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	<title>ArruotaLibera &#187; Francesco</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>COME HA DETTO ANCHE PAPA FRANCESCO, ECCO IL PERCHE&#8217; DELLE GUERRE: GLI 80 MILIARDI DI DOLLARI DI ARMI VENDUTE OGNI ANNO NEL MONDO, CON GLI USA CHE DA SOLI NE VENDONO LA META&#8217;!</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2016 17:37:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.repubblica.it/esteri/2016/12/27/news/gli_usa_primi_fornitori_mondiali_di_armi_40_miliardi_di_dollari-154913187/?ref=HREC1-18 NEW YORK  &#8211; Gli Stati Uniti fornitori mondiali di armi. Nel 2015 ne hanno vendute per un valore di 40 miliardi di dollari, confermandosi leader delle vendite nel mondo. Al secondo posto la Francia con 15 miliardi di dollari. E&#8217; quanto emerge da uno studio condotto per il Congresso americano e riportato dal New [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2016/12/27/news/gli_usa_primi_fornitori_mondiali_di_armi_40_miliardi_di_dollari-154913187/?ref=HREC1-18">http://www.repubblica.it/esteri/2016/12/27/news/gli_usa_primi_fornitori_mondiali_di_armi_40_miliardi_di_dollari-154913187/?ref=HREC1-18</a></p>
<p>NEW YORK  &#8211; Gli Stati Uniti fornitori mondiali di armi. Nel 2015 ne hanno vendute per un valore di 40 miliardi di dollari, confermandosi leader delle vendite nel mondo. Al secondo posto la Francia con 15 miliardi di dollari.</p>
<p>E&#8217; quanto emerge da uno studio condotto per il Congresso americano e riportato dal New York Times, secondo il quale lo scorso anno sono state vendute complessivamente armi per 80 miliardi di dollari, in calo rispetto agli 89 miliardi di dollari del 2015.</p>
<p>I Paesi avanzati restano anche nel 2015 i maggiori acquirenti di armi, con acquisti per 65 miliardi.</p>
<p>Il calo delle vendite globali è legato all&#8217;economia debole, spiega il rapporto. &#8221;Problemi di bilancio hanno spinto molti Paesi a posticipare o limitare gli acquisti. Alcuni Paesi hanno scelto di non acquistare nuove armi e di ammodernare i loro sistemi esistenti&#8221;.</p>
<p>Ed ecco cosa ha detto papa Franecsxo nell&#8217;omelia a Santa Marta il 16 febbraio dell&#8217;anno scorso:</p>
<p>&#8220;Basta “imprenditori di morte” che vendono armi perché continui la guerra “Ma, siamo imprenditori!”, ribattono i venditori. Sì, di che? Di morte? E ci sono i Paesi che vendono le armi a questo, che è in guerra con questo, e le vendono anche a questo, perché così continui la guerra. Capacità di distruzione». «Ma prendete un giornale, qualsiasi, di sinistra, di centro, di destra&#8230;qualsiasi. E vedrete che &#8211; ha sottolineato il Pontefice &#8211; più del 90% delle notizie sono notizie di distruzione. Più del 90%. E questo lo vediamo tutti i giorni».</p>
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		<title>Papa Francesco: un ordine più giusto per la casa comune</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2015 20:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Papa Francesco: un ordine più giusto per la casa comune Mario Lettieri* Paolo Raimondi**   “Laudato si’” è un’enciclica che provocherà molte discussioni e forse anche forti polemiche. Per la prima volta la Chiesa si cimenta in modo diretto con il tema dell’ambiente e del suo rapporto con l’economia e la finanza. Sull’argomento, in particolare negli [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Papa Francesco: un ordine più giusto per la casa comune</strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* Paolo Raimondi** </strong></p>
<p><strong> </strong><strong>“Laudato si’” è un’enciclica che provocherà molte discussioni e forse anche forti polemiche. Per la prima volta la Chiesa si cimenta in modo diretto con il tema dell’ambiente e del suo rapporto con l’economia e la finanza. Sull’argomento, in particolare negli ultimi decenni, si sono sviluppati ricerche, analisi e studi scientifici che hanno raggiunto conclusioni molto differenti, spesso opposte.</strong></p>
<p><strong>Per seguire il detto “dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” sarà opportuno lasciare che il mondo scientifico si confronti sulle varie teorie in modo indipendente, libero e, forse, mai conclusivo.</strong></p>
<p><strong>Papa Francesco sottolinea che “la sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale”. Giustamente la sua, e la nostra, massima preoccupazione sono i popoli e i poveri del mondo sempre più minacciati da una inequità dilagante quanto intollerabile.</strong></p>
<p><strong>L’enciclica tocca tantissimi aspetti morali, etici e religiosi che meriterebbero, tutti, attente e approfondite riflessioni ma, essendo stata per anni l’economia il nostro campo di studio, ci preme mettere in luce alcuni dei suoi rilevanti contenuti.</strong></p>
<p><strong>L’enciclica dice:”Il principio della massimizzazione del profitto, che tende a isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte minima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui ‘i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future’.”</strong></p>
<p><strong>Nel succitato passaggio si evidenziano in modo sintetico due metodi, molto differenti, di concepire l’economia e la società: quello della finanza e quello dell’“economia fisica” e reale. Nel primo dominano le forze invisibili del mercato e il calcolo dei costi e dei benefici. In questo vince chi riesce a pagare meno il lavoro, le materie prime e i mezzi di produzione e riesce poi a vendere al prezzo migliore, il più alto, il bene o il servizio prodotto. Il successo quindi è misurato dal profitto finanziario. Tutti questi “comportamenti” sommati formano il Pil di un Paese, l’ammontare della sua ricchezza. Le varie legislazioni in un certo senso tendono a mitigare questo processo perverso che altrimenti si tradurrebbe in un darwinismo selvaggio. Nonostante ciò, in un simile sistema dominano la cultura relativistica dello “scarto”, quella dello sfruttamento e la logica dell’ “usa e getta”. Quella logica che porta a sprecare approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono.</strong></p>
