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	<title>ArruotaLibera &#187; laicità</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Manca un’alternativa al socialismo reale</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 06:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
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		<category><![CDATA[laicità]]></category>
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		<description><![CDATA[Ormai si è capito che in origine (mille anni fa) esisteva un unico popolo russo ortodosso del Granducato di Kiev. Che poi si suddivise in tre parti: bielorusso, ucraino e russo. Tutti e tre i rami in epoca medievale persero la loro sovranità: bielorussi e ucraini si trovarono nella struttura del pagano granducato di Lituania, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Ormai si è capito che in origine (mille anni fa) esisteva un unico popolo russo ortodosso del Granducato di Kiev. Che poi si suddivise in tre parti: bielorusso, ucraino e russo.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Tutti e tre i rami in epoca medievale persero la loro sovranità: bielorussi e ucraini si trovarono nella struttura del pagano granducato di Lituania, e poi come parte del regno cattolico polacco-lituano; i russi del potere granducale di Vladimir e poi di Mosca erano direttamente subordinati all’Orda d’oro tataro-mongola.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Accadde però che mentre i mongoli di Gengis Khan rispettavano le tradizioni ortodosse dei russi, invece i bielorussi e gli ucraini si trovavano discriminati sotto i polacco-lituani: diventarono una specie di gruppo etnico oppresso, soprattutto sul piano religioso.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Più tardi una parte degli ucraini passò sotto il dominio islamico dell’impero ottomano e poi sotto quello cattolico dell’impero asburgico, perdendo sempre più la propria identità slavo-ortodossa e acquisendo soprattutto quella cattolico-europea, fortemente proselitistica nei confronti delle culture slave.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">L’integrazione in questa cultura cattolica fu favorita dal fenomeno dell’uniatismo, creato dalla Chiesa romana per indurre gli ortodossi (autorizzati soltanto a conservare il rito slavo) a sottomettersi al papato.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">La forza dell’ortodossia si concentrò unicamente tra i russi di Mosca, soprattutto dopo che si liberarono dal giogo mongolo. E furono loro che diventarono un grande impero, creando una nuova civiltà.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Col tempo il regno di Mosca cominciò a sottrarre i territori bielorussi e ucraini al regno polacco-lituano e, attraverso le guerre russo-turche, a riportarli alle loro tradizioni slavo-ortodosse. </span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Solo i territori della Galizia-Volinia e della Bucovina settentrionale (inclusi nella parte austriaca dell’Austria-Ungheria) e della Transcarpazia (dentro la corona ungherese) rimasero fuori dal contesto tutto russo. </span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Poi, dopo la I guerra mondiale, la Galizia-Volinia divenne parte della rinata Polonia, mentre la Bucovina settentrionale divenne parte della Romania, e la Transcarpazia entrò in Cecoslovacchia. Tutte queste terre furono riunite al resto della Russia sovietica negli anni della II guerra mondiale, una volta vinto il nazismo.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Ma la Russia sovietica era ideologicamente atea, del tutto indifferente alla religione, e comunista, cioè avversa al capitalismo. Fu accettata questa cosa? Fino a un certo punto. Infatti nel 1956 si ribellò la cattolica Ungheria, nel 1968 la protestante Cecoslovacchia, ai primi anni ’80 la cattolica Polonia, finché, con l’avvento di Gorbaciov, crollò anche il muro di Berlino, e col successore Eltsin implose la stessa URSS.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Che è successo dopo il 1991? Successe che i Paesi ex sovietici, dopo aver abbandonato il socialismo di stato, e quindi il suo ateismo, cominciarono a guardare favorevolmente allo stile di vita occidentale, a valorizzare le proprie tradizioni religiose e a perseguitare tutto quanto si rifaceva alla cultura russa (ivi inclusa la lingua e la religione).</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">E la Russia reagì con la forza militare, per proteggere i russofoni e/o i filorussi. Lo fece in Georgia, in Cecenia, ha sventato due colpi di stato in Bielorussia e Kazakistan, sostenuti dagli occidentali. Non ha potuto far nulla contro quello del 2014 in Ucraina, ma oggi sta recuperando il tempo perduto, tendendo a dividere il Paese in due parti.</span></span></p>
<p align="left"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: large">Qual è il problema? Il problema è che dal 1991 ad oggi non si vede da nessuna parte una vera alternativa al socialismo e all’ateismo di stato. Certo il neonazismo ucraino, strettamente intrecciato con l’americanismo, è un’autentica vergogna dell’umanità, ma non sarà certo usando la forza militare che lo si potrà superare. Qui è la cultura laica e la politica democratica che mancano. E mancano in tutti: Russia, Europa, Stati Uniti e Ucraina.</span></span></p>
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		<title>Morta Nawal al-Sa&#8217;dawi, grande femminista egiziana</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2021 05:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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		<category><![CDATA[parità di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[“Tutte le religioni sono prigioni per le donne”, sosteneva con coraggio e lucidità la scrittrice e intellettuale femminista egiziana Nawal al-Sa&#8217;dawi, morta nel 2021 all&#8217;età di 90 anni. Suo padre era stato un funzionario governativo del ministero dell&#8217;Educazione Nazionale, che aveva preso parte alle lotte contro i britannici nel corso della rivoluzione del 1919. Scrisse [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Tutte le religioni sono prigioni per le donne”, sosteneva con coraggio e lucidità la scrittrice e intellettuale femminista egiziana Nawal al-Sa&#8217;dawi, morta nel 2021 all&#8217;età di 90 anni. Suo padre era stato un funzionario governativo del ministero dell&#8217;Educazione Nazionale, che aveva preso parte alle lotte contro i britannici nel corso della rivoluzione del 1919.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Scrisse numerosi libri sulla condizione della donna nell&#8217;islam, dedicando particolare attenzione alla pratica della mutilazione genitale femminile, ancora presente in alcune parti della società egiziana e che lei stessa aveva subìto in giovane età.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Si laureò in medicina all&#8217;Università statale del Cairo nel 1955 e si specializzò in psichiatria. Mentre operava come medico nel suo villaggio natale di Kafr Tahla, denunciò le brutali ineguaglianze sociali cui erano sottoposte le donne in quell&#8217;ambiente rurale, e per questo fu richiamata al Cairo.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Divorziò da due mariti che volevano imporle di abbandonare la sua carriera di medico e di scrittrice, poiché consideravano queste attività imbarazzanti e ostacolanti per le proprie carriere rispettivamente di medico e di avvocato.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Divenne Direttrice della Sanità Pubblica e qui incontrò il suo terzo marito, Sherif Hetata, che ricopriva un incarico presso il ministero della Sanità. Hetata era stato prigioniero politico per 13 anni.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La Sa&#8217;dawi fu allontanata dal suo incarico presso il ministero della Sanità a causa della sua attività politica. Perse anche il posto di redattore-capo di un giornale sanitario e di Segretario Generale aggiunto dell&#8217;Associazione Medica in Egitto. Questo perché era stato ristampato il suo primo libro, <i>Women and Sex</i>, dopo essere stato bandito in Egitto per quasi due decenni.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Poi però dal 1973 al 1976 lavorò come ricercatrice nel campo delle nevrosi nella Facoltà di Medicina dell&#8217;Università statale di &#8216;Ayn Shams, al Cairo. Nel 1979-80 fu consigliera delle Nazioni Unite per il Women&#8217;s Programme in Africa e Medio Oriente.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">I suoi libri (una cinquantina) sono sempre stati sottoposti a censura: autorità religiose, capi-villaggio e autorità statali l&#8217;accusavano di non rispettare i valori tradizionali e d&#8217;incitare le donne a ribellarsi contro la Legge e la religione. La sua autobiografia la scrisse in prigione sulla carta igienica con una matita per gli occhi ch&#8217;era stata introdotta di nascosto nella sua cella.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Fu incarcerata nel 1981 per crimini contro lo Stato, insieme a circa 1.500 attivisti, che protestavano contro il “Trattato di pace di Gerusalemme” firmato dal Presidente Anwar al-Sadat. Fu rilasciata alla fine dell&#8217;anno, un mese dopo l&#8217;assassinio di Sadat. Di quella sua esperienza ha scritto: “Il pericolo ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto: &#8216;Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente&#8217;”.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Fonda The Arab Women&#8217;s Solidarity Association, la prima organizzazione legale indipendente femminista. Ciò le provoca nuove persecuzioni e minacce da parte di gruppi fondamentalisti islamici e la condanna a morte per eresia. Il suo nome era stato incluso in una lista di morte pubblicata in Arabia Saudita.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;Associazione, dichiarata fuori legge, venne chiusa. Di nuovo Sa&#8217;dawi visse l&#8217;esperienza del carcere, fin quando, nel 1992, è costretta all&#8217;esilio. Si trasferì, insieme al terzo marito, medico e scrittore che curava la traduzione in inglese dall&#8217;arabo dei suoi libri, nel North Carolina, presso la Duke University (Asian and African Languages Department).</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 1996 tornò in Egitto, ma nel 2002 un avvocato integralista egiziano richiese il divorzio coatto tra lei e il marito, i quali però vinsero la causa grazie a una mobilitazione internazionale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Continuò nella sua azione attivistica e prese in considerazione la possibilità di presentarsi candidata alle elezioni presidenziali del 2005 contro Mubarak, ma poi decise di boicottarle quando vide che i suoi seguaci erano stati minacciati di morte.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2007 fu denunciata due volte per apostasia, una volta con la figlia economista Mona Helmy, e la seconda volta per apostasia ed eresia a causa del suo spettacolo teatrale “God Resigns at the Summit Meeting”. Entrambe le cause sono state vinte dalla scrittrice egiziana.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2008 in Egitto sono state promulgate alcune leggi per le quali lei aveva lungamente combattuto: le donne egiziane hanno conquistato il diritto di registrare i figli nati fuori dal matrimonio con il proprio cognome; l&#8217;età minima per il matrimonio è stata alzata a 18 anni; la circoncisione femminile, la clitoridectomia e l&#8217;infibulazione sono ora un reato perseguibile e punibile con il carcere o una pena pecuniaria.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2010 divorziò anche da Hetata, che aveva una relazione con un&#8217;altra donna.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;ultimo suo scontro con le autorità laiche e religiose avvenne nel 2011, all&#8217;età di 79 anni, quando si unì ai manifestanti in piazza Tahrir al Cairo per protestare contro il presidente Mubarak, che si dimetterà nello stesso anno.</span></span></p>
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		<title>Il tasso zero dell&#8217;etica liberistica</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 07:29:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
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		<description><![CDATA[Scrive Luca Bottura il 30 ottobre su Repubblica.it: &#8220;La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all&#8217;Occidente c&#8217;è quello della laicità, più che del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Scrive Luca Bottura il 30 ottobre su Repubblica.it: &#8220;La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all&#8217;Occidente c&#8217;è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull&#8217;architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l&#8217;è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull&#8217;Italia dopo il terremoto, col sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che &#8220;non fa ridere&#8221;. Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Ma c&#8217;è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l&#8217;inchiostro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Delle due, dunque, l&#8217;una: l&#8217;emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all&#8217;altezza dell&#8217;articolo 21.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss&#8217;altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l&#8217;opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">A quel punto però si pone la domande delle domande: chi decide questi limiti? Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l&#8217;autocensura? Perché mica ce n&#8217;è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta?&#8221;. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Poi va avanti con altre amenità, quelle tipiche di chi ama l&#8217;individualismo delle nostre società liberistiche. Infatti arriva a dire &#8220;non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere&#8221;.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Perché questi ragionamenti hanno un valore etico prossimo allo zero? Il motivo è molto semplice e lo diceva già Paolo di Tarso duemila anni fa: &#8220;Non possiamo fare della nostra libertà un motivo per scandalizzare gli altri&#8221;. Cioè in sostanza non basta affermare la laicità dei valori. Occorre anche che i valori siano umani e se sono umani non possono certamente essere imposti. Vogliamo che lo Stato imponga la laicità per tutti? Bene, ma laicità vuol dire rispetto delle idee umane e democratiche. Charlie Hebdo rispetta con le sue vignette indecenti la sensibilità, i valori, la fede religiosa degli altri? No, non lo fa. E allora lo si chiuda. Non è utile a nessuno. Non favorisce la convivenza civile. È antipedagogico per definizione. È una minaccia alla stabilità di un paese, anche perché può essere facilmente strumentalizzato da un governo con ambizioni autoritarie. Come appunto quello di Macron.</span></span></p>
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		<title>I vescovi cattolici tedeschi pronti allo scisma?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 07:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;episcopato tedesco cattolico, preoccupato per la scarsità delle vocazioni, vuole che i preti abbiano la possibilità di sposarsi e che anche le donne possano accedere al sacerdozio. Sono guidati da un cardinale che di nome fa Reinhard ma il cui cognome è tutto un programma: Marx. È uno degli uomini più fidati della &#8220;cerchia&#8221; di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">L&#8217;episcopato tedesco cattolico, preoccupato per la scarsità delle vocazioni, vuole che i preti abbiano la possibilità di sposarsi e che anche le donne possano accedere al sacerdozio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Sono guidati da un cardinale che di nome fa Reinhard ma il cui cognome è tutto un programma: Marx. È uno degli uomini più fidati della &#8220;cerchia&#8221; di papa Bergoglio. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Dopo mezzo millennio una parte della Chiesa cattolica sembra che si stia avvicinando a quella protestante. Che poi in quella ortodossa non è mai stato approvato il celibato del clero, se non per le alte gerarchie.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Anche sulla morale sessuale i Teutonici esigono delle aperture, soprattutto per il controllo delle nascite, ma sono anche intenzionati a sposare coppie omosessuali. Pretendono inoltre un rito comune che possa essere considerato valido tanto dai protestanti quanto dai cattolici e chiedono che la gestione degli ambienti parrocchiali possa essere affidata anche ai laici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Si accontentano di poco. Non una parola su quell&#8217;obbrobrio da chiudere chiamato &#8220;Stato del Vaticano&#8221; e su quell&#8217;assurdità da eliminare chiamata &#8220;monarchia teocratica assoluta&#8221;, che prevede l&#8217;infallibilità pontificia. Sono ancora lontani mille miglia tanto dai protestanti quanto dagli ortodossi.</span></span></p>
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		<title>Erdogan più laico di Macron?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 07:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;insistenza del presidente francese Macron nel difendere la libertà di pubblicare le vignette contro il profeta Maometto sta provocando uno scontro di portata globale. Alle proteste del presidente turco Erdogan si sono aggiunte quelle del premier pakistano Imran Khan, che giustamente ha detto: &#8220;Il presidente Macron avrebbe potuto puntare alla pacificazione e negare spazio agli [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">L&#8217;insistenza del presidente francese Macron nel difendere la libertà di pubblicare le vignette contro il profeta Maometto sta provocando uno scontro di portata globale. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Alle proteste del presidente turco Erdogan si sono aggiunte quelle del premier pakistano Imran Khan, che giustamente ha detto: &#8220;Il presidente Macron avrebbe potuto puntare alla pacificazione e negare spazio agli estremisti piuttosto che creare ulteriore polarizzazione ed emarginazione che inevitabilmente portano alla radicalizzazione. È un peccato che abbia scelto di incoraggiare l&#8217;islamofobia attaccando l&#8217;Islam piuttosto che i terroristi che praticano la violenza, siano essi musulmani, suprematisti bianchi o ideologi nazisti&#8221;. Nel suo Paese l’hashtag #ShameOnYouMacron, &#8220;vergognati Macron&#8221;, è diventato la principale tendenza su Twitter, mentre #boycottfrance è tra le prime cinque.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">In effetti i paesi che si affacciano sul Golfo Persico sembrano intenzionati a boicottare i prodotti &#8220;Made in France&#8221;.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">In Libia è stata organizzata una manifestazione in piazza dei Martiri, nel centro di Tripoli. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Nella località tunisina di El Kamour, alle porte del Sahara, una marcia anti-francese ha riunito poche decine di persone.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Il leader del partito islamista algerino Fronte della Giustizia e dello sviluppo, Abdallah Djaballah, ha chiesto il boicottaggio dei prodotti francesi e la convocazione dell&#8217;ambasciatore francese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Circa duecento palestinesi hanno protestato a Tel Aviv, davanti alla residenza dell&#8217;ambasciatore francese in Israele. Nella Striscia di Gaza i manifestanti hanno bruciato le foto di Macron. Hamas, che controlla la Striscia, ha affermato che gli &#8220;insulti nei confronti di religioni e di profeti&#8221; favoriscono &#8220;una cultura dell&#8217;odio&#8221;. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Una protesta formale viene anche dal governo giordano, secondo il quale la pubblicazione delle caricature &#8220;provoca amarezza in due miliardi di musulmani&#8221;. Il ministro degli Affari islamici, Mohammed al-Khalayleh, ha affermato che &#8220;offendere&#8221; i profeti &#8220;non è una questione di libertà personale ma un crimine che incoraggia la violenza&#8221;.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Un richiamo simbolico al boicottaggio è arrivato anche a Bab al-Hawa, un valico di frontiera nel nord-ovest della Siria, in mano ai ribelli e dove arrivano pochi prodotti francesi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Il potente movimento sciita Hezbollah ha condannato &#8220;con forza l&#8217;insulto deliberato&#8221; rivolto al profeta, esprimendo in un comunicato il proprio &#8220;rifiuto della persistente posizione francese consistente nell&#8217;incoraggiare questo pericoloso affronto&#8221;. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">In Kuwait, il ministro degli Affari esteri, lo sceicco Ahmed Nasser al-Mohammed al-Sabah &#8220;ha incontrato&#8221; l&#8217;ambasciatore francese Anne-Claire Legendre.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Chi obbliga Macron ad assumere una posizione così estrema per combattere quello che lui chiama il separatismo islamico? Gli Stati Uniti? Israele? O è tutta farina del suo sacco demenziale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Lui dice di non accettare l&#8217;incitamento all&#8217;odio, ma sta proprio facendo questo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Ha scritto: &#8220;Saremo sempre dalla parte della dignità umana e dei valori universali&#8221;. Eppure in nome di questi valori nega la dignità a quelli islamici. Ha assunto le posizioni della destra estrema. Dice infatti Marine Le Pen: &#8220;Mai scendere a compromessi con l&#8217;islamismo&#8221;. C&#8217;è forse una strategia occulta dietro questa ostentazione del laicismo più radicale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span style="font-size: small">Tutti i laici sanno che in ogni religione è possibile trovare il ridicolo, non essendo facile dimostrare ciò che predicano. Ma la satira esaspera errori o situazioni sbagliate per indurre a correggerli. Dileggiare è violenza, non è libertà. Maometto è stato un profeta che ha creato, per le esigenze culturali di molti paesi mediorientali, un tempo pagani, una fede che mancava. Nessuno ha il diritto di deriderla senza istigare la reazione dei fedeli. Se c’è chi reagisce col terrorismo, conviene continuare a provocarli?</span></span></p>
