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	<title>ArruotaLibera &#187; Egitto</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Morta Nawal al-Sa&#8217;dawi, grande femminista egiziana</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2021 05:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Tutte le religioni sono prigioni per le donne”, sosteneva con coraggio e lucidità la scrittrice e intellettuale femminista egiziana Nawal al-Sa&#8217;dawi, morta nel 2021 all&#8217;età di 90 anni. Suo padre era stato un funzionario governativo del ministero dell&#8217;Educazione Nazionale, che aveva preso parte alle lotte contro i britannici nel corso della rivoluzione del 1919. Scrisse [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Tutte le religioni sono prigioni per le donne”, sosteneva con coraggio e lucidità la scrittrice e intellettuale femminista egiziana Nawal al-Sa&#8217;dawi, morta nel 2021 all&#8217;età di 90 anni. Suo padre era stato un funzionario governativo del ministero dell&#8217;Educazione Nazionale, che aveva preso parte alle lotte contro i britannici nel corso della rivoluzione del 1919.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Scrisse numerosi libri sulla condizione della donna nell&#8217;islam, dedicando particolare attenzione alla pratica della mutilazione genitale femminile, ancora presente in alcune parti della società egiziana e che lei stessa aveva subìto in giovane età.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Si laureò in medicina all&#8217;Università statale del Cairo nel 1955 e si specializzò in psichiatria. Mentre operava come medico nel suo villaggio natale di Kafr Tahla, denunciò le brutali ineguaglianze sociali cui erano sottoposte le donne in quell&#8217;ambiente rurale, e per questo fu richiamata al Cairo.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Divorziò da due mariti che volevano imporle di abbandonare la sua carriera di medico e di scrittrice, poiché consideravano queste attività imbarazzanti e ostacolanti per le proprie carriere rispettivamente di medico e di avvocato.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Divenne Direttrice della Sanità Pubblica e qui incontrò il suo terzo marito, Sherif Hetata, che ricopriva un incarico presso il ministero della Sanità. Hetata era stato prigioniero politico per 13 anni.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La Sa&#8217;dawi fu allontanata dal suo incarico presso il ministero della Sanità a causa della sua attività politica. Perse anche il posto di redattore-capo di un giornale sanitario e di Segretario Generale aggiunto dell&#8217;Associazione Medica in Egitto. Questo perché era stato ristampato il suo primo libro, <i>Women and Sex</i>, dopo essere stato bandito in Egitto per quasi due decenni.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Poi però dal 1973 al 1976 lavorò come ricercatrice nel campo delle nevrosi nella Facoltà di Medicina dell&#8217;Università statale di &#8216;Ayn Shams, al Cairo. Nel 1979-80 fu consigliera delle Nazioni Unite per il Women&#8217;s Programme in Africa e Medio Oriente.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">I suoi libri (una cinquantina) sono sempre stati sottoposti a censura: autorità religiose, capi-villaggio e autorità statali l&#8217;accusavano di non rispettare i valori tradizionali e d&#8217;incitare le donne a ribellarsi contro la Legge e la religione. La sua autobiografia la scrisse in prigione sulla carta igienica con una matita per gli occhi ch&#8217;era stata introdotta di nascosto nella sua cella.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Fu incarcerata nel 1981 per crimini contro lo Stato, insieme a circa 1.500 attivisti, che protestavano contro il “Trattato di pace di Gerusalemme” firmato dal Presidente Anwar al-Sadat. Fu rilasciata alla fine dell&#8217;anno, un mese dopo l&#8217;assassinio di Sadat. Di quella sua esperienza ha scritto: “Il pericolo ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto: &#8216;Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente&#8217;”.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Fonda The Arab Women&#8217;s Solidarity Association, la prima organizzazione legale indipendente femminista. Ciò le provoca nuove persecuzioni e minacce da parte di gruppi fondamentalisti islamici e la condanna a morte per eresia. Il suo nome era stato incluso in una lista di morte pubblicata in Arabia Saudita.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;Associazione, dichiarata fuori legge, venne chiusa. Di nuovo Sa&#8217;dawi visse l&#8217;esperienza del carcere, fin quando, nel 1992, è costretta all&#8217;esilio. Si trasferì, insieme al terzo marito, medico e scrittore che curava la traduzione in inglese dall&#8217;arabo dei suoi libri, nel North Carolina, presso la Duke University (Asian and African Languages Department).</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 1996 tornò in Egitto, ma nel 2002 un avvocato integralista egiziano richiese il divorzio coatto tra lei e il marito, i quali però vinsero la causa grazie a una mobilitazione internazionale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Continuò nella sua azione attivistica e prese in considerazione la possibilità di presentarsi candidata alle elezioni presidenziali del 2005 contro Mubarak, ma poi decise di boicottarle quando vide che i suoi seguaci erano stati minacciati di morte.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2007 fu denunciata due volte per apostasia, una volta con la figlia economista Mona Helmy, e la seconda volta per apostasia ed eresia a causa del suo spettacolo teatrale “God Resigns at the Summit Meeting”. Entrambe le cause sono state vinte dalla scrittrice egiziana.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2008 in Egitto sono state promulgate alcune leggi per le quali lei aveva lungamente combattuto: le donne egiziane hanno conquistato il diritto di registrare i figli nati fuori dal matrimonio con il proprio cognome; l&#8217;età minima per il matrimonio è stata alzata a 18 anni; la circoncisione femminile, la clitoridectomia e l&#8217;infibulazione sono ora un reato perseguibile e punibile con il carcere o una pena pecuniaria.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 2010 divorziò anche da Hetata, che aveva una relazione con un&#8217;altra donna.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">L&#8217;ultimo suo scontro con le autorità laiche e religiose avvenne nel 2011, all&#8217;età di 79 anni, quando si unì ai manifestanti in piazza Tahrir al Cairo per protestare contro il presidente Mubarak, che si dimetterà nello stesso anno.</span></span></p>
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		<title>Noam Chomsky: La politica israeliana dei fatti compiuti</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 21:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Noam Chomsky Il 26 agosto, Israele e l’Autorità Palestinese hanno entrambi accettato un accordo per il cessate il fuoco, dopo un assalto di 50 giorni a Gaza, che ha provocato la morte di 2.100 palestinesi e ha lasciato vasti panorami di distruzione. L’accordo chiede una fine dell’azione militare da parte di Israele e di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>di Noam Chomsky</p>
<p>Il 26 agosto, Israele e l’Autorità Palestinese hanno entrambi accettato un accordo per il cessate il fuoco, dopo un assalto di 50 giorni a Gaza, che ha provocato la morte di 2.100 palestinesi e ha lasciato vasti panorami di distruzione.<br />
L’accordo chiede una fine dell’azione militare da parte di Israele e di Hamas e anche un allentamento dell’assedio israeliano che ha strangolato Gaza per molti anni.<br />
Tuttavia questo è il più recente di una serie di accordi pe il cessate il fuoco raggiunti dopo ognuna delle periodiche escalation di Israele nel suo incessante assalto a Gaza.<br />
Fin dal novembre 2005 i termini di questi accordi sono rimasti essenzialmente gli stessi. Lo schema regolare è che Israele non osservi qualsiasi accordo sia deciso, mentre Hamas lo osserva – come ha ammesso Israele – fino a quando un brusco aumento della violenza da parte di Israele provoca una reazione di Hamas, seguita da brutalità ancora più feroce.<br />
Queste escalation si chiamano “tagliare l’erba del prato” nel gergo di Israele. Quella più recente è stata descritta in modo ancora più preciso come “rimuovere lo strato superficiale di terra” da un anziano ufficiale militare statunitense, citato sul canale televisivo Al-Jazeera America.<span id="more-4852"></span></h3>
<h3>Il primo di questa serie di accordi è stato l’Accordo sul Movimento e l’Accesso, raggiunto tra Israele e l’Autorità Palestinese nel novembre 2005.<br />
Chiedeva l’attraversamento tra Gaza e l’Egitto a Rafah per l’esportazione di merci e per il transito di persone; la riduzione di ostacoli agli spostamenti all’interno della Cisgiordania; il passaggio di autobus e di convogli di camion tra la Cisgiordania e Gaza; la costruzione di un porto marittimo a Gaza, e la riapertura dell’aeroporto di Gaza, che i bombardamenti di Israele avevano distrutto.<br />
Quell’accordo è stato raggiunto poco dopo che Israele aveva ritirato i suoi coloni e le forze militari da Gaza. Il motivo del ritiro è stato spiegato da Dov Weisglass, un confidente dell’allora presidente Ariel Sharon, che aveva l’incarico di negoziarlo e attuarlo.<br />
“Il significato del piano di ritiro è congelare il processo di pace,” ha detto Weisglass ad Haaretz. “ E quando si congela quel processo, si impedisce la creazione di uno Stato palestinese, si impedisce la discussione sui profughi, i confini, e Gerusalemme. In effetti questo intero “pacchetto” che si chiama lo stato palestinese, con tutto quello che comporta, è stato tolto indefinitamente dalla nostra agenda. E tutto con autorità e permesso. Tutto con la benedizione presidenziale [degli Stati Uniti] e la ratifica di entrambe le camere del Congresso.”<br />
“Il ritiro è in realtà come la naftalina,” ha aggiunto Weisglass. “Fornisce la quantità di naftalina che è necessaria, in modo che non ci sarà un processo politico con i palestinesi.”</h3>
<h3>Questo schema è continuato fino a oggi: con l’Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009, fino al quella denominata Pilastro della Difesa nel 2012, e fino a quella di questa estate, Margine Protettivo, che è stato finora l’attuazione più estrema della pratica di “tagliare l’erba del prato”.<br />
Per più di 20 anni, Israele si è impegnata a separare Gaza dalla Cisgiordania violando gli Accordi di Oslo che aveva firmato nel 1993, che dichiarano che Gaza e la Cisgiordania sono un’ unità territoriale inseparabile.<br />
Uno sguardo alla carta geografica ne spiega la ragione fondamentale. Separate da Gaza, tutte le enclave lasciate ai palestinesi, non hanno accesso al mondo esterno. Sono compresse da due potenze ostili: Israele e la Giordania, entrambi stretti alleati degli Stati Uniti – e contrariamente alle illusioni, gli Stati Uniti son ben lontani dall’essere un “onesto mediatore” neutrale.<br />
Inoltre, Israele si è sistematicamente impossessato della Valle del Giordano, cacciando via i palestinesi, creandovi degli insediamenti, scavando pozzi, e comunque assicurando che la regione – circa un terzo della Cisgiordania, dove c’è gran parte della sua terra arabile- sarà infine integrata in Israele insieme ad altre regioni che vengono acquisite.</h3>
<h3>I rimanenti distretti palestinesi saranno completamente imprigionati. L’unificazione con Gaza interferirebbe con questi piani che risalgono ai primi giorni dell’occupazione e che hanno avuto appoggio continuo dai maggiori blocchi politici israeliani.<br />
Israele potrebbe pensare che la sua acquisizione di territorio palestinese in Cisgiordania finora è andata così avanti che c’è poco da temere da qualche limitata forma di autonomia per le enclave che rimangono ai palestinesi.<br />
C’è anche una certa verità nell’osservazione del primo ministro Benjamin Netanyahu: molti elementi nella regione comprendono oggi che, nella lotta in cui sono minacciati, Israele non è un nemico, ma un socio.” Presumibilmente alludeva all’Arabia Saudita e agli Emirati del Golfo.</h3>
<h3>Il principale corrispondente di Israele nel campo della diplomazia, Akiva Eldar, aggiunge, tuttavia, che anche “tutti quei ‘molti elementi nella regione’ comprendono che non c’è alcuna mossa diplomatica coraggiosa e inclusiva all’orizzonte senza un accordo sulla creazione di uno stato palestinese basato sui confini del1967, e una giusta soluzione concordata per il problema dei profughi.”<br />
Questo non è nel programma di Israele, fa notare Eldar, e di fatto è in conflitto diretto con il programma elettorale del 1999 della coalizione Likud al governo, mai annullato, che “rifiuta assolutamente la creazione di uno stato arabo palestinese a ovest del fiume Giordano.”<br />
Alcuni esperti commentatori israeliani, specialmente l’opinionista Danny Rubinstein, crede che Israele sia a invertire il suo corso e ad allentare il suo controllo soffcante su Gaza.<br />
Vedremo.</h3>
<h3>Le testimonianze di questi anni passati lasciano intendere altro e i primi segni non sono di buon auspicio. Quando è finita l’Operazione Margine Protettivo, Israele ha annunciato la sua più grande appropriazione di terra in Cisgiordania fatta in 30 anni, quasi 1.000 acri (circa 400 ettari).<br />
Si sostiene comunemente da tutte le parti che, se l’accordo per i due stati è morto come conseguenza dell’acquisizione da parte di Israele delle terre palestinesi, allora il risultato sarà un solo stato a ovest del fiume Giordano.<br />
Alcuni palestinesi accettano questo esito, prevedendo che possono impegnarsi in una lotta per uguali diritti sul modello della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Molti commentatori israeliani avvertono che il conseguente “problema demografico” di più nascite arabe che israeliane e la diminuita immigrazione ebraica indebolirà la loro speranza di uno “stato ebraico democratico.”<br />
Ma queste diffuse convinzioni sono discutibili.</h3>
<h3>L’alternativa realistica a un accordo per i due Stati, è che Israele continuerà a portare avanti i piani che è andata attuando da anni: acquisire qualunque cosa sia di valore per sé in Cisgiordania, evitando allo stesso tempo concentrazioni di popolazione palestinese e rimuovendo i palestinesi dalle zone che sta occupando. Questo dovrebbe evitare il temuto “problema demografico.”<br />
Le aree che si stanno acquisendo comprendono una Grande Gerusalemme che si estesa ampiamente, l’area all’interno del muro della separazione, corridoi che solcano le regioni a est e probabilmente la valle del Giordano.<br />
E’ probabile che Gaza rimanga sotto il suo solito brutale assedio, separata dalla Cisgiordania. E le Alture del Golan in Siria – come Gerusalemme annesse in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza – diventeranno tranquillamente parte della Israele più Grande. Nel frattempo, i palestinesi della Cisgiordania verranno messi in distretti che non saranno fattibili, con speciali alloggi per le elite nello stile neo-coloniale standardizzato.</h3>
<h3>Per un secolo, la colonizzazione sionista della Palestina è proceduta principalmente in base al principio pragmatico della tranquilla creazione dei fatti compiuti, che fondamentalmente il mondo doveva finire per accettare. E’ stata una politica che è riuscita molto bene. Ci sono tutte le ragioni di aspettarsi che continui fino a quando gli Stati Uniti forniranno il necessario appoggio militare, economico, diplomatico e ideologico.<br />
Per coloro che sono interessati ai diritti di palestinesi trattati in modo brutale, non può esserci una probabilità maggiore che operare per cambiare le politiche degli Stati Uniti, un sogno non affatto fine a se stesso.</h3>
<h3>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Il libro più recente di Noam Chomsky è: Power Systems: Conversations on Global Democratic Uprisings and the New Challenges to U.S. Empire. Interviews with David Barsamian [ Sistemi di potere: conversazioni sulle insurrezioni democratiche nel mondo e le nuove sfide all’impero statunitense. Interviste con David Barsamian]. E’ stato pubblicato nel 2013 in Italia dalla Casa editrice Ponte alle Grazie, con il titolo: Sistemi di potere. Conversazioni sulle nuove sfide globali.<br />
Chomsky è professore emerito di Linguistica and Filosofia al Massachusetts Institute of Technology, a Cambridge.<br />
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo<br />
<a href="www.znetitaly.org">www.znetitaly.org</a><br />
Fonte: <a href="http://zcomm.org/znetarticle/facts-on-the-ground">http://zcomm.org/znetarticle/facts-on-the-ground</a></p>
<p>Traduzione di Maria Chiara Starace</h3>
