<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>ArruotaLibera &#187; darwinismo</title>
	<atom:link href="http://www.pinonicotri.it/tag/darwinismo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.pinonicotri.it</link>
	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
	<lastBuildDate>Thu, 15 Oct 2026 20:45:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.38</generator>
	<item>
		<title>Capitalismo e grande industria nell&#8217;Anti-Dühring di Engels</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2018/10/capitalismo-e-grande-industria-nellanti-duhring-di-engels/</link>
		<comments>http://www.pinonicotri.it/2018/10/capitalismo-e-grande-industria-nellanti-duhring-di-engels/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Oct 2018 16:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[Anti-Dühring]]></category>
		<category><![CDATA[darwinismo]]></category>
		<category><![CDATA[determinismo]]></category>
		<category><![CDATA[dialettica materialismo]]></category>
		<category><![CDATA[dühring]]></category>
		<category><![CDATA[engels]]></category>
		<category><![CDATA[marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[materialismo storico]]></category>
		<category><![CDATA[positivismo]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo meccanicistico]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo scientifico]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo utopistico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.pinonicotri.it/?p=6085</guid>
		<description><![CDATA[Le rivoluzioni nel capitalismo maturo È difficile cercare di capire il motivo per cui, nel suo Anti-Dühring, Engels ritenesse che solo “la grande industria sviluppa quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione: conflitti non solo tra le classi ch&#8217;essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="font-size: small"><b>Le rivoluzioni nel capitalismo maturo</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">È difficile cercare di capire il motivo per cui, nel suo <i>Anti-Dühring</i>, Engels ritenesse che solo “la grande industria sviluppa quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione: conflitti non solo tra le classi ch&#8217;essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme di scambio ch&#8217;essa parimenti crea”. È come se avesse voluto dire: “Siamo arrivati a un punto tale di progresso tecnologico e produttivo che è impossibile andare avanti senza cambiare qualcosa di molto significativo”. La grande industria, nata intorno al 1830, “sviluppa, proprio in queste gigantesche forze produttive, anche i mezzi per risolvere questi conflitti”. Come se prima della grande industria non ci fossero stati i mezzi e i modi per risolvere alla radice i problemi dell&#8217;antagonismo sociale!</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Questo modo di ragionare è quanto meno deterministico. Forse saremmo esagerati a sostenere che per Engels le rivoluzioni “socialiste” sono possibili solo in presenza di un capitalismo maturo; però di sicuro voleva dire che, in assenza di tale capitalismo, le rivoluzioni sono destinate a fallire i loro obiettivi, a inverarsi nel loro contrario. Nella sua concezione di socialismo il capitalismo maturo porta le contraddizioni a un tale livello di conflittualità che le rivoluzioni diventano inevitabili. È un modo di accontentarsi: anche nel caso in cui manchi la volontà politica di emanciparsi, ci penseranno le circostanze, con tutta la loro crudezza, a farla venir fuori. Detto altrimenti: il proletariato farà la rivoluzione quando sarà disperato, quando non avrà più nulla da perdere, se non avrà saputo farla prima, in condizioni più decenti, più vivibili.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3680_131002849"></a> <span style="font-size: small">Tuttavia, anche se ciò fosse vero, non si capisce perché in questa condizione estrema il proletariato dovrebbe saper creare il migliore socialismo possibile, quello più democratico. In genere, quando si reagisce alla disperazione, si compiono azioni impulsive, scriteriate, tutt&#8217;altro che democratiche. Non ha alcun senso dire che le rivoluzioni non sono mai state coerenti con se stesse perché mancava il capitalismo maturo. </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3682_131002849"></a> <span style="font-size: small">Volendo, si potrebbe sostenere il contrario, e cioè che proprio il capitalismo maturo, disponendo di immense risorse persuasive e coercitive, è in grado d&#8217;impedire qualunque rivoluzione socialista.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a> Ovvero che sarebbe stato più facile realizzarla al tempo dello schiavismo o del servaggio feudale, quando ciò che impediva di emanciparsi era uno stato di coercizione <i>fisica</i>, priva di un raffinato condizionamento <i>ideologico</i>. Oggi il capitalismo maturo pretende di esportare la democrazia nel mondo intero.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3684_131002849"></a> <span style="font-size: small">Probabilmente Engels era così fatalista perché non aveva visto un proletariato industriale davvero capace di imporsi. Era rimasto profondamente deluso degli esiti delle rivoluzioni europee del 1848-50. Esattamente come Marx, che aveva però avuto un sussulto al tempo della Comune di Parigi del 1871, analizzata in maniera intelligente, e che sperava si compisse una rivoluzione socialista almeno nella Russia dei populisti. Engels invece detestava persino il movimento operaio inglese, che pur era molto combattivo sul piano sindacale e molto propositivo su quello cooperativistico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3686_131002849"></a> <span style="font-size: small">Lenin, che conosceva tutto della Comune di Parigi, arrivò alla conclusione che la rivoluzione comunista sarebbe stata possibile in Russia proprio perché questo immenso Paese costituiva l&#8217;anello debole del capitalismo avanzato e perché qui esisteva una resistenza più dura alle contraddizioni del capitale. O meglio, aveva capito che se il proletariato industriale fosse stato lasciato a se stesso, al massimo si sarebbero avuti dei moti ribellistici spontanei o delle rivendicazioni salariali compatibili col sistema, con risultati politici di tipo riformistico, del tutto parziali. La rivoluzione avrebbe potuto essere realizzata solo se il proletariato si fosse fatto guidare da un partito di <i>intellettuali organici</i>, consapevoli che il sistema andava superato in quanto tale, sin dalle sue fondamenta.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3688_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels, ma anche il Marx inglese, parlavano come dei rivoluzionari sconfitti, come dei teorici privi di un partito di professionisti della politica eversiva. Con Lenin invece abbiamo capito che, per fare la rivoluzione, non un colpo di stato, ci vuole un partito organizzato, disciplinato, abituato a lavorare anche nella clandestinità, capace di aggregare masse imponenti intorno a qualunque battaglia significativa e che, al momento opportuno, può essere mandato alla conquista del potere, come se fosse un potente esercito.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3690_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quando mai è esistito un partito socialista del genere in Europa occidentale? I partiti socialisti o anche comunisti sono stati prevalentemente dei partiti parlamentari, soprattutto quello tedesco di Kautsky e di Bernstein, epigoni dei classici del marxismo. I partiti extraparlamentari sono sempre stati del tutto inconsistenti sul piano numerico. Solo in rare occasioni hanno svolto un&#8217;attività che si può definire “rivoluzionaria” o “eversiva”: nel cosiddetto “Biennio rosso” della III Internazionale oppure durante la Resistenza (che coincisero coi due grandi traumi post-bellici), o nel periodo che va dal 1968 al 1977, dopo la sfuriata del cosiddetto “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta. Forse l&#8217;unico vero momento in cui la borghesia europea ha tremato per colpa della sinistra è stato quello della Comune di Parigi, durata però dal 18 marzo al 28 maggio del 1871.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3692_131002849"></a> <span style="font-size: small">In nessun momento questi partiti socialcomunisti sono stati capaci di vera coerenza rivoluzionaria. Il motivo probabilmente sta nel fatto che mancava la determinazione in carattere, la ferma volontà di procedere sino in fondo nella realizzazione degli obiettivi strategici generali. Il benessere aveva corrotto le menti, infiacchito la volontà. I dirigenti dei partiti socialcomunisti si sono rivelati, nei momenti decisivi, degli opportunisti. E non si può dire che il proletariato industriale abbia saputo fare di meglio.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3694_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il capitalismo è un sistema sociale che condiziona le coscienze, più di ogni altro sistema sociale precedente. Questo perché il tipo di schiavismo che impone di vivere è raffinato, appare poggiante su basi democratiche e l&#8217;industrializzazione garantisce delle comodità materiali impensabili nel passato. Il proletariato industriale è <i>giuridicamente libero</i>. Tutti i cittadini lo sono, per cui lo sfruttamento economico sembra essere il frutto di una <i>libera scelta</i>. Il mercato del lavoro è libero, impostato su una <i>contrattazione</i> tra domanda e offerta, esattamente come quello delle merci. Chi vende e chi compra vengono fatti passare per persone equivalenti, paritetiche. La schiavitù sembra essere accettata liberamente, non perché imposta da una forza fisica o materiale esterna (p.es. l&#8217;abilità militare o il possesso della terra).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3696_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels sapeva perfettamente come stavano le cose, al pari di Marx, ma non ne traeva le debite conseguenze operative. Infatti era convinto che quando la schiavitù salariata sarà allargata a dismisura, coinvolgendo anche i ceti relativamente indipendenti della piccola borghesia, il cosiddetto “ceto medio”, cioè quando la stragrande maggioranza della popolazione sarà “proletarizzata” e non avrà più nulla da perdere, la rivoluzione diventerà inevitabile, e a quel punto sarà la forza delle circostanze a suggerire le misure migliori per superare il capitalismo maturo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3698_131002849"></a> <span style="font-size: small">Bisogna dire che questo suo determinismo peccava d&#8217;ingenuità. Come si può pensare che un aumento generalizzato, quantitativo, della sofferenza sociale possa portare a una migliore consapevolezza delle alternative da realizzare? Sono cose completamente diverse. La crescita esponenziale della miseria non comporta affatto, in maniera automatica, un aumento della lucidità mentale. Anzi, può anche creare dei mostri che compiono azioni criminali, prive di qualunque forma di eticità: il nazismo o lo stalinismo o il maoismo non sono forse nati così?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3700_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quando si ragiona in questi termini, non si è poi capaci di valorizzare chi dice di essere in grado di realizzare una vera alternativa al sistema prima ancora che si formi una miseria generalizzata. Lo si etichetterà facilmente di avventurismo, proprio perché si preferirà aspettare un improvviso rivolgimento delle masse popolari, nella convinzione che, così facendo, esse potranno dimostrare di avere una medesima coscienza eversiva. </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3702_131002849"></a> <span style="font-size: small">Se le “condizioni oggettive” per fare la rivoluzione non ci sono, chiunque le desideri, verrà immediatamente considerato un utopista. Come se ci potesse essere qualcuno in grado di stabilire quando tali condizioni oggettive s&#8217;impongono in maniera evidente! Come se tali condizioni non possano essere il frutto di un lavoro soggettivo, finalizzato alla loro creazione! Un partito rivoluzionario non deve forse saper approfittare delle debolezze del sistema <i>in qualunque momento</i>? L&#8217;unica cosa che deve garantire non è forse che la rivoluzione sia davvero <i>popolare</i>? E che essa sia in grado di <i>difendersi</i> dalla reazione delle classi privilegiate, che tenderanno a opporsi in tutti i modi e con qualunque mezzo alla loro espropriazione?