche perché senza quelle quattro cose, la vita diventava  		poco gestibile, poco vivibile.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> A forza di combattere contro i gravi problemi causati da un&#8217;esistenza  		priva di quelle cose, si stava, molto lentamente ma progressivamente,  		recuperando una memoria perduta. Le difficoltà erano davvero grandi, e  		lo sono ancora oggi, poiché siamo abituati a vivere senza il  		fondamentale aiuto di quelle cose, per cui ci comportiamo in maniera  		molto strana, poco comprensibile. Ci rendiamo conto che qualcosa ci  		manca, ma non sappiamo bene come recuperarla, né dove andarla a cercare.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Queste quattro cose sono strettamente legate tra loro, tanto che, quando  		abbiamo iniziato a perderle, le abbiamo perse contemporaneamente. Questo  		per dire che non possono essere messe in ordine cronologico o  		d&#8217;importanza. Se quando si lotta per averne una, si trascurano le altre,  		non si ottiene nulla. Quindi o si lotta per averle tutte, o è inutile  		illudersi.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Dunque, eccole: la <em>libertà di coscienza</em>, la <em>proprietà comune  		dei fondamentali mezzi produttivi</em>, l&#8217;<em>uguaglianza di genere tra  		uomo e donna</em> e il <em>primato delle esigenze riproduttive della  		natura su quelle produttive dell&#8217;uomo</em>.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Chiunque è in grado di rendersi conto che oggi, sul piano pratico, siamo  		lontanissimi dall&#8217;aver realizzato questi obiettivi. Ecco perché è giusto  		ipotizzare dei tempi molto lunghi, anche in considerazione del fatto che  		il conseguimento di tali obiettivi dovrà comportare uno sconvolgimento  		radicale dell&#8217;attuale sistema sociale di vita, che non potrà avvenire in  		maniera indolore.</span></p>
<p><span style="font-size: small"> Sappiamo tuttavia con sicurezza che senza queste cose rischiamo  		l&#8217;autodistruzione e che con queste cose il genere umano è andato avanti  		per alcuni milioni di anni. È quindi relativamente da poco tempo che  		abbiamo deviato da un percorso standard ben collaudato. L&#8217;abbiamo fatto  		per colpa nostra: nessuno ci ha costretti. Di sicuro quindi nessuno  		potrà trarci fuori, se non noi stessi. </span></p>
<p><span style="font-size: small"> Su questo dobbiamo essere fiduciosi. Di fronte a noi abbiamo il compito  		di popolare l&#8217;intero universo e non possiamo certo farlo partendo col  		piede sbagliato.</span></p>
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		<title>Riconciliarsi col proprio passato</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2013/11/riconciliarsi-col-proprio-passato/</link>
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		<pubDate>Sun, 10 Nov 2013 09:51:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[libertà di coscienza]]></category>
		<category><![CDATA[tempo e spazio]]></category>
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		<description><![CDATA[Se, in via ipotetica, ammettessimo che la coscienza umana non è il frutto di un processo evolutivo, avvenuto per successive determinazioni quantitative, ma una caratteristica assolutamente originaria, la cui qualità intrinseca non dipende da particolari modificazioni della materia, saremmo poi in un certo senso costretti ad ammettere che con la fine dell&#8217;esistenza corporea dell&#8217;essere umano [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se, in via ipotetica, ammettessimo che la coscienza umana non è il frutto di  un processo evolutivo, avvenuto per successive determinazioni quantitative, ma  una caratteristica assolutamente originaria, la cui qualità intrinseca non  dipende da particolari modificazioni della materia, saremmo poi in un certo  senso costretti ad ammettere che con la fine dell&#8217;esistenza corporea dell&#8217;essere  umano non può aver termine anche l&#8217;esistenza e quindi lo sviluppo della  coscienza.</p>
<p>Cioè se esiste una correlazione tra materia e coscienza, o è <em>negativa</em>,  nel senso che alla fine dell&#8217;una corrisponde la fine dell&#8217;altra, o è <em>positiva</em>,  nel senso che non vi è un&#8217;origine per nessuna delle due ed entrambe sono  destinate a durare nel tempo, influenzandosi a vicenda.</p>
<p>In altre parole: se l&#8217;essenza umana coesiste, in origine, con la materia,  essa è destinata per sempre a tale coesistenza. Se invece ammettiamo che la  coscienza è un prodotto evoluto della materia, dovremmo poi spiegarci perché  questo prodotto non è destinato a sopravvivere alla morte del nostro corpo.</p>
<p>Infatti che senso avrebbe, da parte della natura, aver creato un prodotto  così complesso e, fino a prova contraria, unico in tutto l&#8217;universo, per poi  lasciare che si annulli al momento della morte del corpo? Sarebbe un  incomprensibile spreco di risorse e di energie.</p>
<p>Delle due l&#8217;una: o la coscienza non è un prodotto assolutamente unico  nell&#8217;universo ed è, in un certo senso, facilmente riproducibile anche in assenza  di esseri umani, oppure noi siamo destinati a esistere anche dopo la morte del  nostro fisico. Cioè il corpo è solo un involucro che la coscienza si è data per  esistere sulla terra, ma, essendo destinati a esistere nell&#8217;universo, esso sarà  libera di darsi un nuovo involucro, molto probabilmente con migliori  caratteristiche qualitative, p. es. in grado di adeguare più facilmente il  desiderio alla realtà; o forse soltanto con migliori caratteristiche  quantitative, come p. es. la possibilità di viaggiare alla velocità della luce.</p>