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		<title>Gaza, vergogna d&#8217;Europa e degli Usa</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Dec 2013 23:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Norman G. Filkenstein è un ebreo canadese, figlio di genitori sopravvissuti alla tragedia del ghetto di Varsavia e al campo di sterminio di Auschwitz, che ha scritto il libro “L’industria dell’Olocausto: lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei” per denunciare come tale industria abbia corrotto sia la cultura ebraica che la autentica memoria della Shoà. Il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Norman G. Filkenstein è un ebreo canadese, figlio di genitori sopravvissuti alla tragedia del ghetto di Varsavia e al campo di sterminio di Auschwitz, che ha scritto il libro “L’industria dell’Olocausto: lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei” per denunciare come tale industria abbia corrotto sia la cultura ebraica che la autentica memoria della Shoà. Il libro dimostra che tale sfruttamento avviene per ottenere vantaggi politici ed economici e per fare gli interessi di Israele. Filkenstein sul suo sito ha pubblicato un appello urgente per aiutare Gaza colpita da una inondazione che rende la vita ancor più impossibile del solito. Appello che mi pare doveroso diffondere. Me lo hanno inviato un gruppo di sardi colpiti dai recenti disastri del maltempo in Sardegna, che si chiedono perché gli abitanti di Gaza vengano invece abbandonati al loro destino.</strong></p>
<p><strong>La versione originale dell’appello di Filkenstein la si trova qui: </strong><a href="http://normanfinkelstein.com/2013/state-of-emergency-in-gaza-what-we-can-do/"><strong>http://normanfinkelstein.com/2013/state-of-emergency-in-gaza-what-we-can-do/</strong></a></p>
<p><strong>E questo video aiuta a capire la situazione: </strong><a href="dihttp://www.youtube.com/watch?v=uVBGysDrcsE"><strong>dihttp://www.youtube.com/watch?v=uVBGysDrcsE</strong></a></p>
<p><strong>——————————————</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Abbiamo deciso di pubblicare questa relazione inviata da Mohammed Omer come avviso urgente: gli abitanti di Gaza hanno bisogno del nostro aiuto ora!</strong></p>
<p><strong>Contattate il Segretario di Stato USA John Kerry</strong></p>
<p><strong>Scrivi a: US Department of State 2201 C ST., NW Washington, DC 20520</strong></p>
<p><strong>Telefona al: 202-647-4000; selezionare l&#8217;opzione 4 e chiedere dell&#8217;operatore per la linea di commento. 202-647-6575 (Public Communication Division), selezionare l&#8217;opzione 8 per lasciare il vostro commento. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Stato di emergenza a Gaza</strong></p>
<p><strong>di Mohammed Omer </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Fa freddo, non c&#8217;è corrente, e sto ricaricando il mio computer usando una batteria per auto, al fine di mandare questo messaggio. Fa così freddo a Gaza che ognuno ha i piedi freddi e il naso freddo. Una nuova tempesta sta colpendo questa enclave assediata. Non c&#8217;è elettricità, e la carenza di acqua, carburante e servizi vitali significa che la gente semplicemente si siede e aspetta l&#8217;ignoto. Decine di case a est di Gaza City, nel nord della Striscia di Gaza, a Khan Younes e Rafah sono inondate dalla pioggia. Il sistema di depurazione non può funzionare e la municipalità di Gaza ha annunciato lo stato di emergenza.<span id="more-4432"></span></strong></p>
<p><strong>Le scuole e la maggior parte dei negozi sono chiusi, non c&#8217;è traffico e poche persone stanno camminando per la strada. I camion della nettezza urbana della città di Gaza sono a un punto morto a causa della carenza di carburante. Ero abituato ai camion arancione brillante che in genere passavano, suonando il clacson, un segno per tutti i miei vicini di portare la loro spazzatura per la raccolta. Ora l&#8217;asino è la nostra unica speranza rimasta. Dalla scorsa settimana, quando le forniture di carburante sono rimaste a secco, l&#8217;unico suono che si sente è ora il click-click dei loro zoccoli mentre tirano i loro carretti lungo la strada alle 4 del mattino. A mezzogiorno, hanno raccolto tutto il possibile sulla loro strada indaffarata. Nel quartiere di Gaza Barcellona, i contenitori della spazzatura sono stracolmi, un fenomeno normale in quanto il combustibile è esaurito.</strong></p>
<p><strong>Sono sceso a chiacchierare con il 41enne Abu Ghaleb. Da solo, sul suo carretto con l&#8217;asino, non c&#8217;è modo che Abu Ghaleb possa riuscire a ripulire tutte le strade dalla spazzatura. Un uomo timido ed esile, la sua attenzione è concentrata solo sulla raccolta di sacchi di immondizia, che accumula sul carretto, li svuota, poi si sposta al palo successivo. Prima della crisi, Abu Ghaleb vendeva datteri da palma dal suo carretto, chiamando i clienti attraverso un altoparlante. Si tratta di un business che non paga bene, soprattutto quando le persone hanno i loro stipendi in ritardo e non possono comprare i suoi datteri, che iniziano a rovinarsi sul carrello. Ora la sola opzione di Abu Ghaleb è quella di raccogliere spazzatura, che gli fa guadagnare circa 200 dollari al mese, non molti per sfamare la sua famiglia, così come il suo asino. Ma almeno lui mantiene un senso dell&#8217;umorismo sulla situazione. Lui mi dice, sorridendo timidamente, &#8220;La crisi del carburante significa che le persone come me ottengono qualche lavoro, almeno”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Poiché il comune di Gaza non può permettersi di acquistare nafta israeliana costosa, paga 450 persone, che lavorano con 250 asini, per eliminare enormi mucchi di spazzatura prima che i rischi per la salute peggiorino fra i 1,8 milioni di civili  sotto assedio da parte di Israele. Dopo aver raccolto mucchi di immondizia e riempito il suo carretto fino all&#8217;orlo, Abu Ghaleb è stanco e si scusa. So bene che io non lo vedrò per molti giorni, perché è così forte la richiesta del suo lavoro. Quindi la mia unica opzione è quella di trovare un posto per scaricare la spazzatura dal mio appartamento. L&#8217;odore sta diventando insopportabile. Nella 8th Street nella città di Gaza mi imbatto in una madre e la sua piccola figlia su un carretto. Mi chiedo se lei sta facendo un lavoro simile a quello di Abu Ghaleb e porti sua figlia con lei. Ma presto ho imparato che si guadagna da vivere, e sostiene otto figli, dal riciclaggio dei rifiuti domestici. Lei può usare la plastica per coprire una finestra rotta o un vecchio telaio per fare oggetti improvvisati di arredo.</strong></p>
<p><strong>Non avevamo acqua negli ultimi due giorni, quando non c&#8217;è combustibile l&#8217;acqua non viene pompata regolarmente nelle case. Il serbatoio sul nostro tetto è vuoto. Quindi non possiamo nemmeno lavare il nostro gabinetto. Il carburante non può entrare a Gaza attraverso i tunnel di approvvigionamento recentemente chiusi dal nuovo governo egiziano. Come risultato l&#8217;impianto di trattamento delle acque di Gaza è fermo, con liquami che arrivano alla cintola in alcune strade e inondano le case, portando con sé ratti e malattie. La lotta politica tra Hamas e gli avversari &#8211; Israele e l&#8217;Autorità palestinese da un lato, e il regime egiziano dall&#8217;altro &#8211; sta influenzando la vita di tutti qui. Secondo le Nazioni Unite, la Turchia ha donato 850 mila dollari per alleviare la crisi. Ma da quello che ho sentito dal comune locale, questo rappresenta solo una piccola goccia in un grande secchio. I 16.700 litri di carburante che sono stati ricevuti a Gaza City dureranno solo per pochi giorni. I funzionari dicono che la Striscia di Gaza ha bisogno di 150.000 litri al mese solo per i camion della nettezza urbana. Questa sera, l&#8217;odore delle inondazioni fognarie riempie il mio naso. Inspiro ed espiro la puzza di spazzatura marcia. L&#8217;aria della notte è piena di questo odore soffocante, e la mattina posso solo sperare che Abu Ghaleb sia in giro con il suo asino e carretto per cercare di sgombrare più che può. E mi domando se il segretario di Stato americano John Kerry è a conoscenza della situazione di Gaza. Avrebbe trovato accettabile se i cittadini israeliani vivessero nelle stesse condizioni degli abitanti di Gaza? O a Gaza non contiamo come esseri umani?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Mi aggiro per strada per vedere cosa fanno gli altri. Abu Karim si siede nel suo supermercato, con la porta chiusa, incapace di tollerare l&#8217;odore. Uno dei suoi vicini di casa ha cercato di ridurre l&#8217;odore bruciando la spazzatura, così ora l&#8217;aria della notte è piena di fumo e dell&#8217;odore nauseabondo di plastica bruciata. Respirare, atto necessario per vivere, è faticoso, e sono consapevole del fatto che comunque cerco di descrivere questo pasticcio ai lettori di Washington Report , non posso farlo  rendendo giustizia della situazione. Il mio amico Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite, ha descritto la situazione a Gaza come una catastrofe imminente. Posso solo sperare che rimanga “imminente” senza ulteriore peggioramento.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Mentre le inondazioni continuano a invadere le case della gente, Abu Ghaleb &#8211; e anche il suo asino &#8211; capiscono la situazione disastrosa del popolo di Gaza. Ma i leader politici invece non possono o non vogliono capirla.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Egitto, fine delle illusioni occidentali sulla bontà dei colpi di Stato in casa altrui quando ci fa comodo.</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Aug 2013 14:19:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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<p><strong>La tragedia egiziana ha posto la parola fine a un’altra illusione dell’Occidente, e dell’Europa in particolare: all’illusione, vale a dire, che i colpi di Stato militari possano arginare man mano e una volta per tutte le spinte popolari extra occidentali che per un motivo o per l’altro non ci piacciono. Quest’illusione si fonda sul fatto che di norma gli ufficiali militari che costituiscono l&#8217;ossatura delle forze armate altrui sono stati formati quasi tutti nelle più prestigiose accademie e scuole militari degli Usa e dell’Europa. Quelle italiane, per esempio,  hanno contribuito a formare il colonnello Gheddafi e il generale Siad Barre, ex sottotenente dei carabinieri italiani, diventati a suo tempo con i rispettivi colpi di Stato i padroni di lungo corso della Libia il primo e della Somalia il secondo. Finiti entrambi come sono finiti: ucciso dai ribelli il primo, cacciato a furor di popolo il secondo.</strong></p>
<p><strong>In Tunisia il generale Ben Ali, che nel 1987 abbatté con un colpo di Stato morbido il presidente Bourguiba prima di essere cacciato a sua volta con la cosiddetta “primavera araba” nel gennaio 2011, si guadagnò i gradi nella prestigiosa Ecole spéciale militaire de Saint-Cye e nell’Ecole d’application de l’artillerie de Chalons-sur-Marne, per poi perfezionarsi nella Senior Intelligence School e infine nella School for Anti-Aircraft Field Artillery negli Usa. E a metterlo in sella a Tunisi furono i nostri segreti militari, che seppero agire con discrezione: Bourguiba fu deposto per senilità a 84 anni e fatto accudire da una equipe di medici nel suo dorato palazzo di Monastir.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E&#8217; francamente incomprensibile, se non con l&#8217;odio verso gli islamici in generale, la simpatia con la quale soprattutto in Italia è stato accolto il colpo di Stato che in Egitto ha portato in galera il presidente Mohamed Morsi. Candidato dei Fratelli Musulmani, Morsi nel giugno dell&#8217;anno scorso ha vinto le prime elezioni libere e democratiche egiziane, che hanno posto fine ai quasi 30 anni di potere di Hosmi Mubarak, generale dell&#8217;aeronautica diventato presidente. I generali che hanno deposto e arrestato Morsi, primo non militare diventato presidente,li abbiamo applauditi come “salvatori della democrazia”, nonostante siano stati le colonne portanti del potere man mano sempre più duro di Mubarak. Il precedente algerino avrebbe dovuto invece farci riflettere di più, ma si è preferito ignorarlo. Purtroppo i fatti però sono testardi, e continuano a esistere anche se non se ne parla. Com’era prevedibile, in Egitto si sta ripetendo infatti quanto successo in Algeria nel 1992, quando alla vittoria schiacciante del Fronte Islamico di Salvezza Nazionale, che nel primo turno delle libere elezioni aveva riportato nel dicembre 1991 il 60% dei voti, l&#8217;esercito applaudito dall’intero Occidente rispose con un golpe. Golpe che se ha rassicurato in particolare la Francia, ha però aperto la strada a una guerra civile particolarmente feroce, che ha mietuto centinaia di migliaia di morti. E che tuttora lascia aperta la porta ad altre possibili convulsioni dagli sbocchi potenzialmente ancora più gravi.<span id="more-4284"></span><br />
</strong></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Un tentativo di derubare della vittoria elettorale gli islamici è stato fatto anche in Tunisia dopo la cacciata nel 2011 di Ben Alì, padrone di fatto del Paese per 23 anni di fila. Nonostante la chiara, indiscutibile vittoria del partito islamico Ennahda, l’appoggio soprattutto italiano è andato alle proteste di un partitello dal nome francese di “&#8221;Petition populaire&#8221;, fondato da un miliardario inglese di origine tunisina diventato famoso per le sue promesse mirabolanti, tra le quali un ponte da Tunisi alla Sicilia. I seguaci del miliardario per un po’ hanno messo a soqquadro la cittadina di Sidi Bouzid, incendiando il tribunale e saccheggiando negozi e uffici. In quasto caso però i militari hanno preferito rimanere al loro posto.</span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come è noto, la strategia dei colpi di Stato militari, sempre sanguinosi e sfociati in dittature feroci, a tutto vantaggio dell’Occidente, in particolare della Nato, ha funzionato per decenni in Centro e Sud America, in Indonesia, Congo, Iran, Pakistan, ecc. Ce n’è stata una intera serie perfino nell’europea Grecia e nella vicina Turchia, entrambi Paesi membri della Nato, ed erano golpe foraggiati soprattutto dagli Usa per &#8220;difendere il mondo libero&#8221;, cioè non comunista. Alla Casa Bianca erano preoccupati per la tenuta del fianco orientale della Nato in zone del pianeta confinanti con l’allora esistente Unione Sovietica, il gigante comunista dal formidabile armamento anche atomico, ma dai piedi d’argilla per mancanza di industria leggera, benessere e libertà politiche. Crollata l&#8217;Urss e scomparso &#8220;il pericolo comunista&#8221;, sono stati velocemente sostituiti con l&#8217;Islam e &#8220;il pericolo islamico&#8221;, così come la &#8220;guerra fredda&#8221; è stata sostituita con la &#8220;guerra mondiale al terrorismo&#8221;. Invenzione quest&#8217;ultima che ha permesso all&#8217;enorme apparato industriale bellico di continuare a prosperare. Il tutto ha permesso anche il riciclaggio del golpismo in chiave &#8220;democratica&#8221;, ma l&#8217;illusione non è durata molto.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il caso vuole che &#8220;i bei tempi&#8221; del golpismo filo occidentale facile e vincente sono finiti proprio nella Turchia dove erano iniziati con il golpe di Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia:  nata laica nel 1923 e rimasta tale mentre nel resto del mondo musulmano soffiavano il vento islamico prima e quello islamista dopo.</strong></p>
<p><strong>Iniziato il nuovo millennio, in Turchia sono diventati rispettivamente capo dello Stato e primo ministro Abdullah Gül e Tayyip Erdogan, entrambi leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), formazione islamica e conservatrice nata nel 2001. Man mano che i voti dell&#8217;AKP crescevano i governi provvedevano a limare il potere dei militari, considerati sin dal varo della  costituzione kemalista i guardiani, i custodi e i garanti non solo dell’integrità territoriale, ma anche della laicità dello Stato. I conti con i militari sono stati infine regolati di recente con il processo noto come Ergenekon, concluso con una quindicina di  ergastoli comminati ad alti papaveri con le stellette accusati di progettare un golpe. Fra i nomi eccellenti, Ilker Basbug, ex capo di stato maggiore, e Veli Kacuk, ex capo dell’esercito.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come le atomiche, l&#8217;industria automobilistica, quella areonautica, degli armamenti, cinematografica, giornalistico televisiva, ecc., e lo sviluppo economico impetuoso non sono più esclusivo appannaggio europeo e statunitense, così non lo sono più le accademie e le buone scuole militari. La loro influenza nel resto del mondo è molto ridimensionata, se non finita. Lo dimostra clamorosamente la pioggia di ergastoli turchi: nell&#8217;ex Terzo Mondo, nei Paesi in via di sviluppo diventati in gran parte anche loro Paesi sviluppati, è finita sia l&#8217;epoca dei golpe &#8220;anticomunisti&#8221; che di quelli &#8220;filodemocratici&#8221;. Pare sia arrivata l&#8217;epoca nella quale fare i conti senza filtri e barriere protettive con le scelte elettorali delle popolazioni, e governi conseguenti, ci piacciano o no.</strong></p>
<p><strong>Triste ironia della sorte, questa nuova tragedia epocale avviene nella stessa città, Il Cairo, dove l&#8217;allora neo eletto Obama promise &#8220;nuovi rapporti col mondo slamico&#8221;: s&#8217;è visto&#8230; In quanto a chiacchiere anche Obama sta bene. Molto bene. La democrazia in casa altrui ci va bene solo se non intacca i notri privilegi e il nostro predominio.</strong></p>
