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	<title>ArruotaLibera &#187; Gheddafi</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Giulio Regeni, un cadavere gettato contro l&#8217;Eni e Al Sisi</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Aug 2017 11:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Al Sisi]]></category>
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		<description><![CDATA[La ricerca della verità riguardo l&#8217;uccisione al Cairo di Giulio Regeni a volte appare se non proprio pilotata almeno spintonata rudemente verso direzioni prestabilite. Vale a dire: 1) verso la chiusura del cerchio dando tutte le responsabilità agli apparati polizieschi e di sicurezza egiziani, cioè in definitiva al presidente Al Sisi, indicandolo come colpevole quanto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La ricerca della verità riguardo l&#8217;uccisione al Cairo di Giulio Regeni a volte appare se non proprio pilotata almeno spintonata rudemente verso direzioni prestabilite. Vale a dire:</strong></p>
<p><strong>1) verso la chiusura del cerchio dando tutte le responsabilità agli apparati polizieschi e di sicurezza egiziani, cioè in definitiva al presidente Al Sisi, indicandolo come colpevole quanto meno di omertà</strong><br />
<strong>2) e verso il biasimo dell&#8217;operato della nostra Eni per metterle almeno i bastoni tra le ruote, colpevole dell&#8217;enorme duccesso colto, come vedremo, proprio in Egitto. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>A guardar meglio le cose Al Sisi potrebbe essere invece vittima del tentativo di un <a href="https://en.m.wikipedia.org/wiki/David_Young_(Watergate)">qualche</a> &#8220;servizio&#8221; egiziano di screditarlo, date le lotte feroci che da sempre esistono in Egitto tra militari, anche perché sono loro i veri padroni dell&#8217;economia del Paese. Colpevole o vittima Al Sisi, sta di fatto che in ogni caso viene esercitata una pressione enorme anche sull’Eni.</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>La clamorosa notizia sparata di recente dal New York Times con un lungo articolo a firma dell&#8217;autorevole giornalista Declan Walsh sembra voler dire tutto, ma in realtà a leggerlo bene non chiarisce nulla, a partire da chi sia la fonte e se racconta fatti veri o no. Chiarisce però invece bene la volontà, appunto, di chiudere il cerchio attorno al collo di Al Sisi.</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Ecco i passi più importanti &#8211; riportati dai giornali italiani &#8211; dell&#8217;articolo di <a href="http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_16/regeni-lavoro-ad-oxford-analytica-genitori-giulio-non-era-servizi-23c620a8-d4af-11e5-8855-fe9a1275bf2e.shtml">Walsh,</a> dove il virgolettato è quanto detto a lui dalla fonte, purtroppo anonima, mentre il resto sono parole del giornalista: </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>&#8220;Gli Stati Uniti vennero in possesso dall’Egitto di prove di intelligence esplosive, prove che dimostravano come Regeni fosse stato rapito, torturato e ucciso da elementi della sicurezza egiziani&#8221;. Fonti dell’allora Amministrazione Obama citate dallo stesso giornale affermano che l’amministrazione USA era in possesso di “prove incontrovertibili delle responsabilità egiziane”. A questo punto il materiale venne girato “al governo Renzi su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca”. Ma “per evitare di svelare l’identità della fonte non furono passate le prove così come erano, né fu detto quale degli apparati di sicurezza egiziani si riteneva fosse dietro l’omicidio”. Altre fonti sempre citate dal New York Times affermano: “Non è chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, quello di uccidere” Regeni, ma “quello che gli americani sapevano per certo, e fu detto agli italiani, è che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze dell’uccisione “del ricercatore”&#8221;. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Il racconto pubblicato dal New York Times purtroppo è privo di qualunque elemento di prova e quindi potrebbe anche essere falso, la fonte potrebbe avere ingannato a bella posta Walsh per strumentalizzarne l&#8217;autorevolezza, tant&#8217;è che il governo italiano ha subito seccamente smentito la parte che lo tira in ballo. Ma vediamo come prosegue il racconto dell&#8217;articolo del New York Times, sempre tenendo presente che il virgolettato è quanto detto a Walsh dalla sua fonte, mentre il resto sono parole del giornalista:</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>&#8220;“Non abbiamo dubbi di sorta sul fatto che i fatti questo fosse conosciuto anche dai massimi livelli”. Insomma, non sapevamo se fosse loro la responsabilità, ma sapevano, sapevano”. Questo portò alcune settimane dopo “l’allora segretario di Stato, John Kerry, a un aspro confronto con il ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry, nel corso di un incontro che si tenne a Washington”. Si trattò di una conversazione “quanto mai burrascosa” anche se da parte della delegazione americana non si riuscì a capire se il ministro stesse erigendo un muro di gomma o semplicemente non conoscesse la verità&#8221;.</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Come si vede, con la prima frase la fonte ammette che gli USA non sapevano se Al SISI e dintorni fossero colpevoli o no, si limita ad affermare che sapevano cosa fosse successo, e con l&#8217;ultima frase riporta tutto in alto mare: il ministro degli Esteri egiziano forse del caso Regeni non ne sapeva nulla, cosa piuttosto inspiegabile se Al Sisi e i vari apparati fossero davvero colpevoli. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Dobbiamo ricordare che nell&#8217;agosto di due anni fa, qualche giorno prima della scomparsa e uccisione di Regeni, l’ENI aveva scoperto nelle acque del mare egiziano il più grande giacimento di gas del Mediterraneo. Si chiama Zhor e contiene la mostruosa quantità di 850 miliardi di metri cubi di gas, in grado di dare all&#8217;Egitto l&#8217;autonomia energetica per un bel pezzo e alla società italiana un bel pacco di miliardi di euro. Ce n&#8217;è abbastanza per scatenare gli appetiti e la concorrenza dei vari Stati che, come la Francia e l&#8217;Inghilterra, per non parlare degli Stati Uniti, per accaparrarsi le altrui fonti energetiche hanno ampiamente e sempre dimostrato di non arretrare di fronte a nulla, guerre comprese.</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Gli egiziani sono così imbecilli da alienarsi le simpatie dell&#8217;Italia dell&#8217;ENI con un delitto spettacolare da incapaci? Gli agenti dello spionaggio ti fanno sparire e basta, senza lasciare tracce, e lo sanno fare a iosa anche quelli egiziani, senza ricorrere a torture e sevizie da vecchi film. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Regeni invece è stato ucciso con metodi più da camorra che da &#8220;servizi&#8221; e il suo cadavere, con bene in vista le prove di quei metodi, è stato dato in pasto all&#8217;opinione pubblica indirizzando di conseguenza le indagini in modo fin troppo scoperto. Come se le polizie e i servizi segreti di Al-Sisi dovendo liquidare qualcuno fossero così scemi e autolesionisti da autodenunciarsi mettendo in piazza la via crucis e la crocifissione finale della loro vittima anziché farla sparire totalmente come avvenuto e avviene regolarmente non solo in Egitto. Se del povero Regeni non si fosse fatto trovare nulla, non sarebbe scoppiata nessuna tempesta. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Bisogna inoltre per onestà e completezza  ricordare che secondo il quotidiano La Stampa ( </strong><br />
<strong><a href="https://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html">https://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html</a>    ) il 28enne Giulio Regeni, da dieci anni in Inghilterra, dove si è laureato, conoscitore della lingua araba,  e dottorando in un&#8217;Università sempre inglese, collaborava &#8211; a propria insaputa o no &#8211; con i servizi segreti inglesi, il famoso, mitico e sempre sfuggente M16. L&#8217;articolo, scritto a Londra, prende lo spunto dal fatto che Regeni aveva lavorato un anno per la Oxford Analytica ( <a href="https://en.m.wikipedia.org/wiki/Oxford_Analytica">https://en.m.wikipedia.org/wiki/Oxford_Analytica</a> ), società che a detta dell&#8217;autore dello stesso articolo, Alessandra Rizzo, è dei servizi inglesi. Affermazione che però non trova conferma ufficiali, ovviamente. Interessante comunque notare che la Oxford Analytica è stata fondata da un ex consigliere del Segretario di Stato Usa Henry Kissinger ed ex membro del potentissimo National Security Council all&#8217;epoca di Nixon, nel cui Watergate fu coinvolto, tale David Young (<a href="%20https://en.m.wikipedia.org/wiki/David_Young_(Watergate)"> https://en.m.wikipedia.org/wiki/David_Young_(Watergate)</a>   ).</strong></p>
<p><strong>Forse Regeni con l&#8217;M16 non c&#8217;entrava nulla, ma l&#8217;intervista (  <a href="http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_16/regeni-lavoro-ad-oxford-analytica-genitori-giulio-non-era-servizi-23c620a8-d4af-11e5-8855-fe9a1275bf2e.shtml">http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_16/regeni-lavoro-ad-oxford-analytica-genitori-giulio-non-era-servizi-23c620a8-d4af-11e5-8855-fe9a1275bf2e.shtml</a> ) al Numero Uno della Oxford Analytica, Graham Hutchings, pubblicata il 16 febbraio dell&#8217;anno scorso dal Corriere della Sera e gli annessi &#8220;No comment&#8221; di una sua collega di lavoro lasciano perplessi. Come che sia, è impensabile che l&#8217;M16 dato il campo di studi e ricerche del nostro connazionale non abbia preso diligentemente nota della sua presenza. </strong><br />
<strong>Il giornalista Marco Gregoretti, ex inviato di “Panorama” e vincitore del Premio Saint-Vincent per i suoi servizi sulle violenze (stupri, torture) commesse nelle missioni di pace in Somalia, ha ipotizzato anche una collaborazione con i servizi segreti civili italiani ( </strong><br />
<strong><a href="http://www.marcogregoretti.it/cronaca-misteri/giulio-regeni-era-un-agente-segreto-dellaise/">http://www.marcogregoretti.it/cronaca-misteri/giulio-regeni-era-un-agente-segreto-dellaise/</a> ). Che però hanno prontamente smentito, anche se in ogni caso non avrebbero potuto fare altro. </strong><br />
<strong>Difficile, se  non impossibile, stabilire con certezza cosa ci sia di vero in quelle notizie. Che a onor del vero paiono un po&#8217; tirate per i capelli, possibile frutto del sensazionalismo che in certi casi non manca mai, ma contribuiscono a rendere il quadro meno decifrabile di quel che sembra o si vuole far sembrare. Il caso riguardante la scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983, è un caso da manuale per quanto riguarda i danni da sensazionalismo e scoopismo a tutt i costi. </strong><br />
<strong> Altre perplessità e domande possono nascere dal fatto che è molto impegnata nella campagna &#8220;Verità per Regeni&#8221; l&#8217;organizzazione non governativa (ONG) Amnesty International. I malpensanti hanno notato infatti che il suo organigramma USA riporta presenze come quella della direttrice esecutiva dal 2012 al 2013, Suzanne Nossel, con un passato al Dipartimento di Stato americano, e come quella di chi ne ha preso il posto, Margaret Huang, nel cui curriculum figura un impiego presso il Comitato per gli Affari Esteri del Senato, sempre Usa. Ovviamente c&#8217;è chi si chiede se le due manager una volta entrate in Amnesty abbiano o no reciso ogni legame con i citati ambienti di provenienza.</strong><br />
<strong>Domande eccessive e fuori luogo? Può darsi. Però non manca neppure chi fa notare che tra i maggiori finanziatori di Amnesty sono comparse la Ford Foundation e la Open Society Foundations. La prima è tra le più ricche fondazioni statunitensi, sovvenziona fin dal 1954  il famoso e molto chiacchierato gruppo Bilderberg. La seconda è invece la cassaforte della quale lo straricco speculatore globale George Soros si serve per finanziare rivoluzioni e sommosse ovunque ci sia da lucrare attirando interi Paesi, dalla Libia all’Ucraina, nell&#8217;orbita occidentale e magari anche Nato. </strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong> Insomma, non si può affatto escludere che Regeni, in nome della ormai secolare lotta feroce per le fonti energetiche, possa essere stato ucciso o fatto uccidere e fatto ritrovare apposta cadavere martoriato, se non per mano almeno per ispirazione dei servizi di Sua Maestà out similia. Che potrebbero anche avere &#8220;solo&#8221; suggerito a poliziotti e 007 egiziani a libro paga di fare quello che è stato fatto. Non c&#8217;è bisogno di accusare in blocco l&#8217;M16 o uno degli organi di sicurezza egiziani: noi italiani sappiamo benissimo che certe cose, specie se orrende, possono essere farina del sacco non dei servizi segreti in quanto tali, quelli ufficiali, ma dei loro &#8220;pezzi deviati&#8221;&#8230;</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Mettere in difficoltà Al Sisi e l&#8217;Eni avrebbe l&#8217;indubbio vantaggio di prendere due piccioni con una fava. Nonostante tutto, l&#8217;Eni in quei giorni tempestosi è però riuscita comunque a portare a casa il contratto per lo sfruttamento di Zhor. Ma è da notare che qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere del nostro connazionale la British Petroleum è riuscita a concludere con l’egiziana Natural Gas Holding Company (EGAS) un bel contratto che prevede tra l&#8217;altro lo sviluppo del giacimento Atoll di gas, a nord di Damietta, e una concessione offshore nel delta orientale del Nilo. </strong><br />
<strong>In aggiunta, l&#8217;allora presidente francese Hollande è riuscito a vendere all&#8217;Egitto armi per oltre un miliardo di dollari, compresi aerei piuttosto vecchi. È impressionante vedere a volte all&#8217;aeroporto del Cairo la sterminata quantità di aerei piuttosto obsoleti dismessi soprattutto dall&#8217;Europa. Aerei a parte, è noto che Italia e Francia dietro le quinte dei bei sorrisi sono da sempre in lotta dura tra loro per accaparrarsi gas e petrolio altrui. La nostra ENI (in origine acronimo di Ente Italiano Idrocarburi) per poter avere ottimi rapporti con l&#8217;Algeria, importante produttrice di gas naturale e petrolio, ne ha finanziato sotto banco la Resistenza contro la Francia coloniale occupante. La Francia in tempi più recenti ha ricambiato il favore organizzando, assieme agli inglesi, la caduta di Gheddafi e la &#8220;rivoluzione&#8221; libica anche per scalzare l&#8217;Italia prendendone almeno in parte il posto nei buoni rapporti, vale a dire negli 11 miliardi di euro di interscambio. Come conferma il recente tentativo della francese Total di soppiantare l&#8217;Eni.</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>Così stando le cose, le proteste per la ripresa in questi giorni delle relazioni diplomatiche con l&#8217;Egitto, fatta oltretutto passare per uno schiaffo in faccia alla famiglia Regeni, ha un sapore leggermente strumentale, oltre che buonista e &#8220;politicamente corretto&#8221; a metà tra il libro Cuore e Alice nel Paese delle Meraviglie. Buono solo a farsi un po&#8217; di (dubbia) pubblicità.</strong></p>
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		<title>Parigi brucia? I tragici errori dell&#8217;interventismo Usa e della Francia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 23:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia mi è arrivata tramite messaggio whatsapp di una mia amica mentre a Milano ascoltavo un concerto di musica sacra nella chiesa di S. Maria dei Miracoli presso S. Celso: “Parigi, spari ed esplosioni in vari punti della città, almeno 18 morti”. Ho pensato a uno scherzo di pessimo gusto, ma il messaggio conteneva [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La notizia mi è arrivata tramite messaggio whatsapp di una mia amica mentre a Milano ascoltavo un concerto di musica sacra nella chiesa di S. Maria dei Miracoli presso S. Celso: “Parigi, spari ed esplosioni in vari punti della città, almeno 18 morti”. Ho pensato a uno scherzo di pessimo gusto, ma il messaggio conteneva anche un link di Repubblica che parlava di un bilancio tanto catastrofico da parermi impossibile, irreale.</strong><br />
<strong>Sono uscito di corsa dalla chiesa e mi sono attaccato al telefono per cercare notizie di miei amici e amiche care con casa a Parigi. Non ho trovato nessuno e ho lasciato messaggi, rimasti senza risposta fino al pomeriggio del giorno dopo. Ho rivissuto così, ma molto ampliata, l’ansia provata lo scorso 26 giugno quando al computer ho letto del massacro di Sousse, in Tunisia: 38 morti e 36 feriti a soli 350 metri da dove abitano miei amici di quando ero adolescente, che per fortuna mi hanno richiamato dopo qualche minuto per tranquillizzarmi sulla loro sorte, non si erano accorti di niente ( <a href="http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/terrorismo-italiani-di-tunisia-non-hanno-paura-sono-meglio-di-noi-tasse-solo-3-clima-per-pensionati-2221165/">http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/terrorismo-italiani-di-tunisia-non-hanno-paura-sono-meglio-di-noi-tasse-solo-3-clima-per-pensionati-2221165/</a> ).</strong></p>
<p><strong>E m’è tornato il gelo alla schiena del 7 luglio 2005, quando mentre ero in auto per andare in vacanza mi ha raggiunto la telefonata di un mio amico medico che chiedeva con insistenza e voce preoccupata se un mio familiare era tornato in Italia o ancora a Londra. Seppi così dal mio amico che alle 8:50 di mattina c’era stata la strage alla metropolitana di Londra ( <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_7_luglio_2005_a_Londra">https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_7_luglio_2005_a_Londra</a> ): tre bombe su altrettanti convogli che massacrarono 56 persone e ne ferirono ben 700. Un ordigno era esploso tra le stazioni di King&#8217;s Cross St. Pancras e Russell Square, e il mio familiare usava prendere il metrò a Russel Square. Seduto sui banchi di una scuola di lingua inglese, il mio familiare aveva il telefonino spento. Poté richiamarmi solo nel primo pomeriggio, quando ero ormai in paranoia. Seppi così che non gli era successo niente, ma l’aveva scampata per poco: aveva preso il metrò un quarto d’ora prima di quello fatale.</strong></p>
<p><strong>Tutto ciò premesso, veniamo al venerdì nero di Parigi, concluso con l’agghiacciante bilancio di 129 morti e 352 feriti. Oltre al dolore per la mattanza, c’è lo sbigottimento e l’incredulità per la strana e sensazionale inefficienza dei servizi di informazione e di sicurezza francesi e della Nato, tanto che credo proprio che il capo di Stato Hollande dovrebbe dimettersi e con lui qualche ministro e i vertici dei servizi. Come è possibile che dopo le stragi nella redazione del settimanale Charlie Hebdo a Parigi e nell’ipermercato kosher a Porte de Vincennes, fresche di sangue perché avvenute il 7 gennaio di quest’anno ( <a href="http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/terrorismo-assalto-armato-a-parigi-charlie-hebdo-strage-10-morti-2066504/">http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/terrorismo-assalto-armato-a-parigi-charlie-hebdo-strage-10-morti-2066504/</a> ), nessuno degli addetti ai lavori abbia avuto notizia del nuovo pericolo? Come è possibile che nessuno si sia accorto di quanto stavano preparando non tre cani sciolti come quelli del 7 gennaio, ma un nutrito gruppo di persone? Persone che hanno potuto scegliere indisturbati i vari obiettivi dove seminare la morte. Come è possibile che la Francia, sapendo bene di essere molto implicata nel crollo del regime libico di Gheddafi, finito anche ammazzato come un cane, e quindi sapendo bene di essere sicuramente nel mirino di gruppi e bande assetate di vendetta, si sia fatta cogliere così impreparata?</strong></p>
<p><strong>I dubbi aumentano, legittimamente, visto che nessuno smentisce le notizie pubblicate dal giornale di Calais La Voix du Nord ( <a href="https://www.wsws.org/fr/articles/2015/oct2015/cach-o05.shtml%20">https://www.wsws.org/fr/articles/2015/oct2015/cach-o05.shtml </a>) riguardo il segreto di Stato opposto ai magistrati di Lille che volevano sapere come mai il terrorista Amedy Coulibaly, autore del massacro di cinque clienti dell’ipermercato, si trovasse in possesso di un mitra Skorpion, un fucile d’assalto vz 58 e due pistole Tokarev. Tutte armi da guerra prodotte in Cecoslovvachia. La Voix du Nord ha scritto che quelle armi, per comprare le quali Coulibaly ha dovuto chiedere un prestito di 6.000 euro ( <a href="http://www.lavoixdunord.fr/france-monde/amedy-coulibaly-avait-contracte-un-pret-de-6000-qui-ia0b0n2599793%20">http://www.lavoixdunord.fr/france-monde/amedy-coulibaly-avait-contracte-un-pret-de-6000-qui-ia0b0n2599793 </a>) arrivavano da “una rete costituita da forze dello Stato. Rete che le comprava dal mercato delle armi dismesse servendosi di intermediari malavitosi per farle avere in Siria ai ribelli jihadisti. Tradotto in italiano: la strage dell’ipermercato è stata perpetrata con armi procurate dallo Stato francese per supportare i terroristi impegnati in Siria contro Assad, terroristi dal cui bacino si sono materializzati sia i loro compari del 7 gennaio che quelli del 13 novembre.</strong></p>
<p><strong>E dire che Assad nella sua intervista del 5 dicembre 2014 a Paris Match ( <a href="http://www.statopotenza.eu/17130/assad-a-paris-match-mai-una-siria-giocattolo-delloccidente">http://www.statopotenza.eu/17130/assad-a-paris-match-mai-una-siria-giocattolo-delloccidente</a> ) era stato chiaro:</strong></p>
<p><strong>&#8220;&#8230;Da 20 anni il terrorismo è stato esportato dalla nostra regione, in particolare dai paesi del Golfo come l’Arabia Saudita [ndr: Bin Laden era una creature dei sauditi, che finanziavano volentieri i suoi talebani] . Ora viene dall’Europa, specialmente dalla Francia. Il più grande contingente di terroristi occidentali in Siria è quello francese. Il terrorismo in Europa non sta dormendo, è sveglio….Siamo spiacenti di non vedere l’Occidente, che credevamo in grado di aiutare con l’apertura e lo sviluppo, prendere la direzione opposta. Peggio, i suoi alleati sono i paesi medievali del Golfo come l’Arabia Saudita…”.</strong></p>
<p><strong>E a proposito di Arabia Saudita, regno dal regime medioevale e con le donne prive del diritto perfino di poter guidare l’auto a piacimento, forse il nostro capo del governo poteva risparmiarsi la recente visita ( Renzi a Ryad: <a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/11/07/matteo-renzi-viaggio-arabia-saudita_n_8499612.html">http://www.huffingtonpost.it/2015/11/07/matteo-renzi-viaggio-arabia-saudita_n_8499612.html</a> ): certo, gli affari sono affari, ma in certi casi non è vero che i soldi non puzzano, e comunque per gli affari con i sauditi non c’è bisogno delle visite a Ryad di Renzi.</strong></p>