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		<title>Socialismo, Democrazia, Laicità e Religione</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jun 2018 15:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
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		<description><![CDATA[Premessa Uno dei grandi meriti da riconoscere al principio della coesistenza pacifica è che dà tutto il tempo che si vuole per riflettere sulle proprie posizioni. Nella vita infatti si possono compiere molti errori, alcuni purtroppo fatali, ma il dramma più vero è quello di non volerli riconoscere. Quando non vogliamo ammettere l&#8217;evidenza è perché [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="CENTER"><b>Premessa</b></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Uno dei grandi meriti da riconoscere al principio della </span><span style="font-size: small"><i>coesistenza pacifica</i></span><span style="font-size: small"> è che dà tutto il tempo che si vuole per riflettere sulle proprie posizioni. Nella vita infatti si possono compiere molti errori, alcuni purtroppo fatali, ma il dramma più vero è quello di non volerli riconoscere. Quando non vogliamo ammettere l&#8217;evidenza è perché siamo influenzati, o meglio, ci lasciamo influenzare negativamente dalle circostanze: sicché diciamo e facciamo cose che in situazioni diverse non diremmo e non faremmo mai. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Probabilmente quando esistono situazioni favorevoli al socialismo e alla democrazia, diventa più facile ripensare i propri criteri interpretativi, i propri stili di vita. Bisogna però impegnarsi nel far sì che il cambiamento sia possibile nel momento stesso in cui si pongono le condizioni che lo rendono tale. Non c&#8217;è un prima da superare e un dopo da realizzare, ma un cammino da percorrere, qui ed ora.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3873_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Ateismo e religione: conflitto o pacifica convivenza?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Generalmente il cristianesimo si considera come una concezione del mondo contrapposta a quella del socialismo, assolutamente alternativa e incompatibile con i princìpi materialistico-dialettici del marxismo e del leninismo. Non foss&#8217;altro che per una ragione: il socialismo crede anzitutto nell&#8217;</span><span style="font-size: small"><i>uomo, </i></span><span style="font-size: small">mentre il cristianesimo crede anzitutto in </span><span style="font-size: small"><i>Dio</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ora, è noto che questa tesi è condivisa dallo stesso marxismo. L&#8217;incompatibilità è a livello </span><span style="font-size: small"><i>ideologico</i></span><span style="font-size: small"> e quindi, in un certo senso, a tutti i livelli: un&#8217;intesa politica ci può essere (ad es. a favore della pace o dei diritti umani) non quando il comunismo si avvicina alla fede, ma quando il cristianesimo si avvicina alla ragione (e questo vale per tutte le religioni).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia, un modo di procedere del genere sarebbe troppo schematico per essere vero. In effetti, se non esistesse alcuna possibilità di pacifica convivenza fra le due ideologie, non si spiega perché, quando i partiti comunisti vanno al governo, riconoscano il diritto alla religione, o per quale motivo ammettano un regime di separazione tra Chiesa e Stato. In teoria sarebbe assurdo che un governo tutelasse giuridicamente quanto gli è radicalmente ostile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">A ciò in genere i cattolici obiettano che se il comunismo tollera la Chiesa è per la forza morale di cui questa dispone, non per l&#8217;intrinseca democraticità di quello. Essi cioè considerano il comunismo come un fenomeno non solo antireligioso, ma anche antidemocratico. In sostanza, la presunta antidemocraticità non dipenderebbe, per questi cattolici, da motivazioni contingenti, praticamente risolvibili, ma dalla stessa </span><span style="font-size: small"><i>laicità</i></span><span style="font-size: small"> del comunismo, dal suo integrale </span><span style="font-size: small"><i>umanesimo</i></span><span style="font-size: small">. È nota anche la contrapposizione che i cattolici pongono fra laicità e ideologia: il comunismo non sarebbe &#8220;laico&#8221; proprio perché &#8220;ideologico&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">I fatti però vogliono che come in politica estera i partiti comunisti sostengano la tesi della coesistenza pacifica fra Stati a diverso ordinamento sociale, così in politica interna essi ammettono che sul piano della libertà di coscienza il cittadino possa essere ateo o credente.</span><sup><span style="font-size: small">(1)</span></sup><span style="font-size: small"> Ciò significa, in altri termini, che nella società socialista la religione, ha il diritto, tutelato dalla Costituzione, di considerarsi come una concezione diversa o distinta rispetto a quella dominante.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oltre a ciò si può aggiungere che uno Stato socialista, se è davvero democratico, non può impedire con la forza che una confessione religiosa lo contesti pubblicamente. Lo Stato deve limitarsi a chiedere ai cittadini di discutere democraticamente i loro problemi: l&#8217;unica cosa che non può permettere è che una religione pretenda di imporsi sulle altre, cioè pretenda dei privilegi inaccettabili sul piano democratico. Concetti come &#8220;Stato della Chiesa&#8221;, &#8220;Chiesa di Stato&#8221;, &#8220;Stato confessionale&#8221;, &#8220;religione nazionale&#8221;, &#8220;religione maggioritaria&#8221;, ecc., sono storicamente superati. Se sopravvivono non è per la forza della religione, ma per la debolezza della laicità, per la sua incoerenza.</span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-size: small">*</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Se oggi uno Stato viola qualche principio religioso, gli si dovrebbe fare opposizione non tanto in nome della fede (i cui valori sovrannaturali nessuno Stato laico potrebbe riconoscere), quanto piuttosto in nome della </span><span style="font-size: small"><i>libertà di coscienza</i></span><span style="font-size: small">: un principio che lo Stato è tenuto a rispettare, in quanto facente parte dei diritti umani fondamentali.</span><sup><span style="font-size: small">(2)</span></sup><span style="font-size: small"> Un cittadino-credente che volesse opporsi allo Stato, dovrebbe quindi farlo non in quanto &#8220;credente&#8221;, ma proprio in quanto &#8220;cittadino&#8221;. Oggi, in una qualunque società che si dice democratica, sarebbe assurdo disquisire sul valore dei dogmi religiosi, cioè opporre a un&#8217;idea religiosa un&#8217;altra idea religiosa. La fede cristiana ha avuto duemila anni di tempo per costruire una società democratica e non vi è riuscita: è solo con se stessa che deve prendersela. Stesso discorso &#8211; ovviamente in rapporto a tempi storici differenti &#8211; vale per tutte le altre religioni.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La particolarità del rapporto socialista fra Stato e Chiesa si esprime nell&#8217;impossibilità, da parte di quest&#8217;ultima, di fare della propria diversa ideologia un motivo per contestare politicamente quella dominante, cioè quella accettata dalla maggioranza della popolazione. Gli eventuali abusi che può compiere lo Stato vanno superati in modo </span><span style="font-size: small"><i>laico</i></span><span style="font-size: small">, evitando strumentalizzazioni o atteggiamenti pretestuosi in nome della fede religiosa. La diversità quindi fra ateismo e religione, tutelata giuridicamente, non può e non deve mai trasformarsi in un conflitto ideologico o politico, tanto meno se viene sostenuto dai governi in carica o da confessioni religiose che ambiscono a politicizzarsi.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ufficialmente o formalmente, per tutti i cittadini di uno Stato socialista dovrebbe esistere una sola ideologia, quella appunto socialista</span><sup><span style="font-size: small">(3)</span></sup><span style="font-size: small">, poiché è questa che, impostasi per motivi storici, detiene il potere politico. Di fatto però molti cittadini, privatamente, possono avere anche un&#8217;altra ideologia, quella appunto religiosa, che, attraverso il culto, può essere manifestata anche pubblicamente. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Paradossalmente si viene a creare in un paese socialista una situazione tale per cui un cittadino può essere, a seconda dei casi e dei momenti, ateo o credente. Ci sono dei casi in cui l&#8217;ateismo è per così dire obbligatorio, come un </span><span style="font-size: small"><i>modus vivendi</i></span><span style="font-size: small"> acquisito per via indotta, cioè per via del regime di separazione tra Stato e Chiesa, anche se non è ovviamente obbligatorio professare l&#8217;ateismo esplicitamente, in quanto non si deve coartare la coscienza di nessuno né fare discriminazione per motivi religiosi. Si è dunque per così dire atei o, se si preferisce, laici nell&#8217;ambito delle istituzioni statali, nei pubblici uffici, nella scuola ecc.; e naturalmente ci sono dei casi in cui il cittadino può manifestare un comportamento religioso, nell&#8217;ambito che gli è proprio, secondo una precisa regolamentazione giuridica, senza che lo Stato abbia alcun diritto d&#8217;interferire. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Qui, a dir il vero, ci sono molti cattolici che sostengono che è la stessa regolamentazione giuridica a costituire un&#8217;ingerenza indebita nell&#8217;attività della Chiesa. Tuttavia lo Stato non interviene sull&#8217;attività del credente in quanto credente ma solo in quanto cittadino. La regolamentazione della libertà di coscienza non può ovviamente riguardare la coscienza, ma soltanto </span><span style="font-size: small"><i>l&#8217;espressione della libertà</i></span><span style="font-size: small">, che va riconosciuta a tutti nella stessa misura.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È fuor di dubbio che, posta in questi termini, la condizione della religione subisce un mutamento significativo rispetto ai tempi delle formazioni sociali antagonistiche (schiavismo, servaggio, capitalismo). In particolare essa viene a perdere tutto il suo potere politico e tutti i suoi privilegi di casta. D&#8217;altra parte la religione per millenni non è riuscita a risolvere nessuno dei grandi problemi dell&#8217;umanità; anzi, essa ha sempre fatto da supporto alle mire espansionistiche dello Stato politico di appartenenza.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In definitiva, più che essere un fenomeno antireligioso, il socialismo, nell&#8217;ambito dello Stato, è un fenomeno </span><span style="font-size: small"><i>areligioso</i></span><span style="font-size: small">: esso cioè non perseguita le diverse confessioni religiose, ma vive secondo un&#8217;etica sociale completamente separata da qualsiasi riferimento alla religione, proprio perché deve far coesistere, in un medesimo territorio, una molteplicità di religioni. L&#8217;</span><span style="font-size: small"><i>anti</i></span><span style="font-size: small"> negativo subentra soltanto in quei casi in cui la religione vuole riportare indietro la storia, cioè vuole politicizzarsi o sostituirsi alla scienza, pretendendo così di porsi in alternativa all&#8217;ideologia laica dominante, accettata dalla stragrande maggioranza dei cittadini, e di riportare indietro la storia. Il socialismo spera che la religione si estingua in virtù del processo di maturazione delle masse popolari e lascia ch&#8217;esse si confrontino liberamente a livello sociale e culturale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È stata la storia a decidere che l&#8217;imposizione politica, attraverso organismi istituzionali, di una determinata confessione religiosa, non ha più ragione di esistere. Peraltro, là dove esiste una Chiesa di stato, non si permette alle concezioni religiose diverse da quella dominante, di poter avere una rilevanza pubblica, sociologicamente significativa, o di poter esercitare un&#8217;opposizione politica. Non si capisce perché il socialismo, che garantisce a tutti i cittadini una libertà di coscienza e che considera tutte le religioni uguali di fronte allo Stato, aventi la facoltà di manifestare pubblicamente il proprio culto e le proprie convinzioni, debba essere considerato antidemocratico.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small"><b>Cristiano e/o socialista?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Dire che chi vuole essere un &#8220;cristiano coerente&#8221; non può essere un &#8220;comunista coerente&#8221;, significa dare al cristianesimo una valenza e un contenuto politici.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cristianesimo petro-paolino non nacque per opporsi allo Stato romano, ma per convivere pacificamente al suo interno. L&#8217;unica cosa che non riconosceva era la divinizzazione dell&#8217;imperatore, ch&#8217;era un modo, da parte dello Stato, d&#8217;imporre una propria ideologia a tutti i cittadini. Ufficialmente il cristianesimo divenne una religione di Stato soltanto sotto l&#8217;imperatore Teodosio. E da allora ha sempre preteso di esserlo, almeno sino a quando sono scoppiate le rivoluzioni borghesi. Le quali, avendo affermato una concezione </span><span style="font-size: small"><i>laica</i></span><span style="font-size: small"> della vita, hanno imposto al cristianesimo di tornare ad essere quello che era prima di Teodosio: una semplice scommessa sull&#8217;incapacità umana di costruire una vera democrazia. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia la storia ha dimostrato che, ogniqualvolta le società laiche, borghesi o proletarie che siano, falliscono i loro obiettivi politici, è facile che ne approfittino le varie concezioni religiose presenti in tutto il mondo (p.es. in Iran l&#8217;ha fatto l&#8217;islam sciita di Khomeini dopo la fine della shah Reza Pahlavi; in Afghanistan andarono al potere i talebani dopo la crisi del governo di Najibullah; in Egitto ci provarono i Fratelli Musulmani dopo la fine del governo di Mubarak. Nel mondo di lingua araba l&#8217;islam sembra essere diventato il linguaggio delle opposizioni politiche ai regimi filo-occidentali).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Lenin si rendeva conto di quanto fossero inconciliabili i princìpi del comunismo con quelli del cristianesimo; pur tuttavia si preoccupava di precisare che non era giusto impedire a un credente di iscriversi al partito comunista per un fine rivoluzionario, in quanto la suddetta inconciliabilità andava considerata come una &#8220;questione personale&#8221; del credente, ch&#8217;egli, col tempo, spontaneamente e liberamente, avrebbe dovuto risolvere. &#8220;Un&#8217;organizzazione politica &#8211; scriveva nel 1909</span><sup><span style="font-size: small">(4)</span></sup><span style="font-size: small"> &#8211; non può sottoporre i suoi scritti a un esame sull&#8217;assenza di contrasti tra le loro opinioni e il programma del partito&#8221;. E ancora: &#8220;noi siamo assolutamente contrari a ledere in qualsiasi forma i convincimenti religiosi dei credenti; tuttavia noi li reclutiamo per educarli secondo lo spirito del nostro programma&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Detto altrimenti, la libertà di opinione era certamente ammessa all&#8217;interno del partito bolscevico, ma &#8220;entro i limiti precisi fissati dalla libertà di associazione&#8221;. Se dunque la religione è un &#8220;affare privato&#8221; del cittadino di fronte allo Stato o per un credente che milita in un partito comunista, non può esserlo per il comunista che deve lottare &#8220;contro l&#8217;oppio del popolo, le superstizioni religiose, ecc.&#8221;. Una &#8220;lotta&#8221; che in Italia non è mai avvenuta in quanto il togliattismo voleva impedire che si sconfinasse nell&#8217;anticlericalismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ora, è chiaro che se un credente non è disposto, in quanto comunista, a lottare contro il clericalismo e la superstizione, né quindi a privatizzare la propria scelta religiosa, ben difficilmente potrà continuare a svolgere un&#8217;azione politica all&#8217;interno di un partito del genere. La sua stessa Confessione religiosa gli farà capire, con la minaccia della scomunica, che un qualunque catto-comunismo è un controsenso. In effetti, il cristianesimo integralistico, volendo assumere il principio marxista della </span><span style="font-size: small"><i>prassi</i></span><span style="font-size: small"> in funzione anticomunista, si pone inevitabilmente in antagonismo con la realtà del socialismo e farà di tutto per abbattere i governi in carica: o in maniera diretta, mobilitando il clero, o indiretta, servendo dei politici laici.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Sappiamo tutti che il liberismo e il socialismo sono nati in Europa in conseguenza del fallimento del cristianesimo sul piano sociale. Già la filosofia borghese aveva dimostrato quanto fosse invivibile la teologia cristiana. È sufficiente questo per sostenere che al cristianesimo non può essere data, dopo duemila anni di storia, una nuova possibilità per imporsi come &#8220;religione di stato&#8221;. Sarebbe un processo del tutto antistorico tornare a una situazione precedente alla formazione e allo sviluppo della </span><span style="font-size: small"><i>laicità</i></span><span style="font-size: small">, quanto meno nell&#8217;ambito del capitalismo e del socialismo. Peraltro oggi la presenza dei flussi migratori a livello mondiale obbliga i cittadini ad appartenere a Stati pluriconfessionali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Essendo considerato dagli integralisti</span><sup><span style="font-size: small">(5)</span></sup><span style="font-size: small"> un &#8220;cristianesimo senza Dio&#8221;, il socialismo è destinato a inverarsi nel suo contrario, in una forma di antiumanesimo, non riguardante solo gli aspetti etici e politici, ma anche quelli socio-economici. Di qui la rivalsa politica del suddetto cristianesimo, il quale appunto presume di svilupparsi sugli insuccessi del processo di socialistizzazione avviato a partire dalla rivoluzione d&#8217;Ottobre e che già presentava delle significative anticipazioni nella Comune di Parigi e in tutto il socialismo utopistico. Questa pretesa politicizzazione della fede la si è vista chiaramente in Polonia al tempo del sindacato Solidarność e durante il pontificato di Woytjla.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cattolicesimo polacco di matrice integristica cercò di porsi come compito quello di sostituirsi (ovviamente con l&#8217;appoggio delle forze reazionarie del capitalismo mondiale) a un socialismo statale ritenuto fallimentare. E, a tal fine, esso mirava a costituirsi come una società &#8220;dal volto umano&#8221; (negli interessi, nel linguaggio, negli scopi finali), una società che, nonostante la sua marcata religiosità, si sforzava di aprirsi a tutte le istanze di autentica umanità. Poi si è visto com&#8217;è andata a finire. Non esiste una &#8220;terza via religiosa&#8221; tra capitalismo e socialismo. Il cattolicesimo sociale non è in grado di garantire una vera democratizzazione del capitalismo. Come non sono in grado di farlo i fondamentalisti islamici andati al potere (o che hanno tentato di farlo) in varie parti del mondo, a partire dalla fine degli anni Settanta. L&#8217;unica alternativa possibile a un socialismo autoritario o burocratico è un socialismo </span><span style="font-size: small"><i>democratico</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">I cattolici integralisti della Polonia avevano pensato di poter recuperare lo spirito originario del cristianesimo primitivo, ed erano addirittura arrivati a ringraziare il socialismo statale del loro paese di aver &#8220;depurato&#8221; la spiritualità cristiana, obbligandola a una rigorosa separazione dalle questioni del potere politico, dai compromessi con le classi aristocratiche e borghesi. E si erano altresì illusi di poter recuperare la &#8220;dimensione eroica&#8221; che il cristianesimo aveva avuto al tempo delle persecuzioni romane, e di poter costruire con quell&#8217;eroismo una nuova società. