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	<title>ArruotaLibera &#187; Gerusalemme</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>&#8220;SÌ, È LA TERZA INTIFADA E VI SPIEGO&#8221;.</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 09:17:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ramzy Baroud – 13 ottobre 2015 Quando fu pubblicato il mio libro “Searching Jenin” [In cerca di Jenin] dopo il massacro israeliano nel campo profughi di Jenin nel 2002 fui interrogato ripetutamente dai media e da molti lettori per aver usato il termine ‘massacro’ per quella che Israele presentava come una legittima battaglia contro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Ramzy Baroud – 13 ottobre 2015</p>
<p>Quando fu pubblicato il mio libro “Searching Jenin” [In cerca di Jenin] dopo il massacro israeliano nel campo profughi di Jenin nel 2002 fui interrogato ripetutamente dai media e da molti lettori per aver usato il termine ‘massacro’ per quella che Israele presentava come una legittima battaglia contro ‘terroristi’ con base nel campo.</p>
<p>Le domande erano mirate a trasferire il racconto da una discussione riguardante possibili crimini di guerra a una disputa tecnica sull’applicazione del linguaggio. Per loro la prova delle violazioni israeliane dei diritti umani contava poco.</p>
<p>Questo genere di riduzionismo è spesso servito da preludio a qualsiasi discussione riguardante il cosiddetto conflitto arabo-israeliano: gli eventi sono presentati e definiti utilizzando terminologia polarizzante che presta scarsa attenzione a fatti e contesti e si concentra principalmente su percezioni e interpretazioni.</p>
<p>Dunque a queste stesse persone dovrebbe importare poco se o no giovani palestinesi come Isra’ Abed, 28 anni, abbattuto con numerosi colpi d’arma da fuoco il 9 ottobre ad Affula e Fadi Samir, 19 anni, ucciso dalla polizia israeliana qualche giorno prima erano, in realtà, palestinesi che brandivano coltelli in una condizione di autodifesa e sono stati abbattuti dalla polizia. Persino quando emergono prove video che contestano la versione ufficiale israeliana e rivelano, come nella maggior parte degli altri casi, che i giovani uccisi non rappresentavano alcuna minaccia, la versione israeliana sarà sempre accettata come un fatto da alcuni. Isra’, Fadi e tutti gli altri sono ‘terroristi’ che hanno messo a rischio la sicurezza di cittadini israeliani e, ahimè, in conseguenza hanno dovuto essere eliminati.</p>
<p>La stessa logica è stata usata per tutto lo scorso secolo, quando le attuali cosiddette Forze di Difesa Israeliane operavano ancora come milizie armate e bande organizzate in Palestina, prima che questa fosse ripulita etnicamente per diventare Israele. Da allora questa logica è stata applicata in ogni contesto possibile in cui Israele si è trovato, a quanto affermato, costretto a usare la forza contro ‘terroristi’, potenziali ‘terroristi’ palestinesi e arabi e la loro ‘infrastruttura terroristica’.</p>
<p>Non è affatto questione di che genere di armi i palestinesi usino, se mai le usano. La violenza di Israele riguarda la percezione israeliana della realtà cucita a propria misura: che Israele è un paese assediato la cui stessa esistenza è sotto costante minaccia da parte dei palestinesi, che essi resistano usando armi o siano bambini che giocano sulla spiaggia di Gaza. Non c’è mai stata una deviazione dalla norma nella storiografia del discorso ufficiale israeliano che spiega, giustifica o celebra la morte di decine di migliaia di palestinesi nel corso di anni: gli israeliani non hanno mai colpe e non è mai richiesto alcun contesto di ‘violenza’ palestinese.</p>
<p>Gran parte del dibattito attuale a proposito delle proteste a Gerusalemme, nella West Bank e di recente al confine di Gaza è centrata sulle priorità israeliane, non sui diritti dei palestinesi, che sono chiaramente pregiudicati. Una volta di più Israele parla di ‘disordini’ e di ‘attacchi’ partiti dai ‘territori’, come se la priorità sia garantire la sicurezza degli occupanti armati; che si tratti di soldati o di coloni estremisti.</p>
<p>Razionalmente ne segue che lo stato opposto ai ‘disordini’, quello della ‘pace’ e della ‘quiete’, si ha quando milioni di palestinesi accettano di essere sottomessi, umiliati, occupati, assediati e regolarmente uccisi, linciati da folle di ebrei israeliani o bruciati vivi, abbracciando il loro miserabile destino e tirando avanti come se nulla fosse.</p>
<p>È ottenuto così il ritorno alla ‘normalità’; ovviamente all’elevato prezzo di sangue e violenza, di cui Israele ha il monopolio, mentre le sue azioni sono raramente messe in discussione. I palestinesi possono allora assumere il ruolo di perpetua vittima e i loro padroni israeliani possono continuare a presidiare posti di controllo miliari, a rubare terreni e a costruire altri insediamenti illegali in violazione della legge internazionale.</p>
<p>La questione oggi non dovrebbe riguardare gli interrogativi fondamentali su se i palestinesi uccisi brandissero coltelli o no, o rappresentassero effettivamente una minaccia per la sicurezza dei soldati e di coloni armati. Dovrebbe piuttosto essere incentrata principalmente sullo stesso atto violento dell’occupazione militare e degli insediamenti illegali in terra palestinese, tanto per cominciare.</p>
<p>Da questa prospettiva, allora, brandire un coltello è, di fatto, un atto di autodifesa; discutere della sproporzione o meno della reazione israeliana alla ‘violenza’ palestinese è del tutto accademico.</p>
<p>Confinarsi a definizioni tecniche significa disumanizzare l’esperienza collettiva palestinese.</p>
<p>“Quanti palestinesi dovranno essere uccisi perché sia il caso di usare il termine ‘massacro’”? è stata la mia risposta a chi ha contestato il mio uso del termine. Analogamente, quando dovranno essere uccisi, quante proteste dovranno essere mobilitate e quanto ci vorrà prima che le attuali ‘agitazioni’, ‘rivolte’ o ‘scontri’ tra dimostranti palestinesi ed esercito israeliano diventino una ‘Intifada’?</p>
<p>E perché addirittura dovrebbe essere chiamata una ‘Terza Intifada’?</p>
<p>Mazin Qumsiyeh descrive ciò che sta accadendo in Palestina come la ‘Quattordicesima Intifada’. Dovrebbe saperlo, visto che è stato l’autore dell’eccezionale libro ‘Resistenza popolare in Palestina: una storia di speranza ed emancipazione’. Tuttavia io mi spingerei anche oltre e suggerirei che ci siano state molte più Intifade, se si usano definizioni che siano relative all’espressione popolare degli stessi palestinesi. Le Intifade – scuotersi di dosso – diventano tali quando comunità palestinesi si mobilitano in tutta la Palestina, unificandosi al di là di programmi settari o politici e attuano una sostenuta campagna di proteste, di disobbedienza civile e altre forme di resistenza dalla base.</p>
<p>Lo fanno quando hanno raggiunto un punto di rottura, il cui processo non è dichiarato mediante comunicati stampa o conferenze televisive, ma è tacito e tuttavia duraturo.</p>
<p>Alcuni, pur benintenzionati, sostengono che i palestinesi non sono ancora pronti per una terza Intifada, come se le rivolte palestinesi fossero un processo calcolato, messo in atto dopo molte deliberazioni e trattative strategiche. Nulla può essere più lontano dal vero.</p>
<p>Un esempio è l’Intifada del 1936 contro il colonialismo britannico e sionista in Palestina. Era stata inizialmente organizzata da partiti arabi palestinesi, che erano prevalentemente autorizzati dallo stesso governo del Mandato Britannico. Ma quando i fellahin, i contadini poveri e in gran parte non istruiti, cominciarono ad avvertire che la loro dirigenza era cooptata – come accade oggi – agirono fuori dai confini della politica, lanciando e sostenendo una ribellione che durò tre anni.</p>
<p>I fellahin allora, come è sempre stato, fecero le spese della violenza britannica e sionista, cadendo a frotte. Quelli abbastanza sfortunati da essere catturati furono torturati e giustiziati: Farhan al-Sadi, Izz al-Din al-Qassam, Mohammed Jamioom, Fuad Hijazi sono tra i molti leader di quella generazione.</p>
<p>Tali scenari si sono costantemente replicati da allora e con ciascuna Intifada il prezzo pagato in sangue pare aumentare regolarmente. Tuttavia altre Intifade sono inevitabili, che durino una settimana, tre o sette anni, poiché le ingiustizie collettive subite dai palestinesi restano il comun denominatore tra generazioni successive di fellahin e dei loro discendenti di profughi.</p>
<p>Quella che sta avvenendo oggi è un’Intifada, ma è superfluo attribuirle un numero, poiché la mobilitazione popolare non segue sempre la logica netta richiesta da alcuni di noi. La maggior parte di quelli che guidano l’attuale Intifada erano o bambini oppure non erano nemmeno nati quando l’Intifada al-Aqsa iniziò nel 2000; certamente non vivevano quando l’Intifada dei Sassi esplose nel 1987. In realtà molti potrebbero ignorare i dettagli dell’Intifada originale del 1936.</p>
<p>Questa generazione è cresciuta oppressa, confinata e soggiogata, in totale conflitto con il fuorviante lessico del “processo di pace” che ha prolungato uno strano paradosso tra fantasia e realtà. Manifestano perché vivono un’umiliazione quotidiana e devono sopportare l’incessante violenza dell’occupazione.</p>
<p>Inoltre avvertono una totale sensazione di tradimento da parte della loro dirigenza, che è corrotta e cooptata. Perciò si ribellano e tentano di mobilitare e sostenere la loro ribellione più a lungo che possono, perché non hanno altro orizzonte di speranza che la loro azione.</p>
<p>Non lasciamoci impantanare dai dettagli, da definizioni e cifre autoimposte. Questa è un’Intifada palestinese anche se finisce oggi. Ciò che davvero importa è come rispondiamo alle implorazioni di questa generazione oppressa; continueremo ad assegnare maggiore importanza alla sicurezza dell’occupante armato che non ai diritti di una nazione oppressa?</p>
<p>Ramzy Baroud è un giornalista internazionale indipendente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è ‘My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’[Mio padre era un combattente della libertà: la storia non narrata di Gaza].</p>
<p>Da Z Net Italy- Lo spirito della Resistenza e’ Vivo</p>
<p>www.znetitaly.org</p>
<p>Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/of-course-it-is-an-intifada-this-is-what-you-must-know/</p>
<p>Originale: Ma’an News Agency</p>
<p>Traduzione di Giuseppe Volpe</p>
<p>©2015 ZNet Italy- Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0</p>
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		<title>PALESTINA-ISRAELE: CHI HA PAURA DELLO STATO BINAZIONALE?</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2015 18:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Gideon Levy http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/02/gideon-levy-chi-ha-paura-dello-stato.htmlSintesi personale Sintesi personale Ebrei e arabi hanno vissuto insieme in uno stato dal 1948; israeliani e palestinesi vivono insieme in uno stato dal 1967. Questo paese è ebreo e sionista, ma non democratico per tutti. I suoi cittadini arabi sono limitati , mentre i palestinesi nei territori sono diseredati e privi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Gideon Levy</em></strong></p>
<p><strong><a href="http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/02/gideon-levy-chi-ha-paura-dello-stato.htmlSintesi%20personale">http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/02/gideon-levy-chi-ha-paura-dello-stato.htmlSintesi personale</a></strong></p>
<p><strong>Sintesi personale</strong></p>
<p><strong>Ebrei e arabi hanno vissuto insieme in uno stato dal 1948; israeliani e palestinesi vivono insieme in uno stato dal 1967. Questo paese è ebreo e sionista, ma non democratico per tutti. I suoi cittadini arabi sono limitati , mentre i palestinesi nei territori sono diseredati e privi di diritti .una soluzione per i suoi cittadini ebrei e un disastro per i suoi sudditi palestinesi. Quelli che sono spaventati da un unico Stato, quasi tutti gli israeliani ,ignorano che nella realtà è  già esistente.  Sono terrorizzati dal cambiamento : da uno stato di apartheid e di occupazione ad uno stato egualitario, da uno stato binazionale travestito da stato-nazione (del sovrano), ad uno stato binazionale in linea di principio. In entrambi i casi, gli ebrei e palestinesi  vivono in questo stato da almeno due generazioni, anche se  divisi. E impossibile ignorare.ciò</strong><br />
<strong>Le relazioni tra i due popoli in questo paese hanno conosciuto cambiamenti: da un regime militare  per gli arabi-israeliani fino alla sua abolizione (nel 1966), da un periodo di maggior calma e libertà nei territori a periodi tempestosi di terrore omicida e  di violenta occupazione. A Gerusalemme, Acri, Giaffa, Ramle, Lod, la Galilea e di Wadi Ara vivono arabi ed ebrei e le relazioni tra loro non sono impossibili. </strong></p>
<p><strong>Le relazioni con i palestinesi nei territori sono cambiati,  ma nel corso degli anni abbiamo vissuto in un  unico paese, anche se con la spada. </strong><br />
<strong>Per 47 anni  c&#8217;è stata la possibilità di ritirarsi dai territori per mantenere il carattere  ebraico e democratico dello Stato ,ma gli israeliani  hanno scelto di non farlo. E &#8216;forse questo un loro diritto, ma è loro dovere  offrire un&#8217;altra soluzione.   Sotto questa bandiera hanno ampliato gli insediamenti e perpretato l&#8217;occupazione con l&#8217;  obiettivo  di contrastare  la partizione. Questa finalità  è diventata irreversibile : non si parla più di evacuare oltre mezzo milione di coloni  e quindi non si parla più di una giusta soluzione dei due stati. </strong></p>
<p><strong>Le proposte di Stato John Kerry, che scoraggiano anche un gran numero di israeliani negli Stati Uniti, non garantiscono una soluzione giusta,  non garantiscono una soluzione: i &#8221; <a href="http://translate.google.com/translate?depth=1&amp;hl=it&amp;rurl=translate.google.com&amp;sl=auto&amp;tl=it&amp;u=http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.567343">blocchi di insediamenti</a> &#8221; resteranno in vigore. . &#8221; <a href="http://translate.google.com/translate?depth=1&amp;hl=it&amp;rurl=translate.google.com&amp;sl=auto&amp;tl=it&amp;u=http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.562242">Le misure di sicurezza</a> &#8220;saranno in vigore per la Valle del Giordano, forse anche lì  sarà  consentito agli insediamenti di rimanere. La proposta dice no al ritorno dei profughi  o a una soluzione al problema dei rifugiati. Nel frattempo  ci  si impegna a non &#8221; <a href="http://translate.google.com/translate?depth=1&amp;hl=it&amp;rurl=translate.google.com&amp;sl=auto&amp;tl=it&amp;u=http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.570418">evacuare un Ebreo</a> &#8220;e si  propone  la sovranità palestinese per i coloni</strong><br />
<strong>A questo punto può essere possibile andare dal droghiere all&#8217;angolo, formulare e anche firmare un altro documento (senza alcuna intenzione di  attuarlo  ) che somiglia notevolmente a tutti  quelli precedenti  ed ora </strong><br />
<strong>riposti, pieni di polvere, in qualche archivio,ma è impossibile risolvere il conflitto con un tale piano. I rifugiati, i coloni , la Striscia di Gaza, la mancanza di buone intenzioni e  di giustizia   resteranno  . </strong></p>
