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	<title>ArruotaLibera &#187; debito pubblico.</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Il debito pubblico italiano e la globalizzazione senza regole (= speculazione sfrenata)</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Mar 2017 21:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il debito pubblico italiano e la globalizzazione senza regole Mario Lettieri* e Paolo Ramondi**                                   Il debito pubblico italiano è sempre al centro di tutte le discussioni relative al ruolo dell’Italia nell’Unione europea. Anche se siamo stati tra i fondatori dell’Unione, più di un governo europeo ci vorrebbe relegati nel secondo o addirittura nel terzo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il debito pubblico italiano e la globalizzazione senza regole</strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* e Paolo Ramondi**                                  </strong></p>
<p><strong>Il debito pubblico italiano è sempre al centro di tutte le discussioni relative al ruolo dell’Italia nell’Unione europea. Anche se siamo stati tra i fondatori dell’Unione, più di un governo europeo ci vorrebbe relegati nel secondo o addirittura nel terzo girone.</strong></p>
<p><strong>Gli ultimi dati indicano che il rapporto del debito pubblico italiano rispetto al pil è intorno al 133%. Di conseguenza, tutti si sentono autorizzati a chiedere riforme strutturali, rientri veloci, tagli ed austerità, fino a sollecitare forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei parametri di Maastricht.                                                    </strong></p>
<p><strong>L’andamento del nostro debito pubblico nei decenni passati è sempre stato in aumento per una serie di motivi negativi, politici ed amministrativi, che ancora oggi necessitano di essere affrontati e corretti.</strong></p>
<p><strong>Noi, però, dobbiamo anche evidenziare come la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti cruciali della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni nella crescita del debito pubblico, portandolo così fuori dai normali canali istituzionali.</strong></p>
<p><strong>Il primo grande attacco speculativo contro la lira avvenne nel 1992. Era parte del più vasto attacco contro il Sistema Monetario Europeo. Lo Sme doveva preparare con maggior attenzione e con una velocità moderata, il processo di cooperazione e di unione europea, anche nel campo monetario e finanziario.</strong></p>
<p><strong>Come è noto, in Italia l’attacco speculativo era combinato con la pressione internazionale verso la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Ovviamente non vi fu solo la spinta internazionale… Alla fine, con la massiccia svalutazione della lira, vi fu una vera e propria svendita delle aziende pubbliche.</strong></p>
<p><strong>L’effetto sul debito pubblico fu devastante. Il rapporto debito/pil , che era di 105,4% nel 1992, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere 121,8% nel 1994.</strong></p>
<p><strong>Sotto la pressione dei mercati i tassi di interesse sui titoli di stato salirono notevolmente, aggravando ulteriormente l’andamento del debito pubblico.</strong></p>
<p><strong>Fu necessario un enorme sforzo, sia per la ripresa economica che per i tagli della spesa pubblica, per ridimensionare i tassi. Anche l’entrata nell’euro incise nel rapporto debito/pil che scese intorno al 103% nel 2004 e nel 2007/8.</strong></p>
<p><strong>Poi la crisi finanziaria globale, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando pesanti crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.</strong></p>
<p><strong>In Italia il rapporto debito/pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. </strong></p>
<p><strong>L’altra impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread ad oltre 500 punti (5%)sopra il tasso di interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi dei titoli di stato italiani. Come noto, la crisi determinò anche mutamenti negli assetti di governo. Per fortuna l’attacco si fermò nel preciso momento in cui Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro. Il famoso “whatever it takes”.</strong></p>
<p><strong>Ma il rapporto debito/ pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo.</strong></p>