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi di questa illusione non esiste più nulla. Si è rinunciato al socialismo statale per affermare il capitalismo privato. Al massimo si sponsorizza un capitalismo monopolistico statale. Tutte le contrapposizioni ideologiche tra cristianesimo e socialismo sono servite soltanto per favorire un sistema sociale che del cristianesimo non sa che farsene o che lo usa soltanto in funzione anticomunista. Lo stesso cristianesimo moderno, col fatto di preferire, in ogni caso, il peggior capitalismo al miglior socialismo, ha perduto ogni residua credibilità. Sotto questo aspetto il cattolicesimo integralistico non è molto diverso dal sionismo religioso-nazionalistico, che appoggia tutti i governi di destra d&#8217;Israele, o dai buddisti radicali che nello Sri Lanka, non sopportando la minoranza islamica, chiedono che la nazione adotti il buddismo come religione di stato.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3875_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Contraddizioni soggettive e oggettive</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cristianesimo integralistico è convinto che il marxismo divida la società in borghesi e proletari come se fossero due categorie etiche: il male e il bene. Lo dice come se questa caratteristica non sia stata invece un patrimonio culturale tipico del cristianesimo, cattolico o protestante che sia. Quante volte, proprio in nome della separazione tra eretici e ortodossi, tra cristiani e pagani, tra credenti e non credenti o tra cristiani e infedeli non sono stati compiuti grandi atti d&#8217;intolleranza politica e ideologica?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ci sono due cose che del marxismo questo tipo di cristianesimo non ha capito o non vuole capire. La prima è che nella separazione di borghesi e proletari il socialismo non pretende tanto di dare un giudizio sul comportamento &#8220;soggettivo&#8221; di tali classi o degli individui ad esse appartenenti, quanto piuttosto sul ruolo &#8220;oggettivo&#8221; ch&#8217;esse ricoprono nell&#8217;ambito della società capitalistica. E, oggettivamente parlando, cioè a prescindere dalle intenzioni meramente soggettive che può avere, la borghesia si trova in una posizione socialmente ed economicamente antidemocratica, essendo materialmente detentrice, in via esclusiva, dei mezzi di produzione. Il che la rende, al di là di qualunque considerazione in merito, fautrice di oppressione materiale e spirituale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La seconda cosa è che il marxismo non considera il proletariato come una classe in sé perfetta, esente da errori. È vero anzi il contrario: se dalla rivoluzione industriale ad oggi la borghesia monopolistica ha potuto continuare a svolgere, in Europa occidentale, la sua oppressione morale e materiale, ciò è unicamente dipeso dalla debolezza del proletariato e dei suoi dirigenti. Infatti, se il proletariato è oggettivamente la classe oppressa (a prescindere dalle intenzioni umanitarie che la borghesia può avere), lo stesso proletariato può soggettivamente sbagliare, indipendentemente dalla sua condizione di oppressione o di emancipazione dallo sfruttamento.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La verità dei fatti non è una cosa autoevidente, né è possibile acquisirla una volta per tutte; non è indipendente dalla libertà di scelta, dalla volontà personale di riconoscerla. Gli stessi credenti dovrebbero sapere che non è una grazia che concede il Padreterno a sua completa discrezione.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ecco, in tal senso, non è affatto vero che il marxismo divida la società in &#8220;buoni e cattivi&#8221;. Tuttavia, una cosa è dire che il proletariato può sbagliare e che, per tale ragione non ha il diritto di emanciparsi totalmente dalla borghesia; un&#8217;altra è dire che gli errori soggettivi non intaccano la tesi che la rivoluzione è necessaria.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3877_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Filosofia del lavoro o Weltanschauung?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Un&#8217;altra tesi inaccettabile nelle riflessioni del cristianesimo integralista è quella che considera il marxismo come una semplice, ancorché significativa, &#8220;filosofia del lavoro&#8221;. Tale modo di vedere le cose è alquanto riduttivo. Parlare di &#8220;filosofia del lavoro&#8221; è come parlare di &#8220;metafisica del lavoro&#8221; o, nel migliore dei casi, di &#8220;sociologia del lavoro&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Lo sfruttamento del lavoro è sì il problema centrale del pensiero marxista, ma solo fino a quando il partito non ha conquistato il potere e i mezzi di produzione non sono stati socializzati. A partire da quel momento lo sfruttamento perde la sua caratteristica oggettiva dominante. Determinati abusi e corruzioni potranno anche permanere o riprodursi nel periodo della transizione verso il socialismo democratico e autogestito, ma non per questo si renderà necessaria una nuova rivoluzione politica. Le rivoluzioni politiche, sempre molto dolorose, hanno senso solo in presenza di un antagonismo irriducibile di classe: quando questo antagonismo sarà definitivamente risolto, non ci sarà più né alcuna rivoluzione né alcuna politica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small"><i>Rebus sic stantibus</i></span><span style="font-size: small">, è impossibile ridurre il marxismo a una mera &#8220;filosofia del lavoro&#8221;. Esso in realtà è una vera e propria </span><span style="font-size: small"><i>Weltanschauung</i></span><span style="font-size: small">, cioè un&#8217;ideologia integrale e totalizzante, concernente non solo gli aspetti materiali della produzione, ma anche quelli soggettivi della morale personale: è un&#8217;ideologia in fase di continua evoluzione e arricchimento creativo, conformemente ai princìpi essenziali elaborati dai suoi fondatori. Il materialismo storico-dialettico è più di un semplice strumento per l&#8217;emancipazione delle masse, è una </span><span style="font-size: small"><i>concezione di vita</i></span><span style="font-size: small">. Non si può ridurre il marxismo a un economicismo, senza riconoscergli anche il suo valore etico e filosofico specifico.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cristianesimo integralistico fa questo ragionamento sbagliato: siccome il marxismo parla solo di &#8220;materia&#8221; e non anche di &#8220;spirito&#8221;, non può affrontare il problema dello sfruttamento meglio del cristianesimo. La realtà, ancora una volta, è un&#8217;altra. Il grande contributo del marxismo sta anche nell&#8217;aver saputo rivalutare &#8220;spiritualmente&#8221; la materia, nell&#8217;averle conferito &#8220;dignità ontologica&#8221;, dopo secoli e secoli di degradazione morale cui l&#8217;avevano costretta lo spiritualismo platonico e quello cristiano (come d&#8217;altra parte lo stesso Nietzsche aveva detto, pur essendo lontanissimo dal socialismo).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il marxismo è l&#8217;erede legittimo di tutte le concezioni antiidealistiche e antimetafisiche della materia. E in ogni caso lo sfruttamento economico non lo si può risolvere in chiave etica. La separazione tra capitale e lavoro è basata su una contrapposizione oggettiva, su una forma irriducibile di antagonismo sociale, e chi non capisce questo, si pone, oggettivamente, dalla parte degli sfruttatori, anche quando dice di voler compiere un&#8217;opera di mediazione.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3879_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Sfruttamento economico e morale</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Forse la critica più severa che il cristianesimo integralista ha potuto muovere al socialismo statale, ha riguardato lo sfruttamento del plusvalore. Tuttavia è stata una critica che tale cristianesimo ha mutuato completamente dalla socialdemocrazia borghese, e non riguardava, ovviamente, le questioni etiche vere e proprie, anche se tale cristianesimo l&#8217;ha sfruttata dicendo che nel socialismo statale esiste un&#8217;appropriazione indebita del plusvalore da parte dello Stato, in quanto l&#8217;ideologia socialista, essendo per definizione atea, non ha dei veri presupposti morali ed è quindi portata a vedere l&#8217;uomo come un semplice strumento economico. La critica in sostanza consiste in questo: nell&#8217;ambito del socialismo è lo Stato che si appropria del plusvalore dei lavoratori, per cui esso svolge le funzioni del capitalista classico. Quindi il socialismo statale non sarebbe altro che un capitalismo senza capitalisti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In questa argomentazione due cose vanno preliminarmente contestate: anzitutto in un sistema economico socialista non può esistere un plusvalore di tipo capitalistico, né privato né statale, quindi è improprio parlare di &#8220;sfruttamento economico&#8221; (il plusvalore &#8211; si sa &#8211; è lavoro non pagato); in secondo luogo, essendo stata abolita la proprietà privata dei mezzi produttivi e garantita la distribuzione dei beni prodotti secondo il lavoro e tendenzialmente secondo il bisogno, in teoria non dovrebbe esistere uno Stato contrapposto al popolo lavoratore.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Non si può insomma parlare di &#8220;sfruttamento&#8221; quando non esiste né rendita fondiaria né profitto capitalistico, quando il lavoro è garantito di fatto a tutti i cittadini, quando con i &#8220;fondi sociali di consumo&#8221; lo Stato copre i tre quarti delle esigenze dei lavoratori, quando i prezzi sono controllati e tutto o quasi tutto è razionalmente pianificato. Non si può paragonare l&#8217;attività regolamentatrice dello Stato socialista con l&#8217;esigenza del capitalismo di ottenere il massimo profitto dai propri investimenti, a prezzo di uno sfruttamento disumano dei lavoratori.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Se il cosiddetto &#8220;socialismo reale&#8221; fosse stato una sorta di &#8220;capitalismo di stato&#8221;, avrebbe tollerato un qualsivoglia uso della proprietà privata, come appunto avviene nei paesi ove esiste un capitalismo monopolistico di stato.</span><sup><span style="font-size: small">(6)</span></sup><span style="font-size: small"> Invece è fallito proprio perché non permetteva l&#8217;evoluzione verso un </span><span style="font-size: small"><i>socialismo autogestito e cooperativistico</i></span><span style="font-size: small">, in cui il ruolo dello Stato, fatta salva la proprietà </span><span style="font-size: small"><i>sociale</i></span><span style="font-size: small"> dei mezzi produttivi, si riduce in maniera progressiva.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il fatto è che il cristianesimo integralistico vuole porre un irriducibile contrasto fra lo Stato socialista e i cittadini lavoratori. P.es. una delle sue affermazioni ricorrenti è la seguente: il salario della stragrande maggioranza degli operai è sufficiente soltanto a soddisfare i bisogni elementari. Sembra non si voglia sapere quanto sia difficile per un operaio di media categoria vivere in un sistema capitalistico, ovvero di quali incertezze e di quanta precarietà sia costituita la vita quotidiana in Occidente.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La filosofia di vita di tale cristianesimo porta in sostanza ad accettare l&#8217;idea che sia sempre meglio avere una ricca aristocrazia operaia all&#8217;interno di un proletariato affamato, piuttosto che una classe operaia complessivamente garantita a un livello accettabile di sussistenza.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Certamente con questo non si vuol dire che in un paese socialista non sia possibile realizzare un benessere generalizzato. Si vuol soltanto dire che questo benessere non può essere raggiunto senza tener conto dello stato reale delle forze produttive e dei rapporti di produzione. Le forze complessive di tutti i lavoratori dovrebbero procedere, affinché si realizzi un progresso equilibrato, in maniera regolare e uniforme.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cristianesimo integralistico dovrebbe in realtà porsi altre domande. P. es. questa: se il socialismo statale dei paesi est-europei avesse potuto beneficiare dello sfruttamento neocoloniale del terzo mondo, sarebbe crollato lo stesso? Detto altrimenti: che cosa succederebbe al capitalismo se non potesse più beneficiare di tale sfruttamento? E per quale ragione in Occidente i poteri dominanti non amano far sapere all&#8217;opinione pubblica da dove proviene tutto il benessere economico dei loro paesi?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Con questo naturalmente non si vuole sostenere che il socialismo statale non avesse bisogno d&#8217;essere riformato in profondità. Di sicuro però l&#8217;introduzione del capitalismo di stato o addirittura privato non può costituire la soluzione ai problemi riscontrati. Il socialismo statale aveva il difetto di essere amministrato esclusivamente dall&#8217;alto, cioè dagli organi istituzionali dello Stato, per cui tendeva a disincentivare la produttività, ovvero a burocratizzare le decisioni e il modo di applicarle. Si faceva coincidere la proprietà </span><span style="font-size: small"><i>sociale</i></span><span style="font-size: small"> con la proprietà </span><span style="font-size: small"><i>statale</i></span><span style="font-size: small">, senza porre in essere il progressivo smantellamento dello Stato e la valorizzazione delle autonomie locali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Uno Stato burocratico o un socialismo da caserma non ha fiducia nei propri cittadini, diventa per forza di cose &#8220;paternalistico&#8221;, cioè autoritario e ideologico. L&#8217;alternativa a uno Stato del genere era una società che progressivamente si </span><span style="font-size: small"><i>autogestisce</i></span><span style="font-size: small">, che sviluppa la </span><span style="font-size: small"><i>cooperazione multilaterale</i></span><span style="font-size: small">, che si </span><span style="font-size: small"><i>autofinanzia</i></span><span style="font-size: small">, gestendo in proprio i redditi da lavoro, insomma che decide autonomamente cosa produrre e come ripartire i risultati del proprio lavoro, affrontando i problemi del calcolo economico. Con la </span><span style="font-size: small"><i>perestrojka</i></span><span style="font-size: small"> di Gorbaciov si era iniziato a procedere in questa direzione, ma poi gli eventi ne presero una del tutto opposta. I cittadini, ad un certo punto, pensarono soltanto a distruggere l&#8217;autoritarismo, senza essere capaci di sostituirlo con una vera </span><span style="font-size: small"><i>democrazia sociale</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3881_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>L&#8217;esempio del padrone e del servo</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Sono note a tutti le riflessioni filosofiche di Hegel sul rapporto sociale fra &#8220;padrone e servo&#8221;. A modo di vedere dell&#8217;idealista tedesco la contraddizione esistente fra queste due categorie sociali può essere risolta solo a condizione che il servo non la voglia assolutizzare. Ossia, come per il padrone la contraddizione del rapporto ha un carattere relativo, in quanto egli sa bene che il suo status sociale dipende dal lavoro del servo, così anche quest&#8217;ultimo deve maturare, pur nel rapporto di dipendenza oggettiva, la consapevolezza di una libertà interiore. In caso contrario la mediazione, che è poi una sorta di &#8220;pacifica convivenza&#8221;, sarebbe impossibile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Hegel voleva forse fare l&#8217;apologia dello schiavismo o del servaggio? In un certo sì, e in un altro no. Per lui il rapporto padrone / servo non andava considerato storicamente ma in maniera </span><span style="font-size: small"><i>naturale</i></span><span style="font-size: small">: ciò significa che se il servo si ribella al padrone, diventerà, a sua volta, inevitabilmente, un padrone di altri servi, e così all&#8217;infinito, proprio perché qui si ha a che fare con dei processi </span><span style="font-size: small"><i>naturali</i></span><span style="font-size: small">, che vanno al di là dell&#8217;evoluzione storica. Infatti la mediazione, in tal caso, è possibile solo se il suddetto rapporto viene riconosciuto come un dato di fatto imprescindibile della vita di ogni essere umano, di qualunque epoca storica, come un aspetto non contraddittorio in maniera assoluta.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Per Hegel la contraddizione, quella vera, non sta tanto nel rapporto in sé tra padrone e servo, quanto piuttosto nella coscienza soggettiva che avverte quel rapporto in maniera alienante. La soluzione (ed è una soluzione che deve ricercare soprattutto il servo, poiché, in un certo senso, egli si deve trasformare in una sorta di &#8220;filosofo stoico&#8221;) sta nel considerare la schiavitù o il servaggio non come un fatto estrinseco alla persona, cioè oggettivo, ma come un fatto </span><span style="font-size: small"><i>intrinseco</i></span><span style="font-size: small">, cioè eminentemente </span><span style="font-size: small"><i>soggettivo</i></span><span style="font-size: small">. Siamo tutti schiavi di qualcosa o di qualcuno. Sotto questo aspetto neppure il padrone può considerarsi libero. Anzi, considerando che il servo è in grado di acquisire la propria libertà interiore in virtù del fatto che il suo lavoro gli offre una dignità personale, il padrone, che vive senza lavorare, è ancora più schiavo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La schiavitù, in sostanza, non è qualcosa di &#8220;economico&#8221; ma di &#8220;morale&#8221;, come ad es. l&#8217;incapacità di essere se stessi o di accettare la propria condizione naturale o sociale. Ovviamente il padrone, secondo Hegel, dovrà far di tutto perché il servo si senta favorevolmente indotto ad accettare la propria condizione. La libertà, per l&#8217;idealismo, è qualcosa che appartiene allo &#8220;spirito&#8221; o al pensiero dell&#8217;uomo, ed è qualcosa che l&#8217;uomo può raggiungere a prescindere da qualsiasi circostanza a lui esterna, da qualsiasi impedimento naturale o sociale. Come si può facilmente notare, l&#8217;idealismo hegeliano non faceva che tradurre in chiave filosofica dei concetti chiaramente teologici, restando nell&#8217;ambito del cristianesimo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Quanto questa concezione di vita sia pericolosa e reazionaria è evidente, soprattutto al giorno d&#8217;oggi. Praticamente Hegel, circoscrivendo nella sfera privata della coscienza il problema dell&#8217;emancipazione umana (che a quel tempo andava risolto conformemente alla volontà dello Stato confessionale prussiano), giustificava, sul piano pubblico, quell&#8217;ordine di cose che impediva all&#8217;uomo di emanciparsi anche sul piano sociale. Col pretesto che l&#8217;essere umano è tendenzialmente incline al male, egli in sostanza permetteva al più forte di prevalere sul più debole e impediva a quest&#8217;ultimo di reagire. Col principio che la libertà interiore può essere vissuta adeguatamente in qualsiasi situazione sociale ed economica, egli in definitiva legittimava quelle situazioni in cui lo sviluppo delle libertà sociali è sfavorito più che altrove. Hegel ragionava in maniera aristocratica e, per questa ragione, è considerato un filosofo conservatore, pur in contrasto con la sua avanzata dialettica degli opposti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;odierno cristianesimo integralistico fa lo stesso ragionamento, con la differenza che lo dirige contro il socialismo, cioè praticamente considera la soggettività del proletariato alla stessa stregua di quella della borghesia, arrivando tranquillamente a dire che il proletariato tende a prendere il posto dei capitalisti, per cui la rivoluzione comunista, come ogni altra rivoluzione, è inutile: sarebbe una rivoluzione delle &#8220;forme&#8221;, non della &#8220;sostanza&#8221;. Questo perché l&#8217;uomo non ha alcuna possibilità di tornare alla situazione precedente al cosiddetto &#8220;peccato originale&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ma allora perché &#8211; ci chiediamo &#8211; questi cattolici integralisti, così rassegnati sulle capacità umane di liberazione, vogliono ribellarsi allo stato di cose creato dal socialismo? Quali garanzie offrono che dalla loro rivoluzione cristiana non nascerà un nuovo &#8220;padrone&#8221;? O forse tutta la loro insofferenza nei confronti del socialismo dipende dal fatto che, per realizzare la propria rivoluzione, i comunisti non hanno chiesto la loro autorizzazione?