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	<title>ArruotaLibera &#187; diritto processuale</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Imputato e colpa</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jul 2013 06:57:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti&Rovesci]]></category>
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		<category><![CDATA[colpa]]></category>
		<category><![CDATA[diritto penale]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando nei processi si giudica qualcuno e ci si attiene esclusivamente alla legge si ha più possibilità di sbagliare che non attenendosi esclusivamente all&#8217;etica. Applicare la legge ai casi umani, che sono sempre infinitamente complessi, anche quando appaiono semplici, non ha molto senso. Anche se i giudici avessero in mano migliaia di codici e migliaia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando nei processi si giudica qualcuno e ci si attiene esclusivamente alla <em>legge</em> si ha più possibilità di sbagliare che non attenendosi  esclusivamente all&#8217;<em>etica</em>. Applicare la legge ai casi umani, che sono  sempre infinitamente complessi, anche quando appaiono semplici, non ha molto  senso. Anche se i giudici avessero in mano migliaia di codici e migliaia di  riferimenti a casi analoghi a quello che devono giudicare, non sarebbero per  questo più agevolati. La realtà è che gli esseri umani non possono essere  &#8220;giudicati&#8221; da altri esseri umani. Possono solo essere <em>capiti</em>.</p>
<p>Di fronte a qualcuno accusato di qualcosa, noi non dovremmo mai né  giustificare né condannare, proprio perché non possiamo farlo. E i motivi sono  tanti: p. es. perché conosciamo troppo o troppo poco l&#8217;imputato. In un caso  possiamo avere dei conflitti di interesse; nell&#8217;altro rischiamo di fidarci  troppo delle apparenze, delle impressioni, delle opinioni o testimonianze  altrui. Per non parlare del fatto che ci portiamo sempre dietro i nostri  pregiudizi, le nostre concezioni di vita.</p>
<p>Noi non siamo mai nelle condizioni migliori per poter giudicare in maniera  adeguata qualcuno: o siamo troppo coinvolti nelle sue vicende (e allora è come  se, in realtà, dovessimo giudicare noi stessi, e nessuno è così obiettivo da  poterlo fare), oppure il caso ci appare troppo estraneo (e allora il nostro  giudizio può essere condizionato da altri fattori: p. es. la fretta di  concludere il processo o il timore di subire conseguenze a seconda di come ci si  pone nei confronti dell&#8217;accusato).</p>
<p>L&#8217;idea che esistano delle &#8220;prove schiaccianti&#8221; non aiuta assolutamente a  definire la colpevolezza di un imputato. Per poter capire davvero un reato non  abbiamo bisogno né di prove né di testimonianze. Il fatto che un crimine venga  individuato con certezza non significa, di per sé, che si sia anche in grado di  capirlo adeguatamente. Si pensi solo al fatto che chi subisce un torto è  generalmente convinto, solo per questo, di avere tutte le ragioni di questo  mondo. E qui non stiamo neppure a discutere se davvero possa esistere il  concetto di &#8220;prova inconfutabile&#8221;: se esistesse un concetto del genere, non si  darebbe così tanto peso al concetto di &#8220;alibi&#8221;, né si cercherebbe di produrre  falsi indizi o di deviare le indagini o di cercare false testimonianze o di  manipolare i reperti.</p>
<p>Uno può pensare che tutto ciò viene fatto proprio perché esistono &#8220;prove  inconfutabili&#8221;, ma chi è disonesto sa bene che tutto può essere &#8220;falsificato&#8221; e  che operazioni del genere possono dare anche i loro frutti nei processi. Quanto  alle testimonianze oculari, da tempo è noto che uno vede solo ciò che vuol  vedere o che &#8220;pensa&#8221; di aver visto. L&#8217;evidenza della verità è solo un&#8217;illusione.  E quando si fa giurare qualcuno di dirla, si è soltanto ridicoli. Uno la verità  non potrebbe dirla neanche se lo volesse, proprio perché con certezza non può  saperla.</p>