<p><strong>Chi sostiene la soluzione dei due stati &#8211; a quanto pare la maggior parte degli israeliani &#8211; deve offrire una soluzione reale. Le proposte di Kerry non fanno ben sperare. Israele vi aderirebbe , ma solo per mantenere le sue relazioni con gli Stati Uniti e il mondo e per spingere i palestinesi nell&#8217;angolo , non certo per stabilire la pace o imporre la giustizia. </strong><br />
<strong>Da questo generale &#8220;no&#8221; sorge il &#8220;sì  a uno stato&#8221;. Se gli israeliani vogliono mantenere gli insediamenti ,nella Valle del Giordano, a  Gush Etzion e Maale Adumim, a Gerusalemme Est e leader nel Beit El devono prendere atto che c&#8217;è  un solo stato. Se c&#8217;è uno stato, allora il discorso deve cambiare: diritti uguali per tutti. </strong><br />
<strong>I problemi sono molti e complicati e come loro lo sono anche le soluzioni: divisione in distretti, federazione,  governi separati . Non ci sarà alcun cambiamento demografico qui &#8211; perché lo Stato è  da lungo  tempo  binazionale ,  ma solo un cambiamento democratico e consapevole. E allora si porrà la questione in tutta la sua forza: perchè così spaventoso vivere in uno stato egualitario? Infatti tutte le altre possibilità sono molto più spaventose.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.571863">http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.571863</a></strong></p>
<p><strong><a href="Gideon%20Levy : Who’s afraid of a binational state?">Gideon Levy : Who’s afraid of a binational state?</a></strong></p>
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		<title>Gideon Levy smaschera l&#8217;ottusità e l&#8217;ipocrisia di Israele</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2014/07/gideon-levy-smaschera-lottusita-e-lipocrisia-di-israele/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 13:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.internazionale.it/opinioni/gideon-levy/2014/07/21/fragole-o-sangue/ FRAGOLE O SANGUE? di Gideon Levy [Gideon Levy è un giornalista israeliano, che ho avuto la fortuna di ascoltare e conoscere a Milano un anno fa. Scrive per il quotidiano Ha’aretz]. Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è integralista, che è crudele, che non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><strong><a href="http://www.internazionale.it/opinioni/gideon-levy/2014/07/21/fragole-o-sangue/">http://www.internazionale.it/opinioni/gideon-levy/2014/07/21/fragole-o-sangue/</a></strong></li>
</ul>
<p><strong> </strong><strong>FRAGOLE O SANGUE?</strong></p>
<p><strong>di Gideon Levy</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>[Gideon Levy è un giornalista israeliano, che ho avuto la fortuna di ascoltare e conoscere a Milano un anno fa. Scrive per il quotidiano Ha’aretz].</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è integralista, che è crudele, che non riconosce Israele, che spara sui civili, che nasconde munizioni dentro le scuole e gli ospedali, che non ha fatto niente per proteggere la popolazione di Gaza – dopo che è stato detto tutto questo, e a ragione, dovremmo fermarci un attimo e ascoltare Hamas. Potrebbe perfino esserci consentito metterci nei suoi panni e forse addirittura apprezzare l’audacia e la capacità di resistenza di questo nostro acerrimo nemico, in circostanze durissime.</strong></p>
<p><strong>Invece Israele preferisce tapparsi le orecchie davanti alle richieste della controparte, anche quando queste richieste sono giuste e corrispondono agli interessi sul lungo periodo di Israele stesso. Israele preferisce colpire Hamas senza pietà e senza alcun altro scopo che la vendetta. Stavolta è particolarmente chiaro: Israele dice di non voler rovesciare Hamas (perfino Israele capisce che se lo fa si ritroverà sulla porta di casa la Somalia, altro che Hamas), ma non è disponibile ad ascoltare le sue richieste. Quelli di Hamas sono tutti “bestie”? Ammettiamo pure che sia vero, ma tanto lì stanno e lì restano, e lo pensa anche Israele. Quindi, perché non ascoltarli?</strong></p>
<p><strong>La settimana scorsa sono state pubblicate, a nome di Hamas e della Jihad islamica, dieci condizioni per un cessate il fuoco che sarebbe durato dieci anni. Possiamo anche dubitare che le richieste arrivassero davvero da quelle due organizzazioni, ma comunque erano una buona base per un accordo. Tra di esse non ce n’era neanche una che fosse priva di fondamento.<span id="more-4738"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Hamas e la Jihad islamica chiedono libertà per Gaza. C’è forse una richiesta più comprensibile e lecita? Senza accettarla non c’è modo di mettere fine all’attuale ciclo di uccisioni e di evitarne un altro nel giro di pochi mesi. Nessuna operazione militare – aerea, terrestre o marittima che sia – fornirà una soluzione. Solo cambiando radicalmente atteggiamento nei confronti di Gaza si potrà garantire ciò che tutti vogliono, cioè la tranquillità.</strong></p>
<p><strong>Leggete l’elenco delle richieste e giudicate onestamente se tra di loro ce ne sia anche una sola ingiusta: ritiro dell’esercito israeliano e autorizzazione dei coltivatori a lavorare le loro terre fino al muro di sicurezza; scarcerazione di tutti i prigionieri rilasciati in cambio della liberazione di Gilad Shalit e poi arrestati; fine dell’assedio e apertura dei valichi; apertura di un porto e di un aeroporto sotto gestione Onu; ampliamento della zona di pesca; supervisione internazionale del valico di Rafah; impegno da parte di Israele a mantenere un cessate il fuoco decennale e chiusura dello spazio aereo di Gaza ai velivoli israeliani; concessione ai residenti di Gaza di permessi per visitare Gerusalemme e pregare nella moschea Al Aqsa; impegno da parte di Israele a non interferire con le decisioni politiche interne dei palestinesi, vedi la creazione di un governo di unità nazionale; infine, apertura della zona industriale di Gaza.</strong></p>
<p><strong>Queste sono condizioni civili, i mezzi per realizzarle sono militari, violenti e criminali. Ma la verità (amara) è che tutti se ne fregano di Gaza quando non spara missili contro Israele. Guardate la sorte toccata a quel dirigente palestinese che ne aveva abbastanza delle violenze, Abu Mazen: Israele ha fatto tutto quanto in suo potere per distruggerlo. E qual è la triste conclusione? “Funziona solo la forza”.</strong></p>
<p><strong>La guerra in atto è una guerra per scelta e la scelta l’abbiamo fatta noi israeliani. È vero, quando Hamas ha cominciato a sparare missili Israele non poteva non reagire. Ma contrariamente a ciò che tenta di spacciare la propaganda israeliana, i missili non sono mica piovuti dal cielo senza motivo. Basta tornare indietro di qualche mese: rottura delle trattative da parte di Israele; guerra contro Hamas in Cisgiordania in seguito all’assassinio dei tre studenti di un seminario rabbinico – è dubbio che lo abbia pianificato Hamas – e arresto di 500 suoi attivisti con false accuse; blocco dei pagamenti degli stipendi ai lavoratori di Hamas a Gaza e opposizione di Israele al governo di unità nazionale, che forse avrebbe potuto ricondurre Hamas entro l’agone politico. Chiunque pensi che Hamas avrebbe potuto incassare senza batter ciglio, probabilmente soffre di arroganza, autocompiacimento e cecità.</strong></p>
<p><strong>A Gaza – e in minor misura anche in Israele – si sta versando una quantità terrificante di sangue. Questo sangue è versato invano. Hamas è martellato da Israele e umiliato dall’Egitto. L’unica possibile soluzione sta nella direzione esattamente opposta a quella dove sta andando Israele. Un porto a Gaza, così che possa esportare le sue ottime fragole? Agli israeliani suona come un’eresia. Qui, ancora una volta, si preferisce il sangue (palestinese) alle fragole (palestinesi).</strong></p>
<p><em><strong>(Traduzione di Marina Astrologo)</strong></em></p>
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<ul>
<li><strong><br />
</strong></li>
</ul>
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		<title>1) &#8211; Negli orrori della bibbia (anche) la piaga del femminicidio. 2) &#8211; L&#8217;economia a una svolta (pericolosa)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Feb 2014 18:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2014/02/1623788_10151993446812869_706962849_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4531" title="1623788_10151993446812869_706962849_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2014/02/1623788_10151993446812869_706962849_n.jpg" alt="" width="411" height="502" /></a></p>
<p><strong>Un mio amico mi ha inviato il disegno che vedere qui di fianco e che cita un passo della bibbia. E’ una delle infinite dimostrazioni di come sia demenziale parlare di popoli “speciali”, “eletti”, “prediletti da Dio”, e via delirando. E di come sia invece più sensato e utile buttar via la bibbia emettersi a studiare o almeno leggere qualcosa di più umano.</strong></p>
<p><strong>Chissà quante donne con l’imene setto, che cioè non sangina neppure la “prima volta”, sono state uccise il quel modo orribile… E chissà quante altre donne pur avendo sanguinato sono state accoppate perché il marito voleva togliersela da piedi subito. Oltretutto vigeva la poligamia (ma ovviamente non la poliandria). Ovviamente, per eseguire la lapidazione bastava la parola del marito: evito i commenti. Mi limito a rilevare che l&#8217;origine del femminicidio, piaga tuttora esistente, ha origine nella &#8220;sacra&#8221; (!) bibbia. Non c’è bisogno di aggiungere altro: ognuno sa riflettere e pensare anche da solo. Purché non disonesto o della genia che si ritiene migliore degli &#8220;altri&#8221; e sempre in dovere di punire chi “non è vergine”…</strong></p>
<p><strong>Robert Eisenman, il più grande esperto al mondo dei Rotoli del Mar Morti, nel suo libro “Giacomo, il fratello di Gesù” ci tiene a far sapere che lo stesso trattamento era riservato immediatamente a chiunque peccasse di blasfemia nel Tempio di Gerusalemme, anche nel caso si trattasse di un sacerdote: ucciso subito “a bastonate in testa con il legno delle fascine destinate ai sacrifici di olocausto”. Davvero un  bel costume. Come del resto la lapidazione per i blasfemi e perfino per chi osava lavorare il sabato! Divieto che Gesù infranse più volte, visto che predicava anche di farla finita con la corruzione del Tempio e del clero collaborazionista dei romani.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I romani non erano migliori. Eppure ci vantiamo di discendere da loro. Come si vede, tra gli antenati di tutti i popoli, compresi noi della civilissima Europa, “il più pulito ci ha la rogna”, come si usa dire. Insomma, un po’ più di modestia e un po’ meno di pretese da parte di tutti non guasterebbe. Specie da parte di chi agita la bibbia per accampare diritti a spese e sulla pelle altri, come abbiamo fatto dalle Americhe all’Australia e come si continua a fare disinvoltamente ancora oggi da parte dei fanatici irriducibili.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ciò detto, vale la pena di riflettere anche su questo nuovo articolo dei nostri due collaboratori economisti, che parlano di economia a una svolta. Con il rischio di uscire fuori strada&#8230;.</strong></p>
<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’ECONOMIA A UNA SVOLTA</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La nostra situazione è seria. Con poche eccezioni, si conferma una situazione stagnante in Italia  e nell’intera Europa. Non poco ha inciso la stretta creditizia. </strong><strong>Le priorità dell’Italia sono quindi gli investimenti, il lavoro, l’innovazione, la ripresa delle produzioni industriali e del credito produttivo. </strong><strong>Dal 2007 a oggi la disoccupazione è raddoppiata e rischia di superare la soglia del 13% della forza lavoro. Per i giovani tra i 15 e i 24 anni è, purtroppo, del 42 %. Dal 2010 la produzione industriale è scesa del 9%. Confrontando la differenza tra le previsioni di crescita e l’andamento reale, dal 2007 ad oggi l’economia italiana ha perso 230 miliardi di euro di ricchezza.<span id="more-4530"></span><br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Secondo un recente studio della Banca Centrale Europea, nel 2013 il credito totale delle banche alle imprese e alle attività produttive in Europa è sceso del 3,9% rispetto all’anno precedente, anch’esso con segno negativo. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Per analizzare gli andamenti nei vari Paesi dell’eurozona, la Bce ha fissato a 100 il livello dei crediti bancari del 2011. Sulla base di tale parametro risulta che nel 2013 la Germania ha mantenuto costante il livello del suo credito bancario, la Francia è scesa a 98, l’Italia a 89, la Spagna a 72. In altre parole nel nostro Paese i crediti bancari alle imprese e alle famiglie sono diminuiti dell’11% in due anni!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Continua quindi il “credit crunch”  che intacca le capacità di ripresa dell’intera Unione europea. Se è vero come è vero che il 60% di tutte le esportazioni tedesche vanno nel resto dell’Europa, la stessa Germania dovrebbe riconoscere la “insopportabilità” di tale situazione.. </strong><strong>E’ indubbio tuttavia che il problema del credito e degli investimenti è diventato da tempo sistemico e globale. Non riguarda solo l’Europa. Secondo quanto emerso in un convegno della Banca dei Regolamenti Internazionali il tasso di investimento nel mondo, in rapporto al Pil, è del 2-4% inferiore rispetto a quello del 2009. Ciò nonostante che i profitti azionari siano stati ai massimi livelli in parecchie economie avanzate ed emergenti.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La mancanza di crediti alle imprese, in particolare alla Pmi, da parte del sistema bancario e i bassi tassi di investimento purtroppo si combinano anche con una accentuata tendenza delle grandi multinazionali ad accumulare liquidità (cash) in quantità che non ha precedenti. Per esempio, le grandi corporation giapponesi avrebbero in cassa soldi liquidi per 2,8 trilioni di dollari, quelle americane per 1,5 trilioni e quelle europee per 1 trilione di dollari. Le multinazionali britanniche da sole avrebbero soldi liquidi per un valore superiore a quello di tutti i loro impianti e macchinari. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E’ evidente che l’accumulo di liquidità del settore privato nelle economie avanzate mira ad utilizzare il risparmio esclusivamente per ridurre i debiti purtroppo a scapito degli investimenti. In molti casi nuovi debiti verrebbero addirittura contratti soltanto per ristrutturare o abbattere quelli accesi in passato e spesso per distribuire dividendi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Tali comportamenti ci dicono che la crisi non è finita e che per i “grandi giocatori” l’incertezza del futuro offre loro l’occasione per continuare ad influenzare la finanza e l’economia. </strong><strong>In tale contesto l’Italia può affrontare con efficacia le proprie persistenti difficoltà economiche e sociali se il nuovo governo e il parlamento saranno in grado di imporre lo sblocco del credito e lo snellimento delle procedure amministrative e, nel contempo, in sede europea di intesa con gli altri Paesi del Sud, di ottenere l’esclusione delle spese per gli investimenti e per le infrastrutture dal rigido parametro del 3% del rapporto deficit/Pil.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Se gli investimenti avranno priorità nelle politiche europee di sviluppo essi non saranno secondari nelle scelte di cooperazione e di intesa internazionali che prevedono la realizzazione di grandi reti infrastrutturali come per esempio quella euroasiatica. </strong><strong>Naturalmente diventa più impellente per l’Italia e per l’Europa un vero protagonismo nella definizione di una efficace governance e di nuove regole stringenti del sistema finanziario, tenendo conto dei nuovi segnali di rischio di crisi globale.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Papa Francesco e il difficile dialogo con l&#8217;islam</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jan 2014 17:42:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[ROMA – Riuscirà Papa Francesco a far fare un passo avanti all’unità dei cristiani senza fare un passo indietro verso i musulmani? In particolare, riuscirà a evitare che i musulmani ricordino troppo l’affronto che affermano di avere subito dal suo predecessore il 13 settembre 2006? Quel giorno Papa Ratzinger in un discorso all’Università di Ratisbona [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA – Riuscirà <strong>Papa Francesco</strong> a far fare un passo avanti all’unità dei cristiani senza fare <strong>un passo indietro verso i musulmani?</strong> In particolare, riuscirà a evitare che i musulmani ricordino troppo l’affronto che affermano di avere subito dal suo predecessore il 13 settembre 2006? Quel giorno Papa Ratzinger in un discorso all’Università di Ratisbona citò quanto disse nel 1391 ad Ankara l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo in uno dei 27 dialoghi su cristianesimo e islam che ebbe con il dotto persiano Mouterizes, equivalente all’arabo Mutarrif, direttore di una madrassa, cioè di una scuola coranica:</p>