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È possibile compiere una rivoluzione in nome del cristianesimo? Non poche volte, nell&#8217;ambito di questa confessione, si sono usati i vangeli per criticare le ricchezze dei poteri dominanti (ivi inclusi quelli ecclesiastici), ma la reazione è sempre stata quella di una dura repressione. Il cristianesimo al potere non ama essere messo in discussione da nessun&#8217;altra forza politica. Se di una cosa il socialismo statale meritava d&#8217;essere criticato, era proprio quella d&#8217;essersi comportato come il cristianesimo istituzionalizzato del periodo medievale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3883_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>La politicità della fede e il fondamentalismo monoteistico</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La limitata concezione ideologica del cristianesimo integralistico dipende dall&#8217;aver assunto un punto di vista obiettivamente errato: quello di non voler considerare il socialismo superiore al capitalismo sul piano dei </span><span style="font-size: small"><i>diritti sociali</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il capitalismo è il trionfo dell&#8217;individualismo, è nato contrapponendosi alle esigenze delle comunità di villaggio, e ha vinto la sua partita contro il feudalesimo proprio perché sembrava garantire maggiore libertà e benessere.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ma il capitalismo garantisce il benessere soltanto a chi è proprietario di capitali, o comunque a chi, per ottenerli, non ha scrupoli morali. Anche quando si parla di &#8220;capitalismo statale&#8221;, non si mette mai in discussione il principio della proprietà privata dei mezzi produttivi, e quindi il diritto di sfruttare il lavoro altrui. Generalmente le istituzioni servono al capitale perché questo possa riprodursi più facilmente. Non riconoscere queste cose significa porsi fuori della storia, cioè mettersi esplicitamente dalla parte del capitale, anche se sul piano etico si predica la &#8220;condivisione del bisogno&#8221; o l&#8217;amore universale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Pertanto, quando il socialismo dice che la religione deve restare una faccenda privata della persona, lo dice proprio in relazione al fatto che nessuna religione ha in sé degli elementi che possono permettere di superare i limiti fondamentali del capitalismo. Non foss&#8217;altro che per una ragione: o le religioni rimandano alla fine dei tempi la liberazione integrale dell&#8217;uomo o racchiudono quest&#8217;ultima in una dimensione individuale o di piccole comunità isolate, che non partecipano alla vita urbana. Quando le religioni pretendono di istituzionalizzarsi, diventando delle &#8220;Chiese statali o nazionali&#8221;, inevitabilmente restano soggette, al giorno d&#8217;oggi, alle dinamiche internazionali del capitalismo (basta vedere, p.es., l&#8217;ebraismo in Israele o l&#8217;islam nei Paesi del Medio oriente o il cattolicesimo in Polonia o nei Paesi le cui lingue provengono dal latino). Perché tale istituzionalizzazione sia scongiurata, occorre uno Stato autenticamente </span><span style="font-size: small"><i>laico</i></span><span style="font-size: small"> e </span><span style="font-size: small"><i>democratico</i></span><span style="font-size: small">, cosa che è possibile solo nel socialismo, poiché qui si pongono le basi per il superamento dello stesso Stato.</span></p>
<p align="CENTER"><a name="__RefHeading__4562_1366103940"></a> <span style="font-size: small">*</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Di tutte le religioni quelle che meno sopportano d&#8217;essere relegate nell&#8217;ambito della coscienza o del culto sono ovviamente quelle monoteistiche. Chi crede in un unico Dio, che esclude l&#8217;esistenza di altri Dèi, è inevitabilmente intollerante.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Va detto tuttavia che le religioni monoteistiche pretendevano, al loro sorgere, di superare quelle politeistiche proprio nell&#8217;atteggiamento che queste avevano nei confronti delle istituzioni di potere: un atteggiamento rassegnato, che accettava supinamente le differenze di ceto e di classe, nonché l&#8217;immoralità dei ceti dominanti e il culto per l&#8217;imperatore.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le religioni politeistiche erano politicamente disimpegnate, prone ai voleri degli Stati, prive di una dimensione universalistica. Viceversa, quelle monoteistiche pretendevano, almeno ai loro esordi o nelle loro intenzioni, di costruire delle nuove società, basate su valori più umani e democratici.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il fatto però che tutte le religioni monoteistiche abbiano fallito i loro obiettivi, la dice lunga sul valore della religione in sé. È stato proprio il capitalismo a far capire all&#8217;umanità che una religione vale l&#8217;altra, ovvero che nessuna fede è in grado di opporsi alla rendita dei proprietari terrieri, alle esigenze del profitto, alla continua espansione del capitale, alle necessità dei mercati, allo sviluppo dell&#8217;industrializzazione e dell&#8217;urbanizzazione, alla finanziarizzazione dei mercati, e così via.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il socialismo non ha fatto altro che ereditare la convinzione secondo cui la religione ha senso nella misura in cui resta un affare </span><span style="font-size: small"><i>privato</i></span><span style="font-size: small"> della coscienza. Per tale ragione esso ha preferito rivolgere la sua critica al capitalismo, prendendo in esame le questioni socio-economiche. Qualunque religione pretenda oggi di dare alla fede una valenza politica, fa sempre, in qualche modo, gli interessi del capitale, anche quando presume di porsi come &#8220;terza via&#8221; tra capitalismo e socialismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Con questo naturalmente non si vuol sostenere che la fede non abbia diritto a professarsi pubblicamente o che la religione non debba avere una propria &#8220;dottrina sociale&#8221; o che non debba esistere una &#8220;educazione o istruzione religiosa&#8221;. Si vuol semplicemente dire che le istituzioni debbono essere </span><span style="font-size: small"><i>laiche</i></span><span style="font-size: small">, cioè non devono &#8220;parteggiare&#8221; per nessuna religione, né possono permettere che per motivi religiosi venga minacciato l&#8217;ordine pubblico o messa in discussione la validità di leggi promulgate da un parlamento regolarmente eletto. Alla violazione di un diritto si risponde con un altro diritto.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Può un esponente del clero partecipare alla vita politica? Sì, ma dovrebbe farlo in quanto </span><span style="font-size: small"><i>cittadino laico</i></span><span style="font-size: small">. Se pretende di farlo sostenendo la propria religione contro altre religioni o contro l&#8217;idea stessa di laicità, apparirà sicuramente, agli occhi di un laico, come un fanatico, uno che rischia di minacciare l&#8217;ordine pubblico, o persino di incitare all&#8217;odio o alla violenza. In ogni caso anche se vi partecipasse in una maniera così aggressiva, lo Stato dovrebbe assicurare a tutte le confessioni religiose un trattamento equipollente, a prescindere dalla loro rilevanza pubblica o sociologica. Tutte dovrebbero avere il medesimo diritto di parola, nelle medesime forme.</span><sup><span style="font-size: small">(7)</span></sup></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">D&#8217;altra parte lo Stato non può negare dei pubblici dibattiti in cui una confessione religiosa dichiari d&#8217;essere migliore di altre confessioni. I cittadini van lasciati liberi di decidere. L&#8217;unica cosa che lo Stato può fare è di impedire che una determinata confessione risulti privilegiata rispetto ad altre, ovvero ch&#8217;essa sfrutti la propria rilevanza sociale o nazionale, dovuta a motivazioni storiche, in un&#8217;occasione di discriminazione per le minoranze religiose.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Per il resto dovrebbero essere gli stessi credenti a capire, autonomamente, che il pieno rispetto della libertà di religione viene garantito quando si tutela la </span><span style="font-size: small"><i>libertà di coscienza</i></span><span style="font-size: small">. Non si può impedire a un credente di fare proselitismo o di organizzare eventi per diffondere la propria fede, ma non gli si può permettere di utilizzare le istituzioni statali, che appartengono a tutti, per favorire la propria religione.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ecco perché, p.es., una qualunque scuola privata non può essere finanziata con denaro pubblico. Se lo Stato decidesse, per ragioni contingenti (p.es. la scarsità di mezzi finanziari), di sostenere materialmente tutte le scuole private dei credenti (che ovviamente resterebbero di tendenza, cioè ideologiche), dovrebbe farlo con le tasse dei relativi cittadini credenti, anche se esse verrebbero sottratte, in tale maniera, all&#8217;edificazione di opere pubbliche comuni alla collettività. Questa però è una situazione anomala, che col tempo va superata.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Se le Chiese vanno tenute separate dallo Stato, per impedire privilegi di qualsivoglia natura, lo Stato deve necessariamente garantire un&#8217;educazione e un&#8217;istruzione improntata al </span><span style="font-size: small"><i>laicismo</i></span><span style="font-size: small">, lasciando ovviamente alle Chiese il diritto di agire, in forma privata, secondo criteri propri, soggetti ad autofinanziamento. Lo Stato, da parte sua, deve garantire tutti i servizi pubblici, tra cui quello relativo all&#8217;educazione ai valori civili e all&#8217;istruzione. Non ha alcun senso che i servizi garantiti da una confessione religiosa vengano finanziati con le tasse dei cittadini aderenti ad altre confessioni o del tutto privi di riferimenti confessionali.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3887_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Etica e politica fra religione e ateismo</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Da quando s&#8217;è imposto il capitalismo, le Chiese, se proprio vogliono continuare a dare un contenuto politico alla loro fede, possono farlo solo in maniera </span><span style="font-size: small"><i>indiretta</i></span><span style="font-size: small">, cioè in chiave </span><span style="font-size: small"><i>etica</i></span><span style="font-size: small">, opponendosi ai princìpi e ai valori professati dagli Stati laici. Le stesse Chiese tendono a dire di non voler fare politica direttamente, per quanto non abbiano scrupoli a servirsi, attraverso canali privati, dell&#8217;appoggio di fidati parlamentari.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">P.es. uno Stato può essere favorevole a una legislazione che permetta di divorziare o di abortire, mentre una Chiesa è contraria. Può lo Stato impedire alla Chiesa di esprimere una propria opinione su un argomento di natura etica? No, non può. Se lo facesse, creerebbe una situazione pericolosa per l&#8217;ordine pubblico. Lo Stato deve soltanto garantire che, quando sono in gioco argomenti così &#8220;sensibili&#8221;, i cittadini possono e anzi debbono confrontarsi liberamente, lasciando che la decisione ultima in materia venga presa dal parlamento, che si presume regolarmente eletto.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La domanda però che, a questo punto, inevitabilmente si pone è la seguente, che qui vogliamo formulare in varie maniere: posto che una legge sia contraria ai princìpi di un credente, si può accettare che questi non la applichi? Può un credente, in nome della propria fede, impedire che un altro credente o non credente possa esercitare i diritti riconosciuti dallo Stato? Può un credente, quando esercita come cittadino una funzione pubblica nell&#8217;ambito delle istituzioni statali, appellarsi all&#8217;obiezione di coscienza e non applicare una determinata legge? Più in particolare, può un medico cattolico rifiutarsi di praticare l&#8217;aborto o di prescrivere al paziente degli anticoncezionali? O un sindaco credente rifiutarsi di sposare una coppia omosessuale? O un carceriere contrario alla pena di morte rifiutarsi di eseguirla? Sono tante le situazioni in cui si verifica una contraddizione inconciliabile tra la legge e la propria coscienza. Ai tempi di Don Milani si parlava di obiezione di coscienza nei confronti del servizio militare: oggi tale problema è stato risolto rendendo il servizio del tutto facoltativo. Ma la soluzione migliore sarebbe stata un&#8217;altra: fare in modo che tutti i cittadini, di tanto in tanto, vengano esercitati a difendere il loro territorio locale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La libertà di coscienza è una delle cose più preziose che lo Stato deve tutelare, ma non può farlo violando la volontà della maggioranza dei cittadini che, attraverso i propri rappresentanti parlamentari, liberamente eletti, si è espressa in una determinata direzione. A volte accade che, per non sentirsi costretto a prendere provvedimenti, obbligando gli obiettori di coscienza a cambiare mestiere, lo Stato, sul piano amministrativo, concede delle deroghe, cioè fa delle eccezioni. Ma in questi casi deve comunque appurare che il diritto, sancito per legge, non venga violato, onde evitare una qualsivoglia minaccia all&#8217;ordine pubblico o un inaccettabile disservizio.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Lo Stato non può permettersi il lusso d&#8217;essere denunciato perché non ha applicato o fatto applicare una legge votata in parlamento. L&#8217;unica scappatoia a una situazione così anomala è quella di responsabilizzare i propri funzionari affinché controllino che, nonostante la possibilità dell&#8217;obiezione di coscienza, la legge viene comunque rispettata. In altre parole, se p.es. un medico rifiuta di praticare un aborto, deve comunque esserci, </span><span style="font-size: small"><i>in tempo reale</i></span><span style="font-size: small">, un altro medico in grado di sostituirlo. È responsabilità del dirigente assicurare tale alternativa, e dovrebbe pagare di persona nel caso in cui essa non si verifichi puntualmente. Se si accetta l&#8217;idea che la volontà della minoranza prevalga su quella della maggioranza, la democrazia è impossibile. Si possono tollerare le eccezioni, ma non a scapito della regola.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3889_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Laicità e democrazia</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Vi sono al mondo delle nazioni in cui etica e religione coincidono, o quasi. Vi sono paesi in cui in parlamento siedono dei deputati appartenenti al clero. Addirittura in alcuni paesi il governo e i ministeri sono gestiti da membri del clero. È ovvio che in situazioni del genere la </span><span style="font-size: small"><i>laicità</i></span><span style="font-size: small"> è ancora un diritto da conquistare, e non potrà certo esserlo con la forza.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La laicità può diventare un valore significativo, destinato a durare nel tempo, solo usando la </span><span style="font-size: small"><i>democrazia</i></span><span style="font-size: small">. Ed è usandola che la società civile e quindi lo Stato possono mettere le confessioni religiose in condizioni di dimostrare la propria antidemocraticità.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Di per sé la religione non può essere considerata più antidemocratica dell&#8217;etica laica, ma lo diventa subito se non accetta l&#8217;idea che, sulle questioni religiose, la si può pensare diversamente. Non si dovrebbe esser mai perseguiti per le proprie opinioni di coscienza. La libertà di pensiero e di parola dovrebbe essere riconosciuta in tutte le Costituzioni del mondo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È ovvio che un determinato partito politico o una confessione religiosa non possono tollerare forme di dissenso interno che ne minaccino la stabilità. È possibile discutere quanto si vuole su taluni argomenti, ma poi vanno prese delle decisioni e, se si vuole che la democrazia continui a funzionare, occorre che la minoranza si adegui alla volontà della maggioranza (salvo che si ritorni sullo stesso argomento in un momento successivo, con nuove idee da discutere). Con questo non si vuole affermare che la &#8220;verità&#8221; sta sempre nella maggioranza, ma semplicemente che non si può &#8220;discutere&#8221; all&#8217;infinito, meno che mai quando si hanno delle decisioni politiche da prendere. Solo il tempo potrà dire se la decisione presa era stata giusta o sbagliata.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ciò che un partito politico o una confessione religiosa non può impedire è che esistano altri partiti o altre confessioni aventi gli stessi diritti di parola e di associazione. Anche un governo in carica deve accettare l&#8217;idea ch&#8217;esista un&#8217;opposizione intenzionata a criticarlo. Questo è l&#8217;abc della democrazia.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Semmai è importante stabilire quale </span><span style="font-size: small"><i>peso</i></span><span style="font-size: small"> dare alle varie opposizioni al governo in carica. È evidente, infatti, che un&#8217;opposizione al 40% non può avere lo stesso peso di una che è al 4%. Il diritto di parola va concesso in misura proporzionale al numero dei cittadini che lo rivendicano. Tutti hanno il diritto di parlare, ma soprattutto quelli che sono rappresentati da </span><span style="font-size: small"><i>forze sociali</i></span><span style="font-size: small"> significative. I governi devono sempre porre le condizioni affinché le minoranze possano diventare maggioranze rispettando i princìpi della democrazia</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3891_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Stato e Chiese possono coesistere pacificamente?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il diritto che lo Stato concede al cittadino credente di professare pubblicamente la propria fede è implicito nel diritto a poter esercitare pubblicamente il proprio </span><span style="font-size: small"><i>culto</i></span><span style="font-size: small">. Se tutti i culti fossero vietati, lo sarebbe anche la fede. Quindi fede e culto, in un certo senso, coincidono. È infatti il culto che distingue un credente da un altro o da un non credente. E ogni culto, in uno Stato laico e democratico, è ovviamente pubblico. Tant&#8217;è che là dove talune sette religiose esercitano il proprio culto solo privatamente, lo fanno perché temono i dettami della legge o l&#8217;opinione pubblica, a meno che ovviamente lo Stato non professi ufficialmente il proprio ateismo, come accadeva nell&#8217;Albania di Enver Hoxha, il quale aveva posto fuorilegge tutte le religioni.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È ovvio che se non esistesse uno Stato laico, una confessione religiosa potrebbe non accontentarsi di manifestare la propria fede solo attraverso il culto. Potrebbe pretendere insegnanti religiosi, funzionari religiosi, giudici religiosi e così via. Vi sono religioni, soprattutto quelle monoteistiche, che pretendono di conformare tutta la vita sociale, culturale e politica ai propri valori. Dicono di volerlo fare proprio perché esigono una stretta coerenza fra la teoria e la pratica (di qui p.es. la cosiddetta &#8220;Dottrina sociale della Chiesa&#8221;). In sostanza non accettano l&#8217;idea che un credente si comporti come un </span><span style="font-size: small"><i>semplice cittadino</i></span><span style="font-size: small"> di fronte allo Stato, poiché ritengono che tale atteggiamento dualistico sia una forma di sdoppiamento della personalità, un venir meno ai propri obiettivi.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Si comportano così perché rifiutano l&#8217;idea che l&#8217;etica abbia dei valori equivalenti a quelli della religione. Per tali Confessioni integralistiche un&#8217;etica non influenzata dalla religione è semplicemente priva di moralità e quindi tendenzialmente disumana. Non a caso si avvalgono del detto di Dostoevskij: &#8220;Se Dio non esiste, all&#8217;uomo tutto è concesso&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È dunque impossibile per uno Stato laico avvalersi dell&#8217;appoggio delle Confessioni integralistiche. Esse faranno sempre in modo da porre le condizioni perché il governo in carica venga sostituito da uno favorevole al clericalismo politico.