<p><strong>Si stima che le grande banche internazionali, in particolare quelle europee, nel pieno di quelle turbolenze finanziarie abbiano venduto non meno di 200 miliardi di euro di titoli di Stato italiano. E’ difficile dare una valutazione precisa, ma non si è lontani dalla verità se si afferma che siano state coinvolte anche certe banche tedesche e francesi, quelle stesse che in precedenza  erano state salvate dai rispettivi governi.</strong></p>
<p><strong>E’ da ipocriti affermare in Europa o in Italia che la speculazione attacca chi se lo merita, per una endogena debolezza economica di cui si è i soli responsabili. Si dimentica che un’economia più debole deve anche fare degli sforzi enormi per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.</strong></p>
<p><strong> I dati e le stesse discussioni ci dicono che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. In quelle sedi non solo bisogna evidenziare che il nostro Paese, a seguito dei ripetuti attacchi speculativi, ha subito un aggravamento del rapporto debito/pil non inferiore al 30%, ma soprattutto far comprendere che è il momento di decidere che gli investimenti non possono essere sottoposti ad un irrazionale principio di austerità che, anziché lenire, aggrava i malanni di un Paese.</strong></p>
<p><strong>*già sottosegretario all’Economia  **economista</strong></p>
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		<title>Continuare a finanziare il sistema bancario europeo oppure abbattere il debito pubblico degli Stati?</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2014 17:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bce]]></category>
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		<description><![CDATA[Non c’è solo il sistema bancario Mario Lettieri* Paolo Raimondi** Alla recente conferenza di Napoli il governatore centrale Mario Draghi ha ribadito l’importanza delle tre operazioni di intervento finanziario della BCE a sostegno del sistema bancario. Si tratta del programma di acquisto di derivati abs, di acquisto di covered bond (obbligazioni bancarie garantite) e il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non c’è solo il sistema bancario </strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong>Alla recente conferenza di Napoli il governatore centrale Mario Draghi ha ribadito l’importanza delle tre operazioni di intervento finanziario della BCE a sostegno del sistema bancario. Si tratta del programma di acquisto di derivati abs, di acquisto di covered bond (obbligazioni bancarie garantite) e il programma LTRO (piani di rifinanziamento bancario a lungo termine).</strong></p>
<p><strong>Come è noto la manovra sul tasso di interesse è ormai esaurita. Di conseguenza, ha aggiunto Draghi, con l’immissione di nuova liquidità il bilancio BCE dovrebbe risalire ai livelli del 2012 quando aveva raggiunto i 3.000 miliardi di euro circa. Il volume potenziale di nuovi acquisti sarebbe intorno a 1.000 miliardi di euro.</strong></p>
<p><strong>Ancora una vota si tratta di interventi a favore del sistema bancario europeo che poi, bontà sua, dovrebbe o potrebbe trasformali in nuove linee di credito per le PMI e per nuovi investimenti.  Questo passaggio “obbligatorio” è giustificato dalla BCE per il fatto che in Europa l’80% del credito transita attraverso il sistema bancario.<span id="more-4861"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Secondo noi questo passaggio è invece necessario solo per la salute delle grandi banche, sempre esposte ai rischi di nuove crisi per avere continuato a mantenere certi comportamenti speculativi e poco virtuosi anche dopo il 2008.</strong></p>
<p><strong>Un recente studio indica che a fine luglio 2014 le 100 banche europee più esposte ai rischi sistemici avevano insieme 810 miliardi di euro in titoli ad alto rischio. Soltanto 5 banche, con la Deutsche Bank in testa, ne detengono il 39%. Le banche di Francia e Gran Bretagna insieme ne detengono il 55%.</strong></p>
<p><strong>Il 4 novembre prossimo la BCE inizierà ad attuare la vigilanza diretta sui 120 maggiori gruppi bancari dell’area dell’euro, che rappresentano oltre l’85% delle attività bancarie. Per l’occasione molto probabilmente occorreranno molte “pezze finanziarie” d’appoggio!</strong></p>
