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	<title>ArruotaLibera &#187; default</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>L&#8217;economia Usa è malata. Con rischio di collasso</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Oct 2013 10:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong>Lo “shutdown”, che è scattato all’inizio di ottobre con la chiusura di settori importanti della pubblica amministrazione, è la più evidente dimostrazione della patologica crisi sistemica dell’economia e della finanza degli Stati Uniti. </strong><strong>Il governo di Washington è senza soldi in quanto ha utilizzato tutte le disponibilità di bilancio approvate dal Congresso. Per continuare con l’attuale ritmo di spesa previsto dovrebbe “sfondare” il tetto del debito pubblico prestabilito. Come è noto, ogni anno e da tempo si ripete lo sfondamento del limite massimo del debito, un’operazione che richiede però l’approvazione del potere legislativo.</strong></p>
<p><strong>Nel frattempo oltre 800.000 dipendenti federali che lavorano in alcuni settori amministrativi, nella gestione del territorio e dei parchi e perfino nel settore spaziale e dell’intelligence sono da giorni a casa e senza stipendio. </strong><strong>Naturalmente la sospensione dal lavoro di centinaia di migliaia di impiegati comporta una perdita di reddito pari a circa 200 milioni di dollari al giorno che inevitabilmente genera una riduzione dei consumi mettendo in crisi anche settori del commercio.<span id="more-4362"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Il blocco da parte dell’amministrazione pubblica dei pagamenti colpisce anche le imprese appaltatrici di opere e servizi pubblici e i relativi fornitori. </strong><strong>Certi effetti sociali cominciano a farsi sentire pesantemente. Per esempio, è bloccato il programma di aiuti alimentari previsto per ben 9 milioni di mamme e bambini bisognosi. Questa situazione mette oggettivamente in discussione anche la scelta più qualificante dell’Amministrazione Obama che è la riforma sanitaria aperta a tutti i cittadini.</strong></p>
<p><strong>Lo “shutdown” fa giustizia dell’ottimismo diffuso sulla presunta ripresa economica americana tanto sbandierata nei mesi passati, anche per quanto riguarda la nuova occupazione. Infatti secondo uno studio Gallup, dal novembre 2012 a settembre 2013 negli Usa l’occupazione dipendente a tempo pieno è passata dal 46,1% al 43,5%. Sono cresciute, quindi, soltanto le varie forme di sottoccupazione e di lavoro precario.</strong></p>
<p><strong>Adesso la data cruciale è il 17 di ottobre quando lo sfondamento del tetto del debito diventerà inevitabile altrimenti la disponibilità giornaliera di risorse utilizzabili passerà da 60 a 30 miliardi di dollari. Se ciò accadesse gli Usa non sarebbero più capaci di onorare gli interessi sul loro debito pubblico. Sarebbe il default, la bancarotta degli Stati Uniti, che si accompagnerebbe ad un collasso del dollaro, ad una grave crisi occupazionale e ad una impennata dei tassi di interesse con riverberi globali.</strong></p>
<p><strong>I Treasury bond sono considerati come l’ultimo e più sicuro rifugio finanziario da parte dei risparmiatori americani e degli investitori internazionali. Il Tesoro americano ammonisce perciò che il default provocherebbe una crisi finanziaria peggiore di quella del settembre 2008.</strong></p>
<p><strong>Il fatto che la borsa di Wall Street non abbia risentito molto degli effetti dello shutdown dimostra la diffusa convinzione che presto il governo e il Congresso raggiungeranno l’intesa su un significativo sfondamento del tetto del debito pubblico. Attualmente esso è di 16,7 trilioni di dollari. In soli tre anni è aumentato di quasi 3,5 trilioni! Si sottolinea che ben 5,1 trilioni di tale debito sono detenuti da fondi sovrani ed da altre entità finanziarie non americane. La Cina ne possiede 1,315 trilioni di dollari ed il Giappone 1,111 trilioni.</strong></p>
<p><strong>Lo scontro politico negli Usa è quindi tutto giocato sul ricatto o bancarotta o aumento del debito pubblico. E’ doveroso sottolineare che non siamo di fronte ad una politica keynesiana da parte di Washington che giustificherebbe la crescita del debito pubblico e il contestuale aumento degli investimenti per uscire dalla recessione.</strong></p>