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3704_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels non aveva idea di come si dovesse gestire un partito rivoluzionario. Ancorato com&#8217;era a una rigida successione di diversi stadi di sviluppo del modo di produzione, per lui la rivoluzione alla fine diventava un unico atto storico, la cui necessità era lapalissiana. L&#8217;Internazionale comunista, che aveva organizzato insieme a Marx, non aveva una caratterizzazione rivoluzionaria vera e propria. Era solo un punto d&#8217;incontro tra le varie esperienze politico-partitiche del socialismo europeo e nordamericano, ed era tutta presa a combattere, al proprio interno, le varie forme di estremismo (p.es. quella anarchica di Bakunin o del blanquismo cospirativo, tipico anche dei mazziniani) e di moderatismo (p.es. quella proudhoniana, lassalliana o delle trade-unions inglesi). Abbiamo dovuto aspettare Lenin per vedere un vero partito comunista.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3706_131002849"></a> <span style="font-size: small">Le condizioni oggettive non sono soltanto quelle create spontaneamente dall&#8217;economia capitalistica. Sono anche quelle che si ottengono contestando tutte le contraddizioni del sistema. Se la critica è puntuale, circostanziata, su ogni più piccolo particolare, e non si presenta come fine a se stessa o per avere una direzione politica ancora più autoritaria, ma per realizzare una vera transizione al sistema, è impossibile non ottenere un vasto consenso. È la borghesia stessa che alimenta l&#8217;odio sociale nei suoi confronti. E se in seguito a tali contestazioni s&#8217;impone l&#8217;autoritarismo cesarista, deve essere chiaro a tutti che ciò avviene per paura di una rivoluzione socialista, non tanto per gestire meglio le contraddizioni del capitale.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Bisogna dimostrare che si vuole maggiore democrazia e che il sistema non è in grado di offrirla proprio perché poggia sul mero profitto industriale e sulla rendita finanziaria e, più in generale, sulla proprietà privata dei mezzi produttivi. Non si possono concepire i processi economici e politici come una “necessità naturale”, in cui gli uomini sono rappresentanti oggettivati, privi di vera personalità. Anche perché in tal modo il socialismo scientifico assume la funzione di un dogma, perdendo quella, più specifica, di “guida per l&#8217;azione”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4976_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Capitalismo maturo e imperialismo</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3712_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels precisa meglio il suo pensiero facendo questa osservazione: “Il proletariato [industriale] che cominciava [appena finita la rivoluzione francese] a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe, ancora assolutamente incapace di un&#8217;azione politica indipendente, si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nell&#8217;incapacità in cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt&#8217;al più portarsi dall&#8217;esterno, dall&#8217;alto”. È così che Engels spiega la nascita del socialismo utopistico di Saint-Simon, Fourier e Owen. In pratica egli considerava politicamente immaturo il proletariato industriale proprio perché non era adeguatamente sviluppata la grande industria.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3714_131002849"></a> <span style="font-size: small">Questo modo di ragionare è davvero curioso: Engels faceva dipendere la consapevolezza politica a favore della transizione socialista dallo sviluppo del capitalismo industriale, cioè proprio dalla condizione che meno favorisce quella transizione. Per lui era solo la grande industria il demiurgo che produce la classe operaia che lotta, ovvero l&#8217;inevitabile crollo del sistema. Vedeva il movimento operaio come un proletariato omogeneo di fabbrica e non come una coalizione eterogenea di varie classi sfruttate. Ignora, p.es., le lotte anticapitalistiche del XVIII secolo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3716_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ragionamenti del genere probabilmente dipendevano dal fatto che quando non si dirige un partito politico rivoluzionario, e nel contempo si desidera il compiersi di una transizione al socialismo, l&#8217;unica alternativa che resta è quella di augurarsi che le contraddizioni diventino così esplosive da generare esse stesse un soggetto rivoluzionario. In pratica il meglio sarebbe dovuto venir fuori dal peggio, come nella dialettica hegeliana la sintesi non è che la negazione della negazione. Un atteggiamento del genere, in antropologia, potrebbe essere definito di tipo “magico”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3718_131002849"></a> <span style="font-size: small">Engels, in sostanza, era convinto che il capitalismo maturo avrebbe generato una crescente miseria, e siccome gli operai industriali erano quelli più consapevoli dei limiti del sistema, in quanto erano loro a produrre la maggiore ricchezza, ricevendo in cambio solo un misero salario, avrebbero dovuto essere proprio loro a prendere le redini della rivoluzione. Peraltro il proletariato industriale, a differenza di tutti gli altri lavoratori, andava considerato anche come classe molto organizzata e disciplinata: erano gli stessi imprenditori a pretenderlo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3720_131002849"></a> <span style="font-size: small">In quali forme la storia si è incaricata di dimostrare che questo modo di vedere le cose era completamente sbagliato? Anzitutto il capitalismo maturo basa prevalentemente le proprie ricchezze non tanto o non solo sullo sfruttamento dei propri lavoratori, ma anche e soprattutto su quello dei lavoratori delle “colonie”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a>, le quali sono anche ricche di risorse naturali a buon mercato e costituiscono ampi sbocchi commerciali per le merci del capitalismo occidentale. È vero che nel capitalismo maturo dovrebbe, in teoria, aumentare la miseria, ma in pratica ciò sembra avvenire (almeno in maniera macroscopica) soltanto nelle “colonie”, e gli imponenti flussi migratori verso l&#8217;occidente (tanto per fare un esempio) starebbero lì a dimostrarlo. Cioè finché esistono “colonie” da sfruttare, la miseria che si vive in occidente è ben poca cosa rispetto a quella che si patisce nelle “colonie”. E chi nelle “colonie” vuole emanciparsi da questa miseria, facilmente acquisisce stili di vita o modelli di comportamento tipicamente occidentali, a meno che non sia in grado di maturare autonomamente una consapevolezza “socialista” delle cose.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3722_131002849"></a> <span style="font-size: small">In secondo luogo la crescita del benessere in occidente, a scapito del Terzo Mondo, ha reso il proletariato industriale (ma anche chiunque investa in titoli provenienti dai Paesi emergenti) responsabile, seppure indirettamente, dello sfruttamento delle “colonie”. In tale atteggiamento oggettivo, squisitamente economico e finanziario, non si può ravvisare alcuna premessa per la futura rivoluzione socialista. Anzi, il proletariato occidentale, nel momento stesso in cui ha visto aumentare i propri salari (e quello industriale è addirittura diventato, nell&#8217;ambito del proletariato in genere, una sorta di casta privilegiata), ha smesso di rivendicare un&#8217;alternativa globale al sistema. Generalmente, infatti, ci si limita ad avanzare richieste di tipo sindacale. Gli stessi dirigenti socialisti o democratici si sono ampiamente imborghesiti. Il socialismo è diventato solo riformistico, di piccolo cabotaggio, e s&#8217;impegna, oggettivamente, a puntellare il sistema borghese, non avendo alcun interesse a mettere in relazione il benessere dell&#8217;occidente con lo sfruttamento del Terzo Mondo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3724_131002849"></a> <span style="font-size: small">Quindi non solo il proletariato industriale non è la classe meglio predisposta a compiere la rivoluzione, ma, oggettivamente, è anche quella che più contribuisce allo sfruttamento delle “colonie”, tant&#8217;è che reagisce negativamente quando nuove masse di diseredati provenienti dal Terzo Mondo si riversano in occidente in cerca di fortuna. Gli operai occidentali meno qualificati vedono i derelitti dell&#8217;emisfero Sud, disposti a lavorare sotto qualunque condizione, come dei pericolosi concorrenti. E nessuno in occidente (se non quelli che ci ricavano un utile o che hanno un cuore compassionevole) è disposto a mantenere con l&#8217;assistenza pubblica decine di migliaia di indigenti che giungono da noi in massa. L&#8217;elemosina può essere fatta solo entro certi limiti, oltre i quali diventa un fardello insopportabile, anche perché è facile argomentare che il denaro utilizzato per i migranti potrebbe essere devoluto ai ceti più bisognosi dell&#8217;occidente.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3726_131002849"></a> <span style="font-size: small">D&#8217;altra parte quando nessun politico socialista mette in relazione il benessere dell&#8217;occidente col malessere del Terzo Mondo, è difficile che in occidente vi sia qualcuno che esamini, oggettivamente, la situazione di dipendenza economica del Terzo Mondo nei confronti delle economie più sviluppate del pianeta. Per poter sapere qualcosa sulla dipendenza coloniale e neocoloniale del Terzo Mondo, bisognerebbe, come minimo, andare a consultare le opere di Samir Amin, A. Gunder Frank, Hosea Jaffe&#8230;, le quali però sono quasi sconosciute in Europa occidentale (in Italia però stanno cominciando ad avere un certo riscontro quelle di Luciano Vasapollo).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3728_131002849"></a> <span style="font-size: small">Si dirà che ai tempi di Marx ed Engels non vi era uno sfruttamento coloniale così sofisticato come quello odierno, dove gli strumenti finanziari (si pensi solo alla questione del debito) paiono più persuasivi delle cannonate del colonialismo classico. Sappiamo tutti che lo sfruttamento coloniale sistematico è iniziato già con le spedizioni ispanico-lusitane di mezzo millennio fa. Ai tempi dei fondatori del socialismo scientifico<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a> si era in presenza di un neonato imperialismo europeo (anzitutto anglo-francese in varie parti del mondo, ma anche italo-tedesco e belga in Africa) e ovviamente statunitense in America Latina e nipponico in Asia, quello che scatenerà le prime due guerre mondiali. Ma per avere un quadro chiaro di questa ulteriore forma di colonialismo ci volle l&#8217;analisi di Lenin, che non si avvalse, in merito, delle opere di Marx ed Engels, i quali, tutto sommato, ne parlarono poco, probabilmente perché erano ancora troppo affascinati dai successi produttivi della grande industria e auspicavano che il capitalismo industriale si diffondesse in tutto il mondo, per poter avere un enorme proletariato che l&#8217;avrebbe affossato come un becchino.