<p><strong>Nel sistema di “economia fisica” e reale il profitto invece si calcola dopo che tutto ciò che è stato usato nel processo produttivo viene reintegrato e anche migliorato. Il che significa che l’ambiente usato &#8211; l’acqua, l’aria, le risorse e soprattutto l’uomo e la collettività &#8211; deve essere “ripagato” riportandolo alle sue potenzialità esistenti all’inizio del processo. Non si tratta di un processo a “somma zero” e di mera conservazione, senza sviluppo e senza crescita. Il “profitto fisico” però è essenziale per lo sviluppo e si può ottenere attraverso la reale crescita della produttività con l’applicazione delle nuove tecnologie, quelle derivanti dalle continue scoperte scientifiche.</strong></p>
<p><strong>Non è utopia, può sembrarlo ma non lo è, ma un metodo forse più complesso, ma più reale per misurare lo sviluppo economico e sociale.</strong></p>
<p><strong>L’enciclica va anche al cuore del fallimento dell’attuale sistema quando sostiene:” Il salvataggio ad ogni costo delle banche ì, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma il dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-8 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”.</strong></p>
<p><strong>Piena condivisione con la denuncia di papa Francesco della grave sottomissione della politica alla finanza. “Non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti delle crisi attuale”. Sono concetti chiari quanto elementari sui quali anche noi spesso ci siamo soffermati. Da ultimo nel nostro libro “Il casinò globale della finanza” nei prossimi giorni in libreria.</strong></p>
<p>*già sottosegretario all’Economia **economista</p>
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		<title>Pericoli in Israele per papa Francesco? Il contenzioso per la sala dell&#8217;Ultima Cena e le offese crescenti di coloni e ortodossi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2014 07:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chissà se Papa Francesco nel suo imminente viaggio in Palestina e Israele riuscirà almeno a convincere il governo israeliano a restituire o comunque assegnare alla Chiesa il Cenacolo di Gerusalemme. Vale a dire, la sala sul monte Sion dove secondo la tradizione si è consumata l’Ultima Cena tra Gesù e gli apostoli. E dove da [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Chissà se Papa Francesco nel suo imminente viaggio in Palestina e Israele riuscirà almeno a convincere il governo israeliano a restituire o comunque assegnare alla Chiesa il Cenacolo di Gerusalemme. Vale a dire, la sala sul monte Sion dove secondo la tradizione si è consumata l’Ultima Cena tra Gesù e gli apostoli. E dove da qualche anno gli atti di vandalismo e disprezzo sono in crescita. Come che sia, mancano meno di due settimane alla partenza del pontefice per la visita di tre giorni, dal 24 al 26 di questo mese, nella cosiddetta Terra Santa  e il barometro segna già tempesta. Il giornale Jerusalem Post, che certo non è di sinistra, parla del timore addirittura di azioni incontrollate da parte dei coloni, che il noto intellettuale e scrittore Amos Oz senza più mezzi termini ha definito  neonazisti ( </strong><a href="http://www.jpost.com/National-News/Israels-senior-Catholic-cleric-Price-tags-poisoning-atmosphere-ahead-of-Popes-visit-351912"><strong>http://www.jpost.com/National-News/Israels-senior-Catholic-cleric-Price-tags-poisoning-atmosphere-ahead-of-Popes-visit-351912</strong></a><strong> ). </strong></p>
<p><strong>I coloni hanno reagito denunciandolo “per odio razziale” e dichiarando in coro:</strong></p>
<p><strong>“Ci attendiamo che la polizia finalmente arresti Amos Oz” ( </strong><a href="http://www.jpost.com/National-News/Settlers-file-police-complaint-against-Amos-Oz-for-incitement-to-racial-hatred-351902"><strong>http://www.jpost.com/National-News/Settlers-file-police-complaint-against-Amos-Oz-for-incitement-to-racial-hatred-351902</strong></a><strong> ). </strong></p>
<p><strong>Ma a lanciare l’allarme è soprattutto il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor </strong><strong>Fuad Twal, vale a dire il massimo rappresentante </strong><strong>della Chiesa cattolica in Israele e Palestina, che si è lamentato con alcuni visitatori e cronist</strong><strong>i: </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>&#8220;Stiamo assistendo a un&#8217;ondata di atti estremisti che avvelenano l&#8217;atmosfera di coesistenza e di cooperazione. In particolare ora che siamo in procinto di accogliere il pontefice”.<span id="more-4625"></span></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Monsignor Twal si riferisce ai “price tag”, come vengono chiamati in gergo gli atti di violenza e vandalismo degli estremisti e dei coloni. Nei giorni scorsi una chiesa è stata imbrattata a bella posta anche con scritte ingiuriose: cancellate, sono ricomparse. </strong></p>
<p><strong>L’impunità che di fatto protegge questi gesti ha spinto un estremista a firmare con nome e cogmome una lettera di minacce inviata alla sede del vicariato patriarcale di Israele, retta a Natareth dal vescovo Giacinto Boulos Marcuzzo. La lettera tra l’altro intimava ai cristiani di andarsene al più presto da Israele. Averla firmata ha reso però gli vitabile l’arresto del suo autore.</strong></p>
<p><strong>&#8220;Ma noi qui non siamo stranieri, i cristiani sono i figli di questa terra. Abbiamo il diritto di proseguire la nostra missione”.</strong></p>
<p><strong>ha commentato il vescovo Marcuzzo.</strong></p>
<p><strong>I maggiori indiziati per gli atti di vandalismo e per le minacce sono gli ebrei ultraortodossi, che non si limitano più a colpire chiese e moschee, ma ormai anche gruppi pacificisti israeliani e addirittura basi dell&#8217;esercito. Al punto che il procuratore generale dello Stato, Yehuda Weinstein, ci ha tenuto a ricordare che </strong></p>
<p><strong>&#8220;in particolari violazioni di legge, dove ci sia notizia ed evidenza amministrativa di coinvolgimento in crimini d&#8217;odio, è consentito trattenere sospetti per un periodo esteso sotto detenzione amministrativa senza processo&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Per il ministro della Pubblica Sicurezza, Yitzhak Ahoronovich, e per quello della Giustizia, Tizpi Livni, i &#8216;price tag&#8217; sono dei veri e propri atti di terrorismo, e pertanto i loro autori sono da considerare terroristi e come tali vanno trattati.</strong></p>