<p><strong>Riguardo gli errori commessi da Europa e Usa nel servirsi dei fanatici dell’Isis, così come a suo tempo gli Usa si servirono di Bin Laden e dei talebani, e riguardo le responsabilità, ormai ammesse dagli Usa e dall’Inghilterra, dell’avere fatto nascere e crescere l’Isis come a suo tempo Bin Laden e i talebani, e poi anche al Qaeda, per chi vuole approfondire l’argomento pripongo un&#8217;utile scelta di articoli e video:</strong></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/esteri/15_luglio_26/curdi-pkk-amici-tempo-turchia-stati-uniti-iraq-iran-ambiguita-92115652-336c-11e5-b9cb-8f0de84308fe.shtml"><strong>http://www.corriere.it/esteri/15_luglio_26/curdi-pkk-amici-tempo-turchia-stati-uniti-iraq-iran-ambiguita-92115652-336c-11e5-b9cb-8f0de84308fe.shtml</strong></a><br />
<a href="http://www.piovegovernoladro.info/2015/08/16/quella-maledetta-profezia-di-gheddafi/"><strong>http://www.piovegovernoladro.info/2015/08/16/quella-maledetta-profezia-di-gheddafi/</strong></a><br />
<a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Tony-Blair-chiede-scusa-ea200e11-119a-470a-bb1a-c72ae1c52fa1.html"><strong>http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Tony-Blair-chiede-scusa-ea200e11-119a-470a-bb1a-c72ae1c52fa1.html</strong></a><br />
<a href="http://nypost.com/2015/05/27/rand-paul-says-gop-hawks-created-isis/"><strong>http://nypost.com/2015/05/27/rand-paul-says-gop-hawks-created-isis/</strong></a><br />
<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/30/isis-chi-lo-finanzia-americani-e-alleati-naturalmente/1733028/"><strong>http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/30/isis-chi-lo-finanzia-americani-e-alleati-naturalmente/1733028/</strong></a><br />
<a href="http://www.washingtontimes.com/news/2015/jun/9/bruce-fein-rand-paul-is-right-neocons-created-isis/?page=all"><strong>http://www.washingtontimes.com/news/2015/jun/9/bruce-fein-rand-paul-is-right-neocons-created-isis/?page=all</strong></a><br />
<a href="http://www.wallstreetitalia.com/john-mccain-un-uomo-pericoloso-il-suo-ruolo-nel-lancio-dell-isis/"><strong>http://www.wallstreetitalia.com/john-mccain-un-uomo-pericoloso-il-suo-ruolo-nel-lancio-dell-isis/</strong></a></p>
<p><a href="http://www.thedailybeast.com/articles/2015/08/31/petraeus-use-al-qaeda-fighters-to-beat-isis.html"><strong>http://www.thedailybeast.com/articles/2015/08/31/petraeus-use-al-qaeda-fighters-to-beat-isis.html</strong></a></p>
<p><a href="http://www.thedailybeast.com/articles/2015/08/31/petraeus-use-al-qaeda-fighters-to-beat-isis.html"><strong>http://www.thedailybeast.com/articles/2015/08/31/petraeus-use-al-qaeda-fighters-to-beat-isis.html</strong></a><br />
<a href="http://theantimedia.org/john-mccain-admits-hes-intimate-with-isis/"><strong>http://theantimedia.org/john-mccain-admits-hes-intimate-with-isis/</strong></a><br />
<a href="http://www.pinonicotri.it/2015/01/larabia-saudita-finazia-il-terrorismo-compreso-l11-settembre-delle-twin-towers-di-new-york/"><strong>http://www.pinonicotri.it/2015/01/larabia-saudita-finazia-il-terrorismo-compreso-l11-settembre-delle-twin-towers-di-new-york/</strong></a></p>
<p><strong>A conti fatti, non si può non essere d’accordo con quanto scritto da Famiglia Cristiana ( <a href="http://m.famigliacristiana.it/articolo/francia-almeno-smettiamola-con-le-chiacchiere.htm">http://m.famigliacristiana.it/articolo/francia-almeno-smettiamola-con-le-chiacchiere.htm</a> ):</strong></p>
<p><strong>“FRANCIA: ALMENO SMETTIAMOLA CON LE CHIACCHIERE</strong><br />
<strong>Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l&#8217;Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell&#8217;aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.</strong><br />
<strong>15/11/2015</strong><br />
<strong>di Fulvio Scaglione</strong><br />
<strong> E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’ unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’ impronta presa da un dito, l’ unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’ esplosione della cintura da kamikaze che indossava.</strong><br />
<strong> Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.</strong><br />
<strong> Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’ Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’ è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’ Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’ Europa. </strong><br />
<strong> Quando l’ Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’ hanno richiamato all’ ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.</strong><br />
<strong> Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’ alleanza militare che rappresenta l’ Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’ Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.</strong><br />
<strong> Nel frattempo l’ Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’ umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’ è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.</strong><br />
<strong> Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’ Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’ abbiamo riempito, con l’ Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’ importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’ Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.</strong><br />
<strong> Solo l’ altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’ umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’ Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.</strong><br />
<strong> Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’ Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’ Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più&#8221;.</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Dopo l&#8217;Iraq e la Libia, ora tocca alla Siria. In attesa di poter colpire di nuovo l&#8217;Iran. Intanto con la politica monetaria strangoliamo anche le economie emergenti</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 23:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/09/1234921_694221020591353_1979669988_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4318" title="1234921_694221020591353_1979669988_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/09/1234921_694221020591353_1979669988_n.jpg" alt="" width="700" height="700" /></a>Paragonare il siriano Assad, o chiunque altro, a Hitler è solo da ignoranti, cinici, bari e quindi disonesti. Eppure è  il comportamento del Segretario di Stato Usa John Kerry, nonostante che lui la sua signora con Hitler-Assad ci abbiano beatamente cenato qualche anno fa. Tanta cialtroneria da parte di Kerry è solo il patetico tentativo di ipnotizzare di nuovo gli americani e il mondo come già fatto a suo tempo per poter invadere l&#8217;Iraq. Questa volta però non potendo ripetere la gigantesca balla e il gigantesco inganno, al proprio popolo di statunitensi e al mondo intero, delle &#8220;bombe atomiche e altre armi di distruzione di massa di Saddam&#8221; ecco che si ripiega sull&#8217;uso dei gas attribuito ad Assad. Anche questa volta sono stati subito scoperti dei falsi, per esempio l&#8217;uso di una foto che mostra decine di cadaveri già usata per accusare di stragi Saddam ora usata di nuovo per accusare di stragi Assad. </strong></p>
<p><strong>Domanda: cosa può fare Kerry, oltre a fregare ancora di più i palestinesi, nella sua veste di asserito mediatore negli incontri da lui voluti tra palestinesi e israeliani per la ormai mitologica ricerca di un accordo di pace? </strong></p>
<p><strong>E&#8217; particolarmente vergognoso che a mentire pur di arrivare a colpire militarmente un altro Paese sia un premio Nobel per la Pace qual è Obama. La vergogna è doppia perché a colpire la musulmana Siria, sempre con l&#8217;obiettivo di fondo di colpire infine l&#8217;Iran per accontentare il governo israeliano, sia lo stesso Obama che all&#8217;inizio del suo primo mandato ha promesso in un discorso a Il Cairo &#8220;un&#8217;era di rapporti nuovi con il mondo islamico&#8221;. S&#8217;è visto&#8230;. E teniamo presente che gli Usa hanno già colpito pesantemente l&#8217;Iran due volte: la prima volta quando organizzarono il colpo di Stato contro il democraticamente eletto presidente Mossadeq, la seconda quando aiutarono in tutti i modi l&#8217;Iraq di Saddam nella sanguinosa guerra, qualche milione di morti, contro l&#8217;Iran.</strong></p>
<p><strong>E&#8217; infine raccapricciante che a fare la voce grossa e a minacciare sfracelli per l&#8217;asserito uso di gas da parte del governo  siriano  siano quegli Usa che oltre a usare il gas per eseguire le sentenze di condanne a morte dei propri cittadini sono gli stessi Usa che aiutarono Saddam a sterminare col gas almeno quattro volte migliaia di iraniani durante la guerra Iraq-Iran. Gli Usa infatti fornirono  all&#8217;Iraq le informazioni di intelligence per poter colpire senza errori le truppe iraniane. E quando gli iraniani inviarono vari rapporti ai servizi segreti Usa per denunciare l&#8217;uso dei gas da parte degli iracheni i servizi segreti statunitensi fecero vergognosamente finta di niente. Da notare che una ricerca ha dimostrato vari anni fa che almeno il 10% delle condanne a morte negli Usa colpiscono innocenti. Cittadini statunitensi gasati quindi benché innocenti. Esattamente come farebbe Saddam stando a quanto affermano Kerry e Obama. Ma cos&#8217;è più grave? L&#8217;eventuale uso di gas da parte di Assad che avrebbe ammazzato 1.500 siriani o l&#8217;uso delle menzogne sulle &#8220;bombe atomiche irachene&#8221; </strong><strong>da parte di Bush junior che mandò così a farsi ammazzare ben più di 1.500 soldati statunitensi? Per una guerra, si noti, che ha provocato centinaia di migliaia di morti tra gli iracheni e, da parte deglle truppe Usa, anche l&#8217;uso delle armi al fosforo bianco proibite esattamente come i gas. </strong></p>
<p><strong>La realtà è che gli Usa e l&#8217;Europa, cioè l&#8217;Occidente, non intendono accettare che i popoli sfruttati prima col colonialismo e poi con il neocolonialismo e imperialismo possano dotarsi di Stati unitari, e di economie ben sviluppate, che non siano regimi orribili e fanatici in fatto di religione come l&#8217;Arabia Saudita o le monarchie del Golfo. Orribili, ma felici di incassare e godersi le cifre gigantesche ricavate con le  vendite di petrolio all&#8217;Occidente, che sulle loro malefatte, in primo luogo il trattare le donne come oggetti privi di ogni diritto, chiude entrambi gli occhi pur di essere rifornito di petrolioe sogna che restino solo i nostri serbatoi di oro nero. E anzi mostra felice alle proprie opinioni pubbliche le enormi Disneyland quali sono di fatto le capitali del Golfo, tacendo da cosa sono corcondate nel resto del territorio. Tutti gli Stati laici, dall&#8217;Iran di Mossadeq alla Libia di Gheddafi passando per l&#8217;Iraq di Saddam, sono stati combattuti e frantumati spingendoli verso il tribalismo e il fanatismo religioso. Gli Usa e l&#8217;Europa al mondo islamico che non si piega sanno offrire solo la fine fatta fare agli indiani d&#8217;America, agli indios del Centro e Sud America e agli aborigeni australiani. Ma sperare in un bis del successo di quella ricetta è forse illusorio, in un mondo decisamente cambiato e nel quale crescono giganti economico militari che non hanno nessun motivo per amarci. Avanti di questo passo, con il continuo trasferimento di richezza finanziaria verso i &#8220;Paesi produttori&#8221;, è più probabile che faremo la fine dell&#8217;impero romano: da una parte rovinato dalla bella vita e dai vizi, dall&#8217;altra impoverito per il continuo trasferimento della massa monetaria, vale a dire oro e argento,  verso l&#8217;Oriente produttore di ogni  ben di Dio, dalle spezie alle sete e ale pietre preziose, ben di Dio che costava sempre più caro, ma senza il quale i romani non sapevano più vivere. Il ben di Dio che forse ci colerà a picco è quell&#8217;energia elettrica e quella benzina che, ricavate dal petrolio che non possediamo a sufficienza, sono ormai alla base dell&#8217;intera nostra vita.</strong></p>
<p><strong>Da una parte lo strangolamento politico militare. Dall&#8217;altra, come dimostra l&#8217;articolo di Raimondi e Lettieri che segue il mio, lo strangolamento monetario e finanziario delle economia emergenti.</strong></p>
<p><strong>Ma torniamo alla situazione siriana.<span id="more-4314"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Obama dopo giorni di suspense ha infine tirato fuori la &#8220;pistola fumante&#8221; che a suo dire inchioda il governo siriano sull&#8217;atroce responsabilità dell&#8217;uso dei gas contro la sua popolazione civile. Si tratta di un documento di quattro paginette che riportano foto di satelliti che mostrano da dove sono partiti i missili con le bombe caricate con il micidiale gas sarin o affini come il tabun, e la trascrizione di intercettazioni telefoniche di ufficiali siriani man mano impegnati a dare l&#8217;ordine del lancio, quello di indossare le maschere antigas e a dirsi preoccupati che gli ispettori dell&#8217;Onu scoprano le loro orribili responsabilità. E a proposito di ispettori dell&#8217;Onu c&#8217;è da osservare come prima cosa che Obama ha deciso di non tener conto dei risultati delle loro verifiche in Siria, visto che non saranno pronti prima di 10-14 giorni. Spiace dirlo, ma questo snobbare gli ispettori dell&#8217;Onu da parte di Obama ricorda il comportamento di Bush figlio quando ignorò completamente quanto affermavano gli ispettori del Palazzo di Vetro in Iraq riguardo le &#8220;armi di distruzioni di massa&#8221;, bombe atomiche e chimiche comprese: loro insistevano a dire che non esistevano, ma Bush come è noto fece di testa sua. </strong></p>
<p><strong>Insomma, la &#8220;pistola fumante&#8221; mostrata da Obama pare proprio abbia le impronte digitali di Saddam. Ma è proprio così? Le quattro paginette di documenti sono credibili? Buttiamo a mare Eschilo e la sua prudenza quando affermava che &#8220;La prima vittima in guerra è la verità&#8221;? Affermazione peraltro dimostrata come vera infinite volte dalla Storia. Andiamo per ordine e senza preconcetti, senza cioè tifoserie da stadio pro o contro.</strong></p>
<p><strong>Le prove degli Usa non devono essere a prova di bomba &#8211; espressione quanto mai adatta alla situazione &#8211; se il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha rilasciato una dichiarazione ancora scettica. Il fatto che inviti gli americani a &#8220;mostrare le prove&#8221; farebbe pensare che la sua dichiarazione è precedente, anche se di poco, rispetto quella di Obama sulle prove che &#8220;inchiodano Assad&#8221;. E&#8217; però più probabile che Putin quelle parole le abbia dette non perché ancora non informato delle ultime acquisizioni, ma perché non le ritiene affatto prove degne di essere prese in considerazione. Forse perché poco tempo fa la Russia ha fatto avere all&#8217;Onu, alla Cina, Francia, Usa e Regno Unito un dossier di 80 pagine </strong><strong>sull’uso </strong><strong>di gas Sarin da parte dei dai ribelli a Khan al-Assal. Un dossier che ha permesso al </strong><strong>portavoce del ministero degli Esteri russo, Aleksandr Lukashevich, di dichiarare “stiamo ottenendo nuove prove che questo atto criminale era di natura provocatoria”. Non dimentichiamo che </strong><strong>già il 6, maggio a parlare di prove sull’uso di gas sarin da parte dei ribelli era stato il magistrato svizzero Carla Del Ponte, ex procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per i delitti contro l’umanità compiuti nell’ex-Jugoslavia. Certo Del Ponte non è sospettabile di simpatie pro Assad. E teniamo presente che a combattere contro Assad sul campo in Siria è anche Al Qaeda, i cui uomini assieme ai mercenari pagati e armati dall&#8217;Arabia Saudita e da altri regimi arabi retrogradi sono pronti a tutto esattamente come lo erano, e lo sono tuttora, in Afganistan. Non dimentichiamo che Al Qaeda è ritenuta responsabile dagli stessi Stati Uniti dell&#8217;attentato suicida che ha distrutto le Twin Towers l&#8217;11 settembre 2001. E che riguardo la presenza massiccia in Siria di Al Quaeda, l’analista politico Nasser al-Omari intervistato dalla Press TV ha dichiarato che “</strong><strong>Quello che abbiamo in Siria in questo momento è che sono fondamentalmente elementi di al-Qaeda in realtà a dettare legge in molti, molti posti&#8221; ( </strong><strong> </strong><a href="http://www.presstv.ir/detail/2013/08/17/319123/alqaeda-opposition-linchpin-in-syria/"><strong>http://www.presstv.ir/detail/2013/08/17/319123/alqaeda-opposition-linchpin-in-syria/</strong></a><strong> ).</strong></p>
<p><strong>Prima di analizzare meglio la credibilità delle prove esibite dagli Usa dobbiamo però dire che una bugia o una affermazione spiacevolmente incompleta l&#8217;ha detta il presidente francese Hollande, interventista come spesso gli uomini del suo partito, dal Vietnam all&#8217;Algeria e alla Libia. Hollande ha infatti dichiarato che a usare il gas non possono essere stati i ribelli perché  &#8220;è appurato che l&#8217;opposizione non detiene nessun&#8217;arma di questo tipo&#8221;. Evidentemente Hollande ignora quanto &#8220;è appurato&#8221; in Turchia. </strong><strong>Secondo un rapporto dell’agenzia statale turca Zaman, diramato il 30 maggio scorso, agenti della Direzione generale di sicurezza turca (Emniyet Genel Müdürlügü) il 29 maggio “hanno sequestrato 2 chili di gas Sarin nella città di Adana, alle prime ore di ieri mattina. Le armi chimiche erano in possesso ai terroristi di al-Nusra che si ritiene fossero diretti in Siria”. E certo i terroristi del gruppo siriano Al Nusra Front, appassionati amanti della &#8220;guerra santa&#8221;, che intendono anche esportare, i due chili di sarin non se l&#8217;erano procurato per usarli come fermacarte.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Veniamo ora alle prove in mano ad Obama secondo quanto riportato dalla stampa. Le foto e le riprese satellitari per essere credibili dovrebbero mostrare i singoli lanci come se fossero stati visti da pochi metri di distanza, permettendo di capire bene di che tipo di missili si tratta e che divise indossano chi li lancia. Da oltre 10 anni è provato che i satelliti e gli aerei spia Usa sono in grado di leggere perfino le targhe dei camion. Quando nell’ottobre 1962 ci fu la crisi di Cuba i satelliti artificiali, esistenti dal gennaio 1958, e gli aerei spia statunitensi d’altissima quota U2 avevano fotografato perfino i cespugli delle basi dove i sovietici intendevano alloggiare i missili nucleari in arrivo via nave dall’allora esistente Unione Sovietica. Il presidente John Kennedy sventolando quelle foto potè denunciare al mondo senza tema di smentite quanto stavano combinando i cubani di Fidel Castro e i sovietici di Nikita Krushev. Da allora i progressi sono stati semplicemente giganteschi, impensabili, già da molti anni dallo spazio si può vedere e intercettare di tutto, anche se la zona da spiare è coperta da nuvole.</strong></p>
<p><strong>Ma quello che convince meno sono le intercettazioni telefoniche. Non c&#8217;è bisogno di avere lavorato in certi uffici militari per sapere che gli ordini più compromettenti NON si danno per telefono, strumento che per certe comunicazioni è anzi vietato usare. E non c&#8217;è bisogno di essere esperti per sapere che i reparti che lanciano bombe caricate a gas NON hanno nessun bisogno di sentirsi dare l&#8217;ordine &#8211; per telefono! &#8211; di indossare le maschere a gas. Per il semplice motivo che per poter mettere mani a quel tipo di arsenale devono munirsi PRIMA di maschere antigas e non solo, devono indossare infatti anche le speciali tute antigas. Anzi, se i gas nei sobborghi di Damasco sono stati sparati dagli uomini di Assad, è strano che non siano state distribuite almeno le maschera antigas a buona parte della popolazione di Damasco. Che poi un ufficiale siriano si metta anche a dire al telefono che teme che gli ispettori dell&#8217;Onu possano scoprire che sono stati i militari di Assad è molto sorprendente. A Padova direbbero &#8220;Troppa grazia, S. Antonio!&#8221;. Come dicono Berlusconi&amp;C, &#8220;al telefono se ne dicono di tutti i colori&#8221;. Ma in ogni caso, chi garantisce che quella telefonata sia autentica? Non è la prima volta che per scatenare una guerra o un&#8217;aggressione militare si ricorre a qualche &#8220;esagerazione&#8221;. Non c&#8217;è bisogno di ricordare le grandi menzogne di Bush figlio riguardo le &#8220;armi di distruzione di massa di Saddam Hussein in Iraq&#8221;, frottola avvalorata anche dall&#8217;inglese Blair, tant&#8217;è che in Inghilterra se la ricordano ancora talmente bene da avere provocato il recentissimo no del parlamento all&#8217;interventismo di Cameron. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I primi a dire di avere inchiodato Assad e i suoi intercettando e registrando le loro conversazioni fatali sono stati i servizi segreti israeliani. Il colpaccio lo avebbe fatto la loro “mitica unità 8200&#8243;, specializzata nelle intercettazioni più difficili se non impossibili ( </strong><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/siria_il_ruolo_dei_servizi_israeliani-65452965/"><strong>http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/siria_il_ruolo_dei_servizi_israeliani-65452965/</strong></a><strong> ).  Peccato solo che i &#8220;colpacci&#8221; a suo tempo passati agli Usa sulle &#8220;armi di distruzione di massa di Saddam Hussein&#8221; si siano rivelati fuffa. Non deve essere un caso che come lo scetticismo del parlamento inglese ha stoppato i bollenti spiriti di Cameron, così in Israele solleva dubbi il quotidiano Haaretz. E lo fa citando un esperto americano e uno inglese. Quello americano è Dan Kaszeta, ex ufficiale del Chemical Corpo dell&#8217;esercito Usa, uno che se ne intende quindi, e appunto perché se ne intende è anche consulente della Casa Bianca per la Sicurezza. Quello inglese è Steve Johnson, un ricercatore della Cranfield University leader nello studio degli effetti dell&#8217;esposizione a sostanze tossiche che ha lavorato con il Ministero della Difesa della Gran Bretagna nel campo della guerra chimica</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Vediamo cosa hanno detto i due esperti ad Haaretz:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dan Kaszeta: “Nessuna delle persone che trattano le vittime o li fotografa indossa un qualche tipo di protezione verso i prodotti chimici denunciati. E nonostante questo, nessuno di loro sembra essere stato danneggiato” . Ciò porterebbe ad escludere l’uso della maggior parte dei tipi di armi chimiche di tipo militare, compresa la stragrande maggioranza dei gas nervini, perché tali sostanze non evaporano immediatamente, soprattutto se sono state utilizzate in quantità sufficiente per uccidere centinaia di persone (355, secondo alcune dichiarazioni di Médecins sans frontières accreditate dalla stampa ocidentale), ma lasciano un livello di contaminazione anche sui vestiti e sui corpi di chi, come i soccorritori, viene in contatto con loro nelle ore successive un attacco non adeguatamente protetto</strong></p>