<p><strong>I militari egiziani &#8211; e varie cancellerie europee &#8211; pare però non abbiano ancora capito il senso e la prtata del nuovo trauma egiziano. Avanti di questo passo, al Cairo rischiano &#8211; e noi rischiamo in Europa &#8211; di capirlo in modo ben più traumatico dei loro colleghi di Ankara.</strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman';"> </span></div>
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		<title>Attacco aereo di Israele all&#8217;Iran? Tecnicamente impossibile: può servire solo a voler costringere gli Usa a intervenire militarmente</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2012 13:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le guerre peggiori scoppiano d’estate. Forse perché il gran caldo fa impazzire non solo le menti deboli. La prima guerra mondiale iniziò il 28 luglio, la seconda il 1° settembre, l’invasione israeliana del Libano che portò alla mattanza di Sabra e Chatila scattò il 6 giugno. Sta dunque per esplodere anche la guerra di Israele [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le guerre peggiori scoppiano d’estate. Forse perché il gran caldo fa impazzire non solo le menti deboli. La prima guerra mondiale iniziò il 28 luglio, la seconda il 1° settembre, l’invasione israeliana del Libano che portò alla mattanza di Sabra e Chatila scattò il 6 giugno. Sta dunque per esplodere anche la guerra di Israele contro l’Iran? Quasi tutti lo danno per certo. Netanyahu, Barak, Lieberman e il loro rabbino di riferimento Josef Ovadia, che prega per “la distruzione dell’Iran”, forse hanno tutte le rotelle a posto, ma sono spinti da uno zelo politico “religioso” (!) tipico dei fanatici pericolosi sotto ogni cielo. E in effetti il governo israeliano sta costruendo caparbiamente la legittimità morale della sua guerra contro Teheran senza tenere in conto – almeno in apparenza &#8211; neppure i sondaggi che dimostrano come la gran parte degli israeliani sia contro questa nuova guerra: 42% di no contro il 32 di sì, il resto è incerto. Se poi si dovesse tener presente il parere dei palestinesi che di fatto vivono insaccati in enclave interne a Israele, pari a 2,1 milioni di persone, e quello degli arabi con cittadinanza israeliana, il 20% della popolazione israeliana, pari a quasi un altro milione e mezzo di persone, ecco che quel 42% schizzerebbe molto più in alto. Ma in Israele i non ebrei non hanno molta voce. E la stampa è impegnata a suonare la grancassa a favore del governo  in modo da coprire o diluire le voci critiche. Eccone un buon campionario, scelto non da me, ma da chi è per Israele senza se e senza ma, sempre e comunque, e come se non bastasse spinge anche per la guerra all’Iran: <a href="http://www.israele.net/articolo,3513.htm">http://www.israele.net/articolo,3513.htm</a> . </strong></p>
<p><strong>Senza contare l’atteggiamento di parte di alcune comunità all’estero, come quella che in Italia si riconosce nella linea isterica di  Informazione Corretta, il cui motto è in pratica l’allucinante e allucinato “Armiamoci e partite”, con la strana pretesa di insegnare agli israeliani cosa devono fare e di spingerli alla guerra restandosene però loro comodamente al calduccio e al sicuro in Italia e altrove lontano da Israele.<span id="more-3715"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Dato che abbiamo nominato il rabbino Ovadia, che nonostante le apparenze e i vestiario bizzarro NON è una innocua figura folkloristica, ma il capo carismatico di un partito di governo e di destra “religiosa” ultra ortodossa, cioè di ultra destra, qual è il partito Shas, vale la pena fare una domanda. Questa: perché quando Ovadia parla di “distruggere l’Iran”, cioè un Paese di 70 milioni di persone, facciamo un sorriso e non lanciamo allarmi, mentre quando, barando sulla traduzione, le stesse cazzate le dice Ahmadinejad nei confronti di Israele, che di abitanti ne ha un decimo dell’Iran, suoniamo le sirene d’allarme e ci strappiamo vesti e capelli invocando la guerra all’Iran?</strong></p>
<p><strong>Se l’invasione dell’Iraq è stata possibile grazie alla frottola avvalorata dagli Usa che Saddam produceva armi atomiche, il colpo all’Iran si basa su più frottole e allarmi assurdi. Si afferma infatti che Teheran sia arrivata ad arricchire l’uranio 238, militarmente inutilizzabile, fino al 20% di uranio 235, l’isotopo utile per produrre una bomba atomica perché molto più instabile e quindi idoneo a innescare la fulminea reazione a catena che scatena l’esplosione. Ma le atomiche si fanno con l’uranio arricchito almeno al 90-95% di uranio 235, mentre con quello al 20% si possono fare solo attrezzature mediche o per altre applicazioni industriali, ma certo non ordigni esplosivi. Arrivare al 90-95% di arricchimento è per gli iraniani semplicemente impossibile. Ma andiamo per ordine</strong></p>
<p><strong>Sono 20 anni che l’establishment israeliano predica l’inevitabilità dello scontro militare con l’Iran. Già nel 1992 il neo primo ministro Yitzak Rabin nella sua prima visita negli Usa si spese non poco per convincere la Casa Bianca che l’Iran è un pericolo troppo grande per gli interessi e la sicurezza di Israele. Però Rabin, che come è noto è finito ucciso da un fanatico israeliano, si oppose alla guerra contro Teheran, come vi si oppose in seguito lo stesso Ariel Sharon, nonostante le pressioni e le pretese dei capi militari. Tra i quali spiccava il generale Ephraim Sneh, uno dei comandanti del raid ad Entebbe del 1976 nel quale perse la vita, unico tra gli israeliani, Yonatan Netanyahu, fratello dell’attuale primo ministro. E’ dal  1993 che Sneh avverte:  “Carthago delenda est”, dove per Carthago non si intende più Cartagine, bensì Teheran: “l’Iran è pericolo strategico per lo Sato di Israele”, usa dire Sneh agitando il suo corposo dossier per dimostrarlo.</strong></p>
<p><strong>E’ proprio Sneh a non lasciare oggi adito a dubbi di sorta: “Non parliamo di risposta a un attacco iraniano: a Israele spetta infatti la prima mossa”. Per giunta, il generale aggiunge: “La rappresaglia iraniana sarebbe dolorosa, ma sostenibile”. Il governo prevede infatti una guerra lampo di soli 30 giorni e un massimo di appena 600 vittime civili israeliane. Chi non è d’accordo perché ritiene non concreta la minaccia di un attacco iraniano e catastrofiche le conseguenze di un attacco israeliano, viene sostituito. E chi ritiene illusoria come sempre l’idea della guerra lampo, detta anche Blitzkrieg con il termine coniato dai tedeschi della seconda guerra mondiale,  non viene ascoltato. Un anno e mezzo fa venne destituito l’allora capo del Mossad, generale Meir Dagan. All’ex capo di stato maggiore delle forze armate Gabi Askhenazi, l’uomo che diresse la sanguinosa invasione di Gaza nota come “Piombo fuso” e che oggi non ritiene realistico un attacco dell’Iran contro Israele, non viene dato credito.</strong></p>
<p><strong>Ma come stanno le cose sul piano strettamente militare? Vediamo.</strong></p>
<p><strong>L’aviazione israeliana non ha portaerei, motivo per cui i suoi velivoli devono decollare da aeroporti israeliani. Non possiede bombardieri a lungo raggio come i B-1 e B-2 degli Usa, e neppure una gran flotta di aerei cisterna per rifornimenti in volo. Israele sarebbe quindi costretta a sorvolare spazi aerei altrui. La via diretta per Natanz, sede di una centrale nucleare ritenuta “sospetta”, a torto visto che un’autostrada trafficata anche da turisti, due anni fa me compreso, vi passa a più o meno 200 metri di distanza,  conta quasi 1.800 chilometri sorvolando Iraq e Giordania. Responsabili militari del cielo iracheno sono gli Usa, che non darebbero certo il permesso di sorvolo visto che non sono d’accordo con Netanyahu.</strong></p>
<p><strong>Non resta che passare sopra l’Arabia Saudita, con un percorso di 2.400 chilometri, o sorvolare la Turchia, su una rotta di 2.200 chilometri. Sia l’Arabia Saudita che la Turchia sono però alleati degli Usa e possiedono una notevole forza aerea, fornita dagli Usa. In più la Turchia fa parte della Nato e ospita una grande base aereonautica a mezzadria con gli Usa che verrebbe a trovarsi proprio sulla rotta dei velivoli israeliani.</strong></p>
<p><strong>Tutto ciò comporta due conseguenze. La prima – anche ammesso che nessuno degli Stati sorvolati abusivamente reagisca &#8211; è che sarebbe impossibile l’effetto sorpresa. La seconda è che sarebbero impossibili ulteriori ondate di attacchi israeliani. Infatti, anche se colti di sorpresa al primo sorvolo, in seguito tutti gli Stati in questione, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Turchia sarebbero invece in grado di reagire. E la loro reazione  comporterebbe per Israele conseguenze pesanti, con problemi irrisolvibili. La violazione dei cieli iracheni metterebbe inoltre gli Usa in una posizione con Bagdad più brutta di quella attuale e un’eventuale seconda ondata di bombardamenti provocherebbe quasi di sicuro la crisi definitiva tra l’Iraq e gli Usa.</strong></p>
<p><strong>Come seconda ondata di bombardamenti, a Israele non resterebbero che i missili lanciati dai suoi sottomarini. Ma i missili costano molto più delle bombe e Israele nei sottomarini e navi militari di superficie non ne possiede in grande quantità.</strong></p>
<p><strong>Facciamo ora un po’ di conti: con quali velivoli avverrebbe l’attacco ordinato da Netanyahu? Israele possiede 25 cacciabombardieri  F 151, dotati di 2.500 chilometri di autonomia di volo, e 100 cacciabombardieri F 161, la cui autonomia di volo secondo indiscrezioni israeliane può essere di 2.100 chilometri, ma negli Usa se ne accreditano solo 1.500-1.600. In conclusione, 125 cacciabombardieri in totale potrebbero colpire molti siti iraniani, ma non tutti e non con attacchi multipli. Dopo avere colpito, per tornare in patria avrebbero comunque bisogno di essere riforniti in volo. Ma non ci sono aerei cisterna sufficienti. E comunque al momento della delicata manovra di rifornimento in volo su un Paese sovrano, il cui spazio aereo è stato violato per una aggressione non condivisa, sia i cacciabombardieri che gli aerei cisterna diverrebbero bersagli fin troppo facili.</strong></p>
<p><strong>Insomma, per risparmiare carburante gli israeliani dovrebbero sorvolare la Giordania e l’Iraq, vale a dire due Stati  in rapporti stretti con gli Usa, il che autorizzerebbe il mondo intero a credere che in realtà Natanyahu agisca su mandato o disco verde di Obama. Cosa che renderebbe impossibile per gli Usa di proseguire l’attuale politica nel medio Oriente, vanificando soprattutto quanto fatto in Iraq.</strong></p>
<p><strong>Oppure non resta che utilizzare come aerei cisterna metà degli F 161, cosa possibile se al posto delle bombe li si carica di serbatoi di carburanti. Ma questo significa che l’attacco verrebbe sferrato non con 100, ma solo con 50 degli  F 161 in dotazione a Israele. Se poi dovessero rifornire in volo anche gli F 151, ecco che gli F 161 utilizzabili per l’attacco scendono ad appena 25 velivoli. Sommati agli F 151, viene fuori la cifra di 50 aerei utilizzabili. Come dire che l’attacco dal cielo è fallito in partenza, perché non può assolutamente colpire tutto ciò che secondo gli israeliani c’è da colpire.</strong></p>
<p><strong>Conclusione? Le conclusioni sono due:</strong></p>
<p><strong>+ o si usano solo 50 aerei, con rifornimenti in volo più o meno da tiro al piccione, o se ne usano al massimo tutti e 125, ma per una unica ondata. Impossibile che colpiscano tutti gli obiettivi indicati dai servizi segreti. Impossibile, in particolare, che possano colpire eventuali obiettivi scoperti nel corso e a causa delle operazioni di sorvolo e bombardamento.</strong></p>
<p><strong>+ In ogni caso, i programmi nucleari iraniani, ammesso che puntino davvero alla bomba atomica, verrebbero ritardati per non più di un paio d’anni, ma certo non cancellati.</strong></p>
<p><strong>Neppure Israele si può permettere il lusso di bombardare l’Iran ogni due anni…. Né di praticare in eterno la politica del bombardare a suo piacimento i Paesi che non le obbediscono o, come fa in Iran, di assassinarne gli scienziati atomici e sabotarne con virus informatici gli impianti.. E qui vale la pena di notare che bombardare un Paese o accopparne suoi cittadini costituisce atti di guerra, che da soli legittimerebbero la reazione militare degli interessati. Che però sono evidentemente più saggi e sani di mente di quanto si vuole far credere, visto che si guardano bene dal restituire pan per focaccia. Cosa succederebbe se fosse l’Iran o l’Egitto o la Siria o l’Arabia Saudita a bombardare gli impianti di produzione di armi nucleari di Dimona, in Israele, o a uccidere suoi scienziati nucleari? Forse che Israele ha più diritti degli altri Stati? Certo che no. Certe cose le può fare solo perché è militarmente più potente, ma il diritto non c’entra assolutamente nulla se non il solito diritto del più forte. Che però alla lunga diventa un boomerang e produce disastri, come dimostrano i libri di Storia.</strong></p>
<p><strong>Aggiungo che fa un brutto effetto sentire personalità israeliane vantarsi di “armi segrete la cui esistenza abbiamo tenuto nascosta anche ai nostri alleati americani”, armi segrete che a loro dire garantirebbero la vittoria istareliana. Verso la fine della seconda guerra mondiale c’era un tale di nome Adolfo e un altro tale di nome Benito che promettevano la vittoria parlandosi addosso proprio di armi segrete…. </strong></p>
<p><strong>Insomma, il colpo risolutivo come quello che distrusse gli impianti nucleari iracheni a Osirak e l’altro che distrusse la centrale nucleare (per uso civile!) in costruzione in Siria NON è replicabile con l’Iran. Che ha imparato dalla Corea del Nord a costruire a grande profondità tutto ciò che non può correre il rischio di essere bombardato. Dato che ci siamo, varrebbe la pena osservare che non è proprio il massimo della civiltà costringere Paesi sovrani a ridursi come le talpe…. Ma tant’è, abbiamo fatto anche di peggio.</strong></p>
<p><strong>Passiamo ora alla questione dell’allarme lanciato con la scusa dell’uranio arricchito al 20%. Che non serva per fare bombe lo abbiamo già detto. Vediamo ora perché gli iraniani non potranno arrivare a produrre quello arricchito al 90-95% se non in tempi biblici. Per arricchire l’uranio, estraendo il rarissimo 235 dalla gran massa di 238, è necessario trasformare il minerale in gas esafluoruro d’uranio e farlo passare attraverso almeno 40.000 ultracentrifughe. Le quali schizzano via man mano un po’ alla volta dal gas il 238, più pesante del 235, e trattengono quest’ultimo per passarlo ognuna all’ultracentrifuga successiva. In modo che, non prima di 40 mila passaggi successivi, si arrivi ad ottenere piccoli quantitativi arricchiti al 90-95% di uranio 235.</strong></p>
<p><strong>L’Iran però di ultracentrifughe ne possiede al massimo tra le 5 e le 7 mila. Non ha le tecnologie necessarie per costruirle e non troverà mai nessuno che gliene venda altre 35 mila.  Ecco perché l’allarme lanciato per fare accettare all’opinione pubblica l’aggressione all’Iran è un allarme fasullo, basato su una grande frottola. Con buona pace dei giornali secondo i quali  con il minerale arricchito ad appena il 20% l’Iran passerebbe subito a produrre “varie superbombe atomiche”. Come se la Fisica nucleare fosse un’opinione….</strong></p>
<p><strong>Certo, le atomiche si possono produrre anche con il plutonio, ma anche in questo caso ci vuole una tecnologia molto particolare. Tanto particolare che nessuno, onde evitare il ridicolo, solleva questo tipo di allarme contro l’Iran.</strong></p>
<p><strong>Veniamo infine all’ipotesi estrema, e cioè che gli iraniani riescano a lanciare una o due atomiche su Israele. Ipotesi da fantascienza per due buoni motivi. Il primo è che il Segretario di Stato Usa, signora Hilary Clinton, ha già chiarito pubblicamente che il governo di Teheran non farebbe in tempo neppure a mettere il primo missile in posizione di lancio che “verrebbe ridotto all’epoca delle caverne”. Ridotto alla preistoria da una grandinata di missili a testate atomiche lanciati dalle navi Usa di stanza nel Golfo Persico e dintorni.</strong></p>
<p><strong>Il secondo motivo è che anche ammesso, ma non concesso, che gli iraniani facessero in tempo a lanciare ordigni nucleari su Israele, è sicuro che verrebbero comunque cancellati dalla faccia del pianeta dalla rappresaglia Usa e soprattutto israeliana: i missili con testate nucleari di Israele sono infatti già da tempo puntati su una serie di obiettivi iraniani.</strong></p>
<p><strong>Non ha quindi nessun senso parlare di atomiche iraniane lanciate su Israele, si tratta solo di propaganda su un tema che vede l’opinione pubblica tanto ipersensibile quanto del tutto ignorante, alla quale quindi si può dare da bere di tutto per suscitarne le reazioni nella direzione voluta. In Israele e nell’intero Occidente ha fatto presa quanto dichiarato da un intellettuale pur moderato come Benny Morris, studioso che ha smontato quasi tutte le versioni ufficiali, tutte edificanti, sulla nascita dello Stato israeliano mostrandone una ben diversa realtà storica. “Gli iraniani sono spinti da una logica superiore. E lanceranno i loro razzi. Tutto sarà finito in pochi minuti per Israele”.</strong></p>