<p>In un certo senso dovremmo dire che l&#8217;essere umano non è mai nato, proprio  perché non morirà mai. Parole come nascere o morire dovremmo reinterpretarle,  poiché quando vengono racchiuse in un orizzonte meramente terreno, acquisiscono  un significato molto restrittivo. Il nostro pianeta è soltanto il luogo in cui  la coscienza universale ha preso una forma corporea determinata, cui però non si  sente legata in maniera assoluta.</p>
<p>La coscienza umana terrena è solo il riflesso di una coscienza umana  universale: il corpo ch&#8217;essa ha assunto ha caratteristiche idonee per il pianeta  in cui è stata chiamata a svilupparsi, ma non necessariamente si deve pensare  che tali caratteristiche saranno le stesse in un&#8217;esistenza extra-terrena. Noi  dovremmo considerarci più figli dell&#8217;universo che non di un semplice pianeta.</p>
<p>L&#8217;universo è la possibilità di ricapitolare tutte le cose, a un livello di  consapevolezza che sarà enormemente superiore a quello che possiamo avere su  questa terra, ove siamo strettamente condizionati da uno spazio e da un tempo  finiti, limitati. Dovremmo, in tal senso, fare uno sforzo di fantasia e  immaginarci all&#8217;interno di una dimensione spazio-temporale dove tutto è  infinito, illimitato, e dove la stessa coscienza può raggiungere livelli di  profondità impensabili su questa terra.</p>
<p>Cioè tutto quanto su questa terra abbiamo compiuto, pensando d&#8217;essere  assolutamente nel giusto, dovrà essere sottoposto al vaglio di una coscienza  universale. Nell&#8217;universo tempo e spazio coincidono in qualunque momento e  luogo, per cui non ci sarà modo di sottrarsi a un <em>giudizio di merito</em>,  confidando nel fatto che il passato non può più essere compreso come se fosse un  presente.</p>
<p>Finché tutte le scelte compiute su questa terra non avranno trovato il loro  punto di chiarimento, sarà impossibile andare avanti, pensando di poter fare  qualcosa in comune. Il genere umano di tutti tempi dovrà riconciliarsi con se  stesso. Non possiamo rischiare di ripetere nell&#8217;universo gli stessi madornali  errori che abbiamo compiuto su questa terra e che ci sono costati immani  sofferenze.</p>
<p>È anche vero però che nessuno può essere obbligato a credere in cose in cui è  implicata la libertà di coscienza. Questo quindi vuol dire che il processo di  umanizzazione dovrà poter andare avanti anche se una parte dell&#8217;umanità non ne  vorrà sapere. Cioè se l&#8217;adeguamento del desiderio alla realtà non potrà essere  il frutto di un&#8217;azione meramente soggettiva, che non tenga conto della libertà  altrui, è anche vero che non ci potranno essere impedimenti allo sviluppo della  coscienza altrui da parte di chi non vuole riconciliarsi col proprio passato.</p>
<p>Chi vuole migliorare se stesso, deve poterlo fare in libertà, rispettando la  libertà altrui, e non potrà certo essere impedito dal farlo dalla non-libertà  altrui. Nell&#8217;universo non esistono principi giuridici del tipo &#8220;chi ha sbagliato  paga&#8221;, come, d&#8217;altra parte, non esiste alcuna verità autoevidente, che s&#8217;impone  da sé. L&#8217;essere umano avrà soltanto la consapevolezza di poter migliorare se  stesso, e il primo modo di farlo sarà quello di riconciliarsi col proprio  passato, poiché questo, in una dimensione infinita di spazio tempo, gli è sempre  presente.</p>
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		<title>Chiedere perdono dei propri crimini</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 16:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un universo infinito nello spazio ci si può nascondere dove si vuole pur di non pentirsi del male che s&#8217;è fatto. Poiché l&#8217;universo è anche eterno nel tempo, ci si può nascondere per sempre. Nell&#8217;universo infatti si ha consapevolezza che il suicidio non può essere fisico ma solo spirituale. Ci si nasconderà per l&#8217;eternità [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 13px">In un universo infinito nello spazio ci si può nascondere dove si vuole  		pur di non pentirsi del male che s&#8217;è fatto. Poiché l&#8217;universo è anche  		eterno nel tempo, ci si può nascondere per sempre. Nell&#8217;universo infatti  		si ha consapevolezza che il suicidio non può essere fisico ma solo </span><em> spirituale</em><span style="font-size: 13px">. Ci si nasconderà per l&#8217;eternità in un luogo remoto per  		la vergogna di ciò che s&#8217;è fatto, ma anche per la pervicace volontà di  		non pentirsi.</span></p>
<p>Sulla terra le cose sono un po&#8217; diverse. Se uno ha compiuto crimini  		orrendi e, a un certo punto, s&#8217;accorge di non poter sfuggire alla  		giustizia, può arrivare a suicidarsi oppure a rassegnarsi ad avere il  		massimo della pena, che è la sentenza capitale o l&#8217;ergastolo. Cioè uno  		può pensare che, prima o poi, finirà di provare vergogna d&#8217;essere stato  		condannato per il reato compiuto.</p>