<p><strong>Kaszeta aggiunge che ”non c’è nessuno degli altri segni che ci si aspetta di vedere in seguito di un attacco chimico, come ad esempio i livelli intermedi di vittime, gravi disturbi della vista, vomito e perdita di controllo dell&#8217;intestino”. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Steve Johnson:  “Dai dati che abbiamo visto finora , un gran numero di vittime in un ampia zona significherebbe un uso dei gas dalla dispersione molto invasiva. Con un tale livello di agente chimico ci si aspetterebbe di vedere un sacco di casi di contaminazione sulle vittime in arrivo e tra i soccorritori e coloro che li curano senza essere adeguatamente protetti . Noi qui non stiamo vedendo nulla di simile”. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Haaretz aggiunge che non ci sono risposte neppure alle domande se gli ordigni chimici siano state usati altre volte, perfino quando gli ispettori dell’Onu erano già in Siria per indagare. Chi volesse leggere l’articolo di Haaretz, se ha l’abbonamento per la versione online può farlo con il link </strong><a href="http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.542849"><strong>http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.542849 </strong></a><strong>, altrimenti lo può trovare con il link del blog Sic Semper Tyrannis (gestito da un gruppo di corrispondenti) &#8211; </strong><a href="http://turcopolier.typepad.com/sic_semper_tyrannis/2013/08/httpwwwhaaretzcomnewsdiplomacy-defensepremium-1542849.html"><strong>http://turcopolier.typepad.com/sic_semper_tyrannis/2013/08/httpwwwhaaretzcomnewsdiplomacy-defensepremium-1542849.html</strong></a><strong> . E chi ha sparato sul convoglio degli ispettori dell’Onu? A dire che può essere stato chiunque, modo elegante per dire che sono stati i ribelli mercenari, è in primis il New York Times ( </strong><a href="http://www.nytimes.com/2013/08/27/world/middleeast/syria-assad.html?smid=fb-share&amp;_r=0"><strong>http://www.nytimes.com/2013/08/27/world/middleeast/syria-assad.html?smid=fb-share&amp;_r=0</strong></a><strong> ). E se esperti come Kaszeta e Johnson dubitano, il sito e giornale online Voce della Russia sostiene addirittura che le notizie  del massacro chimico sono state diffuse già PRIMA che avvenisse: </strong><a href="http://www.infowars.com/voice-of-russia-news-of-chemical-weapons-attack-in-syria-published-one-day-before-massacre/"><strong>http://www.infowars.com/voice-of-russia-news-of-chemical-weapons-attack-in-syria-published-one-day-before-massacre/</strong></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Per quanto riguarda gli ispettori dell’Onu, le Nazioni Unite hanno accettano fin dal 1 giugno l’invito del governo siriano di  inviare personale per indagare sull’uso di armi chimiche a Khan al-Assal e il 24 luglio AkeSellstrom, capo della commissione di inchiesta Onu, e Angela Kane, alto rappresentante Onu per il disarmo, si recano in Siria per organizzare le indagini. Molto strano quindi che il regime siriano compia un simile orrore proprio mentre ci sono gli ispettori Onu, come ha fatto notare tra gli altri il corrispondente della inglese BBC Frank Gardner. Molto strano anche che abbia usato i gas in una zona abitata da civili sapendo bene che l’ondata di colpiti sarebbe stata inevitabilmente ricoverata anche, se non soprattutto, nei tre ospedali con personale di </strong><a href="http://www.francescosantoianni.it/wordpress/?p=958"><strong>Médecins Sans Frontières, dai </strong></a><strong>forti collegamenti internazionali. Strano cioè che il regime si sia dato la zappa sui piedi da solo. E ciò anche a non voler tenere presente quanto ha dichiarato lo stesso presidente Assad a un giornale russo, e cioè che è semplicemente assurdo che i gas siano stati usati in una zona abitata dove la linea del fronte lealisti/ribelli semplicemente non esiste. Vale a dire, dove non puoi lanciare i micidiali ordigni chimici contro una massa più o meno compatta di nemici. Con il rischio cioè che il gas diventi un boomerang investendo anche chi lo ha lanciato. In effetti quando è stato usato da Saddam Hussein contro gli iraniani e i ribelli curdi la linea del fronte era netta e chi sparava quegli ordigni non correva rischi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Sono 16 anni che delle armi chimiche, invenzione tedesca e inglese sviluppata poi alla grande negli Usa e in Urss, è vietato non solo l’uso ma anche la produzione e lo stoccaggio. Tant&#8217;è che gli Usa, già con Bush, hanno garantito di avere distrutto l&#8217;intero loro arsenale di questo tipo. Chi è che mette in circolazione dunque oggi le bombe al sarin?  Gli Stati che hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sulle armi chimiche sono 188 e sono elencati nel sito delle Nazioni Unite con il link: </strong><a href="http://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&amp;mtdsg_no=XXVI-3&amp;chapter=26&amp;lang=en"><strong>http://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&amp;mtdsg_no=XXVI-3&amp;chapter=26&amp;lang=en</strong></a><strong> . Duole dirlo, ma dalla lista manca proprio la Siria. Il che può essere un indizio di colpevolezza. A scanso di equivoci, aggiungiamo che nella lista figurano invece i &#8220;cattivi&#8221; come la Cina e Israele. Il problema è che non ci sono controllo incrociati internazionali, motivo per cui chiunque è difficile capire e dimostrare chi eventualmente faccia il furbo. </strong></p>
<p><strong>Insomma, i gas proibiti pare proprio siano stati usati. Ma dire con certezza chi è stato, e poterlo dire con una certezza tale da legittimare un’altra guerra o altri bombardamenti “chirurgici”, cioè in realtà ottusamente devastanti, bisogna onestamente dire che non è affatto scontato. Fermo restando il fatto che è difficile spiegare perché mai gli Usa o l&#8217;Europa debbano colpire gli Stati che nel mondo compiono orrori contro la propria popolazione civile, visto anche che tali Stati abbondano e se sono nostri amici chiudiamo uno o entrambi gli occhi. Sconcerta che la cifra delle vittime totali e quelle delle vittime bambini per il bombardamento con il gas siano rispettivamente più o meno eguali &#8211; circa 1.500 i primi, circa 500 i secondi &#8211; a quelle dell&#8217;invasione di Gaza da parte degli israeliani con l&#8217;operazione Piombo Fuso, del dicembre 2008-gennaio 2009. In questo caso però nessuno s&#8217;è stracciato le vesti né ha minacciato guerre. Forse che i civili morti ammazzati col gas pesano più dei morti ammazzati con armi più o meno classiche? </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon, spalleggiato con entusiasmo da tutti i tifosi dello “scontro di civiltà”,  sostiene con foga che il regime siriano ha usato bombe chimiche più volte, ma il primo a sollevare dubbi è, come abbiamo visto, il giornale di casa sua Haaretz. Che nell’articolo citato pone una domanda inevitabile: “Ma se questo non è stato un attacco con armi chimiche, cosa ha causato allora la morte di così tanta gente priva di qualunque segno esterno di trauma”? Priva cioè di ferite di qualunque tipo, provocate da armi da fuoco o da taglio o da fratture comunque ottenute. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Una risposta alla domanda posta da Haaretz può forse venire da una foto alquanto sconcertante diffusa sul web. Sui piccoli cadaveri dei bambini che sarebbero stati uccisi dai gas il 21 agosto sono ben visibili grossi pezzi di ghiaccio, utilizzati ovviamente per conservarli. Molti sospettano che quei poveri bambini siriani potrebbero essere morti altrove, per le cause più diverse, e che i loro corpi potrebbero essere stati trasportati in seguito in una zona scelta a bella posta per la macabra messinscena a uso e consumo degli ispettori Onu in arrivo. Fantascienza? Forse. Ma non è detto. Lo dimostra “il massacro di Timisoara”, che tutti i mass media dell’epoca, dicembre 1989, addebitarono senza dubbio alcuno al presidente della Romania comunista Nicolae Ceausescu ben deciso a stroncare in tutti i modi la rivolta rumena provocando a Timisoara migliaia di morti.  Nella &#8220;città martire&#8221; </strong><strong>vennero mostrati a giornalisti e operatori televisivi accorsi come mosche decine di corpi sventrati, ricuciti alla meglio, bruciati, &#8220;torturati dal servizio segreto rumeno&#8221;, la famigerata Securitate. L&#8217;indignazione del mondo intero fu enorme. Si scoprirà in seguito che la strage in realtà non c’era mai stata: quei morti gettati in faccia al mondo erano gente comune deceduta negli ospedali e gli squarci dei loro cadaveri erano dovuti alle autopsie.</strong></p>
<p><strong>Il regime finì pochi giorni dopo con la fucilazione di Ceausescu, il cui posto è stato preso dai suoi ex amici autori della messinscena. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come si vede, Eschilo aveva ragione. Purtroppo.</strong></p>
<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</strong></p>
<p><strong>La politica della Fed manda in tilt le economie emergenti</strong></p>
<p><strong>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong>Quest’anno alla riunione informale dei banchieri centrali di Jackson Hole nello Stato del Wyoming  di fine agosto è stata la defezione del governatore delle Federal Reserve Ben Bernanke a fare notizia.</strong></p>
<p><strong>Bernanke non ha potuto presentarsi perché tutti avrebbero chiesto lumi sulle azioni future della Fed in merito al “Quantitative Easing” (QE).</strong></p>
<p><strong>Si ricordi che l’anno scorso, invece, il governatore teorizzò con grande enfasi la “teoria di una nuova politica monetaria non convenzionale”. Subito dopo si è concretizzata negli Usa con la terza operazione di QE e l’immissione di 85 miliardi di dollari al mese per l’acquisto da parte della Fed di nuove obbligazioni del Tesoro e di altri titoli bancari meno solvibili quali i derivati asset-backed-security.</strong></p>
<p><strong>Tale scelta non può durare all’infinito, perciò il problema è: come fermare le rotative della Fed? Con quali conseguenze? In Europa, pur pagando un prezzo salato, si è capito che i danni di una finanza drogata sono enormi e hanno inciso non poco sul debito pubblico.</strong></p>
<p><strong>Dopo un anno di tanta nuova e facile liquidità i risultati anche per l’economia americana di fatto sono quasi nulli. Però vi sono molti effetti destabilizzanti generati soprattutto nei Paesi emergenti.</strong></p>
<p><strong>La liquidità confluita dai Paesi occidentali ha stimolato il grande appetito del rischio. Si sono così create bolle immobiliari, sacche di crediti facili, speculazioni su monete e su commodity, su materie prime e prodotti agricoli.</strong></p>
<p><strong>In pratica la politica del “Quantitative Easing” si è rivelata una trappola che ha spinto i tassi di interesse vicino allo zero e prodotto addirittura una perdita, al netto dell’inflazione, per i tradizionali investitori.</strong></p>
<p><strong>Non sono pochi, infatti, coloro che, persino nella dirigenza del Federal Reserve System, sostengono che tale politica non ha aiutato la ripresa interna. Altri rappresentanti della Fed hanno però ricordato che la Fed fa soltanto gli interessi degli Usa e che gli altri Paesi dovrebbero prenderne atto.</strong></p>
<p><strong>Quando a maggio Bernanke ha appena accennato alla possibilità di uscire dal QE, i mercati sono entrati subito in fibrillazione. E’ quello che succede ad un drogato che, prima lo si è tenuto “sotto controllo” aumentando la dose, e poi si decide di non fornirne più.</strong></p>
<p><strong>Nelle economie emergenti l’aspettativa di un cambiamento della politica monetaria della Fed sta scatenando una fuga di capitali tanto che si parla di una “crisi d’estate” per Paesi come l’India, il Brasile, il Sud Africa, la Turchia e l’Indonesia.</strong></p>
<p><strong>Dall’inizio dell’anno a oggi le loro monete hanno subito impressionanti svalutazioni che vanno dall’8% per la rupia dell’Indonesia, al 15% per quella dell’India fino al 20% per il real brasiliano.</strong></p>
<p><strong>Sembra che i governi interessati stiano approntando azioni di difesa. In particolare il banchiere centrale del Brasile ha dovuto disertare Jackson Hole proprio per preparare un programma di emergenza di ben 60 miliardi di dollari a sostegno della valuta nazionale.</strong></p>
<p><strong>Dall’inizio di maggio le riserve delle banche centrali dei Paesi emergenti hanno perso 81 miliardi di dollari a causa di fughe di capitali e per interventi di stabilizzazione dei mercati valutari. Anche i loro mercati azionari avrebbero perso 1 trilione di dollari!</strong></p>
<p><strong>A Jackson Hole la stessa direttrice del Fmi Christine Legarde, riferendosi alle nuove crisi nelle economie emergenti, ha dovuto ammettere che “siamo in una nuova pericolosa fase che potrebbe far deragliare la fragile ripresa” e che le attuali riverberazioni sui mercati finanziari “potrebbero ritornare dove hanno avuto origine”, cioè negli Usa.</strong></p>
<p><strong>Non è una bella prospettiva, perciò sarebbe opportuno che in tempi brevi i governi del G20, non solo Obama, riflettessero seriamente sul “che fare” e agissero di conseguenza.</strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all&#8217;Economia del governo Prodi **Economista</strong></p>
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		<title>Egitto, fine delle illusioni occidentali sulla bontà dei colpi di Stato in casa altrui quando ci fa comodo.</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Aug 2013 14:19:40 +0000</pubDate>
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<p><strong>La tragedia egiziana ha posto la parola fine a un’altra illusione dell’Occidente, e dell’Europa in particolare: all’illusione, vale a dire, che i colpi di Stato militari possano arginare man mano e una volta per tutte le spinte popolari extra occidentali che per un motivo o per l’altro non ci piacciono. Quest’illusione si fonda sul fatto che di norma gli ufficiali militari che costituiscono l&#8217;ossatura delle forze armate altrui sono stati formati quasi tutti nelle più prestigiose accademie e scuole militari degli Usa e dell’Europa. Quelle italiane, per esempio,  hanno contribuito a formare il colonnello Gheddafi e il generale Siad Barre, ex sottotenente dei carabinieri italiani, diventati a suo tempo con i rispettivi colpi di Stato i padroni di lungo corso della Libia il primo e della Somalia il secondo. Finiti entrambi come sono finiti: ucciso dai ribelli il primo, cacciato a furor di popolo il secondo.</strong></p>
<p><strong>In Tunisia il generale Ben Ali, che nel 1987 abbatté con un colpo di Stato morbido il presidente Bourguiba prima di essere cacciato a sua volta con la cosiddetta “primavera araba” nel gennaio 2011, si guadagnò i gradi nella prestigiosa Ecole spéciale militaire de Saint-Cye e nell’Ecole d’application de l’artillerie de Chalons-sur-Marne, per poi perfezionarsi nella Senior Intelligence School e infine nella School for Anti-Aircraft Field Artillery negli Usa. E a metterlo in sella a Tunisi furono i nostri segreti militari, che seppero agire con discrezione: Bourguiba fu deposto per senilità a 84 anni e fatto accudire da una equipe di medici nel suo dorato palazzo di Monastir.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E&#8217; francamente incomprensibile, se non con l&#8217;odio verso gli islamici in generale, la simpatia con la quale soprattutto in Italia è stato accolto il colpo di Stato che in Egitto ha portato in galera il presidente Mohamed Morsi. Candidato dei Fratelli Musulmani, Morsi nel giugno dell&#8217;anno scorso ha vinto le prime elezioni libere e democratiche egiziane, che hanno posto fine ai quasi 30 anni di potere di Hosmi Mubarak, generale dell&#8217;aeronautica diventato presidente. I generali che hanno deposto e arrestato Morsi, primo non militare diventato presidente,li abbiamo applauditi come “salvatori della democrazia”, nonostante siano stati le colonne portanti del potere man mano sempre più duro di Mubarak. Il precedente algerino avrebbe dovuto invece farci riflettere di più, ma si è preferito ignorarlo. Purtroppo i fatti però sono testardi, e continuano a esistere anche se non se ne parla. Com’era prevedibile, in Egitto si sta ripetendo infatti quanto successo in Algeria nel 1992, quando alla vittoria schiacciante del Fronte Islamico di Salvezza Nazionale, che nel primo turno delle libere elezioni aveva riportato nel dicembre 1991 il 60% dei voti, l&#8217;esercito applaudito dall’intero Occidente rispose con un golpe. Golpe che se ha rassicurato in particolare la Francia, ha però aperto la strada a una guerra civile particolarmente feroce, che ha mietuto centinaia di migliaia di morti. E che tuttora lascia aperta la porta ad altre possibili convulsioni dagli sbocchi potenzialmente ancora più gravi.<span id="more-4284"></span><br />
</strong></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Un tentativo di derubare della vittoria elettorale gli islamici è stato fatto anche in Tunisia dopo la cacciata nel 2011 di Ben Alì, padrone di fatto del Paese per 23 anni di fila. Nonostante la chiara, indiscutibile vittoria del partito islamico Ennahda, l’appoggio soprattutto italiano è andato alle proteste di un partitello dal nome francese di “&#8221;Petition populaire&#8221;, fondato da un miliardario inglese di origine tunisina diventato famoso per le sue promesse mirabolanti, tra le quali un ponte da Tunisi alla Sicilia. I seguaci del miliardario per un po’ hanno messo a soqquadro la cittadina di Sidi Bouzid, incendiando il tribunale e saccheggiando negozi e uffici. In quasto caso però i militari hanno preferito rimanere al loro posto.</span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come è noto, la strategia dei colpi di Stato militari, sempre sanguinosi e sfociati in dittature feroci, a tutto vantaggio dell’Occidente, in particolare della Nato, ha funzionato per decenni in Centro e Sud America, in Indonesia, Congo, Iran, Pakistan, ecc. Ce n’è stata una intera serie perfino nell’europea Grecia e nella vicina Turchia, entrambi Paesi membri della Nato, ed erano golpe foraggiati soprattutto dagli Usa per &#8220;difendere il mondo libero&#8221;, cioè non comunista. Alla Casa Bianca erano preoccupati per la tenuta del fianco orientale della Nato in zone del pianeta confinanti con l’allora esistente Unione Sovietica, il gigante comunista dal formidabile armamento anche atomico, ma dai piedi d’argilla per mancanza di industria leggera, benessere e libertà politiche. Crollata l&#8217;Urss e scomparso &#8220;il pericolo comunista&#8221;, sono stati velocemente sostituiti con l&#8217;Islam e &#8220;il pericolo islamico&#8221;, così come la &#8220;guerra fredda&#8221; è stata sostituita con la &#8220;guerra mondiale al terrorismo&#8221;. Invenzione quest&#8217;ultima che ha permesso all&#8217;enorme apparato industriale bellico di continuare a prosperare. Il tutto ha permesso anche il riciclaggio del golpismo in chiave &#8220;democratica&#8221;, ma l&#8217;illusione non è durata molto.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il caso vuole che &#8220;i bei tempi&#8221; del golpismo filo occidentale facile e vincente sono finiti proprio nella Turchia dove erano iniziati con il golpe di Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia:  nata laica nel 1923 e rimasta tale mentre nel resto del mondo musulmano soffiavano il vento islamico prima e quello islamista dopo.</strong></p>
<p><strong>Iniziato il nuovo millennio, in Turchia sono diventati rispettivamente capo dello Stato e primo ministro Abdullah Gül e Tayyip Erdogan, entrambi leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), formazione islamica e conservatrice nata nel 2001. Man mano che i voti dell&#8217;AKP crescevano i governi provvedevano a limare il potere dei militari, considerati sin dal varo della  costituzione kemalista i guardiani, i custodi e i garanti non solo dell’integrità territoriale, ma anche della laicità dello Stato. I conti con i militari sono stati infine regolati di recente con il processo noto come Ergenekon, concluso con una quindicina di  ergastoli comminati ad alti papaveri con le stellette accusati di progettare un golpe. Fra i nomi eccellenti, Ilker Basbug, ex capo di stato maggiore, e Veli Kacuk, ex capo dell’esercito.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come le atomiche, l&#8217;industria automobilistica, quella areonautica, degli armamenti, cinematografica, giornalistico televisiva, ecc., e lo sviluppo economico impetuoso non sono più esclusivo appannaggio europeo e statunitense, così non lo sono più le accademie e le buone scuole militari. La loro influenza nel resto del mondo è molto ridimensionata, se non finita. Lo dimostra clamorosamente la pioggia di ergastoli turchi: nell&#8217;ex Terzo Mondo, nei Paesi in via di sviluppo diventati in gran parte anche loro Paesi sviluppati, è finita sia l&#8217;epoca dei golpe &#8220;anticomunisti&#8221; che di quelli &#8220;filodemocratici&#8221;. Pare sia arrivata l&#8217;epoca nella quale fare i conti senza filtri e barriere protettive con le scelte elettorali delle popolazioni, e governi conseguenti, ci piacciano o no.</strong></p>
<p><strong>Triste ironia della sorte, questa nuova tragedia epocale avviene nella stessa città, Il Cairo, dove l&#8217;allora neo eletto Obama promise &#8220;nuovi rapporti col mondo slamico&#8221;: s&#8217;è visto&#8230; In quanto a chiacchiere anche Obama sta bene. Molto bene. La democrazia in casa altrui ci va bene solo se non intacca i notri privilegi e il nostro predominio.</strong></p>
<p><strong>I militari egiziani &#8211; e varie cancellerie europee &#8211; pare però non abbiano ancora capito il senso e la prtata del nuovo trauma egiziano. Avanti di questo passo, al Cairo rischiano &#8211; e noi rischiamo in Europa &#8211; di capirlo in modo ben più traumatico dei loro colleghi di Ankara.</strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman';"> </span></div>