<p><strong>Chissà se Papa Francesco a Betlemme andrà non solo in visita alla basilica della Natività, sorta sulla mangiatoia dove secondo la tradizione è nato Gesù, ma anche a dare almeno un’occhiata al Campo dei Pastori, dove secondo la Chiesa gli angeli annunciarono ai pastori la nascita fatidica. Se ci andrà, vedrà che è ridotto a un campetto anonimo, stretto tra ristoranti e un albergo, ma soprattutto vedrà come la grande colata di cemento della colonia sulla collina di fronte pare una enorme valanga che sta per investire e sommergere la stessa Betlemme. La radice cioè del cristianesimo. Ormai inglobata dagli israeliani nel comune di Gerusalemme, come ne fosse un sobborgo.</strong></p>
<p><strong>Se il nugolo di palazzine della colonia di fronte al Campo dei Pastori sembra una metafora della volontà di rivincita di certo ebraismo nei confronti del cristianesimo, l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu non ha gradito che il 29 giugno 2012 l’Unesco abbia dichiarato la Chiesa della Natività e la via dei Pellegrini di Betlemme  “patrimonio dell’intera umanità”. </strong></p>
<p><strong>“E’ una decisione totalmente politica, che danneggia gravemente la convenzione Onu e la sua immagine”,</strong></p>
<p><strong>è stato il molto risentito commento di Netanyahu, contrariato perché la Palestina, pur non essendo ancora riuscita a essere riconosciuta come Stato, ha i suoi primi due siti storici protetti. E che siti!</strong></p>
<p><strong>Checché ne dica il capo del governo israeliano e credenze religiose a parte, è strano o, meglio, grave che non siano stati dichiarati patrimonio dell’intera umanità il  Golgota, il luogo ritenuto il sepolcro di Cristo, la Via Crucis, il monte degli Ulivi e il luogo del fenomenale discorso della Montagna.</strong></p>
<p><strong>Qualche anno fa sono stato a Gerusalemme e ho colto non poche lamentele e accuse da parte dei frati cattolici della locale Chiesa Latina:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>“Israele, oltre a una incessante pressione sui palestinesi per spingerli a emigrare, rende difficile la vita ai vari luoghi santi del cristianesimo non solo qui a Gerusalemme, ma anche nell’intera Palestina e Israele. Si direbbe che vogliano recidere le radici storiche del cristianesimo, impadronendosi dei principali luoghi simboli così come vorrebbero fare con la Spianata delle Moschee e hanno fatto con molte moschee, poi demolite”. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E il malumore dello stesso monsignor Twal nei confronti di Netanyahu è già esploso nel marzo di due anni fa ( </strong><a href="http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/terra-santa-holy-see-tierra-santa-twal-13452/"><strong>http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/terra-santa-holy-see-tierra-santa-twal-13452/</strong></a><strong> ). All’epoca, </strong><strong>monsignor Twal alla Radio Vaticana ha sottolinea che la Terra Santa ha</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>“un bisogno spirituale, quello di una vera e propria integrazione tra le diverse religioni, nel segno del rispetto”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Motivo per cui il monsignore dalla stessa radio ha lanciato un appello:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>“Togliamo i muri visibili, togliamo i muri nei cuori degli uomini, i muri della paura, dell’odio, dell’ignoranza. Speriamo che un giorno questa integrazione possa arrivare”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Per parte sua, la Congregazione per le Chiese Orientali aggiunse che la cosiddetta Terra Santa </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>“è un patrimonio mondiale di spiritualità, e soprattutto per il mondo cristiano rappresenta un bene il cui valore è ineguagliabile: lo sanno bene i milioni di pellegrini che ogni anno raggiungono i Luoghi Santi. Pregando e confrontandosi con il Vangelo visibile, riscontrabile tra quegli scenari e leggibile su quelle pietre, ritornano nelle loro comunità arricchiti da una esperienza irripetibile e unica. Gerusalemme merita uno spazio privilegiato nel cuore di ogni credente”. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> Chissà se Papa Francesco riuscirà a risolvere il contenzioso con le autorità israeliane per quanto riguarda il possesso e la gestione del Cenacolo di Gerusalemme, sul monte Sion, dove secondo la tradizione è avvenuta l’ultima cena di Gesù con i 12 apostoli.  Luogo santo per il cristianesimo, il Cenacolo è l’oggetto di una trattativa giuridica senza fine con Israele. Nel 1333 il sultano mamelucco ha venduto la sala dell’Ultima Cena ai reali di Napoli Roberto d’Angiò e Sancia d’Aragona, che la affidarono alla Custodia di Terra Santa. I turchi la confiscarono nel 1551 e la diedero in gestione a una famiglia musulmana, i cui discendenti però sono fuggiti a causa della guerra del 1948. Gli israeliani hanno potuto così dichiararla “proprietà di assenti”, dandone la gestione al dicastero degli Affari religiosi. Dopo il 2000 il Vaticano ha chiesto sommessamente al governo israeliano di prendere in considerazione l’ipotesi della restituzione alla Chiesa. Ma ma gli israeliani hanno fatto orecchie da mercante con la motivazione che dopo tante peripezie è arduo stabilire a chi appartenga qualla clamorosa sala.</strong></p>
<p><strong>Intanto gli atti vandalici non si fermano. Oltre alle scritte “Morte ai cristiani” et similia, orinare per sfregio sul muro esetrno del Cenacolo è ormai prassi comune da anni ( </strong><a href="http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11243"><strong>http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11243</strong></a><strong> ). </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Riuscirà Francesco là dove hanno fallito i suoi predecessori? Certo non capita in un bel momento, anche perché il presidente della repubblica israeliana, Shimon Peres, pochi giorni fa ha lanciato contro Netanyahu, che vuole abolire la figura del Capo dello Stato, un attacco senza precedenti:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> &#8220;Netanyahu mira a trasformare Israele in una dittatura” (</strong><strong> </strong><a href="http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Peres-blasts-Netanyahu-bid-to-curb-presidents-powers-He-wants-a-dictatorship-in-Israel-351968"><strong>http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Peres-blasts-Netanyahu-bid-to-curb-presidents-powers-He-wants-a-dictatorship-in-Israel-351968</strong></a><strong> ).</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non resta che augurare a Francesco “buon viaggio!”.</strong></p>