<p>Ma nell&#8217;universo questa stessa persona cosa dovrà pensare? A dir il vero  		uno può anche pensare d&#8217;aver compiuto i propri crimini secondo una certa  		plausibile motivazione o razionale giustificazione, per cui non ritiene  		di doversi pentire o comunque di non doverlo fare più di tanto. Quanti  		sostengono d&#8217;aver agito come criminali senza essere stati pienamente  		coscienti o perché condizionati da un drammatico passato o perché  		dovevano obbedire a un ordine superiore o perché accecati da  		un&#8217;ideologia o perché convinti che, in quel modo, avrebbero evitato un  		male peggiore? All&#8217;interno di considerazioni così particolari è  		difficile pentirsi al 100%, o almeno è molto difficile farlo da soli.</p>
<p>Ci vuole qualcuno che ci faccia capire fino a che punto si giocava la  		nostra responsabilità al momento di compiere un determinato crimine. Uno  		ha il diritto d&#8217;essere aiutato a pentirsi in qualunque momento, anche se  		gli si deve sempre garantire la libertà di non volerlo fare. Sono  		situazioni complesse, anche perché l&#8217;aiuto non può certo essere dato  		sulla base di motivazioni superficiali o schematiche. Bisogna saper  		tener testa alle argomentazioni sofisticate dei grandi criminali, che in  		genere sono uomini politici o militari o anche uomini di chiesa o  		intellettuali in grado di esercitare poteri significativi, come p. es.  		gli scienziati, i consiglieri, i funzionari&#8230;</p>
<p>Una differenza sostanziale, comunque, c&#8217;è: nell&#8217;universo la prigione o,  		se vogliamo, la pena è tutta <em>interiore</em>. Questo perché, essendo  		infinito nello spazio, l&#8217;universo permette a chiunque di non essere  		condizionato negativamente dall&#8217;atteggiamento altrui. Su questa terra,  		invece, gli uomini hanno sempre paura dei criminali: temono che i loro  		crimini possano ripetersi, anche se, essendo i grandi criminali le  		persone di potere, i comuni cittadini cercano di difendersi come meglio  		possono.</p>
<p>Paradossalmente là dove le condizioni di spazio e di tempo sono  		illimitate, l&#8217;importanza delle questioni di <em>coscienza</em> cresce in  		maniera esponenziale. Se non c&#8217;è alcun <em>limite esterno</em> all&#8217;agire,  		tutto dovrà giocarsi sulle <em>potenzialità interne</em> che uno dovrà per  		forza scoprire d&#8217;avere. E sarà su queste potenzialità che si dovrà  		prendere una decisione: o giocarsele tutte, mettendosi a disposizione di  		un proprio cambiamento significativo, o non giocarsele affatto, rendendo  		la propria coscienza impermeabile alle influenze altrui.</p>
<p>Di sicuro il tempo per ripensarci non mancherà. Nessuno può essere  		obbligato né a pentirsi né a non pentirsi: questa regola dovremmo  		adottarla anche sulla terra. Se esiste un inferno, è solo per chi lo  		vuole: non può esserci nessuna porta con scritto sopra: &#8220;Lasciate ogni  		speranza o voi ch&#8217;entrate&#8221;. Quindi niente torture, ma anche niente  		condanne definitive.</p>
<p>Naturalmente questo discorso vale anche per chi ha subito il crimine, il  		quale, con non meno intensità emotiva del criminale, deve essere  		disposto a perdonare. E, per poterlo fare, deve essere convinto di  		almeno due cose: la prima è che il criminale può aver avuto delle  		motivazioni plausibili; la seconda è che nessuno è mai totalmente  		innocente. Cioè dentro quelle motivazioni ce ne può essere una che  		riguarda, in qualche modo, la stessa vittima. Si pensi solo al fatto che  		esiste colpevolezza anche quando, vedendo compiere un crimine contro  		qualcuno, si pensa che ciò non ci riguardi. La storia è stracolma di  		questi peccati di omissione. Non si è abbastanza vigili e solerti per  		colpa del nostro opportunismo qualunquismo egoismo cinismo&#8230;: possiamo  		chiamarlo come ci pare.</p>
<p>Bisogna infine stare attenti che nell&#8217;universo non è come su questo  		pianeta, dove i criminali, abituati a ragionare in termini giuridici,  		fanno calcoli sulla possibile convenienza che hanno a pentirsi.  		Nell&#8217;universo l&#8217;unica vera legge umana sarà quella della<em> libertà di  		coscienza</em>: sarà impossibile dimostrare d&#8217;essere pentiti senza  		versare fiumi di lacrime. Non avrà alcun senso dimostrare d&#8217;essere  		pentiti rivelando i nomi dei propri complici o restituendo il maltolto:  		la verità sui grandi crimini dell&#8217;umanità sarà alla portata di tutti.  		L&#8217;unica &#8220;indagine&#8221; da fare sarà quella nei confronti di se stessi.</p>
<p>Non solo, ma anche dopo aver versato fiumi di lacrime, non si potrà  		pretendere che le nostre vittime ci perdonino. La riconciliazione tra  		vittima e carnefice potrà avvenire solo nella più assoluta libertà  		reciproca. Per questo motivo dovremmo sin da adesso abituarci a compiere  		significativi gesti di riparazione là dove si sono compiuti orrendi  		crimini. Dobbiamo abituarci a chiedere scusa con insistenza, nella  		speranza che la vittima, quando vorrà, si convincerà della nostra buona  		fede.</p>
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		<title>Abbiamo davvero capito Aristotele?</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Feb 2013 08:18:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La metafisica di Aristotele si divide in due settori (ontologia e teologia) che potrebbero restare anche separati. Ciò che li lega, in definitiva, è abbastanza irrilevante. Fa anzi specie che un filosofo del suo livello abbia introdotto un discorso su dio ragionando in maniera semplicistica, come fanno gli adolescenti, quando si chiedono, posti di fronte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La metafisica di Aristotele si divide in due settori (<em>ontologia</em> e <em> teologia</em>) che potrebbero restare anche separati. Ciò che li lega, in  definitiva, è abbastanza irrilevante. Fa anzi specie che un filosofo del suo  livello abbia introdotto un discorso su dio ragionando in maniera semplicistica,  come fanno gli adolescenti, quando si chiedono, posti di fronte a una causa,  quale sia la causa della causa e così via. Qui aveva ragione Marx, quando, nei <em>Manoscritti</em> del 1844, diceva che i credenti vogliono dimostrare  l&#8217;esistenza di qualcosa partendo dalla sua inesistenza.</p>