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		<title>Israele/Palestina: non tutti predicano l&#8217;odio e portano il cervello all&#8217;ammasso</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 08:13:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/">http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/</a></p>
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<h1>Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco?</h1>
<div>
<p><em>Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo  della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza  per interrompere l’assedio.</em></p>
<p><strong>Passeggero I: Elik Elhanan , Israele<a href="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg"><img title="elik" src="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong>Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, è uno dei  passeggeri a bordo del veliero Estelle nell’ultima tappa verso Gaza.  Viene da una famiglia molto conosciuta emigrata in Palestina già negli  anni ’20. Il padre del nonno materno fu il primo ambasciatore israeliano  a Stoccolma. Il nonno materno, Matti Peled, fu il primo generale  israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare  gruppi pacifisti insieme ai palestinesi. Lasciò l’esercito e si dedicò  invece a un dottorato in letteratura araba.</strong></p>
<p><strong>Elik, che ora ha 35 anni, ha un passato giovanile di punk. Nel 1995  si arruolò nell’esercito israeliano ed entrò nel corpo dei paracadutisti  diventando con il passar del tempo un membro della squadra di élite.</strong></p>
<p><strong>Il quattro settembre 1997 sua sorella Smadar Elhanan, di 16  anni, tornava a casa da scuola sul viale Ben Yehuda a Gerusalemme.Era la  prima settimana di scuola e c’era molta gente in giro. Due attentatori  suicidi si fecero esplodere quel pomeriggio sul viale Ben Yehuda. Cinque  persone persero la vita e venti furono ferite.</strong></p>
<p><strong>Quando Elik venne a sapere dell’attentato chiamò a casa dal  reggimento, lo facevano tutti coloro che vivevano a Gerusalemme. Nessuno  aveva sentito niente di speciale. Quando chiamò gli aveva risposto un  vicino. I genitori erano usciti per identificare la figlia. Lei e la sua  migliore amica erano tra i morti.</strong></p>
<p><strong>Dopo la morte di Smadar, la loro madre, Noret Pelled Elhanan,  dichiarò che considerava il governo israeliano e la sua politica di  occupazione responsabili della morte di Smadar.<span id="more-3775"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Elik lasciò l’esercito dopo aver terminato il servizio militare e  viaggiò in giro per il mondo per circa due anni. Si stabilí a Parigi  dove prese contatto con attivisti provenienti da tutto il mondo che  combattevano contro l’occupazione della Cisgiordania e della striscia di  Gaza da parte di Israele.</strong></p>
<p><strong>I suoi genitori sono attivi nell’organizzazione “We lost a child”, un  ‘organizzazione per genitori israeliani e palestinesi che hanno perso  un figlio o una figlia. Suo padre, Rami, viaggiò due anni fa con un Ship  to Gaza interamente ebraico che voleva forzare il blocco, viaggio al  quale presero parte molti sopravvissuti all’Olocausto. (Vennero  fermati). Elik si uní ai militari che rifiutarono di partecipare alla  guerra contro Gaza nel 2002, “Il coraggio di dire di no”. Nel 2004 tornò  in Israele e costituí, insieme con palestinesi liberati dalle carceri  israeliane, un’organizzazione chiamata “Combattants for peace”.</strong></p>
<p><strong>E ora Elik viaggia a bordo della Estelle (quando scrivo  questo stiamo traversando lo stretto di Messina). Considera che il  blocco di Gaza è criminale. L’Europa potrebbe facilmente esercitare  pressioni su Israele dato che il 40% del commercio israeliano avviene  con l’Europa. Ma l’Europa e Israele sembrano aver stretto un accordo che  secondo Elik consiste in questo: L’Europa è perdonata per l’Olocausto a  condizione di non protestare contro l’occupazione e la repressione che  Isarele esercita sui palestinesi.</strong></p>
<p><em>Maria-Pia Boëthius, membro dell’equipaggio di Estelle</em></p>
<p><strong>Contatti stampa<br />
</strong>Mikael Löfgren, media co-ordinator per Ship to Gaza Svezia: +46 707983643 <a href="mailto:media@shiptogaza.se">media@shiptogaza.se</a><br />
Media team Italia : Paola Mandato +39 335 5712859 <a href="mailto:freedomflotillaitalia@gmail.com">freedomflotillaitalia@gmail.com</a></p>
<p>Approfondimenti<br />
lettera di Elik Elhanan <a href="http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005">http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005</a><br />
video di Elik Elhanan <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk">http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk</a></p>
<p>Foto di Elik Elhanan  fonte : <a href="http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/">http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/</a></p>
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<p><strong><em>Fiorentino d’adozione, ebreo, torinese da parte materna e ungherese da parte paterna, Alessandro Schwed è più noto con lo pseudonimo di Giga Melik con il quale scriveva sul periodico ferocemente satirico Il Male. Scrittore-scardinatore di schemi, esploratore di vari generi di  narrazione, giocoliere della tragi-commedia umana, il 9 ottobre ha scritto per Il Foglio il seguente articolo:</em></strong></p>
<h3>Alessandro Schwed : &#8221; Basta con la guerra perpetua &#8220;</h3>
<div id="post-body-1529137029543172455"><strong><em>C’è quel preavviso israeliano all’Iran</em>. </strong><strong>Ha lasciato  una sensazione forte, a tratti è un vento forte, che poi si attenua, poi  è silente. Un’altra guerra si è messa in coda alle guerre della Storia.  Il Mediterraneo che si infiamma, altro che Atlantide. Che avvenga-non  avvenga l’attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, due popoli  attendono, dimenticano, di nuovo attendono. Nelle case di Teheran e Tel  Aviv chiamano al telefono i parenti nel mondo, parlano di quello che  potrebbe succedere. O non parlano con nessuno e la notte sognano la  guerra: da qualche parte la paura deve finire. Un’immane pazzia. Il  conflitto tra Israele e il mondo arabo, di cui l’Iran non è parte etnica  ma religiosa, è così permanente da essere eterno nell’agenda politica  mondiale.<br />
<em>Una guerra di guerre, lunga sessantaquattro anni,</em> il  cui inizio nel ’900 è visibile in filmati in bianco e nero. Il fatto  era, ed è rimasto, che l’esistenza di Israele era un’offesa, Israele non  doveva esistere. Poi Israele ha continuato a esistere, ha capitalizzato  le guerre vinte prima contrattando la restituzione dei Territori senza  riuscirci, e da vari anni, con questa destra in carica, assorbendo in  modo implicito, poi sempre più esplicito, i Territori. Netanyahu pare  ingoiarli, evitando di contrattare la restituzione, come se fosse un non  udente di un governo di non udenti. I Territori contengono la massa  crescente dei coloni, un sempre più consistente serbatoio elettorale con  cui fare i conti del consenso e degli affari edilizi, della costruzione  delle infrastrutture. C’è la onnipresente pervasività fisica,  economica, mediatica degli insediamenti israeliani, basta guardare la  carta geografica; c’è il macigno della non restituzione dei Territori;  la scomparsa dei tavoli della pace; il fine evidente di far prevalere lo  status quo; il prender piede, con le ultime ondate dell’Alyà, di nuove stratificazioni  etniche e sociali, la degenerazione dell’idea sionista in una cultura  pionieristica che ricorda sempre di più la storia del Far West o,  peggio, il cinema Hollywoodiano sul Far West e la dissoluzione delle  terre indiane. <em>Una semiguerra all’Iran, ma anche un’azione militare ostile nel suo territorio,</em> sarebbe la pietra tombale su qualsiasi accordo futuro per i Territori.  Un tale accordo non interessa questo governo di Israele che detiene nei  Territori una parte importante del proprio serbatoio elettorale, e che  in nome dei propri interessi politici e finanziari, non solo non è  interessato alla pace, ma forse le è contrario. Dato che le ragioni di  questa ostilità (una terra da restituire, l’aspirazione a uno stato  palestinese) sono proprio le ragioni che se rimosse con i sacrifici  dolorosi propri di una pace, danneggerebbero irreparabilmente gli  interessi politici e finanziari del governo e del suo elettorato. Perché  così si fa la pace con un nemico: rintracciando le vere ragioni  dell’ostilità, contrattandole con l’offerta di terra e compensazioni che  facciano arretrare quell’ostilità, in cambio dell’accettazione di  alcuni punti, per esempio il riconoscimento dello stato d’Israele;  mentre con minacce e azioni apertamente ostili come un blitz nei siti  nucleari iraniani si ottengono subito il logoramento e la rottura di un  qualsiasi tenue filo di dialogo. A fronte della mancata volontà  israeliana di pace ricercata a ogni costo (magari con sacrifici dolorosi  come la restituzione di Gerusalemme est e di Hebron), e anzi si  preferisce minacciare l’Iran, si rispecchia in modo uguale e contrario  la politica estera, o imperiale dell’Iran. La quale si offre come una  ripetizione di quello che faceva la vecchia Urss nella regione, posto  che il vero interesse del Cremlino nell’area era di mantenere  l’instabilità. Era il tempo in cui, in modo sottile, non veniva  realmente sostenuta la causa palestinese, la nascita di uno stato, ma  come accade oggi con l’Iran si armeggiava ad apprestare turbolenze, a  fare delle aspirazioni palestinesi un’arma di pressione nell’area più delicata del mondo.  Dunque, la questione palestinese usata come rubinetto da aprire e  chiudere: un’arma contrattuale. La chiave per altre mire e altre  trattative.<br />
<em>Ora che la politica estera è stata sostituita dalle  intraprese militari portate in giro per il mondo dalle coalizioni  occidentali</em>, e la pace-guerra è familiare agli occhi della  nostra opinione pubblica, il conflitto israelo-palestinese è  paradigmatico quanto al significato universale della parola “guerra”. La  lunghissima guerra tra Israele e Palestina illustra come un conflitto  possa avere utilità istantanea e alla lunga l’inutilità della peggior  beffa. Con la sua guerra di guerre vinte, Israele è riuscito a  resistere, mai ad avere vita normale; dall’altro lato, attraversando  come impunemente le sconfitte, i palestinesi hanno alimentato il sogno  di una Palestina che sorge addirittura al posto di Israele, ma non hanno  posto una sola pietra per la nascita dello stato palestinese. E così,  se consideriamo la guerra tra Palestina e Israele dal 1948, la vita dei  due popoli è paragonabile a quella di una persona di 64 anni che ha  vissuto l’intera vita chiusa in casa, al buio, senza avere mai visto il  sole. E a me pare che oggi, profondamente, la vita quotidiana di Israele  e Palestina ponga la questione filosofica del senso della guerra, la  sua incompatibilità col sentire del nostro tempo. Né vinta veramente né  persa per davvero, può una guerra continuata al posto della vita essere  una forma ufficiosa di società, con la gente che va al lavoro, alla  partita, a ballare, e a un tratto parte per Gaza o il Libano? O vive  confezionando ordigni, scavando tunnel, sempre un passamontagna sul  volto? A Gaza, i ragazzi giocano con la PlayStation, fanno la mitologica  parte di Messi, ma fra poco potrebbe partire una fatwa anche sui  Blaugrana che hanno ospitato Shalit a una partita col Real Madrid, e  così morirà anche questo innocente sogno infantile.<br />
<em>Può una guerra eterna seminare il futuro? </em>E può il  sistema delle guerre portate dalle coalizioni come esportazione della  pace, divenire un baluardo di civiltà e democrazia? Le vite di Israele e  della Palestina dicono di no, che servirebbe l’ordine della pace.  Mentre gli esiti della pace armata sono i quaranta morti al giorno in  Iraq, l’irriducibilità talebana (con cui già i sovietici fecero i  conti), gli attuali oltre duemila morti della coalizione occidentale, il  permanere di al Qaida la cui effettiva esistenza appare insondabile, e  raggela. La dottrina dell’esportazione della democrazia con la guerra ha  fallito e le strade di Baghdad snocciolano morti, del resto come può  una pioggia di missili sulle vie della tua città averti educato alla  democrazia? Noi che abbiamo visto in tv l’attuarsi dell’ordine  attraverso la miniserie dei bombardamenti in diretta, in Iraq, Kosovo,  Afghanistan, Libia, abbiamo constatato de visu che la guerra  “intelligente” fa crollare le mura dei bunker ma rende monchi e orbi  come la guerra antica. La guerra rimane sempre la stessa: un cannibale. <em>Israele potrebbe scegliere, malauguratamente, di agire se nell’imminenza delle presidenziali Obama mostrasse incertezze, </em>a seconda dell’andamento della campagna elettorale; oppure se i  repubblicani a un tratto fossero così forti da dettare un ritorno alla  dottrina Bush. Certo, non si può attaccare l’Iran per un dibattito  televisivo andato male a Obama. Per ora la realtà è che la Casa Bianca  dice di avere una visione del nucleare iraniano affine a Israele, ma una  diversa valutazione sulla tempistica di Teheran. Seconda cosa, il mondo  è attraversato da una crisi economica come metafisica, la sua lunghezza  non si piega e non si spiega: una crisi che è come una guerra mondiale  invisibile, e sia l’America che il mondo non possono permettersi due  contemporanee, fatali guerre mondiali. A fronte del flemmatico palleggio  della Casa Bianca che smorza il preavviso israeliano di guerra, il  ballon d’essai di Netanyahu torna nel campo di Israele, prigioniero  storico della filosofia della guerra preventiva, e trova lo stato  ebraico saldato alla propria immobilità, fatta di un sostanziale  disinteresse a una pace che non sia la dissoluzione geografico-politica  di una possibile patria di Quelli.<br />
Solo i popoli di Israele e Palestina sanno quanto sia insensato il  sistema della guerra. Per Israele la guerra è la struttura emotiva dei  giorni: gli ebrei israeliani sono usciti dalla Seconda guerra mondiale e  dalla Shoah, e sono stati fluidamente ingoiati da una guerra fatta di  guerre successive: come se la vita possa costituirsi solamente di  guerra, e nella migliore delle ipotesi bisogna essere pronti al suo  scatenarsi. In Israele è un dato naturale che ci sia la guerra, o che  sia dietro l’angolo, e anzi è pericolosamente sospetto il contrario: una  pace lunga significa che Quelli si stanno organizzando. Solo chi vive  così da generazioni, sa, consciamente o meno, che a una guerra lunga  generazioni corrisponde la depressione, la vita sui nervi e altri passi  sul viale dell’angoscia. <em>Con la guerra, nelle famiglie israeliane, hanno fatto i conti uno o molti;</em> e nel vicinato, sul pianerottolo, c’è sempre un vicino, un conoscente  che è diventato pazzo per aver perso la famiglia nella Shoah e un figlio  in guerra. E così, l’Israele moderno è paradigmatico di come la guerra  abbia un’utilità istantanea e un’inutilità assoluta. Il susseguirsi  delle guerre vinte, nel peggiore dei casi almeno non perse, ha  sviluppato l’odio crescente dei vinti e la stanchezza di quei  disgraziati dei vincitori. Questo governo Netanyahu dei preavvisi di  guerra esercita un’assenza di ricerca della pace, un’estraneità totale  all’azione di ascoltare il prossimo, che è condizione esistenziale di  non vita. Non è un caso che l’ultimo eroe di Israele non sia Rabin, che  aveva stretto la mano ad Arafat ed è stato assassinato, ma il corpo  dimenticato di Sharon: un né vivo né morto che certo non torna a vivere e  che misteriosamente non riesce a riposare in pace – metafora inquieta  della vita impossibile israeliana. Israele amplia gli insediamenti,  costruisce case e infrastrutture: è come se cullasse la tensione. Sta  smarrendo la normalità. E’ una vita in stato ebraico di assedio. E in  modo paradossale, questo rassegnarsi alla vita come guerra, assomiglia  alla sopravvivenza quotidiana del tempo mentale e fisico della Shoah.<br />
<em>Quanto vale per la guerra eterna tra Israele e il mondo  arabo, Israele e l’Iran, vale per le reiterate guerre occidentali nel  Golfo, nel Kosovo, in Afghanistan, Libia</em>. Per quanto tale modo  di operare venga chiamato peace keeping, contingenti di pace, guerra  umanitaria, quando volano gli aerei e cadono le bombe, i contingenti non  sono di pace. Guerre con “costi umani”, si dice, per non dire morirete a  chi sta per morire; guerre con obiettivi limitati, si dice, che  colpiranno “solo” le infrastrutture, come se strade, ponti, fabbriche,  stazioni ferroviarie siano parentesi della vita. Guerre in tv, come se  quell’essere di Baghdad nelle tv di tutto il mondo, la città di Aladino  che si immergeva in una fantasmagorica luce verde, rendesse plausibile  la pioggia dei missili da crociera Tomahawk sparati dal Golfo, come se  la crociera dei tubetti di ferro fosse una capatina in città. “Sono  stati sparati 130 missili da crociera” avverte quieto dal teleschermo lo  speaker, opzione sorridente della guerra nella vita di famiglia. Uno  torna a casa: cara, che è successo oggi? Niente, centotrenta missili da  crociera, centrati otto target, e fuoco amico a Kabul – ma nulla, non  erano italiani.<br />
<em>All’inizio, le guerre in Kosovo-Afghanistan-Iraq volano alte  tra le nubi dello spettacolo televisivo, poi piombano in basso e  colpiscono davvero. </em> La guerra corre, ci sono le dichiarazioni  dei rappresentanti dei governi. Si presentano ai microfoni in eleganti  abiti civili, come se non fossero loro a mandare gli aerei dato che  hanno la cravatta. Ci sono quelle dichiarazioni: nessuno ce l’ha coi  popoli colpiti, la guerra è contro il regime e i suoi capi. Va da sé che  non sono perforati solo i bunker del regime e le ville al mare dei  capi: saltano in aria le normali piazze con le normali panchine, le case  con i letti e i comodini e se va bene le scuole bruciano con dentro  solo i meravigliosi disegni dei figli. Ma le belle strade che legano i  quartieri si riempiono dei crepacci delle bombe, diventano strade  inutili, e anche se le trasmissioni televisive funzionano ancora e la  sera danno un film, la normalità ormai è scappata dalla finestra e  nessuno sa dove sia andata. La pietà, quella subentra quando finalmente  le macerie sono inquadrate dal basso assieme ai corpi immobili; e  risulta veramente strano che oltre alla guerra preventiva non possa  esserci la pietà preventiva, ma solo la sterile pietà successiva. Un  permanente Vietnam. Un set cine-bombardante che elimina dittatori e  rende profughi i popoli. Le case dissolte, le auto carcasse, le  popolazioni fuggite, le vie deserte, le tendopoli piene, l’acqua finita,  i padri scomparsi – la guerra è stata vinta. Da chi?<br />
<em>Guerra per una pozza d’acqua, come nell’inizio mitopoietico di “2001, Odissea nello spazio” di Kubrick.</em> Lì, poniamo quattrocentomila anni fa, viene ucciso il membro di un  gruppo di ominidi ancora privi di parola. Ringhiano, sbuffano, sono  dotati di un’andatura incerta. Quando giungono alla pozza, litigano con  altri ominidi per il suo possesso: il fatto è che lì si beve.  Converrebbe avere la pozza e bere al posto degli altri. Tra gli ominidi  c’è una discussione stilisticamente brutale. Le urla sono sempre più  forti e ha luogo la prima uccisione della storia. Non originata da una  lite individuale, ma come sottende il racconto biblico di Caino e Abele  un omicidio-guerra per una contesa tra due gruppi identici ma  socialmente diversi. Uno è stanziale e vive presso la pozza, l’altro è  un gruppo che arriva da chissà dove per andare chissà dove e adesso ha  sete. Per invidia, balordaggine, la prevalenza di un istinto  insopprimibile, scoppia la prima guerra umana. Alla pozza di Kubrik, la  scoperta di come risolvere il contenzioso e bere solo gli uni e  assolutamente nessuno degli altri, avviene per caso: un ominide tira su  da terra ’osso di un animale spolpato, reso bianco dal sole, e lo brandisce.  Per un’intuizione fatale, colpisce la testa a un contendente, che piomba  a terra senza vita. Urlava, ora però è in silenzio, misteriosamente  inerte. Tra gli ominidi si diffonde la vertigine: è stata tolta la vita.  I compagni del morto fuggono, gli altri giubilano: la morte può essere  data, c’è questo potere! In segno di trionfo, lo strumento che ha ucciso  un uomo per la prima volta della Storia, l’osso di una preda uccisa e  mangiata, viene tirato in cielo. <em>L’osso volteggia in alto, più in alto ancora, cinematograficamente diviene una stazione spaziale orbitante</em> – il tempo è passato in un soffio: l’ominide è un uomo. Fa  l’astronauta, comunica a distanze immense. Si nutre in modo funzionale  alla vita spaziale, strizza dei tubetti e ingoia sintesi cremose di  uova, verdure, carni. Galleggia in assenza di gravità, cammina  saltellando su pianeti dove non c’è ossigeno. Ora che non è più il  2001 del film, ma il nostro 2012, sappiamo che dopo avere orbitato nelle  stazioni spaziali, l’uomo ha ucciso e uccide come alla pozza  dell’acqua. Fa ancora la schifosa guerra. La storia umana passa da un  omicidio: tutte le scoperte e le acquisizioni della volontà ne sono  intossicate. E in modo appena visibile, un filo sottile che attraversa  la lunga stanza della Storia, tutto inizia da un colpo in testa, inferto  mediante l’osso di un animale ucciso per nutrirsi – versare sangue,  uccidere apparenta con la violenza, la rende una delle cose ordinarie di  oggi e di domani. Genesi è l’allegoria di un trauma: rompere l’armonia  tra le creature, fu altamente tossico: dalla morte è venuta la morte.  Perché la questione della guerra è la questione del Male: è metafisica,  muove lo spirito. Ora però, la moderna questione della guerra è che la  guerra in tv non seduce più. Non possiamo fantasticare più sulla guerra  romantica, i commilitoni, l’avventura. In tv, la guerra fa schifo. Mica è  un film, non c’è ritmo. C’è gente in fila per l’acqua, i bambini stano  zitti, a un angolo c’è un cadavere.<em> La guerra non è in sintonia con la nostra sensibilità, con gli occhi dei figli a tavola – non è ricevibile.</em> La guerra della giustizia strappa i corpi, lascia odio, è comunque  guerra. Certo, talora la guerra è stata utile: se a liberare l’Europa  non ci fossero stati gli americani e l’Armata rossa, chissà cosa sarebbe  oggi il mondo. Ma siamo nella post Storia, c’è l’attesa di vita, le  palestre, il culto del corpo, i viaggi, gli amici dei social network da  Milano a Giava: la guerra non è comprensibile, razionalizzabile,  assimilabile. Perché ritenere che la guerra risolva, se non è affatto  così? Che il dolore fisico non ci sia, quando si vede bene che c’è?  Possiamo pensare che se quattrocentomila anni fa non ci fosse stata la  lesione dell’armonia universale, versare sangue di altre creature per  riempire se stessi di cibo e di possesso; se non avesse prevalso  l’impulso di versare sangue come una cosa naturale per nutrirci, una  cosa sopportabile, come infatti sopportiamo la convivenza degli occhi  miti del bue con la fetta di carne sul nostro piatto. Se tutto questo  non fosse mai successo, se non avesse prevalso mors tua vita mea, la  Storia sarebbe stata un’altra. Allora non ci sarebbero stati Auschwitz  né Hiroshima. Invece, c’è più di una guerra a generazione.<br />