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il fondamentalismo religioso, infatti, non è pericoloso soltanto quando difende la superstizione contro la scienza, ma anche quando presume di dare un contenuto direttamente politico alla propria fede. Che uno Stato laico non sia tenuto a fare distinzione tra religione e superstizione è pacifico. È tenuto però a fare distinzione tra una Confessione che, in nome della propria fede, vuole smentire le acquisizioni della scienza, e una Confessione che si limita a sostenere idee soprannaturali nell&#8217;ambito delle proprie convinzioni. Ancor più deve fare distinzione tra una Chiesa che ritiene possibile la democrazia compiuta solo nell&#8217;aldilà, e una Chiesa che vuol fare di questa idea un motivo per rovesciare un governo in carica legittimamente costituito.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Con questo non si vuole negare che, in teoria, anche lo Stato laico può rischiare di finire nella superstizione o nel dogmatismo: si pensi soltanto a quando vuole imporre alla società civile l&#8217;idea che il mercato sia fonte di libertà o che la scienza è in grado di risolvere qualunque problema o che la democrazia parlamentare va esportata in tutto il mondo o che il diritto occidentale è l&#8217;unico in grado di garantire dei valori umani universali. Sono tutti dogmi privi di alcun fondamento, regolarmente smentiti dalla storia: sono le principali fonti di tutte le nostre illusioni.</span><sup><span style="font-size: small">(8)</span></sup></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Qui si vuole semplicemente sostenere che i difetti di una democrazia laica vanno superati rendendo ancora più democratica la laicità. È compito degli Stati laici dimostrare alle Confessioni religiose che sono in grado di correggere da soli i propri errori e che, in ogni caso, sanno accettare le critiche costruttive provenienti anche dagli ambienti ecclesiastici.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">I cittadini, credenti o non credenti che siano, devono saper trovare in loro stessi le ragioni per superare i limiti di quelle democrazie che sono tali solo all&#8217;apparenza. La stessa definizione di &#8220;Stato laico&#8221; è indubbiamente destinata a essere inglobata in quella di &#8220;società democratica&#8221;, in quanto una società davvero democratica non ha bisogno di uno Stato che garantisca la laicità delle leggi. Se uno Stato avesse la pretesa di garantire la laicità e la democrazia a prescindere dalla società civile, ebbene, proprio in quel momento le starebbe violando.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3893_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Quand&#8217;è che uno Stato è davvero laico e democratico?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Bisogna sempre fare molta attenzione al significato delle parole. &#8220;Stato laico&#8221; non vuol dire &#8220;Stato ateo&#8221;. Per capire la differenza prendiamo in esame una questione religiosa.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Noi possiamo facilmente constatare che oggi tutte le Confessioni monoteistiche dicono di voler fare politica solo </span><span style="font-size: small"><i>indirettamente</i></span><span style="font-size: small">, dedicandosi agli aspetti sociali (assistenzialismo, volontariato, ecc.) e culturali (educazione, istruzione, editoria, ecc.). Molte poi si servono, in forme private o ufficiose, della collaborazione di taluni politici eletti in parlamento. Nessuna Chiesa oggi vuole sentirsi protagonista attiva sul piano politico, salvo quelle che sul proprio territorio hanno imposto una sorta di monarchia teocratica.</span><sup><span style="font-size: small">(9)</span></sup></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ebbene, anche gli Stati laici svolgono, di fatto, un&#8217;operazione di tipo &#8220;ateistico&#8221; in maniera </span><span style="font-size: small"><i>indiretta</i></span><span style="font-size: small">, servendosi appunto della loro </span><span style="font-size: small"><i>laicità</i></span><span style="font-size: small">. Se lo Stato fosse esplicitamente ateo dovrebbe impedire sia il culto che la fede. Uno Stato laico invece permette entrambe le cose.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Laicità vuol dire &#8220;indifferenza&#8221; nei confronti delle religioni, nel senso che lo Stato non parteggia per nessuna in particolare, ma le considera tutte uguali. È questo un atteggiamento ateistico? Indirettamente sì (o, se si preferisce, è di tipo agnostico), ma è un atteggiamento che ha il vantaggio di non violare la libertà di coscienza di nessuno.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Gli Stati non lottano contro le religioni </span><span style="font-size: small"><i>in sé</i></span><span style="font-size: small">, ma possono farlo contro quegli atteggiamenti che, in nome della fede, negano credibilità alla scienza e un valore effettivo alla laicità e all&#8217;etica democratica. Semmai si oppongono con decisione a tutte le forme di clericalismo politico. Ma non per questo sono tenuti a sostenere una &#8220;democrazia atea&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;ateismo può essere un patrimonio culturale di un partito politico, che lo usa per contestare il valore delle religioni, ma non può essere una convinzione imposta con la forza della legge. Ateismo o agnosticismo non possono essere trasformati in una nuova religione, se si vuole salvaguardare il significato della laicità.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il cittadino deve esser lasciato libero di credere in quel che vuole, anche perché, nel caso in cui alcuni valori religiosi vengono violati dallo Stato, egli ha il diritto di protestare. E, di fronte allo Stato (che assicura, nei suoi diritti fondamentali, quello alla </span><span style="font-size: small"><i>libertà di coscienza</i></span><span style="font-size: small">), lo farà in quanto </span><span style="font-size: small"><i>cittadino</i></span><span style="font-size: small">, non avendo bisogno di farlo in quanto credente in una specifica Confessione.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In ultima istanza, ovviamente, ogni cittadino è tenuto a conformarsi alla volontà della maggioranza. In una qualunque società o comunità il valore della maggioranza è decisivo per garantire il rispetto della legge. Il che ovviamente non significa che, nell&#8217;ambito della democrazia, una minoranza non possa diventare maggioranza. Non ha senso ipostatizzare delle posizioni politiche o ideologiche.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Certo, uno Stato laico, mettendo tutte le religioni sullo stesso piano, può far credere ch&#8217;esse siano soltanto una sopravvivenza del passato, una forma di oscurantismo; e, per questa ragione, può cercare di ostacolarle (anche solo sul piano amministrativo) in vari modi. L&#8217;abbiamo visto durante le rivoluzioni borghesi e proletarie: il fatto d&#8217;avere storicamente ragione offriva il pretesto per compiere cose umanamente riprovevoli o politicamente inaccettabili. Ricordiamo tutti quando Gorbaciov diceva che se è giusto tenere separata la Chiesa dallo Stato, è insensato pensare di poterla tenere separata anche dalla società civile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Compito dello Stato è quello di stare molto attento a non porre le condizioni che possono indurre i cittadini a disobbedire alle sue leggi, anche perché, quando avviene un meccanismo del genere, ogni occasione diventa facilmente un pretesto per rincarare la critica al sistema. Alla fine tra cittadini e istituzioni non ci si comprende più, e prima o poi i cittadini vincono: se passa l&#8217;idea che qualcuno è ingiustamente perseguitato, inevitabilmente il consenso tende ad allargarsi.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Lo Stato governa la società civile, ma questa deve essere messa in grado di non aver bisogno di alcuno Stato per </span><span style="font-size: small"><i>autogovernarsi</i></span><span style="font-size: small">. Lo Stato non dovrebbe mai esercitare il potere </span><span style="font-size: small"><i>contro</i></span><span style="font-size: small"> la società civile. Semplicemente dovrebbe essere considerato uno strumento che la maggioranza dei cittadini si dà per far rispettare le leggi. Tuttavia, nella misura in cui la società è davvero in grado di rispettarle, avendole acquisite per abitudine, nella consapevolezza della loro necessità, lo Stato diventa inutile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Quando si dice che lo Stato è uno strumento che si dà la maggioranza dei cittadini per far rispettare a tutti determinate leggi, bisognerebbe anche aggiungere che se lo Stato non usa la persuasione ragionata, il confronto dialettico, il rispetto dei diritti umani, prima o poi, agli occhi della pubblica opinione, la suddetta maggioranza diventa &#8220;minoranza&#8221;, sicché all&#8217;ordine del giorno torna di nuovo il problema di come abbattere le istituzioni.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In tal senso lo Stato non deve temere che una Confessione religiosa, attraverso il proselitismo, aumenti il proprio consenso. È un diritto del cittadino non solo credere in ciò che vuole, ma anche pubblicizzare le proprie idee ed espandere la cerchia degli aderenti alla propria fede. Lo Stato deve semplicemente educare i cittadini alla tolleranza, al rispetto delle idee altrui, a credere nel pluralismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È vero che lo Stato è un ente astratto ed è quindi impossibile che il proprio compito educativo escluda a priori l&#8217;uso della forza. Lo Stato non può educare soltanto attraverso l&#8217;esempio etico dei propri funzionari. In ultima istanza si riserva sempre il privilegio esclusivo di poter usare la forza contro una popolazione disarmata o non adeguatamente attrezzata e preparata per affrontare i suoi corpi di polizia, le sue forze armate. Tuttavia la storia è piena di esempi in cui l&#8217;uso della forza non ha fatto altro che produrre una reazione contraria, spesso di intensità assai maggiore, che puntualmente ha trovato impreparati ad affrontarla i governi al potere.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il più grande limite dello Stato è che per assicurare l&#8217;ordine pubblico usa degli organi repressivi separati dalla popolazione. Ecco perché i cittadini devono imparare a difendere da soli i propri diritti, cioè a educarsi reciprocamente, prendendo spunto dagli esempi concreti di persone reali, che vivono un&#8217;esistenza comune, del tutto normale. L&#8217;etica viene garantita, nella sua democraticità, soltanto quando i cittadini si sentono uniti liberamente.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Uno Stato è davvero laico e democratico quando si fida dei propri cittadini e non assume atteggiamenti paternalistici, anche perché, quando si possiedono le leve del potere, è facile passare dal paternalismo alla dittatura.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3895_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Può esistere una internazionalizzazione della fede?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le Confessioni religiose non solo hanno diritto a fare proselitismo a livello nazionale, ma possono anche svolgere un&#8217;attività internazionale a favore della pace e dei diritti umani, con o senza l&#8217;aiuto dei loro rispettivi Stati.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tali Confessioni sono organismi che i cittadini possono darsi per affrontare meglio i problemi della vita, propria e altrui. Gli Stati laici non hanno il diritto e tanto meno il dovere di sindacare sull&#8217;efficacia degli strumenti religiosi, a meno che con essi non vengano palesemente violate delle disposizioni di legge. Se una Chiesa è a favore della tutela ambientale, che è un valore riconosciuto a livello internazionale, ha tutto il diritto di dirlo e persino di contestare gli Stati che non lo rispettano o non lo fanno rispettare. Se una Chiesa, sul piano pratico, dimostra d&#8217;essere più coerente dello Stato nell&#8217;applicare i princìpi o le leggi che appartengono alla democrazia, sarà compito dello Stato modificare il proprio atteggiamento.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Noi non possiamo sapere a priori quali sono tutti i modi in cui l&#8217;obiettivo della democrazia può essere realizzato. Sappiamo soltanto che la forza dovrebbe essere esercitata dopo aver provato inutilmente tutte le altre modalità. Ma è a tutti evidente che forza e democrazia non possono, alla lunga, stare insieme. Quando i cittadini usano la forza per compiere le rivoluzioni politiche, non possono pensare di continuare a usarla </span><span style="font-size: small"><i>ad libitum</i></span><span style="font-size: small">, dopo averle compiute. È vero che una rivoluzione che non si sa difendere, non vale nulla, ma l&#8217;obiettivo finale non è quello di stare sempre sulla difensiva.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le istituzioni non possono diventare paranoiche e vedere nemici in ogni dove, anche perché in una situazione del genere è molto facile accusare qualcuno ingiustamente. L&#8217;abbiamo eloquentemente visto nelle dittature staliniana e maoista. Quando uno Stato si sente debole e non ha fiducia nei propri cittadini, non vede l&#8217;ora di dimostrare con esempi eclatanti (p.es. dei processi giudiziari) chi è che comanda. Può anche arrivare a compiere atti di terrorismo, scaricando la colpa su nemici completamente inventati. Si badi che, per far questo, non è obbligatorio essere degli Stati &#8220;socialisti&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Se al mondo esistesse un minimo di democrazia, noi dovremmo vedere gli Stati chiedere alle Confessioni religiose di esprimersi chiaramente a livello internazionale quando i diritti umani o civili vengono minacciati o violati. La democrazia non è forse un bene per tutti, credenti e non credenti?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Probabilmente se le Chiese non avvertissero se stesse in competizione tra loro; se fossero abituate a confrontarsi liberamente e francamente e non si limitassero a difendere gli interessi nazionali o &#8220;di parte&#8221;, potrebbero svolgere un ruolo più produttivo nel mondo. Dovrebbero smetterla di sentirsi in colpa per aver assunto nel passato una posizione favorevole ai poteri dominanti; anche perché gli stessi Stati hanno svolto il ruolo di difendere gli interessi dei potentati economici. Gli Stati esistono da circa 500 anni, un periodo che, guarda caso, coincide con quello in cui si è sviluppato il capitalismo moderno.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Teoricamente gli Stati sono a favore del diritto internazionale, ma praticamente difendono gli interessi del capitale, sia esso nazionale o globale. In tal senso le Confessioni religiose potrebbero dimostrare, se solo lo volessero, maggiore coerenza; soprattutto dovrebbero essere capaci di andare oltre i retaggi del passato, che le condizionano negativamente. P. es. chi appartiene alla Confessione islamica difficilmente emetterebbe dei comunicati congiunti con chi appartiene alla Confessione cristiana, poiché gli sembrerebbe di fare un favore al passato colonialismo occidentale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Eppure vi sono argomenti trasversali a tutte le religioni, come p.es. il diritto alla vita, alla pace, al lavoro, a un ambiente naturale, il rispetto delle minoranze e delle categorie sociali più deboli, ecc. Che senso ha che le Confessioni religiose vogliano espandersi a livello internazionale, e poi si comportino come se fossero degli organi vincolati a esigenze nazionali? O come se dovessero difendere degli schieramenti geopolitici (occidente contro oriente, nord contro sud, Euro-America contro Asia, ecc.)?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Poiché il Medioevo è finito da un pezzo, le Confessioni religiose non hanno il diritto di sostituirsi agli Stati. Né, per essere meglio accettate in un mondo sempre più laico, devono sentirsi in obbligo di rinunciare alla loro specifica identità religiosa. Semplicemente esse hanno il dovere di compiere una </span><span style="font-size: small"><i>pressione morale</i></span><span style="font-size: small"> là dove i valori laici e democratici non vengono concretamente rispettati. Sarà poi la storia a decidere se per un credente è preferibile la religione o l&#8217;ateismo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3897_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Stati e Chiese nazionali</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi è ancora molto facile vedere come gli Stati difendano a spada tratta gli interessi delle loro Chiese nazionali, accettate dalla maggioranza dei cittadini; spesso lo fanno contro gli interessi delle Confessioni minoritarie o addirittura contro quelle Confessioni straniere che nel mondo si pongono in maniera concorrenziale rispetto alle loro Chiese nazionali. Non è poi infrequente che gli Stati laici si servano delle Chiese presenti nei loro territori in maniera ostile nei confronti di altri Stati.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le Chiese si prestano facilmente a tali strumentalizzazioni. Anzi, si può con certezza dire che le Chiese nazionali sono ben contente di poter fruire di una protezione o di un privilegio statale che le metta al riparo dalla concorrenza sul piano religioso. In questa maniera le Chiese minoritarie vengono semplicemente &#8220;tollerate&#8221; dalle istituzioni, ma devono stare sempre molto attente a come si comportano, alle parole che dicono: soprattutto devono evitare di fare &#8220;proselitismo&#8221;, o comunque limitarsi a farlo in maniera molto privata. Le Chiese nazionali o maggioritarie possono pretendere d&#8217;essere inserite nel &#8220;diritto pubblico&#8221;; le altre devono accontentarsi di appartenere al &#8220;diritto privato&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ora, il fatto che là dove esiste una larga tutela statale, le Chiese maggioritarie la accettino ben volentieri, è la riprova che i valori religiosi non sono migliori di quelli laici. In genere si ha come l&#8217;impressione che le Chiese non abbiano alcuna fiducia nel loro futuro. Il confronto con le rivoluzioni borghesi e proletarie le ha come disarmate. Avvertono di poter sopravvivere solo perché esistono ancora degli Stati che, ignorando il senso della laicità, le proteggono in varie maniere.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;unica identità o personalità che possono far valere è quella </span><span style="font-size: small"><i>giuridica</i></span><span style="font-size: small">. Sul piano propriamente </span><span style="font-size: small"><i>etico</i></span><span style="font-size: small"> non hanno da dire qualcosa di diverso dai loro Stati di appartenenza. Non riescono neppure a chiedere a tali Stati di essere apertamente democratici e pluralisti. Preferiscono sentirsi privilegiate. Si comportano come le Chiese pagane nei regimi schiavistici. Non sono neppure in grado di trovare tra loro delle strategie comuni per indurre tutti gli organismi internazionali a essere più coerenti nell&#8217;applicare i princìpi laici che professano.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le Chiese hanno una visione internazionale delle cose soltanto quando ognuna di loro può espandersi geograficamente a spese delle altre. Il loro principale obiettivo è quello di svolgere una sorta di &#8220;governo nazionale indiretto&#8221; e, per potersi diffondere all&#8217;estero, non hanno scrupoli a servirsi del potere o dei servizi dei loro rispettivi Stati nazionali, i quali naturalmente non mancheranno di chieder loro qualcosa in cambio. Se una missione religiosa fa del bene a una comunità locale del Terzo Mondo, sul piano scolastico o sanitario, non è forse più facile alle aziende che appartengono al medesimo Stato di quella missione sfruttare economicamente quella comunità o lo Stato in cui essa vive?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Quando gli Stati politici si comportano in maniera antidemocratica, le confessioni religiose possono anche sponsorizzare delle rivoluzioni politiche vere e proprie. Possono addirittura passare da un governo &#8220;indiretto&#8221; a uno effettivo vero e proprio. L&#8217;esempio dell&#8217;Iran è quello più eclatante: vedere gli imam che gestiscono un&#8217;intera nazione, a noi occidentali fa abbastanza impressione. A dir il vero però, in tutto il mondo islamico, dopo la caduta di alcuni leader governativi filo-occidentali, il fondamentalismo religioso ha voluto assumere una funzione direttamente politica, e senza farsi tanti scrupoli dall&#8217;usare mezzi terroristici.