<p><strong>Alla prova dei fatti i citati meccanismi finora non sono stati però capaci di mettere in moto una ripresa effettiva ne dell’economia ne della domanda aggregata. Infatti alla fine del 2013 i consumi privati erano del 2% inferiori a quelli del 2007 e gli investimenti privati erano sotto del 20%. Hanno retto soltanto le esportazioni.</strong></p>
<p><strong>Nel frattempo per alcuni paesi europei il debito pubblico rischia davvero di diventare insostenibile. Nell’euro zona è in media il 95,5% del Pil. Qualora dovesse ancora aumentare esso sarebbe un fardello pesante che potrebbe frenare e ulteriormente bloccare la ripresa economica. Non si dimentichi che il pagamento degli interessi passivi sul debito sottrae notevoli risorse alle politiche economiche e sociali. Nel 2013 l’Italia ne ha pagato 95 miliardi di euro.</strong></p>
<p><strong>In molte capitali europee però la ristrutturazione del debito pubblico è ancora un tabu in quanto è stata erroneamente e maliziosamente associata ad un presunto aiuto gratuito fatto dai Paesi sedicenti virtuosi a quelli cosiddetti spendaccioni.</strong></p>
<p><strong>Noi riteniamo che in una tale situazione la BCE non abbia soltanto l’opzione di aiuto finanziario al sistema bancario. Essa potrebbe per esempio acquistare una parte del debito pubblico, sopra il limite del 60% del Pil indicato dai parametri di Maastricht, e tenerlo congelato al tasso di interesse zero, come indicato nel documento “Politically Acceptable Debt Restructuring in the Eurozone” preparato da economisti dell’International Center for Monetary and Banking Studies (ICMB) di Ginevra. La Bce sarebbe l’unica istituzione capace di mobilitare sufficienti risorse per una tale operazione. Se ad esempio lo si volesse fare per metà del debito pubblico europeo l’ammontare sarebbe di circa 4,5 trilioni di euro.</strong></p>
<p><strong>La Bce dovrebbe prendere in prestito una simile cifra sui mercati finanziari in cambio di sue obbligazioni, oppure creare la liquidità interna necessaria per acquistare i debiti pubblici da ritirare. Ovviamente l’operazione, almeno inizialmente, sarebbe in perdita in quanto la BCE dovrebbe pagare gli interessi sui nuovi titoli emessi senza ricevere gli interessi dei vecchi titoli del debito pubblico dei vari Stati.</strong></p>
<p><strong>Non si genererebbe inflazione in quanto la BCE chiederebbe dei prestiti, oppure la liquidità creata ed usata per l’acquisto dei debiti sarebbe poi “sterilizzata” attraverso l’emissione di obbligazioni BCE. La BCE ha una sua forte credibilità sui mercati.</strong></p>
<p><strong>Per cui essa acquisterebbe parte del debito pubblico eccedente la quota del 60% in proporzione allo stock di partecipazione dei singoli Paesi europei al suo capitale. Essi ripagherebbero l’ammontare degli interessi per un periodo indefinito lasciando nelle casse della Banca centrale il profitto che spetterebbe loro dai proventi di signoraggio che la BCE annualmente dovrebbe distribuire agli Stati. Ciò potrebbe essere sufficiente se l’intereresse sulle nuove obbligazioni emesse dalla Banca centrale fosse contenuto.</strong></p>
<p><strong>Molto probabilmente il costo complessivo di tale operazione della BCE non dovrebbe essere maggiore di quello che attualmente sostiene per finanziare il sistema bancario.</strong></p>
<p><strong>In ogni caso i costi verrebbero progressivamente assorbiti anche attraverso la presumibile crescita economica prodotta dalla capacità delle economie di operare per lo sviluppo in modo meno condizionato dai debiti e dai mercati. La BCE dovrebbe mantenere l’autorità di imporre il vecchio pagamento degli interessi sul debito ad un Paese che intendesse continuare con la pratica del debito facile.</strong></p>
<p><strong>Una simile operazione si combinerebbe perfettamente con il programma annunciato timidamente dal nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, di lanciare investimenti pubblici in infrastrutture, modernizzazioni e nuove tecnologie per 300 miliardi di euro in un periodo di 3 anni.</strong></p>
<p><strong>Finalmente i governi sarebbero meno dipendenti e pressati dai mercati finanziari mentre i settori dell’economia reale verrebbero stimolati da nuovi investimenti.</strong></p>
<p><strong>* Sottosegretario all’Economia del governo Prodi</strong></p>