<em>Alla fine abbiamo visto due Gheddafi, quello assalito e sparato, e quello ricomposto in un interno. </em>Di quello assalito si dice che siano stati i francesi ad assalirlo, ma  ad assalire è stata la solita guerra. Il secondo Gheddafi è quello di  qualche giorno dopo, ricomposto forse in una capanna. Era come se stesse  dormendo. Estraneo alla guerra che aveva appena finito di rimbombare,  appariva parte intrinseca di una pace sconosciuta sia al lui di prima  che a noi di ora. Affacciato al confine di quel mondo col nostro, il suo  corpo pacato domandava: “C’era bisogno di tutto questo?”.</strong></div>
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<h1>Tribunale Russell: &#8220;USA complici di Israele&#8221;</h1>
<div><strong>La corte privata, nata per la guerra in  Vietnam, accusa Washington di fornire sostegno economico e militare e  impunità alle violazioni contro il popolo palestinese.</strong></div>
<div><strong><em>Roma, 11 ottobre 2012, Nena News </em>-</strong></div>
<div><strong>Da New York si alza la voce  del Tribunale Russell sulla Palestina: gli Stati Uniti sono colpevoli di  complicità con le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi da  Israele contro il popolo palestinese.</p>
<p>La speciale corte, nata durante la guerra in Vietnam nel 1967, è un  corpo privato creato dal filosofo inglese Bertrand Russell e dal  francese Jean Paul Sartre e volto a investigare la politica estera  americana e l&#8217;intervento armato in Vietnam. Dal 2008 &#8211; anno  dell&#8217;Operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza &#8211; si occupa di  Palestina e il suo ultimo atto è giunto nella conferenza stampa di  lunedì a New York: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,  Washington è responsabile di complicità nella violenta repressione  israeliana contro la Palestina.</p>
<p>&#8220;Il Tribunale ritiene che il progetto di espansione coloniale  israeliana in atto, le sue politiche razziali, così come il militarismo  violento non sarebbero possibili senza il sostegno economico, militare e  diplomatico degli Stati Uniti &#8211; si legge nella bozza del rapporto  della corte &#8211; Si è creata una situazione per cui Israele ha ottenuto uno  status di immunità e impunità per la sua totale mancanza di rispetto  delle norme e gli standard del diritto internazionale, con l&#8217;aiuto degli  Stati Uniti&#8221;.</p>
<p>In particolare, secondo il Tribunale, Washington permette a Tel  Aviv di lavorare per rimanere uno Stato esclusivamente ebraico &#8220;a spese  dei diritti umani del popolo palestinese&#8221; e in violazione della legge  internazionale, <em>in primis</em> della Convenzione di Ginevra e della giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia.</p>
<p>Durante la conferenza stampa, la corte ha inoltre imputato a Israele  e Stati Uniti la mancata presenza alla quarta sessione del Tribunale,  nonostante i numerosi inviti ricevuti. Nell&#8217;ultimo rapporto si  elencano le violazioni israeliane, a partire dalla negazione del diritto  del popolo palestinese all&#8217;autodeterminazione e del diritto al ritorno  dei profughi palestinesi (garantito dalla risoluzione Onu 194 del  1948), la sistematica violazione delle centinaia di risoluzioni delle  Nazioni Unite in merito ai Territori Occupati e del diritto del popolo  palestinese a usufruire delle proprie risorse naturale e delle terre.</p>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>A cui si aggiungono la costruzione del Muro di Separazione  (considerato illegale dalla Corte Internazionale), la creazione di  colonie in territorio palestinese, l&#8217;espulsione continua di residenti  palestinesi dal proprio territorio, la demolizione sistematica di case  palestinesi, maltrattamenti e torture nei carceri israeliani e  l&#8217;utilizzo della detenzione amministrativa contro i prigionieri politici  palestinesi.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3783" title="19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg" alt="" width="477" height="241" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Ballando sull&#8217;orlo della fine dell&#8217;Europa: &#8220;Venghino, siòri, venghino: dopo le panzane sulle atomiche di Saddam ora vi rifiliamo le panzane sulle atomiche di Gheddafi e di Ahmadinejad&#8221;. Così Israele, forse in interessata compagnia di Londra, può realizzare il vecchio sogno di bombardare l&#8217;Iran, uno dei due motivi per il quale è stato eletto Netanyahu (l&#8217;altro è impedire a tutti i costi che nasca lo Stato palestinese)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 18:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E&#8217; difficile da credere, ma ormai viene dato per certo che con la classica scusa della “produzione di bombe atomiche”, sperimentata con successo dagli USA per invadere l’Iraq, Israele attaccherà quanto prima l’Iran, con l’appoggio degli inglesi, per mettere anche la Casa Bianca di fronte al fatto compiuto. Il presidente Obama infatti, per timore di perdere voti, è contrario a una tale azione militare prima della sua rielezione, ma alcuni collaboratori lo esortano invece ad autorizzarla e appoggiarla perché ricompatterebbe l’elettorato riportandolo di sicuro alla Casa Bianca e scongiurando la temuta candidatura di Hilary Clinton, sempre più popolare nell’elettorato non solo del Partito Democratico. E’ dal 2006 che l’attacco militare all’Iran da parte degli Usa e di Israele viene dato per imminente e certo, senza però che sia poi stato sferrato. Ecco per esempio cosa dichiarava nel 2006, poco dopo la terza invasione israeliana del Libano, Seymour Hersh, il famoso giornalista americano che ebbe il coraggio di denunciare il massacro di tutti gli abitanti di My Lai compiuta dai marine in Vietnam e che per primo ha denunciato le torture americane nel carcere iracheno di Abu Ghraib:</strong></p>
<p><strong>“<em>L’amministrazione Bush era molto direttamente impegnata nel pianificare la guerra libanese-israeliana. Il presidente Bush ed il vice presidente Cheney erano convinti che il successo della campagna militare israeliana in Libano avrebbe non soltanto raggiunto gli obiettivi desiderati da Tel Aviv, ma sarebbe anche servito come preludio ad un possibile attacco contro le strutture nucleari iraniane</em>”.</strong></p>
<p><strong>La scusa è anche oggi quella del “pericolo atomico” iraniano. Nella vulgata corrente infatti l’Iran sarebbe così idiota e suicida da produrre atomiche per affrettarsi a lanciarne già la prima su Israele, nonostante Israele di atomiche ne possieda circa 400 e possa quindi cancellare non solo l’Iran dalla faccia della terra. Senza contare che la signora Clinton ha dichiarato senza arrossire di vergogna che “prima di finire di schierare per il lancio il suo primo missile nucleare l’Iran sarebbe riportato all’epoca delle caverne”, con un olocausto fulmineo di oltre  80 milioni di esseri umani, più o meno quanti ne ha  l’Italia intera. Embé c’è olocausto e olocausto. Quello sulla pelle di 70-80 milioni di iraniani evidentemente per la signora Hilary&amp;C è buono, nonostante sia ben 12-14 volte quello che purtroppo c’è stato davvero per mano dei nazisti.<span id="more-3399"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Tutti però si guardando bene dal ricordare che ai tempi dello scià di Persia Reza Pahlavi gli Usa avevano deciso di vendergli il formidabile laboratorio di fisica nucleare del Massachussets Institute of Technology (MIT), nonostante lo scià avesse dichiarato esplicitamente che intendeva utilizzarlo “per produrre quanto prima bombe atomiche”.  La vendita non andò in porto solo per le proteste degli studenti e dei professori del MIT, con in testa Noam Chomsky, certo non antisemita essendo notoriamente ebreo.</strong></p>
<p><strong>La storia del nucleare iraniano risale proprio allo scià Reza Pahlavi. Oltre ad essere amico dei vari esponenti Usa che lo avevano rinforzato sul trono con il colpo di Stato del 1953 contro il governo Mossadeq, in codice &#8220;Operazione Ajax&#8221;, Reza Pahlavi aveva l’appoggio del Segretario di Stato  Henry Kissinger, che, in chiave anti URSS, gli propose l’acquisto di 23 nuovi reattori e l’aiuto di tecnici dell’MIT. E così nel ‘76 il presidente Ford autorizzò anche la vendita all’Iran di tecniche innovative per l’estrazione e lavorazione del plutonio, necessario per costruire ordigni nucleari in alternativa all’uranio 235. Si arriva così all’accordo USA-IRAN del ’78 di collaborazione anche nella ricerca di giacimenti di uranio e le società americane General Electric e Westinghouse si mettono in lizza per costruire in Iran i reattori nucleari, la cui costruzione era stata danneggiata dalla guerra con l’Iraq del 1980-1988, voluta in pratica dagli Usa che foraggiavano lo stesso Saddam che in seguito decideranno di eliminare. L’Iran stipula accordi anche con la Francia e la Germania.</strong></p>
<p><strong>A fine guerra con l’Iraq il governo iraniano offre a Washington e all’Europa di costruire nuovi reattori, ma il dilagare del khomeinismo provoca il rifiuto Usa, motivo per cui Teheran si rivolse quindi ai russi, che accettarono di costruire una prima centrale.</strong></p>
<p><strong>Solo nel 2000 l&#8217;allora presidente Usa  Bill Clinton ammetterà la responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 e ammetterà che si trattò di un tragico errore, causa di molti dei problemi odierni. Il colpo di Stato che rovesciò Mossadeq mostrò infatti all&#8217;intero  Medioriente che gli USA non avevano nessuna intenzione di &#8220;esportare la democrazia&#8221;, come si usa dire invece oggi, ma solo di tutelare i propri interessi. Inoltre il golpe del &#8217;53 è stato il primo in cui per rovesciare un governo venne usata la CIA, esperienza che convinse gli USA di poter disporre di uno nuovo strumento per modellare la politica mondiale. Il golpe iraniano accelerò la penetrazione americana nel Golfo e in Medio Oriente a danno dell&#8217;influenza inglese. L&#8217;asserito appoggio del governo di Londra a quello che pare sia l&#8217;imminente attacco all&#8217;Iran, che seguirebbe l&#8217;appoggio inglese alla rivolta anti Gheddafi in Libia, potrebbe essere quindi un modo per restituire pan per focaccia e riguadagnare in questa parte del pianeta l&#8217;influenza soffiata agli inglesi da Washington.</strong></p>
<p><strong>Ora c’è da parte Usa un nuovo “al lupo, al lupo!”, sotto forma di “all’atomica, all’atomica!” questa volta iraniana. Come si possa ancora credere a questo tipo di “verità” ufficiali è difficile da capire, alla luce delle serie di falsi storici inventati a tavolino per fare accettare all’opinione pubblica una serie di guerre: “l’incidente di Cuba” per fare la guerra alla Spagna e portarle così via una fetta delle colonie; “l’incidente del Tonchino” per scatenare la guerra contro il Vietnam del Nord; le “atomiche irachene” per invadere l’Iraq. E’ di pochi giorni fa la strana bufala, subito fatta abortire ma mai smentita dai mass media che l’avevano prontamente avvalorata a livello planetario, delle “atomiche di Gheddafi”. Bufala sottovalutata, sulla quale tra qualche riga ci soffermeremo. E pochi giorni prima di questa nuova bufala c’è stata la minacciosa protesta Usa per “i piani di uccisione dell’ambasciatore saudita a Washington”, piani che è piuttosto difficile prendere per oro colato.</strong></p>
<p><strong>Come per l’incredibile menzogna delle “atomiche libiche”, si sperticano in molti ad assicurare che la conferma dell’esistenza di atomiche iraniane sarà ufficiale e fatta addirittura della stessa AIEA, cioè dall’agenzia dell’Onu che controlla – ma SOLO nei Paesi firmatari dell’accordo internazionale di non proliferazione delle atomiche – che non ci siano usi militari delle centrali nucleari. Filtrano “indiscrezioni” che l’AIEA è sommersa di rapporti dei servizi segreti occidentali che “inchiodano” Teheran. Come se non fosse ormai un vizio per certi servizi segreti, da parti di quello italiano a quello inglese, da quello israeliani a quello statunitense, raccontar panzane a danno di chi si vuole colpire. L’AIEA però sulle atomiche israeliane tace, ma solo perché Israele NON ha mai firmato il trattato di non proliferazione. Se non l’avesse firmato neppure l’Iran, oggi Teheran potrebbe dotarsi o essersi già dotato in tutta tranquillità di ordigni atomici senza le minacce che invece pendono sul suo capo come una spada di Damocle moltiplicato qualche milione.</strong></p>
<p><strong>Debbo purtroppo segnalare il titolo di un articolo di Repubblica di pochi giorni fa, dove si leggeva che l’Iran “sta testando la bomba atomica”. Testare una bomba atomica significa farla esplodere per controllare se la procedura per produrne in serie funziona o no. Oppure significa fare come il Giappone, che le atomiche non le ha ancora costruite, ma intanto ha simulato tutto con dei supercomputer in modo che in caso le può produrre nel giro di poche settimane. Leggendo il mirabolante articolo di Repubblica si scopre invece che il tutto si riduce alla presenza di una capsula di metallo che “potrebbe” – al condizionale!!! – essere l’innesco a base di esplosivo classico. E’ come annunciare nel titolo che i marziani stanno “testando” l’invasione del pianeta Terra e scrivere nell’articolo che in effetti hanno prodotto un pezzo di lamoera che “potrebbe” servire per costruire astronavi… No comment. Mi limito a ricordare che per spingere verso l’invasione dell’Iraq i principali giornali italiani arrivarono a mentire con articoli che fin dal titolo in prima pagina affermavano: “Prosegue in Iraq la produzione di bombe atomiche”! Il tutto senza che i pacifisti abbiano assaltato le redazioni della menzogna e senza che gli autori di quelle panzane e i loro direttori, corresponsabili di fatto della tragedia della guerra contro l’Iraq, siano stati né arrestati, né licenziati né disturbati con sanzioni disciplinari dall’Ordine dei giornalisti.</strong></p>
<p><strong>Insomma, tanto per cambiare, “venghino, siori, venghino….”.</strong></p>
<p><strong>Premesso che è assurdo pretendere che le atomiche le abbia solo Israele, ma non i Paesi vicini, condannati così a non potersi difendere adeguatamente in caso di attacco israeliano o comunque occidentale, una cosa è però chiara, anche se nessuno ha il coraggio di dirla: un attacco militare all’Iran comporterebbe automaticamente, a causa delle complicazioni in campo petrolifero nell’intero Golfo, una serie di scenari collaterali semplicemente devastanti per l’intero pianeta. Non a caso Francia e Usa hanno alzato pubblicamente la voce contro la pazzia di Netanyahu e del suo indecente ministro degli Esteri, il poco meno che fascista Avigdor Lieberman, emigrato dalla natia Russia. Ecco gli scenari inevitabili:</strong></p>
<p><strong>- l’aggravarsi della crisi finanziaria europea,   che diventerebbe anche energetica, economica e industriale;</strong></p>
<p><strong>- la conseguente fine dell’euro;</strong></p>
<p><strong>- l’altrettanto conseguente fine dell’Unione Europea;</strong></p>
<p><strong>- l’ascesa di Israele alla guida dello “scontro di civiltà”, che a quel punto riceverebbe un forte impulso;</strong></p>
<p><strong>- la conseguente fine dell’influenza dell’Italia anche in Medio Oriente;</strong></p>
<p><strong>- il ritorno dell’Inghilterra – se è vero che attaccherebbe l’Iran assieme a Israele &#8211; alla sua secolare politica, sempre volta a evitare che in Europa la potenza di un qualche Stato possa farle ombra e ancor più che l’Europa possa vedere l’unione di suoi Stati</strong></p>
<p><strong>Veniamo ora alle “bombe atomiche di Gheddafi”. La notizia è di quelle da lasciare sgomenti, se non terrorizzati: &#8220;Trovate le bombe atomiche di Gheddafi&#8221;. E&#8217; strano quindi, anzi è stranissimo che i giornali dopo averla sparata come notizia d&#8217;apertura nelle edizioni online l&#8217;abbiano poco dopo fatta precipitare tra le notiziole in basso per poi trattarla senza molta convinzione nelle edizioni cartacee, relegandola tra le pagine interne. Il problema è che a dare notizia di tale asserito ritrovamento di ordigni atomici è stato lo stesso vertice del Consiglio Nazionale Transitorio che nei mesi scorsi ha già rifilato altre notizie clamorose rivelatesi fasulle, e che a lanciarla nel mondo sia stata la tv Al Arabija, che nei mesi scorsi a quelle stesse notizie fasulle s&#8217;è prestata a far da megafono planetario. Il primo ministro dimissionario del CNT, Mahmoud Jibril, ha addirittura assicurato che la &#8220;scoperta&#8221; delle bombe atomiche sarà confermata a breve dall&#8217;AIEA, la stessa che ora si giura che incastrerà l’Iran. E&#8217; evidente che un&#8217;eventuale conferma dell&#8217;AIEA sarebbe un fatto clamoroso, anzi sconvolgente. L&#8217;AIEA infatti è sempre molto prudente, per esempio finora si è guardata bene dall&#8217;avvalorare gli allarmismi &#8220;nucleari&#8221; contro l&#8217;Iran così come a suo tempo  s&#8217;è guardata bene dall&#8217;avvalorare le accuse &#8220;atomiche&#8221; contro l&#8217;Iraq di Saddam Hussein, accuse come è noto rivelatesi, ma solo dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq, completamente e scientemente inventate a tavolino. Per fortuna Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, cioè dell&#8217;alleanza militare che ha condotto la guerra contro Gheddafi, ha smentito quanto strombazzato nel mondo dal tandem Jibril-Al Arabija. Però vale la pena fare qualche considerazione aggiuntiva, perché questa storia delle &#8220;atomiche libiche&#8221; se anch&#8217;essa falsa può essere una operazione abilmente montata per allarmare talmente l&#8217;opinione pubblica da convincerla che bisogna colpire finalmente l&#8217;Iran onde evitare che si doti anche lui di bombe atomiche.</strong></p>
<p><strong>Che la Libia possa avere costruito bombe atomiche è semplicemente impossibile, così come è impossibile che le stia costruendo l&#8217;Iran. Le bombe atomiche infatti si possono costruire solo in due modi: utilizzando l&#8217;uranio 235 oppure utilizzando il plutonio. In natura l&#8217;uranio 235 non esiste, bisogna estrarlo con raffinazioni successive, dall&#8217;uranio 238 fino a ottenere che oltre il 90% del metallo sia costituito dall&#8217;isotopo 235: per farlo, bisogna trasformare l&#8217;uranio in gas esafluoruro d&#8217;uranio e farlo filtrare man mano da varie decine di migliaia di ultracentrifughe, non meno di 30-40 mila, che devono lavorare in linea, cioè simultaneamente. Ultracentrifughe che è impossibile vengano costruite in tali quantità da chi non possiede né la tecnologia né i materiali necessari e se li deve quindi procurare con acquisti all&#8217;estero che NON possono certo passare inosservati. Per quanto riguarda invece il plutonio, la trafila è più semplice: si tratta di esporre l&#8217;uranio 238 al bombardamento di neutroni ottenibile solo in una centrale nucleare, anche di uso civile, che la Libia NON possiede. Inoltre il bombardamento di neutroni deve durare vari giorni, durante i quali però la centrale non può funzionare e quindi se è ad uso civile, cioè per produrre corrente elettrica, le città alimentate resterebbero al buio. Evento anche questo impossibile da nascondere. Se è una centrale militare deve essere sufficientemente grande, tanto da rendere impossibile che non sia rilevata dai satelliti spia.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Nel caso fantascientifico che  fosse confermata la presenza in Libia di armi atomiche bisogna porsi alcune domande, l&#8217;ultima delle quale apre lo scenario dell&#8217;attacco all&#8217;Iran, che infatti guarda caso sta prendendo piede:</strong></p>
<p><strong>- a che serve avere bombe atomiche se NON si hanno gli aerei che le possono trasportare e sganciare? Vale a dire, se non si è in grado di utilizzarle. Al massimo possono essere un deterrente anti invasione terrestre, come le mine atomiche che gli Usa avevano e pare abbiano ancora nel Friuli in funzione anti invasione dall&#8217;Est.</strong></p>
<p><strong>- perché mai avrebbe dovuto averle Gheddafi, visto che si è ben guardato dall&#8217;usarle neppure per salvarsi il potere e salvare la pelle sua e dei suoi figli?</strong></p>
<p><strong>- chi gliele ha date o vendute, visto che è impossibile siano state prodotte in loco?</strong></p>
<p><strong>- poiché (film e romanzi a parte) è impossibile che le bombe atomiche vengano vendute o regalate, chi le ha portate in Libia per poi farle trovare e giustificare così a posteriori l&#8217;assalto a Gheddafi?</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Ecco, l&#8217;ultima domanda è la più insidiosa. Ragioniamo. Gli americani hanno invaso l&#8217;Iraq con la scusa delle bombe atomiche di Saddam, che però poi si è scoperto essere state una frottola decisa per giustificare l&#8217;invasione. Gli americani hanno fatto due bei film su quell&#8217;atroce inganno, &#8220;Green zone&#8221; e &#8220;Savoir faire&#8221;. Se alla Casa Bianca fossero stati più furbi, e ancor più cinici di quanto sono stati, avrebbero potuto portare clandestinamente un paio di bombette atomiche in Iraq e poi &#8220;scoprirle&#8221;. Beh, la &#8220;rivoluzione&#8221; libica è stata preparata con cura da Francia, Inghilterra e &#8211; stando a quanto si dice, ma finora non ci sono prove credibili- da Israele. Tre Paesi dotati tutti di armi nucleari. In teoria, è possibile che questa volta, imparata la lezione iracheno-americana, almeno uno di quei Paesi abbia deciso di introdurre di nascosto una o più bombette atomiche in Libia per poi &#8220;scoprirle&#8221; e prendere così due piccioni con una fava:</strong></p>
<p><strong>- giustificare a posteriori in modo ferreo e inconfutabile la neocoloniale guerra libica, tappando la bocca a pacifisti e affini;</strong></p>