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In una situazione del genere i valori religiosi non hanno alcuno spessore etico. D&#8217;altra parte chi nutre atteggiamenti integralistici difficilmente sopporta che la propria fede religiosa resti priva di una veste politica ben definita. E purtroppo questa fede riesce anche ad avere la meglio sull&#8217;etica laica, quando la politicità che tale etica esprime, viene esercitata in forme autoritarie, corrotte, antidemocratiche.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Una volta giunta al potere, l&#8217;etica laica deve dimostrare quotidianamente d&#8217;essere superiore ai valori e all&#8217;esperienza religiosa, altrimenti un&#8217;insurrezione sarà sempre possibile. E un&#8217;insurrezione fatta in nome di valori religiosi facilmente oggi si trasforma in un&#8217;aberrazione. Nella storia il tempo non passa invano.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3899_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Etica e religione: quale futuro?</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Sembra, ma è solo un&#8217;apparenza, che la religione sia più antica dell&#8217;etica, cioè abbia un&#8217;esistenza di più lunga durata.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;autonomia dell&#8217;etica, la sua indipendenza dalla religione, è andata di pari passo col distacco della filosofia dalla mitologia, al tempo dei Greci. Anche nel corso del basso Medioevo la riscoperta dell&#8217;aristotelismo ha contribuito non poco a separare la metafisica dalla teologia.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia si sono dovute aspettare le rivoluzioni borghesi e proletarie prima di avere una significativa affermazione dell&#8217;</span><span style="font-size: small"><i>etica laica</i></span><span style="font-size: small">. La borghesia ha avuto il compito di laicizzare il cattolicesimo, creando una confessione, il protestantesimo, e una cultura generale, l&#8217;Umanesimo, nonché una specifica tipologia artistica, il cosiddetto Rinascimento, che di religioso avevano solo la parvenza. La quale, poi, è stata completamente rimossa dal socialismo scientifico, dopo aver subìto terribili colpi demolitori dalla rivoluzione francese, dalla Comune di Parigi e dagli sviluppi ateistici dell&#8217;idealismo hegeliano (Feuerbach, Stirner, i fratelli Bauer e Strauss).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il merito del socialismo scientifico è stato quello di aver fatto capire che più importante ancora dell&#8217;ateismo è il superamento del capitalismo. L&#8217;attenzione quindi si è spostata dalle questioni filosofiche e teologiche a quelle economiche (Marx) e politiche (Lenin).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi la religione è solo uno degli strumenti (neanche il più importante: la cinematografia, p.es., lo è molto di più) di cui si serve il capitale per riprodurre culturalmente se stesso. Il capitalismo si serve di tante cose per riprodursi: il consumismo ad oltranza, la democrazia formale, la forza militare, il diritto astratto, la superiorità tecnologica, e via dicendo. Tutti questi strumenti in genere vengono usati in maniera tale che l&#8217;</span><span style="font-size: small"><i>etica</i></span><span style="font-size: small"> risulta priva di vera umanità. Essa è sì separata dalla religione (e per farlo ha dovuto dimostrare d&#8217;essere migliore), ma vive come se fosse del tutto alienata: sul piano teorico vengono affermati princìpi altamente democratici; su quello pratico ci si comporta in maniera completamente opposta.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;etica borghese è schizofrenica, e il motivo di ciò sta proprio nelle contraddizioni economiche del capitalismo, profondamente lacerato tra la </span><span style="font-size: small"><i>proprietà</i></span><span style="font-size: small"> dei mezzi produttivi e il </span><span style="font-size: small"><i>lavoro</i></span><span style="font-size: small"> di chi non li possiede. Questa è un&#8217;etica che riesce a imporsi sulla religione non per la sua forza morale intrinseca, ma perché alla base è sostenuta da una continua rivoluzione tecnico-scientifica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le religioni, per dire qualcosa di utile o di convincente, devono prima aspettare che l&#8217;etica borghese, in forza del proprio cinismo, procuri sommi disastri all&#8217;umanità, come p. es. le guerre mondiali o le devastazioni ambientali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi tuttavia è raro trovare qualcuno che creda nella possibilità di superare i limiti dell&#8217;etica borghese grazie alla religione. In Occidente i cittadini sono troppo disincantati. È più facile credere che tali limiti siano insuperabili. Al massimo si pensa, ma si tratta di convinzioni molto minoritarie, ch&#8217;essi potranno essere superati solo dopo aver abbattuto il sistema capitalistico con una rivoluzione proletaria. In Occidente si è smesso di credere in questa possibilità dopo il fallimento di quella stagione eversiva iniziata nel Sessantotto e conclusa una decina d&#8217;anni dopo. Il colpo di grazia l&#8217;hanno dato il crollo del &#8220;socialismo reale&#8221; e l&#8217;insuccesso della </span><span style="font-size: small"><i>perestrojka</i></span><span style="font-size: small"> gorbacioviana, con cui si sperava di poter passare dal socialismo burocratico a quello democratico.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Nel mondo della sinistra radicale non manca chi pensa che nell&#8217;attuale Cina sia possibile far coesistere una politica governativa di tipo socialista con una economia prettamente borghese, ma si tratta di un&#8217;illusione. Là dove sul piano sociale si sviluppa il capitalismo, l&#8217;etica e la politica ne risentono inevitabilmente. Una volta affermato il primato del valore di scambio, l&#8217;etica sottesa al valore d&#8217;uso tende progressivamente a scemare, fino a scomparire del tutto, e tale declino non può essere impedito da una politica che, per affermarsi, usa la forza. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In Cina si sta sperimentando soltanto una forma di capitalismo in cui lo Stato ha la pretesa di fare da arbitro, cioè di giocare il ruolo del controllore. Il fatto che in questo paese la religione non conti pressoché nulla, è la riprova che un&#8217;etica laica, di per sé, non rende migliore la società. Potrà farlo soltanto quando sarà sostenuta da una democrazia effettiva, anzitutto sociale ed economica, di cui quella politica sia un semplice riflesso.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Per milioni di anni il genere umano non ha avuto alcun bisogno della religione, proprio perché viveva una forma di socialismo del tutto compatibile con le esigenze riproduttive della natura. Gli uomini primitivi erano atei non perché culturalmente arretrati, ma perché nella loro essenza umana e naturale non soffrivano di contraddizioni antagonistiche, quelle che appaiono irrisolvibili.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi abbiamo bisogno di tornare a quel periodo, con o senza la scienza e la tecnica di cui siamo capaci. Di sicuro non possiamo nutrire nei confronti della scienza quegli stessi atteggiamenti devozionali o fideistici che nel passato si nutrivano nei confronti delle divinità.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3901_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Etica e politica nel socialismo</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Davvero il socialismo pone la politica al di sopra dell&#8217;etica? Gli integralisti religiosi sostengono che è sufficiente tale convinzione per non concedere nulla al socialismo. Infatti per loro la politica, quando ha un primato sull&#8217;etica, inevitabilmente si disumanizza, sicché nei confronti della religione diventa ancor peggio dell&#8217;etica laica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In realtà la questione andrebbe rovesciata, nel senso che ci si dovrebbe chiedere se davvero esistono dei </span><span style="font-size: small"><i>valori etici universali</i></span><span style="font-size: small">, la cui applicazione possa prescindere dallo spazio e dal tempo, cioè dei valori che siano indipendenti dalle interpretazioni che determinate comunità locali o nazionale possono darne.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Prendiamo ad es. il diritto alla vita. Apparentemente sembra essere il diritto umano più universale: ne sanno qualcosa i medici col loro &#8220;Giuramento di Ippocrate&#8221;. Eppure le religioni lo interpretano come vogliono. Tante di loro prevedono tranquillamente la pena di morte. Quasi tutte negano alle donne il diritto di abortire, cioè ritengono che abbia più diritti una persona che non c&#8217;è di una in carne ed ossa. E non si preoccupano di sapere quale sia la causa di una scelta così dolorosa.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Vi sono Confessioni religiose i cui aderenti, in caso di guerra, rifiuterebbero di difendere la loro patria occupata da una potenza straniera, e solo perché, impugnando le armi, sarebbero costretti a uccidere il nemico. Quante volte sentiamo di genitori credenti che uccidono le loro figlie quando queste decidono di non accettare un &#8220;matrimonio combinato&#8221; o di sposare chi non segue la loro religione? Sono innumerevoli i casi in cui il diritto alla vita subisce delle interpretazioni unilaterali che impediscono di considerarlo un valore umano universale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È per questa ragione che il socialismo non sopporta le astrattezze. La politica serve per dare concretezza all&#8217;etica. Predicare un&#8217;etica universale è una forma di idealismo astratto, una vuota filosofia. Significa, in sostanza, fare gli interessi della politica dominante, cioè fare gli interessi di potere, che generalmente sono di tipo economico, di quelle classi sociali che, per nascondere la privatezza dei loro interessi, predicano appunto i valori universali. Oggi i valori universali che vanno per la maggiore solo la libertà di mercato e la democrazia parlamentare: due valori che fanno anzitutto gli interessi dei monopoli economici e degli organismi finanziari internazionali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Nelle società divise in classi sociali opposte il potere si è sempre servito della religione per affermare se stesso. E il compito della religione è appunto questo, far credere che esistono valori al di sopra della politica, cui la stessa politica deve rendere conto. In un certo senso la religione è una specie di finta opposizione al sistema: da un lato si serve della propria etica per contestare la politica laica; dall&#8217;altro fa concretamente gli interessi di quella politica che vuole strumentalizzarla in funzione anticomunista. Essa odia il socialismo proprio perché il socialismo le impedisce di svolgere questo lavoro ambiguo, che rende ipocriti anche quando lo si compie con le migliori intenzioni.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Un vero credente dovrebbe esser grato al socialismo di averlo tolto dall&#8217;imbarazzante posizione di chi, da un lato, predica il bene universale e, dall&#8217;altro, oggettivamente, è costretto a fare gli interessi del bene particolare delle classi dominanti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Quante volte il cristianesimo ha predicato un amore incondizionato per i nemici, tacendo, per opportunismo o convenienza, sulle loro ingiustizie? Quante volte lo ha predicato distinguendo tra nemico e nemico? E quante volte lo ha soltanto predicato? È utopica l&#8217;idea di poter superare una società basata sullo sfruttamento del lavoro altrui, senza dover ricorrere alla forza politica e, se occorre, anche militare. Non s&#8217;è mai visto da nessuna parte che gli sfruttatori abbiano rinunciato spontaneamente al loro mestiere limitandosi ad ascoltare delle &#8220;belle parole&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il socialismo non afferma il primato della politica per negare all&#8217;etica il suo valore: se lo facesse sarebbe cinico o machiavellico o gesuitico. Non è forse stato Machiavelli a far nascere la scienza della politica subordinando nettamente a quest&#8217;ultima ogni considerazione di tipo morale? </span><span style="font-size: small"><i>Perinde ac cadaver</i></span><span style="font-size: small"> non era forse il motto principale dei gesuiti?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In realtà è proprio il socialismo democratico che sa benissimo come non ci possa essere alcuna etica migliore di quella in grado di dimostrare concretamente il proprio valore. È la prassi il criterio della verità. Semmai è la politica borghese che si deve preoccupare di creare le condizioni favorevoli allo sviluppo di un&#8217;etica davvero umanistica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Compito del socialismo è quello di chiedere all&#8217;etica, e quindi anche alla religione, di affermare dei valori che facciano gli interessi non di classi particolari, ma della stragrande maggioranza dei cittadini. Il popolo ha bisogno di valori in cui potersi riconoscere, e questi valori devono essere veri, non costruiti artificiosamente dai poteri dominanti. Valori veri sono quelli che permettono al popolo di vivere un&#8217;esistenza </span><span style="font-size: small"><i>dignitosa</i></span><span style="font-size: small">, non lacerata da conflitti che costituiscono una minaccia quotidiana e che costringono a fare scelte indesiderate o che inducono a comportarsi in maniera alienata, degradante.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3903_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Il valore della libertà di scelta</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Se tutti potessero esercitare </span><span style="font-size: small"><i>concretamente</i></span><span style="font-size: small"> il diritto alla libertà di scelta, senza limitarsi a fruirne in maniera puramente teorica, i valori universali si formerebbero spontaneamente. Finché questa libertà non esisterà fattivamente per tutti i cittadini del mondo, la politica avrà tutti i diritti di pretendere un primato sull&#8217;etica astratta. Quando invece essa esisterà, scompariranno sia la politica che regolamenta i conflitti di classe o che cerca di superarli, sia la religione che dà per scontato che su questa Terra essi non siano risolvibili. Resterà solo l&#8217;etica, </span><span style="font-size: small"><i>umana</i></span><span style="font-size: small"> e </span><span style="font-size: small"><i>democratica</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Invece di pensare ad astratti valori umani universali, i credenti dovrebbero chiedersi, quando vedono i poteri dominanti manifestare una profonda incoerenza tra ciò che dicono e ciò che fanno: &#8220;Che cosa possiamo fare per risolvere tale antinomia?&#8221;. Cioè non dovrebbero limitarsi a contestare il socialismo solo perché questo non ha idee religiose, ma dovrebbero anche dire basta al consumismo sfrenato, al saccheggio ambientale, alle discriminazioni di genere, allo sfruttamento della forza-lavoro e a tante altre cose che il capitalismo mette in atto quotidianamente sull&#8217;intero pianeta.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Cosa fanno i credenti per dimostrare che non sono dei &#8220;sepolcri imbiancati&#8221;? Che non predicano soltanto pazienza e rassegnazione? Che non sono disposti a chiudere un occhio sulle aberrazioni del capitalismo pur di avere in cambio una fetta del potere?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È palesemente falso sostenere che il socialismo mette in discussione non soltanto l&#8217;esistenza di Dio, ma anche il diritto dell&#8217;uomo ad avere una speranza ultraterrena. È vero il contrario: una volta risolta la principale questione economica, cioè il conflitto tra capitale e lavoro, tutti saranno finalmente liberi di credere in ciò che professano, senza impedimenti o condizionamenti di sorta. Questo poi senza considerare che il socialismo non nega affatto che possa esistere una dimensione vitale diversa da quella terrena. La materia è eterna e universale, soggetta a perenne trasformazione. Semplicemente il socialismo considera il nostro pianeta come il luogo in cui sperimentare il </span><span style="font-size: small"><i>lato umano e democratico della materia</i></span><span style="font-size: small">. Che poi questa materia sia fatta anche di antimateria o, se si preferisce, di spirito anima energia dynamis&#8230; chi mai potrebbe escluderlo? Non abbiamo ancora elementi sufficienti per conoscere l&#8217;intera &#8220;sostanza&#8221; di cui l&#8217;universo è fatto.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Politica ed etica, nel socialismo democratico, sono strettamente connesse, nel senso che gli obiettivi dell&#8217;una sono gli obiettivi dell&#8217;altra. Quando il socialismo si comporta in maniera difforme da tale coerenza, è perché sta imitando il sistema borghese, che è cinico per definizione. Con questa differenza: i capitalisti sono disposti a calpestare qualunque valore etico quando in gioco sono i loro interessi economici; i socialisti imborghesiti lo fanno quando vogliono restare legati alla loro ideologia, senza tener conto della realtà concreta.</span><sup><span style="font-size: small">(10)</span></sup></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Delle due aberrazioni, quella borghese, essendo nata un migliaio di anni fa nei Comuni italiani, è stata in grado di condizionare la realizzazione di tutte le rivoluzioni socialiste. Partorire un socialismo davvero democratico si è rivelato un&#8217;operazione incredibilmente complessa, oltre ogni immaginazione. Due guerre mondiali non sono state sufficienti per trovare la giusta strada.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;umanità però di fronte a sé continua ad avere due sole alternative: o socialismo o barbarie. E se il socialismo che si vuole e si deve creare non è sufficientemente </span><span style="font-size: small"><i>umano</i></span><span style="font-size: small"> e </span><span style="font-size: small"><i>naturale</i></span><span style="font-size: small">, la barbarie è assicurata.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3905_1366103940"></a> <span style="font-size: small"><b>Compiti del futuro socialismo democratico</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Il socialismo democratico non è altro che un ritorno al comunismo primitivo nella consapevolezza di tutti gli errori compiuti nella storia. Le religioni sono nate in conseguenza della fine del comunismo primitivo. Il cosiddetto &#8220;peccato originale&#8221; non è stato che la nascita dello schiavismo, cioè di quella esperienza storica che ha posto fine a quel comunismo. Si tratta di capire se questa fine va considerata irreversibile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La differenza tra socialismo e religione sta nel fatto che quest&#8217;ultima non ritiene più possibile su questa Terra un ritorno al paradiso perduto, quello della </span><span style="font-size: small"><i>foresta</i></span><span style="font-size: small">. La liberazione da tutti i &#8220;mali&#8221; è prevista soltanto nell&#8217;aldilà. Ecco perché socialismo e religione sono del tutto incompatibili, almeno nell&#8217;obiettivo finale che si propongono, che però condiziona tutto il resto, anzitutto i mezzi con cui conseguirlo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Fino ad oggi la storia ha sperimentato varie forme di oppressione sociale, ma ognuna di esse, al suo sorgere, si poneva l&#8217;obiettivo di superare i limiti dello stile di vita precedente. Schiavismo, feudalesimo e capitalismo, nelle forme statali o private, sono state delle formazioni sociali che pretendevano di superare i limiti della precedente. Il socialismo statale ha preteso, vanamente, di superare i limiti del capitalismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La mia generazione, nata negli anni Cinquanta, ha assistito al superamento del capitalismo privato con quello sostenuto dallo Stato; ha assistito al crollo repentino del socialismo statale, sostituito dal capitalismo statale o privato; sta osservando l&#8217;esperimento cinese, in cui un partito sedicente comunista al governo sta gestendo un capitalismo privato e statale. Inoltre nella cosiddetta area &#8220;terzomondiale&#8221;, usata dal capitalismo occidentale in forma &#8220;coloniale&#8221;, le contraddizioni sono diventate talmente esplosive che hanno iniziato a sperimentarsi varie forme di socialismo, con risultati però del tutto insoddisfacenti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;umanità procede in maniera contorta, molto diversificata, sulla base di specifiche condizioni storiche. Le uniche esperienze di &#8220;socialismo democratico&#8221; sembrano essere quelle delle ultime, sparute, comunità primitive che vivono nei luoghi più impervi della Terra.