<p><strong>**Economista</strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>ATTIVITA&#8217; ILLEGALI: MEGLIO CONTABILIZZARLE CHE COMBATTERLE!</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Sep 2014 22:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attività illecite? Meglio contabilizzarle che combatterle. Quando un avverbio, indipendentemente, cambia l’economia e la società Mario Lettieri* Paolo Raimondi** *Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista Nel 2014 gli Stati membri dell’Unione Europea apporteranno cambiamenti importanti nei metodi di contabilità nazionale per la definizione del Prodotto interno lordo (Pil) e del Reddito nazionale lordo. Non si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Attività illecite? Meglio contabilizzarle che combatterle.</strong></p>
<p><strong>Quando un avverbio, indipendentemente, cambia l’economia e la società</strong></p>
<p>Mario Lettieri* Paolo Raimondi**</p>
<p>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista</p>
<p>Nel 2014 gli Stati membri dell’Unione Europea apporteranno cambiamenti importanti nei metodi di contabilità nazionale per la definizione del Prodotto interno lordo (Pil) e del Reddito nazionale lordo. Non si tratta di un’opzione ma dell’attuazione di una direttiva dell’Onu. Gli Usa l’hanno adottata nel 2013. Adesso tocca all’Europa. Di conseguenza i parametri di Maastricht saranno profondamente modificati, anzitutto i rapporti decifit/Pil e debito/Pil utilizzati, come è noto, per definire la situazione della finanza pubblica dei singoli Paesi. I mercati ovviamente ne tengono conto per decidere i loro comportamenti finanziari. Ad esempio, lo spread naturalmente riflette anche il livello di tali rapporti. Le organizzazioni internazionali e sovranazionali di controllo oggi li valutano per imporre politiche restrittive o commisurare sanzioni nei confronti di chi li viola.</p>
<p>In Europa il Reddito nazionale lordo è utilizzato per determinare il contributo di ciascun Paese al bilancio dell’Unione. E’ da decenni che si parla della necessità di migliorare il sistema di contabilità nazionale in quanto i metodi utilizzati sono notoriamente insoddisfacenti. Il parametro del Pil infatti fu “inventato” nel lontano 1934 e è stato un utile riferimento anche se ritenuto  altamente impreciso finanche dai suoi promotori. Il problema della riforma oggi è l’introduzione di proposte intelligenti e necessarie e di altre purtroppo davvero improponibili anche sul piano etico. <span id="more-4833"></span></p>
<p>Ad esempio, le spese in Ricerca e Sviluppo, fino ad oggi considerate come costi intermedi, verranno conteggiate come spese di investimento perché contribuiscono, come capitale intangibile, alla crescita della capacità produttiva. Ciò comporterà un impatto positivo sulla domanda aggregata e quindi sul Pil. Però anche le spese per gli armamenti saranno contabilizzate come spese di investimento!</p>
<p>E qui incomincia la “perversione” del nuovo metodo contabile. Con il Pil si misura non solo la forza economica di un Paese ma anche la sua serietà e la sua affidabilità.  Ne consegue che le dittature militari, che preparano una guerra di aggressione, diventano, con i numeri delle loro economie, degli esempi virtuosi da imitare! La nuova riforma perciò supera tutti i limiti della decenza laddove introduce nel nuovo calcolo del Prodotto interno lordo anche le attività illegali. Di fatto la nuova direttiva indica esplicitamente che “le attività illegali di cui tutti i paesi inseriranno una stima nei conti (e quindi nel Pil) sono: il traffico di sostanze stupefacenti, la prostituzione ed il contrabbando”. Sarà addirittura l’Eurostat a stabilire le linee guida della metodologia di stima.</p>
<p>Tutto ciò è giustificato “in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”.  E’ proprio l’avverbio, “indipendentemente”, che contiene il virus più distruttivo per la società ed il benessere dei suoi cittadini. Allora anche la rapina diventa un’attività economica, “indipendentemente” dal fatto che distrugge l’ordine sociale e uccide. Anche una guerra di aggressione diventa un evento economico di grande profitto, “indipendentemente” dal fatto che comporta distruzioni, genocidi e fame. E’ una vera e propria aberrazione.</p>
<p>Anche se vi fosse l’esigenza di conoscere l’ammontare delle singole e di tutte  le transazioni finanziarie, non sarebbe comunque giustificato il vulnus allo status giuridico. Ma che le attività illegali entrino di diritto a far parte del Pil che poi determina alcuni parametri che influiscono sulla vita dei Paesi e di intere popolazioni è inaccettabile.</p>