<p>Neppure un&#8217;esplicita ammissione di colpa potrebbe risultare sufficiente. Non  serve a nulla, sul piano etico, pentirsi per avere uno sconto della pena, tanto  più che non è detto che un imputato possa avere piena consapevolezza di ciò che  ha fatto solo perché l&#8217;ha fatto. Probabilmente se uno potesse avere una  consapevolezza del genere, non farebbe alcun crimine (almeno così la pensava  Socrate, il più grande filosofo dell&#8217;antichità).</p>
<p>I giudici, la giuria, gli avvocati, la pubblica accusa, i parenti  dell&#8217;imputato, quelli della vittima, le forze dell&#8217;ordine che assistono al  processo, ma anche i giornalisti, il pubblico curioso o interessato&#8230;, insomma  tutta la società ha bisogno di sapere le <em>motivazioni di fondo </em>che hanno  indotto a compiere un determinato reato o crimine. Cioè le <em>circostanze</em> che le hanno generate e le eventuali <em>attenuanti</em> o <em>aggravanti</em>,  correlate al fatto, che si possono far valere: non a titolo di mera curiosità,  ma nella speranza che la cosa non si ripeta.</p>
<p>Le circostanze sono sempre quelle <em>socio-ambientali</em>, in cui può  maturare un reato o un crimine. Chiunque infatti è in grado di notare che, a  parità di circostanze, uno delinque, l&#8217;altro no. Per quale motivo? Uno dovrebbe  essere giudicato dai suoi pari, cioè da quelli che, pur vivendo medesime  circostanze, han deciso di comportarsi diversamente. Nei processi dovrebbero  essere presenti solo le persone che, in un modo o nell&#8217;altro, conoscevano  l&#8217;imputato e potevano accedere, in un modo o nell&#8217;altro, ai suoi ambienti. E  tutti dovrebbero essere interpellati, per poter avere un quadro sufficientemente  chiaro della personalità e della vita dell&#8217;accusato.</p>
<p>Il processo dovrebbe soltanto avere lo scopo di far capire all&#8217;accusato fino  a che punto avrebbe potuto comportarsi diversamente, sulla base delle  testimonianze raccolte. Le quali appunto non dovrebbero essere utilizzate a suo  carico, ma proprio per fargli capire che esiste sempre <em>la possibilità di  agire diversamente</em>. Dovrebbero essere testimonianze aventi una <em>finalità  pedagogica</em>. Occorre cioè far capire a tutti, e non solo all&#8217;imputato, il  valore delle opzioni, delle possibilità di scelta. Infatti, nella stragrande  maggioranza dei casi, chi compie un reato o un crimine sostiene che non aveva  scelta. Ma se davvero mancasse la libertà di decidere, dove starebbe la colpa? A  che pro giudicare uno destinato a delinquere? Dovrebbe anzi essere la società a  chiedersi il motivo per cui, in certe situazioni, non esiste possibilità di  scelta.</p>
<p>Noi diciamo che le persone non vanno giudicate per le loro idee ma per quello  che fanno. Eppure il più delle volte le cose si compiono sulla base di certe  idee o convinzioni. Dunque dovrebbe vertere su queste idee il dibattimento  processuale. Uno dovrebbe arrivare a convincersi d&#8217;aver sbagliato, a prescindere  dalla pena prevista. La quale, comunque, non può certamente basarsi sul carcere,  cioè su una reclusione meramente punitiva. Chi ha sbagliato deve essere  recuperato, altrimenti sarà indotto a ripetere il crimine o anche a far di  peggio. La pena deve essere rieducativa. Quando uno si convince d&#8217;aver  sbagliato, è già punito: a partire da quel momento gli deve esser data la  speranza di reintegrarsi, proprio perché una persona non va mai condannata, ma  recuperata.</p>
<p>Lo stesso criminale che, dopo essersi pentito, subisce un torto, deve  dimostrare una maturità sufficiente a comportarsi diversamente da come avrebbe  fatto prima del pentimento. Gli sbagli che nella vita si compiono devono servire  per non ripeterli. Bisogna guardarli con fiducia, non con pessimismo, anche  perché la perfezione non esiste: non è forse vero che spesso facciamo sbagli  senza neppure accorgercene?</p>
<p>Le leggi esistenti, i codici, i casi analoghi, accaduti in precedenza,  dovrebbero servire soltanto come spunto di riflessione, giusto per far capire  all&#8217;imputato che non è un caso speciale, mai accaduto prima. Uno deve togliersi  di testa l&#8217;idea di dover essere sottoposto, per una qualche ragione, a un  trattamento di favore. L&#8217;etica è terribilmente più importante del diritto.</p>
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