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Che cosa possiamo fare oggi per sopravvivere in maniera dignitosa? Indubbiamente lottare contro le contraddizioni antagonistiche di tutti i sistemi sociali e politici. Bisognerebbe farlo lì dove si è nati e cresciuti, evitando d&#8217;illudersi di potersi emancipare emigrando altrove. La conoscenza del proprio territorio, di tutte le sue caratteristiche, è di fondamentale importanza. In secondo luogo occorre recuperare il valore del comunismo primitivo, non solo sul piano teorico, approfondendo gli studi antropologici, ma anche tutelando gli interessi delle ultime comunità rimaste, che non possono essere lasciate da sole a combattere i meccanismi perversi del capitale. In terzo luogo bisogna associare l&#8217;idea di socialismo a quella di ambientalismo, poiché solo oggi ci stiamo accorgendo che le risorse naturali sono in via di esaurimento e che taluni danni compiuti alla natura hanno la caratteristica d&#8217;essere irreversibili. Infine, per non ripetere gli errori del passato, bisognerebbe cercare di capire bene i motivi per cui, dopo essere risultata clamorosamente vittoriosa, l&#8217;esperienza rivoluzionaria del bolscevismo si è trasformata, sotto lo stalinismo (e successivamente sotto il maoismo), in una incredibile dittatura.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Note</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(1) Si noti che nella nostra Costituzione non è neppure previsto che un cittadino possa essere ateo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(2) Attenzione che l&#8217;</span><span style="font-size: small"><i>obiezione di coscienza</i></span><span style="font-size: small"> non ha lo stesso valore della </span><span style="font-size: small"><i>libertà di coscienza</i></span><span style="font-size: small">. Nell&#8217;ambito delle istituzioni civili o statali non ci si può opporre a una legge del parlamento sulla base di una convinzione religiosa. Se lo Stato permettesse una cosa del genere, la laicità perderebbe la sua ragion d&#8217;essere. Lo Stato può soltanto evitare che un cittadino compia qualcosa contro la propria coscienza, ma non può non intervenire quando un cittadino, per far valere la propria libertà di coscienza, viola quella altrui o altri diritti fondamentali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(3) D&#8217;altra parte in uno Stato capitalista esiste una sola ideologia dominante, cui tutti devono formalmente attenersi, quella </span><span style="font-size: small"><i>liberista</i></span><span style="font-size: small">.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(4) Proprio nello stesso anno nasceva invece il fondamentalismo protestantico nordamericano, che si opponeva all&#8217;esegesi laica della Bibbia e che poi, col nome di </span><span style="font-size: small"><i>Christian Right</i></span><span style="font-size: small">, appoggerà sempre il partito repubblicano.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(5) Si pensi solo a tutta la filosofia politica di Augusto Del Noce e di Rocco Buttiglione.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(6) In Cina il governo interviene sull&#8217;uso della terra, che è rimasta statale, solo in ultima istanza, quando sono in gioco degli interessi statali: per il resto viene concessa ad uso privato, dietro il pagamento di un affitto.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(7) </span><span style="font-size: small">Cosa che in Italia è la stessa Costituzione, con l&#8217;art. 7, a impedirlo. La differenza tra &#8220;Concordato&#8221; con una religione e &#8220;Intese&#8221; con tutte le altre è abissale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(8) </span><span style="font-size: small">A proposito di &#8220;illusioni&#8221;, non sono forse gli Stati capitalistici che alimentano la convinzione di poter vivere al di sopra delle proprie effettive risorse? Di poter pagare qualunque cosa se il costo viene rateizzato? O che si può sempre vincere in una lotteria milionaria per superare la propria precarietà? Dogmi e superstizioni possono riguardare tranquillamente tanto le religioni quanto il laicismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(9) Ufficialmente le monarchie teocratiche risultano essere oggi quella vaticana e quella del Monte Athos in Grecia, ma in Iran la repubblica è ierocratica, gestita dal clero islamico; e in Arabia Saudita i non musulmani non possono ottenere la cittadinanza saudita e la pratica religiosa privata non è definita legalmente; nel Regno Unito non può esserci un sovrano che non sia di religione anglicana; in Norvegia fino al 1º gennaio 2017 il luteranesimo era la religione di stato; in Israele il Gran Rabbinato è in grado di legiferare autonomamente su molte materie etico-religiose, senza che lo Stato possa dire alcunché.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">(10) Da notare che sotto la denominazione di </span><span style="font-size: small">&#8220;socialismo imborghesito&#8221; è possibile farci stare sia la socialdemocrazia occidentale, che è socialista a parole e borghese nei fatti, sia il socialismo burocratico e autoritario, tipico, almeno sino al crollo degli anni Novanta, dei paesi est-europei, ma anche asiatici. Il cosiddetto &#8220;socialismo reale&#8221; era una forma di dittatura ideologica da parte di una casta di intellettuali, analogamente al giacobinismo della rivoluzione francese. La disumanità della socialdemocrazia borghese era evidente là dove si accettava l&#8217;imperialismo occidentale, cioè lo sfruttamento dei popoli coloniali. Quella invece del cosiddetto &#8220;socialismo amministrato dall&#8217;alto&#8221; era evidente là dove lo Stato e il governo in carica impedivano alla società civile ogni forma di libertà di pensiero e di parola.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Fonti</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Luca Ozzano, </span><span style="font-size: small"><i>Fondamentalismo e democrazia</i></span><span style="font-size: small">, ed. Il Mulino, Bologna 2009</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Gabriel A. Almond, R. Scott Appleby, Emmanuel Sivan, </span><span style="font-size: small"><i>Religioni forti. L&#8217;avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale</i></span><span style="font-size: small">, ed. Il Mulino, Bologna 2006</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Enzo Pace – Renzo Guolo, </span><span style="font-size: small"><i>I fondamentalismi</i></span><span style="font-size: small">, ed. Laterza, Roma-Bari 2002</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Gilles Kepel, </span><span style="font-size: small"><i>La rivincita di Dio</i></span><span style="font-size: small">, ed. Rizzoli, Milano 1991</span></p>
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		<title>I rischi del credere</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 10:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Zetesis]]></category>
		<category><![CDATA[ateismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Fede]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di coscienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualunque credenza religiosa comporta sempre il rischio che, al cospetto di un&#8217;esigenza di liberazione nei confronti di contraddizioni insostenibili, il soggetto assuma atteggiamenti nocivi o controproducenti al raggiungimento di uno scopo comune. Il credente, infatti, oscilla sempre tra due atteggiamenti opposti: l&#8217;ingenuità e il fanatismo, che spesso portano a medesime conseguenze, anche del tutto involontarie. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large">Qualunque credenza religiosa comporta sempre il rischio che, al cospetto di un&#8217;esigenza di liberazione nei confronti di contraddizioni insostenibili, il soggetto assuma atteggiamenti nocivi o controproducenti al raggiungimento di uno scopo comune.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Il credente, infatti, oscilla sempre tra due atteggiamenti opposti: l&#8217;<i>ingenuità</i> e il <i>fanatismo</i>, che spesso portano a medesime conseguenze, anche del tutto involontarie.</span></p>
<p><span style="font-size: large">L&#8217;ingenuità sta nel fatto che il soggetto crede in entità astratte, ritenute onnipotenti sotto ogni aspetto, per cui può essere facilmente raggirato o tratto in inganno. Può infatti diventare fanatico quando gli si chiede di compiere determinate azioni, in virtù delle quali gli viene fatto credere d&#8217;essere molto più in linea con la volontà divina.</span></p>
<p><span style="font-size: large">In genere è abbastanza facile riconoscere credenti del genere, poiché sono quelli che antepongono le idee ai fatti, che privilegiano l&#8217;ideologia alla politica, che subordinano la soddisfazione dei bisogni al rispetto dei precetti religiosi, che praticano discriminazioni di vario tipo: fede religiosa, genere sessuale, provenienza geografica, lingua parlata e cose analoghe.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Con questo ovviamente non si vuole sostenere che per realizzare una liberazione nazionale o una qualche forma d&#8217;insurrezione non debbano esserci dei martiri. Semplicemente non dovrebbero esserci dei martiri influenzati dalle idee estremistiche di qualche intellettuale.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Si può morire per una giusta causa, ma a condizione che questa sia “popolare”, cioè condivisa da ampi strati della popolazione. Quando si lotta per una giusta causa, non si può venir meno ai princìpi della <i>democrazia</i> o ai <i>valori umani universali</i>.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Una minoranza non può imporre le sue regole di vita, i suoi punti di vista alla maggioranza. Non si possono fare rivoluzioni o insurrezioni o moti popolari senza il consenso di ampi strati di cittadini e di lavoratori, senza dibattiti pubblici, senza confronto alla pari con chiunque voglia impegnarsi in progetti del genere.</span></p>
<p><span style="font-size: large">La <i>persuasione ragionata</i> è la prima arma della democrazia. La seconda è l&#8217;<i>autodifesa</i>. Sarebbe assurdo, infatti, rinunciare a difendere le conquiste di un moto eversivo o di una qualche rivendicazione popolare solo perché l&#8217;avversario ha scatenato una controffensiva.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Dunque, ci si può fidare dei credenti? Diciamo fino a un certo punto. Quando sono in gioco interessi collettivi, che coinvolgono credenti di varie religioni e anche non credenti, sarebbe bene non affidare ad alcun credente delle responsabilità direttive o strategiche, proprio perché qualunque credente è una persona potenzialmente inaffidabile.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Non è infatti possibile sapere fino a che punto egli s&#8217;impegni, come cittadino, a favore della democrazia in sé o non piuttosto per ottenere dei privilegi proprio in quanto credente. D&#8217;altra parte non si può indurlo a compiere determinate azioni facendo leva sulla sua fede religiosa, poiché ciò implicherebbe una strumentalizzazione delle sue convinzioni. Neppure è possibile farlo agire come se tali convinzioni non le avesse (chi avrebbe il coraggio d&#8217;imporre a un ebreo o a un islamico di mangiare carne di maiale?), e tanto meno è possibile rinunciare alla sua disponibilità a lottare per il bene comune solo perché ha determinate convinzioni.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Bisogna sapere trovare un punto d&#8217;incontro che soddisfi l&#8217;obiettivo comune della liberazione dagli antagonismi sociali. Di regola, al cospetto di obiettivi del genere, si chiede ai partecipanti d&#8217;impegnarsi a prescindere dall&#8217;atteggiamento che si può avere in campo religioso, ma è evidente che i credenti, proprio perché tali, non mancheranno di far valere, quando lo riterranno opportuno, la loro diversità. Ecco perché non ci si può fidare ciecamente di loro.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Tuttavia bisogna fare attenzione a non ostacolarli per motivi di opinione e a non offenderli nei loro sentimenti, cioè a non creare, da parte degli organi di potere, degli inutili martiri. Se c&#8217;è una cosa, infatti, che induce a credere ancora di più nella verità delle proprie idee, è vedere che per queste stesse idee qualcuno è disposto ad accettare qualunque persecuzione.</span></p>
<p><span style="font-size: large">Le regole generali, democratiche, da far valere nell&#8217;atteggiamento da tenere nei confronti delle religioni dovrebbero essere le seguenti: 1) la religione dev&#8217;essere dichiarata un affare privato (della coscienza), senza ch&#8217;essa possa aspirare a pretese di tipo politico o nazionalistico; 2) ognuno dev&#8217;essere lasciato libero di professare qualsiasi religione o di non riconoscerne alcuna, cioè di essere ateo o agnostico; 3) è inammissibile tollerare delle differenze sostanziali nei diritti dei cittadini motivate da credenze religiose, ovvero ci si può opporre a determinati comportamenti o leggi degli organi di potere se viene violata la <i>libertà di coscienza</i>, che è un diritto riguardante chiunque, credente o non credente che sia; 4) un partito politico può anche fare propaganda a favore dell&#8217;ateismo senza per questo violare la libertà di coscienza di nessuno; anche le chiese o le associazioni religiose possono fare propaganda delle loro idee; 5) sono possibili alleanze fra credenti e atei sulla base di piattaforme politico-programmatiche che nulla hanno a che vedere né con l&#8217;ateismo né con la religione; 6) se un credente accetta la linea politi­ca di un partito aconfessionale, deve poi preoccuparsi da solo di risolvere le sue in­coerenze sul piano ideologico: dal partito avrà soltanto l&#8217;assicurazione che non verrà discriminato per la sua diversa ideologia; 7) si può ammettere all&#8217;interno di un partito la libertà di opinione, ma entro i limiti fissati dalla libertà di associazione: non possono essere ammessi predicatori attivi di concezioni respinte dalla maggioranza del parti­to.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Si può davvero scegliere tra Galilei e Bellarmino?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 16:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Zetesis]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa romana]]></category>
		<category><![CDATA[Galilei]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[La diatriba tra lo scienziato Galilei e il cardinale Bellarmino era sin dall&#8217;inizio impostata male. Basteranno alcune considerazioni per convincersene. Che la Bibbia non potesse dir nulla sulla verità razionale degli esperimenti scientifici, laboratoriali, di Galilei, appare oggi pacifico. Solo una concezione integralistica della fede religiosa, che fa della teologia un&#8217;imposizione politico-istituzionale, cui un&#8217;intera società [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="CENTER">La diatriba tra lo scienziato Galilei e il cardinale Bellarmino era sin dall&#8217;inizio impostata male. Basteranno alcune considerazioni per convincersene.</p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Che la Bibbia non potesse dir nulla sulla verità razionale degli esperimenti scientifici, laboratoriali, di Galilei, appare oggi pacifico. Solo una concezione integralistica della fede religiosa, che fa della teologia un&#8217;imposizione politico-istituzionale, cui un&#8217;intera società deve attenersi, poteva sostenere il primato &#8220;scientifico&#8221; della Bibbia su discipline come la matematica, la fisica e l&#8217;astronomia.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Una diatriba del genere non avrebbe mai potuto esserci là dove la Chiesa non pretende di avere un ruolo politico. Senza un tale ruolo, infatti, non si ha neppure la pretesa di egemonizzare la cultura e la scienza. Sotto questo aspetto Galilei avrebbe potuto avere seri problemi anche se avesse avuto a che fare non con la Chiesa romana, profondamente controriformistica, ma semplicemente con uno Stato confessionale (cattolico o protestante che fosse), ivi incluso quello ideologico e ateistico del regime staliniano.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Idee scientifiche così innovative come le sue e, per molti aspetti, chiaramente favorevoli a una visione <i>laica</i> della vita, potevano trovare, a quel tempo, ampi consensi solo se la <i>borghesia</i> si poneva il compito di difenderle. Cosa niente affatto scontata. Copernico, ad es., diede alle stampe le sue analisi rivoluzionarie solo poco prima di morire. E nessun testo degli scienziati del XVII e XVIII secolo mette in dubbio l&#8217;esistenza di dio. Tutti hanno paura di spiacevoli conseguenze per la loro carriera e persino per la loro incolumità, siano essi cattolici o protestanti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È noto che Lutero, Melantone e Calvino giudicarono assai negativamente le idee di Copernico: non accettarono neppure la riforma gregoriana del calendario (che tra l&#8217;altro si basava proprio sui suoi calcoli matematici). Se gli scienziati dell&#8217;Europa protestante ebbero maggiore libertà d&#8217;azione, fu solo perché qui la borghesia era notevolmente più sviluppata, come lo era stata quella italiana prima del Concilio di Trento. Questo per dire che se anche la Chiesa romana si fosse astenuta dal criticare le idee scientifiche di Galilei e Copernico, rinunciando ad avvalersi della propria autorità politica, non avrebbe comunque potuto esimersi dal criticare le conseguenze <i>laicistiche</i> di quelle teorie.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia è proprio su questo punto, relativo alla critica del laicismo implicito in quelle teorie scientifiche, che l&#8217;azione della Chiesa romana si è rivelata del tutto inadeguata. Cosa, d&#8217;altra parte, naturale quando si vuole sostenere una visione altamente ideologica della vita, la quale, peraltro, non permette neppure di capire sino in fondo le implicazioni di teorie opposte a quelle dominanti. </span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Da un lato infatti la Chiesa era tutta preoccupata di dimostrare che la Bibbia non poteva essere letta, là dove si voleva, avvalendosi di allegorie o metafore, poiché così si sarebbe potuta facilmente sostenere una qualunque interpretazione. Dall&#8217;altro però non riusciva a capire che la concezione della natura che aveva Galilei era pericolosa non tanto perché vicina all&#8217;ateismo, quanto perché profondamente &#8220;borghese&#8221;, cioè connessa a una concezione della vita e dei rapporti con la natura tutt&#8217;altro che <i>democratica</i>.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Galilei amava fare scienza secondo un preciso scopo, ch&#8217;era quello di tutti gli scienziati dell&#8217;epoca: <i>dominare la natura</i>. Secondo lui la scienza doveva essere posta al servizio delle esigenze di dominio di una classe sociale particolare. La Chiesa romana non lo contesta mai su questo aspetto, né vede che quelle teorie possono diventare pericolose per l&#8217;integrità della natura, per il rispetto dell&#8217;ambiente. Lo contesta semplicemente per il fatto ch&#8217;egli vuole sostenere delle idee contrarie a quelle dominanti.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In altre parole la Chiesa, come istituzione avente un determinato potere politico, teme che se la società si convince che quelle teorie scientifiche, così diverse da quelle ufficiali della teologia, risultano essere più credibili, allora è il suo stesso potere istituzionale che rischia d&#8217;essere minacciato. Bellarmino critica ideologicamente Galilei perché in realtà si sente rappresentante di una Chiesa preposta a gestire un potere politico. Più volte infatti aveva sostenuto che l&#8217;Inquisizione non avrebbe avuto nulla da eccepire se gli scienziati si fossero limitati a dire che le loro teorie erano semplici ipotesi interpretative, prive di qualunque attendibilità: cosa che sul piano fisico-matematico era quanto meno una richiesta irricevibile.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Su questi temi si potrebbero scrivere interi trattati, sia perché quando si sostiene (e gli scienziati lo facevano) che tra fede e scienza non vi è contraddizione, in quanto sono separati i loro ambiti e diversi i loro obiettivi, si sta in realtà sostenendo una posizione ambigua, di compromesso, che è poi chiaramente falsa, poiché uno sviluppo della scienza è sempre incompatibile con una posizione religiosa (almeno con una teologia tradizionale, chiaramente definita). Ma anche perché lo sviluppo &#8220;borghese&#8221; della scienza è straordinariamente somigliante a quello della religione cattolica e protestante (la prima sul piano politico-istituzionale, la seconda su quello socio-economico); nel senso che sia la teologia che la scienza hanno sempre avuto la concezione dell&#8217;uomo come &#8220;dominatore&#8221; della realtà, libero di usare gli strumenti più opportuni (quindi anche quelli più arbitrari) per affermarsi.