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		<title>Santificazioni frettolose e stitichezza nei miracoli</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2014 09:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora che è passata l&#8217;eccitazione per la grande festa della santificazione di due Papi,  Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, e Giovanni XXXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, vale la pena di fare qualche considerazione in più. Nei giorni scorsi è stata avanzata qualche timida  riserva e  critica per la santificazione di Wojtyla a [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><strong>Ora che è passata l&#8217;eccitazione per la grande festa della santificazione di due Papi,  Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, e Giovanni XXXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, vale la pena di fare qualche considerazione in più. Nei giorni scorsi è stata avanzata qualche timida  riserva e  critica per la santificazione di Wojtyla a causa di alcuni suoi comportamenti poco commendevoli, ma ne sono stati dimenticati vari altri decisamente più gravi. Andiamo per ordine.</strong></strong></span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><strong>Sono stati dichiarati santi due papi talmente diversi tra loro da essere uno agli antipodi dell’altro. Wojtyla ha letteralmente demolito le innovazioni apportate alla Chiesa da papa Roncalli con la convocazione del Concilio Vaticano II, grande sforzo per tentare di portare la Chiesa nella realtà moderna. Sforzo che ha compreso la sorprendente apertura verso l’est europeo, il blocco allora comunista guidato dall’Unione Sovietica, e verso lo stesso Partito Comunista Italiano. Tant’è che Giovanni XXIII è passato alla storia come “il Papa buono”, espressione popolare nata spontaneamente e che di fatto significa anche che gli altri Papi buoni non erano o non lo erano e non lo sono abbastanza.<span id="more-4615"></span></strong></p>
<p><strong>Wojtyla invece non sarà certo ricordato come Papa buono, quanto invece come il pontefice che ha demolito il Concilio Vaticano II, cioè l’intera opera di quel suo predecessore, e ingaggiato una lotta senza quartiere e con modi fin troppo disinvolti  contro l’Unione sovietica e il comunismo fino a contribuire in modo determinante alla loro scomparsa. Tutto ciò ha portato il teologo Hans Küng a scrivere nel 2011 un libro intitolato significativamente &#8220;Karol Wojtyła, Il grande oscurantista”.</strong></p>
<p><strong>Wojtyla ha stroncato la “teologia della Liberazione”, che tante speranze aveva acceso nell’America latina, e finanziato con soldi di provenienza malavitosa la lotta contro i movimenti che lottavano contro i regimi reazionari e contro i regimi golpisti della stessa America latina appoggiati o fatti nascere dagli Stati Uniti. &#8220;Guai ai sacerdoti che fanno politica nella Chiesa!”, tuonò nel 1979 lo stesso Wojtyla il cui pontificato sarà caratterizzato dalla politica, con una strategia  dispiegata senza sosta e con energia. Nel ’79 quel duro monito del Papa era riferito soprattutto ai sacerdoti che in Sud America contrastavano le dittature militari, in particolare a monsignor Oscar Romero, da tempo nel mirino della giunta militare di San Salvador perché ne denunciava pubblicamente le atrocità. Nell’’80 don Romero mentre celebrava una messa sarà fulminato da un cecchino.</strong></p>
<p><strong>Il 4 marzo 1983 Wojtyla, nel corso di una visita pastorale in cinque Paesi dell’America latina, atterrò all’aeroporto di Managua, capitale del Nicaragua governato dalla giunta sandinista, di sinistra, regolarmente eletta e impegnata in un vasto programma di riforme a favore della popolazione povera. Della giunta facevano parte cinque sacerdoti e membri di ordini religiosi cattolici. Tra questi, il frate trappista Ernesto Cardenal, ministro della Cultura, che si inginocchiò mentre il papa si avvicinava e gli prese la mano per baciarla. Wojtyla però la ritrasse di colpo, alzò minacciosamente l’indice sinistro e paonazzo gridò a Cardenal:</strong></p>
<p><strong>“Dovete mettervi in regola con la Chiesa, dovete mettervi in regola!”.</strong></p>
<p><strong>Dopodiché passò oltre ignorandolo completamente. Quattro anni più tardi lo stesso Wojtyla volerà in Cile e sdoganerà il dittatore Pinochet, capo di una giunta sanguinaria, affacciandosi al balcone con lui per salutare la folla.</strong></p>
<p><strong>Nonostante abbia riportato indietro le lancette dell’orologio della Chiesa, Wojtyla passa per un suo modernizzatore: ma solo perché ha saputo usare abilmente l&#8217;approccio con i mass media e il feeling con i giovani, in particolare con quelli di Liberazione e Comunione, soprannominati enfaticamente “i papa boys”. Gli applausi dei mass media hanno però suscitato post mortem critiche al processo di beatificazione prima e di santificazione dopo, critiche per esempio espresse nel 2009 dal primate del Belgio ed ex arcivescovo di Bruxelles, monsignor Godfried Danneelsed: “Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali. E&#8217; inaccettabile che si possa diventare santi o beati per acclamazione”.</strong></p>
<p><strong>Il teologo e padre conciliare Giovanni Franzoni quando il 7 marzo 2007 è stato ascoltato per l’iter della beatificazione di Wojtyla non ha avuto peli sulla lingua:</strong></p>
<p><strong>&#8220;Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della curia romana, in particolare della Congregazione per la dottrina della fede, che hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica […] Quale che sia stato l&#8217;intimo convincimento della persona Wojtyla, è un fatto che le scelte del Papa hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come nemici quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue”.</strong></p>