<p><strong>Purtroppo non è così. La gran parte del debito pubblico è servita per le operazioni di salvataggio e di sostegno del sistema bancario. Altrimenti come  si spiega che, mentre lo Stato “chiude” e rischia il default, le grandi banche americane festeggiano per i loro più alti profitti della storia?</strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all&#8217;Economia del governo Prodi **Economista </strong><em></em></p>
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		<title>1) &#8211; Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default. 2) &#8211;  Francesco cala l’asso della povertà evangelica</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 22:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** La vicenda di Cipro è la prova provata dell’incompetenza di Bruxelles e della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce) a trattare le crisi finanziarie e bancarie in Europa. Gli euroburocrati hanno potuto mostrare la loro arroganza [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default</strong></p>
<p><strong></strong>Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>La vicenda di Cipro è la prova provata dell’incompetenza di Bruxelles e della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce) a trattare le crisi finanziarie e bancarie in Europa. Gli euroburocrati hanno potuto mostrare la loro arroganza sostenuti da quei “duri” europei che vogliono il rigore soltanto per poter salvare le banche in default. Il sistema bancario di Cipro, a metà strada tra il legale e l’offshore, è pieno di soldi. Spesso di provenienza non limpida. Secondo il Fondo Monetario Internazionale avrebbe attività per 152 miliardi di euro pari a circa 8 volte il Pil del Paese. I depositi bancari, favoriti da tasse basse e da ancor più bassi controlli, ammonterebbero a 68 miliardi, dei quali il 40% sarebbe in mani russe.</p>
<p>La Cyprus Bank e la Cyprus Popular Bank, le due maggiori banche cipriote, sono in gravi difficoltà per le perdite in miliardi di euro subite sui bond greci. Ovviamente si può anche ipotizzare che il rischio di insolvenza sia dovuto all’accumulo di debiti causati da speculazioni andate male. Il governo cipriota deve far fronte alla crisi di bilancio come tutti i Paesi europei dell’area mediterranea. Servirebbero circa 17 miliardi di euro. Chi paga? Il Meccanismo di Stabilità Europea, cioè il fondo di salvataggio creato ad hoc per simili situazioni? Oppure il governo cipriota che non ha soldi e che non può chiedere prestiti in quanto violerebbero il patto da stabilità europeo?<span id="more-4099"></span></p>
<p>L’alternativa sarebbe l’insolvenza delle banche. Ma l’Europa non vuole. Si metterebbe in evidenza la “spazzatura” esistente nell’interno dell’intero sistema bancario che, come noto, è strettamente interconnesso. Nemmeno Cipro la vuole in quanto l’isola perderebbe la sua funzione di sistema “quasi off shore” che attrae capitali in cerca di “paradisi fiscali sottocasa”. La proposta di tassare i detentori dei conti correnti però ci sembra la più provocatoria e la meno efficace. Provocatoria verso i capitali russi. Infatti segnerebbe negativamente i rapporti tra Europa e Russia proprio nel momento in cui, invece, è più urgente avere una proficua collaborazione nel campo infrastrutturale, industriale e commerciale.  Inefficace ed ingiusta nei confronti dei risparmiatori ciprioti che dovrebbero pagare il bail out delle banche che sono in crisi per comportamenti speculativi mai sanzionati dalle competenti autorità nazionali ed europee.</p>
<p>Le banche in crisi non sono delle “scatole chiuse” da salvare così come sono. E’ dal fallimento della Lehman Brothers che, per simili situazioni, alcuni, e noi tra questi, sostengono che serve un “curatore fallimentare” che sappia distinguere nelle banche in default le parti sane da salvare da quelle marce da mettere fuori gioco. Un simile approccio di conseguenza impone la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento per far sì che i risparmi dei cittadini e delle famiglie non siano usati per giochi speculativi ma soltanto per investimenti oculati.</p>
<p>Il caso di Cipro quindi può essere l’opportunità per definire nuove regole. La politica del ricatto dei “rigoristi” da una parte e delle banche che si sentono tutte “too big too fail” dall’altra non può che portare al caos economico e sociale. Non vorremmo che l’approccio di Bruxelles nei confronti di Cipro diventi un  test per l’intera Europa. Nel qual caso i cittadini e i risparmiatori verrebbero considerati “garanti di ultima istanza” e chiamati perciò a pagare i debiti fatti dalle banche! E’ sintomatico il comportamento della Commerzbank, la seconda banca tedesca per importanza. Come è noto, ha avanzato la proposta di tassare il patrimonio finanziario degli italiani del 15% in modo da far rientrare il debito pubblico del nostro Paese subito sotto il 100% del Pil.</p>