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3730_131002849"></a> <span style="font-size: small">Nella visione dei due ideologi tedeschi il proletariato avrebbe dovuto accettare l&#8217;industria <i>così com&#8217;era</i>, sul piano materiale, modificandone solo l&#8217;assetto proprietario. L&#8217;industria andava <i>socializzata nella proprietà</i>, mentre a livello tecnologico non poteva che essere ulteriormente perfezionata. Inutile dire che questo modo di porsi era completamente sbagliato, poiché proprio l&#8217;industrializzazione massiva costituisce il più grande handicap della storia per la riproduzione della natura. Marx ed Engels erano convinti che con la scienza e la tecnica, una volta realizzato il socialismo, si sarebbero risolti tutti i problemi creati dalla stessa scienza e tecnica, gestita in maniera capitalistica.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Oggi la moderna ecologia nutre seri dubbi su questa capacità. I difetti dell&#8217;industrializzazione sembrano essere del tutto indipendenti dalla gestione politica dei processi economici. Su questo però bisogna dire che nessun comunista, neppure Lenin, ha mai avuto le idee chiare. Marx sapeva bene che l&#8217;agricoltura capitalistica danneggia la qualità del suolo, ma in Russia, durante l&#8217;edificazione del socialismo statale, tutti erano convinti che l&#8217;industria pesante, unitamente alla statizzazione della proprietà, avrebbe portato a un benessere progressivo, generalizzato, senza che la natura ne avesse da soffrire granché. Le forze produttive della borghesia non si potevano mettere in discussione. Inoltre lo stalinismo era convinto che senza l&#8217;industria pesante sarebbe stato impossibile affrontare militarmente l&#8217;occidente.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4932_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Oltre il socialismo scientifico</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3736_131002849"></a> <span style="font-size: small">La contraddizione maggiore in queste riflessioni di Engels è bene espressa in questa frase lapidaria: “All&#8217;immaturità della produzione capitalistica, all&#8217;immaturità della posizione delle classi corrispondevano teorie immature”. Di qui l&#8217;esigenza di creare “esperimenti modello” (tipici del socialismo utopistico), destinati a essere assorbiti dal sistema borghese.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3738_131002849"></a> <span style="font-size: small">Che i limiti del socialismo utopistico anche oggi vengano considerati evidenti, è pacifico. È letteralmente impossibile costruire isole economiche di socialismo all&#8217;interno di un sistema chiaramente capitalistico. Per costruire il socialismo occorre anzitutto abbattere <i>politicamente</i> il sistema. Su questo non vi sono dubbi. Semmai oggi ci chiediamo come creare un&#8217;alternativa alla <i>statizzazione della proprietà</i>. Il cosiddetto “socialismo reale” è fallito proprio perché aveva statalizzato tutto, alla maniera “asiatica”, come al tempo dello schiavismo il cosiddetto “modo di produzione asiatico” rappresentava una specie di “schiavismo statale”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a>. Invece di lavorare per eliminare progressivamente lo Stato, lo stalinismo aveva finito col rafforzarlo all&#8217;estremo, trasformandolo in una sorta di “Grande Fratello”, come se a ciò si fosse obbligati proprio per la mancanza di un diffuso benessere economico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3740_131002849"></a> <span style="font-size: small">Non a caso oggi, nell&#8217;ambito della migliore sinistra, si parla di “<i>socializzazione della proprietà</i>”, antitetica alla “statalizzazione”. Ma come ciò possa essere fatto è ancora tutto da stabilire. Infatti se lo Stato deve avere un ruolo marginale sul piano economico, allora vuol dire che devono risultare centrali le <i>comunità locali e regionali</i>, e che se un “piano” deve esserci, al fine di eliminare l&#8217;anarchia produttiva, esso va deciso a livello locale e regionale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3742_131002849"></a> <span style="font-size: small">Dare importanza a tali comunità, renderle responsabili di se stesse, significa, inevitabilmente, favorire l&#8217;<i>autoconsumo</i> e quindi la vendita sui mercati soltanto delle proprie <i>eccedenze</i>. Il che vuol dire considerare il <i>valore d&#8217;uso</i> di molto superiore al valore di scambio. Tutte cose che il socialismo scientifico non avrebbe visto di buon occhio, proprio perché ha sempre temuto di propagandare l&#8217;immagine di un “socialismo della miseria”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3744_131002849"></a> <span style="font-size: small">I classici del marxismo han sempre detto che il socialismo è una sintesi di rivoluzione industriale, compiuta dalla borghesia, e di gestione centralizzata dell&#8217;economia da parte di un organismo statale (almeno nella fase iniziale). La proprietà privata veniva prevista solo nelle piccole cose, estranee allo sfruttamento del lavoro altrui (p. es. un pezzo di terra lavorato in proprio). Poi col tempo l&#8217;<i>autorganizzazione dei produttori diretti</i> avrebbe fatto a meno anche dello Stato.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3746_131002849"></a> <span style="font-size: small">Tuttavia il cosiddetto “socialismo reale”, sovietico o cinese, non ha mai promosso una responsabilità del genere a favore delle masse popolari. Difficile dire se i rispettivi governi non abbiano fatto in tempo o se proprio non l&#8217;avessero nel loro dna. Un esperimento è addirittura imploso, trasformandosi in una sorta di capitalismo statale. L&#8217;altro ha invece conservato la dittatura politica del “socialismo reale”, autorizzando però lo sviluppo capitalistico sul piano sociale, sulla base di un compromesso che non si sa quanto tempo potrà durare. Noi occidentali, infatti, sappiamo bene che il capitalismo favorisce l&#8217;individualismo, e questo non sopporta d&#8217;essere gestito dall&#8217;alto, almeno non oltre un certo limite.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3748_131002849"></a> <span style="font-size: small"><b>Il ruolo della soggettività nelle rivoluzioni</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3750_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma torniamo all&#8217;argomento di prima. Dove sta la contraddizione più stridente di Engels? Semplicemente nel fatto che le sue teorie e, ancora più, quelle di Marx maturano in un paese, la Germania prussiana, ch&#8217;era ancora molto indietro sul piano dello sviluppo capitalistico. Anche prescindendo dal fatto ch&#8217;essi provenivano dalla regione della Renania, che sicuramente era tra i länder tedeschi la più sviluppata in senso borghese, non è assolutamente vero che le teorie rivoluzionarie si sviluppano solo nell&#8217;ambito del capitalismo maturo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3752_131002849"></a> <span style="font-size: small">In realtà nessuno sa come si formino le teorie rivoluzionarie. Anzi, potremmo sostenere il contrario di ciò che dice Engels, e cioè che la resistenza allo schiavismo era sicuramente più forte quando ancora esistevano tracce significative del comunismo primordiale, quello preistorico; e che tale resistenza è andata tanto più scemando quanto più tali tracce sono andate definitivamente scomparendo. Non a caso lo schiavismo classico, quello nato seimila anni fa e che è durato sino alla nascita del feudalesimo, era impostato su rapporti di <i>forza fisica</i>, brutale, legittimato dalla mitologia e dalle religioni politeistiche pagane. Non aveva bisogno di ricorrere a sofisticate argomentazioni ideologiche per potersi imporre, benché tali argomentazioni servano sempre in una fase iniziale: oggi, p.es., in occidente il capitale può farne a meno, in quanto il diffuso benessere (in rapporto a quell&#8217;80% dell&#8217;umanità che invece non fruisce di alcuna forma di protezione sociale) ha fatto piazza pulita dello spirito critico.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3754_131002849"></a> <span style="font-size: small">Oggi la resistenza all&#8217;oppressione nasce non in virtù di un&#8217;esperienza comunitaria del passato, che si voleva conservare nella memoria, ma in virtù di un desiderio disperato di superare delle contraddizioni assolutamente insopportabili, che rendono indegna la vita. Oggi è la disperazione che, nel migliore dei casi, porta a desiderare il socialismo. Ma nella disperazione si possono compiere errori colossali, proprio perché si è persa la memoria del socialismo più democratico della storia, quello che si viveva <i>prima</i> che si formasse lo schiavismo e che gli storici han posto, con molta supponenza, fuori della storia, chiamandolo appunto “preistorico”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3756_131002849"></a> <span style="font-size: small">Come sia stato possibile che nella Germania arretrata sia venuto fuori un socialista come Marx, di origine ebraico-borghese, seguito a ruota da Engels, di origine pietistico-borghese, nessuno può saperlo. Come nessuno può sapere come sia emerso Lenin in Russia, ch&#8217;era ancora più arretrata della Germania, la ruota di scorta di tutto il capitalismo europeo. Di questi geni dell&#8217;umanità bisognerebbe prendere atto e basta, riconoscendoli come tali. Cosa che però raramente succede, in quanto nessuno è profeta <i>pro domo sua</i>. Ognuno di loro ha dovuto subire difficoltà a non finire prima che le proprie teorie venissero accettate.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3758_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il problema, semmai, è un altro, ed è tutto pratico. Cos&#8217;hanno fatto questi geni dell&#8217;umanità, mentre erano in vita, per convincere i loro contemporanei che le loro idee erano sufficienti per mutare qualitativamente la realtà? Potremmo forse dire che tali persone eccezionali non hanno potuto far molto a causa del fatto che le condizioni storico-oggettive non erano sufficientemente mature per compiere una rivoluzione socialista o per compierla in maniera democratica? Quando c&#8217;è di mezzo la violazione della <i>dignità umana</i> e soprattutto della <i>libertà di coscienza</i> (quella che permette di scegliere il proprio destino) le condizioni oggettive sono <i>sempre</i> mature per ribellarsi. Ci mancherebbe, infatti, che una popolazione oppressa, prima di compiere una rivolta, debba attendere passivamente che le contraddizioni si esasperino da sole, cioè che la negatività del sistema diventi così grande da indurre la gente a ribellarsi. Il rivoluzionario non è un cinico con aspirazioni alla magia.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3760_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ciò che manca è, nelle persone comuni, la consapevolezza di dover prendere delle decisioni radicali, e soprattutto la capacità di organizzare una strategia operativa con cui compiere la conquista del potere. Ciò che è mancato, in questi geni dell&#8217;umanità, che pur avevano piena consapevolezza delle cose da cambiare, è stata la capacità organizzativa di compiere la rivoluzione. Fino adesso la si è vista solo in Lenin. Neppure in Mao la si è vista. Infatti non si tratta solo di “compiere” la rivoluzione, ma anche di saperla “gestire”. E bisogna dire che nella fase della gestione, Mao fu un disastro completo, al pari di Robespierre o di Stalin o di Pol Pot. Lenin invece continuò a essere lungimirante sia prima che dopo, pur con tutti i suoi limiti e anche se purtroppo morì prematuramente.