<p><strong>Per essere dichiarato beato è necessario avere accertato &#8211; sia pure con metodi di parte esenti da verifiche terze &#8211; che il candidato alla beatitudine  abbia compiuto almeno un miracolo. Per essere dichiarati poi anche santo bisogna avere compiuto almeno un altro miracolo. Di solito si tratta di guarigioni “inspiegabili”, perciò ritenute appunto miracolose. Qui le osservazioni da fare sono due. La prima: anche se io guarissi da un male incurabile dopo avere pregato o visto in sogno il Tal dei Tali &#8211; o meglio quello che io penso sia il Tal dei Tali, ma che in realtà è solo un sogno o un frutto della mia immaginazione &#8211; come si fa a dire che a concedermi il miracolo è stato lui e non un altro santo, oppure il Padreterno o Cristo o la Madonna? Forse che questi ultimi tre hanno l&#8217;obbligo di avvertirmi che sono stati loro? Seconda osservazione: è mai possibile che una volta fatto il miracolo, magari anche più d’uno, per superare l’esame ed essere promosso beato o santo, il nuovo festeggiato agli onori degli altari sparisca e di miracoli non ne faccia più? Il solo Wojtyla di santi e beati ne ha proclamati quasi 2.000 ( <a href="http://www.vita.it/mondo/religioni/beato-giovanni-paolo-ii.html">http://www.vita.it/mondo/religioni/beato-giovanni-paolo-ii.html</a> ), nei 27 anni del suo pontificato ha polverizzato qualunque record dei suoi predecessori: ha infatti elevato agli onori dell’aureola più di quanti ne abbiano elevati tutti i papi degli ultimi cinque secoli! Ognuno promosso da Giovanni Paolo II all’aureola grazie a un miracolo per diventare beato e almeno un altro per diventare santo. Domanda: come mai di questi quasi 2.000 nuovi beati e santi wojtyliani non risultano nuovi miracoli dopo la promozione? Sembra quasi che si comportino tutti come quegli studenti svogliati che una volta superati a fatica gli esami per un diploma non sanno poi che farsene del “pezzo di carta”, motivo per cui lo appendono al chiodo. Stitichezza nei miracoli.</strong></p>
<p><strong>Nota non solo di colore. A prendere l’iniziativa per la proclamazione di un nuovo beato o santo sono di solito i suoi compaesani, amici, ammiratori e compatrioti. E’ vero che l’iter, piuttosto lungo, per arrivare alla proclamazione non è però gratuito? E’ vero che le spese le devono pagare coloro che hanno proposto il nuovo candidato? Ed è vero che in totale la spesa media ammonta a non meno di un milione di euro di oggi?  Se così fosse, Wojtyla avrebbe fatto incassare al Vaticano poco meno di due miliardi di euro. Cifra di tutto rispetto.</strong></p>
<p><strong>Nei quattro secoli tra il 1588 e il 1988 sono stati creati 672 nuovi santi. Nessuno sa con precisione a quanto ammontino esattamente le migliaia di santi della Chiesa, l’unica cosa certa è che sono migliaia. Come mai non fanno più miracoli o se li fanno lo fanno col contagocce? Strano: il numero dei santi aumenta, ma non quello dei loro miracoli. Questa avarizia, decisamente poco santa, è davvero inspiegabile. E suscita non poca amarezza.</strong></p>
<p><strong>Ma veniamo a Wojtyla. Le cose poco commendevoli e per nulla degne di un santo o anche solo di un beato che gli si possono rimproverare sono varie.  Qualcuno ha accennato alle sue responsabilità per il silenzio del Vaticano di fronte ai magistrati italiani impegnati a indagare sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983, cioè sotto il suo pontificato. Il problema però non è solo l’ostinato silenzio vaticano dal sapore spiacevolmente omertoso. La responsabilità principale sono i ben otto appelli pubblici lanciati da Wojtyla a partire dal 3 luglio ’83 &#8211; meno di due settimane dopo la scomparsa &#8211; per avvalorare la pista del rapimento quando non c’era assolutamente nulla per sostenerla. Tant’è che il magistrato, Margherita Gerunda, era convinto si trattasse del purtroppo solito caso di violenza sessuale finito tragicamente. Le indagini venivano infatti condotte dalla squadra della questura di Roma che si occupa di omicidi. Se Emanuela fosse stata davvero rapita e fosse stata quindi ancora viva, con quegli appelli Wojtyla rischiava di spingere i rapitori a disfarsene. O liberandola o sopprimendola. E&#8217; un fatto che non è stata liberata.</strong></p>
<p><strong>In ogni caso, quegli appelli hanno spinto le indagini sul binario morto del “rapimento”: vestito da rapimento politico prima, cioè per barattare la liberazione di Emanuela con quella di Alì Agca, il turco che nell’’81 aveva sparato a papa Wojtyla in piazza S. Pietro senza però riuscire a ucciderlo; e vestito da rapimento malavitoso dopo, come strumento della malavita forse non solo romana per farsi restituire i soldi prestati a Wojtyla per finanziare l’anticomunismo non solo nella natia Polonia, a favore del sindacato clandestino Solidarnosc. Come è ben noto, in ormai 31 anni di indagini condotte sulle piste del rapimento non s’è cavato un ragno dal buco.</strong></p>
<p><strong>Più di un giornale ha ricordato le disavventure giudiziarie del Banco Ambrosiano, fallito perché l’allora suo amministratore delegato Roberto Calvi, finito “suicidato” a Londra, aveva prestato una montagna di miliardi di lire al papa, tramite la banca vaticana IOR, per finanziare le attività anticomunista non solo in Polonia. Su questa faccenda è meglio essere più precisi.</strong></p>
<p><strong>La Corte d&#8217;Assise d&#8217;Appello di Roma nella sentenza del maggio 2010 sull&#8217;omicidio di Roberto Calvi ha scritto:</strong></p>
<p><strong>&#8220;Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo IOR come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. ll fatto nuovo emerso è che avvenivano quanto meno anche ad opera di Vito Ciancimino oltre che di Giuseppe Calò&#8221;. Chi sono Vito Ciancimino e Pippo Calò? Il primo è stato il sindaco mafioso di Palermo, protagonista della famosa trattativa Stato-mafia. Il secondo è passato alla storia come il cassiere della mafia utilizzato per il riciclaggio.</strong></p>