<p>E’ la stessa banca che nel 2008 fu salvata con i soldi pubblici tanto da diventare quasi una banca statale. Infatti il governo di Berlino detiene il 25% delle sue azioni. E’ quella stessa banca che, al momento dell’esplosione della crisi dei debiti pubblici, possedeva una grossa fetta dei 541 miliardi di euro in bond dell’Irlanda, del Portogallo, della Grecia e della Spagna in pancia al sistema bancario tedesco. Si comincia a mettere i piedi nel piatto degli altri quando probabilmente non si vogliono trovare soluzioni unitarie e si vuole perciò distogliere l’attenzione dai propri guai.</p>
<p>E’ davvero impossibile avere regole comuni per il sistema bancario e finanziario globale? Si cominci dall’Europa per poi coinvolgere gli altri attori internazionali. L’accumulo di comportamenti sconclusionati e di casi singoli non può che determinare crisi sempre più gravi.</p>
<p>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi  **Economista</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><em>C’è un papa che si riallaccia a Wojtyla, conservatore e con    aspirazioni teocratiche, ma nascoste sotto un saio sdrucito, nel futuro    che ci attende</em></p>
<p>di Walter Peruzzi</p>
<p>Dopo   che si è molto discusso sullo stile di vita e sul passato del  nuovo   papa, credo sia utile cercare di riflettere anche su quel che  potrà   riservarci in futuro questa elezione. Che a sua volta aiuta  meglio a   capire molti dei motivi che hanno indotto Ratzinger a  dimettersi «per il   bene della Chiesa».</p>
<p><strong>Perché Ratzinger ha dovuto dimettersi</strong><br />
Il pontificato di Wojtyla aveva compiuto un miracolo: porre fine alle    aperture dell’età giovannea, liquidare l’eredità del concilio e    indirizzare la Chiesa sulla strada della restaurazione senza perdere,    anzi consolidando e rafforzando, il dialogo con le altre religioni e il    feeling instaurato da Giovanni XXIII coi fedeli. Ed è proprio questo,    invece, il capitale dilapidato da Ratzinger. Papa ombra già al tempo  di   Wojtyla e abile, come pontefice, nel dettare la linea, Benedetto  XVI è   stato incapace non solo di governare e tanto meno di “ripulire”  la   Curia, in cui sono esplosi scandali e conflitti a catena, ma di far    procedere il dialogo interreligioso, che si è barcamenato fra gaffe e    rettifiche, e di “conquistare” i fedeli, che si sono piuttosto    allontanati, non solo quelli di un’Europa sempre più secolarizzata ma    anche quelli del terzo mondo. L’emorragia di adepti, in fuga verso altre    chiese cristiane, si è aggravata particolarmente in America latina,    dove si concentra il 40 per cento di tutti i cattolici e dove la crisi    di consensi era cominciata già sotto Wojtyla che, come scrive nel suo    blog Gennaro Carotenuto, «combatté e vinse la battaglia con la  teologia   della liberazione per perdere poi quella con le chiese  protestanti». In   America latina, per di più, si è assistito  all’avanzata di governi   socialisti e progressisti che minacciano,  oltre a ricchezze e privilegi,   gli stessi «valori non negoziabili»  cari a Ratzinger e Wojtyla.  Proprio  qualche mese fa ad esempio, in  Argentina, è passata una legge  sulle  unioni civili che equipara quelle  fra persone dello stesso sesso  al  matrimonio «fra un uomo e una  donna».</p>
<p><strong>Perché Bergoglio</strong><br />
Se questo insieme di difficoltà e di fallimenti sono alla base delle    dimissioni di Benedetto XVI, si può capire come anche un conclave fra i    più retrivi abbia potuto identificare un successore adeguato nel    gesuita, e arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio.<br />
Legatissimo   a Wojtyla, da cui fu fatto cardinale, Bergoglio condivise  con lui la   lunga lotta contro la teologia della liberazione e, come  provinciale dei   gesuiti, impose il suo conservatorismo teologico anche  alla compagnia,   che in America latina era tradizionalmente molto  aperta: Bergoglio,   secondo il gesuita uruguayano Pérez Aguirre,  trasformò la «Compagnia da   progressista in conservatrice e  retrograda». Tale conservatorismo, e   l’ostilità verso le idee  rivoluzionarie, può spiegare anche il suo   comportamento negli anni  della dittatura, che alcuni considerano   colluso, altri quanto meno  opaco. Lo stesso Nobel per la pace Adolfo   Pérez Esquivel, secondo cui  Bergoglio non è stato «complice della   dittatura», ha aggiunto nel suo  blog che «gli mancò il coraggio di   accompagnare la nostra lotta nei  momenti più difficili».<br />