<p><strong>Parole suggestive, che colpiscono nel profondo, ma che non hanno nessuna base reale. Evidentemente fondate sul razzismo, visto che   bollano gli oltre 70 milioni di iraniani come incivili desiderosi di genocidio altrui e proprio! Perché il grave allarme di Morris non ha nessuna base reale? Due motivi li abbiamo spiegati prima, ma ce ne sono almeno altri due.</strong></p>
<p><strong>Il primo degli altri due motivi è che in Israele c’è Gerusalemme, con la sua Spianata delle Moschee, e ci sono non pochi altri luoghi sacri anche per l’islam, come per esempio la mosche di Abramo a Hebron. Nessuno Stato islamico potrebbe mai arrivare a distruggerli, tanto meno uno Stato retto da una teocrazia come quella iraniana, che non a caso ha dato all’Iran il nome di Repubblica Islamica. Né più e né meno come il Vaticano non lancerebbe mai atomiche su Gerusalemme o Betlemme o Nazareth e Israele non le lancerebbe mai su quella che era Ur, oggi in Iraq, perché da quella città secondo la tradizione provenivano Abramo e la sua gente.</strong></p>
<p><strong>Il secondo degli altri due motivi è che dentro i confini dello Stato israeliano tra palestinesi, 2,1 milioni di esseri umani, e arabi israeliani, un altro milione e mezzo, vivono 3,6 milioni di islamici. Nessuno Stato islamico oserebbe massacrarli se non in una guerra direttamente  contro di loro. E insistere sulla volontà di martirio di TUTTI gli islamici è solo pura demagogia, razzismo della peggior specie. Né più e né meno come dire che tutti i cattolici aspirano al martirio per imitare Cristo o che gli ebrei della Germania nazista accettavano con entusiasmo le camere a gas.</strong></p>
<p><strong>Facciamo ora l’ipotesi che non ci auguriamo neppure da lontano, e cioè che gli iraniani impazziscano e riescano a fare arrivare a destinazione un paio di atomiche. Davvero “Tutto sarà finito in pochi minuti per Israele”, come sostiene non solo Morris? Anche qui, bisogna evitare di dire cose suggestive, patetiche, comprensibilmente dolorose, ma assurde. Come è noto, gli Usa hanno lanciato due atomiche sulle città giapponesi Hiroshima e Nagasaki. Ma né per il Giappone né per le due città c’è stato il “tutto finito in pochi minuti”, eccetto la vita di oltre 150 mila persone, che è comunque un danno mostruoso, inaccettabile. Sia Hiroshima che Nagasaki sono ancora lì dove si trovavano, non sono state cancellate dalla faccia della Terra: pur distrutte, sono risorte. Ancor meno sarebbe quindi cancellabile l’intera Israele.</strong></p>
<p><strong>Per arrivare al “Tutto sarà finito in pochi minuti” ci vorrebbero bombe atomiche o bombe H da almeno 50 megatoni. I sovietici ne fecero esplodere per esperimento una addirittura da 100 megatoni. Ordigni mostruosi, ne basterebbe uno fatto esplodere a una certa altezza sull’Italia per renderne inabitabile a causa delle radiazione almeno un terzo per secoli e secoli. Ordigni quindi di nessuna utilità militare, utili solo come deterrenza estrema. Ma per produrre un ordigno nucleare da 50 o 100 megatoni ci vuole tanto di quell’uranio 235 o tanto di quel plutonio che l’Iran non se lo può neppure sognare. Con una bomba H l’uranio 235 o il plutonio servirebbero in quantità molto minore, perché le H usano le atomiche solo come detonatore per portare di colpo a una temperatura di vari milioni di gradi una massa di elio liquido provocandone così la fusione nucleare che scatena l’inferno. Ma anche le H sono per l’Iran pura fantasia, si tratta di ordigni che non possiede neppure la Cina.</strong></p>
<p><strong>Conclusione? Le conclusioni sono due. La prima è che l’attacco all’Iran NON ci sarà. A meno che Netanyahu punti a coinvolgere gli Usa costringendoli ad accorrere in soccorso di Israele per difenderla dall’inevitabile rappresaglia iraniana. E magari a sabotare la rielezione di Obama per punta all&#8217;elezione del candidato repubblicano che s&#8217;è già dichiarato pronto ad assaltare l&#8217;Iran con Israele. Ma un tale gioco obtorto collo potrebbe non piacere affatto al popolo americano, fallire e travolgere quindi Netanyahu. E’ vero che gli ebrei negli Usa sono oltre 6 milioni e mezzo, Bernardo Valli su Repubblica ha scritto che sono mezzo milione di più di quelli che vivono in Israele, ed è anche vero che sono molto potenti e influenti, ma a parte il fatto che NON è vero che sono tutti pro Israele senza se e senza ma, resta il fatto che il totale degli  statunitensi è oggi di 302 milioni, vale a dire molti ma molti di più dei 6-7 milioni di ebrei. E potrebbero anche non dico incazzarsi, ma svegliarsi accorgendosi finalmente che, come sostengono in molto da tempo, la politica Usa pro Israele sempre e comunque NON fa gli interessi statunitensi. L’eventuale decisione di Netanyahu di attaccare l’Iran per trascinare nel conflitto gli Usa equivarrebbe di fatto a un esproprio del potere decisionale della Casa Bianca, vale a dire a una dichiarazione di guerra di Israele contro gli Usa, né più e né meno. Sono certo che in Israele se ne rendano conto anche nel governo, dove infatti ci sono sei ministro pro attacco all’Iran e sei contrari. Contrari anche il presidente della Repubblica Simon Peres e quasi tutti i capi militari specie quelli dei servizi segreti. E le manovre di Netanyahu per piazzare suoi fedeli nei posti più nevralgici cominiano a somiglia secondo alcuni a un golpe. Ciò non vuol dire che Peres e gli latri contrari all’attacco all’Iran siano diventati di colpo tutti pacifisti, ma semplicemente che preferiscono attaccare l’Iran d’amore e d’accordo e assieme con gli Usa, cosa che non è fattibile prima del marzo 2013, ammesso che alla Casa Bianca a marzo impazziscano di colpo. </strong></p>
<p><strong>La seconda conclusione deriva dall’impossibilità di tenere a cuccia tutti i Paesi arabi o islamici del Medio Oriente e bombardarli ogni volta che pensano alle atomiche. Ed è ancor più impensabile pretendere che mentre Israele ha un poderoso arsenale atomico gli altri Stati debbano invece rinunciarci altrimenti vengono bombardati. In definitiva è legittimo che gli altri Stati limitrofi non gradiscano affatto un tale arsenale e se ne sentano minacciati, come – lo vedremo meglio tra poche righe &#8211; fa notare lo scienziato nucleare ed ex tenente colonnello israeliano Uzi Even. Certo, Israele è uno Stato civile, che mai userebbe le atomiche almeno non per primo. Ma ciò che è vero oggi non è affatto detto sia vero anche domani. La Germania del secolo scorso era forse lo Stato più civile e con la cultura più formidabile dell’intera Europa in vari campi. Eppure è poi arrivata al nazismo e ai suoi orrori.</strong></p>
<p><strong>La Storia dimostra che il futuro è imprevedibile e che in futuro può impazzire qualunque Stato, anche Israele.  La conclusione è quindi che l’unica soluzione è il disarmo atomico di TUTTO il Vicino e Medio Oriente, compresa Israele. Da fonti vicine a Netanyahu mi è stato detto due o tre anni fa che Obama ha posto con franchezza questo problema al governo israeliano, proponendo nel frattempo una soluzione simile a quella pakistana: “Per ora vi tenete le atomiche, però le mettete sotto custodia anche nostra”. Se questa richiesta è stata davvero fatta non si può escludere sia uno dei motivi del gelo di Netanyahu&amp;C verso Obama.</strong></p>
<p><strong>La realtà è più prosaica. Oltre alla ferrea volontà occidentale di non perdere il potere di controllo del petrolio mediorientale, che alimenta il mondo, c’è l’altrettanto ferrea volontà di non permettere ai Paesi islamici non filo occidentali di sviluppare grandi capacità industriali. L’Iran ha bisogno delle centrali nucleari non per costruire atomiche di soppiatto, ma per produrre energia elettrica utilizzando meno petrolio in modo da poterne vendere di più e avere così più quattrini per finanziare il suo impetuoso sviluppo industriale e infrastrutturale (strade, ferrovie, metropolitane, porti, ecc.). Israele ha distrutto la centrale nucleare in costruzione in Siria non già per il solito campato per aria pericolo di essere bombardata con le atomiche, ma per impedire alla Siria di poter disporre di energia elettrica in quantità sufficiente per svilupparsi di più e meglio, dato che la Siria non ha petrolio e quindi deve anch’essa spendere somme enormi per acquistarlo all’estero. La destra israeliana non sopporta l’idea di Paesi arabi o islamici industrialmente potenti.</strong></p>
<p><strong>Visto che parliamo di atomiche e Iran, è bene ricordare che l’allora scià di Persia Reza Pahlavi ebbe dagli Usa il permesso di comprare il formidabile laboratorio di fisica nucleare del M.I.T., vale a dire del Massachusett Institute of Technology. Il motivo dell’acquisto lo spiegò con orgoglio lo stesso scià: “Intendiamo arrivare quanto prima alla produzione di bombe atomiche iraniane”. Intenzione che al governo Usa andava bene perché all’epoca l’Iran dello scià era un prezioso alleato confinante con l’Unione Sovietica e faceva comodo poterle eventualmente lanciare contro ordigni nucleari da così vicino. Lo shopping al M.I.T. per fortuna non andò in porto per la decisa ribellione di studenti e docenti universitari, tra i quali primeggiava Noam Chomsky, uno dei massimi intellettuali esistenti al mondo ed ebreo in forte polemica con Israele. Se invece l’affare fosse andato in porto, cacciato lo scià il regime teocratico iraniano le bombe atomiche se le sarebbe già trovate bell’e pronte in casa,  senza il bisogno delle prolungate acrobazie di cui viene accusato ormai da almeno 20 anni. E senza la moria di scienziati nucleari che è opinione diffusa siano stati man mano eliminati dai servizi segreti israeliani.</strong></p>
<p><strong>Il precedente iraniano dimostra che se anche in Israele ci fosse un cambio di regime, cosa che nessuno può onestamente escludere, il suo arsenale atomico non è detto resti in buone mani.</strong></p>
<p><strong>Duole dover rilevare che in Italia intellettuali come Vittorio Messori, cattolico a 24 carati, ha a suo tempo scritto che è inevitabile per Israele usare le atomiche, e usarle per primo, per difendersi dai nemici arabi. Una dichiarazione grave, che purtroppo nessuno ha censurato né contestato e neppure criticato.</strong></p>
<p><strong>Una via d’uscita da questo scenario infernale che si addensa anche sulle nostre teste l’ha suggerita lo scienziato nucleare israeliano Uzi Even: “Chiudere gli impianti nucleari di Dimona, che oltretutto sono tra i più vecchi del mondo, e che prima o poi dobbiamo demolire. Il mondo arabo, e certo anche l’Iran, è convinto che Israele ha un grande arsenale atomico”. Da notare che Even ha lavorato proprio a Dimona con il grado di tenente colonnello. E che ha anche aggiunto, con evidente cognizione di causa: “L’Iran nuclearizzato è qualcosa con cui possiamo convivere”. Una dimostrazione in più che Netanyahu e i suoi supporter mentono sapendo di mentire o hanno una visione distorta del mondo.</strong></p>
<p><strong>Duole dover informare che il libretto “L’Iran e la Bomba”, edito dal giornale Il Sole 24 Ore e  scritto da Giorgio Frankel, accredita a Israele un arsenale atomico assolutamente spropositato per la sola deterrenza e sospetta la produzione anche di bombe H e perfino di bombe N. Quest’ultime sono bombe atomiche a esplosione debole che generano però una tempesta di neutroni capace di ammazzare ogni essere vivente, ma di lasciare in piedi tutti i manufatti, palazzi, industrie, ponti, dighe, ecc. Sia le H che le N sono creature di Edward Teller, un ebreo statunitense. Che come tale potrebbe in linea teorica avere fatto arrivare a suo tempo a Tel Aviv informazioni utili a realizzare anche quegli ordigni. Così come i coniugi Rosenberg, ebrei anche loro ma comunisti, furono condannati alla camera a gas per avere fatto arrivare all’Unione Sovietica le informazioni per produrre bombe atomiche “semplici”, quelle cioè a fissione sperimentate “in corpore vili” sul Giappone. Frankel è un ebreo torinese di origine rumena, niente affatto sospettabile di essere una testa calda islamica o filo islamico. E Il Sole 24 Ore non è certo un organo votato alla sharia.</strong></p>
<p><strong>Teller era di origine ungherese, fuggì negli Usa per evitare le persecuzioni naziste, nel 1991 venne insignito del Premio Nobel per la Pace e il 23 luglio 2003 il presidente George W. Bush lo insignì della Medaglia Presidenziale della Libertà.  Era infatti allora opinione comune che l’esistenza di ordigni così infernali come le H e le N avrebbero messo le guerre al bando della Storia del genere umano. Speriamo sia vero…. </strong><strong> </strong></p>
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		<title>La strada della guerra per portare la Libia dalla sfera di influenza italiana a quella francese è &#8211; come per ogni guerra &#8211;  lastricata di grandi bugie. Coronate dall&#8217;incivile scempio di Gheddafi e dall&#8217;ancor più incivile gioia occidentale</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 21:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non vorremmo guastare la festa a nessuno, ma abbiamo alcune domande. Ucciso Gheddafi, a chi andrà ora il suo 10% della partecipazione azionaria nella società Quinta Communications? Silvio Berlusconi possiede ancora con Tarak Ben Hammar la quota del 10% di questa società? L&#8217;acquisto è stato una delle conseguenze della visita libica di Berlusconi due anni fa. La notizia dell&#8217;intreccio Berlusconi-Gheddafi è stato di fatto confermato dallo stesso governo italiano, infatti il suo sito riporta per intero un articolo de Il Messaggero che dà conto delle varie compartecipazioni tra Italia e Libia. Il link del sito del governo che riporta l&#8217;articolo in questione è il seguente: <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=57205094">http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=57205094</a> . Questa l&#8217;affermazione riguardante la Fininvest, cioè Berlusconi: &#8220;Poi ci sono i legami indiretti con l`Italia. Il fondo sovrano è anche intrecciato via-Francia a Fininvest, visto che la Lia, attraverso la società Lafi Trade, è presente con il 10% in Quinta Communications S.A., società di diritto francese controllata al 68% dal finanziere franco tunisino Tarak Ben Ammar e in cui è presente anche Fininvest, con una`quota del 22% (detenuta attraverso la controllata lussemburghese Trefinance)&#8221;. Infine: cosa c&#8217;è da gioire per l&#8217;evidente improvviso aumento degli islamisti, armati, anche in Libia, dove prima non erano tollerati come non era tollerata Al Qaeda?</strong></p>
<p><strong>In attesa delle risposte, passiamo ad altro, restando sempre in tema Gheddafi. Strano che a gioire della sua uccisione a sangue freddo, quando era ormai stato catturato e quindi protetto dalle leggi della Convenzione Internazionale di Ginevra, e a gioire anche del successivo suo scempio siano proprio coloro che ancora oggi condannano in massa &#8220;i comunisti&#8221; e i partigiani della guerra di liberazione che fucilarono Mussolini ed esposero come un trofeo animale il suo cadavere a piazzale Loreto. <span id="more-3370"></span>Strano, ma non troppo. La destra e i perbenisti sono da sempre i campioni dei due pesi e due misure. Ma, gioire a parte, è sempre più chiaro che l&#8217;intervento militare della Nato in Libia voluto soprattutto dai francesi punta a qualcosa che somiglia al bis del Biafra, la cui secessione dalla Nigeria, costata qualche milione di morti, è stata a suo tempo voluta dai francesi per gli stessi motivi petroliferi che hanno spinto TOTALmente Sarkozy a intervenire in Libia per sottrarla alla storica sfera di influenza italiana e portarla sotto l&#8217;influenza francese. In termini petroliferi, si tratta di sostituire l&#8217;italiana ENI con la francese TOTAL.<br />
Il fatto però che a vantarsi pubblicamente di avere convinto Sarkozy a intervenire in Libia sia stato Henry Bernard Levy, sionista duro e puro che vuole Israele alla guida della riscossa europeo-cristiana contro il mondo arabo-islamico, fa pensare a scenari più complessi. Fa pensare che si voglia applicare alla Libia la stessa ricetta applicata all&#8217;Iraq: disossare lo Stato, distruggere le strutture portanti della coesione nazionale, cioè di fatto inter etnica e inter tribale, per trasformare lo Stato e la società in un&#8217;altra massa amorfa, priva di identità, gestita da governi fantocci proni a Parigi a livello internazionale e docili verso Israele a livello regionale. Il varo,  la sperimentazione e il perfezionamento di questo tipo di strategia è stato fatto da Israele contro la società palestinese, come ha dimostrato la giornalista e docente universitaria israeliana Tania Reinhart con i suoi libri. E l&#8217;incubazione di Hamas è stata favorita da Israele come parte di tale strategia, che ancora oggi rende bene.  Gli osservatori più avveduti hanno fatto notare che avere accettato le condizioni di Hamas per la liberazione del caporale Shalit è un&#8217;altra mossa del governo israeliano, in questo caso di Netanyahu, per erodere ancor più l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e spingere i palestinesi verso il fanatismo di Hamas onde poter meglio additarli al mondo come tutti &#8220;terroristi&#8221;, tutti nemici.</strong></p>