<p><strong>Dopo la Corte d’Assise d’Appello, il sostituto procuratore Luca Tescaroli: nel 2012 ha dichiarato che lo IOR</strong></p>
<p><strong>“ha avuto precise responsabilità in alcuni eventi e fra questi anche l&#8217;omicidio del banchiere Roberto Calvi”.</strong></p>
<p><strong>Ma per il papa che nel 1993 aveva sfidato la mafia lanciando ai mafiosi l’invettiva “Convertitevi!” Tescaroli ha in serbo un’accusa decisamente scomoda, riportata nel libro  “Wojtyla segreto” dei giornalisti Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti:</strong></p>
<p><strong>&#8220;Se Calvi avesse messo in atto il manifestato proposito di riferire quanto a sua conoscenza, avrebbe svelato il canale di alimentazione del Banco ambrosiano, rappresentato dalle risorse finanziarie provenienti da Cosa nostra, e la destinazione dei flussi di quel denaro, ivi compresa quella del finanziamento del sindacato Solidarnosc (di cui ha parlato Salvatore Lanzalaco), e ai regimi totalitari sudamericani (ai quali fece espresso riferimento Calvi in alcune lettere dallo stesso sottoscritte). Finanziamento attuato nell&#8217;interesse di una più ampia strategia del Vaticano, volta a penetrare nei paesi comunisti dell&#8217;Est europeo e a congelare l&#8217;avanzata comunista nell&#8217;America Latina. Cosa nostra e, certamente, Calò non potevano accettare che emergesse e venisse rivelata agli inquirenti quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare flussi di denaro mafiosi in quelle direzioni, e l&#8217;attività di riciclaggio che attraverso il Banco ambrosiano veniva espletata”.</strong></p>
<p><strong>I soldi a Solidarnosc arrivano a palate fin dal 1980, anno della sua nascita, con il beneplacito della loggia massonica segreta P2, come ha chiarito il boss della P2 Licio Gelli:</strong></p>
<p><strong>&#8220;Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro”.</strong></p>
<p><strong>Come è ben noto, il fiume di quattrini dati da Calvi per supportare la politica interventista di Wojtyla non è stato più restituito, tanto che il banco Ambrosiano fallì e Calvi finì “suicidato”. E poiché l’alter ego vaticano del banchiere italiano era monsignor Marcinkus, dominus e angelo nero dello IOR, la magistratura italiana ne chiese l&#8217;arresto. Invano. Wojtyla non solo promosse Marcinkus anche governatore del Vaticano, ma con la scusa dei Patti Lateranensi gli permise infine di lasciare Roma nel 1997 e tornarsene  negli Stati Uniti per trascorrevi una serena vecchiaia.</strong></p>
<p><strong>Partito Marcinkus, allo IOR la musica però non è cambiata. Per scrivere il libro “Vaticano Spa” il giornalista Gianluigi Nuzzi ha utilizzato l’archivio fornitogli dal sacerdote Renato Dardozzi, consigliere della Segreteria di Stato: migliaia di documenti segreti con i passaggi più imbarazzanti degli affari e intrallazzi dello IOR. Da tale banca è passata anche una robusta fetta della maxitangente Enimont (150 miliardi di lire, pari oggi ad almeno 150-200 milioni di euro), pagata dall’imprenditore  Raul Gardini a politici e partiti dell’epoca.</strong></p>
<p><strong>In questi giorni è stata ricordata anche l’eccessiva indulgenza di Wojtyla verso Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, istituzione molto apprezzata dal pontefice. Tanto che nel 1978 ha cestinato  un esposto sui vizi di Maciel inviatogli da un dirigente dei Legionari di Cristo. Lo scandalo scoppierà comunque, quando nel 1997 molti ex Legionari accuseranno il fondatore del loro ordine di abusi sessuali. La benevolenza del pontefice verso Degollado  non verrà però mai meno, Maciel infatti verrà sanzionato, blandamente, solo sotto il pontificato di Ratzinger.</strong></p>
<p><strong>Pochi sanno che nel 1989 i vescovi americani hanno spedito dal papa esperti di diritto canonico per chiedere di poter ridurre allo stato laicale i preti pedofili senza dover passare per l’apposito processo vaticano, ma la risposta di Giovanni Paolo II li lasciò gli inviati americani senza fiato: “No!”. E quasi nessuno sa che è stato Wojtyla a ordinare all’allora responsabile della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Ratzinger, di firmare e inviare nel 2001 ai vescovi di tutto il mondo il documento che imponeva di nascondere alle autorità civili qualunque caso di pedofilia del clero e anche di adescamento di adulti nel corso della confessione.  Per quell’infelice ordine Ratzinger è stato in seguito accusato di ostruzione della giustizia da un magistrato del Texas. E si è salvato dal processo e dalla condanna solo perché, essendo nel frattempo diventato Papa e quindi capo dello Stato vaticano, l’allora presidente degli Stati Uniti, George Bush figlio, decise di concedergli  l’immunità prevista per tutti i capi di Stato non in conflitto con gli Usa.</strong></p>
<p><strong>Stando così le cose, non sorprende che persino il Segretario di Stato del pontificato di Wojtyla, monsignor Angelo Sodano,  nel giugno 2008 parlando della causa di beatificazione del pontefice si sia detto perplesso almeno riguardo &#8220;l&#8217;opportunità di dare la precedenza a tale causa, scavalcando quelle già in corso”.</strong></p>
<p><strong>Pare quasi che la fretta a dichiarare Papa Wojtyla prima beato e poi anche santo sia dovuta alla volontà di metterlo al riparo una volta per tutte da eventuali gravi accuse. E’ infatti evidente che lo studio approfondito del suo operato da parte di storici, giornalisti e altri investigatori potrebbe riservare delle sorprese. Anche sgradevoli.</strong></p>
<p><strong>I Papi finiranno con l&#8217;imitare  gli imperatori romani che deificavano i loro predecessori?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>1) &#8211; Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default. 2) &#8211;  Francesco cala l’asso della povertà evangelica</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 22:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** La vicenda di Cipro è la prova provata dell’incompetenza di Bruxelles e della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce) a trattare le crisi finanziarie e bancarie in Europa. Gli euroburocrati hanno potuto mostrare la loro arroganza [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default</strong></p>