<p>In altre parole, quando si osserva un fenomeno e  							si vuol cercare di capirne le cause, ad un certo  							punto ci si dovrebbe fermare, non tanto perché non  							si hanno elementi sufficienti per vincere  							l&#8217;ignoranza, ma, al contrario, proprio perché si è  							ben consapevoli che, oltre un certo limite, non si  							può andare. E questa umiltà nei confronti dell&#8217;<em>insondabilità</em> delle cose, dovremmo averla non solo nei confronti  							dei fenomeni <em>umani</em>, ma anche nei confronti di  							quelli <em>naturali</em>. La pretesa di voler  							conoscere tutto è semplicemente infantile,  							che però possiamo giustificare in una filosofia nata 2300  							anni fa. Questo perché ogni volta che si vuole  							approfondire qualcosa, si arriva sempre a un punto &#8211;  							che poi è quello della <em>libertà</em> &#8211; in cui  							fermarsi è d&#8217;obbligo, in quanto, se si facesse il  							passo ulteriore, si direbbero cose facilmente contestabili.</p>
<p>Il fatto che Aristotele  							accetti l&#8217;idea di un qualcosa di &#8220;soprasensibile&#8221;,  							di per sé non andava preso come un invito a credere  							in una qualche &#8220;divinità&#8221;, anche perché Aristotele  era più propenso ad accettare l&#8217;eternità dell&#8217;universo, escludendo quindi che  potesse esistere un &#8220;dio creatore&#8221;. Dicendo  							&#8220;soprasensibile&#8221; egli aveva soltanto in mente  							qualcosa di diverso da ciò che si può constatare  							usando il nostro pianeta come osservatorio del  							cosmo. Sulla Terra infatti tutto sembra avere un  inizio e una fine:  							il &#8220;soprasensibile&#8221; (quello che non è soggetto a  							mutamento) doveva per lui trovarsi al di fuori  							della Terra, cioè appunto nell&#8217;universo. E doveva  essere qualcosa di diverso dai quattro elementi che compongono il nostro pianeta (terra, aria, acqua e  							fuoco). Di qui l&#8217;ipotesi di una &#8220;quinta essenza&#8221;, eterna, immutabile, senza  							peso e trasparente, che lui chiamò <em>etere</em>, in cui  							continuerà a credere persino il matematico Luca  							Pacioli, neoplatonico del XVI sec.</p>
<p>Tutto il discorso che  							Aristotele fa alla fine della sua metafisica, relativamente al  cosiddetto &#8220;primo motore immobile&#8221;, non è decisivo per capire la  							struttura dell&#8217;universo, in quanto sarebbe bastato  parlare dei cinque suddetti elementi. Potrebbe benissimo essere  							stato scritto da qualcuno che ha cercato di  							conciliare, forzosamente, Aristotele con Platone.  							Anche perché Aristotele era uno scienziato: più che  							le <em>cause ultime</em> di tutte le cose, preferiva  							parlare di <em>cause finali</em>, cioè di &#8220;scopo  							dell&#8217;agire&#8221;, o di leggi della <em>trasformazione  							della materia</em>, che da cosa magmatica e informe  							diventa ben definita e intelligibile (e non solo in  astronomia, ma anche in fisica, botanica, zoologia ecc.). Oppure  							trattava, magistralmente, di argomenti di logica formale, che con la  							teologia non avevano attinenza.</p>
<p>Aristotele  							non pensò mai di attribuire all&#8217;universo una <em> nascita</em>, né, ovviamente, una <em>fine</em>.  							E&#8217; vero che per lui l&#8217;universo non era, <em>eterno</em> e,  insieme, <em>infinito</em>,  							poiché, come tutti i greci (che in questo caso son  appunto come  							i bambini), preferiva un universo <em>perfetto</em> proprio in quanto <em>finito</em>.  							L&#8217;idea di <em>infinito</em> sconcertava: al massimo veniva  							ammessa sul piano matematico, come ipotesi astratta,  							non riguardante la fisica vera e propria.</p>
<p>Oggi  							invece siamo arrivati alla conclusione che è proprio  							l&#8217;<em>infinità spaziale dell&#8217;universo</em> (che  corrisponde appunto alla sua <em>eternità temporale</em>) che  							assicura a noi, come <em>essenza umana</em>, una unicità nell&#8217;universo. Il  							genere umano è <em>universale</em> in quanto l&#8217;universo è  							l&#8217;unico luogo adeguato a contenerlo. L&#8217;universo  							dell&#8217;essere umano è il <em>suo proprio</em> universo.</p>
<p>Occorre però ribadire che non esiste per Aristotele  							alcun &#8220;dio creatore&#8221;; al  							massimo può esistere un &#8220;dio regolatore&#8221;, cioè un  							qualcosa che spieghi il <em>movimento della materia</em>:  							l&#8217;unico vero argomento per lui meritevole  							d&#8217;interesse. D&#8217;altra parte nessun  							greco ha mai pensato a una &#8220;creazione dell&#8217;universo&#8221;  							da parte di un dio dotato di superpoteri (gli stessi  							dèi erano sottoposti al <em>fato</em>, cioè a leggi  							imperscrutabili). Se si può rimproverare qualcosa ai greci non è tanto l&#8217;idea di negare che dal nulla  							possa nascere qualcosa, quanto piuttosto di non aver  							capito che il <em>non-essere</em> ha un ruolo decisivo  							per la stessa natura dell&#8217;essere, essendo fonte di  							<em>libertà</em> e di <em>diversità</em>.</p>