<p><strong>Unito al ricompattamento degli israeliani sotto le ali della destra militarista ottenuto con la liberazione di Shalit, tutto ciò può essere utile a Netanyahu per fare le due cose che figuravano abbastanza chiaramente nel suo programma elettorale e per le quali è stato comunque votato: impedire a tutti i costi la nascita dello Stato palestinese e colpire militarmente l&#8217;Iran. Colpirlo per bloccarne la forte crescita economica e impedire così che diventi la potenza regionale egemone o comunque in grado di fare concorrenza a Israele. Contrastato dagli Usa sull&#8217;opzione iraniana, ma assecondato dagli Usa nella lotta contro i palestinesi, una volta &#8220;normalizzata&#8221; la Libia Netanyahu potrebbe non resistere alla tentazione di colpire l&#8217;Iran mettendo gli Usa di fronte al fatto compiuto, specie se l&#8217;eventuale rielezione di Obama dovesse passare ancor più per il gradimento delle lobby sioniste statunitensi, le stesse che, assieme ai cristiani sionisti, invisi al papa ma graditissimi a Netanyahu, decretarono la rielezione di George W. Bush. La rottura delle relazioni con la Turchia, passata da alleato politico militare ad antagonista lanciatissimo verso l&#8217;egemonia in Medio Oriente, e le incognite della &#8220;primavera araba&#8221;, possono convincere Netanyahu al colpo di testa contro l&#8217;Iran. L&#8217;unica speranza che non salti il fosso è, oltre alla prosecuzione del &#8220;No!&#8221; della Casa Bianca, la convinzione dei vertici militari israeliani, servizi segreti in testa, che una eventuale campagna militare contro l&#8217;Iran si rivelerebbe &#8220;un disastro&#8221;.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ma torniamo alla Libia. La campagna per convincerci della giustezza della guerra della Nato è stata lastricata di bugie, né più e né meno come quella per convincerci che era giusto invadere l&#8217;Iraq. Lo diceva già Eschilo nell&#8217;antica Grecia: &#8220;La verità è la prima vittima delle guerre&#8221;. Quando è stato chiaro che in Iraq non esistevano né le atomiche né altre armi di distruzione di massa, l&#8217;allora vicesegretario alla Difesa Usa Paul Wolfowitz ha ammesso candidamente che &#8220;parlare di atomiche irachene era l&#8217;unico modo per fare accettare all&#8217;opinione pubblica l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq&#8221;.</strong> <strong><br />
L&#8217;ennesima conferma dell&#8217;affermazione di Eschilo viene dalla Libia, la cui conquista è stata presentata come una passeggiata, mentre ci sono voluti invece sette mesi di guerra e nessuno sa quante decine di migliaia di morti. Per scaldare gli animi europei c&#8217;è stata rifilata prima la balla dei &#8220;10.000 morti civili provocati dai bombardamenti dell&#8217;esercito di Gheddafi&#8221;, balla lanciata dalla tv Al Arabja, proprietà privata dell&#8217;emiro parassita petrolifero del Quatar. Poi sono arrivati il video e le foto con le quali il sito americano One day on Earth (  <a href="http://www.onedayonearth.org/profiles/blogs/mass-burial-tripoli-libya-feb ">http://www.onedayonearth.org/profiles/blogs/mass-burial-tripoli-libya-feb</a></strong><strong><a href="http://www.onedayonearth.org/profiles/blogs/mass-burial-tripoli-libya-feb "> </a> )ha spacciato per fosse comuni con migliaia di vittime di Gheddafi un cimitero sulla spiaggia di Tripoli ampliato nell’agosto scorso. A seguire è arrivata la frottola delle truppe gheddafiane &#8220;imbottite di Viagra per stupri di massa di donne e bambini&#8221;, frottola appurata come tale dopo lunghe indagini dalla ricercatrice Donatella Rovera di Amnesty International e dalla  responsabile di Human Rights Watch per i diritti delle donne, Liesel Gerntholtz. A lanciare l&#8217;accusa dei fantomatici stupri di massa è stata una psicologa di Bengasi, tale Sergewa: guarda caso, la stessa che ha accusato Gheddafi e i suoi figli di stuprare sistematicamente le famose pretoriane guardie del corpo di Gheddafi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Infine, pochi settimane fa, un altro scoop troppo precipitoso: l&#8217;annuncio al mondo della macabra scoperta di una fossa comune con 1700 cadaveri nei pressi della prigione di Abu Salim, notizia anche questa partita da Al Jazeera, che nella versione inglese titola senza indugi “Mass grave of Libyan prisoners found” (  <a href="http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/09/20119251823889148.html">http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/09/20119251823889148.html</a></strong><strong> ). A dire di Al Jazeera si tratta dei resti dei prigionieri di una rivolta fallita del 1996 e secondo alcuni giornali italiani anche di quella attuale. Nessuno si chiede come possa Al Jazeera avere contato il numero dei sepolti prima ancora che si inizi a scavare. In compenso Khalid Sharif, portavoce del consiglio militare del CNT, dichiara: &#8220;abbiamo trovato il luogo dove tutti quei martiri sono sepolti&#8221;. E aggiunge: &#8220;è la prova degli atti criminali del regime di Gheddafi’”. Come se non bastasse, un altro membro del CNT, Salim Al Ferjani, ci ha tenuto a precisare:  “Hanno infierito con l’acido sui corpi, per eliminare le tracce”. </strong> <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Poi però sul posto arriva l&#8217;americana CNN, certo non filo Gheddafi, è lo scoop comincia a crollare: i giornalisti della CNN non vedono una marea di ossa umane, ma ossa di animali senza nessuno scavo. Per prudenza, nella prima versione sul suo sito l&#8217;emittente Usa specifica: “Non è chiaro se il sito sia una fossa comune, perché non ci sono stati scavi. Hanno mostrato ossa ai media, ma dei medici lì presenti con lo staff della CNN hanno sostenuto che non sono ossa umane”. Poi nell’articolo di cui al link (  <a href="http://edition.cnn.com/2011/09/25/world/africa/libya-mass-grave/index.html?hpt=wo_c2">http://edition.cnn.com/2011/09/25/world/africa/libya-mass-grave/index.html?hpt=wo_c2</a></strong><strong> ) sparisce il riferimento ai medici, però i dubbi restano: “Il CNT sospetta si tratti di una fossa comune, benché non ci siano stati scavi e non siano stati trovati resti umani. Un team della Cnn è stato portato sul posto, un campo fangoso, con altri media, e ha trovato solo ossa apparentemente animali”. La cosa strana è che la CNN afferma si tratti di una scoperta avvenuta il 20 agosto: ma allora perché tacere per  un intero mese? In un aggiornamento del suo sito la CNN specifica: “Il CNT ha spiegato ai reporter che alcune ossa trovate sono in effetti troppo grandi per essere umane&#8221;. Un altro membro del CNT, Jamal Ben Noor, ammette non senza imbarazzo che “il sito potrebbe essere qualcos’altro, stiamo investigando”. </strong> <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ora però non serve più che si continui a investigare o a far finta. La caccia a Gheddafi infatti è finita.</strong></p>
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		<title>Il colonialismo non è affatto morto: lo dimostrano la guerra alla Libia, simile alla tragica guerra di secessione del Biafra, e il veto Usa all&#8217;Onu contro la nascita dello Stato palestinese (decisa a suo tempo dalla stessa Onu!). Ovvero: dal miserabile fallimento del &#8220;Nuovo Medio Oriente&#8221; di Bush e del &#8220;Nuovo rapporto con l&#8217;Islam&#8221; di Obama alla &#8220;Nuova Libia&#8221; di Levy-Sarkozy</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2011/09/il-colonialismo-non-e-affatto-morto-lo-dimostrano-la-guerra-alla-libia-e-il-veto-usa-allonu-contro-la-nascita-dello-stato-palestinese-decisa-a-suo-tempo-dalla-stessa-onu/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 22:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il colonialismo europeo pareva morto. Finita in tragedia con milioni di morti l&#8217;occupazione del Vietnam e fallito nel sangue il tentativo della Francia di indorare la pillola nordafricana dichiarando l&#8217;Algeria &#8220;territorio metropololitano francese&#8221;, dichiarando cioè che i due Paesi su sponde opposte del Mediterraneo erano in realtà un Paese unico. Ora invece si scopre che il colonialismo europeo, capitanato proprio dalla Francia, non è affatto morto. L&#8217;intervento militare in Libia, stravolgendo ancora una volta una risoluzione Onu, è infatti sempre più chiaramente e scopertamente un&#8217;iniziativa francese, e inglese, per poter continuare ad avere dei protettorati e delle colonie petrolifere in Nord Africa. La Francia ha già le mani sporche di sangue di un paio di milioni di nigeriani vittime del suo avere finanziato, armato e appoggiato la secessione del Biafra dalla Nigeria perché nel Biafra c&#8217;era il grosso del petrolio nigeriano. Prima di quella tragedia la Nigeria era un Paese in via di forte sviluppo, poi invece si è ridotto all&#8217;emigrazione di nigeriane per fare le prostitute in Europa, solo a Torino ce una ventina di anni fa ce n&#8217;erano ben 7.000. Ora Sarkozy sta facendo il bis con la Libia.<br />
</strong></p>
<p><strong>Non esiste nessuna &#8220;rivoluzione democratica&#8221; e nessuna &#8220;primavera libica&#8221;, esistono invece la volontà e l&#8217;intervento militare franco-inglese per buttar giù Gheddafi e sostituirlo con un governo più o meno come il suo, ma prono alla volontà di Parigi e Londra. Alla stessa stregua con la quale gli Usa hanno invaso l&#8217;Iraq, per mettere in piedi una caricatura di democrazia tenendosi però ben stretti gli accessi, i giacimenti e i privilegi petroliferi. Speriamo che i cinesi o gli indiani non prendano esempio da noi per invadere la Francia o l&#8217;Inghilterra o l&#8217;Italia per imporre governi e regimi a loro graditi.<span id="more-3307"></span><br />
La sfacciataggine francese è eclatante. Il &#8220;nuovo filosofo&#8221; Henry Bernard Levy prima si è vantao pubblicamente di avere convinto lui Sarkozy a intervenire militarmente in Libia, poi pubblica paginate di suoi reportage &#8220;dal fronte libico&#8221;, anche sul Corriere della Sera, per spiegare come segue da tempo sul terreno gli avveniemnti militari intruppato con i &#8220;rivoltosi&#8221;. Eclatante ammissione di far parte del vertice europeo che ha deciso la guerra a Gheddafi, impegnandovi la Nato, e di seguirla da vicino per &#8220;consigliare&#8221; i rivoltosi onde tentare, tra l&#8217;altro, di evitare che la farsa diventi tragedia anche per l&#8217;immagine della Francia con un prolungamento all&#8217;infinito del conflitto. I &#8220;rivoltosi&#8221; non sono meno feroci e animaleschi dei più efferati gheddafiani, le loro esecuzioni sommarie anche di civili non si contano, ma questo sui giornali occidentali è meglio non scriverlo. E&#8217; meglio anche non far sapere che gran parte dei &#8220;ribelli democratici&#8221; non sono altro che mercenari arabi o africani, ai quali della democrazia, algerina o no, non frega assolutamente nulla, debitamente istruiti, preparati, pagati e armati da ben prima di far decidere all&#8217;Onu la risoluzione presa a pretesto per questa nuova guerra &#8220;umanitaria&#8221;. Le grandi manifestazioni di massa che reclamavano democrazia e la fine dei regimi autoritari, come quelle tunisine o egiziane e forse anche siriane, in Libia semplicemente NON ci sono mai state, a parte qualche manifestazione di non chiara natura, dovuta più che altro alla gioia per la fine dei bombardamenti e delle sparatorie di entrambi i contendenti, manifestazione enormemente pompata dai nostri mass media. Per quanto ogni tanto si riesca a pubblicare qualche foto di manifestante donna, però sempre ripresa in campo ristretto onde non far vedere che si tratta di poche persone, resta che ogni foto di &#8220;rivoluzionari&#8221; mostra facce patibolari alle prese con armi pesanti, che se la rivolta fosse spontanea nessuno dei rivoltosi saprebbe usare.<br />
</strong></p>
<p><strong>Il futuro della Libia &#8220;liberata&#8221; non è affatto chiaro. Molto probabilmente non sarà più uno Stato unitario, e questo potrà piacere ai francesi per poter meglio comandare su pezzi di Libia. Altrettanto probabilmente non sarà più uno Stato o un insieme di Stati laici. La presenza dell&#8217;estremismo islamista appare certa. La condizione delle donne probabilmente sarà destinata a peggiorare in varie regioni. Forse da parte della &#8220;nuova Libia&#8221; o di alcune costole che da essa nasceranno  ci sarà il riconoscimento dello Stato di Israele, il che potrebbe essere positivo se avvenisse su un piede di parità e non per servilismo verso l&#8217;Occidente.</strong></p>
<p><strong>Il nostro servilismo verso certi figuri e verso gli interessi che rappresentano rifulge in tutto il suo splendore proprio con Bernard Levy. Questi infatti è stato smascherato, assieme al deputato italiano Fiamma Nirenstein, che stranamente vive nella colonia israeliana di Gilo, come l&#8217;ideatore con argomenti falsi, e perfino con foto abbellite, della campagna a favore dell&#8217;iraniana Sakineh, la signora di Teheran condannata a morte, ma ancora viva, per concorso nell&#8217;uccisione del proprio marito. Inoltre Levy è anche notoriamente uno dei più potenti protettori della latitanza prima in Francia e poi in Brasile, dove ora vive, dell&#8217;italiano Cesare Battisti, condannato a più ergastoli per alcuni omicidi &#8220;politici&#8221; degli anni &#8217;70. Assistiamo quindi alla seguente schizofrenia: da una parte ci scagliamo contro Battisti, la sua latitanza e i suoi protettori francesi, dall&#8217;altra lecchiamo la suola delle scarpe al più eminente dei suoi protettori! Il quale eminente protettore allaga il principale quotidiano italiano con le sue articolesse la cui stella polare è sempre la stessa: l&#8217;Islam è un pericolo, Israele è un esempio per l&#8217;Europa, se non per l&#8217;intero Occidente, e lo &#8220;scontro di civiltà&#8221;, cioè una nuova serie di guerre, è lo sbocco inevitabile. Ovviamente per difendere non solo la &#8220;superiore civiltà occidentale&#8221;, ma la civiltà tout court, per dirla alla francese. Il sionismo di monsieur Levy è infatti tra i più fanatici e pericolosi, anche perché essendo lui un docente di islamismo può rivestire le sue farneticazioni con eleganti (s)ragionamenti che agli occhi dei semplici, e dei gonzi, non appaiono per quel che sono, la solita bolsa propaganda eurocentrica e antiaraba prona agli interessi di Israele, quanto invece per &#8220;fini e colti ragionamenti&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Insomma, siamo passati dal miserabile fallimento del &#8220;Nuovo Medio  Oriente&#8221; promesso a suon di bombe da Bush e dalla sua banda  delinquenziale di teo-con al fallimente dei &#8220;Nuovi rapporti con l&#8217;Islam&#8221;  promesso solennemente da Obama a Il Cairo poco dopo essere stato  eletto. E ora siamo alla farsa della &#8220;Nuova Libia&#8221; ideata dal marito  di Carla Bruni e dall&#8217;esagitato &#8220;nuovo filosofo&#8221; (!) a la carte sioniste  Bernard Levy. </strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Guarda caso la strategia &#8220;culturale&#8221; di Levy è la copia conforme della strategia politico militare di Benjamin Netenyahu: quando questi viveva infatti negli Stati Uniti, è stato tra i principali inventori del riciclaggio dell&#8217;antagonismo Est comunista-Ovest capitalista nell&#8217;antagonismo tra il nord e il sud del mondo, cioè tra Paesi ricchi, del mondo almeno a parole cristiano, e Paesi poveri a grande maggioranza islamici: la dottrina della &#8220;guerra al terrorismo mondiale&#8221;, presa a pretesto da George W. Bush per invadere l&#8217;Afganistan e l&#8217;Iraq e sostenere in tutti i modi Israele, è figlia diretta del pensatoio di cui faceva parte l&#8217;attuale capo del governo israeliano. Benjamin Netanyahu l&#8217;ha giurata a morte al &#8220;mondo dei terroristi&#8221; da quando nel &#8217;76 suo fratello è morto mentre comandava, con i gradi di colonnello, l&#8217;assalto al vecchio terminal dell&#8217;aeroporto ugandese di Entebbe per liberare 103 ostaggi israeliani ed ebrei di un aereo di linea francese dirottato da due militanti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e due tedeschi delle poco note ma molto attive Revolutionaere Zellen, cioè Cellule Rivoluzionarie. L&#8217;assalto ad Entebbe, inizialmente battezzato Operazione Tuono, è stato poi ribattezzato Operazione  Yonatan Netanyahu in onore del colonnello Netanyahu, che fu l&#8217;unica vittima israeliana dell&#8217;incursione. Il nome di Yonatan Netanyahu, debitamente americanizzato, venne dato anche al  pensatoio statunitense Jonathan Insitute, del quale faceva parte appunto suo fratello Benjamin.</strong></p>