<p><em>“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.</em>Dopo quell’infelice citazione, resa ancor più grave dal citare la Jihad, concetto che comunemente viene tradotto con “guerra santa”, il 26 novembre dello steso anno Ratzinger incontrò<strong> il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I</strong> a Istanbul, l’antica Costantinopoli.</p>
<p>E proprio <strong>Bartolomeo</strong><a href="http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350689"><strong> incontrerà Francesco a Gerusalemme</strong></a><strong>,</strong> in una delle tre tappe (le altre due saranno ad Amman e Betlemme) del pellegrinaggio che il pontefice compirà nella cosiddetta Terra Santa dal 24 al 26 del prossimo maggio per ricordare il 50mo anniversario del viaggio di Paolo VI, avvenuto il 5 gennaio del ’64. E il 5 gennaio scorso Francesco ha annunciato il suo viaggio alla fine della consueta preghiera dell’Angelus, in modo da celebrare in qualche modo l’esatta ricorrenza. Quella volta papa Montini incontrò Patriarca ortodosso Atenagora. Francesco ha annunciato che a maggio “presso il Santo Sepolcro celebreremo un Incontro Ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme, insieme al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli”.<span id="more-4503"></span></p>
<p><strong>Il viaggio di Papa Montini</strong> ebbe come frutto un paio di anni dopo la rimozione simultanea delle scomuniche reciproche tra la Chiesa cattolica rappresentata dal Vaticano e la Chiesa ortodossa rappresentata dal Fanar, il Vaticano ortodosso a Istanbul. Finivano così ben dieci secoli di separazione, dissapori e guerre tra cristiani occidentali e orientali. “Ci siamo abbracciati una prima volta, poi una seconda e di nuovo e di nuovo. Come due fratelli che si ritrovano dopo una lunga separazione”, commentò Atenagora. Per parte sua Paolo VI alla prima udienza generale tenuta in S. Pietro ebbe a dichiarare con maggiore enfasi: “Avete tutti compreso che il mio viaggio non é stato soltanto un fatto singolare e spirituale: é diventato un avvenimento che può avere una grande importanza a livello storico, il punto di partenza di nuovi, grandi avvenimenti, che possono essere altamente benefici per la Chiesa e l’Umanità”. Lo scorso 5 gennaio Francesco dopo l ‘annuncio ai fedeli in piazza S. Pietro ha aggiunto: “Fin da ora vi domando di pregare per questo pellegrinaggio”, che molti sperano diventi storico come quello di Papa Montini.</p>
<p>Il rischio però è che al probabile passo avanti nell’unità di tutte le componenti della religione cristiana corrisponda se non un passo indietro comunque<strong> un rinfocolarsi delle polemiche per l’infelice uscita di Ratzinger a Ratisbona</strong>. All’epoca, il portavoce del Vaticano, don Federico Lombardi, cercò di correggere il tiro dichiarando:</p>
<p><em>“Non era certo nelle intenzioni del Santo Padre svolgere uno studio approfondito sulla Jihad e sul pensiero musulmano in merito, e tanto meno offendere la sensibilità dei credenti musulmani”.</em></p>
<p>Ma le reazioni furono comunque pesanti.</p>
<p><strong>La massima autorità religiosa turca, Ali Bardokoglu</strong>, presidente del Dipartimento affari religiosi della Turchia, in vista dell’annunciata visita di Ratzinger in Turchia ebbe a dite che le parole del Papa mostravano</p>
<p><em>“un odio nel suo cuore, allora siamo davanti ad una situazione pericolosa. Non mi aspetto niente di buono da una visita nel mondo islamico da parte di chi pensa così del Profeta”,</em></p>
<p>e chiese, sia pure invano, l’annullamento della visita in Turchia.</p>
<p><strong> ”Il Papa del Vaticano ha offeso il Profeta”,</strong> titolarono i siti islamici che ospitavano i video e i comunicati di Al Qaeda. “Dove sono quelli che parlano di dialogo tra le religioni? In realtà questa non è altro che una guerra crociata che lo si voglia o no”. Mohammed Mahdi Akef, guida spirituale dei Fratelli musulmani, il principale gruppo d’opposizione in Egitto, disse che le parole di Ratisbona “gettano olio sul fuoco” e “creano un grave danno all’Islam”, motivo per cui chiese al pontefice di scusarsi.</p>
<p>Per fortuna non si sono avverate le fosche previsioni di Fawi Zefzaf, presidente della Commissione del Parlamento egiziano per il dialogo interreligioso, che dopo avere definito “bugiardo” Papa Ratzinger ebbe a dire: “Semplici caricature (di Maometto, ndr) hanno scatenato la risposta furiosa delle masse musulmane, quale sarà la reazione a simili dichiarazioni?”. Una reazione rabbiosa era paventata anche da Al Arabiya, il secondo canale satellitare nel mondo arabo, che infatti dopo avere lamentato che “Il Papa rivolge critiche all’Islam a pochi giorni dalla sua attesa visita in Turchia” ebbe ad aggiungere: <strong>“Ci si attende che provochi la rabbia islamica”.<br />
</strong></p>
<p>Inviti a una maggiore riflessione e critiche pesanti vennero anche dal mondo islamico europeo. Il Consiglio francese per la religione musulmana diramò un comunicato per invitare a “non confondere l’Islam, che è una religione rivelata, con l’islamismo, che non è una religione ma un’ideologia politica”. Molto più duro <strong>Aiman Mazyek, presidente del Consiglio centrale musulmano in Germania:</strong></p>
<p><em>“Dopo le sanguinose conversioni dei popoli latinoamericani, le crociate, le coercizioni imposte da Hitler alla Chiesa, e perfino dopo che Urbano II coniò per primo il termine Guerra Santa non credo che la Chiesa Cattolica possa puntare il dito contro gli estremismi di altre religioni”.</em></p>
<p>Memore anche dell’incidente di Ratisbona e dei suoi pesanti strascichi, Francesco ci ha tenuto a pubblicare a ridosso del 26 novembre, anniversario della visita in Turchia del suo predecessore, <strong>la “Esortazione apostolica Evangelii Gaudium”</strong>, nella quale detta le nuove e più concilianti regole dei rapporti con la religione musulmana <strong>in due appositi paragrafi, il 252 e il 253.</strong></p>
<p><strong><em> Paragrafo 252 -</em></strong><em> “In quest’epoca acquista una notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam, oggi particolarmente presenti in molti Paesi di tradizione cristiana dove essi possono celebrare liberamente il loro culto e vivere integrati nella società. Non bisogna mai dimenticare che essi, “professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale”. Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte degli insegnamenti cristiani; Gesù Cristo e Maria sono oggetto di profonda venerazione ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi. Al tempo stesso, molti di loro sono profondamente convinti che la loro vita, nella sua totalità, è di Dio e per Lui. Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri”.</em></p>
<p><strong><em> Paragrafo 253 -</em></strong><em> “Per sostenere il dialogo con l’Islam è indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni. Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci a evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”.</em></p>
<p>Ma a mettersi di traverso <strong>è un gesuita come Papa Francesco, l’esperto islamologo Samir Khalil Samir</strong>, che insegna a Beirut, Roma e Parigi ed è autore di libri e saggi sull’Islam nonché dei rapporti con il cristianesimo e l’intero Occidente. L’ultimo suo libro si intitola “Quelle tenaci primavere arabe”. Forse per le sua origini arabe è diventato più realista del re ed è probabile ci sia lui all’origine dell’infelice citazione di Ratisbona. Samir infatti nel corso del pontificato di Ratzinger è stato uno degli esperti più ascoltati dallo stesso Papa.</p>
<p>Il 19 dicembre scorso, vale a dire pochissimi giorni dopo la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco, Samir sull’agenzia “Asia News” del Pontificio Istituto Missioni Estere ne ha commentato i paragrafi dedicati all’Islam. Dopo averne passato in rassegna “le tante cose positive”, Samir passa a mettere bene in luce quanto a suo avviso è bene chiarire con il capitolo intitolato “Punti della Evangelii Gaudium che richiedono chiarimento”. Ecco tutti i punti del capitolo critico:</p>
<p><strong>“1. I musulmani “adorano con noi un Dio unico, misericordioso” (n. 252)</strong></p>
<p>Io prenderei con cautela questa frase. È vero che i musulmani adorano un Dio unico e misericordioso. Ma questa frase suggerisce che le due concezioni di Dio sono uguali. Invece nel cristianesimo Dio è Trinità nella sua essenza, pluralità unita dall’amore. È un po’ più che sola clemenza e misericordia. Abbiamo due concezioni abbastanza diverse dell’unicità divina. Quella musulmana caratterizza Dio come inaccessibile. La visione cristiana dell’unicità trinitaria sottolinea che Dio è Amore che si comunica: Padre-Figlio-Spirito, oppure Amante-Amato-Amore, come suggeriva Sant’Agostino.</p>
<p>Poi, anche la misericordia del Dio islamico cosa significa? Che Lui fa misericordia a chi vuole e non la fa a coloro a cui non vuole. “Dio fa entrare nella Sua misericordia chi Egli vuole” (Corano 48:25). Queste espressioni si trovano in modo quasi letterale nell’Antico Testamento (Esodo 33:19). Ma non si arriva mai a dire che “Dio è Amore” (1 Giovanni 4:16), come si esprime san Giovanni.</p>
<p>La misericordia nel caso dell’islam è quella del ricco che si china sul povero e gli concede qualcosa. Ma il Dio cristiano è Colui che scende verso il povero per innalzarlo al suo livello; non mostra la sua ricchezza per essere rispettato (o temuto) dal povero: dona se stesso per far vivere il povero.</p>
<p><strong><em> 2. “Gli scritti sacri islamici conservano parte degli insegnamenti cristiani” (n. 252)</em></strong></p>
<p>È vero in un certo senso, ma può essere anche ambiguo. È vero che i musulmani riprendono parole o fatti dei vangeli canonici, ad esempio il racconto dell’Annunciazione si ritrova quasi letteralmente nei capitoli 3 (la famiglia di ‘Imr?n) e 19 (Mariam).</p>
<p>Ma più frequentemente il Corano s’ispira ai pii racconti dei Vangeli apocrifi, e non ne tirano il senso teologico che ci si trova, e non danno a questi fatti o parole il senso che hanno in realtà, non per cattiveria, ma perché non hanno la visione globale del messaggio cristiano.</p>
<p><strong> 3. La figura di Cristo nel Corano e nel Vangelo (n. 252)</strong></p>
<p>Il Corano si riferisce a “Gesù e Maria [che] sono oggetto di profonda venerazione”. A dir il vero, Gesù non è oggetto di venerazione nella tradizione musulmana. Invece, per Maria, si può parlare di una venerazione, in particolare da parte delle donne musulmane, che volentieri vanno ai luoghi di pellegrinaggio mariano.</p>
<p>L’assenza di venerazione per Gesù Cristo si spiega probabilmente per il fatto che, nel Corano, Gesù è un grande profeta, famoso per i suoi miracoli a favore dell’umanità povera e malata, ma non è uguale a Maometto. Solo da parte dei mistici, si può notare una certa devozione, essi lo chiamano anche “Spirito di Dio”.</p>
<p>In realtà, tutto ciò che si dice di Gesù nel Corano è l’opposto degli insegnamenti cristiani. Egli non è Figlio di Dio: è un profeta e basta. Non è nemmeno l’ultimo dei profeti perché invece il “sigillo dei profeti” è Maometto (Corano 33:40). La rivelazione cristiana è vista solo come una tappa verso la rivelazione ultima, portata da Maometto, cioè l’Islam.</p>
<p><strong> <em>4. Il Corano si oppone a tutti i dogmi cristiani fondamentali</em></strong></p>
<p>La figura di Cristo come seconda persona della Trinità è condannata. Nel Corano si dice in modo esplicito ai cristiani: “O Gente della Scrittura, non eccedete nella vostra religione e non dite su Dio altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria, non è altro che un messaggero di Dio, una Sua parola che Egli pose in Maria, uno Spirito da Lui [proveniente]. Credete dunque in Dio e nei Suoi messaggeri. Non dite ‘Tre’, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Dio è un dio unico. Avrebbe un figlio? Gloria a Lui” (Corano 4:171). I versetti contro la Trinità sono molto chiari e non hanno bisogno di tante interpretazioni.</p>
<p>Il Corano nega la divinità di Cristo: “O Gesù, figlio di Maria, sei tu che hai detto alla gente: ‘Prendete me e mia madre come due divinità all’infuori di Dio’?” (Corano 5:116). E Gesù lo nega!</p>
<p>Infine, nel Corano è negata la redenzione. Addirittura si afferma che Gesù Cristo non è morto in croce, ma è stato crocifisso un suo sosia: “Non l’hanno ucciso, non l’hanno crocifisso, ma è sembrato loro” (Corano 4:157). In tal modo Dio ha salvato Gesù dalla cattiveria dei giudei. Ma così Cristo non ha salvato il mondo!</p>
<p>Insomma, <strong>il Corano e i musulmani negano i dogmi essenziali del cristianesimo</strong>: Trinità, Incarnazione e Redenzione. Si deve aggiungere che questo è il loro diritto più assoluto! Ma non si può allora dire che “Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte degli insegnamenti cristiani”. Si deve semplicemente parlare del “Gesù coranico” che non ha niente a che vedere con il Gesù dei Vangeli.</p>
<p>Il Corano cita Gesù perché pretende di completare la rivelazione di Cristo per esaltare Maometto. Del resto, vedendo quanto Gesù e Maria fanno nel Corano, ci si accorge che essi non fanno altro che applicare le preghiere e il digiuno secondo il Corano. Maria è certamente la figura più bella tra tutte quelle presentate nel Corano: è la Madre Vergine, che nessun uomo ha mai toccato. Ma non può essere la Theotokos; anzi, è una buona musulmana.</p>
<p>I PUNTI PIÙ DELICATI</p>