<p>La materia,  							nella sua  							origine, apparteneva all&#8217;ambito del <em>non-essere</em>, che, nelle sue  							profondità, resta inaccessibile all&#8217;essere, come la  							coscienza possiede elementi <em>inconsci</em>, che restano, in  							ultima istanza, non chiaramente definibili. D&#8217;altra  							parte la stessa creazione raccontata nel <em>Genesi</em> ebraico sembra più che altro finalizzata a far  							capire a un essere umano del tutto smarrito quale  							sia la sua origine nell&#8217;universo e quindi il suo  							significato sulla Terra.</p>
<p>E&#8217; un racconto  							pedagogico, che serve per spiegare il momento di  							passaggio da una <em>condizione naturale</em>, quella del <em>comunismo primordiale</em>, a  							una molto <em>innaturale</em>, quella dello <em> schiavismo</em>. In quella naturale non vi era alcuna  							vera differenza tra uomo e dio, in quanto entrambi  							&#8220;passeggiavano&#8221; nel giardino, cioè l&#8217;uomo aveva  							consapevolezza d&#8217;essere padrone della propria vita,  							mentre in quella innaturale ha piena consapevolezza  							d&#8217;essere schiavo di qualcun altro.</p>
<p>Quando  							Aristotele delinea una cosmologia così chiusa e  							perfetta, lo fa dal punto di vista di un osservatore  							terrestre, usando ragionamenti di tipo <em>deduttivo</em>; ma  							questa descrizione lasciava, in un certo senso, impregiudicato il <em>significato profondo  							dell&#8217;universo</em>, che va necessariamente al di là  							di qualunque osservazione.</p>
<p>La sua teoria  							cosmologica ha avuto così grande successo  							semplicemente perché, senza strumenti tecnologici  							avanzati, era la migliore possibile, quella più  							convincente. Anzi, se nell&#8217;universo esiste un <em> finalismo</em> (e il caso spiega soltanto i fenomeni  							accidentali), noi dovremmo dire che il <em> geocentrismo</em> è una scienza &#8220;istintivamente&#8221; esatta, in quanto  							soddisfa le esigenze della <em>coscienza umana</em>.  							Non perché &#8211; come diceva la chiesa &#8211; esiste un dio,  							ma proprio perché <em>non esiste</em>.</p>
<p>Noi siamo al  							centro dell&#8217;universo, proprio perché <em>l&#8217;universo è  							ateo</em>. Gli unici esseri viventi dell&#8217;universo  							sono quelli del pianeta Terra, del nostro presente e  							anche del nostro passato, poiché tutto, ivi inclusi quindi  							gli esseri umani, è in <em>perenne trasformazione</em>.  							Noi non vediamo gli esseri umani che ci hanno  							preceduto, semplicemente perché li osserviamo dal  							punto di vista <em>terrestre</em>. Ma il punto di vista che  							meglio caratterizza gli umani è quello <em>universale</em>,  							che rispecchia in maniera più adeguata le  							caratteristiche della loro <em>libertà di coscienza</em>,  							che è <em>eterna</em> e <em>infinita</em>.</p>
<p>La scienza  							moderna, quella nata in epoca borghese, ci ha  							spiegato come funzionano le cose materialmente, ma,  							tenendo separata la materia dal suo <em>fine</em>, ci  							ha fatto perdere la <em>visione d&#8217;insieme</em>.</p>
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		<title>Umano e Naturale, da qui all&#8217;eternità</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 11:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Società e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[indeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di coscienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Una persona autoconsapevole non può avere alcun interesse a sapere com&#8217;è nata, perché, anche se potesse guardarsi sin dal momento della fecondazione, non sarebbe in grado di riconoscersi. Se quei nove mesi di gestazione fossero davvero importanti, ai fini dell&#8217;identità di sé, noi dovremmo conservarne piena memoria; invece noi non ricordiamo neppure i nostri primi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una persona autoconsapevole non può avere alcun interesse a sapere com&#8217;è nata, perché, anche se potesse guardarsi sin dal momento della fecondazione, non sarebbe in grado di riconoscersi. Se quei nove mesi di gestazione fossero davvero importanti, ai fini dell&#8217;identità di sé, noi dovremmo conservarne piena memoria; invece noi non ricordiamo neppure i nostri primi anni di vita. La nostra memoria inizia a svilupparsi verso i tre-cinque anni e non ci preoccupiamo affatto di non ricordare nulla di quanto fatto prima.</p>
<p>Questo vuol dire che il momento del nostro concepimento, della nostra gestazione in utero e persino dei nostri primi anni di vita hanno, a parità di condizioni tra un neonato e l&#8217;altro, un&#8217;importanza relativa. Per noi non è importante conoscere l&#8217;inizio della nostra vita, poiché l&#8217;ignoranza assoluta di questi stati iniziali di esistenza non ci priva di alcunché. E, viceversa, non aumenterebbe di un cappello la nostra conoscenza neppure se noi, nella fase embrionale, fossimo già dotati di una straordinaria memoria.</p>