<p><strong>A fronte di tanto amore e furore per la &#8220;democrazia libica&#8221;, anche questa da imporre come al solito con le armi e strumentalizzando l&#8217;Onu, fa fronte la vergognosa ignavia nei confronti della democrazia palestinese, da 70 anni soffocata dall&#8217;Europa e dagli Usa facendo finta di niente. Anzi, facendo finta di volere la pace. L&#8217;ultima orrenda piece teatrale, particolarmente vergognosa per ipocrisia e funesta per le inevitabili conseguenze future, è l&#8217;annuncio del presidente Obama del veto Usa nel consiglio di sicurezza Onu alla richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese che il 20 settembre verrà presentata al Palazzo di vetro dall&#8217;Autorità Nazionale Palestinese. Obama ha avuto la faccia di bronzo di ripetere, come che ne fosse un impiegato, il mantra di Netanyahu: &#8220;Uno Stato non può nascere per decisione unilaterale, e quello palestinese può nascere solo dalle trattativa con la controparte&#8221;. Poiché Obama s&#8217;è laureato a Stanford, non posso credere che sia così ignorante da non sapere che lo Stato del quale è presidente, gli Usa, NON è nato da &#8220;trattative di pace con la controparte&#8221;, ma da una guerra CONTRO la controparte, che era l&#8217;Inghilterra. Idem per TUTTI gli Stati del continente americano, nati solo da lotte contro le &#8220;madrepatrie&#8221; europee. Forse che lo Stato italiano è nato da &#8220;trattative di pace&#8221; con qualcuno? No, è nato dai fucili dei Mille di Garibaldi, che ha invaso e conquistato per conto del regno piemontese dei Savoia regni italici altrui legittimi quanto quello dei Savoia. Siamo tutti contenti che la Chiesa non abbia più lo Stato pontificio, il più povero e miserabile d&#8217;Europa, ma non ci si venga a raccontare che i Savoia non hanno compiuto anche in tal caso un sopruso contro uno Stato legittimo ed esistente da secoli.<br />
Forse che la stessa Israele è nata da &#8220;pacifiche trattative con la controparte&#8221;? Nossignori, Israele è nata dal terrorismo a lungo praticato dalla fazione sionista più antiaraba come quella che poi ha preso il governo e il potere in Israele. Fazione che praticò il terrorismo anche contro l&#8217;Inghilterra e perfino contro la stessa Onu con l&#8217;assassinio a Gerusalemme del suo inviato conte Folke Bernadotte.<br />
Ma che Obama sia in malafede, e in malafede putrida, nonché costretto a ballare come un maggiordomo di colore il ballo voluto dal sionismo più duro e arabofobo, lo dimostra in modo lampante anche quanto segue:<br />
&#8211; è davvero il colmo dell&#8217;indecenza che si sbarri la strada &#8211; per giunta all&#8217;Onu &#8211; alla nascita di uno Stato come quello palestinese che la stessa Onu ha già deliberato nel 1948!<br />
&#8211; E&#8217; davvero il colmo dell&#8217;indecenza e della disonestà politica che tutto ciò avvenga facendo finta di dimenticare che lo Stato che si vuole assolutamente privilegiare, contro i diritti dei palestinesi, cioè lo Stato di Israele, è nato anch&#8217;esso proprio da una decisione dell&#8217;Onu!<br />
&#8211; E&#8217; davvero il colmo dell&#8217;indecenza e della disonestà politica che si permetta a uno Stato nato per volontà dell&#8217;Onu, qual è Israele, di stracciare definitivamente la decisione della stessa Onu di far nascere un&#8217;altro Stato, quello palestinese.<br />
&#8211; E&#8217; davvero il colmo dell&#8217;indecenza che tutto ciò avvenga facendo finta che Israele non abbia gettato nella spazzatura più di 80 risoluzioni, ammonimenti e raccomandazioni della stessa Onu contro i suoi &#8220;eccessi&#8221; sulla pelle dei palestinesi.<br />
&#8211; E&#8217; davvero il colmo dell&#8217;indecenza e della disonestà politica continuare a far finta che gli israeliani non abbiano di fatto vanificato, come scuse più varie, dalla bibbia alla lotta al terrorismo, oltre alle offerte di pace globale fatte dal re d&#8217;Arabia anche TUTTE le trattative di pace con la controparte palestinese. Fino a tradire e svuotare completamente gli stessi &#8220;accordi di pace&#8221; di Oslo, che valsero il premio Nobel per la pace sia al palestinese Arafat che agli israeliani Peres e Rabin, quest&#8217;ultimo ucciso da un terrorista israeliano  armato, come altri, dal più bieco fanatismo ebraicista.</strong></p>
<p><strong>- E&#8217; devvero il colmo dell&#8217;indecenza e della disonestà politica che il veto venga opposto da un Obama che ha come segretario di Stato la signora  Clinton, arrivata al punto da prendere in  seria considerazione e proporre  all’Autorità Nazionale Palestinese il “trasferimento”, cioè la  deportazione, dei palestinesi in  Amazonia!!! Che vergogna! Che  mascalzonaggine! Il servilismo della Clinton verso Israele probabilmente è dovuto o aggravato dal suo essere imparenteta tramite la figlia con una famiglia di  potenti banchieri ultrasionisti.<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa dovrebbe ancora trattare  la disgraziata dirigenza palestinese, ridotta ormai ad amministrare dei francobollini di territorio, dei bantustan, delle riserve indiane che tra loro non possono neppure comunicare senza l&#8217;oppressivo filtro militare israeliano e senza la vergogna del Muro? Muro che finalmente anche intellettuali ebrei, come di recente il sociologo polacco inglese Zigmunt Bauman, paragonano ad alta voce al Muro nazista del ghetto di Varsavia. Oltre alle critiche e alle accuse sempre più pesanti di vari intellettuali israeliani, non è la prima volta che personalità ebree fanno paragoni con i nazisti: c&#8217;è stato il  precedente dell&#8217;ebreo sudafricano Goldstone, incaricato di una commissione dell&#8217;Onu di indagare sui massacri dell&#8217;invasione di Gaza, e quello dell&#8217;ebreo americano Richard Falk, docente all&#8217;Università di Prineton, anche lui inviato dell&#8217;Onu a indagare sul trattameto riservato da Israele ai palestinesi. Benché ebrei, entrambi sono stati attaccati ferocemente da Israele, Falk ne è stato addirittura espulso! Il che è l&#8217;ennesima dimostrazione lampante che non è l&#8217;ebraismo la stella polare dei governi israeliani, in particolare di quelli avventuristi e di destra come gli ultimi governi di destra.</strong></p>
<p><strong>Governi che stanno trascinando verso il baratro la stessa Israele. I 400 mila manifestanti di Tel Aviv contro la povertà crescente e la difficoltà a trovare casa da parte di non pochi israeliani dimostra che la storiella di Israele &#8220;patria di tutti gli ebrei del mondo&#8221; è appunto una storiella. Come da 3.000 anni, il territorio di Israele, l&#8217;insieme che una volta erano i regni di Israele e Giuda, non è in grado di dar da mangiare e abitare a tutti i suoi abitanti, che infatti emigravano in continuazione in tutto il mondo mediterraneo. Per quanto gli Usa pompino armi e soldi per sostenere Israele, vera e propria colonia occidentale nel mondo arabo, e per quanto sionisti straricchi come lo statunitense Moskowsky o banche d&#8217;assalto come alcune banche israeliane finanzino le colonie, cioè la pulizia etnica contro i palestinesi per far largo agli israeliani, vale a dire ai sionisti visto che la nazionalità israeliana semplicemente NON esiste, per quanto tutto ciò duri da anni, ormai il vento sta cambiando. Anche se Obama balla il ballo che sta ballando, gli Usa cominciano a non avere più tanti soldi da buttare nella fornace israeliana. L&#8217;appoggio del mondo ebraico non israeliano comincia a scricchiolare, quando non è sostituito da accuse sempre più dure come quelle di centinaia di intellettuali ebrei inglesi. Il servilismo di Stati come l&#8217;Egitto è finito drammaticamente, l&#8217;Egitto non è più disposto a vedersi ammazzare le guardie di frontierafacendo finta di niente e lo ha dimostrato con l&#8217;assalto di massa all&#8217;ambasciata israeliana a Il Cairo. Per quanto finora l&#8217;Occidente abbia finto di applaudire &#8220;la primavera araba&#8221;, in realtà badando bene il posto dei  capi dei regimi cacciati a pedate venga preso dai militari e dalla borghesia fino a ieri loro complici, formando così un altro regime, un po&#8217; meno indecente ma sempre comodo per l&#8217;Occidente, gli avvenimenti egiziani dimostrano che non è affatto scontato che le masse si facciano fregare un&#8217;altra volta.<br />
Se da un lato c&#8217;è l&#8217;Egitto che forse non ne può più delle umiliazioni subite dall&#8217;Europa e da Israele, dall&#8217;altro lato ci sono un Libano sempre più deciso a non farsi calpestare, memore degli orrori fatti perpetrare dagli israeliani in particolare a Sabra e Chatila, una Siria in preda ai sussulti ma schierata come prima e una Turchia che s&#8217;è stufata di fare da alleato preso a sberle da Israele. Preso a sberle e ricambiato col massacro di nove cittadini turchi compiuto l&#8217;anno scorso dagli israeliani all&#8217;assalto della Flotilla di pacifisti diretta a Gaza. Che il governo israeliano ragioni ancora con la logica delle cannoniere colonialiste lo dimostra anche la richiesta agli Usa di difendere l&#8217;ambasciata israeliana a Il Cairo assalita nei giorni scorsi dalla folla per reazione all&#8217;uccisione di sette poliziotti di frontiera da parte dei militari israeliani. Come se l&#8217;Egitto fosse ancora quello di re Faruk, calpestabile a piacere&#8230;.<br />
</strong></p>
<p><strong>I governi israeliani stanno segando il ramo sul quale sono seduti. La loro ottusità, e spesso imbecillità, impedisce di capire che a furia di rubare terra ai palestinesi e di impedire la nascita di un loro Stato degno di tale nome anziché bantustan ridicolo e tragico, non passerà molto tempo prima di dover rinunciare al sopruso integralista di Israele &#8220;Stato ebraico&#8221; anziché Stato di tutti i suoi cittadini senza distinzioni razziste di religione, colore della pelle, etnia, ecc. Tra qualche tempo il ricordo della Shoà sarà inevitabilmente affievolito, al punto che per quante giornate della Memoria si mettano in piedi non sarà più possibile ricattare nessuno con le frustre, bolse e strumentali accuse di &#8220;antisemitismo&#8221; scagliate come pietre per lapidare chiunque non applauda Israele sempre e comunque. Il dramma è che il mondo cristiano conserva più o meno intatto se non l&#8217;odio almeno la forte antipatia verso gli ebrei, nonostante da qualche tempo siano stati promossi da popolo &#8220;deicida&#8221; (!) a &#8220;fratelli maggiori&#8221;. Tale dramma però è alimentato dal comportamento sempre prevaricatore verso i palestinesi dei governi israeliani.<br />
A me pare ottuso anche il presidente Obama. In occasione delle celebrazioni dei dieci anni dalla distruzione delle Torri Gemelle di New York, avvenuta anche come reazione ai soprusi contro i palestinesi, è da idioti &#8211; oltre che da ipocriti come abbiamo dimostrato poco fa &#8211; dare un segnale come quello del veto all&#8217;Onu contro la nascita dello Stato della Palestina. Un segnale cioè che è un&#8217;altra provocazione contro il mondo arabo e islamico, mondo nel quale morto un Osama Bin Laden se ne può fare un altro esattamente come morto un papa se ne fa un altro. Oltretutto, a furia di imporre veti odiosi e scatenare guerre forzando le risoluzioni dell&#8217;Onu, come avvenuto per l&#8217;Iraq e la Libia, prima o poi nascerà l&#8217;Onu del mondo che si è rotto le palle dei nostri soprusi. Anche Obama si comporta come se il baricentro del mondo fosse sempre a Washington, Londra e Parigi, quando invece s&#8217;è spostato, e non di poco. Prima ne prendiamo atto, Obama compreso, meglio è. Se dal Venezuela alla Turchia e dall&#8217;Iran alla Cina i Paesi stufi della nostra prepotenza, ipocrisia e doppiopesismo si facessero un&#8217;Onu diversa da quella attuale, non credo proprio sarebbe una bella cosa. O no?</strong></p>
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<p><strong>A proposito della distruzione delle Torri Gemelle: trovo a un certo punto insopportabile che le vittime di quella tragedia siano ricordate in continuazione, mentre le vittime di tante tragedie provocate dagli Usa e da noi siano bellamente spazzate sotto il tappeto del silenzio. Il troppo stroppia. C&#8217;è anche ben altro da piangere a questo mondo e pretendere ad esempio che la vita di 4-5 mila newyorkesi valga ad esempio di più dei quattro milioni di vittime congolesi per il solo coltan, metallo utile per fabbricare i nostri telefonini e vittime di cui preferiamo non sapere nulla, è semplicemente da mascalzoni.</strong> <strong> </strong></p>
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<p><strong>La parola mascalzoni mi fa venire in mente Bush junior. Ormai è chiaro che ha invaso l&#8217;Afganistan prima e l&#8217;Iraq dopo anche come diversivo, non poteva infatti invadere la preziosa alleata Arabia Saudita, che di Bin Laden era la madre così come la Cia ne era la nutrice. Nei giorni scorsi ho letto il diario o la ricostruzione di Bush junior di come ha vissuto e come ha reagito alla notizia dell&#8217;attacco alle Torri Gemelle. Mi sono cascate diciamo le braccia a terra di fronte a tanta mediocrità, retorica e insulsaggine. Se può diventare presidente degli Usa, e persoino essere rieletto, un tale mediocre, allora gli Usa e il mondo intero sono davvero malmessi.<br />
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		<title>Israele è come gli 007: ha la licenza di uccidere. Concessa dalle loro maestà Usa ed Europa. Grazie ai miti creati dal sionismo e dimostrati come falsi da vari docenti di storia israeliani</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 23:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuova strage di pacifici manifestanti palestinesi per mano del solito esercito israeliano dall&#8217;ammazzamento facile. Dopo la ventina di omicidi, con contorno di centinaia di feriti, di pochi giorni fa in occasione delle manifestazioni per la Naqba, cioè per Il Disastro della cacciata a mano armata di 700 mila palestinesi dalle loro terre seguita alla proclamazione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nuova strage di pacifici manifestanti palestinesi per mano del solito esercito israeliano dall&#8217;ammazzamento facile. Dopo la ventina di omicidi, con contorno di centinaia di feriti, di pochi giorni fa in occasione delle manifestazioni per la Naqba, cioè per Il Disastro della cacciata a mano armata di 700 mila palestinesi dalle loro terre seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ecco la ventina di omicidi delle ultime ore in occasione della Naksa: in occasione cioè della ricorrenza della sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni del &#8217;67 dei farraginosi eserciti di Egitto, Siria e Giordania per mano di quello di Israele. Che si prepara alla nuova mattanza di &#8220;pacifinti&#8221;, come gli ipocristi chiamano i pacifisti non antipalestinesi, della prossima Flotilla diretta a Gaza dopo la strage di 9 pacifisti turchi a bordo di una nave della Flotilla precedente. A parte le chiacchiere, le bugie e il sempre più cinico e intollerabile farsi scudo della Shoà, che non è una tragedia privata degli israeliani, non appartiene solo a loro, ma è una tragedia del mondo e al mondo intero appartiene, le cifre mettono a nudo la realtà della repressione militare israeliana e i suoi obiettivi. Dal 200o al 2010 a fronte di 1.083 vittime civili della &#8220;insorgenza&#8221; palestinese ci sonon 6.371 vittime civili palestinesi. Non siamo ancora al famoso rapporto &#8220;1 a 10&#8243;, di orribile memoria, ma ci siamo vicini, anche perché nel 2011 le altre vittime palestinesi non sonio certo poche: una vergogna per Israele. Che ai palestinesi ha anche rubato terra per piazzarci ben 430 mila colonim in spregio a tutte le leggi internazionali e alle stesse risoluzioni e richieste dell&#8217;Onu. I rifugiati palestinesi che campano con l&#8217;elemosina dell&#8217;Unrwa, l&#8217;apposita agenzia dell&#8217;Onu, sono ormai arrivati alla astronomica cifra di 4,8 milioni. Le case demolite e gli alberi da frutta palestinesi, olivi e arance soprattutto, distrutti per rappresaglia dagli israeliani assommano ormai a decine di migliaia le prime e a centinaia di migliaia i secondi. Ho perso il conto dei pozzi e delle fonti d&#8217;acqua palestinesi requisiti, cioè rubati, ai palestinesi. Ci sono situazioni scandalose che francamente gridano vendetta, dall&#8217;impossiiblità per certi villaggi, piani di bambini, a poter disporre di acqua ed elettricità alla moria di donne incinta impossibilitate a ricoverarsi in ospedale per partorire a causa dei chek point chiusi e del menefreghismo dei soldati addetti al loro funzionamento.  La situazione di Gaza non ha bisogno di essere illustrata.<span id="more-3191"></span>Di ormai insopportabile ipocrisia l&#8217;appello Usa &#8220;alla calma&#8221; dopo la mattanza di manifestanti della Naqsa, insopportabile specie dopo che Obama ha dovuto rimangiarsi di fronte alla platea dell&#8217;AIPAC, la più potente delle lobby sioniste pro Israele degli Usa, quello che pochi giorni prima aveva fatto infuriare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in visita alla Casa Bianca. L&#8217;AIPAC fa ballare in particolare la signora Hilary Clinton, cioè il segretario di Stato Usa all&#8217;origine del viscido appello &#8220;alla calma&#8221;: oltre ad essere stata eletta con l&#8217;appoggio dell&#8217;AIPAC, la signora Clinton ha la figlia Chelsea andata sposa in pompa magna un anno fa a Marc Mezvinsky, rampollo di una straricca famiglia di finanzieri sionisti tenaci sostenitori di Israele sempre e comunque.</strong></p>