<p><strong> 1. Etica nell’Islam e nel cristianesimo (252)</strong></p>
<p>L’ultima frase di questo paragrafo della “Evangelii gaudium” dice, parlando dei musulmani: “Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri”. Questo è vero e la pietà verso i poveri è un’esigenza dell’Islam.</p>
<p>C’è però <strong>una doppia differenza, mi sembra, tra l’etica cristiana e quella musulmana. La prima</strong> è che l’etica musulmana non è sempre universale. Si tratta spesso di aiuto dentro la comunità islamica, mentre l’obbligo di aiuto, nella tradizione cristiana, è di per sé universale. Si nota per esempio, quando c’è una catastrofe naturale in qualche regione del mondo, che i Paesi di tradizione cristiana aiutano senza considerare la religione di chi è aiutato, mentre Paesi musulmani ricchissimi (quelli del Penisola Arabica per esempio) non lo fanno in questo caso.</p>
<p><strong> La seconda</strong> è che l’Islam lega etica e legalità. Chi non digiuna durante il mese di Ramadan commette un delitto e va in prigione (in molti Paesi). Se osserva il digiuno previsto, dall’alba al tramonto, è perfetto, anche se dopo il tramonto mangia fino all’alba del giorno seguente, più e meglio del solito: “si mangiano le cose migliori e in abbondanza”, come mi dicevano alcuni amici egiziani musulmani. Sembra non esserci altro significato nel digiuno se non ubbidire alla legge stessa del digiuno. Il Ramadan diventa il periodo in cui i musulmani mangiano di più, e mangiano le cose più prelibate. L’indomani, dato che per mangiare nessuno ha dormito, nessuno lavora. Però, dal punto di vista formale, tutti hanno digiunato per alcune ore. È un’etica legalista: se fai questo, sei nel giusto. Un’etica esteriore.</p>
<p>Il digiuno cristiano è invece qualcosa che ha come scopo l’avvicinarsi al sacrificio di Gesù, alla solidarietà con i poveri e non c’è il momento in cui si recupera quanto uno non ha mangiato.</p>
<p>Se qualcuno applica la legge islamica, tutto è in ordine. Il fedele non cerca di andare oltre la legge. La giustizia è richiesta per legge, ma non è superata. Per questo, non c’è nel Corano l’obbligo del perdono; invece, Gesù nel Vangelo chiede di perdonare in modo infinito (settanta volte sette: cfr. Matteo 18, 21-22). Nel Corano la misericordia non arriva mai all’amore.</p>
<p><strong> Lo stesso vale per la poligamia</strong>: si può avere fino a quattro mogli. Se voglio averne una quinta, basta ripudiare una di quelle che ho già, magari la più vecchia, e prendermi una sposa più giovane. E avendo sempre e solo quattro mogli sono nella perfetta legalità.</p>
<p>C’è anche l’effetto contrario, <strong>per esempio per l’omosessualità.</strong> In tutte le religioni, è un peccato. Ma per i musulmani, è anche un delitto che dovrebbe essere punito con la morte. Nel cristianesimo è un peccato, ma non un crimine. Il motivo è ovvio: l’Islam è religione, cultura, sistema sociale e politico; è una realtà integrale. Ed è chiaramente così nel Corano. Il Vangelo invece distingue chiaramente la dimensione spirituale ed etica dalla dimensione socio-culturale e politica.</p>
<p>Lo stesso vale per la purezza, come lo spiega in modo chiaro Cristo ai Farisei: “Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma è quel che esce dalla bocca che contamina l’uomo” (Mt 15, 11).</p>
<p><strong> 2. “I fondamentalismi da entrambe le parti” (n. 250 e 253)</strong></p>
<p>Ci sono infine due aspetti che vorrei criticare. Il primo è quello in cui il papa mette insieme tutti i fondamentalismi. Al n. 250 si dice: “Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare io dialogo con i seguaci delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e difficoltà, particolarmente i fondamentalismi da entrambe le parti”.</p>
<p>L’altro è la conclusione della sezione sul rapporto all’Islam che termina con questa frase: “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (n. 253).</p>
<p>Personalmente, non metterei i due fondamentalismi sullo stesso piano: i fondamentalisti cristiani non portano le armi; il fondamentalismo islamico è criticato, anzitutto proprio dai musulmani, perché questo fondamentalismo armato cerca di riprodurre il modello maomettano. Nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del Fondatore dell’Islam.</p>
<p><strong>3. La violenza nel Corano e nella vita di Maometto (n. 253)</strong></p>
<p>Infine, il papa accenna alla violenza nell’islam. Nel paragrafo 253 si legge: “Il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”.</p>
<p>Questa frase è bellissima, ed esprime un atteggiamento molto benevolo del papa verso l’Islam. Mi sembra però che essa esprima più un desiderio che una realtà. Che la maggioranza dei musulmani possa essere contraria alla violenza, può anche darsi. Ma dire che “il vero islam è contrario ad ogni violenza”, non mi sembra vero: la violenza è nel Corano. Dire poi che “un’adeguata interpretazione del Corano si oppone ad ogni violenza” ha bisogno di molte spiegazioni. Basta ricordare i capitoli 2 e 9 del Corano.</p>
<p>È vero comunque quanto il pontefice afferma sul fatto che l’islam ha bisogno di una “adeguata interpretazione”. Questa strada è praticata da alcuni studiosi, ma non è abbastanza forte da contrastare quella che va per la maggiore. Questa minoranza di studiosi cerca di reinterpretare i testi coranici che parlano della violenza, mostrando che essi sono legati al contesto dell’Arabia dell’epoca ed erano nel contesto della visione politico-religiosa di Maometto.</p>
<p>Se l’islam vuole rimanere oggi in questa visione legata al tempo di Maometto, allora ci sarà sempre violenza. Ma se l’islam – e vi sono parecchi mistici che l’hanno fatto – vuole ritrovare una spiritualità profonda, allora la violenza non è accettabile.</p>
<p>L’islam si trova davanti a un bivio: o la religione è una strada verso la politica e verso una società politicamente organizzata, oppure la religione è un’ispirazione a vivere con più pienezza e amore. Chi critica l’islam a proposito della violenza non fa una generalizzazione ingiusta e odiosa: mostra delle questioni presenti, vive e sanguinanti nel mondo musulmano.</p>
<p>In Oriente si comprende molto bene che il terrorismo islamico è motivato religiosamente, con citazioni, preghiere e fatwa da parte di imam che spingono alla violenza. Il fatto è che nell’islam non vi è un’autorità centrale, che corregga le manipolazioni. Ciò fa sì che ogni imam si creda un muftì, un’autorità nazionale, che può emettere giudizi ispirati dal Corano fino a ordinare di uccidere.</p>
<p>CONCLUSIONE: UNA “ADEGUATA INTERPRETAZIONE DEL CORANO”</p>
<p>Per concludere, il punto davvero importante è quello della “adeguata interpretazione”. Nel mondo musulmano, il dibattito più forte – che è anche il più proibito – è proprio quello sull’interpretazione del libro sacro. I musulmani credono che il Corano sia sceso su Maometto, completo, in quella forma che conosciamo. Non c’è il concetto d’ispirazione del testo sacro, che lascia spazio a un’interpretazione dell’elemento umano presente nella parola di Dio.</p>
<p>Facciamo un esempio. Ai tempi di Maometto, con tribù che vivevano nel deserto<strong>, la pena per un ladro era il taglio della mano</strong>. A cosa serviva? Qual era lo scopo di questa pena? Non permettere che il ladro rubasse più. Allora dobbiamo chiederci: come possiamo oggi salvaguardare questo scopo, cioè che il ladro non rubi? Possiamo usare altri metodi al posto del taglio della mano?</p>
<p>Oggi <strong>tutte le religioni hanno questo problema: come reinterpretare il testo sacro,</strong> che ha un valore eterno, ma che risale a secoli o millenni fa.</p>
<p>Quando incontro amici musulmani, io metto in luce il fatto che oggigiorno bisogna interrogarsi sullo “scopo” (maqased) che avevano le indicazioni del Corano. I teologi e i giuristi musulmani dicono che si deve ricercare gli “scopi della Legge divina” (maq?sid al-shar?’a). Questa espressione corrisponde a ciò che il Vangelo chiama “lo spirito” del testo, in opposizione alla “lettera”. Occorre cercare l’intento del testo sacro dell’islam.</p>
<p>Diversi studiosi musulmani parlano dell’importanza di scoprire “lo scopo” dei testi coranici per adeguare il testo coranico al mondo moderno. E questo, mi sembra, è molto vicino a quanto il Santo Padre intende suggerire parlando di “una adeguata interpretazione del Corano”.</p>
<p>+++++++++++++</p>
<p>Samir evita di ricordare che <strong>Maometto la sua religione la finanziò anche per mezzo di rapine alle carovane</strong> che attraversavano il deserto arabo e la affermò anche per mezzo di guerre, riuscendo infine vittorioso con la battaglia del 15 marzo 624 a Badr, dove appostò le sue truppe su un’altura dopo avere avvelenato i pozzi nella pianura in basso onde impedire che i nemici si dissetassero. Cionondimeno accusa di violenza l’intero Corano. Stranamente però Samir dimentica che nella Bibbia c’è di molto peggio, c’è la descrizione di Dio che ordina più volte la distruzione di intere città, non solo delle comprese Sodoma e Gomorra, e di passare a fil di spada interi popoli. Definire quindi il Dio cristiano “amore” tout court appare temerario. Anzi, smentito dall’affermazione bimillenaria che a molti viene riservata la dannazione eterna con le pene dell’inferno.</p>
<p>Negli stessi vangeli non manca un’allarmante affermazione guerriera di Gesù Cristo, fatta propria nei secoli da non pochi fanatici cristiani anche per giustificare le crociate, il colonialismo e non solo: ““Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi famigliari” ( Vangelo di Matteo: 10, 34-38).</p>
<p>Per quanto riguarda l’insistenza di Samir sulla differenza tra il Dio unico dei musulmani e il Dio Trinitario dei cristiani, in particolare dei cattolici, si tratta dello stesso ostacolo messo sulla strada del dialogo con l’ebraismo, religione basata sul Dio unico esattamente come l’islam. Non a caso le parole per indicare Dio e la pace sono identiche in ebraico e in arabo, nonostante gli odi feroci che separano questi due mondi: <strong>l’Elòhah ebraico è chiaramente identico all’Allàh arabo</strong> (oltretutto entrambe le parole derivano dalla divinità fenicia e cananeica El, ma tralasciamo), così come la parola araba salam che significa pace è identica alla parola shalom che significa pace in ebraico. Mi è capitato più volte nella basilica di S. Agostino a Roma, dove ogni volta che posso vado a contemplare la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, ascoltare il sacerdote officiante la messa affermare durante la predica: “I nostri fratelli ebrei non sanno che Dio è unico sì, ma trinitario”. Concetto che nella basilica di S. Agostino – non a caso il santo le cui parole ” Amante-Amato-Amore” Samir ha ricordato per criticare l’islam – è declamato da una scultura che rappresenta il profeta ebraico Elia che parla alla Madonna madre di Gesù: un modo ben preciso di saldare direttamente Cristo, e quindi il Dio trinitario, alla tradizione ebraica del Dio unico. Che, si noti nuovamente, è lo stesso Dio unico dell’islam.</p>
<p>Che certe divisioni siano oziose, anzi pretenziose e presuntuose, lo dimostra l’assurdità del voler definire quanto è per definizione indefinibile, vale a dire Dio. Voler “ritrarre” Iddio per assegnargli una fisionomia che di fatto lo imprigioni e gli leghi le mani imprigionandolo nel perimetro di tale fisionomia, del ritratto da noi assegnato, è assurdo anche sotto il profilo per così dire logico. E’ la stessa matematica a insegnare che un infinito lo si può suddividere quante volte si vuole, ma le parti così ottenute sono anch’esse ognuna un infinito. Se Dio quindi è infinito, come sempre si afferma, il dividerlo o no in trinità, cioè per tre, o altro non cambia assolutamente nulla: si tratta sempre di infinito e di infiniti. Le diversità ci possono essere solo dal punto di vista per così dire storico: ma da quando in qua sono uno o più fatti storici o presunti tali a potersi intromettere nella fede annacquandola così a feticismo?</p>
<p><strong>In particolare è oziosa l’antica querelle centrata sullo Spirito Santo</strong>. Che chiaramente esiste anche nell’ebraismo e nell’islam, dal momento che spirito significa vento, soffio, alito, tant’è vero che del vento ancora oggi si dice che “spira”. E all’inizio dei tre monoteismi non c’è forse il Verbo, espresso con l’alitare da parte di Dio su Adamo per dargli la vita? La stessa parola “anima” altro non significa che soffio, vento, respiro, tant’è vero che ancora oggi si chiama anemometro, cioè misuratore dell’”anemos”, lo strumento che misura il vento.</p>
<p>Può apparire strano, ma si chiama <strong>Pneumatologia</strong> non solo la scienza che studia i polmoni, organi addetti appunto al respirare, ma nella dottrina cristiana anche la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pneumatologia">“scienza” che si occupa dello Spirito Santo,</a> cioè la parte della teologia ad esso dedicata</p>
<p>Ma la cosa più curiosa è che, anche se i relativi cleri non vogliono farci caso e rendersene conto, sia la lingua araba che la lingua ebraica non scrivono le vocali per un motivo ben preciso. Quale? Il motivo è che il suono delle vocali si pronuncia per l’appunto solo con l’alito, la bocca infatti quando pronunciamo le vocali resta aperta, si limita a un soffio, per quanto minimo. Ma il “soffio”, “l’alito”, “l’anemos”, cioè lo “spirito”, “l’anima”, sono prerogative di Dio, vengono da lui: noi creature umane NON possiamo e NON dobbiamo avere l’immodestia di riportarle nel nostro alfabeto….</p>
<p>Il gesuita Samir forse dovrebbe studiare e riflettere di più. Con maggiore modestia. E non solo quando pronuncia vocali…</p>
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		<title>Ilan Pappé: &#8220;Possiamo provare pietà per Israele?&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2013 09:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=46456&#38;typeb=0&#38;Pappe-possiamo-provare-pieta-per-Israele Pappé: possiamo provare pietà per Israele? Lo storico Ilan Pappé guarda alla società israeliana nel nuovo anno. Provando compassione per il colonialismo razzista di arabi ebrei, nuovi immigrati e ultraortodossi. Ilan Pappé per Electronic Intifada Roma, 7 gennaio 2013, Nena News &#8211; Ho passato gli ultimi giorni del 2012 nella città di Haifa. Per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=46456&amp;typeb=0&amp;Pappe-possiamo-provare-pieta-per-Israele">http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=46456&amp;typeb=0&amp;Pappe-possiamo-provare-pieta-per-Israele</a></strong></p>
<p><strong> Pappé: possiamo provare pietà per Israele?</strong></p>
<p><strong>Lo storico Ilan Pappé guarda alla società israeliana nel nuovo anno. Provando compassione per il colonialismo razzista di arabi ebrei, nuovi immigrati e ultraortodossi.</strong></p>
<p><strong> Ilan Pappé per <a href="Electronic Intifada ">Electronic Intifada </a></strong></p>
<p><strong><em>Roma, 7 gennaio 2013, Nena News</em> &#8211; Ho passato gli ultimi giorni del 2012 nella città di Haifa. Per caso, ho incontrato alcuni conoscenti che in passato mi consideravano nel migliore dei casi come un illuso, nel peggiore come un traditore. Mi sono sembrati più imbarazzati &#8211; quasi confessando che le mie nere previsioni sul futuro di Israele si stavano dolorosamente concretizzando di fronte ai loro occhi.</strong></p>