In ogni   caso l’arcivescovo di Buenos Aires è in forte continuità con  Ratzinger e   Wojtyla specie in materia di «valori non negoziabili».  Esemplare in   questo senso la battaglia da lui condotta contro la legge  sulle unioni   civili prima ricordata. Bergoglio non si è limitato a  dichiarare non   accettabili per i cattolici i matrimoni gay, ma ha  promosso una   mobilitazione di piazza contro l’approvazione della legge  e ha invitato i   monasteri carmelitani della capitale a pregare «il  Signore affinché   mandi il suo Spirito sui senatori che saranno  impegnati a votare. Che   non lo facciano mossi dall’errore o da  situazioni contingenti, ma   secondo ciò che la legge naturale e la  legge di Dio indicano loro». Al   pari di Woytjla, che nel 1994 aveva  condannato la mozione del parlamento   europeo a favore delle unioni di  fatto perché «non conformi al piano  di  Dio», Bergoglio ha definito la  legge sulle unioni civili «un  tentativo  distruttivo del disegno di  Dio».<br />
Siamo quindi in presenza  non solo  di un papa che rifiuta ogni apertura  sul piano dottrinale a  istanze  provenienti dagli stessi credenti, ma  che manifesta la consueta   vocazione teocratica pretendendo di imporre  la dottrina cattolica a   tutti i cittadini, con la gherminella (cui  ricorse ampiamente Benedetto   XVI) di dichiararla conforme alla «legge  naturale».</p>
<p><strong>Fra oscurantismo e pauperismo</strong><br />
E tuttavia Bergoglio non porta le scarpette firmate ma ostenta la croce    di ferro, rifiuta l’anello d’oro, gira in autobus, lava i piedi agli    ultimi, si occupa di loro, si paga il conto in albergo come un grillino    qualsiasi, «sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi,    carceri, ospedali a compiere il suo apostolato» (Carotenuto); e  invoca   una «Chiesa povera e per i poveri», sull’esempio di Cristo e  del   poverello di Assisi, del quale adotta il nome.<br />
Bergoglio, in una   parola, unisce al conservatorismo dottrinale che  rassicura i cardinali   più retrivi la sobrietà di vita, la semplicità  di costumi e l’attenzione   verso i derelitti, che servono a ristabilire  il feeling perduto fra   pastore e gregge, specie quello più numeroso e  più insidiato dai «lupi   famelici» delle chiese protestanti (come li  definì Giovanni Paolo II).   Per questo, secondo alcuni, Francesco  potrebbe addirittura essere stato   eletto in vista di contrastare i  governi socialisti del continente,  così  come Wojtyla servì contro il  «socialismo reale» – anche se i  mutati  contesti rendono questa ipotesi  poco probabile. In ogni caso la   combinazione di conservatorismo  teologico e pauperismo, e un richiamo   alla povertà evangelica scisso  dalla tensione rivoluzionaria che animava   la teologia della  liberazione, rendono il nuovo papa funzionale a un   progetto di  riconquista ed estensione dei consensi soprattutto nel terzo   mondo.  Certo, la cosa potrebbe comportare dei costi che la curia non   intende  pagare. Ma al riguardo sono certo già pronti o in via di   approntamento  freni adeguati per impedire che si passi dalle parole e   dalle  promesse ai fatti.<br />
Quel che ci attende, in conclusione, più   che un rilancio del mitico  Vaticano II, sembra un pontificato che si   riallaccia sostanzialmente a  Wojtyla, con una restaurazione che procede,   ma sotto la copertura  della “povertà”. Una copertura insidiosa, stando   anche alla gioia e  alle speranze manifestate in Italia non solo dai   cattolici “buoni” ma  anche da una certa cultura laica e perfino laicista   – che apprezza la  favola del poliziotto buono (Gesù) contro il   poliziotto cattivo (la  Chiesa) e che non ha le idee molto chiare su quel   che fu realmente  Francesco: l’antidoto della povertà come scelta   volontaria e privata  contro il veleno di un ordinamento sociale   egalitario, predicato dagli  albigesi. Non per caso fu lo stesso   Innocenzo III a benedire il primo  e a sterminare i secondi.</p>
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