<p><strong>Obama ha dovuto dichiarare pubblicamente all&#8217;AIPAC il contrario di quello che poche ore prima aveva sbattuto in faccia a Netanyahu. Se a questi aveva annunciato che lo Stato palestinese è ormai inevitabile che finalmente nasca, tanto ormai dopo 60 anni di angherie, furti di terra e vessazioni varie sarà grande al massimo come un francobollo gruviera, alla platea dell&#8217;AIPAC ha docuto garantire che gli Usa non ne appoggeranno la nascita se non alle condizioni di Israele. In particolare, lo Staterello palestinese &#8220;dovrà essere smilitarizzato&#8221;, cioè sempre sottoponibile a invasione da parte di Israele usa a violare i confini altrui e dotata anche di centinaia di testate nucleari. Non c&#8217;è bisogno di commenti. </strong></p>
<p><strong>Vale la pena invece di occuparci del discorso di Netanyahu al senato Usa fatto dopo la gelida visita alla Casa Bianca. E&#8217; ora infatti di prendere di petto tutta una serie di miti e chiamarli coni il loro nome: miti, appunto. O, più prosaicamente, panzane alle quali un popolo è libero di credere &#8211; ogni popolo, compreso quello italiano, ha le sue &#8220;panzane&#8221; mito, e sono sacre &#8211; ma non può certo pretendere, per giunta con le armi, che ci debbano credere anche gli altri popoli. Specie se si usano i propri miti come comoda scusa per mettersi sotto il tallone altri popoli.<br />
</strong></p>
<p><strong>Nel suo applauditissimo discorso al parlamento Usa, il capo del governo israeliano &#8211; che punta chiaramente a evitare che Obama venga rieletto, e quindi punta anche a che l&#8217;AIPAC non stanzi fondi per la sua campagna elettorale &#8211; ha infatti ripetuto la solita ferrea, monolitica e tranchant affermazione, il classico cavallo di battaglia e tabù del sionismo: &#8220;Israele è la terra dei nostri avi e quindi abbiamo tutto il diritto di tornarci e di restarci&#8221;. La prima obiezione che viene spontanea è perché mai lo stesso diritto non lo debbano avere le centinaia di popoli delle Americhe, del nord, del centro  e del sud, costretti a vivere in riserve o a essere cittadini di serie B, quando non di serie C, o i vari popoli africani, come i boscimani o i bantù, e gli aborigeni australiani. I mapuche dell&#8217;Argentina hanno anzi perso la causa in tribunale con la quale chiedevano di poter tornare nelle terre degli avi in Patagonia, terre oggi occupate dagli italiani Benetton &#8211; sì, quelli della United Colors of Benetton &#8211; per far pascolare le mandrie di pecore dalle quali ricavano la lana per i loro tessuti. In Australia gli aborigeni si sono rivolti alla magistratura per chiedere di riavere almeno la città di Perth, che è oltretutto aborigena anche nel nome. Nella foresta amazonica sono ancora oggi varie le etnie spazzate via per far posto alle miniere e alla deforestazione per mano delle grandi compagnie minerarie o dei grandi latifonsisti, che fino a pochi decenni fa davano un premio a chiunque portasse loro un orecchio o un&#8217;altra prova di avere ucciso un &#8220;selvaggio&#8221;, cioè un indio da sfrattare armi alla mano mandandolo all&#8217;altro mondo.</strong></p>
<p><strong>Anche a voler evitare di polemizzare con tali paragoni, che dimostrano come anche nel campo dei diritti umani valga il criterio dei due pesi e due misure, basato sul principio che il più forte ha ragione mentre i più deboli se la prendono in quel posto, resta una obiezione fondamentale all&#8217;affermazioni di Netanyahu e del sionismo in genere. Rizzoli ha da poco pubblicato la traduzione del libro di un docente di Storia israeliano all&#8217;Università di Tel Aviv &#8211; ed ebreo, se questo particolare interessa a qualcuno che ha bisogno di timbri a garanzia &#8211; che si aggiunge a vari altri che spazzano via la definizione di &#8220;popolo ebraico&#8221; dimostrando che un tale popolo non esiste, né più e né meno come non esiste il popolo cristiano o cattolico, ma esistono vari popoli cristiani o cattolici, spesso perfino in guerra tra di loro come mostra impietosamente e in modo supremo anche e soprattutto la seconda guerra mondiale. Il docente in questione è Shlomo Sand, nato in Austria da genitori polacchi internati dai nazisti e scampati alla Shoà, emigrato con il figlio in Israele dopo avere rifiutato qualunque indennizzo dalla Germania. Sand nelle oltre 500 pagine del suo documentatissimo libro dimostra &#8211; anzi, ricorda, perché si tratta spesso di cose scritte già nella bibbia, anche se taciute &#8211; che alla religione nata in Giudea, oggi nota come ebraismo, si sono man mano convertiti re, regine e interi popoli, dal Marocco alla Mesopotamia, dal Sahara all&#8217;Europa, che con la Giudea non avevano nulla a che spartire. mi viene da ridere all&#8217;idea che Paolo Mieli o Momi Ovadia siano diversi da me perché sono ritenuti &#8220;semiti&#8221;, quando invece i semiti sono semmai gli arabi e i palestinesi, ma certo non gli ebrei europei o africani, come i falascià. Se la memoria  non mi inganna, già Koestler fece notare che Hitler e i nazisti, e quindi anche Mussolini e i fascisti, erano ignoranti come bestie in fatto di &#8220;semiti&#8221; e non, visto che i tanto esecrati ebrei europei di semita non hanno mai avuto nulla.</strong></p>
<p><strong>Il professor Sand ricorda anche che la famosa diaspora ebraica è nata spontaneamente e molto tempo prima che i romani riconquistassero Gerusalemme distruggendo anche il Tempio, e che se si parla di &#8220;popolo ebraico errante&#8221; è solo perchè nell&#8217;800 il sionismo ha fatto proprio il mito cristiano dell'&#8221;ebreo errante&#8221;, eternamente errante in quanto &#8220;popolo deicida&#8221; perché aveva &#8220;ucciso Gesù&#8221;. A dire il vero Sand ricorda anche un&#8217;altra cosa, piuttosto imbarazzante: il sionismo è nato nella setssa epoca e nella stessa zona dell&#8217;Europa orientale che ha visto nascere altri nazionalismi basati su falsificazioni mitologiche della Storia e sul mito della &#8220;purezza del sangue e delle origini&#8221;, come il nazionalismo tedesco diventato poi nazionalsocialismo o nazismo che dir si voglia e lo slavismo. Sand fa notare altre due cose. La prima è che le democrazie e gli Stati dell&#8217;Europa occidentale, dall&#8217;Inghilterra all&#8217;Italia, dalla Francia alla Spagna, hanno un concetto della cittadinanza e dello stesso nazionalimo che è un concetto &#8220;inclusivista&#8221;, vale a dire che include chiunque viva, e meglio se paga le passe, su uno stesso territorio nazionale a prescindere dalla religione e dall&#8217;oridine familiare e degli avi della  proprio nazionalismo. La seconda è che gli Stati e i nazionalismi dell&#8217;Europa orientale hanno invece avuto una concezione della cittadinanza tipicamente &#8220;esclusivista&#8221;: vale a dire, che esclude chi non appartenga alla stessa &#8220;razza&#8221;, allo stesso ceppo &#8220;del sangue&#8221; o non discenda dalle &#8220;tribù fondatrici&#8221; dei rispettivi popoli. Tra i nazionalismi &#8220;esclusivisti&#8221;, oltre al nazionalismo tedesco sfociato nel nazismo della &#8220;pura razza ariana&#8221;, c&#8217;è il nazionalismo ebraico noto come sionismo. Che, come si vede, e lo dimostra Sand, non lo dice cioè un &#8220;antisemita&#8221;, non ha un bel blasone, un gran bel pedigree.</strong></p>
<p><strong>In ogni caso, ma Netanyahu&amp;C ignorano volutamente anche questo, cioè che il sionismo non è mai stato un blocco monolitico, per giunta antiarabo o antipalestinese. Non solo c&#8217;è stato il sionosmo per esempi di Judha Magnes, che voleva sì la creazione dello Stato israeliano nela Palestina storica, ma voleva che fosse uno Stato e una democrazia &#8220;inclusivista&#8221;: vale a dire, con pari doveri e diritti per ebrei, musulmani, cristiani, atei, agnostici e quant&#8217;altro. E tra i vari partiti sionisti, Mapai, Mapam, ecc., c&#8217;erano anche quelli che non distinguevano &#8211; sotto il profilo della cittadinanza e della parità di diritti e dover &#8211; tra ebrei e non ebrei. Lo scrive molto bene un altro docente di Storia israeliano &#8211; ed ebreo, sempre se a qualcuno interessa il sigillo di garanzia &#8211; come Ilan Greilsammer, nel suo agile libretto &#8220;Il sionismo&#8221;, edito da il Mulino. Greilsammer dimostra anche come il sionismo abbia falsificato la storia ebraica inventando una serie di miti utili alla causa del nazionalismo ebraico teso ad avere un suo Stato.</strong></p>
<p><strong>Sia Sand che Greilsammer auspicano, come il sottoscritto e una moltitudine di intellettuali israeliani e di ebrei non israeliani, che &#8211; ora che Israele esiste &#8211; il sionismo politicamente si aggiorni, rivisiti il suo nazionalismo e i suoi miti, e si renda conto che la legittimità dello Stato di Israele è basata non sulla bibbia et similia, bensì sulla famosa risoluzione dell&#8217;Onu del 1948. La stessa che legittima, finora &#8211; e forse ormai per sempre &#8211; inutilmente, la nascita di uno Stato palestinese.</strong></p>
<p><strong>Intanto però Netanyahu a Washington ha barato, come del resto la maggioranza dei sionisti odierni, e ha potuto farlo, per giunta venendo anche applaudito pare ben 30 volte, solo perché su certi argomenti si preferisce coltivare l&#8217;ignoranza, lasciare briglia sciolta e pascolo libero a stereotipi e falsità storica, base per l&#8217;appunto dell&#8217;ignoranza di massa utile a predicare ciò che da troppo tenpo si predica. E si pratica.</strong></p>
<p><strong>Di fronte alla durezza di Netanyahu, che punta addirittura a far cacciare Obama dalla Casa Bianca facendo leva negli Usa sulla comunità ebraica e su quella cristiana sionista , è bene cominciare a dire ad alta voce che a contribuire al suo dente avvelenato è, oltre alla sete di potere tipica dei politici, il fatto che è il fratello di un soldato, Jonathan Netanyahu, caduto durante l&#8217;attacco israeliano all&#8217;aeroporto di Entebbe nel 1976. E&#8217; il caso di cominciare a dire ad alta voce anche che l&#8217;attuale primo ministro israeliano ha creato negli Usa, nei vari anni in cui ci ha vissuto, il think tank Jonathan Institute, non a caso intitolato al fratello caduto nell&#8217;attacco a Entebbe.  E&#8217; bene infatti si sappia, se si vuole capire perché Israele rischia il vicolo cieco, con tutte le sue conseguenze, che il Benjamin Institute ha avuto un ruolo non trascurabile nel teorizzare il passaggio dalla guerra fretta Usa-Urss al confronto tra Nord e Sud del mondo. Il confronto, vale a dire, che ha permesso alle industrie di armi di continuare a prosperare e che rischia di trascinarci in una nuova guerra mondiale.</strong></p>
<p><strong>Netanyahu non è un politico onesto, tra i sionisti è forse il politico più pericoloso e meno onesto: confonde infatti i suoi rancori e la sua sete di potere con gli interessi di Israele, per giunta spacciandoli anche lui come interessi di tutti gli ebrei del mondo. Chiunque sia amico del mondo ebraico, e magari anche di Israele, senza per questo essere nemico mortale di altri mondi e altri Stati, deve svegliarsi: aprire gli occhi e fare la sua parte. Prima che sia troppo tardi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Dopo il Biafra, la Libia: la Francia non perde il vizio. E non lo perde neppure l&#8217;Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 16:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Chissà se anche questa volta i bombardamenti &#8220;chirurgici&#8221; contro Gheddafy gli ammazzeranno un&#8217;altra bambina, figlia adottiva, come quella ammazzata nel 1986 dai piloti americani che per cercare di ucciderlo su ordine criminale del presidente Reagan bombardarono casa Gheddafy massacrando un po&#8217; di gente, ma mancando l&#8217;obiettivo designato. In ogni caso, non trattandosi di bambina e vittime israeliane e tanto meno ebree non ce ne può, come si dice a Roma, &#8220;fregà de meno&#8221;. &#8220;Tripoli brucia&#8221;, titolano infatti giulivi i nostri giornali. Al nostro cinismo e alla nostra mancanza di scrupoli e memoria non c&#8217;è limite.</strong></p>
<p><strong>Come che sia, ha ragione il marito di Carla Bruni, noto anche come Sarkozy: &#8220;La Francia si assume le proprie responsabilità di Fronte alla Storia&#8221;. La Storia però non è smemorata e contrariamente alle signore tipo Carla Bruni e affini non si lascia incantare e portare a letto con belle frasi ad effetto. La Francia infatti di fronte alla Storia ha già la responsabilità dell&#8217;invasione napoleonica dell&#8217;Egitto e del sanguinoso sfruttamento coloniale non solo dell&#8217;Algeria vicina di casa della Libia aggredita in queste ore. Il marito di Carla Bruni farebbe meglio a tenere a mente che in tempi più recenti la Francia ha di fronte alla Storia la grave responsabilità della tragedia del Biafra, la cui secessione dalla Nigeria fu criminalmente foraggiata da Parigi per poter mettere le mani sul petrolio di quelle terre.  Prima della lunga guerra civile per il Biafra, con il solito per noi irrilevante contorno di qualche milione di morti ammazzati con armi vendute dall&#8217;Europa, la Nigeria era un Paese in via di forte sviluppo grazie al suo petrolio. Dopo la guerra per il Biafra la Nigeria è diventata terra di emigrazione di donne venute a migliaia anche in Italia per vendere sesso a basso costo. <span id="more-3039"></span>Senza dimenticare le precedenti responsabilità inglesi nel devastare parte di quel territorio, specie il Benin, dal quale quando ne hanno conquistato la capitale hanno razziato in un solo giorno, tra molto altro, migliaia di splendide statue in bronzo, parte delle quali fanno sfoggio di sé nei musei londinesi. Era l&#8217;epoca in cui i re del Benin facevano a gara con i re di Francia e Versailles in fatto di sfarzo. Visto che il marito di Carla Bruni evoca la Storia è bene essere precisi, completi e non barare. Anche perché con la Storia non si può barare.<br />
Duole dover sospettare che il marito di Carla Bruni abbia fretta di far fuori Gheddafy per evitare che questi renda di pubblico dominio, come un suo figlio ha imprudentemente minacciato di fare, i documenti comprovanti il suo accettare finanziamenti sottobanco anche proprio dai libici per la sua scalata alla presidenza della Francia. Non è dignitoso, tanto meno di fronte alla Storia, accettare quattrini che quando fa comodo si definiscono ufficialmente puzzolenti. Soprattutto non è dignitoso, di fronte alla Storia, scatenare una guerra per evitare di essere sputtanato in piazza per motivi privati. Il Chiavaliere si limita a fare una guerra contro i magistrati a base di parole e leggi su misura, finora non ha ammazzato nessuno né invaso terre altrui. Dove ha inviato soldati, Iraq e Afganistan, lo ha fatto solo come appoggio di serie B e comunque trascurabile, finora non s&#8217;è ancora sognato, a differenza del marito di Carla Bruni, di scatenare una guerra vera, con bombardamenti e morti ammazzati. <!--more--></strong></p>
<p><strong>Due piccioni con una fava: all&#8217;estero mettere le mani sul petrolio altrui e all&#8217;interno creare una situazione di emergenza tale da permettere al marito di Carla Bruni e al suo governo di rafforzarsi e durare. Ne trae vantaggio anche il nostro capo del governo, che con una guerra in atto scatenata da Stati europei può di schivare meglio i processi e indicare i magistrati addirittura come nemici della Patria. Non c&#8217;è nessun bisogno di ricorrere magari alle bombe di &#8220;terroristi&#8221; armati dai servizi segreti come avvenne in Italia nel &#8217;69, fino alla strage di piazza Fontana a Milano, le bombe infatti i berlusconiani sperano arrivino sotto forma di missili o attentati &#8220;libici&#8221;, e più in generake &#8220;islamici&#8221;. In ogni caso il governo e il Chiavaliere sono salvi, sono più sicuri di andare avanti.<br />
La Francia però di piccioni ne prende uno in più, tre anziché due: lanciandosi in avanti prima di tutti all&#8217;assalto della Libia favorisce la sua Total e la mette in quel posto alla nostra Eni, che dalla Libia prende il 26% del nostro fabbisogno petrolifero. Lo scopo è semplice, anche se lo negherebbero tutti sdegnati: acuire le difficoltà economiche dell&#8217;Italia e anche quelle politiche tramite il diluvio di nuovi arrivi di disperati, che esaspererà la Lega fino magari a un qualche punto di rottura. La Francia infatti assieme alla Germania non vede l&#8217;ora di cacciarci dalla Comunità Europea, almeno dalla moneta unica, perché siamo un peso economico e una mina politica vagante data la incapacità di fare le riforme necessarie e la capacità dei poteri parassiti di restare al comando fottendosene del debito pubblico. Berlusconi tempo fa per fare un piacere a Israele e agli Usa, ai quali anche a causa del bunga bunga non può dire troppi no, ha ordinato all&#8217;Eni di interrompere ogni rapporto con l&#8217;Iran, che non solo ci fornisce petrolio non meno della Libia, ma ci ha anche reso partners di alcuni grandi impianti di estrazione. Una mossa, quella contro l&#8217;Iran e di fatto contro l&#8217;Eni, che aveva anche il pregio di favorire le tasche del giro berluscone: meno petrolio arriva dall&#8217;Iran più ne deve arrivare dalla Libia dell&#8217;amico &#8211; e maestro di bunga bunga &#8211; Gheddafy e assieme al gas dalla Russia dell&#8217;amico Putin, due bei tipi con i quali il Chiavaliere secondo gli Usa è in affari. Ora però grazie al marito di Carla Bruni rischiamo di trovarci non solo senza il petrolio iraniano, ma anche senza quello libico: in totale, sparisce oltre il 50% dei nostri rifornimenti petroliferi! In altre parole, una tragedia. Di quelle vere. Oltre al pericolo di disastro militare o terroristico anche in casa nostra.<br />