<p>In qualunque momento della nostra vita abbiamo già in noi tutto quello che ci serve per diventare quel che dobbiamo diventare. Questo significa che per noi ciò che conta è solo il <em>presente</em>. Lo sviluppo avviene solo nel presente: passato e futuro, in un certo senso, non esistono, rappresentano il <em>non-essere</em>, che pur dobbiamo dare per scontato, in quanto, se vogliamo, esso ci <em>precede</em> e ci <em>supera</em>. Quindi, in un altro senso, il non-essere è anche più importante dell&#8217;essere.</p>
<p>Non ricordando nulla dei primi momenti del nostro passato, per noi è come se non fossimo mai nati. E il fatto di non sapere quando verrà la nostra fine, ci fa pensare che non moriremo mai. Solo chi ha coscienza di non essere mai nato è convinto di non poter morire mai.</p>
<p>La morte che sperimentiamo su questa terra è equivalente alla nostra nascita: resta <em>indeterminata</em>. Lo diceva bene Epicuro: &#8220;se ci sei tu, non c&#8217;è lei e se c&#8217;è lei non ci sei tu&#8221;. Infatti non possiamo assistervi: non possiamo guardarla dall&#8217;esterno. Noi non possiamo mai guardarci dall&#8217;esterno, nemmeno con uno specchio, poiché, nel momento in cui lo facciamo, non facciamo nulla. Racchiudiamo il presente in un semplice guardarsi, che è quanto di più innaturale. Se ci pensiamo bene, sono i matti  che hanno lo sguardo fisso.</p>
<p>Il fatto di avere coscienza di qualcosa che non ci appartiene (il passato e il futuro, che possiamo vivere solo come presente), ci autorizza a pensare, proprio per questo motivo, che la nostra coscienza è assolutamente illimitata, insondabile nella sua profondità. Cioè la consapevolezza di non poter afferrare completamente tutto il nostro non-essere, rende il nostro essere illimitato. Non a caso noi diciamo di essere <em>figli dell&#8217;universo</em>, in cui l&#8217;immensità e la profondità e l&#8217;infinità della materia per noi costituisce una garanzia assoluta del nostro essere. Non siamo semplicemente figli della terra e tanto meno dei nostri genitori.</p>
<p>Chi pensa che il nostro universo sia limitato o debba implodere o contrarsi o esaurire la propria energia o tornare al punto di partenza, non si rende conto che noi non abbiamo neanche le parole per leggere adeguatamente questo universo. La stessa parola &#8220;uni-verso&#8221; riflette soltanto quella porzione di universo che noi dalla terra possiamo vedere. Se noi avessimo piena consapevolezza della nostra nascita, ne avremmo anche della nostra morte. Invece questa indeterminatezza si rende assolutamente liberi. La libertà sta proprio nel <em>principio di indeterminatezza</em>, che pur ha le sue leggi.</p>
<p>La garanzia dell&#8217;essere è data proprio dal <em>non-essere</em>. Siamo giunti all&#8217;opposto di quanto affermava Parmenide col suo schematico principio: &#8220;l&#8217;essere è, il non-essere non è&#8221;. In realtà dovremmo dire che<em> l&#8217;essere è proprio perché esiste il non-essere</em>.</p>
<p>Se questo è vero, le implicazioni pratiche sono notevoli. Anzitutto diventa impossibile affermare una qualsivoglia identità senza l&#8217;apporto della diversità. Una cultura che pretende di farsi valere prima di entrare in rapporto con altre culture, è solo un&#8217;arrogante ideologia, una sorta di totalitarismo, che inevitabilmente si esprime anche in forme politiche dittatoriali.</p>
<p>In secondo luogo dobbiamo sostenere che, se siamo figli dell&#8217;universo, tutto quanto di <em>umano</em> e <em>naturale</em> non riusciamo a realizzare nella dimensione terrena, dovremmo necessariamente realizzarlo in una extraterrena, per cui sarebbe bene non perdere tempo su questa terra con le forme individualistiche e antagonistiche.</p>
<p>Gli aspetti umani e naturali sono quelli che caratterizzano meglio la nostra identità: se vogliamo essere noi stessi, non possiamo prescinderne. La nostra <em>libertà di coscienza</em>, che è il valore più grande dell&#8217;universo, può essere adeguatamente tutelata solo all&#8217;interno di condizioni e processi umani e naturali. Quelle condizioni e quei processi che abbiamo abbandonato negli ultimi seimila anni di storia, cioè da quando abbiamo fatto nascere le civiltà.</p>
<p>Se continuiamo ad essere &#8220;disumani&#8221; e &#8220;innaturali&#8221;, l&#8217;universo non saprà che farsene di noi. Non ci permetterà di popolare alcun altro pianeta, anche se, sul piano tecnologico, sembriamo quasi pronti per farlo.</p>
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		<title>La morte, laicamente</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2013 14:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è possibile che il bene più prezioso dell&#8217;universo, la libertà di coscienza, sia legato a un filo, quello dell&#8217;esistenza terrena. Non è logico. Sarebbe uno spreco assurdo di energia, anche se simile a quello cui ci ha abituato l&#8217;uomo negli ultimi seimila anni, costruendo e distruggendo le cose con una disinvoltura preoccupante. La cosa potrebbe [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non è possibile che il bene più prezioso dell&#8217;universo, la <em>libertà di coscienza</em>, sia legato a un filo, quello dell&#8217;esistenza terrena. Non è logico. Sarebbe uno spreco assurdo di energia, anche se simile a quello cui ci ha abituato l&#8217;uomo negli ultimi seimila anni, costruendo e distruggendo le cose con una disinvoltura preoccupante.</p>