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Tuttavia, in seimila anni di storia “schiavistica”<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a> un solo vero genio dell&#8217;umanità è troppo poco. Forse ne avremmo potuti aver due, se Gesù Cristo non fosse stato tradito dai suoi stessi discepoli. Peraltro, proprio a proposito di Lenin vien da chiedersi come sia stato possibile che subito dopo la sua morte si sia formata una delle peggiori dittature della storia. Quali premesse, per scongiurarla, erano venute meno? Poteva Lenin porre le basi per favorire uno sviluppo davvero democratico del socialismo? E quali sono queste basi? Sarebbe importante saperlo per la volta successiva. Hanno mai saputo indicarle i classici del socialismo scientifico? È forse possibile farlo astrattamente, sul piano etico o umanistico, a prescindere dal confronto politico vero e proprio? O forse queste basi esistono già da qualche parte e non ce ne siamo accorti? Dobbiamo forse guardare con occhi diversi quello che è stato e che ancora oggi è, molto debolmente, in qualche luogo remoto del pianeta, il cosiddetto “comunismo primitivo”? Cioè quella fase della storia umana, durata decine di migliaia di anni, in cui gli antagonismi sociali non esistevano affatto o non erano comunque irriducibili?</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4934_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>Individualismo e statalismo nel capitalismo europeo</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3766_131002849"></a> <span style="font-size: small">L&#8217;ultima parte degli “Elementi teorici” dell&#8217;<i>Anti-Dühring</i> (pp. 334-41) è tutta dedicata al capitalismo monopolistico-statale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3768_131002849"></a> <span style="font-size: small">In via preliminare va detto che Engels non vede l&#8217;aspetto statale del capitalismo nell&#8217;industria più propriamente produttiva, bensì in quelli che lui definisce “grandi organismi di comunicazione”: poste, telegrafi e ferrovie. Forse anche meglio di Marx aveva capito che, a certi livelli, lo sviluppo capitalistico ha bisogno di un intervento esplicito dello Stato nella gestione dell&#8217;economia, un intervento organico, di lunga durata, non estemporaneo, per ripianare situazioni di emergenza. Argomento, questo, che Lenin tratterà ampiamente nel suo <i>Imperialismo</i>.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3770_131002849"></a> <span style="font-size: small">Il tema è indubbiamente complesso, anche perché Engels vede questo capitalismo statale come anticamera del socialismo, quando invece non lo è affatto, poiché è proprio in questa forma gestionale che il capitalismo cerca di screditare al massimo l&#8217;idea stessa di “socialismo”.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a> E questo senza poi considerare che in una nazione ad elevato PIL è relativamente facile che anche i “grandi organismi di comunicazione” vengano privatizzati, o che gli Stati intervengano a ripianare i debiti delle grandi imprese o banche private (ovvero a “socializzare le perdite” con le tasse dei cittadini), senza assumersene direttamente l&#8217;amministrazione. Anzi, in un momento come questo (siamo quasi alla fine del secondo decennio del XXI sec., ancora alle prese con la crisi mondiale scoppiata nel 2008), dettato da esigenze europeistiche e globalistiche, le imprese private in difficoltà non hanno scrupoli a cedere i loro diritti di proprietà a imprese private straniere. Gli stessi Stati sono costretti a cedere una parte significativa della loro sovranità nazionale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3772_131002849"></a> <span style="font-size: small">Questo per dire che il capitalismo occidentale, per tradizione o per cultura storica, è più portato a favorire le privatizzazioni che le statizzazioni, e quando si sviluppa a livello mondiale, guarda con sufficienza i limiti degli Stati nazionali: non ha paura di spersonalizzarsi. Semmai è il continente asiatico che si comporta diversamente. L&#8217;individualismo è una caratteristica dell&#8217;occidente dai tempi della Chiesa romana, che lo praticava sul piano politico, facendo del pontefice un soggetto infallibile, superiore a qualunque istanza conciliare e sempre in aperta competizione con gli imperatori. Poi, a partire dal 1517, tale individualismo è stato generalizzato a livello sociale dal protestantesimo, che ha eliminato gli aspetti oggettivi dell&#8217;istituzione ecclesiastica, trasformando il singolo credente in un pontefice di se stesso. Cosa che non riuscì a fare la borghesia italiana, che pur conduceva uno stile di vita individualistico sin dalla nascita dei Comuni.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3774_131002849"></a> <span style="font-size: small">Probabilmente l&#8217;unica nazione protestantica, in Europa occidentale, che ha continuato ad attribuire una certa importanza allo Stato politico è stata la Germania, il cui capitalismo oggi mostra d&#8217;essere ben solido, nonostante lo scandalo delle emissioni della Volkswagen e la crisi senza fine della Deutsche Bank. Ma i motivi di ciò vanno cercati nella cultura militaresca dei Sassoni. È vero che nell&#8217;ambito del capitalismo occidentale vi sono Paesi in grado di competere tranquillamente con la Germania, come p.es. Stati Uniti, Regno Unito e Francia, dove lo Stato non ha la stessa importanza, ma ciò è dovuto alle opportunità offerte dalle passate imprese imperialistiche, che fanno sentire il loro peso ancora oggi. La Germania cercò di dotarsi di colonie, scatenando due guerre mondiali, ma le perse entrambe, e per recuperare il tempo perduto fu costretta a rinunciare alla propria identità specifica, di cui tanto si vantava, non essendo stata colonizzata dai Romani, e dovette diventare un Paese di forte immigrazione (attualmente il 12% dell&#8217;intera popolazione), soprattutto sul versante turco (Berlino è la più grande città turca in Europa).</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">L&#8217;Italia invece può essere considerata un caso particolare, poiché, pur non avendo uno Stato forte come quello tedesco, né una tradizione imperialistica come quella statunitense, britannica e francese, possiede un elevato PIL (attestato al settimo posto nel mondo), dovuto a una miriade di piccole e medie imprese la cui cultura risale alla formazione e allo sviluppo dei Comuni, delle Signorie, dei Principati. La mentalità capitalistica è nata proprio in Italia (oltre che nelle Fiandre), anche se la Controriforma ha impedito ad essa di svilupparsi in forme moderne, quelle più propriamente industriali. In Italia il capitalismo industriale è stato un prodotto d&#8217;importazione, come nel resto del mondo, esclusa ovviamente la Gran Bretagna.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4936_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>La statizzazione dell&#8217;economia borghese</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3780_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma torniamo all&#8217;<i>Anti-Dühring</i>. In una lunga nota di p. 335 Engels prende in esame il caso della Prussia, dove il capitalismo sembra aver assunto una connotazione statalistica più accentuata che negli altri Paesi europei. Egli intende riferirsi alla statalizzazione delle ferrovie compiute da Bismarck; e si lamenta che, a seguito di ciò, una parte dei socialisti dica che ogni atto di statizzazione è una forma di socialismo.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3782_131002849"></a> <span style="font-size: small">Siccome però ha sostenuto in precedenza che proprio la statizzazione di alcuni “grandi organismi di comunicazione” è la prova più lampante della necessità di passare al socialismo, ora si sente in dovere di spiegare la differenza tra la sua posizione socialista e quella degli altri (è da presumere si stesse riferendo soprattutto a Ferdinand Lassalle, il quale era convinto che, con progressive e mirate riforme, si potesse controllare lo Stato borghese <i>dall&#8217;interno</i>, senza aver bisogno di compiere alcuna rivoluzione comunista, e questa sua idea condizionerà tutta la II Internazionale). </span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3784_131002849"></a> <span style="font-size: small">E cosa dice Engels di così convincente da far meritare al suo socialismo l&#8217;appellativo di “scientifico”, cioè di “non borghese”? Ecco la frase-chiave: “solo nel caso in cui i mezzi di produzione o di comunicazione si siano <i>effettivamente</i> sottratti al controllo delle società anonime, in cui quindi la statizzazione sia divenuta <i>economicamente</i> inevitabile, solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale, rappresenta un progresso economico, il raggiungimento di un nuovo stadio preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della società”.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3786_131002849"></a> <span style="font-size: small">In pratica Engels avrebbe affermato che il capitalismo statale può essere considerato l&#8217;anticamera del socialismo (“un nuovo stadio preliminare”) solo se lo Stato elimina le grandi imprese private capitalistiche (qui chiamate col termine di “società anonime”).</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3788_131002849"></a> <span style="font-size: small">Lo stalinismo, quando iniziò a smantellare la NEP leniniana, doveva aver guardato con molta soddisfazione una nota del genere. Qui infatti si arriva a dire, nella maniera più deterministica possibile, che lo Stato costituisce l&#8217;istanza più significativa per il passaggio dal capitalismo avanzato al socialismo vero e proprio. Naturalmente, mentre Engels lo diceva senza poter fare riferimento a una preliminare rivoluzione politica da parte dei comunisti, lo stalinismo invece poteva dirlo proprio in forza di quella rivoluzione.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3790_131002849"></a> <span style="font-size: small">Una posizione, quella engelsiana, d&#8217;incredibile ingenuità. Come si può pensare che lo Stato borghese, nato per risolvere i problemi della borghesia ben 500 anni fa, possa tradire la sua fondamentale classe di riferimento per fare gli interessi del proletariato industriale? Come si può pensare che lo Stato borghese possa avere i poteri per eliminare le cosiddette “società anonime”? La gestione delle grandi imprese capitalistiche può essere eliminata solo da una rivoluzione socialista, la quale può servirsi delle funzioni statali per fronteggiare la resistenza della borghesia, che certamente non si farà espropriare senza reagire.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3792_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma c&#8217;è di più. Eliminato il pericolo di una generale controrivoluzione, occorrerà da subito fare una cosa che la Russia post-leniniana non riuscì assolutamente a fare: porre le basi per il superamento delle stesse istituzioni statali, poiché, se c&#8217;è una cosa che <i>deresponsabilizza</i> i cittadini, è proprio lo Stato.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a> Se non si formano immediatamente delle <i>comunità locali autogestite</i>, non sarà possibile scongiurare il rischio che le istituzioni statali vengano usate dai governi in carica per una svolta autoritaria. Le comunità locali devono essere messe in grado di difendersi <i>da sole</i> dagli attacchi dei nemici interni ed esterni, eventualmente stringendo alleanze tra loro, laddove la situazione del momento lo richieda. Se la gestione dell&#8217;economia non è <i>autonoma</i>, le comunità locali non saranno mai in grado di difendersi da sole, e vedranno sempre lo Stato come un potenziale nemico, anche quando si aspetteranno aiuti assistenziali.