Tutte cose che però in Rai gli augusti Spazzolini e le ex spie della Cia modello Ferrara si guardano bene dal dire, occupati come sono ad applaudire, così come si limita sempre ad applaudire la stampa più o meno prona modello Il Giornale o Panorama, ai quali ormai fa concorrenza perfino un rotocalco di pettegolezzi e vacuità varie come &#8220;Chi&#8221; dell&#8217;impagabile, si fa per dire, signorino Signorini.</strong></p>
<p><strong>Il metodo è sempre quello: foraggiare e armare una qualche opposizione che ci faccia comodo, dai generali golpisti argentini ai talebani, per abbattere i governi che non fanno i nostri interessi, oppure invadere Paesi altrui con la scusa di &#8220;difendere la popolazione&#8221;, come è stato fatto in Iraq due volte di fila. Mi pare fosse il generale Fabio Mini a scrivere pochi anni fa su L&#8217;espresso che con la scusa dell'&#8221;intervento umanitario&#8221; abbiamo trovato il modo di fare le guerre facendo finta di volere la pace. E, in Italia, di rispettare la Costituzione, che le guerre le ripudia di qualunque tipo esse siano. Siamo talmente abituati a stuprare la verità e la realtà da non renderci conto della profonda follia, ipocrisia e contraddizione insite nel concetto, e nella pratica, della &#8220;guerra umanitaria&#8221;! I bombardamenti francesi e americani stanno facendo in Libia una marea di morti, esattamente come quelli israeliani a Gaza, ma noi siamo felici perché &#8220;difendiamo la popolazione&#8221;, &#8220;difendiamo i civili&#8221;. Strano modo di difenderli quello di accopparli in misura maggiore di quanto potrebbe fare Gheddafy per riportare la situazione alla normalità. Vedo che i siti internet titolano giulivi &#8220;Tripoli brucia&#8221;. Durante la prima guerra del Golfo, cioè durante il primo attacco contro l&#8217;Iraq voluto dagli Usa i bombardieri e i missili americani si sono accaniti contro le truppe di Saddam ormai in fuga, massacrando non meno di 40-60 mila uomini. Di morti Saddam ne avrebbe fatti molto meno se si fosse tenuto lui il Kuwait. Per la &#8220;libertà e la democrazia&#8221; del quale abbiamo fatto una guerra, partecipandovi anche noi italiani con l&#8217;aviazione, per poi ovviamente fottercene e della democrazia e della libertà, tant&#8217;è che il Kuwait è ancora un regno proprietà privata del solito parassita messo sul trono da Londra o da Washington o da Parigi. Non a caso teniamo in piedi un potere come quello che opprima quanto meno le donne in Arabia Saudita e lasciamo che il solito sceicco parassita massacri nel suo Barhain chiede libertà né più e né meno come l&#8217;hanno chiesta in Tunisia e in Egitto. Anzi, facciamo finta di niente di fronte al fatto che il parassita padrone del Barhain il massacro lo ha fatto fare grazie all&#8217;arrivo proprio di truppe saudite. Accorse su mezzi corazzati made in Usa e dintorni. Per la seconda guerra contro l&#8217;Iraq abbiamo inventato la formula della &#8220;guerra preventiva&#8221;, ovviamente una guerra &#8220;giusta&#8221; perché faceva comodo a noi. E&#8217; anche sulle laudi a quella guerra che hanno fatto carriera giornalistica spie della Cia come Giuliano Ferrara. Non guardo mai la tv, ma immagino che Ferrara, che combinazione vuole sia tornato da poco nuovamente sui teleschermi Rai, tesserà le lodi di questa nuova guerra, e con lui i vari augusti Spazzolini e simili cantori.</strong></p>
<p><strong>&#8220;Chi pensa che la guerra è bella e che valga più della pace, è storpio di mente&#8221;: lo ha detto Cartesio, francese e fondatore del pensiero moderno, scientifico. Ma evidentemente il marito di Carla Bruni non ha letto Cartesio. Non lo hanno letto neppure tutti i laudatori interessati che intonano il solito coro della &#8220;guerra giusta&#8221;. Con la loro logica danno ragione a chi per esempio volesse la guerra a Israele o invadere la cosiddetta Padania per dar man forte alle Camicie Verdi che vogliono la secessione dall&#8217;Italia. Ognuno infatti di ciò che è giusto ha un suo concetto, una sua visione. Ciò che è giusto per noi può essere ingiusto per altri, e viceversa. Ovviamente. Però come sempre anziché trattare per trovare un punto di equilibrio comune preferiamo ricorrere alla forza  quando siamo convinti di poterla fare franca. Sono secoli che invadiamo terre altrui seguendo questa logica. Ho già fatto notare più volte come il Medio Oriente sia dall&#8217;invasione dell&#8217;Egitto da parte di Napoleone in poi la prova clamorosa del nostro fallimento anche e soprattutto morale. Von Clausewitz diceva che la guerra è la prosecuzione, con altri mezzi, della politica. L&#8217;Occidente della famosa &#8220;civiltà superiore&#8221; ha invece capovolto il concetto: per noi la politica è solo la prosecuzione, con altri mezzi, della guerra…. Alla quale amiamo tornare ogni volta che se ne presenta l&#8217;occasione. Prima abbiamo &#8220;esportato la civiltà&#8221; di Roma. Poi abbiamo &#8220;esportato la vera religione&#8221;. Poi abbiamo nuovamente &#8220;esportato la civiltà&#8221;, questa volta non più di Roma ma dell&#8217;Europa coloniale. Poi abbiamo &#8220;esportato il liberalismo&#8221;, in nome del quale gli Usa hanno trascinato il Giappone nell&#8217;epoca industriale, con le note tragiche conseguenze. Poi abbiamo &#8220;esportato la libertà&#8221;, cioè la nostra contro i sistemi socialisti o comunisti foraggiando un gran numero di colpi di Stato e di massacri di &#8220;comunisti&#8221;.<br />
Ora &#8220;esportiamo la democrazia&#8221;. Sempre a cannonate. Ma, cosa curiosa, dopo averla uccisa in culla quando nasceva da sola, come in Iran, Cile, Congo, Argentina, Indonesia, Grenada, ecc.</strong></p>
<p><strong>Duole dirlo, ma il metodo classico, di cui ho parlato sopra, si è affinato imparando dal metodo israeliano usato da 60 anni in Palestina: bastonare il &#8220;nemico&#8221; per frantumarne gli assi portanti della società, che senza ossatura non può che collassare e rifugiarsi nel fanatismo religioso, peraltro speculare al fanatismo talmudico, o in governi più o meno proni. Il fanatismo religioso del &#8220;nemico&#8221; è per noi cosa comodissima e utilissima, ci permette infatti di avere un ottimo alibi per bollarlo come nemico e mobilitare di conseguenza l&#8217;opinione pubblica, vedi il caso Gaza e Hamas. In quanto a governi fantocci, l&#8217;Afganistan, l&#8217;Iraq e l&#8217;Anp ne sono begli esempi. Copiare dagli israeliani ci porta però al contagio del delirio di onnipotenza e della guerra continua. In Israele infatti la reazione al &#8220;vento della democrazia&#8221; arrivato il 15 marzo anche a Gaza e nei rimasugli della Palestina provoca reazioni tanto per cambiare scomposte. Il leader dell’ANP Abu Mazen e il leader di Hamas, Ismail Haniyeh dovrebbero vedersi nei prossimi giorni, sull&#8217;onda della forte richiesta di unità e riconciliazione nazionale dei movimenti esplosa in piazza il 15 marzo. Forse saranno costretti a risolvere anche la questione della riforma dell’Olp, dove Hamas non è presente ma dovrebbe entrare. Forse risolveranno anche il problema delle divergenze sulle elezioni, che Abu Mazen dice di prevedere entro i prossimi sei mesi mentre Hamas le ha sempre bollate come “illegittime”.<br />
Il possibile incontro è visto di buon occhio dall’inviato ONU, Robert Serry, che lo ha pubblicamente auspicato. Sono invece negativi e di condanna i commenti delle  autorità israeliane, che grazie alla divisione tra Hamas e ANP hanno buon gioco nel continuare all&#8217;infinito l&#8217;occupazione della Cisgiordania e l’assedio di Gaza. In un’intervista rilasciata alla rete Usa CNN il capo del governo israeliano Netanyahu non solo ha barato paragonando Hamas ad Al-Qaeda, ma ha addirittura affermto che la riconciliazione tra le due parti palestinesi significherebbe &#8220;la fine del processo di pace&#8221;. Facendo finta che il &#8220;processo di pace&#8221; non sia già stato ucciso e sotterrato da tempo proprio dai governi israeliani, come hanno inequivocabilmente dimostrato di recente anche i &#8220;palestinian papers&#8221;.</strong></p>
<p><strong>L&#8217;Italia ha compito 150 anni. Il papa ha avuto la faccia di bronzo di dire che la Chiesa è un buon collante per gli italiani. Dimenticando di dire che proprio la Chiesa ha impedito che l&#8217;unità d&#8217;Italia fosse realizzata quasi mille anni prima, per l&#8217;esattezza dai longobardi, e ha poi pure impedito che fosse realizzata dagli svevi. Senza contare che Garibaldi e i Savoia per arrivare finalmente a fare l&#8217;Italia unita hanno dovuto prendere a cannonate proprio l&#8217;esercito pontificio e le mura della forcaiola Roma papalina.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Libia sì, Barhain e Arabia Saudita no. Fallito in Libia il collaudo di tipo afgano da riutilizzare poi in Iran. Che resta però candidato a vittima del terremoto giapponese</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 00:02:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1) &#8211; Cosa è successo in Libia pare ormai chiaro. Una rivolta circoscritta è stata spacciata per rivoluzione dai mass media dell&#8217;Arabia clerical petrolifero monarchica seguiti a razzo dai nostri. Lo scopo era di poter mandare istruttori militari occidentali per organizzare i rivoltosi e armarli a dovere. Insomma, il bis della creazione dei talebani fatta a suo tempo dagli Usa in Afganistan contro l&#8217;Unione Sovietica. Questa volta al posto dei talebani gente comunque utile a buttar giù Gheddafi per sotituirlo con un Kharzai libico, manovrabile a piacere da Washington e Londra. Questo spiega la assoluta mancanza di foto e prove vere dei &#8220;massacri e bombardamenti di interi quartieri civili&#8221; di cui si è cianciato assieme ai falsi delle &#8220;fosse comuni&#8221; e del &#8220;genocidio&#8221;, oltre alla assoluta mancanza di foto e  video di masse di rivoltosi, abbondanti invece durante le manifestazioni del Cairo e Tunisi. Spiega anche perché ancora oggi si vedono solo foto e  video di rivoltosi con armi pesanti, come le molte camionette con mitragliatrici di grosso calibro, antiaeree o antiblindati. Fosse andata bene, l&#8217;intervento clandestino in Libia sarebbe probabilmente diventato il collaudo dell&#8217;intervento da bissare in Iran.<span id="more-3023"></span></strong></p>
<p><strong>Questa volta però è andata male. Il solito giochino non è riuscito al Bernard Levy di turno, che è incredibilmente riuscito a rimbecillire il presidente francese Sarkozi fino a fargli dichiarare che la Francia era pronta a intervenire militarmente anche da sola per &#8220;aiutare i rivoltosi anti Gheddafi&#8221;, che bisognava imporre la No Fly Zone e riconoscere i rivoltosi come legittimo nuovo governo della Libia. Un tris di corbellerie straordinariamente imprudenti, che ora lasciano Sarkozy in mutande e Bernard Levy e il suo furore anti islamico e in particolare anti iraniano finalmente smascherati come si deve. Questa è gente che mentre fa un tifo folle per &#8220;aiutare la rivoluzione libica&#8221; si volta dall&#8217;altra parte per non vedere che il vento del rinnovamento e della richiesta di più diritti soffia anche nei Paesi arabi a governo decisamente indecente, come per esempio nel Barhain proprietà privata del solito sceicco filo occidentale. Però il Barhain è filo occidentale, come la medioevale Arabia Saudita e gli altri pozzi di petrolio diventati staterelli artificiali del Golfo Persico (Persico = Persiano, cioè oggi iraniano). Inoltre ospita pure una enorme base militare Usa. Ecco perché a Parigi i finora 7 morti fatti dalla polizia per reprimere le rivolte di piazza non li vogliono neppure sentir nominare. Lo stesso copione già visto per la Sakhineh iraniana e per quella Usa che aveva nome Teresa Lewis, messa a morte dal boia di Stato a stelle e strisce a differenza della sua omologa di Teheran, che è ancora viva.</strong></p>
<p><strong>Le proteste e i morti del Barhain e dintorni non vengono visti con la stessa simpatia con la quale abbiamo guardato la &#8220;rivoluzione&#8221; libica, tutt&#8217;altro. Improvvisamente le rivolte popolari diventano non più popolari, ma sciite. Un modo disonesto per poter dire che sono manovrate dall&#8217;Iran, che è appunto sciita. E poiché lo sceicco parassita padrone del Barhain è sunnita, ecco che i morti fatti dalla sua polizia non sono vittime della polizia dello Stato, ma più anodinamente dei poliziotti sunniti. Strano: la situazione è identica a quella dell&#8217;Iraq di Saddam, maggioranza sciita governata col pugno di ferro dalla minoranza sunnita, però questa volta non ragioniamo allo stesso modo… Ah, i miracoli del petrolio!<br />
Di quel petrolio che in quella parte di mondo è pari al 40% delle riserve dell&#8217;intero pianeta,  petrolio che transita senza posa dallo stretto di Hormuz del Golfo Persico e che se non viene più venduto all&#8217;Occidente ci mette rapidamente in ginocchio. Gheddafy ha fatto l&#8217;errore di dire che per reazione al delirio non solo parigino il petrolio lo può vendere alla Russia e alla Cina, che non vede l&#8217;ora di poterne disporre. Stesso errore fece Mossadeq quando nella neonata democrazia iraniana dichiarò che avrebbe nazionalizzato l&#8217;oro nero ponendo fine al vergognoso sfruttamento delle compaagnie angloamericane. Il risultato fu il colpo di Stato contro Mossadeq e contro la democrazia iraniana organizzato da Londra e dalla Casa Bianca, al quale seguì una represione così feroce da portare infine come reazione alla cacciata del monarca e al trionfo del clero islamico. Contenti?<br />
Ovviamente l&#8217;Occidente non può permettersi di perdere il petrolio libico e quello che transita per il Golfo Persico, specie ora che il disastro giapponese mette fuori gioco il nucleare e rilancia di conseguenza l&#8217;oro nero almeno sul medio periodo. Tanto meno può permettere che finisca ai cinesi o anche solo ai russi, che di giacimenti petroliferi ne hanno già troppi.</strong></p>
<p><strong>E quindi? E quindi la spinta ad attaccare l&#8217;Iran diventa molto più forte, anche se la prova generale fatta in Libia è andata male. Netanyahu scalpita, da tempo, e i suoi volenterosi fans alla Bernard Levy fremono, non vedono l&#8217;ora di guidare &#8220;l&#8217;orgolio e la rabbia&#8221; dell&#8217;Occidente contro il detestato mondo arabo e islamico, specie se iraniano. E&#8217; dal tempo di Cesare e Crasso che andiamo a sbattere la faccia da quelle parti…  Qualcuno dovrebbe avvertire la Casa Bianca e Parigi, compresi i fanatici alla Levy e le tristi epigoni della tristissima Oriana Fallaci, pace all&#8217;anima sua, della fine fatta dall&#8217;imperatore romano Valeriano e dal suo esercito, il primo ridotto dal persiano Cosroe a suo sgabello per montare a cavallo e il secondo a massa di schiavi.  Qualcuno dovrebbe anche avvertire Netanyahu e l&#8217;intera classe dirigente politica e militare di Israele che il colonialismo è finito da un pezzo e non lo resusciterà il farsi testa di ponte in Medio Oriente del neocolonialismo occidentale. Leggere la bibbia e le sue favole sulla &#8220;Grande Israele&#8221; va bene, ma crederci fino al punto da volerla realizzare di nuovo, ammesso e non concesso che sia mai esistita, è roba da rabbini fuori dal tempo e fuori di testa, ma non da ceto politico con i piedi per terra.</strong></p>
<p><strong>L&#8217;Iran sarà la vittima finale del terremoto giapponese? Può darsi. Speriamo di no, ma può darsi. Le manovre per i bombardamenti &#8220;chirurgici&#8221; durano da troppo tempo…</strong></p>
<p><strong>2) In Italia il grave non è tanto il fatto che restino al loro posto sia i puttanieri pluri sotto processo alla Berlusconi e i loro fornitori di belle donne un tanto al chilo, cosa comunque di per sé già gravissima e squalificante,  quanto invece il fatto che gli italiani tollerino una tale situazione o addirittura la guardino con simpatia. Berlusconi e i suoi nani, &#8220;zoccole&#8221;, minetti e ballerine sono un numero limitato di persone, per quanto grande, perciò la loro indecenza personale e politica, con annessa mancanza di civismo e senso dello Stato, potrebbe essere rimovibile mandandoli a casa. Invece il fatto che l&#8217;indecenza politica e la mancanza di civismo e senso dello Stato sia entrata nel dna della maggioranza degli italiani è una catastrofe per rimuovere la quale ci vorranno generazioni. Posto che sia removibile e che invece non peggiori diventando definitiva. Il marciume, la corruzione e l&#8217;incapacità generalizzate del ceto politico al governo è grave, ma in linea di massima sostituibile con un ceto politico migliore, se vincesse alle elezioni. Ma il marciume, la corruzione e l&#8217;incapacità di qualche decina di milioni di italiani è uno tsumani dell&#8217;intera cosiddetta società civile. Civile?<br />
</strong></p>
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