<p><strong>In effetti, le nostre previsioni sono giunte molto tardi. Già nel 1950, con inquietante precisione, Sir Thomas Rapp, capo dell&#8217;ufficio britannico per il Medio Oriente del Cairo, aveva previsto il futuro. È stato l&#8217;ultimo ad essere inviato da Londra per decidere se la Gran Bretagna dovesse o meno stabilire relazioni diplomatiche con Israele. Lui diede il via libera, ma avvertì i suoi superiori a Londra: &#8220;La generazione più giovane viene spinta verso un contesto militarista e così si crea una minaccia permanente alla stabilità mediorientale. Israele si sta allontanando da uno stile di vita democratico e avvicinando verso il totalitarismo della destra o della sinistra&#8221; (Public Record Office, Foreign Office Files 371/82179, E1015/119, lettera al Segretario agli Esteri Ernest Begiv, 15 dicembre 1950).</p>
<p></strong></p>
<p><strong>È il totalitarismo della destra che è destinato ad essere il segno distintivo dello Stato ebraico nel 2013. E alcuni dei sionisti liberali, che una volta erano disposti a divorare me e altri ebrei che la pensavano come me, oggi realizzano &#8211; come Sir Thomas prima di noi &#8211; che forse avevamo ragione. E forse a causa del loro atteggiamento più benevolo, vorrei ricambiare tentando con loro un approccio diverso nel 2013.</strong><span id="more-3951"></span><strong><br />
<em>Compassione verso gli israeliani?</em></strong></p>
<p><strong>Quelli di noi che scrivono spesso per Electronic Intifada hanno mostrato in passato &#8211; e senza dubbio continueranno a farlo in futuro &#8211; piena solidarietà con le vittime palestinesi dell&#8217;esistenza e delle politiche di Israele. Ma possiamo, o dovremmo, mostrare compassione anche per gli israeliani? Ovviamente, nessuno può chiedere ai palestinesi di farlo, mentre prosegue a piene mani l&#8217;esproprio della loro terra. Ma forse noi che apparteniamo almeno etnicamente ai carnefici possiamo pensare per un momento ai nostri connazionali, in questo inizio di nuovo anno.</p>
<p>Lasciatemi cominciare con una questione personale. Durante la mia visita ho avuto l&#8217;opportunità di vedere il mio ex collega, lo storico Benny Morris, in televisione e di leggere alcune sue interviste. Il suo razzismo anti-arabo e anti-islamico è oggi più crudo che mai: un rude discorso infarcito d&#8217;odio, velenosamente sputato fuori nel modo più disgustoso. Allora, perché dovremmo mostrare empatia? Perché il suo primo libro sui rifugiati permise a me e ad altri di aprire gli occhi. Non era un grande libro di storia, ma era una ricerca eloquente della verità, cercata negli archivi di Stato, sui crimini israeliani nel 1948.</p>
<p>Eppure la sua trasmutazione in un razzista non sorprende, segue la stessa traiettoria di molti dei cosiddetti sionisti liberali in Israele. Lui e i suoi amici hanno vissuto un&#8217;epifania negli anni Novanta: scoprire le fondamenta immorali dello Stato. Questo avrebbe potuto aprire la strada ad una sincera riconciliazione, ma è stato anche un momento spaventoso che richiedeva coraggiose decisioni personali. Molti di loro, invece di negare la verità e la colpevolezza, hanno optato per nasconderla attraverso un nuovo sionismo, di gran lunga più estremo e odioso. Questo particolare gruppo di sionisti probabilmente non passerà per una vera rinascita, ma forse i loro figli sì. Si può solo sperare.</p>
<p><em>Gli arabi ebrei di Israele</em></p>
<p>Compassione può essere mostrata anche agli arabi ebrei di Israele. Ho notato durante la mia visita che molti di loro indossano &#8211; quasi piegati dal suo peso &#8211; un grandissimo medaglione con la Stella di David, di una misura che non avevo mai visto prima. Hanno paura che la polizia o gli ufficiali pubblici possano scambiarli per &#8220;arabi&#8221; e allora indossano questi enormi ciondoli che urlano &#8220;Sono ebreo, non arabo, anche se ci assomiglio!&#8221; (Come se noi che viviamo tra il fiume Giordano e il mare avessimo un aspetto tanto diverso l&#8217;uno dagli altri).</p>
<p>Tutto ciò è triste e patetico, ma forse l&#8217;accademica Ella Habiba Shohat aveva ragione quando ci chiedeva di considerare gli arabi ebrei come vittime del sionismo, al pari dei palestinesi. Tuttavia è difficile, con il rischio di generalizzare, comprenderli tra le vittime visto che ormai hanno accettato completamente la formula per la quale più è forte il loro razzismo anti-arabo e più israeliani possono diventare.</p>
<p>Negli anni Settanta, gli arabi ebrei lottarono contro le discriminazioni. I partiti di destra in Israele capitalizzarono la loro frustrazione per costruirsi una base elettorale che portasse al potere il Likud e convogliasse le politiche di identità degli arabi ebrei verso posizioni anti-arabe e anti-palestinesi. Ma qualsiasi tipo di futuro per gli ebrei in Palestina deve passare attraverso la connessione organica ed intrinseca con questi ebrei nella regione, con il loro passato, la loro civiltà e il loro futuro. Ce ne sono ancora molti che possono mostrare ai coloni europei come imparare a conciliarsi con ogni tipo di trasformazione nel mondo arabo.</p>
<p>Il mio terzo messaggio di compassione è per gli ebrei ultraortodossi. L&#8217;idea di uno Stato ebraico è una farsa, e lo sanno bene. Non esiste alcun fondamento nel giudaismo per creare uno Stato basato sulla religione. Così alcuni di loro hanno optato per un chiaro anti-sionismo, per il quale vengono perseguitati, e altri per un imbarazzante sionismo attraverso la colonizzazione della Cisgiordania. Per un momento ci dovremmo mettere nei loro panni: sono una consistente parte della popolazione ebraica e potrebbero essere parte di una nuova e migliore Palestina in Medio Oriente.</p>
<p><em>Ghetti culturali<br />
</em><br />
Il mio quarto vacillante impulso alla compassione è diretto agli ebrei russi (ne ho visti molti pregare nelle chiese ortodosse ad Haifa e nel Nord). Sono la prima generazione di coloni nel progetto coloniale in corso. Sono come degli alieni in questo Paese &#8211; come lo furono i primi sionisti &#8211; e si sentono persi. Così creano dei ghetti culturali o, come gli arabi ebrei, provano ad integrarsi offrendosi come il polo più fascista e razzista della scena politica israeliana. In entrambi i casi, è qualcosa di molto spiacevole e insoddisfacente.</p>
<p>La mia ultima brama di empatia va agli studenti ebrei in Occidente, che ancora insistono a mostrarsi come ambasciatori di Israele nei campus universitari. Anche qui, la loro patetica condizione umana muove a compassione. Avrebbero potuto ricoprire un ruolo d&#8217;avanguardia &#8211; come fecero i loro predecessori nelle lotte per l&#8217;uguaglianza negli Stati Uniti e nei movimenti contro l&#8217;apartheid in Sudafrica e l&#8217;imperialismo in Vietnam &#8211; in una delle più grandi campagne di umanità per la pace e la giustizia: il movimento di solidarietà con il popolo palestinese.</p>
<p>Ma si sono ritrovati confusi e disorientati, rappresentanti dell&#8217;oppressore, del colonizzatore e dell&#8217;occupante. Il risultato finale è la ripetizione a pappagallo degli slogan preparati dalla diplomazia israeliana, che penso abbiano poco senso anche per coloro che recitano senza convinzione le accuse di anti-semitismo e terrorismo.</p>
<p>Pensavo di aggiungere anche i pionieri, i veterani del sionismo nel 1948, che hanno confidato i loro segreti al regista Eyal Sivan e a me (le loro testimonianze furono mostrate in uno schermo che abbiamo montato nel cuore di Tel Aviv alla fine del 2012) e che ci hanno raccontato con coraggio i crimini che commisero contro i palestinesi durante la <em>Nakba</em>. Ma questo sarebbe troppo.</p>
<p>Forse quando la pace sarà più vicina, potrò seguire i passi di Desmond Tutu e mostrare la stessa compassione del Comitato Sudafricano per la Verità e la Riconciliazione. Ma fino ad allora tenterò di lasciare la porta parte a chi come me appartiene a questa società coloniale e con i quali spero un giorno i palestinesi costruiranno una Palestina libera e democratica. Nena News.</p>
<p></strong></p>
<p><strong><em>Tradotto in italiano dalla redazione di Nena News</em></strong></p>
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		<title>Lettera sull&#8217;apartheid in Palestina scritta dal giornalista Arjan El Fassed, che la firma polemicamente Nelson Mandela, al giornalista filo israeliano Thomas Friedman, che aveva scritto ad Arafat una lettera imitando George Bush figlio</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2012/11/lettera-di-nelson-mandela-al-giornalista-israeliano-thomas-friedman-sull%e2%80%99apartheid-in-palestina/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 09:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Date le dichiarazioni di Obama, può essere utile riportare dal sito dal sito http://zeitun.ning.com/forum/topics/apartheid-nella-palestina-una una lettera di 11 anni fa firmata Mandela, ma che non è di Mandela, oggi quanto mai attuale. Come si legge all&#8217;inizio dell&#8217;articolo del  link citato, &#8220;Questa lettera è stata scritta nel marzo 2001 e si trova sul sito Media Monitors Network di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Date le dichiarazioni di Obama, può essere utile riportare dal sito dal sito <a id=".reactRoot[29].[1][2][1]{comment446436395420327_446449728752327}..[1]..[1]..[0].[0][2]..[2]" rel="nofollow" href="http://zeitun.ning.com/forum/topics/apartheid-nella-palestina-una" target="_blank">http://zeitun.ning.com/forum/topics/apartheid-nella-palestina-una</a> una lettera di 11 anni fa firmata Mandela, ma che non è di Mandela, oggi quanto mai attuale. Come si legge all&#8217;inizio dell&#8217;articolo del  link citato, &#8220;Questa lettera è stata scritta nel marzo 2001 e si trova sul sito Media Monitors Network di un giornalista presumiamo palestinese Arjan El Fassed . In questi giorni è rimbalzata sulle mailing list. A seguire la bella lettera scritta da Arjan El Fassed alias Nelson Mandela a Thomas Friedman (famoso giornalista del New York Times) Infatti la lettera non e&#8217; di Nelson Mandela, bensi&#8217; di Arjan El Fassed, scritta nel marzo del 2001, in stile &#8220;mandeliano&#8221;, in risposta a un articolo di Friedman del 27 marzo 2001 in stile George W. Bush come lettera ad Arafat&#8221;.</em></p>
<p><strong>&#8220;Caro Thomas,</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>So che entrambi desideriamo la pace in Medioriente, ma prima che tu continui a parlare di condizioni necessarie da una prospettiva israeliana, devi sapere quello che io penso. Da dove cominciare? Che ne dici del 1964? Lascia che ti citi le mie parole durante il processo contro di me. Oggi esse sono vere quanto lo erano allora:</p>
<p>&#8220;Ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l&#8217;ideale di una societa&#8217; libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunita&#8217;. E&#8217; un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno, e&#8217; un ideale per cui sono disposto a morire&#8221;.</p>
<p>Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l&#8217;apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso e&#8217; finito grazie all&#8217;azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Una tale determinazione non poteva non portare alla stabilizzazione della democrazia.</p>
<p>Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, piu&#8217; specificamente, ai rapporti tra palestinesi ed israeliani. Questo accade perche&#8217; tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente piu&#8217; importante dei quali e&#8217; il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi.</p>
<p>Il conflitto israelo-palestinese non e&#8217; una questione di occupazione militare e Israele non e&#8217; un paese che si sia stabilito &#8220;normalmente&#8221; e che, nel 1967, ha occupato un altro paese. I palestinesi non lottano per uno &#8220;stato&#8221;, ma per la liberta&#8217;, l&#8217;indipendenza e l&#8217;uguaglianza, proprio come noi sudafricani.<span id="more-3845"></span></p>
<p>Qualche anno fa, e specialmente durante il governo Laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l&#8217;esclusiva sovranita&#8217; israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare.</p>
<p>Israele non pensava ad uno &#8220;stato&#8221;, ma alla &#8220;separazione&#8221;. Il valore della separazione e&#8217; misurato in termini di abilita&#8217;, da parte di Israele, di mantenere ebreo lo stato ebreo, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid non solo de facto, ma anche de jure.</p>
<p>Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent&#8217;anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani e&#8217; preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo e&#8217; della natura di: &#8220;Odio gli arabi&#8221; e &#8220;Vorrei che gli arabi morissero&#8221;. Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano gia&#8217; due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l&#8217;altro per quelle ebree. Ed inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprieta&#8217; ed alla terra. La proprieta&#8217; palestinese non e&#8217; riconosciuta come proprieta&#8217; privata perche&#8217; puo&#8217; essere confiscata. Per quanto riguarda l&#8217;occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, vi e&#8217; un fattore aggiuntivo. Le cosiddette &#8220;aree autonome palestinesi&#8221; sono bantustans. Sono entita&#8217; ristrette entro la struttura di potere del sistema di apartheid israeliano.</p>
<p>Lo stato palestinese non puo&#8217; essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perche&#8217; Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana e&#8217; la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi. Dal momento che Israele e&#8217; uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei. I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.</p>
<p>L&#8217;apartheid e&#8217; un crimine contro l&#8217;umanita&#8217;. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprieta&#8217; e della loro liberta&#8217;. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazione razziale e disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini.</p>
<p>La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa&#8217; israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.</p>
<p>Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non saro&#8217; piu&#8217; indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterro&#8217;. Se vuoi l&#8217;apartheid formale, non ti sosterro&#8217;. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te.</p>
<p><strong>Quando deciderai cosa fare, chiamami. Nelson Mandela&#8221;</strong></p>
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		<title>Israele/Palestina: non tutti predicano l&#8217;odio e portano il cervello all&#8217;ammasso</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 08:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/">http://www.freedomflotilla.it/2012/10/10/chi-naviga-sulla-estelle-verso-gaza-per-forzare-il-blocco-comunicato-stampa/</a></p>
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<h1>Chi naviga sulla Estelle verso Gaza per forzare il blocco?</h1>
<div>
<p><em>Ship to Gaza svela l’identità del primo passeggero a bordo  della Estelle, la nave partita il 6 ottobre da Napoli alla volta di Gaza  per interrompere l’assedio.</em></p>