<p><strong>- giustificare in anticipo un intervento militare contro l&#8217;Iran al grido di &#8220;se le atomiche le aveva perfino Gheddafi è ovvio che le ha anche l&#8217;Iran&#8221;.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In ogni caso, la presenza della tv Al Arabija anche in questa strepitosa storia delle &#8220;atomiche di Gheddafi&#8221; permette di capire alcune cose, gravi, che però a differenza degli ordigni nucleari non sono ipotesi, ma fatti certi. Teniamo presente che durante la guerra libica Al Arabija è  stata molto attiva assieme ad Al Jazeera nel propalare contro Gheddafi accuse tanto gravi quanto inventate di sana pianta. E teniamo presente che pochi giorni fa il Qatar  ha messo le mani avanti sul futuro della Libia rivendicando un ruolo più importante. Il perché di tali rivendicazioni lo ha reso pubblico il suo capo di stato maggiore delle forze armate, Hamad bin Ai al Atiya. Il capo militare ha rivelato con molto orgoglio non solo che il Qatar è stato il Paese che più di tutti ha appoggiato militarmente i ribelli libici, ma anche che  ha inviato “centinaia di uomini in ogni regione” libica. Non uomini qualsiasi, ma, ci ha tenuto a chiarire al Atiya, militari che dovevano &#8220;pianificare le azioni dei ribelli contro Gheddafi&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Si dà il caso che il Qatar sia proprietà privata del per nulla democratico emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che nel ’95 ha deposto suo padre con un colpo di Stato e che è immensamente ricco grazie al petrolio sul quale il suo possedimento galleggia. E si dà il caso che a volere Al Jazeera, la cui sede centrale è a Doha, è stato proprio Al Thani, che alla sua televisione ci tiene talmente da avere dichiarato tempo fa “ci tengo più che alla mia famiglia”.</strong></p>
<p><strong>La televisione Al Arabija ha invece sede a Dubai e appartiene a una società con capitali dell’Arabia Saudita, del Kuwait e del Bahrein. In quest’ultimo Stato, anch’esso straricco per il petrolio e anch’esso proprietà privata di uno sceicco, la locale “primavera araba” è stata soffocata nel sangue anche grazie all’arrivo di truppe saudite.  Se la sete di democrazia dovesse attecchire anche nei vari Stati del Golfo, che pompano di petrolio l’Occidente in cambio di tanti soldi e tanta distrazione sui locali regimi niente affatto democratici, gran parte delle nostre industrie, automobili e impianti di riscaldamento si troverebbero a zero. Ecco perché in questi Paesi le istanze di democrazia vengono stroncate nel sangue senza che in Occidente nessuno reclami.</strong></p>
<p><strong>Al Arabija e Al Jazeera, di solito concorrenti, hanno lavorato di fatto in tandem per lanciare fin dai primi giorni della rivolta balle colossali utili a spingere l’Occidente a giustificare l’intervento militare in Libia. Si è iniziato fin dai primi giorni con il grossolano falso dei “10.000 morti civili per i bombardamenti di Gheddafi” lanciato da Al Arabija e si è finito, per ora, con il falso altrettanto grossolano delle “fosse comuni” con i resti di 1.700 “martiri della rivoluzione vittime delle torture di Gheddafi” lanciato da Al Jazeera. Pian piano viene quindi a galla che la “rivoluzione” contro Gheddafi più che una versione libica della “primavera araba” è stata una rivolta preparata con cura da istruttori militari stranieri. Della presenza di istruttori francesi e inglesi già si sapeva. Ora si viene a sapere anche che sul terreno i rivoltosi erano guidati, in ogni regione della Libia, da personale militare arrivato da un Paese come il Qatar, tanto ricco quanto assolutamente distante dal concetto di democrazia.</strong></p>
<p><strong>Questo tipo di operazioni i militari le chiamano “guerra psicologica”. Guerra che consiste in soldoni nel demonizzare il nemico, diffamandolo e calunniandolo il più possibile anche inventando panzane colossali come le “bombe atomiche irachene di Saddam”. Di questo tipo di guerra il comando Nato di Verona ne ha una bella e importante sede. Se per i greci e i romani la guerra psicologica si riduceva a considerare e chiamare “barbari” i nemici e gli esterni in genere, ed era basata sull&#8217;ignoranza reciproca, oggi si tratta invece di alterare e nascondere la realtà creandone una ad hoc. Insomma, la faccenda è molto più complicata. Ma il succo e i fini non cambiano.</strong></p>
<p><strong>La saggezza popolare avverte che “Non tutte le ciambelle riescono col buco”. Più precisamente, Annibale, che se ne intendeva, ebbe ad avvertire Scipione che “Le guerre si sa come iniziano, ma non come finiscono”. Speriamo solo che il gioco della guerra psicologica non sia arrivato al punto di pazzia da servirsi anche di &#8220;scoperte&#8221; di bombe atomiche piazzate ad arte per farle trovare a bella posta. Se così fosse, è chiaro che saremmo pericolosamente affacciati sull&#8217;orlo dell&#8217;inferno.</strong></p>
<p><strong>Forse “la Storia è maestra di vita”, come si usa dire, ma l’umanità è una pessima scolara. Sì, c’è solo da sperare che anche questa volta si tratti di un falso allarme. O meglio: di guerra solo psicologica.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Il non democratico Qatar, proprietà privata di uno sceicco immensamente ricco,  dichiara ufficialmente che la &#8220;rivoluzione&#8221; libica è stata una rivolta preparata, alimentata e guidata sul terreno soprattutto dalle sue forze armate, supportate dai falsi di Al Jazeer e Al Arabija. E don Piero Gheddo chiede: &#8220;Siamo sicuri che Gheddafi sia il diavolo?&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come volevasi dimostrare. Ovvero: ora si spiegano alla perfezione, tra l’altro, i falsi scoop libici propalati in tutto il pianeta dalle televisioni Al Arabija e Al Jazeera. Il Qatar  ha messo le mani avanti sul futuro della Libia rivendicando un ruolo più importante, e magari qualche ottima concessione petrolifera. Il perché di tali rivendicazioni lo ha reso pubblico il suo capo di stato maggiore delle forze armate, Hamad bin Ai al Atiya. Il capo militare ha rivelato con molto orgoglio non solo che il Qatar è stato il Paese che più di tutti ha appoggiato militarmente i ribelli libici, ma anche che  ha inviato “centinaia di uomini in ogni regione” libica. Non uomini qualsiasi, ma, ci ha tenuto a chiarire al Atiya, militari che dovevano pianificare le azioni dei ribelli contro Gheddafi.<span id="more-3383"></span><br />
Si dà il caso che il Qatar sia proprietà privata dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che nel ’95 ha deposto suo padre con un colpo di Stato e che è immensamente ricco grazie al petrolio sul quale il suo possedimento galleggia. E si dà il caso che a volere Al Jazeera, la cui sede centrale è a Doha, è stato proprio Al Thani, che alla sua televisione ci tiene talmente da avere dichiarato tempo fa “ci tengo più che alla mia famiglia”.</strong></p>
<p><strong>Pian piano viene quindi a galla che la “rivoluzione” contro Gheddafi più che una versione libica della “primavera araba” è stata una rivolta preparata con cura da istruttori militari stranieri. Della presenza di istruttori francesi e inglesi già si sapeva. Ora si viene a sapere anche che sul terreno i rivoltosi erano guidati, in ogni regione della Libia, da personale militare arrivato da un Paese come il Qatar, tanto ricco quanto assolutamente distante dal concetto di democrazia.<br />
La televisione Al Arabija ha invece sede a Dubai e appartiene a una società con capitali dell’Arabia Saudita, del Kuwait e del Bahrein. In quest’ultimo Stato, anch’esso straricco per il petrolio e anch’esso proprietà privata di uno sceicco, la locale “primavera araba” è stata soffocata nel sangue anche grazie all’arrivo di truppe saudite.  Se la sete di democrazia dovesse attecchire anche nei vari Stati del Golfo, che pompano di petrolio l’Occidente in cambio di tanti soldi e tanta distrazione sui locali regimi niente affatto democratici, gran parte delle nostre industrie, automobili e impianti di riscaldamento si troverebbero a zero.<br />
Ecco perché Al Arabija e Al Jazeera, di solito concorrenti, hanno lavorato di fatto in tandem per lanciare fin dai primi giorni della rivolta balle colossali utili a spingere l’Occidente a giustificare l’intervento militare in Libia. Si è iniziato fin dai primi giorni con il grossolano falso dei “10.000 morti civili per i bombardamenti di Gheddafi” lanciato da Al Arabija e si è finito, per ora, con il falso altrettanto grossolano delle “fosse comuni” con i resti di 1.700 “martiri della rivoluzione vittime delle torture di Gheddafi” lanciato da Al Jazeera. </strong></p>
<p><strong>Questo tipo di operazioni i militari le chiamano “guerra psicologica”. Guerra che consiste in soldoni nel demonizzare il nemico, diffamandolo e calunniandolo il più possibile anche inventando panzane colossali come le “bombe atomiche irachene di Saddam”. Di questo tipo di guerra il comando Nato di Verona ne ha una bella e importante sede. Se per i greci e i romani la guerra psicologica si riduceva a considerare e chiamare “barbari” i nemici e gli esterni in genere, ed era basata sull&#8217;ignoranza reciproca, oggi si tratta invece di alterare e nascondere la realtà creandone una ad hoc. Insomma, la faccenda è molto più complicata. Ma il succo e i fini non cambiano.</strong></p>
<p><strong>MA SIAMO SICURI CHE GHEDDAFI SIA PROPRIO IL DIAVOLO?</strong></p>
<p><strong>Reputo interessante un articolo pubblicato su <a href="www.asianews.it">www.asianews.it</a> da don Piero Gheddo, un missionario profondo conoscitore della realtà di molti Paesi e autore di considerazioni su Gheddafi e la Libia che cozzano contro la vulgata corrente. Riporto qui di seguito l&#8217;articolo per intero. E tralascio, per ora, il fatto che Gheddafi è stato portato e mantenuto al potere dai servizi segreti italiani, come del resto anche Ben Alì in Tunisia, perciò le loro colpe per quanto scellerate sono in parte anche nostre.<br />
</strong></p>
<p><strong>&#8220;L’Occidente si è schierato con gli avversari di Muhammar al Gheddafi, che dovrà scegliere se morire nella Tripoli ridotta a macerie o accettare l’esilio in un Paese amico. E’ un dato di fatto ed è superfluo richiamare quanto ha detto più volte il Papa. Ancora ieri, 27 marzo, dopo l’Angelus, Benedetto XVI ha detto: “Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia, cresce la mia trepidazione per l’incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall’uso delle armi. Nei momenti di maggiore tensione si fa più urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature.</strong></p>
<p><strong>In questa prospettiva, mentre elevo al Signore la mia preghiera per un ritorno alla concordia in Libia e nell’intera Regione nordafricana, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi”.  Il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli (AsiaNews.it, 25 marzo) aggiunge: “La guerra poteva essere evitata. Qualche giorno prima che Sarkozy decidesse di bombardare, si erano aperti spiragli veri di mediazione. Ma le bombe hanno compromesso tutto”. Dittatore dal 1969, all’inizio Gheddafi ha seguito una linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare il terrorismo di matrice islamica, le moschee e madrasse islamiche d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25 mila italiani e altri stranieri che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il suo popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il premier libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco ha cambiato politica: ha continuato a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, ma in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha  iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola e al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna.</strong></p>
<p><strong>Sono stato in Libia nel 2007 e sono rimasto in contatto con amici. I proventi del petrolio Gheddafi li ha usati per sviluppare il Paese: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800-1.000 metri! Due acquedotti (costruiti dai sudcoreani) portano l’acqua dal deserto alla costa, 900 km. a nord. Il regime di Gheddafi è sostenuto dalle tribù della Tripolitania, combattuto da quelle della Cirenaica, la regione che si è ribellata e facilmente ha conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Una rivalità tradizionale che già aveva creato problemi al tempo della colonizzazione italiana. La recente rivolta non è stata causata dalla miseria, come quelle di Egitto e Tunisia, infatti fino ad oggi, molti i profughi dai paesi del Maghreb, nessun libico è fuggito dalla Libia: segno che la gente non stava proprio male. La rivolta è guidata da rivalità tribali (le tribù si chiamano “kabile”) e poi dall’oppressione di una dittatura che non lascia spazi di crescita politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. </strong></p>
<p><strong>Ma non possiamo dimenticare quel che il dittatore ha fatto: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’università, ha abolito la poligamia e varato leggi in favore della donna anche nel matrimonio: ad esempio ha proibito di tener chiuse le ragazze e le donne in casa e nel cortile cintato di casa. Soprattutto, ha controllato e tenuto a freno l’estremismo islamico. Un comitato di saggi islamici a Tripoli preparava in anticipo il testo dell’insegnamento religioso del venerdì, lo mandava a tutte le moschee del Paese; l’imam doveva leggere quel testo senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto. In Libia, finora, c’è libertà religiosa. I 100 mila cristiani (nessun libico, tutti stranieri in maggioranza lavoratori copti egiziani), pur con molti limiti, godono di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica è un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Oggi in Libia ci sono circa 80 suore cattoliche (soprattutto indiane e filippine, ma anche italiane) e 10.000 infermiere cattoliche filippine e indiane, oltre a molti medici filippini, indiani, libanesi, italiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste giovani donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”. In nessun Paese islamico tutto questo è permesso. Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza e campagne coltivate e cittadine, dove 20 anni fa non c’era nulla.</strong></p>
<p><strong>La città di Sebha capitale della regione ha 80 mila abitanti, dove vive un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale centrale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, ma mi pare giusto testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni. Il 26 marzo scorso Magdi Cristiano Allam ha scritto su “Il Giornale”: “Nella guerra esplosa in Libia e che vede l’Italia in prima linea, l’unica vera certezza, al di là delle reali intenzioni di chi l’ha scatenata, è che a vincere saranno gli integralisti islamici e che, di riflesso, le popolazioni delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo saranno sempre più sottomesse alla sharia, la legge coranica che nega i diritti fondamentali della persona e legittima la dittatura teocratica. Un esito che è esattamente l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama straripanti delle parole d’ordine ‘libertà’ e ‘democrazia’”&#8221;.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La più grande escort (anche) con Berlusconi è la Chiesa, che a fronte di tanta devastazione non solo morale tace e sa urlare solo contro i poveracci alla Englaro. La verità sulla &#8220;rivoluzione libica&#8221; comincia finalmente a emergere anche sui principali giornali</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2011/09/la-piu-grande-meretrice-anche-con-berlusconi-e-la-chiesa-che-a-fronte-di-tanta-devastazione-non-solo-morale-tace-e-sa-urlare-solo-contro-i-poveracci-alla-englaro-la-verita-sulla-rivoluzione-libi/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 18:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che usi avesse lo abbiamo capito al punto da averlo ribattezzato da un bel pezzo Il Chiavaliere, epiteto molto più adeguato alla realtà del titolo di Cavaliere. Ciò detto, salto a piè pari il fetido argomento &#8220;Silvio e le donne&#8221; per fare invece la seguente considerazione: strano che tutti facciano finta di non accorgersi che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che usi avesse lo abbiamo capito al punto da averlo ribattezzato da un bel pezzo Il Chiavaliere, epiteto molto più adeguato alla realtà del titolo di Cavaliere. Ciò detto, salto a piè pari il fetido argomento &#8220;Silvio e le donne&#8221; per fare invece la seguente considerazione: strano che tutti facciano finta di non accorgersi che dalle intercettazioni telefoniche e annesse azioni risulta chiaro e tondo che NON E&#8217; VERO che Silvio Berlsuconi non interferisce con i suoi giornali e televisioni, NON è cioè quel &#8220;mero proprietario&#8221; che ai gonzi come Veltroni-D&#8217;Alema&amp;C è riuscito a far credere di essere in modo da potersi mettere con il loro volenteroso aiuto la legge sotto i piedi e candidarsi alle elezioni. Con le note conseguenze, sempre più a valanga e per l&#8217;esattezza a valanga di merda.<br />
Visto che è ormai assodato che il conflitto di interessi c&#8217;è ed è in piena azione, e che invece quella del &#8220;mero proprietraio&#8221; è solo una presa per il sedere di tutti gli italiani, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovrebbe intervenire d&#8217;autorità. Non è vero che non può destituire Berlusconi da primo ministro: il Chiavaliere ha tradito il solenne giuramento fatto al monento di ricevere l&#8217;incarico, ha mentito agli italiani, ha tradito l&#8217;opinione pubblica, ha tradito e falsificato la realtà in vari campi. Soprattutto, la sua permanenza a palazzo Chigi vanifica i sacrifici, le &#8220;lacrime e sangue&#8221; che lo stesso Napolitano ci chiede, vanifica il senso di responsabilità che da qualche tempo il capo dello Stato chiede con insistenza a tutti con il paradossale risultato di salvare di Berlusconi  primo ministro, il quale oltretutto sta sputtanando l&#8217;Italia a livello planetario. Insomma, il Chiavaliere sta danneggiando gravemente l&#8217;interesse generale dell&#8217;Italia in più campi, fino a minacciarne il rimanere nell&#8217;euro e nell&#8217;Eurozona e quindi la stessa unità nazionale. Non so se ciò basti per l&#8217;accusa di Alto Tradimento, ma di sicuro ce n&#8217;è più che a sufficienza perché Napolitano inviti con fermezza e se necessario anche pubblicamente Berlusconi a dimettersi mettendo sul piatto come aut aut le proprie dimissioni. Di fronte a una mossa come questa Berlusconi sarebbe semplicemente spazzato dalla scena. Non c&#8217;è da temere che il parlamento si rifiuti di dar vita a un altro centrodestra, vista la fifa nera che i parlamentari hanno di non essere rieletti in caso di elezioni anticipate. I Responsabili alla Scilipioti non potrebbero certo mostrarsi cosi Irresponsabili da non sostenere un nuovo centrodestra perché se lo facessero confermerebbero clamorosamente che con Berlusconi non erano Responsabili quanto invece semplicemente Venduti.<br />
</strong></p>
<p><strong>A fronte di tanta devastazione della morale pubblica e privata nonché della riduzione della donna a semplice &#8220;troia&#8221;, come le chiamano il fornitore Tarantini di carne fresca e il suo cliente abituale, impressiona il silenzio del Vaticano e della Chiesa, ennesima dimostrazione dell&#8217;arte del meretricio nella quale Santa Madre Chiesa eccelle da quasi duemila anni, da sempre escort dei potenti al governo: i 3 miliardi di euro incassati ogni anni dall&#8217;imbelle Stato italiano valgono bene questo nuovo caso di prostituzione. Del resto già dopo il caso Noemi, della quale e dei cui genitori è ora più chiaro il tipo di disponbilità verso &#8220;papi&#8221; Silvio, il Vaticano per mano del segretario di Stato Raffaele Bertone era ansioso di assolvere pubblicamente il Grande Chiavaliere approfittando della festa della Perdonanza a L&#8217;Aquila. Ricordate? Quella tradizionale festa religiosa aquilana la ribattezai la Puttananza, e il pornografico abbraccio e bacio in bocca di Santa Madre Chiesa con Berlusconi non venne consumato solo perché, se non ricordo male, Vittorio Feltri  accoltellò alla schiena Dino Boffo, l&#8217;allora direttore de L&#8217;Avvenire d&#8217;Italia, quotidiano dei vescovi italiani, suscitanto l&#8217;inevitabile irrigidimento delle gerarchie. La Chiesa fa la voce grossa contro i poveracci alla Englaro e i loro diritti, ma tace vilmente di fronte agli &#8220;uomini della Provvidenza&#8221; e al denaro. Perfino Manuela Arcuri e Patrizia D&#8217;Addario sono delle educande di fronte alla sfacciataggine del meretricio vaticano, che ha degradato il cristianesimo in cattolicesimo papalino, quello che a suo tempo ha dato il disco verde sia al nazismo che al fascismo in cambio di ricchi piatti di lenticchie chiamati Concordato, che decenza vuole venga finalmente abolito anche in Italia anziché ingrassato da puttanieri incalliti.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cambiamo argomento. Vi propongo in sequenza la lettura di alcuni articoli, a partire da quello di Guido Rampoldi su Repubblica  che a partire dal titolo &#8211; I Gattopardi di Tripoli &#8211;  smaschera clamorosamente la marea di panzane ovunque addotta per giustificare l&#8217;ingiustificabile guerra in Libia. A seguire, un articolo di Franco Venturini sul Corriere della Sera, che dimostra come, incredibile ma vero, l&#8217;Italia non sia più un Paese mediterraneo, una lettera di un lettore del Corsera a Sergio Romano e la sua interessante risposta, infine il vergognoso articolo del solito bugiardo </strong><strong>Levy Bernard Henri</strong><strong>, la cui boria trionfalista a fronte degli altri articoli citati suona per quello che è: pura boria narciso trionfalistica.<span id="more-3326"></span><br />
16 Settembre 2011<br />
I gattopardi di Tripoli</strong></p>
<p><strong>Autore: Guido Rampoldi</strong></p>
<p><strong>Mentre sta per concludersi il sesto mese di una guerra che sembrava destinata a durare poche settimane (cominciò il 19 marzo 2011, con il primo bombardamento francese sulla Libia), non sarà il caso di domandarsi cosa sia successo e cosa potrà accadere? Stando all´ufficialità ci attendono gloria e vittoria, in quanto &#8220;tutto va per il meglio&#8221;, come avrebbe detto quel personaggio di Voltaire, il professor Pangloss, passeggiando tra migliaia di cadaveri. Il meglio appunto include dai 20mila ai 50mila morti, secondo le stime di fine agosto. Applicando il rapporto standard di dieci feriti per ogni ucciso, ricaviamo che, su una popolazione di sei milioni di abitanti, i libici ammazzati o colpiti da proiettili e bombe sono stati dai 220 ai 550mila, l´equivalente in proporzione di 2-5 milioni di italiani.<br />