<p>La cosa potrebbe avere un qualche senso se gli esseri umani fossero tutti relativamente uguali e solo se fossero facilmente riproducibili in condizioni extraterrestri. La natura però ci ha voluti, ognuno di noi, <em>unici</em> e <em>irripetibili</em> e la nostra generazione, stando alle conoscenze di cui disponiamo, sembra avvenire solo su questo pianeta, anche se non possiamo escludere a priori un qualche intervento esterno, nella fase, per così dire, della &#8220;fecondazione&#8221;, come avviene in tutti i casi riproduttivi, salvo eccezione (p. es. in certi vermi ermafroditi).</p>
<p>Tuttavia, se c&#8217;è stato un qualche intervento esterno, nell&#8217;essenza non possiamo considerarlo superiore all&#8217;essere umano, come non lo sono i genitori nei confronti del figlio che mettono al mondo.</p>
<p>Un&#8217;altra cosa che resta da chiarire è il motivo per cui esiste la morte. In natura la morte è un fenomeno meno ricorrente della vita. Per fortuna non siamo tutti farfalle. Coi nostri occhi vediamo che, in ogni cosa, la morte è soltanto il passaggio da una condizione a un&#8217;altra. Tutto è soggetto a perenne trasformazione.</p>
<p>Ci si può chiedere però perché questa cosa avvenga anche nell&#8217;essere umano, che è dotato del bene più prezioso dell&#8217;universo, la <em>libertà di coscienza</em>, che non è cosa che possa essere sostituita o riciclata. La libertà di coscienza muore con la morte del nostro corpo: non c&#8217;è niente, su questa terra, che possa farci pensare il contrario.</p>
<p>La cosa che più ci fa riflettere è il motivo per cui un bene così prezioso, il cui valore è assolutamente inestimabile, abbia un destino legato all&#8217;esistenza di una cosa materiale, soggetta a deperimento, come appunto il nostro corpo.</p>
<p>Se possiamo rispondere, guardando la natura, alla domanda &#8220;perché si muore&#8221;, non riusciamo a farlo quando è in gioco l&#8217;esistenza umana. Lo strazio per la morte di una persona che si ama è incolmabile. Questa cosa la si vede persino in molti mammiferi (p. es. negli elefanti).</p>
<p>Per rispondere alla domanda sul perché si muore dovremmo però prima chiederci: perché all&#8217;aumentare della consapevolezza della libertà di coscienza diminuisce la forza fisica con cui esercitarla? Ovvero perché la saggezza deve riguardare la persona anziana che di quella saggezza, in un certo senso, non sa che farsene e che magari la baratterebbe volentieri con una migliore prestanza fisica, dimostrando così di non essere affatto una persona &#8220;saggia&#8221;?</p>
<p>Deve essere esistito un tempo in cui la morte veniva vissuta, anche nell&#8217;essere umano, come un fenomeno del tutto naturale, come una vera e propria liberazione dal decadimento fisico. Tuttavia anche questa non è una risposta convincente. Qui ce ne possono essere altre due e dobbiamo andarle a cercare nella mitologia religiosa, che nel tempo ha preceduto la riflessione filosofica.</p>
<p>La prima è questa: probabilmente ai primordi dell&#8217;umanità era più netta la percezione o addirittura la consapevolezza che l&#8217;esistenza umana non riguardava solo il pianeta terra ma l&#8217;intero universo, sicché si avvertiva il decadimento fisico come l&#8217;anticamera di una mutazione necessaria (e persino desiderata) da una condizione di vita a un&#8217;altra, per cui di fronte alla morte, in definitiva, non ci si angosciava ma ci si rallegrava. Il suicidio poteva essere ammesso solo in presenza di un corpo umano in disfacimento, assolutamente irrecuperabile. E&#8217; sufficiente infatti smettere di nutrirsi.</p>
<p>La seconda risposta può essere questa: probabilmente nel corso dell&#8217;evoluzione della nostra specie deve essere accaduto qualcosa che ci ha indotto a considerare un&#8217;esistenza temporale limitata come una condizione accettabile da sopportare a fronte di un persistente uso improprio della libertà. Nel senso che nel passato dobbiamo avere avuto consapevolezza della piena legittimità, da parte della natura, di limitare su questa terra il tempo a nostra disposizione. La riduzione cioè sarebbe stata voluta proprio a nostro vantaggio, al fine di limitare al massimo gli errori che si potevano compiere.</p>
<p>Ma anche in questo caso nessuna angoscia, quanto piuttosto consolazione. Non avevamo ancora compiuto uno sbaglio nei confronti del quale non si poteva trovare rimedio.</p>
<p>Entrambe queste risposte &#8211; è facile notarlo &#8211; ci portano a credere che i nostri più antichi progenitori si sentissero parte dell&#8217;intero universo, anche molto tempo prima che allestissero i noti osservatori astronomici.</p>
<p>E&#8217; stato in virtù di questa discrepanza tra percezione dell&#8217;infinità della libertà di coscienza e consapevolezza dei limiti organici in cui poterla esercitare, che è nata la religione, una risposta infantile a un problema reale.</p>
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		<title>Il contenitore e il suo contenuto</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2012 18:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[libertà di coscienza]]></category>
		<category><![CDATA[universo]]></category>

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		<description><![CDATA[La coscienza umana, nella sua assoluta profondità, è insondabile, persino a noi stessi. La conoscenza che abbiamo delle sue caratteristiche è invece relativa, nel senso che può aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, sociali e personali. Possiamo scoprire in noi degli stati d&#8217;animo, dei sentimenti, delle facoltà di scelta grazie non tanto a delle nostre riflessioni personali, quanto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La <em>coscienza umana</em>, nella sua <em>assoluta profondità</em>, è <em>insondabile</em>, persino a noi stessi.</p>