<p><strong>Passeggero I: Elik Elhanan , Israele<a href="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg"><img title="elik" src="http://www.freedomflotilla.it/wp-content/uploads/2012/10/elik1.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong>Elik Elhanan , proveniente da Tel Aviv, in Israele, è uno dei  passeggeri a bordo del veliero Estelle nell’ultima tappa verso Gaza.  Viene da una famiglia molto conosciuta emigrata in Palestina già negli  anni ’20. Il padre del nonno materno fu il primo ambasciatore israeliano  a Stoccolma. Il nonno materno, Matti Peled, fu il primo generale  israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare  gruppi pacifisti insieme ai palestinesi. Lasciò l’esercito e si dedicò  invece a un dottorato in letteratura araba.</strong></p>
<p><strong>Elik, che ora ha 35 anni, ha un passato giovanile di punk. Nel 1995  si arruolò nell’esercito israeliano ed entrò nel corpo dei paracadutisti  diventando con il passar del tempo un membro della squadra di élite.</strong></p>
<p><strong>Il quattro settembre 1997 sua sorella Smadar Elhanan, di 16  anni, tornava a casa da scuola sul viale Ben Yehuda a Gerusalemme.Era la  prima settimana di scuola e c’era molta gente in giro. Due attentatori  suicidi si fecero esplodere quel pomeriggio sul viale Ben Yehuda. Cinque  persone persero la vita e venti furono ferite.</strong></p>
<p><strong>Quando Elik venne a sapere dell’attentato chiamò a casa dal  reggimento, lo facevano tutti coloro che vivevano a Gerusalemme. Nessuno  aveva sentito niente di speciale. Quando chiamò gli aveva risposto un  vicino. I genitori erano usciti per identificare la figlia. Lei e la sua  migliore amica erano tra i morti.</strong></p>
<p><strong>Dopo la morte di Smadar, la loro madre, Noret Pelled Elhanan,  dichiarò che considerava il governo israeliano e la sua politica di  occupazione responsabili della morte di Smadar.<span id="more-3775"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Elik lasciò l’esercito dopo aver terminato il servizio militare e  viaggiò in giro per il mondo per circa due anni. Si stabilí a Parigi  dove prese contatto con attivisti provenienti da tutto il mondo che  combattevano contro l’occupazione della Cisgiordania e della striscia di  Gaza da parte di Israele.</strong></p>
<p><strong>I suoi genitori sono attivi nell’organizzazione “We lost a child”, un  ‘organizzazione per genitori israeliani e palestinesi che hanno perso  un figlio o una figlia. Suo padre, Rami, viaggiò due anni fa con un Ship  to Gaza interamente ebraico che voleva forzare il blocco, viaggio al  quale presero parte molti sopravvissuti all’Olocausto. (Vennero  fermati). Elik si uní ai militari che rifiutarono di partecipare alla  guerra contro Gaza nel 2002, “Il coraggio di dire di no”. Nel 2004 tornò  in Israele e costituí, insieme con palestinesi liberati dalle carceri  israeliane, un’organizzazione chiamata “Combattants for peace”.</strong></p>
<p><strong>E ora Elik viaggia a bordo della Estelle (quando scrivo  questo stiamo traversando lo stretto di Messina). Considera che il  blocco di Gaza è criminale. L’Europa potrebbe facilmente esercitare  pressioni su Israele dato che il 40% del commercio israeliano avviene  con l’Europa. Ma l’Europa e Israele sembrano aver stretto un accordo che  secondo Elik consiste in questo: L’Europa è perdonata per l’Olocausto a  condizione di non protestare contro l’occupazione e la repressione che  Isarele esercita sui palestinesi.</strong></p>
<p><em>Maria-Pia Boëthius, membro dell’equipaggio di Estelle</em></p>
<p><strong>Contatti stampa<br />
</strong>Mikael Löfgren, media co-ordinator per Ship to Gaza Svezia: +46 707983643 <a href="mailto:media@shiptogaza.se">media@shiptogaza.se</a><br />
Media team Italia : Paola Mandato +39 335 5712859 <a href="mailto:freedomflotillaitalia@gmail.com">freedomflotillaitalia@gmail.com</a></p>
<p>Approfondimenti<br />
lettera di Elik Elhanan <a href="http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005">http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=16005</a><br />
video di Elik Elhanan <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk">http://www.youtube.com/watch?v=OI_SIS_XFzk</a></p>
<p>Foto di Elik Elhanan  fonte : <a href="http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/">http://hd.se/kultur/2012/10/10/med-rattvisans-kompass/</a></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong><em>Fiorentino d’adozione, ebreo, torinese da parte materna e ungherese da parte paterna, Alessandro Schwed è più noto con lo pseudonimo di Giga Melik con il quale scriveva sul periodico ferocemente satirico Il Male. Scrittore-scardinatore di schemi, esploratore di vari generi di  narrazione, giocoliere della tragi-commedia umana, il 9 ottobre ha scritto per Il Foglio il seguente articolo:</em></strong></p>
<h3>Alessandro Schwed : &#8221; Basta con la guerra perpetua &#8220;</h3>
<div id="post-body-1529137029543172455"><strong><em>C’è quel preavviso israeliano all’Iran</em>. </strong><strong>Ha lasciato  una sensazione forte, a tratti è un vento forte, che poi si attenua, poi  è silente. Un’altra guerra si è messa in coda alle guerre della Storia.  Il Mediterraneo che si infiamma, altro che Atlantide. Che avvenga-non  avvenga l’attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, due popoli  attendono, dimenticano, di nuovo attendono. Nelle case di Teheran e Tel  Aviv chiamano al telefono i parenti nel mondo, parlano di quello che  potrebbe succedere. O non parlano con nessuno e la notte sognano la  guerra: da qualche parte la paura deve finire. Un’immane pazzia. Il  conflitto tra Israele e il mondo arabo, di cui l’Iran non è parte etnica  ma religiosa, è così permanente da essere eterno nell’agenda politica  mondiale.<br />
<em>Una guerra di guerre, lunga sessantaquattro anni,</em> il  cui inizio nel ’900 è visibile in filmati in bianco e nero. Il fatto  era, ed è rimasto, che l’esistenza di Israele era un’offesa, Israele non  doveva esistere. Poi Israele ha continuato a esistere, ha capitalizzato  le guerre vinte prima contrattando la restituzione dei Territori senza  riuscirci, e da vari anni, con questa destra in carica, assorbendo in  modo implicito, poi sempre più esplicito, i Territori. Netanyahu pare  ingoiarli, evitando di contrattare la restituzione, come se fosse un non  udente di un governo di non udenti. I Territori contengono la massa  crescente dei coloni, un sempre più consistente serbatoio elettorale con  cui fare i conti del consenso e degli affari edilizi, della costruzione  delle infrastrutture. C’è la onnipresente pervasività fisica,  economica, mediatica degli insediamenti israeliani, basta guardare la  carta geografica; c’è il macigno della non restituzione dei Territori;  la scomparsa dei tavoli della pace; il fine evidente di far prevalere lo  status quo; il prender piede, con le ultime ondate dell’Alyà, di nuove stratificazioni  etniche e sociali, la degenerazione dell’idea sionista in una cultura  pionieristica che ricorda sempre di più la storia del Far West o,  peggio, il cinema Hollywoodiano sul Far West e la dissoluzione delle  terre indiane. <em>Una semiguerra all’Iran, ma anche un’azione militare ostile nel suo territorio,</em> sarebbe la pietra tombale su qualsiasi accordo futuro per i Territori.  Un tale accordo non interessa questo governo di Israele che detiene nei  Territori una parte importante del proprio serbatoio elettorale, e che  in nome dei propri interessi politici e finanziari, non solo non è  interessato alla pace, ma forse le è contrario. Dato che le ragioni di  questa ostilità (una terra da restituire, l’aspirazione a uno stato  palestinese) sono proprio le ragioni che se rimosse con i sacrifici  dolorosi propri di una pace, danneggerebbero irreparabilmente gli  interessi politici e finanziari del governo e del suo elettorato. Perché  così si fa la pace con un nemico: rintracciando le vere ragioni  dell’ostilità, contrattandole con l’offerta di terra e compensazioni che  facciano arretrare quell’ostilità, in cambio dell’accettazione di  alcuni punti, per esempio il riconoscimento dello stato d’Israele;  mentre con minacce e azioni apertamente ostili come un blitz nei siti  nucleari iraniani si ottengono subito il logoramento e la rottura di un  qualsiasi tenue filo di dialogo. A fronte della mancata volontà  israeliana di pace ricercata a ogni costo (magari con sacrifici dolorosi  come la restituzione di Gerusalemme est e di Hebron), e anzi si  preferisce minacciare l’Iran, si rispecchia in modo uguale e contrario  la politica estera, o imperiale dell’Iran. La quale si offre come una  ripetizione di quello che faceva la vecchia Urss nella regione, posto  che il vero interesse del Cremlino nell’area era di mantenere  l’instabilità. Era il tempo in cui, in modo sottile, non veniva  realmente sostenuta la causa palestinese, la nascita di uno stato, ma  come accade oggi con l’Iran si armeggiava ad apprestare turbolenze, a  fare delle aspirazioni palestinesi un’arma di pressione nell’area più delicata del mondo.  Dunque, la questione palestinese usata come rubinetto da aprire e  chiudere: un’arma contrattuale. La chiave per altre mire e altre  trattative.<br />
<em>Ora che la politica estera è stata sostituita dalle  intraprese militari portate in giro per il mondo dalle coalizioni  occidentali</em>, e la pace-guerra è familiare agli occhi della  nostra opinione pubblica, il conflitto israelo-palestinese è  paradigmatico quanto al significato universale della parola “guerra”. La  lunghissima guerra tra Israele e Palestina illustra come un conflitto  possa avere utilità istantanea e alla lunga l’inutilità della peggior  beffa. Con la sua guerra di guerre vinte, Israele è riuscito a  resistere, mai ad avere vita normale; dall’altro lato, attraversando  come impunemente le sconfitte, i palestinesi hanno alimentato il sogno  di una Palestina che sorge addirittura al posto di Israele, ma non hanno  posto una sola pietra per la nascita dello stato palestinese. E così,  se consideriamo la guerra tra Palestina e Israele dal 1948, la vita dei  due popoli è paragonabile a quella di una persona di 64 anni che ha  vissuto l’intera vita chiusa in casa, al buio, senza avere mai visto il  sole. E a me pare che oggi, profondamente, la vita quotidiana di Israele  e Palestina ponga la questione filosofica del senso della guerra, la  sua incompatibilità col sentire del nostro tempo. Né vinta veramente né  persa per davvero, può una guerra continuata al posto della vita essere  una forma ufficiosa di società, con la gente che va al lavoro, alla  partita, a ballare, e a un tratto parte per Gaza o il Libano? O vive  confezionando ordigni, scavando tunnel, sempre un passamontagna sul  volto? A Gaza, i ragazzi giocano con la PlayStation, fanno la mitologica  parte di Messi, ma fra poco potrebbe partire una fatwa anche sui  Blaugrana che hanno ospitato Shalit a una partita col Real Madrid, e  così morirà anche questo innocente sogno infantile.<br />
<em>Può una guerra eterna seminare il futuro? </em>E può il  sistema delle guerre portate dalle coalizioni come esportazione della  pace, divenire un baluardo di civiltà e democrazia? Le vite di Israele e  della Palestina dicono di no, che servirebbe l’ordine della pace.  Mentre gli esiti della pace armata sono i quaranta morti al giorno in  Iraq, l’irriducibilità talebana (con cui già i sovietici fecero i  conti), gli attuali oltre duemila morti della coalizione occidentale, il  permanere di al Qaida la cui effettiva esistenza appare insondabile, e  raggela. La dottrina dell’esportazione della democrazia con la guerra ha  fallito e le strade di Baghdad snocciolano morti, del resto come può  una pioggia di missili sulle vie della tua città averti educato alla  democrazia? Noi che abbiamo visto in tv l’attuarsi dell’ordine  attraverso la miniserie dei bombardamenti in diretta, in Iraq, Kosovo,  Afghanistan, Libia, abbiamo constatato de visu che la guerra  “intelligente” fa crollare le mura dei bunker ma rende monchi e orbi  come la guerra antica. La guerra rimane sempre la stessa: un cannibale. <em>Israele potrebbe scegliere, malauguratamente, di agire se nell’imminenza delle presidenziali Obama mostrasse incertezze, </em>a seconda dell’andamento della campagna elettorale; oppure se i  repubblicani a un tratto fossero così forti da dettare un ritorno alla  dottrina Bush. Certo, non si può attaccare l’Iran per un dibattito  televisivo andato male a Obama. Per ora la realtà è che la Casa Bianca  dice di avere una visione del nucleare iraniano affine a Israele, ma una  diversa valutazione sulla tempistica di Teheran. Seconda cosa, il mondo  è attraversato da una crisi economica come metafisica, la sua lunghezza  non si piega e non si spiega: una crisi che è come una guerra mondiale  invisibile, e sia l’America che il mondo non possono permettersi due  contemporanee, fatali guerre mondiali. A fronte del flemmatico palleggio  della Casa Bianca che smorza il preavviso israeliano di guerra, il  ballon d’essai di Netanyahu torna nel campo di Israele, prigioniero  storico della filosofia della guerra preventiva, e trova lo stato  ebraico saldato alla propria immobilità, fatta di un sostanziale  disinteresse a una pace che non sia la dissoluzione geografico-politica  di una possibile patria di Quelli.<br />
Solo i popoli di Israele e Palestina sanno quanto sia insensato il  sistema della guerra. Per Israele la guerra è la struttura emotiva dei  giorni: gli ebrei israeliani sono usciti dalla Seconda guerra mondiale e  dalla Shoah, e sono stati fluidamente ingoiati da una guerra fatta di  guerre successive: come se la vita possa costituirsi solamente di  guerra, e nella migliore delle ipotesi bisogna essere pronti al suo  scatenarsi. In Israele è un dato naturale che ci sia la guerra, o che  sia dietro l’angolo, e anzi è pericolosamente sospetto il contrario: una  pace lunga significa che Quelli si stanno organizzando. Solo chi vive  così da generazioni, sa, consciamente o meno, che a una guerra lunga  generazioni corrisponde la depressione, la vita sui nervi e altri passi  sul viale dell’angoscia. <em>Con la guerra, nelle famiglie israeliane, hanno fatto i conti uno o molti;</em> e nel vicinato, sul pianerottolo, c’è sempre un vicino, un conoscente  che è diventato pazzo per aver perso la famiglia nella Shoah e un figlio  in guerra. E così, l’Israele moderno è paradigmatico di come la guerra  abbia un’utilità istantanea e un’inutilità assoluta. Il susseguirsi  delle guerre vinte, nel peggiore dei casi almeno non perse, ha  sviluppato l’odio crescente dei vinti e la stanchezza di quei  disgraziati dei vincitori. Questo governo Netanyahu dei preavvisi di  guerra esercita un’assenza di ricerca della pace, un’estraneità totale  all’azione di ascoltare il prossimo, che è condizione esistenziale di  non vita. Non è un caso che l’ultimo eroe di Israele non sia Rabin, che  aveva stretto la mano ad Arafat ed è stato assassinato, ma il corpo  dimenticato di Sharon: un né vivo né morto che certo non torna a vivere e  che misteriosamente non riesce a riposare in pace – metafora inquieta  della vita impossibile israeliana. Israele amplia gli insediamenti,  costruisce case e infrastrutture: è come se cullasse la tensione. Sta  smarrendo la normalità. E’ una vita in stato ebraico di assedio. E in  modo paradossale, questo rassegnarsi alla vita come guerra, assomiglia  alla sopravvivenza quotidiana del tempo mentale e fisico della Shoah.<br />