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">Le istanze politiche sovralocali non possono essere “istituzionalizzate”. Può esserlo, semmai, la periodicità con cui convocare degli organi collegiali in cui si mettono a confronto i problemi locali delle varie comunità. Ma in genere la convocazione di tali organi ha senso se viene richiesta da quelle comunità che hanno effettivamente dei problemi da risolvere. Neppure la frequenza delle convocazioni può essere regolamentata. Semmai tutte le comunità vanno lasciate libere di confrontare le loro esperienze, eliminando qualunque barriera che le divida, che impedisca lo scambio reciproco delle esperienze. Sono i confini che vanno eliminati, onde favorire decisioni autonome in relazione agli scambi culturali. L&#8217;omologazione o l&#8217;uniformità degli stili di vita va evitata come la peste. Solo la diversità arricchisce.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__4938_858148441"></a> <span style="font-size: small"><b>La trasformazione della borghesia</b></span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3798_131002849"></a> <span style="font-size: small">Ma questo argomento è così importante che Engels merita d&#8217;essere citato alla lettera, anche perché il cosiddetto “socialismo reale” è crollato proprio perché veniva amministrato dall&#8217;alto, e una qualunque alternativa al capitalismo oggi non può non prevedere un superamento del socialismo statale, pena l&#8217;impossibilità di scongiurare i rischi della burocratizzazione del sistema.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3800_131002849"></a> <span style="font-size: small">Scrive dunque Engels, mostrando, in questo, una certa perspicacia previsionale: “Se le crisi hanno rivelato l&#8217;incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati”. E poi ancora: “Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l&#8217;intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali”.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3802_131002849"></a> <span style="font-size: small">Si noti anzitutto la sopravvalutazione dell&#8217;importanza delle crisi, che spesso compie chi non è impegnato a costruire un vero partito rivoluzionario. Molti economisti marxisti han sempre sostenuto il contrario, e cioè che proprio grazie alle sue crisi periodiche il sistema si rafforza ulteriormente. Detto altrimenti: un conto è se la crisi viene sfruttata dai lavoratori per porre in atto una transizione; un altro conto è se i lavoratori la subiscono passivamente, permettendo al capitale di ristrutturarsi.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3804_131002849"></a> <span style="font-size: small">Nell&#8217;ambito del capitalismo, infatti, non esiste solo la contrapposizione tra operai e imprenditori, ma anche tra gli stessi imprenditori, che a volte può essere anche più forte. P.es. la II guerra mondiale non iniziò con uno scontro tra Paesi capitalisti e Russia socialista, ma all&#8217;interno dell&#8217;Europa occidentale. Soltanto quando la Germania nazista poté avvalersi delle risorse umane e materiali dell&#8217;Europa, avvenne l&#8217;attacco all&#8217;Urss.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3806_131002849"></a> <span style="font-size: small">La seconda cosa da sottolineare è che Engels non capiva che, pur nella sua varietà di forme in cui si presenta sulla scena, lo stile di vita borghese, in occidente, presuppone sempre sia il carattere privatistico dell&#8217;appropriazione del plusvalore, sia l&#8217;aspetto individualistico dei soggetti sfruttatori. Chi penserebbe oggi che il mafioso va in giro con la coppola e il fucile a canne mozze? Dunque, per quale ragione si dovrebbe pensare che il borghese non esiste più proprio in quanto l&#8217;attività capitalistica è gestita da società anonime o dallo stesso Stato? Non sono le forme che cambiano la sostanza. È questa che assume varie forme a seconda delle circostanze, restando immutata la sua essenza. La borghesia non coincide con soggetti specifici più di quanto non coincida con una rappresentazione ideale.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3808_131002849"></a> <span style="font-size: small">Già Marx l&#8217;aveva detto, in una Prefazione del <i>Capitale</i>: i soggetti dell&#8217;agire economico sono personificazioni di categorie astratte. Sotto questo aspetto è del tutto fuori luogo pensare che nell&#8217;attuale Cina non si possa parlare di capitalismo privato solo perché al governo vi è un partito comunista. Semmai – dal punto di vista borghese – ci si dovrebbe complimentare con quei dirigenti per aver compiuto un&#8217;operazione del tutto inedita sulla scena mondiale, per quanto l&#8217;idea di un “socialismo di mercato” fosse già presente nella ex-Jugoslavia degli anni Sessanta e nella cosiddetta “Primavera di Praga” del 1968.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3810_131002849"></a> <span style="font-size: small">In terzo luogo bisogna dire che i manager che gestiscono le imprese capitalistiche non possono far nulla senza confrontarsi con chi detiene la maggioranza dei pacchetti azionari. Essi prendono delle cifre colossali, sottratte al plusvalore estorto agli operai, ma restano dei dipendenti dei proprietari delle imprese. Il fatto che degli “impiegati salariati” svolgano un mestiere che in precedenza veniva svolto dagli stessi proprietari, sta solo ad indicare che la gestione delle imprese, su scala planetaria, è diventata una cosa molto complessa, richiedente competenze molto specifiche, studi qualificati, che non necessariamente deve possedere il proprietario (singolare o plurale) della stessa impresa (senza poi considerare che oggi una stessa impresa produce cose molto diverse tra loro, che esigono competenze multilaterali). I manager di oggi son come i fittavoli del periodo medievale, che il nobile assumeva per dirigere l&#8217;azienda agraria secondo criteri capitalistici. Se un proprietario agricolo ha una mentalità borghese, può anche mettersi a gestire in proprio i suoi terreni, ma se non l&#8217;ha, può tranquillamente vivere di rendita.</span></p>
<p align="LEFT"><a name="__RefHeading__3812_131002849"></a> <span style="font-size: small">In quarto luogo bisogna dire che se è vero che oggi un capitalista tende a vivere come un parassita, è anche vero che non smette mai di controllare le sue proprietà, proprio perché è questo possesso materiale delle cose che dà <i>senso</i> alla sua vita. È solo in apparenza che gli imprenditori non svolgono più, direttamente, il lavoro di prima, preferendo approfittare della maturità del capitalismo per affidare a terzi la gestione dei loro patrimoni. È vero, si fidano molto di più dei loro consiglieri e non temono affatto di essere derubati dei loro averi a causa di una insurrezione popolare. Quando diventano molto sospettosi è perché hanno incontrato dei borghesi più furbi di loro (p.es. degli hacker che entrano nei loro conti correnti bancari, o dei manager estremamente capaci di falsificare i bilanci a loro vantaggio, o delle mogli che approfittano di risarcimenti colossali in caso di divorzio). Ma un imprenditore non smette mai di esserlo. Il senso della sua vita sta unicamente nell&#8217;accumulare capitali e, per farlo, è disposto a qualunque cosa, anche a far credere, con grande soddisfazione personale, che, avendo già il mondo in mano, non può essere corrotto da nessuno.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: small">www.socialismo.info</span></p>
<p align="LEFT">Note</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Ai tempi di Marx ed Engels, quando l&#8217;imperialismo era ancora in fasce e gli imprenditori non potevano tenere alti i salari nelle madrepatrie utilizzando tutte le risorse umane e materiali nei continenti asiatico, africano e sudamericano, lo sfruttamento degli operai era molto più intenso di oggi. Ma tutto è relativo, nel senso che oggi, p.es., i macchinari sono molto più sofisticati e, a parità di unità lavorativa, producono molto di più, anche se l&#8217;operaio lavora con meno fatica e in meno ore. Inoltre le attività più nocive alla salute o più onerose il capitale tende a trasferirle nei paesi cosiddetti “emergenti”, dove chiunque è disposto a fare qualunque lavoro per qualunque salario e dove i diritti sindacali e persino quelli in generale sono molto risicati. Questo per dire che lo sfruttamento psico-fisico-intellettuale è una cosa, quello più propriamente economico-produttivo un&#8217;altra, proprio perché ci sono sempre di mezzo le macchine, da cui il capitalismo non può prescindere, pena la sua trasformazione in schiavismo allo stato puro.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> I governi degli Stati Uniti, il paese più capitalistico del mondo, concepiscono il socialismo solo come un nemico da abbattere. Non sono abituati a confrontarsi con le sue idee. Fanno molta fatica a tollerare la presenza di un partito socialista o comunista all&#8217;interno del loro Paese. Lo stesso popolo americano sembra non chiedersi affatto se questo atteggiamento governativo sia da considerarsi normale: semplicemente lo danno per scontato. Quando contestano le azioni dei loro governi, non lo fanno mai appellandosi a qualche idea del socialismo, anche se ne avrebbero tutti i motivi. Per loro l&#8217;uguaglianza non proviene dal socialismo, ma solo dalla <i>democrazia</i>. Eppure non si può dire che gli Stati Uniti non abbiamo conosciuto idee ed esperienze di “socialismo”: basterebbe guardare che cos&#8217;erano le tribù native sino alla seconda metà del XIX sec. Oggi comunque il comunismo americano è sostanzialmente filo-cinese.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Mi rendo conto che un termine del genere oggi può apparire obsoleto e, per molti versi, fastidioso, in quanto non si parla più del Terzo Mondo come di un&#8217;area colonizzata bensì “emergente”. Tuttavia una cosa è la dipendenza <i>economica</i>, che per molti Paesi perdura sin dal XVI sec., un&#8217;altra è la dipendenza <i>politica</i>, che effettivamente si è parzialmente ridotta dopo la fine della II guerra mondiale. I fatti dell&#8217;imperialismo o del globalismo cosa dimostrano? Che non sempre una indipendenza politica implica, di necessità, anche una indipendenza economica: che questo sia vero lo si vede anche nella situazione che attualmente stanno vivendo i Paesi europei dell&#8217;ex “socialismo statale”, i quali hanno deciso di abbracciare il capitalismo senza rendersi ben conto di non avere armi sufficienti per competere con quello occidentale. Si potrebbe anzi dire che i modi economici o finanziari per tenere un Paese in uno stato di “dipendenza” si sono col tempo raffinati in maniera proporzionale all&#8217;aumentata richiesta di indipendenza politica.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> A dir il vero la denominazione di “socialismo scientifico” risale al solo Engels, e proprio in relazione alla polemica contro Dühring, che da alcuni politici della socialdemocrazia tedesca veniva visto come un eccellente scienziato in grado di criticare Marx. Per Engels il socialismo scientifico era un prodotto essenzialmente tedesco, proprio perché qui era nata la dialettica. Bernstein, il cui riformismo avrà la meglio nella II Internazionale, preferiva invece usare la formula “socialismo critico”, opponendo alla filosofia hegeliana quella kantiana.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Il che non riguardava unicamente l&#8217;Asia (India, Cina, ecc.), ma anche l&#8217;Africa (Egitto dei faraoni) e l&#8217;America delle civiltà precolombiane.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Anche il feudalesimo e il capitalismo, seppure in modi diversi, sono due forme di schiavitù: che la dipendenza sia fisica, personale o contrattuale non cambia molto lo stato di soggezione del lavoratore. Sotto il cosiddetto “socialismo reale” abbiamo anche assistito alla dipendenza più strettamente <i>ideologica</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> È forse qui il caso di ricordare che sia il fascismo che il nazismo si ponevano, nella loro fase iniziale, come realizzatori del “socialismo” dal punto di vista della piccola-borghesia. Di qui l&#8217;aspetto apparentemente “rivoluzionario”.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> È probabile che una nota così lunga sia stata inserita successivamente, dopo che qualcuno (Marx?) gli avrà detto che tra il suo socialismo e quello dei prussiani iscritti all&#8217;Internazionale non vi era, in definitiva, una differenza sostanziale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p class="sdfootnote" align="LEFT"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Da notare che già nel <i>Manifesto</i> si afferma che nelle mani dello Stato avrebbero dovuto esserci, transitoriamente, fino al superamento del concetto stesso di “Stato”, la proprietà fondiaria, la produzione industriale, una banca nazionale e i mezzi di trasporto.</p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.pinonicotri.it/2018/10/capitalismo-e-grande-industria-nellanti-duhring-di-engels/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La vera forza</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2013/04/la-vera-forza/</link>