<p>La conoscenza che abbiamo delle sue caratteristiche è invece <em>relativa</em>, nel senso che può aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, sociali e personali.</p>
<p>Possiamo scoprire in noi degli stati d&#8217;animo, dei sentimenti, delle facoltà di scelta grazie non tanto a delle nostre riflessioni personali, quanto piuttosto a delle relazioni sociali.</p>
<p>Sono proprio nelle <em>relazioni sociali</em> che ci aiutano a capire meglio noi stessi: sia che gli altri siano individui <em>positivi</em>, che ci fanno vivere meglio la vita e quindi comprendere meglio le nostre risorse; sia che gli altri siano individui <em>negativi</em>, che ci traggono in inganno e ci fanno compiere azioni che non avremmo dovuto fare e che non avremmo mai pensato di fare. In questo secondo caso dobbiamo essere abbastanza intelligenti da capire in che modo un&#8217;esperienza da negativa può diventare positiva.</p>
<p>Le riflessioni personali, introspettive, sono tanto più ricche quanto più profonde sono le relazioni sociali. La controprova di questo è data dal fatto che le persone isolate tendono a ripetere sempre le stesse cose, a fissarsi su determinate idee o abitudini, fino a diventare maniache, ossessive.</p>
<p>Noi non siamo fatti per stare soli, tant&#8217;è che quando andiamo a cercare un po&#8217; di pace nella solitudine, ci annoiamo molto presto e abbiamo persino bisogno d&#8217;inventarci delle cose da fare, coltivare degli interessi particolari o anche solo degli hobby, con cui far passare il tempo.</p>
<p>Ovviamente una qualunque relazione personale è sottoposta ai condizionamenti oggettivi di una determinata società o, se si preferisce, è delimitata dalle condizioni storiche di una certa epoca.</p>
<p>E&#8217; indubbio, p. es., che la grande capacità tecnologica dei mezzi di comunicazione di massa ha oggi ridotto di molto l&#8217;esigenza di avere ampie relazioni sociali. Gli individui, sempre più soli, s&#8217;interfacciano col mondo esterno attraverso la mediazione di canali televisivi (che fino a sessant&#8217;anni fa erano solo radiofonici e cinematografici).</p>
<p>Oggi addirittura si pensa di ovviare a questa anomalia comportamentale, tipica di tutte le società tecnologicamente avanzate, accedendo alle cosiddette &#8220;reti telematiche&#8221;, di cui i &#8220;social network&#8221; rappresentano la quintessenza più significativa. La magia dell&#8217;interazione utente, da viversi in tempo reale con persone in capo al mondo, fa illudere enormemente sulla capacità di stabilire effettive relazioni sociali: si finisce col confondere il reale col virtuale.</p>
<p>In ogni caso per una <em>coscienza sociale insondabile</em> come la nostra ci vuole uno spazio adeguato, una comunità di persone che potenzialmente sia infinita. Certo, possiamo accontentarci di vivere in una piccola comunità, che, anche quando piccolissima (come per esempio quella del rapporto di coppia), è sempre meglio della solitudine. Però vogliamo essere sicuri che alla comunità non venga mai negata la possibilità di conoscere nuove persone. Ci piacciono le novità, ci stimolano a riflettere, ampliano i nostri orizzonti cognitivi, le nostre competenze e abilità.</p>
<p>Ora, è evidente che quanto più andiamo in profondità, tanto più la nostra coscienza avverte che lo spazio attorno a sé è insufficiente, come lo avverte il feto, che ad un certo momento si posiziona per uscire.</p>
<p>Ma per una coscienza insondabile, della cui profondità infinita abbiamo sempre più consapevolezza, quale può essere il luogo più adatto per sentirsi adeguata? Cioè per avvertire che le sue <em>possibilità di scelta</em> sono illimitate? Non esiste altro luogo che l&#8217;<em>universo</em>, le cui dimensioni geo-fisiche sono per noi del tutto <em>incommensurabili</em>.</p>
<p>L&#8217;unico modo in cui un contenuto possa esprimersi in maniera conforme alla propria profondità, o possa comunque sentirsi potenzialmente idoneo a vivere secondo le proprie possibilità, è quello di esistere in un <em>contenitore illimitato per estensione</em>.</p>
<p>La coscienza, in altre parole, ha bisogno di sapere che lo spazio in cui chiede di vivere non ha limiti che essa stessa non si ponga. Le infinite possibilità di relazioni, per costruirsi un&#8217;identità, possono essere ridotte a un nulla solo se la coscienza desidera vivere nella solitudine. Nessuno potrà essere impedito dal vivere come un eremita, ma bisognerà comunque metterlo nelle condizioni di non volerlo fare soltanto come forma di protesta, cioè come opposizione individuale a delle relazioni fasulle. Se l&#8217;inferno esiste, deve esistere solo per chi lo vuole.</p>
<p>Se questo è possibile,<em> </em>chiunque si rende facilmente conto:</p>
<ol>
<li>che tra il nostro pianeta e l&#8217;universo le differenze non sono di sostanza, ma solo di forma;</li>
<li>che la dimensione umana è l&#8217;unica ad essere adeguata all&#8217;universo, avendo analoghe caratteristiche;</li>
<li>che la legge fondamentale dell&#8217;universo, in grado di sintetizzare tutte le altre, è la <em>libertà di coscienza</em>.</li>
</ol>
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