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">In Bacone (al servizio dei Tudor, una dinastia particolarmente sostenuta dalla borghesia inglese) è evidentissima l&#8217;equazione di <i>scienza e potere</i>. Né l&#8217;una né l&#8217;altro, nella sua filosofia, possono essere dati dai sillogismi della logica aristotelica o dalle magie e astrologie dell&#8217;Umanesimo del Quattrocento, ma solo dalla matematica e dalle scienze naturali con cui si scoprono le leggi della materia.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Ecco, sotto questo aspetto la differenza tra teologia cristiana (cattolica o protestante) e scienza borghese verteva soltanto sui mezzi o sugli strumenti da usare. Gli scienziati del Seicento portano alle più logiche conseguenze le filosofie laico-umanistiche sviluppatesi nei secoli precedenti, le quali, a loro volta, non avevano fatto altro che laicizzare ulteriormente le posizioni dell&#8217;ultima Scolastica, soprattutto di quella francescana presente in Inghilterra, chiaramente favorevole al sensismo e all&#8217;empirismo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Questo sviluppo &#8220;borghese&#8221; della scienza è potuto avvenire in Europa occidentale proprio perché qui era maturata una teologia che di &#8220;umano&#8221; aveva assai poco: sia perché non conosceva in alcun modo il senso della &#8220;democrazia&#8221; (che si ritrova a quel tempo nello spirito conciliare della chiesa ortodossa), sia perché il rispetto della natura non era intrinseco alla teologia cattolica ma semplicemente relativo al fatto che ancora non si era compiuta la rivoluzione industriale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">A partire da Copernico (che peraltro era un ecclesiastico!) la scienza borghese non si poneva affatto (nonostante si pensasse il contrario) come un&#8217;alternativa alla teologia fondamentalista della Chiesa romana, ma si poneva come la sua immagine speculare, privata semplicemente di quegli orpelli mistici che il tempo aveva reso obsoleti. Tant&#8217;è che gli stessi scienziati erano così affascinati dalle loro scoperte che non tardarono a fare della nuova scienza una nuova &#8220;religione&#8221;. Il fatto stesso di voler tradurre tutta la realtà in <i>rapporti matematici</i>, lo dimostra; e anche il fatto di voler trascurare la qualità delle cose a tutto vantaggio della <i>quantità</i>.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tutti, nessuno escluso, sono convinti che la nuova scienza debba servire per &#8220;dominare&#8221; la natura; e, pur di realizzare questo obiettivo, compiono cose che oggi giudichiamo eticamente discutibili, come ad es. il fatto di riprodurre in laboratorio condizioni ambientali private di tutte quelle imperfezioni, eccezioni, incongruenze&#8230; che nella realtà quotidiana sono del tutto naturali e che generalmente si accettano come facenti parte di una vita normale, in cui le contraddizioni vengono giudicate inevitabili.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La scienza da laboratorio, quella tipica di Galilei, pretendeva (e lo pretende ancora oggi) d&#8217;essere &#8220;pura&#8221;, aliena da condizionamenti socio-ambientali. Invece di chiedersi come superare &#8220;scientificamente&#8221; le contraddizioni sociali, la scienza borghese si poneva al servizio di quella classe che, in mezzo a quelle contraddizioni, ambiva soltanto a cercare un&#8217;affermazione personale, esclusiva, ch&#8217;era sì ostile ai poteri dominanti, ma soltanto per ottenere un proprio spazio nell&#8217;ambito di quegli stessi poteri. Per questa scienza non contava più chiedersi il &#8220;perché&#8221; delle cose ma solo il &#8220;come&#8221;. L&#8217;essenza stessa dei fenomeni veniva ridotta a un&#8217;operazione di calcolo. Si voleva far credere che un approccio alla realtà di tipo matematico potesse essere esente da valutazioni ideologiche, e quindi condivisibile da chiunque.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Questa scienza fisica e astronomica rappresenta le premesse culturali di quella scienza che di lì a poco sarebbe stata l&#8217;economia politica classica. Si vuol fare della scienza un qualcosa di asettico, di neutrale, indipendente da ogni valutazione etica (che quella volta coincideva con la religione); e, così facendo, si pongono le basi per una qualsivoglia scoperta o invenzione, privando la scienza di un criterio che possa stabilire quando una ricerca è &#8220;sensata&#8221; (cioè a misura d&#8217;uomo) oppure no.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">La scienza borghese è tutto meno che <i>scientifica</i>, proprio in quanto rifiuta di confrontarsi con l&#8217;<i>etica</i>. Infatti solo a posteriori, dopo che sono avvenuti immani disastri, la borghesia si chiede come porvi rimedio. Un criterio per stabilire i limiti della ricerca viene rifiutato categoricamente, come se la scienza fosse un dio da adorare in maniera indiscutibile. Infatti quando avvengono i disastri (che oggi sono sempre più di carattere internazionale), non si mette mai in discussione la scienza in sé, ma solo il <i>metodo</i> con cui la si è applicata. Si pensa cioè di poter risolvere i suoi difetti semplicemente rendendo gli uomini migliori, più umani, e non si pone mai all&#8217;ordine del giorno il problema di come rivedere i criteri con cui si fa &#8220;scienza&#8221;.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">E così, come sempre accade, gli uomini, eticamente migliorati per necessità oggettive, determinate dalle varie devastazioni, si trovano nuovamente a gestire dei criteri e dei mezzi tecnologici per i quali la loro <i>eticità</i> continua a rivelarsi del tutto insufficiente. Tant&#8217;è che dopo un certo periodo di tempo avvengono nuovi disastri, nuove apocalissi, in una spirale senza fine. Guarite le ferite, si torna a combattere una battaglia persa in partenza. Andando avanti di questo passo si rischia soltanto di porre delle condizioni sempre più autodistruttive, per le quali sarà impossibile trovare dei rimedi efficaci alle nostre assurde pretese di dominio.</span></p>
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		<title>La chiesa e lo sviluppo del pensiero scientifico</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 09:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Galilei]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
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		<description><![CDATA[La scienza moderna, nata nel XVII secolo, non va contestata perché contraria alla religione, ma perché contraria all&#8217;etica. Qualcuno potrà dire che, a quel tempo, religione e morale coincidevano, in quanto era la chiesa a dire come ci si doveva comportare in ogni situazione della vita, e quindi anche in campo scientifico. E tuttavia l&#8217;etica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La scienza moderna, nata nel XVII secolo, non va contestata perché  		contraria alla religione, ma perché contraria all&#8217;<em>etica</em>. Qualcuno  		potrà dire che, a quel tempo, religione e morale coincidevano, in quanto  		era la chiesa a dire come ci si doveva comportare in ogni situazione  		della vita, e quindi anche in campo scientifico. E tuttavia l&#8217;etica  		della chiesa, essendo appunto &#8220;religiosa&#8221;, non poteva essere <em>laica</em>,  		cioè aperta a soluzioni non dogmatiche.</p>
<p>Anche questa però può essere un&#8217;affermazione molto discutibile, in quanto  l&#8217;etica religiosa della chiesa romana conteneva molti aspetti di <em>laicità</em>,  sin dalla riscoperta accademica dell&#8217;aristotelismo, che si poneva in antitesi  alla tradizione platonico-agostiniana. Possiamo addirittura dire che il  progresso verso il pensiero scientifico fu proprio una conseguenza, indiretta o  involontaria, di quella distinzione che gli Scolastici cominciarono a fare tra  funzioni della fede e funzioni della ragione. A forza di distinguere le due  facoltà umane si arrivò, ad un certo punto, a dire con la ragione cose molto  diverse da quelle che per tradizione o secondo autorità si dicevano con la fede.</p>
<p>E la rottura fu inevitabile, non solo con Galilei, messo agli arresti  domiciliari e obbligato all&#8217;abiura, ma anche con Machiavelli, le cui opere  vennero messe tutte all&#8217;<em>Indice</em>, o Giordano Bruno, messo sul rogo, o  Campanella, che passò 27 anni in carcere, e tanti altri. La reazione della  chiesa fu durissima, poiché, essendo un soggetto eminentemente <em>politico</em>,  temeva di perdere il proprio potere temporale. Di conseguenza, invece di  considerare l&#8217;evoluzione del pensiero scientifico come necessariamente separato  o distinto dalla riflessione teologica, lo interpretò come una minaccia alla  propria stabilità.</p>
<p>Sbagliò in questo comportamento? Se si accetta l&#8217;idea che una chiesa debba  fare politica, certamente no. Ma la cosa sarebbe da discutere anche solo dal  punto di vista <em>etico</em>. Infatti è sotto gli occhi di tutti che la scienza  cosiddetta &#8220;sperimentale&#8221; o &#8220;induttiva&#8221;, nata con Bacone e Galilei, ha prodotto,  a distanza di quattro secoli, immani disastri ambientali. E continua a farlo  imperterrita, nonostante gli allarmi degli ecologisti.</p>
<p>Ovviamente le autorità ecclesiastiche non si opponevano ai princìpi della  scienza sulla base di una salvaguardia della natura. E tuttavia ci si può  chiedere se una difesa dei valori squisitamente religiosi avrebbe potuto in  qualche modo favorire un maggior rispetto dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Qui però bisognerebbe aprire una parentesi, ponendo in discussione il  concetto stesso di &#8220;valori religiosi&#8221;, poiché, guardando quelli professati dal  papato, vien da pensare che fossero più che altro dei valori <em>politici</em> rivestiti da un&#8217;ideologia di tipo religioso. Anzi, ci si può addirittura  chiedere se non fosse stata proprio questa fondamentale incoerenza a favorire,  nella classe borghese, l&#8217;esigenza di uno sviluppo del pensiero scientifico del  tutto autonomo dalla fede, il quale, dando più peso alla ragione, voleva porsi  in maniera più coerente. In tal senso dovremmo dire che, condannando la scienza,  la chiesa romana, in realtà, stava condannando se stessa, o comunque stava  condannando un prodotto inevitabile di un proprio comportamento che di  &#8220;religioso&#8221; aveva assai poco.</p>
<p>Problematiche del genere non si ponevano neppure nel Seicento. Tuttavia era  forte la consapevolezza negli scienziati di voler &#8220;dominare&#8221; la natura, cioè di  voler conoscere le sue leggi per meglio permettere alla borghesia di sfruttarla.  Le scoperte scientifiche venivano incontro alle esigenze di una classe  emergente, quella appunto borghese, che, a partire dalla nascita dei Comuni,  aveva cominciato a farsi strada in Europa occidentale, e che, a partire dalla  scoperta dell&#8217;America, aveva cominciato a dominare dei territori extraeuropei, e  che, a partire dalla formazione delle monarchie assolutistiche, aveva cominciato  a ridimensionare i poteri dell&#8217;aristocrazia, laica ed ecclesiastica.</p>
<p>Le suddette problematiche, quindi, non si ponevano non tanto o non solo  perché non si aveva alcuna consapevolezza ambientale, quanto perché i poteri che  si contrapponevano erano entrambi autoritari: quello ecclesiastico perché di  tipo feudale, quello borghese perché di tipo capitalistico. La chiesa  subordinava la natura a una concezione religiosa favorevole alla teocrazia; la  borghesia subordinava la natura alle esigenze del profitto economico.</p>
<p>Quindi tra chiesa romana e scienziati la contrapposizione era molto relativa,  in quanto, in definitiva, essi rappresentavano le due facce di una stessa  medaglia. Nessuno dei due contendenti stava difendendo un&#8217;etica davvero <em> democratica</em> e <em>umanistica</em>, e tanto meno un&#8217;etica <em>ambientalistica</em>.</p>
<p>È vero che la chiesa non parlava di &#8220;dominare&#8221; la natura (nel Genesi l&#8217;Eden  andava &#8220;custodito&#8221;), ma è anche vero che non le riconosceva alcuna autonomia: la  natura veniva considerata un semplice strumento che dio metteva a disposizione  dell&#8217;uomo e che, in ultima istanza avrebbe sempre potuto riprendersi (p.es. nei  confronti dell&#8217;idea di &#8220;fine del mondo&#8221; era implicito che dio si sarebbe servito  di imponenti fenomeni naturali).</p>
<p>Tra dio, natura e uomo vi era lo stesso rapporto che il mondo feudale  esprimeva tra sovrano, terra (o feudo) e vassallo. Il feudo non veniva dato in  &#8220;proprietà&#8221; (anche se, a partire dall&#8217;877, per i grandi vassalli, cominciò a  esserlo), ma solo in &#8220;usufrutto&#8221;, e in teoria poteva essere revocato in  qualunque momento. Il fatto che i vassalli insistessero per averlo in proprietà  (e nel 1037 vi riuscirono tutti), sta proprio a indicare che nel feudalesimo  dell&#8217;Europa occidentale le esigenze di tipo <em>individualistico</em> sono sempre  state molto forti.</p>
<p>Questo per dire che se in epoca feudale la chiesa si trovò a essere meno  invasiva nei confronti della natura, fu solo perché disponeva di mezzi  tecnologici di molto inferiori a quelli che si diede la classe borghese. Da un  lato quindi la chiesa romana considerava la natura uno strumento nelle mani di  dio (al pari del tempo (1)); dall&#8217;altro però non si sarebbe fatta scrupolo di  sottomettere la natura alle esigenze umane di dominio, o comunque non sarebbe  stata capace di trovare nella propria ideologia valide motivazioni per impedirlo  (né le trova oggi: basta vedere come inquina l&#8217;ambiente con le onde  elettromagnetiche di Radio Vaticana).</p>
<p>Quando la chiesa si opponeva allo sviluppo scientifico, non era tanto per  tutelare le esigenze riproduttive della natura, quanto piuttosto perché in  quello sviluppo scorgeva degli aspetti che mettevano in discussione le  fondamenta del proprio potere politico. Se la propria autorità politica si basa  anche sul fatto che tutti devono credere nel <em>geocentrismo</em>, è evidente che  se qualcuno parla di <em>eliocentrismo</em>, fosse anche un esponente del clero in  tutta la sua buona fede (come lo fu p.es. Copernico), non è possibile non  sospettarlo di &#8220;eresia&#8221;.</p>
<p>Al papato ci sono voluti 400 anni prima di ammettere che nei confronti di  Galilei ci si era sbagliati. Tuttavia Wojtyla, facendolo, non si era reso conto  che contro quella scienza antiecologica è invece venuto il momento di dire  qualcosa che sia davvero <em>umanistico</em> e <em>naturalistico</em>.  Paradossalmente quindi la chiesa romana nei confronti di Galilei ha sbagliato  due volte.</p>
<p>Nota</p>
<p>(1) Il tempo era considerato uno strumento nelle mani di dio, al punto che si  vietava il prestito a interesse, anche se poi, con la nascita dei comuni, la  teologia scolastica cominciò a tollerarlo a condizione che l&#8217;interesse non fosse  eccessivo. Dopodiché la chiesa fu costretta a inventarsi i monti di pietà per  venire incontro alle esigenze di quei cristiani che non erano in grado di pagare  eccessivi interessi. La storia dell&#8217;usura, sotto questo aspetto, sembra  anticipare quello che sarebbe avvenuto nell&#8217;evoluzione del pensiero scientifico.</p>
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		<title>Guerra e religioni</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2014 14:44:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Società e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
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		<description><![CDATA[I credenti, di qualsivoglia religione, possono compiere guerre in nome del loro dio? Una domanda del genere è mal posta, per almeno una ragione: la guerra in sé non è un male; lo è solo quando è offensiva; chi rifiuta una guerra difensiva è solo un codardo e, in definitiva, fa gli interessi del nemico. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I credenti, di qualsivoglia religione, possono compiere guerre in nome del  loro dio? Una domanda del genere è mal posta, per almeno una ragione: la guerra <em>in sé</em> non è un male; lo è solo quando è offensiva; chi rifiuta una guerra <em>difensiva</em> è solo un codardo e, in definitiva, fa gli interessi del  nemico.</p>
<p>Semmai ci si dovrebbe chiedere cosa si è fatto per impedirla. Il detto  latino, <em>si vis pacem para bellum</em>, guerrafondaio per definizione, andrebbe  rovesciato, <em>nisi bellum vis para pacem</em> (&#8220;se non vuoi la guerra, prepara  la pace&#8221;). Una guerra difensiva ha sempre una ragione in più, anzi ha l&#8217;unica  ragione possibile, anche se chi la fa non è un campione di democrazia. Lo  zarismo, p. es., vinse giustamente le truppe napoleoniche, e lo stalinismo  quelle hitleriane, e il Vietnam quelle americane, e via discorrendo.</p>
<p>Ancora oggi vediamo, nel mondo islamico, che alcune sue componenti scatenano  stragi, eccidi, persecuzioni in nome del fatto che hanno un dio diverso da far  valere o un modo diverso di vivere precetti religiosi più o meno simili.</p>
<p>Questa cosa non si verifica solo nel mondo islamico, ma anche là dove  esistono Stati confessionali o pluriconfessionali. È sufficiente infatti che  nelle compagini governative vi siano elementi del clero o che uno Stato abbia un  rapporto privilegiato con una determinata confessione, o che un capo di Stato o  un primo ministro, pur essendo un laico sul piano dello status civile, chieda  una &#8220;benedizione divina&#8221; per il buon esito di un conflitto bellico appena fatto  scoppiare, ed ecco che il rischio del fanatismo fa capolino. Rischi del genere  si corrono anche coi cosiddetti &#8220;Stati laici e a-confessionali&#8221;; figuriamoci con  tutti gli altri.</p>
<p>Ormai sembra essere diventata l&#8217;idea stessa di &#8220;Stato&#8221; a non garantire più  nulla di democratico. La democrazia è diventata una lotta quotidiana del  cittadino comune, al punto che la pretesa di garantirla, da parte di uno Stato,  sembra equivalere, <em>tout court</em>, a una sua violazione.</p>
<p>Laddove esistono società basate sugli antagonismi sociali, è facile diventare  &#8220;talebani&#8221;, anche senza richiamarsi a una religione specifica o a una modalità  particolare di vivere i suoi dogmi. Non solo quindi è la religione in sé che si  presta facilmente alle strumentalizzazioni del potere politico ed economico, ma  vi si prestano anche tutte quelle culture o quei valori di tipo  &#8220;fondamentalistico&#8221;, che sono &#8220;laici&#8221; solo all&#8217;apparenza.</p>
<p>Chiunque sia convinto d&#8217;avere la verità in tasca, sia egli credente o meno,  non potrà certo essere favorevole alla democrazia politica o all&#8217;eguaglianza  sociale o al rispetto dei valori umani universali. Laicità vuol dire non avere  alcuna idea che possa interferire con la necessità di soddisfare bisogni  indispensabili alla sopravvivenza del genere umano.</p>
<p>Indubbiamente oggi usare la religione per cercare d&#8217;imporre la propria  volontà, fa parte d&#8217;un retaggio medievale. Ma è anche vero che chi lo fa, si  trova a essere privo di altri strumenti culturali, è ideologicamente immaturo,  appunto perché proviene da ambienti disagiati, dove le contraddizioni sono molto  evidenti. Chi soffre si esprime come può quando decide di lottare.</p>
<p>Una persona di vedute aperte dovrebbe cercare di andare oltre certi modi di  esprimersi, per capire quali situazioni di disagio materiale vi stanno dietro.  E, in tal senso, fomentare scontri di civiltà &#8211; come fece p. es. l&#8217;ultima Oriana  Fallaci -, opponendo un &#8220;credo&#8221; a un altro, non fa che aumentare le distanze.  Laicità vuol dire abbassare i reciproci ponti levatoi, uscire disarmati dai  propri castelli e riempire insieme i reciproci fossati con della terra comune,  che possa servire a far pascolare le rispettive idee. In Italia vi sono stati  addirittura degli alti prelati che, preoccupati per un massiccio afflusso di  immigrati islamici, chiedevano di favorire solo quelli chiaramente &#8220;cristiani&#8221;!</p>
<p>Se guardiamo alla storia della chiesa cattolico-romana, dobbiamo dire che,  dopo la svolta costantiniana e soprattutto teodosiana, che fece diventare il  cristianesimo l&#8217;unica religione lecita, non c&#8217;è stato un momento in cui il  papato o comunque il clero o gli esponenti laici più intolleranti di questa  confessione, non abbiano usato motivazioni religiose per giustificare  persecuzioni, eccidi e guerre d&#8217;ogni genere. L&#8217;elenco è così lungo che ci  vorrebbero dei libri: in tal senso ci si può limitare a quelli di K. Deschner, <em>Il gallo cantò ancora</em> (Massari ed.) e di W. Peruzzi (scomparso di  recente), <em>Il cattolicesimo reale</em> (Odradek ed.), vere &#8220;bibbie&#8221;  sull&#8217;intolleranza cattolica.</p>
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