<p>E’ in atto una enorme campagna mediatica per dimostrare la bontà delle nuove regole. Si sottolinea in particolare che tutti i governi europei ne beneficeranno in quanto i parametri di Maastricht verrebbero ridefiniti a loro favore. Se il Pil aumenta allora si guadagnano dei margini sul famoso 3% relativo al rapporto deficit/Pil. Anche il rapporto Pil/debito pubblico migliorerebbe.</p>
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		<title>Manca un Roosevelt europeo: anziché varare un nuovo New Deal, nel Vecchio Continente si pensa solo alle banche e alla bassa inflazione</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2014 10:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’alternativa è tra un New Deal e il Quantitative Easing Mario Lettieri* Paolo Raimondi** *Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista Come da noi evidenziato, nel recente passato il governatore Mario Draghi nella sua ultima conferenza stampa mensile di fatto ha affermato che il Quantitative easing “all’europea” è pronto per essere messo in campo. L’abbassamento allo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’alternativa è tra un New Deal e il Quantitative Easing</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* Paolo Raimondi** *Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Come da noi evidenziato, nel recente passato il governatore Mario Draghi nella sua ultima conferenza stampa mensile di fatto ha affermato che il Quantitative easing “all’europea” è pronto per essere messo in campo. L’abbassamento allo 0,15% del tasso di interesse, il tasso negativo di &#8211; 0,10% per i depositi overnight fatti dalle banche presso la Bce e i 400 miliardi di euro di nuova liquidità alle banche che concedono prestiti a imprese e famiglie, non sono altro che il corollario delle prossime mosse che prevedono l’utilizzo di “strumenti non convenzionali”, come l’acquisto diretto da parte della Bce di asset backed security, titoli cartolarizzati basati su prestiti fatti al settore privato dell’eurozona.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Consapevole del ruolo nefasto che certi abs, soprattutto quelli legati al settore immobiliare, hanno avuto nello scatenare la crisi finanziaria americana nel 2007-8, Draghi ha voluto sottolineare che, tenuto conto delle nuove regole in discussione sui derivati finanziari, gli abs in questione dovranno essere “semplici, perciò non Cdo complessi, reali, cioè basati su prestiti veri e non su derivati, trasparenti, e quindi comprensibili per i sottoscrittori”. </strong><strong>La Bce quindi si sforza di spiegare che l’operazione sarà differente da quelle finora fatte negli USA, in UK e in Giappone, in quanto non si acquisteranno titoli di stato bensì si cercherà di facilitare la concessione di prestiti all’economia reale da parte delle banche.<span id="more-4650"></span></strong><strong></strong></p>
<p><strong>Almeno sul piano teorico la Bce cerca di evitare quelle politiche di QE che hanno prodotto conseguenze negative e anche nuove bolle. Ad esempio, per i 400 miliardi di nuova liquidità le banche non potranno presentare prestiti-mutui concessi alle famiglie per l’acquisto di immobili in quanto una simile operazione fatta in Inghilterra ha prodotto l’anno scorso un aumento dei prezzi delle case dell’11%. </strong><strong>Purtroppo però le scelte della Bce rimangono ancorate a due assiomi errati.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>- Il primo scaturisce dalla paura di deflazione derivante anche dall’incapacità di mantenere un tasso di inflazione intorno al 2%.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Occorre sfatare il mito che l’inflazione, anche quella controllata, sia un toccasana per l’economia. In un’economia ben funzionante, dove si ha un aumento della produttività a seguito di miglioramenti tecnologici e di una maggiore professionalità delle risorse umane, i prezzi tendono naturalmente a scendere. Ciò è un bene per i processi economici. </strong><strong>E’ vero comunque che una certa inflazione, magra consolazione, contribuisce a ridurre il debito pubblico. Ma è altrettanto vero che l’inflazione, in mancanza di aumenti salariali e di altre entrate, erode i redditi dei cittadini, riduce i loro livelli di vita e di consumo andando a diminuire la domanda e quindi tende ad incidere al ribasso sui prezzi. Ciò è avvenuto anche in Italia dove i cittadini e le famiglie hanno visto i loro redditi ridursi sensibilmente dall’inizio della crisi.</strong></p>