Stando ad Amnesty international, gheddafisti e ribelli hanno praticato o praticano stili di combattimento qualitativamente simili che comprendono squadre della morte, camere di tortura e assassinio di arresi. Le atrocità commesse dai soldati di Gheddafi sono in quantità maggiore. Ma i ribelli potrebbero presto pareggiare i conti, essendo cambiati a loro vantaggio i rapporti di forza. Come denunciano da mesi varie organizzazioni umanitarie, nelle zone controllate dagli insorti bande brutalizzano gli immigrati africani e i connazionali con la pelle nera. Rapinano, stuprano o semplicemente sfogano il tradizionale razzismo arabo con il pretesto che le loro vittime siano &#8220;mercenari di Gheddafi&#8221;. È abbastanza per sospettare che ad incentivare le migrazioni verso l´Italia sia proprio la paura che incute quel gangsterismo ammantato di ideali, piuttosto che i non meno feroci soldati di Gheddafi.<br />
Si dirà che quando collassa un regime totalitario è quasi inevitabile che scorra il sangue e vi sia molta anarchia. Il problema è che non si vede alcun tentativo di punire le atrocità commesse da insorti. Secondo Amnesty, il Consiglio nazionale di transizione non ha prodotto &#8220;alcuna indagine credibile né ha preso misure per chiamare i responsabili a rispondere&#8221;. Probabilmente non ha voluto. Ma se lo decidesse, sarebbe in grado di punire i colpevoli? Ha scarsa autorità sui comandanti locali e nessuna nel Sud, dove non si sa bene cosa stia accadendo. È diviso da rivalità ideologiche o tribali, essendo piuttosto malassortito. E comunque è poco credibile agli occhi dei combattenti, i quali, avendo rischiato la pelle, non accetteranno facilmente che guidi la transizione chi non ha meriti rivoluzionari, o peggio, svolgeva incarichi di responsabilità nel regime.<br />
Anche se la direzione pare quella, non è scritto nel destino che la Libia diventi uno Stato fallito, un caos sanguinolento in cui la politica sia un confronto militare tra consorterie armate, ciascuna con protezioni straniere e interessi nel malaffare, un po´ come l´Afghanistan dei mujahiddin (però un Afghanistan addossato all´Italia). Ma mettiamo che la storia ci sorprenda in positivo. Che Gheddafi domani si arrenda e la guerra di colpo finisca. Che migliaia di famiglie rinuncino a vendicare un parente ucciso, mutilato, torturato. Che il Consiglio nazionale di transizione riesca nel progetto cui sta già lavorando, ricostituire lo Stato richiamando nei ranghi lo stesso personale in servizio prima della guerra, dagli impiegati fino ai viceministri, agli ufficiali delle Forze armate, insomma tutti tranne &#8220;i pochissimi&#8221; che si sono macchiati di atrocità, come annuncia il capo del Cnt. Mettiamo poi che la gioventù ribelle accetti questo gattopardismo, consegni le armi e torni serenamente a casa da mamma e papà, se nel frattempo non sono stati ammazzati; e nel Paese cominci una miracolosa transizione. In questo caso avremo grossomodo lo stesso risultato che si poteva raggiungere sei mesi fa, attraverso il negoziato proposto più volte da Gheddafi. La minaccia di un intervento Nato probabilmente avrebbe convinto il Colonnello ad accettare un esilio interno, sia pure ben mascherato. Quasi tutto il regime si sarebbe riciclato nel nuovo sistema, così come sta avvenendo, ma sarebbe cominciato un percorso verso la democrazia. L´unica vera differenza: nel governo provvisorio avrebbe svolto un ruolo importante un figlio del Colonello, Saif, fino a ieri considerato dagli occidentali il capo della fronda illuminata (in quanto ispiratore di quel Centro per i diritti umani che divenne punto di riferimento di vari riformatori e poi fu chiuso dalla polizia segreta).<br />
Abbiamo sulla coscienza una guerra evitabile, controproducente, in ogni caso orribilmente stupida? Nessuno potrà mai dimostrare che il negoziato con Gheddafi avrebbe potuto concludersi con un compromesso accettabile. Però sappiamo che a differenza dell´Egitto, la Libia non ha una salda radice unitaria, una tradizione parlamentare, una consuetudine con la libera competizione tra le idee, e neppure movimenti resistenziali di ispirazione liberale. A maggior ragione la transizione aveva bisogno della stabilità che poteva offrire soltanto un percorso concordato. Sappiamo anche un´altra cosa: fin dal primo momento Parigi e Londra esclusero quella soluzione. Perché solo la guerra assicurava protagonismo e un lauto bottino petrolifero? No, perché Gheddafi è un criminale. Ma non lo era forse anche prima, quando la sua polizia ammazzava oppositori a dozzine? Sì, ma mai era arrivato a far bombardare le piazze, il popolo. Le prove? Le fornisce al-Jazeera, e i media occidentali le rilanciano: ma le più eclatanti sono falsificazioni. Il repertorio include immagini di cadaveri di soldati con le mani legate, &#8220;uccisi perché ammutinati&#8221;. Poi rivedi il filmato e hai l´impressione che gli assassini siano i ribelli, infatti non soccorrono l´unico moribondo. Ora Amnesty indirettamente conferma: all´inizio della sollevazione gli insorti uccisero militari che avevano catturato. In futuro potremmo scoprire che messe-in-scena e rivolta furono agevolate da un sodalizio di servizi segreti. Dopotutto già negli anni Novanta i britannnici avevano provato a innescare moti in Cirenaica (Gheddafi sventò, probabilmente su soffiata dello spionaggio italiano).<br />
Una transizione concordata era la soluzione migliore non solo per la causa della libertà ma anche per gli interessi dell´Italia, cui la guerra prometteva e promette molti rischi. Tanto più risulta singolare il comportamento dell´informazione italiana: a parte pochi battitori liberi, quali Giuliano Ferrara e Sergio Romano, i nostri giornali fecero propria la linea sarkoziana del &#8220;con Gheddafi non si tratta&#8221; (e il corollario implicito: non resta che la guerra). In seguito mantennero il punto, talvolta con effetti tragicomici. Tre mesi fa il regime cercò di negoziare una pax musulmana con i ribelli, cui inviò una delegazione di undici imam. Intenzionalmente o no, l´aviazione Nato li incenerì mentre sostavano in una struttura militare. Quella sera un irrilevante mullah di Tripoli lanciò anatemi anche contro la popolazione italiana. La mattina seguente i nostri principali quotidiani gridavano in prima pagina che &#8220;l´islam libico&#8221; aveva promesso stragi di italiani per vendicare gli imam di Gheddafi. Nessun accenno ai motivi per i quali gli undici viaggiavano per la Libia.<br />
Non è strano che siamo diventati &#8220;tutti francesi&#8221; quando semmai avremmo dovuto essere &#8220;libici&#8221;, e magari anche un po´ anche italiani? Gheddafista a marzo e sarkozista in aprile, e cioè privo di dignità in un ruolo e nell´altro, il governo ha pensato di difendere i nostri affari con un´interpretazione convincente dello stereotipo dell´Italiano traditore. Però sorprende l´opposizione: perché si è lasciata abbindolare dai grandi progetti del piccolo Sarkò? Probabilmente per la solita subalternità alla mediocrazia, intesa come potere dei media ed egemonia delle mediocrità. Ogni qualvolta la storia bussa ai nostri confini, l´informazione si conferma l´espressione di una classe dirigente modesta. Soffre una penosa carenza di strumenti concettuali, e soprattutto di curiosità, come è tipico di un giornalismo le cui nomenklature sono per gran parte un prodotto delle grandi scuole aziendali dell´ossequio. Inoltre, per ragioni che meriterebbero di essere indagate, tre o quattro ambasciate straniere sembrano disporre in Italia di un certo giornalismo cammellato, schierabile secondo gli interessi contingenti di quei Paesi, e anche contro l´interesse italiano. E per tutto questo, anche la guerra di Libia spinge a domandarsi se quest´Italia in crisi potrà mai risollevarsi finché a rappresentarle situazioni e problemi sarà un giornalismo così stanco e opaco.</strong></p>
<p><strong>“L’Italia non è più un Paese mediterraneo”(Franco Venturini).<br />
17/09/2011 di triskel182<br />
Nella partita del Mediterraneo l’Italia non gioca da protagonista.<br />
Non c’è soltanto l’Italia che vara una manovra a geometria variabile, tutta tasse e orfana dei necessari stimoli per la crescita. Non c’è soltanto l’Italia che si azzuffa sulla prostituzione d’altissimo bordo mentre altrove si discute di una possibile seconda recessione e dei modi per prevenirla. C’è, anche, una Italia talmente ripiegata sul suo caotico ombelico da non avere più energie per vedere quel che le accade intorno.<br />
Ieri Silvio Berlusconi ha annunciato che non andrà all’apertura dell’Assemblea generale dell’Onu dove da lunedì saranno invece tutti i grandi e anche i meno grandi della terra. Ci andrà per noi il ministro Frattini, ma non siamo egualmente in presenza di una abdicazione autolesionista e dettata da motivazioni che nulla hanno a che fare con gli interessi nazionali? Non basta, perché è ancora viva l’eco della visita congiunta di Sarkozy e di Cameron nella Libia «quasi» liberata da Gheddafi. Intendiamoci, non è un mistero che i governi di Parigi e di Londra siano stati gli avanguardisti dell’offensiva Nato contro il Raìs, e può dunque apparire logico che siano loro i primi a salire sul podio dei vincitori in attesa di vedere se di vittoria unitaria davvero si tratterà.<br />
E non è nemmeno un mistero che Parigi e Londra, più Parigi di Londra, puntino ad ottenere dai loro alleati libici una fetta più grossa della torta energetica e infrastrutturale che Gheddafi aveva concesso in maggioranza (ma non senza contropartite) all’Italia.<br />
Ciò detto, e proprio perché le mire dei nostri amici franco-britannici sono note, stupisce che il governo italiano si sia fatto anticipare con tanta facilità. Non è questo il caso dell’Eni, che anzi ha battuto sul tempo Total nel riannodare i discorsi interrotti sulle forniture libiche. Ma dal momento che nulla può ancora essere deciso anche perché la guerra non è finita e non è del tutto chiaro chi comanderà nella Libia di domani, serviva, era opportuna, una iniziativa italiana al più alto livello.<br />
Berlusconi era troppo compromesso con Gheddafi, dirà qualcuno. Ma il Raìs aveva piantato la sua tenda anche a Parigi, Sarkozy gli aveva dato prestigio e altro (armi?) per fregiarsi della liberazione delle infermiere bulgare, dagli anglo-scozzesi Gheddafi aveva avuto in dono il presunto attentatore di Lockerbie, e ora si scopre che i servizi britannici assieme a quelli Usa avevano collaborato con gli 007 di Tripoli in bruttissimi affari di islamisti torturati… No, la verità è più semplicemente che Berlusconi aveva e ha priorità diverse.<br />
E soprattutto, la verità è che la Libia rappresenta soltanto una tessera di un grande mosaico che si va scomponendo e ricomponendo: il Mediterraneo nel quale siamo immersi.<br />
Se ci guardiamo in giro è impossibile non scorgere l’affollarsi delle novità strategiche a due passi da casa nostra. Il ruolo della Francia, grazie alla Libia ma anche a un gradito ruolo di supplenza offerto all’America, è in evidente ascesa. Lo stesso si può dire della Gran Bretagna, che «torna» nel Mediterraneo dopo un lungo disinteresse. In ripiegamento operativo sono gli Usa, ma ciò accade anche altrove nel mondo e dovrà essere verificato se si riuscirà a superare la crisi economica. La Cina è dietro ogni angolo, vicina sì come avvertiva il film di Bellocchio nel 1967 ma non stupida: il sostegno all’euro comporta concessioni commerciali, strategiche ed energetiche, anche in Libia. Sale a freccia l’attivismo della Turchia (forse contenta di non trovarsi imprigionata nella Ue, anche se nessuno lo dice) e il periplo di Erdogan nelle «primavere arabe», unito alle sue sfuriate per la platea contro Israele, propone di fatto Ankara come nuovo punto di riferimento di un islam moderato e non anti-occidentale. Quel che era una volta il Cairo, che oggi assieme a Tunisi tiene tutti con le dita incrociate (e anche qui l’Italia potrebbe essere più attiva e visibile).<br />
Tra pochi giorni, poi, all’Onu, con Berlusconi assente, verrà posta la questione dello Stato palestinese, o per meglio dire dello status palestinese visto che il veto americano impedirà di andare oltre. L’Italia è orientata al «no» assieme alla Germania, ma si lavora per evitare una spaccatura europea forse con l’astensione e un proprio documento, oppure con una previa limatura del testo palestinese che peraltro Abu Mazen ha praticamente rigettato ieri. Il tentativo europeo è arduo, ma non risulta che nello sforzo di evitare strappi pericolosi Roma sia attiva quanto Parigi, Londra, Berlino e persino Bruxelles (nella doppia veste della signora Ashton e del simil-governo belga in carica per gli affari correnti da ben più di un anno).<br />
Nell’insieme, è come se il Mediterraneo fosse stato investito da uno tsunami geopolitico del quale non vediamo ancora la fine. Sappiamo soltanto che esistono dinamiche nuove, e che per conseguenza servono politiche se non nuove almeno aggiornate. Questo è vero per tutti gli attori presenti. E invece l’Italia appare assente o distratta, vittima di quella sua poca credibilità che la colpisce e la danneggia non soltanto sui mercati.<br />
Speriamo di non doverci dire, domani, che mentre il Mediterraneo cambiava volto noi non c’eravamo perché occupati a discutere di intercettazioni e di signorine di Stato.<br />
Da Corriere della Sera del 17/09/2011.</strong></p>
<p><strong>COME FARE LE ELEZIONI IN LIBIA MA FORSE È MEGLIO ASPETTARE<br />
La guerra in Libia non è ancora finita, ma se si sa sempre quando le guerre cominciano non si sa mai quando finiscono. Eppure già si parla di «prossime elezioni». Non crede che invece dovranno passare ancora molti anni prima del ritorno alla normalità in quel Paese? E quando, secondo lei, regnerà la democrazia? Pierangela Bonetti Lodi</strong></p>
<p><strong>Cara Signora, Dopo la conquista di Tripoli, Mustafa Albel-Jalil, presidente del Consiglio nazionale transitorio, ha dichiarato che le elezioni potrebbero avere luogo entro diciotto mesi: un periodo che dovrebbe bastare all’approvazione di una nuova carta costituzionale e all’organizzazione della campagna elettorale. L’Onu è molto più prudente e si astiene dall’indicare una data. Un suo rappresentante, reduce da una recente missione a Tripoli, ha dichiarato che vi sono in giro per la Libia troppe armi e che occorrerebbe anzitutto bonificare il Paese. Ma gli argomenti più puntuali e convincenti sono contenuti in un articolo apparso nel numero di settembre di Foreign Affairs, la rivista americana del Council on Foreign Relations. Gli autori sono Dawa Brancati e Jack L. Snyder, due professori universitari che hanno recentemente studiato il problema delle prime elezioni in Paesi sconvolti da una guerra civile fra il 1945 e oggi. Il rischio, secondo Brancati e Snyder, è che le tensioni elettorali riaccendano il conflitto. Per evitare che questo accada occorrono alcune condizioni. È necessario, in primo luogo, che la parte soccombente sia stata totalmente battuta e quindi incapace di riorganizzarsi. È necessario, in secondo luogo, che il fronte dei vincitori non sia composto da fazioni ostili, pronte a battersi per il controllo del potere. Ed è necessario infine che l’ordine pubblico sia garantito da una forza di polizia neutrale e rispettata o da una forza internazionale. Nessuna di queste tre condizioni esiste verosimilmente in Libia, un Paese dove gli uomini di Gheddafi controllano ancora alcune piazzeforti, non vi è un fronte unitario della resistenza al regime, le istituzioni statali sono deboli se non addirittura inesistenti, la società civile è un mosaico di lealtà tribali, il ventaglio delle posizioni ideologiche è molto ampio, l’amministrazione molto corrotta e i ribelli poco inclini a lasciarsi controllare da quella che verrebbe percepita come una forza d’occupazione. Nel loro studio gli autori sono giunti alla conclusione che la probabilità di una nuova guerra civile diminuisce di un terzo se le elezioni hanno luogo cinque anni dopo la fine del conflitto. Ma non sono certo che la Nato e i Paesi maggiormente responsabili dell’intervento (Francia e Gran Bretagna) siano politicamente pronti ad accettare una tale attesa. Sono intervenuti spensieratamente nella speranza di una guerra breve e risolutiva. E sperano ancora di potere chiudere rapidamente il capitolo della guerra per aprire quello degli affari.</p>
<p>Sarkozy a Tripoli come Mitterrand a Sarajevo nel &#8216; 92<br />
Ho passato la giornata di giovedì in Libia accanto al presidente francese Nicolas Sarkozy e al premier britannico David Cameron, in visita a Tripoli e Bengasi. Abbiamo vissuto insieme con il popolo libico, finalmente libero dalla dittatura, uno straordinario giorno di festa. L&#8217; accoglienza tributata a noi occidentali è stata commovente: si sentiva che i libici erano pieni di gioia. Gli altri sul posto, io di sicuro, provavano finalmente un senso di orgoglio. Per l&#8217; Europa, e per la Francia. Sarkozy e Cameron hanno realizzato un&#8217; impresa storica. In piazza della Libertà a Bengasi, davanti alla folla in festa, ne ho avuto la certezza. Per la prima volta l&#8217; Occidente e il mondo arabo hanno ignorato i profeti dello scontro di civiltà; gli europei hanno teso la mano al popolo di un Paese arabo e musulmano in rivolta contro una spaventosa dittatura, contro un tiranno che minacciava di fare scorrere fiumi di sangue della sua stessa gente. Abbiamo aiutato quelle donne e quegli uomini, siamo stati dalla loro parte mentre si sollevavano contro l&#8217; oppressione, e lo abbiamo fatto senza ricorrere all&#8217; occupazione, senza pretendere di imporre noi, dall&#8217; alto, il successivo regime politico. Non abbiamo voluto paracadutare a Tripoli la democrazia. La democrazia, in Libia, stava già nascendo, bisognava solo impedire che venisse soffocata nella culla, e ci siamo riusciti. L&#8217; Europa ha fatto quel che era giusto, cioè aiutare un popolo che da solo, per primo e senza armi, aveva comunque deciso di conquistarsi, a qualsiasi prezzo, la libertà. La lotta non è finita, naturalmente, Gheddafi non è stato ancora catturato e dopo avere vinto la guerra ora si tratta di vincere la transizione. I miei amici del Consiglio nazionale libico si dicono sicuri che l&#8217; ex dittatore si trovi ancora in Libia, nascosto in una delle tante città sotterranee che si è fatto costruire durante i suoi quarant&#8217; anni di dominio assoluto; nessun Paese vuole assumersi il rischio di ospitare un uomo ricercato dalla giustizia internazionale per crimini gravissimi. E poi, lo ripeto: bisogna avere successo anche nella transizione, nella costruzione democratica, evitare le trappole che aspettano al varco tutte le rivoluzioni, fermare gli islamisti, ottenere che tutti rendano le armi, eccetera eccetera. Ma, intanto, che gioia! Il viaggio è stato preparato a lungo, sono state osservate tutte le possibili misure di sicurezza, ma è evidente che i due capi di Stato hanno preso dei rischi. Per questo Sarkozy e Cameron mi hanno ricordato il presidente François Mitterrand, a Sarajevo, nel 1992. Si può essere d&#8217; accordo o meno con Nicolas Sarkozy, io spesso non lo sono e per questo non l&#8217; ho votato. Ma occorre riconoscere quando un uomo di Stato è capace di fare un grande gesto politico, di issarsi al di sopra delle contingenze, di accettare consapevolmente e lucidamente un rischio. Sarkozy e Cameron a Tripoli hanno fatto la stessa scelta di coraggio di Mitterrand in Bosnia, e io sono convinto che è anche con azioni di questo tipo che si scrive, e si fa avanzare, la Storia. Lo dimostrano le tantissime donne venute ad acclamare Sarkozy all&#8217; ospedale di Tripoli. Donne del popolo, non le amazzoni della guardia presidenziale, donne che hanno finora vissuto sotto la tirannia, in un Paese musulmano, e sperano in una nuova era di libertà. Quindi, è giusto riconoscerlo, per Nicolas Sarkozy è stato un momento di grande affermazione personale e politica. Dopodiché le elezioni sono un&#8217; altra questione, quel che accadrà la primavera prossima nel voto per l&#8217; Eliseo sarà deciso da altri fattori. Qui siamo su un altro piano. Quanto al rapporto tra l&#8217; Occidente e il mondo arabo, quanto alle relazioni tra le grandi civiltà di questo pianeta, il viaggio a Tripoli è stato un momento fondante. Ci ricordiamo tutti di come gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra in Iraq, un conflitto che continuo a ritenere sbagliato. Il profumo di Bengasi, giovedì, era molto diverso dai cattivi vapori di Bagdad. A giornata conclusa, ho viaggiato accanto a Nicolas Sarkozy e ad Alain Juppé, sull&#8217; aereo della Repubblica francese che ci ha riportati a Parigi. Il presidente sa di essere all&#8217; origine, con il suo ministro degli Affari esteri, di qualcosa di inedito. Il famoso diritto di ingerenza, il tanto declamato e mai applicato dovere di proteggere, in Libia è stato messo in pratica. Per la prima volta, non a chiacchiere, ma con le armi. E, quel che più importa, per una causa giusta. (testo raccolto da Stefano Montefiori) RIPRODUZIONE RISERVATA<br />
Levy Bernard Henri<br />
Pagina 23 (17 settembre 2011) &#8211; Corriere della Sera</p>
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		<title>Ora è dimostrato: abbiamo un capo del governo che avrebbe dovuto invece stare in galera, con il suo complice Cesare Previti. Altro che le starnazzate di sua figlia Marina e dei lecchini politici e parapolitici</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 21:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La cosa più incredibile è sentir starnazzare e delirare Marina Berlusconi di assalto politico giudiziario a suo padre, quando lei siede al vertice dell&#8217;azienda dalla quale starnazza solo grazie al fatto che suo padre l&#8217;ha scippata ai legittimi titolari corrompendo magistrati per comprarne le sentenze. La berluschina siede cioè al comando del bottino scippato, la Mondadori, dalla quale in qualunque Paese civile sarebbe già stata cacciata a pedate da tempo. L&#8217;assalto c&#8217;è stato, sì, grave e illegale, ma è quello condotto da suo padre ai danni altrui, non viceversa.<br />
La cosa più indecente è sentir starnazzare e delirare ancora e anche su questo lo stesso capo del governo, il padre della suddetta Marina, meglio noto come il Chiavaliere o anche il Cavalier Pompetta del Bunga Bunga, che in un Paese civile starebbe da tempo in galera anziché al governo per l&#8217;ennesima volta.<span id="more-3238"></span><br />
La cosa più vile è il nascondersi di Berlusconi padre dietro &#8220;il pericolo di default dell&#8217;Italia&#8221; pur di non pagare il dazio dovuto, cioè dimettersi e smetterla di essere tra i fattori, se non il fattore principale, sui quanli punta la speculazione finanziaria internazionale per trascinare l&#8217;Italia verso l&#8217;abisso.<br />