		<comments>http://www.pinonicotri.it/2013/04/la-vera-forza/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 16:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
		<category><![CDATA[astuzia]]></category>
		<category><![CDATA[darwinismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[forza]]></category>
		<category><![CDATA[maschilismo]]></category>
		<category><![CDATA[ulisse]]></category>
		<category><![CDATA[valori naturali]]></category>
		<category><![CDATA[valori umani]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.pinonicotri.it/?p=4151</guid>
		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è la forza? Se c&#8217;è un concetto che, in teoria, dovrebbe distinguere l&#8217;uomo dall&#8217;animale è proprio questo. Infatti tra gli animali spesso vince il più forte, oppure il più astuto. Proprio come tra gli umani. Anzi, tra noi i più forti sono decisamente i più astuti, soprattutto quelli che si muovono in campo economico [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos&#8217;è la forza? Se c&#8217;è un concetto che, in teoria, dovrebbe  		distinguere l&#8217;uomo dall&#8217;animale è proprio questo. Infatti tra gli  		animali spesso vince il più forte, oppure il più astuto. Proprio come  		tra gli umani. Anzi, tra noi i più forti sono decisamente i più astuti,  		soprattutto quelli che si muovono in campo economico e finanziario. Sono  		loro che sottomettono politica e difesa.</p>
<p>Di per sé la forza fisica non vuol dire più nulla: al massimo può  		contare se la si mette al servizio del business, come per esempio nel  		pugilato, nei film di arti marziali o per fare il &#8220;gorilla&#8221; di famosi  		personaggi o il buttafuori nelle discoteche, ecc.</p>
<p>La differenza tra uomo e animale sta nella capacità di usare  		prevalentemente ogni forma di astuzia per poter dominare o anche solo  		per sopravvivere. Siamo leoni in quanto volpi, parafrasando al meglio  		Machiavelli. E non c&#8217;è forza che possa reggere il confronto con la  		nostra astuzia. A volte ci prova la natura, coi suoi fenomeni improvvisi  		e devastanti, ma per gli umani, discepoli di Ulisse, si tratta solo di  		casi imponderabili e non di forme di avvertimento. La natura non ci fa  		alcuna paura: abbiamo scienza e tecnica per dominare. Di Poseidone e  		Vulcano ci facciamo beffe.</p>
<p>Esibire la propria forza, usando le forme dell&#8217;astuzia, è una  		caratteristica dell&#8217;uomo &#8220;occidentale&#8221;, che non ha paura di nulla, se  		non di altri simili più astuti di lui. Adesso anche i cinesi han capito  		come si fa.</p>
<p>Viviamo in una società, anzi in una civiltà così maschilista che  		l&#8217;ostentazione della propria forza (economica, finanziaria, politica,  		amministrativa, ideologica&#8230;) è un dovere, una condizione per  		sopravvivere. La società ci educa sin da piccoli a sottomettere i deboli  		o, se siamo o ci sentiamo deboli, a rispettare chi è forte.</p>
<p>Noi viviamo come gli animali, col vantaggio che siamo molto più  		intelligenti di loro, tant&#8217;è che i cinici, dentro la categoria  		&#8220;darwinismo&#8221;, mettono insieme mondo umano e animale.</p>
<p>Ora, come uscire da questo handicap che caratterizza la nostra  		specie? Come possiamo far valere in pubblico l&#8217;idea che i cultori della  		forza e dell&#8217;astuzia sono contrari ai <em>valori umani</em>? Forse dicendo  		che la legge è più importante della forza? Saremmo ingenui: la legge è  		proprio uno degli strumenti privilegiati che i moderni sacerdoti  		dell&#8217;astuzia, che certo sprovveduti non sono, si danno come paravento  		per dimostrare che la loro forza è legittima. Legge e istituzioni,  		nonché l&#8217;illusione di uno Stato equidistante sono gli strumenti  		principali per esercitare la forza.</p>
<p>Anche la religione s&#8217;è piegata alle ragioni e all&#8217;astuzia della  		forza, al punto che non si fa scrupolo di benedirla, come quando si dice 		<em>God save the Queen</em> o <em>Gott mit uns</em> o <em>In God we trust</em> o quando si parla di &#8220;Uomo della provvidenza&#8221;. Non c&#8217;è cosa che non  		possa essere usata per fare gli interessi di un potere forte. I massacri  		che facciamo quotidianamente dei bambini, costretti a lavorare come  		schiavi, a prostituirsi o a combattere come militari, è ancora oggi  		assolutamente spaventoso.</p>
<p>Come possiamo liberarci di questo stravolgimento delle cose? di  		questo capovolgimento di valori? L&#8217;unico modo per farlo è quello di <em> unirsi per lottare a favore della vera democrazia</em>.</p>
<p>Se restiamo soli, ne usciremo sicuramente sconfitti. Se non lottiamo,  		pur restando uniti tra noi, non riusciremo a dimostrare la falsità di  		chi ci governa. Infine se non dimostriamo praticamente che la nostra  		democrazia è migliore della loro, tutta la nostra lotta politica non  		varrà nulla.</p>
<p>Democrazia infatti non vuol dire soltanto parlamento, partiti,  		sindacati, elezioni, referendum&#8230;; vuol dire anche avere dei <em>valori  		umani e naturali</em> da realizzare nel concreto. Difendiamo quindi  		questi valori, anche con la forza, se necessario, senza mai dimenticare  		che la vera forza è quella di chi si mette al servizio dei più deboli,  		quella di chi, pur di difenderli, è disposto anche a immolarsi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.pinonicotri.it/2013/04/la-vera-forza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Manifesto per la fondazione del partito Democrazia Laica. Per la difesa della laicità della Repubblica italiana (quindi anche della libertà di religione) e contro la guerra da &#8220;scontro di civiltà&#8221;</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2010/03/manifesto-per-la-fondazione-del-partito-democrazia-laica-per-la-difesa-della-laicita-della-repubblica-italiana-e-quindi-anche-della-liberta-di-religione/</link>
		<comments>http://www.pinonicotri.it/2010/03/manifesto-per-la-fondazione-del-partito-democrazia-laica-per-la-difesa-della-laicita-della-repubblica-italiana-e-quindi-anche-della-liberta-di-religione/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 23:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Adamo ed Eva]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[aids]]></category>
		<category><![CDATA[anticlericalismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisemita]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Cavour]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[CL]]></category>
		<category><![CDATA[clericalismo]]></category>
		<category><![CDATA[CNR]]></category>
		<category><![CDATA[Comunione e liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità europea]]></category>
		<category><![CDATA[Concordato]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio Nazionale per le Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[contraccezione]]></category>
		<category><![CDATA[creazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Curzio Maltese]]></category>
		<category><![CDATA[Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[darwinismo]]></category>
		<category><![CDATA[De Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Laica]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Boffo]]></category>
		<category><![CDATA[don Giussani]]></category>
		<category><![CDATA[ebraismo]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzionismo]]></category>
		<category><![CDATA[fecondazione assistita]]></category>
		<category><![CDATA[filoarabo]]></category>
		<category><![CDATA[filoisraeliano]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[Genesi]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Tremonti]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[identità italiana]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[laicismo]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
		<category><![CDATA[libero Stato in libera Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediaset]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Mesopotamia]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[pillola del giorno dopo]]></category>
		<category><![CDATA[rabbinato]]></category>
		<category><![CDATA[radici cristiane]]></category>
		<category><![CDATA[radici giudaico cristiane]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[religione di Stato]]></category>
		<category><![CDATA[scontro di civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola privata]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sieropositivi]]></category>
		<category><![CDATA[sieropositivo]]></category>
		<category><![CDATA[Vaticano]]></category>
		<category><![CDATA[vescovi]]></category>
		<category><![CDATA[zoccolo duro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.pinonicotri.it/?p=1873</guid>
		<description><![CDATA[Il laicismo unisce, i clericalismi invece dividono. E spingono chiaramente verso una nuova disastrosa guerra chiamata &#8220;scontro di civiltà&#8221;. Se qualcuno vuole partecipare con me all&#8217;avventura della creazione del partito Democrazia Laica si faccia avanti. Questo è il manifesto che io propongo. Si accettano ovviamente suggerimenti e consigli, specie per il programma politico che io [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il laicismo unisce, i clericalismi invece dividono. E spingono chiaramente verso una nuova disastrosa guerra chiamata &#8220;scontro di civiltà&#8221;. Se qualcuno vuole partecipare con me all&#8217;avventura della creazione del partito Democrazia Laica si faccia avanti. Questo è il manifesto che io propongo. Si accettano ovviamente suggerimenti e consigli, specie per il programma politico che io ho solo abbozzato in pochi punti.</strong></p>
<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</strong></p>
<p><strong>L&#8217;Italia è stata unificata e resa più civile, più moderna e più europea dalle personalità, dai gruppi, dalle associazioni e dai partiti laici e antitotalitari, cioè da un insieme che oggi è purtroppo molto indebolito e in via di estinzione come realtà organizzata e dotata di strutture politiche. Da qualche tempo è invece cresciuto l&#8217;interventismo della gerarchia vaticana nella vita politica della Repubblica Italiana, fino a superare abbondantemente in vari campi i limiti del lecito; interventismo che si è mobilitato non per la conquista di nuovi diritti dei cittadini italiani, quanto invece per impedirli. Di recente si è arrivati a sostenere che le leggi della Repubblica devono essere in sintonia con il credo man mano elaborato in Vaticano.<br />