<p><strong></strong><strong>E’ quindi errato misurare la necessità un “po’ di inflazione” in funzione del debito pubblico. </strong><strong>Non può essere un’anomalia a determinare quello che dovrebbe essere invece un andamento virtuoso dell’economia. Il rischio di deflazione dipende dalla contestuale caduta dei redditi e della domanda, dalla restrizione dei processi economici e dalla mancanza di politiche di sviluppo e di crescita.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>- Il secondo assioma fuorviante è la pervicace volontà di veicolare la liquidità e il credito esclusivamente attraverso il sistema bancario così come esso è attualmente strutturato.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Sei anni di salvataggi e di altri “esprimenti” monetari sono serviti soltanto a dimostrare che si è caduti nella “trappola della liquidità”. L’enorme liquidità messa a disposizione a basso costo dalla Banca Centrale non è poi rifluita verso le famiglie, le imprese e nuovi investimenti, come avrebbero voluto i teorici dell’automatismo dei vasi comunicanti. Invece è rimasta parcheggiata nel sistema bancario! In parte ha comprato titoli di stato, in parte è stata depositata presso la Bce lucrando sul tasso di interesse, in parte si è mossa verso operazioni speculative e ad alto rischio. </strong><strong>Siamo convinti che anche Draghi sia consapevole di tutto ciò. La Bce però continua a ripetere argomenti triti per dimostrare che il suo mandato non le consente altre scelte. Questa impotenza progettuale non può essere portata a giustificazione.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>La storia ci può aiutare. L’America cominciò a uscire realmente dalla Grande Depressione del 1929-33 solo con il New Deal. Il governo del presidente Roosevelt allora definì una serie di grandi progetti di sviluppo nel campo delle infrastrutture, della modernizzazione dell’agricoltura, della regolamentazione delle acque, dell’edilizia popolare, delle nuove tecnologie creando posti di lavoro, nuova ricchezza e reddito. </strong><strong>Lo fece anche creando strumenti creditizi che portavano risorse direttamente alle imprese e alle famiglie coinvolte nella realizzazione dei vari progetti.</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Anche la ricostruzione dell’economia nell’Europa del dopo guerra avvenne con lo stesso spirito, mettendo in campo lo Stato e i privati, i progetti di sviluppo e il necessario credito. </strong><strong>Perché non progettare e avviare in tempi brevi un nuovo e moderno New Deal europeo?</strong></p>
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		<title>Quo usque tandem abutere, Berlusconi, patientia nostra?</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 16:36:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Possiamo girarla come meglio ci aggrada, ma la realtà è una sola ed è anche molto chiara: in nessun Paese civile o perlomeno in nessuna democrazia europea e occidentale può accadere ciò che invece accade in Italia. E cioè che una singola persona – ripeto: una singola persona e non un partito e tanto meno una coalizione di partiti &#8211; metta in crisi un governo, un parlamento e un intero Paese di oltre 60 milioni di cittadini colandone a picco la Borsa e ingrossandone pericolosamente il già enorme debito pubblico. Per giunta, con il danno supplementare e ancora più grave di rischiare la morte dell’euro e della Comunità Europea, il che significherebbe guerre all’orizzonte prima ancora di quanto lascia intravedere il famoso “scontro di civiltà” verso il quale l’Europa e l’Occidente corrono con gioiosa incoscienza.