<p><strong></strong>Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>La vicenda di Cipro è la prova provata dell’incompetenza di Bruxelles e della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce) a trattare le crisi finanziarie e bancarie in Europa. Gli euroburocrati hanno potuto mostrare la loro arroganza sostenuti da quei “duri” europei che vogliono il rigore soltanto per poter salvare le banche in default. Il sistema bancario di Cipro, a metà strada tra il legale e l’offshore, è pieno di soldi. Spesso di provenienza non limpida. Secondo il Fondo Monetario Internazionale avrebbe attività per 152 miliardi di euro pari a circa 8 volte il Pil del Paese. I depositi bancari, favoriti da tasse basse e da ancor più bassi controlli, ammonterebbero a 68 miliardi, dei quali il 40% sarebbe in mani russe.</p>
<p>La Cyprus Bank e la Cyprus Popular Bank, le due maggiori banche cipriote, sono in gravi difficoltà per le perdite in miliardi di euro subite sui bond greci. Ovviamente si può anche ipotizzare che il rischio di insolvenza sia dovuto all’accumulo di debiti causati da speculazioni andate male. Il governo cipriota deve far fronte alla crisi di bilancio come tutti i Paesi europei dell’area mediterranea. Servirebbero circa 17 miliardi di euro. Chi paga? Il Meccanismo di Stabilità Europea, cioè il fondo di salvataggio creato ad hoc per simili situazioni? Oppure il governo cipriota che non ha soldi e che non può chiedere prestiti in quanto violerebbero il patto da stabilità europeo?<span id="more-4099"></span></p>
<p>L’alternativa sarebbe l’insolvenza delle banche. Ma l’Europa non vuole. Si metterebbe in evidenza la “spazzatura” esistente nell’interno dell’intero sistema bancario che, come noto, è strettamente interconnesso. Nemmeno Cipro la vuole in quanto l’isola perderebbe la sua funzione di sistema “quasi off shore” che attrae capitali in cerca di “paradisi fiscali sottocasa”. La proposta di tassare i detentori dei conti correnti però ci sembra la più provocatoria e la meno efficace. Provocatoria verso i capitali russi. Infatti segnerebbe negativamente i rapporti tra Europa e Russia proprio nel momento in cui, invece, è più urgente avere una proficua collaborazione nel campo infrastrutturale, industriale e commerciale.  Inefficace ed ingiusta nei confronti dei risparmiatori ciprioti che dovrebbero pagare il bail out delle banche che sono in crisi per comportamenti speculativi mai sanzionati dalle competenti autorità nazionali ed europee.</p>
<p>Le banche in crisi non sono delle “scatole chiuse” da salvare così come sono. E’ dal fallimento della Lehman Brothers che, per simili situazioni, alcuni, e noi tra questi, sostengono che serve un “curatore fallimentare” che sappia distinguere nelle banche in default le parti sane da salvare da quelle marce da mettere fuori gioco. Un simile approccio di conseguenza impone la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento per far sì che i risparmi dei cittadini e delle famiglie non siano usati per giochi speculativi ma soltanto per investimenti oculati.</p>
<p>Il caso di Cipro quindi può essere l’opportunità per definire nuove regole. La politica del ricatto dei “rigoristi” da una parte e delle banche che si sentono tutte “too big too fail” dall’altra non può che portare al caos economico e sociale. Non vorremmo che l’approccio di Bruxelles nei confronti di Cipro diventi un  test per l’intera Europa. Nel qual caso i cittadini e i risparmiatori verrebbero considerati “garanti di ultima istanza” e chiamati perciò a pagare i debiti fatti dalle banche! E’ sintomatico il comportamento della Commerzbank, la seconda banca tedesca per importanza. Come è noto, ha avanzato la proposta di tassare il patrimonio finanziario degli italiani del 15% in modo da far rientrare il debito pubblico del nostro Paese subito sotto il 100% del Pil.</p>
<p>E’ la stessa banca che nel 2008 fu salvata con i soldi pubblici tanto da diventare quasi una banca statale. Infatti il governo di Berlino detiene il 25% delle sue azioni. E’ quella stessa banca che, al momento dell’esplosione della crisi dei debiti pubblici, possedeva una grossa fetta dei 541 miliardi di euro in bond dell’Irlanda, del Portogallo, della Grecia e della Spagna in pancia al sistema bancario tedesco. Si comincia a mettere i piedi nel piatto degli altri quando probabilmente non si vogliono trovare soluzioni unitarie e si vuole perciò distogliere l’attenzione dai propri guai.</p>
<p>E’ davvero impossibile avere regole comuni per il sistema bancario e finanziario globale? Si cominci dall’Europa per poi coinvolgere gli altri attori internazionali. L’accumulo di comportamenti sconclusionati e di casi singoli non può che determinare crisi sempre più gravi.</p>
<p>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi  **Economista</p>
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<p><em>C’è un papa che si riallaccia a Wojtyla, conservatore e con    aspirazioni teocratiche, ma nascoste sotto un saio sdrucito, nel futuro    che ci attende</em></p>
<p>di Walter Peruzzi</p>
<p>Dopo   che si è molto discusso sullo stile di vita e sul passato del  nuovo   papa, credo sia utile cercare di riflettere anche su quel che  potrà   riservarci in futuro questa elezione. Che a sua volta aiuta  meglio a   capire molti dei motivi che hanno indotto Ratzinger a  dimettersi «per il   bene della Chiesa».</p>
<p><strong>Perché Ratzinger ha dovuto dimettersi</strong><br />