Questo comportamento, da religione di Stato, spinge da una parte all&#8217;ossequio filoclericale e dall&#8217;altra all&#8217;anticlericalismo, eccessi da evitare entrambi, ma spinge anche in direzione contraria al diritto di libertà di culto, inteso come diritto alla libertà per ogni culto, compreso il culto del non credere. Il Vaticano ha tentato a lungo d&#8217;imporre alla Comunità Europea il cappello delle &#8220;radici cristiane&#8221; nel progetto di Costituzione europea. Il tentativo finora è andato a vuoto e nel frattempo la Spagna, ex sagrestia d&#8217;Europa, si è molto laicizzata, diventando molto più moderna ed europea. Per bilanciare tali perdite il Vaticano ha aumentato la pressione sulla Repubblica italiana, con il chiaro scopo di farne il proprio &#8220;zoccolo duro&#8221; per non perdere anche l&#8217;influenza, i privilegi e il potere che da secoli esercita sul territorio italiano.</strong></p>
<p><strong>La libertà di scelta religiosa e di scelta atea o agnostica è un diritto inalienabile, che parafrasando una nota frase di Camillo Benso di Cavour potremmo riassumere con l&#8217;espressione &#8220;Libere Chiese in libero Stato&#8221;, aggiornandola ed ampliandola in &#8220;Libere Chiese in libera Europa&#8221;. Il crescendo di invadenza vaticana va però in direzione opposta a tale diritto e a parte dei diritti universali dell&#8217;uomo, e legittima per reazione un&#8217;analoga invadenza da parte di altre religioni, aumentando così il pericolo del ripetersi di esiti drammatici già vissuti in passato, e contribuisce in modo preoccupante al deterioramento della scuola e della sua centralità nella formazione dei cittadini e del futuro del Paese. Ecco perché l&#8217;invadenza del Vaticano va contrastata, con urgenza e fermezza, ed ecco perché quella delle altre confessioni va prevenuta con altrettanta urgenza e fermezza prima che sia troppo tardi. Si può essere cristiani e cattolici senza inginocchiarci anche fuori dalle chiese, così come si può essere atei o professare altre religioni senza per questo tenere sermoni o montare in cattedra fuori dai propri templi.</strong><span id="more-1873"></span><strong>Pur tralasciando le passate mobilitazioni della gerarchia clericale contro quelli che sono poi diventati diritti civili, come il diritto al matrimonio con rito non religioso, il diritto alla contraccezione preventiva, all&#8217;aborto e ai trapianti di organi, ancora oggi i cittadini italiani pagano le conseguenze dell&#8217;interventismo del Vaticano in troppi campi:<br />
•    fecondazione assistita;<br />
•    convivenza more uxorio di cittadini dello stesso sesso;<br />
•    diritto alla contraccezione;<br />
•    diritto alla pillola del giorno dopo;<br />
•    diritto all&#8217;aborto terapeutico senza l&#8217;ostacolo delle cosiddette &#8220;obiezioni di coscienza&#8221; e senza intollerabili pressioni di presunti &#8220;amici della vita&#8221;;<br />
•    diritto a decidere sulla propria morte contro l&#8217;accanimento terapeutico deciso da estranei contro la volontà dell&#8217;interessato e dei suoi congiunti, anche ben oltre il limite della umana dignità;<br />
•    diritto alla prescrizione medica di sostanze utili ad attenuare l&#8217;insostenibile dolore fisico nei malati terminali.<br />
•    diritto all&#8217;eguaglianza, almeno nelle scuole pubbliche, da parte di insegnanti di materie non religiose nei confronti degli insegnanti di religione, sfacciatamente preferiti nelle graduatorie per l&#8217;assunzione in ruolo.<br />
Il dilagare di malattie sessuali quali l&#8217;Aids, che in Africa miete centinaia di migliaia di vittime e crea un mare di orfani, a causa del divieto &#8220;religioso&#8221; del preservativo, perfino in presenza del suo utilizzo a fini procreativi senza rischio tra sieropositivi, indica che questi argomenti non hanno nulla né di religioso da una parte né di ideologico dalla parte contrapposta. Si tratta di problemi drammaticamente concreti, che creano dolore e sofferenza in tutti coloro che si vedono privare la dignità di nuovi diritti e l&#8217;esercizio della propria sessualità senza i condizionamenti di tabù imposti dall&#8217;alto per motivi che in realtà nulla hanno a che vedere con la religione.<br />
Purtroppo l&#8217;invadenza della gerarchia vaticana non si ferma ai temi citati, ma si spinge anche a pretendere una serie di privilegi decisamente inaccettabili, perché oltretutto contraddicono pesantemente il principio di eguaglianza dei cittadini e tra fedi diverse, compresa la fede nella mancanza di fede:<br />
•    incasso di quasi l&#8217;80% del gettito fiscale dovuto all&#8217;8 per mille versato da molti contribuenti all&#8217;atto della dichiarazione dei redditi senza specificare il beneficiario. Il libro L&#8217;obolo, scritto dal giornalista Curzio Maltese, ha rivelato l&#8217;impressionante ammontare delle cifre incamerate ogni anno dal Vaticano in questo modo. Cifre che meglio sarebbe investire nella scuola, cioè nel futuro dei giovani e quindi dell&#8217;intera società;<br />
•    esenzione da tasse come l&#8217;Ici ottenuta in molti modi, anche inserendo piccoli spazi per il culto in immobili chiaramente ad uso commerciale, turistico, ecc. E&#8217; da notare come varie inchieste giornalistiche e buoni libri dimostrano che il Vaticano possiede beni immobili pari a un quarto di tutti quelli esistenti a Roma e un quinto di tutti quelli esistenti in Italia;<br />
•    nomina anche nelle scuole pubbliche degli insegnanti di religione su decisione del vescovo locale, anziché per concorso come per tutti gli altri insegnanti;<br />
•    privilegio nell&#8217;assunzione a tempo indeterminato degli insegnanti di religione rispetto a tutti gli altri anche aventi maggiore anzianità, e con il ministro Giulio Tremonti privilegio perfino negli aumenti di stipendio;<br />
•    licenziabilità dei citati insegnanti di religione a discrezione del vescovo locale;</strong><strong> •    stanziamenti sempre più sostanziosi per la scuola privata, che in Italia è di fatto quella gestita dal Vaticano o da organismi ad esso facenti capo. La Regione Lombardia è arrivata al punto di stanziare fondi per aiutare le famiglie che, per i propri figli, alla scuola pubblica preferiscono quella privata, cioè di fatto confessionale. Si utilizza quindi il pubblico denaro per degradare ulteriormente la scuola pubblica! Degrado che l&#8217;attuale ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, vuole acuire a livello nazionale imponendo a tutte le Regioni le stesse regalie di danaro pubblico a favore della preferenza per le scuole private, vale a dire facenti capo al Vaticano, a discapito di quelle pubbliche, facenti capo cioè alla Repubblica Italiana. E&#8217; invece il ruolo centrale e strategico della scuola pubblica nel futuro di un Paese civile che deve essere recuperato e rilanciato con urgenza, pena il declino irreversibile e annessi possibili esiti traumatici.</strong></p>
<p><strong><br />
Poiché i vescovi non sono nominati dalle rispettive comunità di credenti, bensì dallo Stato del Vaticano e ad esso debbono rendere conto, ne consegue che la Repubblica Italiana ha ceduto parte della propria sovranità a uno Stato estero qual è a tutti gli effetti il Vaticano, anche in tema di esercizio del diritto internazionale.<br />
Oltre a ciò, il problema è che gli insegnanti in questione non sono insegnanti di religioni o storia delle religioni, come dovrebbero invece essere, bensì di fatto solo insegnanti di religione cattolica, intesa sempre e comunque come &#8220;la vera religione&#8221;. Su questo punto la gerarchia facente capo al Vaticano e alcune forze politiche al suo seguito e adoratrici della &#8220;realtà territoriale&#8221; hanno preso posizione esplicita, anche in tempi recenti, appellandosi alla tradizione, alla &#8220;identità italiana&#8221; e alle &#8220;radici europee&#8221;.<br />
Riguardo all&#8217;invocare le tradizioni come un obbligo da perpetuare, bisogna sottolineare che anche lo schiavismo, le case di tolleranza, lo sfruttamento dei minori, la subordinazione della donna e la sua mancanza del diritto di voto, la monarchia, la pena di morte, la tortura, il disprezzo verso gli ebrei perché &#8220;popolo deicida&#8221;, la mancanza di diritti eguali per tutti e perfino la mancanza dell&#8217;habeas corpus, tutte queste realtà storiche sono state delle tradizioni. Tradizioni durate molti secoli e a volte millenni, ma non per questo abbiamo dovuto restarne prigionieri, ce ne siamo anzi per fortuna liberati. Le &#8220;tradizioni&#8221; sono da sempre in continuo aggiornamento e volerle ingessare o restarne prigionieri è &#8211; per usare un linguaggio caro al clero vaticano &#8211; contro natura, oltre che contro la Storia e i diritti universali degli esseri umani. </strong></p>
<p><strong><br />
Riguardo l'&#8221;identità italiana&#8221;, non è il Vaticano il più adatto a parlarne e a spiegare cosa essa sia. Non è infatti fare dell&#8217;anticlericalismo ricordare che il papato si è opposto più di una volta alla realizzazione dell&#8217;unità d&#8217;Italia, unità che avrebbe potuto essere realizzata già dai Longobardi, i laboriosi lombardi di oggi, ben 800 anni prima di quanto avvenuto. L&#8217;unità d&#8217;Italia è stata peraltro conquistata appena 150 anni fa e a prezzo di guerre anche contro lo stesso Stato pontificio. Come qualunque altra, l&#8217;identità italiana è comunque cambiata nel tempo, modificandosi sotto l&#8217;incalzare della Storia ed emancipandosi sotto l&#8217;incalzare del sapere, della cultura e del progresso in generale.<br />
Riguardo infine alle famose &#8220;radici cristiane&#8221; dell&#8217;Europa, da qualche tempo fatte diventare &#8220;giudaico-cristiane&#8221;, con una inversione di 180 gradi rispetto alla tradizione, è il caso di dirlo, durata 16 secoli, ci sono da notare alcune cose.<br />
La prima è che nonostante le intenzioni del Vaticano il termine &#8220;giudaico-cristiano&#8221; rende evidente la stessa realtà che esso vuole nascondere, e cioè che le radici in questione hanno origini ben più antiche (esse affondano nel Vicino e Medio Oriente): né l&#8217;ebraismo e neppure il cristianesimo sono infatti realtà &#8220;made in Europe&#8221;, dove sono infatti arrivate dal Medio Oriente.<br />
La seconda cosa da notare è di fatto una prosecuzione della prima. Se la definizione &#8220;giudaico-cristiane&#8221;, riferita alle radici in questione, indica implicitamente che esse arrivano fino in Oriente, c&#8217;è da aggiungere che in realtà esse affondano molto più in là di quanto comunemente si voglia ammettere e far sapere: nonostante la damnatio memoriae dei popoli pagani operata dal Vaticano con la Bibbia, le nostre radici arrivano infatti fino in Mesopotamia e oltre. Basta notare come perfino piccole realtà di essenziale uso quotidiano, come l&#8217;orologio e il calendario, i numeri e le operazioni aritmetiche, per non parlare di molto altro, sono eredità che abbiamo ricevuto da spazi territoriali e culturali che abbracciano almeno 3-4.000 anni di storia e comprendono in forma organica l&#8217;attuale Vicino e Medio Oriente, spingendosi peraltro ancora più in là.<br />
Voler far partire la Storia dal tempo della Bibbia o da quello più recente dei vangeli rappresenta un grave errore, oltre che un sopruso nei confronti della verità. Vale a dire, una falsificazione della Storia, ovvero dei fatti realmente accaduti, anche se troppo spesso volutamente ignorati, specie in relazione alle loro influenze sulla cultura e sull&#8217;identità dei popoli. Tale ignoranza è però oggi non più ammissibile alla luce delle imponenti acquisizioni realizzate da discipline quali l&#8217;archeologia, la storiografia, lo studio delle lingue precedenti il greco e il latino e lo studio delle conoscenze scientifiche e tecnologiche di popoli e culture anteriori, e non di poco, ai greci e ai latini. Anteriori cioè ai popoli e alle culture alle quali usiamo far ascendere le nostre radici precedenti il cristianesimo e precedenti la stessa presa di coscienza dell&#8217;esistenza del territorio chiamato Europa.<br />