<span id="more-3875"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Eppure in Italia questo accade: il signor Silvio Berlusconi, forte della montagna di quattrini accumulati con le tv grazie all’ignavia della sinistra e alla complicità o subordinazione di fatto soprattutto di Uòlter Waterloo Veltroni, ha potuto fabbricare un partito, comprare stormi di parlamentari, diventare capo del governo e ora far precipitare l’Italia nell’incertezza più pericolosa pur di poter continuare a fare i propri interessi alla faccia dell’interesse generale per il quale si dovrebbe stare in parlamento e al governo. Oggi l’interesse di Berlusconi è, esattamente come vent’anni fa, non finire in galera o comunque condannato ignominiosamente a causa non della persecuzione giudiziaria di cui blatera, ma a causa dei suoi affari, delle sue clientele, delle sue assunzioni di dipendenti, delle sue frequentazioni e dei suoi costumi sessuali. Costumi leciti per un privato cittadino, eccetto il far sesso con minorenni perché è un reato, ma  assolutamente inadatti a un uomo con responsabilità politiche, che deve quindi evitare a tutti i costi di poter essere ricattabile. Berlusconi invece purtroppo appare ricattabile non solo da qualunque servizio segreto, italiano e non, ma anche da una lunga serie di donne dai facili costumi, amici e compagni di cammino.</strong></p>
<p><strong>Ma a differenza di vent’anni fa, Berlusconi è una belva ferita, ha infatti qualche ferita giudiziaria, e quindi lotta con maggior furia e cinismo. Vent’anni fa si trattava di “scendere in campo” per battere la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Si trattava cioè di ruggire, innovare – sia pure malamente, e più a chiacchiere che a fatti concreti – e costruire. Nel pieno della propria maturità. Oggi si tratta invece di non affogare e di non pagare il fio delle proprie gesta non sempre limpide e che qualche volta anzi possono apparire, e magari anche essere, torbide. </strong></p>
<p><strong>Quello che sta accadendo in Italia è inimmaginabile in qualunque altro Paese democratico che non sia la Russia degli oligarchi neoricchi o una delle repubbliche dei Paesi ex membri dell’Urss, dove ancor più impazzano le oligarchie dagli arricchimenti tanto smisurati e repentini quanto  di origini oscure.</strong></p>
<p><strong>I romani dell’antica Roma non potevano neppure immaginare di essere governati da qualcuno che non fosse straricco, insomma un Berluscon de Berlusconi dell’epoca. Motivo per cui non avevano nulla di ridire contro il fatto che diventasse console o imperatore un emerito figlio di papà o qualcuno che grazie ai propri quattrini aveva potuto arruolare un esercito e permettersi il lusso di fare guerra agli avversari interni o sottomettere pezzi di mondo da sfruttare pro domo sua e far sfruttare agli amici, agli amici degli amici  e in parte a vantaggio anche della plebe dell’Urbe. Tutto ciò però nulla ha a che vedere con la democrazia.</strong></p>
<p><strong>E anche se la corte di nani, ballerine, escort,  garfagne, gelmine e minette varie raglia gli osanna per le votazioni anticipate perché “il voto è un rito democratico”, nulla ha a che vedere con la democrazia il fatto che un uomo disponga di una tale inaudito potere grazie alle proprie immense ricchezze sostituendosi a partiti e a reale volontà popolare, riciclata in telespettatori e consumatori di pubblicità “politica”.</strong></p>
<p><strong>Tutto ciò accade, si noti bene, in presenza di una legge che vieta a chi, come Berlusconi o un tabacchino o un gestore di stabilimenti balneari, è titolare di una concessione da parte dello Stato.  La sinistra dei Uòlter Waterloo Veltroni e – mi perdoni Furtaya – degli intelligentissimi alla Massimo D’Alema, nonché i centro-sinistra dal volto umano e pacioso di un Romano Prodi, NON ha saputo, voluto e potuto far rispettare la legge anche a Berlusconi.</strong></p>
<p><strong>Non so come usciremo da questa nuova tempesta. In ogni caso, quello che ormai è certo e documentato per tabulas è che la nostra democrazia è stata degradata. Cominciamo a somigliare  più a una oligarchia ex sovietica e meno a una democrazia tedesca, francese, statunitense e perfino spagnola, belga e inglese, pur essendo queste ultime tre democrazie in presenza delle rispettive monarchie.</strong></p>
<p><strong>Il celebre motto dice che quando la Storia si ripete la prima volta è come tragedia, la seconda come farsa. Ho il timore che questa volta si possa passare dalla farsa alla tragedia: che travolgerà o l’economia e quindi il popolo italiano o Berlusconi e i suoi gerarchi repubblichini  con annesse clare petacci. “Quo usque tandem abutere, Berlusconi, patientia nostra?”</strong><strong></strong></p>
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