<em>Quanto vale per la guerra eterna tra Israele e il mondo  arabo, Israele e l’Iran, vale per le reiterate guerre occidentali nel  Golfo, nel Kosovo, in Afghanistan, Libia</em>. Per quanto tale modo  di operare venga chiamato peace keeping, contingenti di pace, guerra  umanitaria, quando volano gli aerei e cadono le bombe, i contingenti non  sono di pace. Guerre con “costi umani”, si dice, per non dire morirete a  chi sta per morire; guerre con obiettivi limitati, si dice, che  colpiranno “solo” le infrastrutture, come se strade, ponti, fabbriche,  stazioni ferroviarie siano parentesi della vita. Guerre in tv, come se  quell’essere di Baghdad nelle tv di tutto il mondo, la città di Aladino  che si immergeva in una fantasmagorica luce verde, rendesse plausibile  la pioggia dei missili da crociera Tomahawk sparati dal Golfo, come se  la crociera dei tubetti di ferro fosse una capatina in città. “Sono  stati sparati 130 missili da crociera” avverte quieto dal teleschermo lo  speaker, opzione sorridente della guerra nella vita di famiglia. Uno  torna a casa: cara, che è successo oggi? Niente, centotrenta missili da  crociera, centrati otto target, e fuoco amico a Kabul – ma nulla, non  erano italiani.<br />
<em>All’inizio, le guerre in Kosovo-Afghanistan-Iraq volano alte  tra le nubi dello spettacolo televisivo, poi piombano in basso e  colpiscono davvero. </em> La guerra corre, ci sono le dichiarazioni  dei rappresentanti dei governi. Si presentano ai microfoni in eleganti  abiti civili, come se non fossero loro a mandare gli aerei dato che  hanno la cravatta. Ci sono quelle dichiarazioni: nessuno ce l’ha coi  popoli colpiti, la guerra è contro il regime e i suoi capi. Va da sé che  non sono perforati solo i bunker del regime e le ville al mare dei  capi: saltano in aria le normali piazze con le normali panchine, le case  con i letti e i comodini e se va bene le scuole bruciano con dentro  solo i meravigliosi disegni dei figli. Ma le belle strade che legano i  quartieri si riempiono dei crepacci delle bombe, diventano strade  inutili, e anche se le trasmissioni televisive funzionano ancora e la  sera danno un film, la normalità ormai è scappata dalla finestra e  nessuno sa dove sia andata. La pietà, quella subentra quando finalmente  le macerie sono inquadrate dal basso assieme ai corpi immobili; e  risulta veramente strano che oltre alla guerra preventiva non possa  esserci la pietà preventiva, ma solo la sterile pietà successiva. Un  permanente Vietnam. Un set cine-bombardante che elimina dittatori e  rende profughi i popoli. Le case dissolte, le auto carcasse, le  popolazioni fuggite, le vie deserte, le tendopoli piene, l’acqua finita,  i padri scomparsi – la guerra è stata vinta. Da chi?<br />
<em>Guerra per una pozza d’acqua, come nell’inizio mitopoietico di “2001, Odissea nello spazio” di Kubrick.</em> Lì, poniamo quattrocentomila anni fa, viene ucciso il membro di un  gruppo di ominidi ancora privi di parola. Ringhiano, sbuffano, sono  dotati di un’andatura incerta. Quando giungono alla pozza, litigano con  altri ominidi per il suo possesso: il fatto è che lì si beve.  Converrebbe avere la pozza e bere al posto degli altri. Tra gli ominidi  c’è una discussione stilisticamente brutale. Le urla sono sempre più  forti e ha luogo la prima uccisione della storia. Non originata da una  lite individuale, ma come sottende il racconto biblico di Caino e Abele  un omicidio-guerra per una contesa tra due gruppi identici ma  socialmente diversi. Uno è stanziale e vive presso la pozza, l’altro è  un gruppo che arriva da chissà dove per andare chissà dove e adesso ha  sete. Per invidia, balordaggine, la prevalenza di un istinto  insopprimibile, scoppia la prima guerra umana. Alla pozza di Kubrik, la  scoperta di come risolvere il contenzioso e bere solo gli uni e  assolutamente nessuno degli altri, avviene per caso: un ominide tira su  da terra ’osso di un animale spolpato, reso bianco dal sole, e lo brandisce.  Per un’intuizione fatale, colpisce la testa a un contendente, che piomba  a terra senza vita. Urlava, ora però è in silenzio, misteriosamente  inerte. Tra gli ominidi si diffonde la vertigine: è stata tolta la vita.  I compagni del morto fuggono, gli altri giubilano: la morte può essere  data, c’è questo potere! In segno di trionfo, lo strumento che ha ucciso  un uomo per la prima volta della Storia, l’osso di una preda uccisa e  mangiata, viene tirato in cielo. <em>L’osso volteggia in alto, più in alto ancora, cinematograficamente diviene una stazione spaziale orbitante</em> – il tempo è passato in un soffio: l’ominide è un uomo. Fa  l’astronauta, comunica a distanze immense. Si nutre in modo funzionale  alla vita spaziale, strizza dei tubetti e ingoia sintesi cremose di  uova, verdure, carni. Galleggia in assenza di gravità, cammina  saltellando su pianeti dove non c’è ossigeno. Ora che non è più il  2001 del film, ma il nostro 2012, sappiamo che dopo avere orbitato nelle  stazioni spaziali, l’uomo ha ucciso e uccide come alla pozza  dell’acqua. Fa ancora la schifosa guerra. La storia umana passa da un  omicidio: tutte le scoperte e le acquisizioni della volontà ne sono  intossicate. E in modo appena visibile, un filo sottile che attraversa  la lunga stanza della Storia, tutto inizia da un colpo in testa, inferto  mediante l’osso di un animale ucciso per nutrirsi – versare sangue,  uccidere apparenta con la violenza, la rende una delle cose ordinarie di  oggi e di domani. Genesi è l’allegoria di un trauma: rompere l’armonia  tra le creature, fu altamente tossico: dalla morte è venuta la morte.  Perché la questione della guerra è la questione del Male: è metafisica,  muove lo spirito. Ora però, la moderna questione della guerra è che la  guerra in tv non seduce più. Non possiamo fantasticare più sulla guerra  romantica, i commilitoni, l’avventura. In tv, la guerra fa schifo. Mica è  un film, non c’è ritmo. C’è gente in fila per l’acqua, i bambini stano  zitti, a un angolo c’è un cadavere.<em> La guerra non è in sintonia con la nostra sensibilità, con gli occhi dei figli a tavola – non è ricevibile.</em> La guerra della giustizia strappa i corpi, lascia odio, è comunque  guerra. Certo, talora la guerra è stata utile: se a liberare l’Europa  non ci fossero stati gli americani e l’Armata rossa, chissà cosa sarebbe  oggi il mondo. Ma siamo nella post Storia, c’è l’attesa di vita, le  palestre, il culto del corpo, i viaggi, gli amici dei social network da  Milano a Giava: la guerra non è comprensibile, razionalizzabile,  assimilabile. Perché ritenere che la guerra risolva, se non è affatto  così? Che il dolore fisico non ci sia, quando si vede bene che c’è?  Possiamo pensare che se quattrocentomila anni fa non ci fosse stata la  lesione dell’armonia universale, versare sangue di altre creature per  riempire se stessi di cibo e di possesso; se non avesse prevalso  l’impulso di versare sangue come una cosa naturale per nutrirci, una  cosa sopportabile, come infatti sopportiamo la convivenza degli occhi  miti del bue con la fetta di carne sul nostro piatto. Se tutto questo  non fosse mai successo, se non avesse prevalso mors tua vita mea, la  Storia sarebbe stata un’altra. Allora non ci sarebbero stati Auschwitz  né Hiroshima. Invece, c’è più di una guerra a generazione.<br />
<em>Alla fine abbiamo visto due Gheddafi, quello assalito e sparato, e quello ricomposto in un interno. </em>Di quello assalito si dice che siano stati i francesi ad assalirlo, ma  ad assalire è stata la solita guerra. Il secondo Gheddafi è quello di  qualche giorno dopo, ricomposto forse in una capanna. Era come se stesse  dormendo. Estraneo alla guerra che aveva appena finito di rimbombare,  appariva parte intrinseca di una pace sconosciuta sia al lui di prima  che a noi di ora. Affacciato al confine di quel mondo col nostro, il suo  corpo pacato domandava: “C’era bisogno di tutto questo?”.</strong></div>
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<h1>Tribunale Russell: &#8220;USA complici di Israele&#8221;</h1>
<div><strong>La corte privata, nata per la guerra in  Vietnam, accusa Washington di fornire sostegno economico e militare e  impunità alle violazioni contro il popolo palestinese.</strong></div>
<div><strong><em>Roma, 11 ottobre 2012, Nena News </em>-</strong></div>
<div><strong>Da New York si alza la voce  del Tribunale Russell sulla Palestina: gli Stati Uniti sono colpevoli di  complicità con le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi da  Israele contro il popolo palestinese.</p>
<p>La speciale corte, nata durante la guerra in Vietnam nel 1967, è un  corpo privato creato dal filosofo inglese Bertrand Russell e dal  francese Jean Paul Sartre e volto a investigare la politica estera  americana e l&#8217;intervento armato in Vietnam. Dal 2008 &#8211; anno  dell&#8217;Operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza &#8211; si occupa di  Palestina e il suo ultimo atto è giunto nella conferenza stampa di  lunedì a New York: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,  Washington è responsabile di complicità nella violenta repressione  israeliana contro la Palestina.</p>
<p>&#8220;Il Tribunale ritiene che il progetto di espansione coloniale  israeliana in atto, le sue politiche razziali, così come il militarismo  violento non sarebbero possibili senza il sostegno economico, militare e  diplomatico degli Stati Uniti &#8211; si legge nella bozza del rapporto  della corte &#8211; Si è creata una situazione per cui Israele ha ottenuto uno  status di immunità e impunità per la sua totale mancanza di rispetto  delle norme e gli standard del diritto internazionale, con l&#8217;aiuto degli  Stati Uniti&#8221;.</p>
<p>In particolare, secondo il Tribunale, Washington permette a Tel  Aviv di lavorare per rimanere uno Stato esclusivamente ebraico &#8220;a spese  dei diritti umani del popolo palestinese&#8221; e in violazione della legge  internazionale, <em>in primis</em> della Convenzione di Ginevra e della giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia.</p>
<p>Durante la conferenza stampa, la corte ha inoltre imputato a Israele  e Stati Uniti la mancata presenza alla quarta sessione del Tribunale,  nonostante i numerosi inviti ricevuti. Nell&#8217;ultimo rapporto si  elencano le violazioni israeliane, a partire dalla negazione del diritto  del popolo palestinese all&#8217;autodeterminazione e del diritto al ritorno  dei profughi palestinesi (garantito dalla risoluzione Onu 194 del  1948), la sistematica violazione delle centinaia di risoluzioni delle  Nazioni Unite in merito ai Territori Occupati e del diritto del popolo  palestinese a usufruire delle proprie risorse naturale e delle terre.</p>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>A cui si aggiungono la costruzione del Muro di Separazione  (considerato illegale dalla Corte Internazionale), la creazione di  colonie in territorio palestinese, l&#8217;espulsione continua di residenti  palestinesi dal proprio territorio, la demolizione sistematica di case  palestinesi, maltrattamenti e torture nei carceri israeliani e  l&#8217;utilizzo della detenzione amministrativa contro i prigionieri politici  palestinesi.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3783" title="19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2012/10/19746_1288475222539_1549961315_735520_843464_n1.jpg" alt="" width="477" height="241" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Le reazioni demenziali di Israele e degli Usa di fronte all&#8217;ovvio riconoscimento come patrimonio dell&#8217;umanità del luogo dove secondo i cristiani è nato Gesù</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2012 13:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dovrebbe esserci un limite all&#8217;imbecillità e alla protervia, invece stando alle ultime alzate di ingegno del capo del governo di Israele, Benjamin &#8220;Bibi&#8221; Netanyahu, pare che un tale limite non esista. L&#8217;Unesco ha infatti deciso &#8211; ovviamente e finalmente &#8211; che la Chiesa della Natività e la via dei Pellegrini di Betlemme sono due siti [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dovrebbe esserci un limite all&#8217;imbecillità e alla protervia, invece stando alle ultime alzate di ingegno del capo del governo di Israele, Benjamin &#8220;Bibi&#8221; Netanyahu, pare che un tale limite non esista. L&#8217;Unesco ha infatti deciso &#8211; ovviamente e finalmente &#8211; che la Chiesa della Natività e la via dei Pellegrini di Betlemme sono due siti &#8220;patrimonio dell&#8217;intera umanità&#8221;. Per chi non lo sapesse, la Chiesa della Natività sorge sopra la piccola stalla e mangiatoia dove secondo la tradizione cristiana è nato Gesù Cristo. Che Gesù Cristo sia davvero nato lì o che sia mai esistito è una questione dibattuta da secoli, ma nulla toglie al fatto evidente che la Chiesa della Natività è patrimonio dell&#8217;intera umanità. Né più e né meno come i luoghi di credenze simili da parte dei musulmani, dei buddisti, degli induisti, degli ebrei, ecc., per quanto attiene i luoghi fondamentali delle proprie tradizioni e credenze religiose Ed è anzi grave che non siano stati dichiarati patrimonio dell&#8217;intera umanità i vari luoghi della tradizione cristiana a Gerusalemme, dal monte Golgota al luogo ritenuto del sepolcro, dalla via crucis al luogo del fenomenale discorso della Montagna.</strong><span id="more-3669"></span><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Bene. L&#8217;apposito comitato, del quale facco parte 21 Paesi dell&#8217;Unesco, ha preso la sua decisione venerdì 29 giugno, con una maggioranza di 13 contro 8, ed ecco che quel malaccorto chiacchierone di Netanyahu si lancia in una dichiarazione di protesta più stolta del solito: &#8220;E&#8217; una decisione totalmente politica, che danneggia gravemente la convenzione Onu e la sua immagine&#8221;. Evito i commenti. Spero solo che anche in Israele sappiano cosa siano, e le sappiano fare bene, le pernacchie.</strong></p>
<p><strong>Alle parole di Netanyahu hanno fatto eco quelle altrettanto demenziali, oltre che profondamente ipocrite, dell&#8217;ambasciatore Usa presso l&#8217;Unesco, David Killion: &#8220;L&#8217;Unesco non dovrebbe essere politicizzato&#8221;. Più che altro, gli ambasciatori non dovrebbero essere cretini, ma tralasciamo. Il problema è che a chiedere il riconoscimento di quei luoghi come patrimonio dell&#8217;umanità è stata l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese a nome della Palestina, non ancora riconosciuta come Stato da nessuno ma dall&#8217;ottobre del 2011 ammessa come membro dell&#8217;Unesco. E come per quella decisione si inferocirono Israele e gli Usa, che per vergognsa rappresaglia tagliarono i fondi all&#8217;Unesco e ne bloccarono altri all&#8217;Anp, così gli stessi Usa e Israele si sono inferociti per il riconoscimento della Chiesa della Natività e della Via dei Pellegrini come appartenenti al patrimonio dell&#8217;intera umanità. Il motivo di tanta malsana rabbia è che ora la Palestina, pur non essendo mai nata come Stato per inimicizia degli Usa e di Israele, ha il suo primo sito storico protetto: e che sito! Addirittura il luogo dove i cristiani credono sia nato Gesù.</strong></p>