La cosa più volgare è la leccaculeria di uno stuolo di politici, parlamentari e giornalisti nei confronti di Berlusconi vergine e martire, gentaglia senza arte né parte capace solo, come si continua a scoprire a raffica, di mungere lo Stato in un continuo mercimonio di cariche pubbliche, nonché gentaglia che siede su alcune poltrone di governo e sottogoverno, parlamento e Rai solo per meriti &#8220;orali&#8221; e per capacità da gossip e avanspettacolo.<br />
La cosa più umiliante è sentire vomitare di queste cose dai Berlusconi e vederli  applauditi dalla grassa schiera di servi variamente corrotti e comprati, seriosi professionisti e parlamentari, mentre negli Usa per molto meno mandano di corsa a casa politici di lungo corso, perfino un inquilino della Casa Bianca, e in Inghilterra per molto meno mandano in galera politici e giornalisti, fino a provocare la chiusura fulminea di un giornale.</strong></p>
<p><strong>Dunque il nostro non era pessimismo, ma sano realismo e buona capacità di vedere le cose come stanno e come si evolve l&#8217;orizzonte. Ora ci ritroviamo in un sol colpo in presenza del materializzarsi dei peggiori incubi, dalla fine dell&#8217;euro alla fine della Comunità Europea e di conseguenza alla possibile fine, in prospettiva, anche dell&#8217;unità d&#8217;Italia. Il tutto con un incubo supplementare, che è già realtà consolidata: ci tocca affrontare queste tempeste con a capo del governo un malfattore che &#8211; come era del resto già noto da anni &#8211; ha fondato gran parte del suo impero economico prima e anche politico dopo su reati gravissimi quali la corruzione di magistrati e il comprare da loro sentenze a lui grassamente favorevoli calpestando il diritto altrui. </strong> <strong><br />
Non c&#8217;è più bisogno di sapere se o di sospettare che i soldi dell&#8217;inizio della resistibile ascesa berluscona li abbia dati o no la mafia. Basta e avanza la certezza, dimostrata per tabulas e per sentenze, che abbiamo a capo del governo un tizio che ha comprato magistrati per scippare beni altri e fondare così il suo impero multimediale, vale a dire la base del suo potere politico sempre più fuorviante e fuorviato. Per giunta, la persona che ha usato per queste ruberie e reati, vale a dire l&#8217;avvocato Cesare Previti, lui lo ha anche fatto eleggere in parlamento e nominato ministro della Difesa, oltraggio alla bandiera e al Paese intero, dopo avere tentato l&#8217;oltraggio di nominarlo addirittura ministro della Giustizia. Un avvocato comprasentenze e corruttore di magistrati ministro della Giustizia! E in subordine ministro della Difesa. Che vergogna. Anzi, scusate il termine: che schifo! E Berlusconi non è finito in galera come il suo complice subordinato Previti solo per decorrenze termini e trucchetti simili: siede cioè a palazzo Chigi una persona che avrebbe dovuto sedere a S. Vittore o a Regina Coeli per poi starsene a casa agli arresti domiciliari. Ovviamente addolciti dal bunga bunga. Che Berlusconi e Previti fossero d&#8217;amore e d&#8217;accordo nel corrompere magistrati e rubare la Mondadori all&#8217;ingegner Carlo De Benedetti non è una scoperta o una invenzione dei tre magistrati milanesi che nei giorni scorsi hanno confermato il mega risarcimento che il Chiavaliere deve all&#8217;Ingegnere, ma è una realtà già messa per iscritto dai magistrati della Cassazione che hanno condannato Previti in via definitiva.<br />
Il problema però non è la feccia più o meno berluscona che intasa e corrode le istituzioni, lucrandosi abbondantemente su, quanto invece i milioni di italiani che l&#8217;ha votata, rivotata e ri-rivotata. Il problema quindi è che gran parte della famosa società civile o è rimbecillita e si lascia infinocchiare ogni volta per un ventennio &#8211; &#8220;vulgo vult decipi&#8221;? &#8211; o è corrotta e/o corrompibile, anche se pare stia uscendo finalmente dal (nuovo) ventennio di torpore e sogni di gloria basati sul blablablà oltre che sul fango.</strong></p>
<p><strong>Ovvio che un capo di governo come questo sia ricattabile. Questo spiega bene sia l&#8217;ossequio più indecoroso ai diktat dell&#8217;indecoroso governo israeliano, compreso il fare di tutto per impedire la partenza delle navi di pacifisti internazionali decisi a rompere il blocco contro Gaza, sia il demenziale voltafaccia nei confronti della Libia. Argomento, quello della guerra contro la Libia, sul quale sbaglia anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oltre ai vari Uòlter Veltrini e sul quale stranamente dormono i nostri pacifisti.<br />
Riguardo a come stiano in realtà le cose in Libia, specie ora che anche la Francia sta calando le brache fatte indossare a Sarkozy dal solito assatanato Henry Bernard Levy, è interessante leggere la seguente intervista della mia amica e collega Stefania Limiti, realizzata per il sito cadoinpiedi.it, la  a uno dei migliori giornalisti investigativi del mondo:</strong></p>
<p><strong>&#8221; &#8220;L&#8217;ATTACCO IN LIBIA? UNA FOLLE AVVENTURA, DECISA MOLTO PRIMA&#8221;<br />
di Stefania Limiti &#8211; 9 Luglio 2011<br />
Intervista a uno dei migliori giornalisti investigativi del mondo. Nel Paese continuano le manifestazioni di piazza, e non sono esclusi contatti tra ribelli e forze governative. L&#8217;Italia ha sbagliato tutto.<br />
Cercare Webster Griffin Tarpley, uno dei migliori giornalisti investigativi del mondo, è un lavoro che richiede pazienza: si trova sempre nelle aree calde, in qualunque posto del pianeta, là dove le comunicazioni non sono semplici e gli appuntamenti hanno enormi margini di flessibilità. Proprio per questo l&#8217;ho cercato in questi giorni mentre si trova in Libia, dove l&#8217;ho raggiunto telefonicamente, dopo vari tentativi andati a vuoto. Da anni Tarpley (di cui ricordiamo il best seller George Bush: The Unauthorized Biography &#8211; 1992 e di cui è in uscita tradotto in italiano Obama dietro la maschera) continua ad essere uno dei più incisivi analisti della politica statunitense, soprattutto uno dei più coerenti critici delle forme di imperialismo: sia quando si realizza con le guerre di aggressione, sia quanto si esprime in modo molto &#8220;primitivo&#8221;, dice, ad esempio attraverso gli assassinii degli italiani Enrico Mattei e Aldo Moro. Tarpley conosce molto bene l&#8217;Italia: per il nostro governo, su commissione di Francesco Cossiga e Giuseppe Zamberletti, realizzò un importante rapporto sul caso Moro &#8211; poi meglio noto da noi come il Rapporto del POE (il Partito operaio europeo di cui Tarpley è tra i fondatori) dal titolo &#8220;Chi ha ucciso Aldo Moro&#8221;, nel quale spiega lucidamente gli interessi decisivi che si sono sovrapposti all&#8217;azione delle Br.</strong></p>
<p><strong>Sulla drammatica decisione della Nato di attaccare la Libia, Tarpley non ha dubbi: &#8220;è una folle avventura che ha portato in questo paese bande di terroristi espressioni di Al Qaeda o di altre organizzazioni che combattono al soldo dei paesi invasori.&#8221;</strong></p>
<p><strong>D. L&#8217;agenzia Ria Novosti, citando l&#8217;ambasciatore russo presso l&#8217;Alleanza, Dmitri Rogozin, ha reso noto nei giorni scorsi che la Nato starebbe preparando la fase di invio delle truppe di terra, ne ha sentito parlare a Tripoli?</strong></p>
<p><strong>R. &#8220;No, almeno non in queste ore. Certo che la nato sta difficoltà: non solo perché continuano ad esserci grandi manifestazioni di piazza contro l&#8217;invasione, e sottolineo che in questi eventi hanno un ruolo di grandi protagoniste le donne, ma anche perché Gheddafi ha puntato molto sulla politica di armare il popolo, distribuendo kalashnikov, rpg &#8211; razzi anticarro &#8211; e munizioni. Ho incontrato alcuni giorni fa un ex ambasciatore, uomo di grande cultura ed esperienza, che mi ha detto che la sua piccola unità familiare è in grado di respingere quattro tank solo grazie alle proprie forze e altri strumenti bellici che posseggono. Si sta mobilitando, insomma, lo spirito di un nazionalismo molto sano che non ha affatto intenzione di arrendersi e che non è animato da nessuna idea di vendetta nei confronti degli occidentali, come dimostrano i rapporti che noi giornalisti statunitensi ed europei abbiamo qui con la popolazione&#8221;.</strong></p>
<p><strong>D. Alcuni fonti sostengono che sono in corso contatti tra i ribelli e gli uomini fedeli al regime?</strong></p>
<p><strong>R. &#8220;Non ne so niente, forse è possibile. Solo che resta un fatto certo e insormontabile: le potenze occidentali continuano a porre pre-condizioni, soprattutto quella della cacciata di Gheddafi. Su queste basi non si capisce che tipo di dialogo possa esistere. E poi non si può non essere scettici sui ribelli, visto che sono tentacoli di Cia, MI5 e DGSE, cioè dei servizi di intelligence di Stati Uniti, Inghilterra e Francia. Infine, non bisogna dimenticare che moltissime delle tribù storiche &#8211; con ciò non si intende affatto strutture arretrate, anzi molti loro esponenti sono assai occidentalizzati &#8211; non hanno affatto abbandonato Gheddafi e ciascuna di esse è una perfetta unità di guerriglia&#8221;.</strong></p>
<p><strong>D. Dunque la Libia resiste. L&#8217;intervento è stato presentato all&#8217;opinione pubblica occidentale come una conseguenza delle proteste di Egitto, Tunisia ed altri paesi ma dalle sue informazioni quando è stato programmato l&#8217;attacco?</strong></p>
<p><strong>R. &#8220;Naturalmente da molto tempo. Il risveglio arabo in realtà è costituito da forme di cospirazioni congiunte alle forze occidentali e a golpe di palazzo. La guerra in Libia è stata decisa con largo anticipo, precisamente il 2 novembre 2010, più di quattro mesi prima dell&#8217;inizio dell&#8217;operazione Alba dell&#8217;Odissea. Quel giorno Francia e Regno Unito hanno preso accordi nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione &#8220;Southern Mistral 2011″, poi chiamata dalla Francia in codice Harmattan nella sua fase operativa, e, come due ubriachi si sorreggono a vicenda per realizzare questa avventura.&#8221;</strong></p>
<p><strong>D. L&#8217;Italia partecipa all&#8217;avventura: come ne uscirà?</strong></p>
<p><strong>R. &#8220;E&#8217; l&#8217;ultimo posto al mondo per un&#8217;invasione. L&#8217;Italia ha sbagliato tutto&#8221;. &#8220;s</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La guerra del Mediterraneo per i nuovi assetti petroliferi e il pericolo di nuove guerre civili nei Balcani. L&#8217;ottusità pericolosa degli adoratori un tanto al chilo del novello Achille Lauro, moltiplicato un milione, che si chiama Silvio Berlusconi</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 09:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/03/mappa_africa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3058" title="mappa_africa" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/03/mappa_africa-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" /></a>Ieri sera, lunedì 28 marzo, ho partecipato a una puntata del programma televisivo Iceberg di Telelombardia dedicata all'&#8221;emergenza Lampedusa&#8221; e alla comparsa di Silvio Berlusconi come imputato in tribunale a Milano. Tra gli ospiti, il sottosegretario Daniela Santanchè, l&#8217;europarlamentare leghista Mario Borghezio, il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, il giornalista Luigi Amicone e Michelle Nouri, giovane donna per metà ceca e per metà irachena, venuta a vivere in Italia 20 anni fa, dunque ormai cittadina italiana, a  suo tempo fidanzatina (&#8220;avevo 14 anni&#8221;) più o meno presunta di uno dei figli di Saddam Hussein.</strong> <strong>A parte lo strano mix di ottusità e propagandismo berluscone di Borghezio e Santanchè, mi ha colpito la loro visione drammaticamente provinciale anche della realtà che sta sconvolgendo il Nord Africa e alcuni Paesi arabi del Medio Oriente e del Golfo, con annesso flusso di poveri disgraziati che cercano di emigrare in Europa passando per l&#8217;Italia, cioè per Lampedusa. Il problema non è che questi due parlamentari siano ottusi e provinnciali, ma che lo sia l&#8217;intera maggioranza e il governo del quale loro due sono espressione. In particolare Borghezio, più macchietta che politico, con al seguito una piccola e patetica claque, è felice come una Pasqua perché &#8220;la Francia agli emigranti in questi giorni ha chiuso i confini in faccia, non li fa entrare, li rimanda indietro&#8221;. &#8220;Dovremmo imparare dai francesi&#8221;, ha concluso ottusamente Borghezio. Sì, ottusamente perché mostra di ignorare come la stessa stampa francese abbia rivelato che la &#8220;rivoluzione&#8221; libica non è altro che il frutto di una ben precisa opera di istruttori militari francesi inviati da Sarkozy in gran segreto in Libia per armare quelli che poi dovevano diventare i rivoltosi. Lo scopo? Permettere al colosso petrolifero francese Total di mettere le mani sul petrolio libico. Le carte geografiche che pubblico &#8211;  si possono ingrandire copincollandole &#8211;  aiutano a capire la situazione. Quella reale, non quella a chiacchiere &#8220;democratiche&#8221; con le quali ci riempiono le orecchie per imbottircene la testa.<br />
<span id="more-3057"></span>Borghezio&amp;C soprattutto ignorano e non hanno capito che la Francia vuole che la Total in Libia prenda il posto della nostra Eni, segando così la possibilità dell&#8217;approvvigionamento energetico dell&#8217;Italia già compromesso dalla decisione idiota di Berlusconi di fare uscire l&#8217;Eni dall&#8217;Iran, che con la Libia ci fornisce una buona metà del petrolio, cioè dell&#8217;energia elettrica e per le auto, di cui abbiamo bisogno per campare. Visto che dopo l&#8217;incidente alla centrale nucleare giapponese mette fuori gioco il nucleare e rilancia alla grande il petrolio, Sarkozy ha giocato d&#8217;anticipo: una bella guerra per garantire alla Francia il petrolio necessario, anche a costo di fottersene della Comunità Europa messa di fronte al fatto compiuto. E&#8217; un trucco vecchio come il cucco, asso nella manica di ogni colonialismo: sobillare, armare, organizzare e istruire una minoranza per scatenarla contro il governo, bello o brutto che sia, del proprio Paese per installare al potere qualcuno che ci faccia comodo. E per avere l&#8217;appoggio della propria opinione pubblica, rifilarle balle e una visione demoniaca del regime che si vuole abbatere, dipingendolo preferibilmente come &#8220;un nuovo Hitler&#8221;. Dal Vietnam all&#8217;Afganistan, dal fallito sbarco degli anticastristi nella Baia dei Porci a Cuba fino all&#8217;Iraq, i risultati sono noti. Ma a dire il vero erano noti da secoli. S&#8217;è perso il conto dei &#8220;nuovi Hitler&#8221; che abbiamo indicato a vanvera al mondo, da Castro a Nasser, da Saddam Hussein al Siriano Assad, da Arafat a tutti i governi iraniani in blocco dopo quello monarchico e filo Usa dello Scià di Persia, quel Reza Pahlevi che, assieme ai suoi servizi segreti, si poteva semmai in qualche modo paragonare per ferocia e ottusità a Hitler: chiunque non si piegasse agli interessi della Casa Bianca o alla sua appendice mediorientale Israele era automaticamente un &#8220;nuovo Hitler&#8221;. <a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/03/mappa_africa2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3059" title="mappa_africa2" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/03/mappa_africa2-289x300.jpg" alt="" width="289" height="300" /></a><br />
</strong></p>
<p><strong>Borghezio&amp;C, cioè il nostro governo, non hanno capito neppure che la Francia chiudendo i confini alle decine di migliaia di disperati sbarcati dall&#8217;Africa e dal Medio Oriente non fa altro che scaricarli sull&#8217;Italia, in modo da costringere la Lega a spintonare il nostro governo magari fino al punto di rottura. A quale scopo? L&#8217;ho già scritto nelle puntate precedenti: allo scopo di acuire le difficoltà politico economiche dell&#8217;Italia con la segreta speranza di poterci cacciare quanto prima dall&#8217;euro, specialmente se l&#8217;Italia dovesse spaccarsi in due, come è ormai probabile che avvenga. Obiettivo non dichiarato e non dichiarabile: tenersi il nord Italia &#8220;europeo&#8221;, cioè bene integrato nell&#8217;economia centroeuropea con perno sul mercato tedesco, e mollare il sud Italia &#8220;africano e levantino&#8221;.<br />
Sarkozy e la Lega Nord stanno giocando col fuoco. La sinistra è ormai talmente rimbecillita in gran parte da fare il tifo per la guerra al &#8220;feroce dittatore&#8221; Gheddafy pur di mettere (inutilmente) in difficoltà Berlusconi. La sinistra non ha speranze finché dobbiamo tenerci tra i coglioni gente come Walter Veltroni, che proprio ora sarebbe invece il caso mantenesse la promessa fatta a suo tempo di andarsene in Africa una volta finito il suo mandato di sindaco di Roma. Ah, anche l&#8217;ecumenico Uòlter Walterloo ama la Memoria a patto di essere più smemorato della smemorata di Collegno quando si tratta di mantenere gli impegni presi…</strong></p>
<p><strong>Il Nord-Africa e il mondo arabo sono se non in fiamme comunque in preda a rivolte che possono trasformarsi in guerre civili. Come che sia, questa è la guerra del Mediterraneo scatenata da Sarkozy, con lo strano supporto del suo nemico storico Inghilterra, per imporre nuove sfere di influenza energetica sottraendo ogni controllo all’Italia e impedendo altri sbocchi energetici alla Cina. L&#8217;appoggio dell&#8217;Inghilterra alla Francia di Sarkozy in realtà non sorprende più di tanto: Londra è da sempre nemica dell&#8217;unità europea e da secoli la sua politica è tesa in tutti i modi a impedire che si realizzi. Ai nostri giorni si è ben guardata dall&#8217;adottare la moneta europea dell&#8217;euro. E ora è disposta a mandare in pezzi la Comunità Europea, basata sull&#8217;asse Parigi-Berlino, pur di dar vita agli ultimi bagliori, alimentati dal petrolio, del suo antico colonialismo.</strong></p>
<p><strong>Dietro l&#8217;angolo delle crisi del nord Africa e del mondo arabo sono in attesa le nuove possibili rivolte e guerre civili nei Balcani e nell&#8217;ex Jugoslavia. Anche qui i social forum e i blog, soprattutto quelli basati all&#8217;estero, non perdono occasione per farsi sentire. La Tunisia e l&#8217;Egitto la miccia che ha acceso le fiamme tuttora in atto è stato l&#8217;aumento del prezzo del pane. Ma anche nei Balcani c&#8217;è un continuo aumento dei prezzi e svuotamento delle pensioni, per non parlare delle tensioni interreligiose sempre più forti ogni volta che c&#8217;è da costruire una nuova chiesa o una nuova moschea e delle tensioni tra le diverse etnie. La Macedonia è sempre sull&#8217;orlo della rottura tra etnia macedone ed etnia albanese. Il  Sangiaccato, a suo tempo detto di Novi Pazar, territorio tra la Serbia e il Montenegro, vuole l&#8217;autonomia e maggiori diritti per l’etnia bosniaco-musulmana. La Bosnia Erzegovina è sempre una polveriera dove si trafficano quantitativi industriali di armi, munizioni e bombe.</strong></p>
<p><strong>Saremmo felici se il vento che soffia gagliardo dal Marocco al Barhain e Arabia Saudita portasse in tutti quei Paesi democrazia e libertà tanto quanto ce ne sono in Occidente. Temiamo però che, proprio come è accaduto nei Balcani e nell&#8217;ex Jugoslavia, si punti a cambiare tutto perché non cambi nulla: si punti cioè semplicemente a installare governi e regimi più proni agli interessi occidentali anziché a quelli dei propri Paesi. Un timore che si basa sul comportamento dei soliti due pesi e due misure che vedono la repressione violenta in Barhain, Yemen e Arabia Saudita andare avanti nel silenzio in primis della Casa Bianca. La signora Clinton è arrivata alla faccia di bronzo di dichiarare che l&#8217;Occidente è intervenuto armi alla mano in Libia per evitare “la possibilità di centinaia di migliaia di morti nella sola Bengasi&#8221;. Manca solo la solita &#8220;bomba atomica&#8221; da addebitare alla vittima designata di turno, in questo caso a Gheddafy, fino a ieri riverito e corteggiato da Londra a Parigi e Roma, oggi da avviare invece alla ghigliottina sui Campi Elisei o all&#8217;impiccagione ad Hyde Park.</strong></p>
<p><strong>Mentre l&#8217;Europa e l&#8217;intero Mediterraneo sono seduti su una nuova polveriera, noi ci dedichiamo all&#8217;adorazione di Berlusconi. I suoi fans un tanto al chilo che lo hanno accolto davanti al tribunale di Milano dimostrano clamorosamente il nulla politico che nutre il berlusconismo: dichiarazioni di adorazione tante, motivazioni politiche zero. Un desolante livello da cercopitechi. Non molto dissimile da quello esibito con impudico esibizionismo dai Borghezio e dalle Santanché, abilissimi nel travisare i fatti, scambiare fischi per fiaschi e svicolare. Sì, certo, in un Paese civile nessun capo di governo si troverebbe a dover affrontare un processo in tribunale, e Berlusconi ne deve ormai affrontare a raffica essendo venuti al pettine vari nodi del suo fare il furbo con leggi ad personam una più su misura dell&#8217;altra. Ma in nessun Paese civile sarebbe rimasto incollato alla poltrona, anziché dimettersi a razzo, un primo ministro che a causa delle leggi del proprio Paese, belle o brutte che esse siano, si fosse trovato sotto processo.<br />
In Francia, dove nessuno si è sognato di utilizzare gli anni passati al governo per far cadere in prescrizione le accuse rivoltegli dalla magistratura, Chirac è andato sotto processo, ma dopo avere finito il proprio mandato. In Italia Berlusconi ha fatto il furbo, tentando in tutti i modi di conteggiare i suoi anni di governo per far andare in prescrizione i suoi reati o addirittura cancellandoli in altri modi, vedasi ora il trucco della &#8220;prescrizione breve&#8221;. Trucco oltretutto incostituzionale, perché favorendo gli incensurati rende i cittadini  della Repubblica Italiana non più eguali davanti alla legge.</strong></p>
<p><strong>E in ogni caso nei tanto ammirati a chiacchiere Stati Uniti un presidente, Bill Clinton, è stato messo sotto processo e ha rischiato di essere cacciato dalla Casa Bianca per decisione di un magistrato perché aveva mentito all&#8217;opinione pubblica su un suo affare privato di sesso. In Italia Berlusconi mente spudoratamente a tutti gli italiani, compresi i suoi elettori, però vuole farla franca. E i suoi fans un tanto al chilo, emuli dei napoletani ammiratori di Achille Lauro in cambio di un pacco di spaghetti e un paio di scarpe, non si rendono conto che ne fanno una macchietta patetica come loro.</strong></p>
<p><strong>Che Dio ce la mandi buona. God save the Italy!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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