Il pontificato di Wojtyla aveva compiuto un miracolo: porre fine alle    aperture dell’età giovannea, liquidare l’eredità del concilio e    indirizzare la Chiesa sulla strada della restaurazione senza perdere,    anzi consolidando e rafforzando, il dialogo con le altre religioni e il    feeling instaurato da Giovanni XXIII coi fedeli. Ed è proprio questo,    invece, il capitale dilapidato da Ratzinger. Papa ombra già al tempo  di   Wojtyla e abile, come pontefice, nel dettare la linea, Benedetto  XVI è   stato incapace non solo di governare e tanto meno di “ripulire”  la   Curia, in cui sono esplosi scandali e conflitti a catena, ma di far    procedere il dialogo interreligioso, che si è barcamenato fra gaffe e    rettifiche, e di “conquistare” i fedeli, che si sono piuttosto    allontanati, non solo quelli di un’Europa sempre più secolarizzata ma    anche quelli del terzo mondo. L’emorragia di adepti, in fuga verso altre    chiese cristiane, si è aggravata particolarmente in America latina,    dove si concentra il 40 per cento di tutti i cattolici e dove la crisi    di consensi era cominciata già sotto Wojtyla che, come scrive nel suo    blog Gennaro Carotenuto, «combatté e vinse la battaglia con la  teologia   della liberazione per perdere poi quella con le chiese  protestanti». In   America latina, per di più, si è assistito  all’avanzata di governi   socialisti e progressisti che minacciano,  oltre a ricchezze e privilegi,   gli stessi «valori non negoziabili»  cari a Ratzinger e Wojtyla.  Proprio  qualche mese fa ad esempio, in  Argentina, è passata una legge  sulle  unioni civili che equipara quelle  fra persone dello stesso sesso  al  matrimonio «fra un uomo e una  donna».</p>
<p><strong>Perché Bergoglio</strong><br />
Se questo insieme di difficoltà e di fallimenti sono alla base delle    dimissioni di Benedetto XVI, si può capire come anche un conclave fra i    più retrivi abbia potuto identificare un successore adeguato nel    gesuita, e arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio.<br />
Legatissimo   a Wojtyla, da cui fu fatto cardinale, Bergoglio condivise  con lui la   lunga lotta contro la teologia della liberazione e, come  provinciale dei   gesuiti, impose il suo conservatorismo teologico anche  alla compagnia,   che in America latina era tradizionalmente molto  aperta: Bergoglio,   secondo il gesuita uruguayano Pérez Aguirre,  trasformò la «Compagnia da   progressista in conservatrice e  retrograda». Tale conservatorismo, e   l’ostilità verso le idee  rivoluzionarie, può spiegare anche il suo   comportamento negli anni  della dittatura, che alcuni considerano   colluso, altri quanto meno  opaco. Lo stesso Nobel per la pace Adolfo   Pérez Esquivel, secondo cui  Bergoglio non è stato «complice della   dittatura», ha aggiunto nel suo  blog che «gli mancò il coraggio di   accompagnare la nostra lotta nei  momenti più difficili».<br />
In ogni   caso l’arcivescovo di Buenos Aires è in forte continuità con  Ratzinger e   Wojtyla specie in materia di «valori non negoziabili».  Esemplare in   questo senso la battaglia da lui condotta contro la legge  sulle unioni   civili prima ricordata. Bergoglio non si è limitato a  dichiarare non   accettabili per i cattolici i matrimoni gay, ma ha  promosso una   mobilitazione di piazza contro l’approvazione della legge  e ha invitato i   monasteri carmelitani della capitale a pregare «il  Signore affinché   mandi il suo Spirito sui senatori che saranno  impegnati a votare. Che   non lo facciano mossi dall’errore o da  situazioni contingenti, ma   secondo ciò che la legge naturale e la  legge di Dio indicano loro». Al   pari di Woytjla, che nel 1994 aveva  condannato la mozione del parlamento   europeo a favore delle unioni di  fatto perché «non conformi al piano  di  Dio», Bergoglio ha definito la  legge sulle unioni civili «un  tentativo  distruttivo del disegno di  Dio».<br />
Siamo quindi in presenza  non solo  di un papa che rifiuta ogni apertura  sul piano dottrinale a  istanze  provenienti dagli stessi credenti, ma  che manifesta la consueta   vocazione teocratica pretendendo di imporre  la dottrina cattolica a   tutti i cittadini, con la gherminella (cui  ricorse ampiamente Benedetto   XVI) di dichiararla conforme alla «legge  naturale».</p>
<p><strong>Fra oscurantismo e pauperismo</strong><br />
E tuttavia Bergoglio non porta le scarpette firmate ma ostenta la croce    di ferro, rifiuta l’anello d’oro, gira in autobus, lava i piedi agli    ultimi, si occupa di loro, si paga il conto in albergo come un grillino    qualsiasi, «sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi,    carceri, ospedali a compiere il suo apostolato» (Carotenuto); e  invoca   una «Chiesa povera e per i poveri», sull’esempio di Cristo e  del   poverello di Assisi, del quale adotta il nome.<br />
Bergoglio, in una   parola, unisce al conservatorismo dottrinale che  rassicura i cardinali   più retrivi la sobrietà di vita, la semplicità  di costumi e l’attenzione   verso i derelitti, che servono a ristabilire  il feeling perduto fra   pastore e gregge, specie quello più numeroso e  più insidiato dai «lupi   famelici» delle chiese protestanti (come li  definì Giovanni Paolo II).   Per questo, secondo alcuni, Francesco  potrebbe addirittura essere stato   eletto in vista di contrastare i  governi socialisti del continente,  così  come Wojtyla servì contro il  «socialismo reale» – anche se i  mutati  contesti rendono questa ipotesi  poco probabile. In ogni caso la   combinazione di conservatorismo  teologico e pauperismo, e un richiamo   alla povertà evangelica scisso  dalla tensione rivoluzionaria che animava   la teologia della  liberazione, rendono il nuovo papa funzionale a un   progetto di  riconquista ed estensione dei consensi soprattutto nel terzo   mondo.  Certo, la cosa potrebbe comportare dei costi che la curia non   intende  pagare. Ma al riguardo sono certo già pronti o in via di   approntamento  freni adeguati per impedire che si passi dalle parole e   dalle  promesse ai fatti.<br />
Quel che ci attende, in conclusione, più   che un rilancio del mitico  Vaticano II, sembra un pontificato che si   riallaccia sostanzialmente a  Wojtyla, con una restaurazione che procede,   ma sotto la copertura  della “povertà”. Una copertura insidiosa, stando   anche alla gioia e  alle speranze manifestate in Italia non solo dai   cattolici “buoni” ma  anche da una certa cultura laica e perfino laicista   – che apprezza la  favola del poliziotto buono (Gesù) contro il   poliziotto cattivo (la  Chiesa) e che non ha le idee molto chiare su quel   che fu realmente  Francesco: l’antidoto della povertà come scelta   volontaria e privata  contro il veleno di un ordinamento sociale   egalitario, predicato dagli  albigesi. Non per caso fu lo stesso   Innocenzo III a benedire il primo  e a sterminare i secondi.</p>
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