<p><strong>Non so chi avrebbe dovuto eventualmante farlo, ma trovo alluncinante che quei due siti, ed altri ancora come quelli sopra nominati, non siano stati già dichiarati da tempo dall&#8217;Unesco patrimonio dell&#8217;umanità. Alla fine i nodi a volte vengono al pettine nel modo meno gradito per i prepotenti e gli stolti.</strong></p>
<p><strong>Un paio di anni fa ero a Betlemme e mentre camminavo ho visto una scritta, Shepherds Field, sopra l&#8217;ingresso di quello che mi è parso un campetto abbandonato, tra l&#8217;albergo dove alloggiavo e un bar ristorante ad esso vicino. Solo dopo un paio di giorni m&#8217;è venuto in mente che quello era il campo dove secondo la tradizione cristiana un angelo ha annunciato ai pastori la nascita di Gesù. Piuttosto emozionato, sono entrato e con meraviglia ho notato che il posto è abbandonato, non c&#8217;è niente e nessuno. Sono arrivato fino al limite opposto all&#8217;ingresso e ho visto che il &#8220;campo dei pastori&#8221; si affaccia su una valletta aldilà della quale sorge, sopra la collina, una colonia israeliana fatta di un nugolo di palazzine tutte eguali tra loro che non c&#8217;entrano assolutamente nulla con il resto del paesaggio, sia abitato che ancora terra e pietre brulle, e che pare una entome massa incombente, pronta a invadere velocemente il resto della valle.</strong></p>
<p><strong>Dopo un lungo attimo di sorpresa ho di colpo capito, come illuminato da un lampo: quella che vedevo davanti a me, la massa di case della colonia israeliana, era l&#8217;ondata pronta a sommergere come uno tsunami non solo la Betlemme palestinese, ma anche quella dei luoghi fondamentali del cristianesimo. L&#8217;ondata avrebbe travolto per primo il dirimpettaio il Campo dei Pastori, poi la Via dei Pellegrini, infine la Natività e poi altro ancora. Ho così capito di colpo anche il senso di quanto mi avevano detto a Gerusalemme alcuni frati cattolici: &#8220;Israele non solo non vuole la pace, per poter cacciare meglio pian piano tutti i palestinesi e gli arabi israeliani, ma rende difficile la vita ai vari luoghi santi del cristianesimo qui a Gerusalemme. Ma anche nell&#8217;intera Palestina e Israele. E&#8217; evidente che vogliono recidere le radici storiche del cristianesimo, impadronirsene loro come vogliono impadronirsi perfino della Spianata delle Moschee. E meno male che i titolari di vari luoghi sacri per noi cristiani  sono palestinesi e non israeliani, altrimenti qui a Gerusalemme il &#8220;taglio&#8221; sarebbe in stato più avanzato&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Questi discorsi mi sono sempre parsi eccessivi, condizionati dal bimillenario detestarsi dei cristiani e degli ebrei, ma la valanga in arrivo davanti al Campo dei Pastori di Betlemme mi ha messo una prima pulce nell&#8217;orecchio. Poi m&#8217;è capitato di leggere i libri di Robert Eisenman, docente e archeologo statunitense famoso per gli studi dei testi biblici, dei rotoli del Mar Morto e delle origini del cristianesimo. Ho così scoperto che esiste un irredentismo sionista che non si accontenta della creazione ed espansione di Israele fino ai confini mitologici della Grande Israele, ma reclama per il cosiddetto &#8220;popolo ebraico&#8221; il ruolo che ha avuto nella Storia e nell&#8217;impero romano, fino all&#8217;Europa e all&#8217;Occidente di oggi quindi, ha avuto invece il cristianesimo. Il quale in effetti all&#8217;origine non era altro che una fetta dell&#8217;ebraismo, fetta che da Costantino in poi è stata preferita al resto dell&#8217;ebraismo e usata contro l&#8217;ebraismo. Il sionismo politico rappresentato dal pensiero e dagli scritti di Eisenman ha il debte avvelenato per la conquista romana della Giudea, per l&#8217;assedio e la conquista di Gerusalemme da parte di Vespasiano e Tito, per la distruzione del Tempio da parte dei legionari di Tito e per la cancellazione infine del nome stesso di Giudea da parte di Elio Adriano, che impose invece il nome di Palestina per l&#8217;intero Stato e il nome di Aelia Capitolina per quella che fino ad allora era chiamata Gerusalemme e che è infine tornata a essere indicata con tale nome.</strong></p>
<p><strong>Temo quindi che le guerre di religione non siano affatto finite. Purtroppo però, come è tristemente noto, tali guerre vengono combattute non tra cleri, pensatori e policiti demenziali avvelenati dall&#8217;odio, ma tra interi popoli spinti con entusiamo al massacro. Speriamo che i credenti delle religioni monoteiste riescano a liberarsi dalle tossine e dagli odi reciproci accumulati nei secoli e che il concetto di &#8220;guerra santa&#8221; venga semplicemente bandito, messo fuori legge e persegutio come e più dell&#8217;apologia del fascismo e dei crimini contro l&#8217;umanità.</strong></p>
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		<title>Clamoroso: il papa, Obama e il Chiavaliere si sono dimessi in blocco! Dalla decenza. E dalla realtà</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2011/03/clamoroso-il-papa-obama-e-il-chiavaliere-si-sono-dimessi-in-blocco-dalla-decenza-e-dalla-realta/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 23:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[1) &#8211; Miracolo! Grande miracolo! Dopo 2.000 anni un papa ha scoperto l&#8217;acqua calda! Si è finalmente accorto che &#8220;il popolo ebreo&#8221; non c&#8217;entra un fico secco con la crocifissione di Gesù. Tra altri 2.000 anni si accorgeranno che la responsabilità è dei romani. E dopo altri 2.000 forse si accorgeranno anche che alla lingua [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1) &#8211; Miracolo! Grande miracolo! Dopo 2.000 anni un papa ha scoperto l&#8217;acqua calda! Si è finalmente accorto che &#8220;il popolo ebreo&#8221; non c&#8217;entra un fico secco con la crocifissione di Gesù. Tra altri 2.000 anni si accorgeranno che la responsabilità è dei romani. E dopo altri 2.000 forse si accorgeranno anche che alla lingua di Gesù hanno preferito &#8211; e preferisocno ancora! &#8211; come lingua ufficiale la lingua dei romani responsabili della sua morte.<br />
Nella seconda parte del suo libro &#8220;Gesù di Nazaret&#8221; papa Ratzinger, ritenuto da tutti chissà perché un fine anzi un &#8220;finissimo intellettuale&#8221;, ha scoperto l&#8217;acqua calda e più o meno tutti i grandi mass media suonano la grancassa. NESSUNO che gli faccia notare la faccia di bronzo e i massacri scatenati in questi 2.000 anni dalla coglioneria cristiana del &#8220;popolo deicida&#8221;. E i più o meno sei milioni di ebrei fatti fuori dai cristiani tedeschi spessissimo cattolici, durante il nazismo? Mistero. Silenzio. Forse a massacrarli nei campi di sterminio nell&#8217;Europa &#8220;nata dalle radici ebraico cristiane&#8221; (!?) sono stati i musulmani…. Anzi, i palestinesi… Deve essere per questo che pagano loro ancora oggi &#8211; e pagheranno domani &#8211; l&#8217;indecenza dei nazisti e del silenzio complice della Chiesa.<br />
E poi c&#8217;è chi dice che la Chiesa non è santa e madre! <span id="more-3007"></span><br />
Mentre il papa dice le sue banalità che i volenterosi lecca scarpette rose, un po&#8217; molto anche proprio leccaculi, spacciano per maraviglie della maraviglia continua il bunga bunga vaticano con il Chiavaliere per acchiappare più quattrini e privilegi possibili approfittando delle sue difficoltà, chiamiamole piamente così, per i bunga bunga di Arcore e tutto il resto. Il cardinale Bagnasco, capintesta dei vescovi italiani, tutti nominati dallo Stato estero Vaticano, ha rilasciato una soave &#8211; o vergognosa? &#8211; intervista al soave &#8211; o vergognoso? &#8211; Il Giornale, proprietà privata del fratellino del Chiavaliere, per intonare un peana a base di perdono, ovviamente al Chiavaliere, e di &#8220;chi è senza peccato scaglia la prima pietra&#8221; e di soave &#8211; o volgare? &#8211; equiparazione tra la bulimia di malefatte di Silvio Berlusconi e &#8220;insistenza della magistratura&#8221;. Come se non bastassero le interessate banalità, e interessate distorsioni, di Bagnasco, ecco che anche il pio ex arcivescovo di Milano, il quasi santo Martini che ha scelto di vivere a Gerusalemme, nella sua paginata sul Corriere della Sera si esibisce, guarda caso, nelle laudi alle virtù salvifiche del perdono….<br />
Solo pochi giorni prima un&#8217;altra &#8220;Eminenza&#8221; (con la E maisucola. Mah) blateratrice ha blaterato su non ricordo quale grande quotidiano italiano affermando a squarciagola che &#8220;indignarsi non è una virtù&#8221;, cioè non è da cristiani. O meglio, da cattolici. Tradotto in italiano: il buon cattolico non si deve indignare. Contro Berlusconi, si intende, perché poi Santa Madre Chiesa a comando ordina al suo gregge belante di indignarsi su una lunga serie di cose, dalla circolazione del preservativo alla circolazione della pillola, specie se &#8211; orrore! &#8211; &#8220;del giorno dopo&#8221;, dai diritti agli omosessuali e dal diritto d&#8217;aborto alla fecondazione assistita extraconiugale. Più ipocriti di così si muore.<br />
A proposito di diritto all&#8217;aborto e omosessualità il &#8220;fine intellettuale&#8221; Ratzinger non ha perso l&#8217;occasione di dire un&#8217;altra delle sue corbellerie: &#8220;I medici non ingannino le donne, perché l&#8217;aborto non è mai terapeutico&#8221;. Ma che cavolo ne sa il signor papa tedesco? E&#8217; forse anche un medico? Ha già fatto una pessima figura, certo non col suo gregge di smemorati proni a tutto, quando tempo fa sparò la amenità dell&#8217;omosessualità &#8220;contro natura&#8221;: ignorando evidentemente che in natura sono oltre 40.000 le specie animali che praticano l&#8217;omosessualità. E ignorando che la cosa più contro natura di tutte è la castità, predicata a vanvera dalla Chiesa e imposta con l&#8217;assurdo celibato ai preti e alle monache.</strong></p>
<p><strong>2) &#8211; Domanda: se Gheddafy, che NON ha mai fatto gettare in mare 30.000 libici, dopo averli ignobilmente torturati, è un &#8220;feroce dittatore&#8221;, come ormai tutti a comando scrivono, che cosa erano i vari Pinochet, Massera, Reza Palevi, Suharto, ecc., che hanno torturato, massacrato e fatto sparire decine e decine di migliaia di loro concittadini, cosa sono stati? Altra domanda: con che faccia gli Usa,  che hanno armato e benedetto quella serie di golpisti massacratori, ora se la prendono con Gheddafi, che a confronto di quei loro protetti è se non un agnellino un boy scout? Il lato comico, e tragico, è che i ferventi cantori e impositori della Memoria sono campioni di smemoratezza  non appena si tratta di allinearsi al vento.</strong></p>
<p><strong>3) &#8211; Silvio Berlusconi e i suoi avvocati sono tutt&#8217;altro che asini o scemi, è impossibile non sappiano che il “conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato” sul quale strillano come aquile è improponibile, una fesseria, una cosa che non esiste. e. Il conflitto di attribuzione di cui cianciano NON è tra “poteri dello Stato”, ma – ammesso che esista – è tutto all’interno di UN SOLO ED UNICO potere dello Stato: quello giudiziario. Infatti anche il tribunale dei ministri da loro preteso a squarciagola NON è un altro potere dello Stato, distinto cioè dal potere della magistratura ordinaria che a Milano si prepara a processare il primo ministro, bensì parte di uno stesso potere dello Stato: vale a dire, parte del potere giudiziario. Forse che il potere invocato dagli ineffabili Ghedini&amp;C per giudicare il loro Cavaliere è il potere esecutivo, vale a dire il governo, o quello legislativo, vale a dire il parlamento? I poteri dello Stato sono infatti solo tre: esecutivo, legislativo, giudiziario. E il tribunale dei ministri, che contrariamente a quanto può far pensare il suo nome NON è composto da ministri, fa parte del potere giudiziario, certo non dell&#8217;esecutivo né del legislativo. Lo capisce anche un cretino, e di sicuro qualunque studentello di giurisprudenza. Infatti: previsto dall’articolo 96 della Costituzione per processare ministri e primi ministri accusati di reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, il tribunale dei ministri è istituito presso il tribunale del capoluogo del distretto di corte d’appello competente per territorio. È da chi è composto? E&#8217; composto da tre membri effettivi e tre supplenti, TUTTI estratti a sorte tra tutti i MAGISTRATI in servizio nei tribunali del distretto. Devono avere da almeno cinque anni la qualifica di magistrato di tribunale o una qualifica superiore. L&#8217;estrazione a sorte è a carico del presidente del tribunale, che almeno in teoria potrebbe sorteggiare anche il pubblico ministero. Il collegio è comunque presieduto dal magistrato con funzioni più elevate o dal più anziano in caso di parità.<br />
Come si vede, sono TUTTI magistrati di carriera. Ma allora il Cavaliere e i suoi stallieri perché ragliano a tutto spiano di “conflitto tra poteri dello Stato”? Si sono bevuti il cervello? Certo che no! Sanno benissimo che la faccenda da loro sollevata è ridicola e che verrà cestinata strada facendo, al più tardi dalla Corte Costituzionale. E allora perché insistono e fanno tutto questo baccano? E’ semplice: i motivi sono due, come i classici piccioni da prendere con una fava, anche se taroccata come in questo caso:<br />
&#8211; il motivo meno importante è &#8211; come ben noto &#8211; tendere un tranello al presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale potrebbe benissimo, per i motivi appena spiegati, cestinare come irricevibile la richiesta berluscona. Ma se lo facesse verrebbe accusato a gran voce di non essere superpartes e di essere invece &#8220;in combutta con i magistrati eversivi&#8221;;<br />
&#8211; il motivo più importante è che, sapendo benissimo che il problema da loro posto finirà, giustamente, nel nulla, proprio per questo avranno la possibilità, barando per l’ennesima volta, di strillare alla “persecuzione contro Berlusconi”.<br />
Da notare che gli avvocati del signor primo ministro sono parlamentari, vale a dire persone pagate da tutti noi contribuenti. Ciononostante dedicano gran parte del loro tempo agli affari privati di Berlusconi. Per giunta, indebolendo così non di poco la solidità della nostra democrazia. Tutto ciò NON è accettabile.</strong></p>
<p><strong>Ho proposto tre argomenti. Come si vede, hanno in comune una cosa: l&#8217;orribile ipocrisia, l&#8217;insopportabile disonestà intellettuale e politica. Basata, in tutti e tre i casi, solo ed esclusivamente sull&#8217;immensa ricchezza, e conseguenti poteri di vario tipo, di cui possono disporre, ricchezza istituzionale per Obama e il papa, privata per il nostro attuale capo di governo . Si può dire che il papa, Berlusconi e Obama si sono dimessi. Non dalla poltrona, ma dalla decenza e dalla realtà Ovvero, dalla verità. Cosa del resto tipica di ogni potere eccessivo.<br />
Vorrei concludere dicendo &#8220;Che schifo!&#8221;. Ma non è questo il problema. Il problema è che questo modo di fare, basato sul falso e sulla disonestà più completa nei confronti del reale e quindi del vero, prima o poi lo pagheremo caro. Noi, non loro. Loro fanno il bunga bunga di vario tipo, ognuno il suo.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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