La terza cosa da notare, infine, è che le radici vantate dal Vaticano sono state man mano favorite e poi imposte manu militari per motivi politici dal potere imperiale, quello di Costantino e Teodosio prima e di Carlo Magno dopo, recidendo, con metodi non di rado degni dei moderni talebani, radici ben più antiche. E&#8217; ormai assodato e noto che le più importanti ricorrenze cristiane, quali il Natale, la Pasqua, la Quaresima, ecc., non sono altro che tradizioni preesistenti, &#8220;pagane&#8221;, delle quali il clero romano si è semplicemente appropriato. Perfino le processioni e la venerazione delle immagini sacre ci sono state trasmesse dall&#8217;antico Egitto e dalla Mesopotamia, oggi quest&#8217;ultima ancor più aborrita perché si chiama Iraq.</strong></p>
<p><strong><br />
Se non si puntano i piedi sulla demistificazione delle &#8220;radici europee&#8221; e del'&#8221;identità italiana&#8221; &#8211; rispettivamente definite &#8220;radici cristiane&#8221; e &#8220;radici cattoliche&#8221;, con insistenza crescente da quando è nata la Comunità Europea, e recentemente trasformate entrambe in &#8220;giudaico-cristiane&#8221; &#8211; si finirà con il restare prigionieri dell&#8217;evidente strategia vaticana di ricerca di una qualche forma di coesistenza tra cristianesimo ed ebraismo, inclinata in realtà sempre più pericolosamente verso lo scontro con il mondo islamico, esponendoci quindi prevedibilmente al suo risentimento e alle sue reazioni.<br />
Quello con il mondo islamico è uno scontro iniziato in tempi moderni con la spedizione di Napoleone in Egitto due secoli fa, ma già inaugurato in tempi anteriori con le varie crociate. Che altro non erano se non guerre europee volute dal Vaticano contro il mondo non solo islamico. Viceversa, si rischia che eventuali e peraltro auspicabili accordi di pacifica convivenza tra le diverse confessioni stendano una ancor più spessa e pesante cappa multi clericale sui diritti dei cittadini italiani tutti, laici e non laici, che seguono una religione o che non ne seguono nessuna. E nel caso di ormai non impossibile rottura dell&#8217;unità d&#8217;Italia, con conseguente espulsione della sua parte più debole dalla Comunità Europea, la situazione che si sta creando potrebbe avere conseguenze devastanti.</strong></p>
<p><strong><br />
A tutto ciò bisogna aggiungere che in parallelo con l&#8217;aumento dell&#8217;invadenza clericale nella vita politica è cresciuta anche nella realtà delle scuole private il ruolo di Comunione e Liberazione, organizzazione filoclericale che punta a occupare nell&#8217;intero settore della scuola uno spazio simile a quello che è riuscita ad occupare nel settore della sanità della Regione Lombardia, diventata per alcuni politici regionali l&#8217;equivalente di ciò che è Mediaset per Silvio Berlusconi. Comunione e Liberazione ha inoltre contribuito ad alterare la natura della politica sanitaria lombarda: se tale politica prima era modellata sulla realtà della distribuzione statistica e territoriale delle patologie,  oggi invece è modellata sulla struttura e sulle esigenze del mondo della produzione sanitaria e farmaceutica. Si vuole forse snaturare anche il mondo della scuola con analoghi cambiamenti di rotta e di obiettivi? Nella scuola si vuole piegare l&#8217;interesse generale a favore di quello &#8220;privato&#8221;, in gran parte confessionale e comunque sempre affaristico?<br />
Più in generale, il dilagare di Comunione e Liberazione nella realtà economica e politica lombarda è ben documentato dal libro dal titolo significativo: Assalto al potere in Lombardia, scritto da chi ben conosce il tema, perché dipendente della giunta regionale e per rappresaglia è stato sospeso pro tempore dal lavoro.<br />
C&#8217;è da notare che Comunione e Liberazione è nata proprio in Lombardia, per l&#8217;esattezza a Milano, grazie all&#8217;uso molto disinvolto che il famoso professore di religione don Luigi Giussani fece negli anni &#8217;60 del suo ruolo tra gli studenti del liceo Berchet dove insegnava. L&#8217;esempio del sacerdote Giussani &#8211; definito grande educatore, omettendo però che educava al cattolicesimo molto poco laico &#8211; trova oggi volenterosi imitatori. Nelle scuole private nell&#8217;orbita di Comunione e Liberazione non di rado gli insegnanti praticano, nei confronti di cognizioni e dottrine sgradite, la strategia del riduzionismo o del negazionismo, per esempio nei riguardi del darwinismo e dell&#8217;evoluzionismo, sostituiti d&#8217;autorità con il creazionismo biblico, ma anche sostituendo buona parte della storia antica con i miti della Bibbia, fatti passare per verità storiche quando è ormai assodato che non lo sono e che pertanto alimentano invece odi millenari tra varie confessioni con danno dei rispettivi popoli.</strong></p>
<p><strong><br />
Una scuola pubblica che insegni istituzionalmente nello stesso tempo due cose tra loro opposte e inconciliabili, vale a dire da una parte la storia e il pensiero critico, quindi anche scientifico, con il personale docente scelto dallo Stato italiano e dall&#8217;altra il suo opposto fideistico, quali per esempio il creazionismo e i miti biblici con il personale scelto ad nutum dal vescovo, è una scuola che offende il dettato costituzionale sulla parità dei cittadini italiani e che non è in grado di formare menti dotate di sufficiente intelligenza critica e capacità scientifica.<br />
Una tale formazione scolastica, contraddittoria e schizofrenica, non è la più adatta per reggere le pesanti sfide economiche, culturali e globali che sempre più ci vengono lanciate da Paesi come l&#8217;India e la Cina, giganti che, spogliatisi ormai del tutto degli abiti coloniali imposti in passato dall&#8217;Europa, la stanno raggiungendo in molti campi. Con la prospettiva di superarla e soppiantarla nel ruolo mondiale. E&#8217; quindi la scuola pubblica, non le singole confessioni né quella dominante, che deve essere messa al centro dell&#8217;interesse generale.</strong></p>
<p><strong><br />
E&#8217; la stessa Comunità Europea a lanciare l&#8217;allarme con una apposita risoluzione, la numero 1580 del 4 ottobre 2007, che vale la pena citare per intero in calce a questo documento, e che mette in risalto come il movimento creazionista persegua in realtà ovunque nel mondo cristiano, dagli Stati Uniti, dove è nato, all&#8217;Europa, dove lo si vuole espandere, l&#8217;obiettivo di abbattere la democrazia per sostituirla con la teocrazia. E anche in questo caso non è ideologia o anticlericalismo denunciare una tale situazione, si tratta invece di far notare, tra l&#8217;altro, un paio di cose. Senza scadere nell&#8217;antagonismo e nella contrapposizione reciproca, credo e scienza devono poter coesistere senza che un credo venga ad opporsi alla scienza contrastandone le acquisizioni, che hanno invece il merito di avere enormemente migliorato le condizioni di vita dell&#8217;umanità.<br />
In Italia siamo arrivati al punto che il vicepresidente del Consiglio Nazionale per le Ricerche (CNR), Roberto De Mattei, si è fatto dare dallo stesso CNR un contributo di 9.000 euro per pubblicare gli atti di un convegno da lui organizzato sul tema &#8220;Evoluzionismo. Il tramonto di una ipotesi&#8221; (cfr &#8220;La Repubblica&#8221; del 23 dicembre 2009). De Mattei è un fervente creazionista, convinto che &#8220;Adamo ed Eva siano personaggi storici e siano i progenitori dell&#8217;umanità&#8221;.<br />
Poiché crede nella Bibbia, e non solo riguardo all&#8217;origine dell&#8217;umanità, confondendo illegittimamente tra le sue legittime scelte religiose e la sua pubblica responsabilità di ricercatore scientifico, De Mattei lancia anche l&#8217;accusa che &#8220;in alcuni ambienti ecclesiastici c&#8217;è un atteggiamento debole, come di inferiorità verso certi ambienti intellettuali&#8221; assertori del darwinismo, e punta il dito contro i &#8220;vescovi e teologi che lo accettano&#8221;, chiosando che questi &#8220;sono gli stessi per esempio che sostengono che il libro della Genesi è una metafora e che non va preso alla lettera&#8221;.<br />
Se questa è la mentalità scientifica e la disinvoltura del vicepresidente del CNR, possiamo intuire quale sia quella al livello della scuola di ogni ordine e grado. Insistere sulla verità storica delle narrazioni bibliche e prenderle come insegnamenti, per giunta divini, anziché spiegare che in massima parte sono solo miti e che nella totalità sono comunque di esclusiva origine umana significa legittimare valori che ledono in molti punti la Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo e la Costituzione della Repubblica italiana.</strong></p>
<p><strong><br />
Non è ammissibile che il Vaticano remi contro la laicità e quindi contro la legalità della nostra Repubblica e che nello stesso tempo questa gli conceda tali e tante concessioni economiche e agevolazioni fiscali da farne un non trascurabile peso per l&#8217;erario. Peso che oltretutto ha quattro ben precise conseguenze negative: contribuisce a ridurre la possibilità di arrivare a una più equa tassazione, sempre promessa dai nostri governanti e sempre dagli stessi rinviata alle calende greche; impedisce alla radice lo sviluppo di iniziative pubbliche assistenziali e solidaristiche, con annessa creazione di posti di lavoro anche qualificato; favorisce invece la cultura e la pratica della carità appaltata di fatto a iniziative ed istituzioni facenti capo al Vaticano; infine, toglie risorse alla scuola pubblica.<br />
La debolezza, le contraddizioni e i vizi di varia natura delle forze politiche, soprattutto della maggioranza, mettono il governo e la gran parte dei partiti nella condizione di avere più che mai bisogno dell&#8217;appoggio della gerarchia vaticana per conservare la propria base elettorale, cioè il proprio potere.<br />
Tutto ciò è apparso drammaticamente chiaro nelle vicende del primo ministro Silvio Berlusconi negli ultimi mesi del 2009, sfociate nell&#8217;affermazione clamorosamente mendace sui &#8220;valori cristiani veicolati dal mio governo&#8221;. Il &#8220;caso Dino Boffo&#8221;, con i suoi annessi e connessi, è stato un episodio emblematico anche per cinismo, mercanteggiamenti e disponibilità alla simonia, oltre che per le torsioni acrobatiche che ha comportato. E a proposito di torsioni acrobatiche, la Lega Nord è passata da un anticlericalismo becero ad un altrettanto becero filoclericalismo, aggravato da una visione del cattolicesimo decisamente meschina e razzista.<br />
Il bisogno governativo e più in generale politico, anche a livello regionale e comunale, di appoggio strumentale alla stampella vaticana comporta una ulteriore contrazione dei diritti civili e una ulteriore cessione di sovranità della Repubblica italiana a favore dello Stato estero del Vaticano.<br />
Tutto ciò ha inoltre contribuito all&#8217;abbandono da parte dei partiti di sinistra dell&#8217;analisi della composizione della realtà produttiva, industriale, economica, finanziaria, contadina, professionale, ecc., e dell&#8217;analisi della composizione delle classi sociali. Un abbandono che obnubila la possibilità di efficaci riforme e cambiamenti strutturali e quindi di un più alto livello della qualità della vita delle classi dipendenti. Le categorie dell&#8217;analisi di classe sono state sostituite da categorie prevalentemente anagrafiche, come &#8220;giovani&#8221; e &#8220;anziani&#8221;, etnico-geografiche, come &#8220;extracomunitari&#8221; e &#8220;italiani&#8221;, religiose, come &#8220;cattolico&#8221; e &#8220;musulmano&#8221;. E c&#8217;è la tendenza ad aggiungere categorie ideologiche come &#8220;antisemita&#8221;, &#8220;filoisraeliano&#8221;, &#8220;filoarabo&#8221;, ecc. La distruzione della possibilità di intervenire incisivamente sulla realtà strutturale anche di classe è perciò praticamente nulla.</strong></p>
<p><strong><br />
Le tensioni e i tentativi di accordo tra le tre religioni monoteiste, che di fatto sono le religioni dell&#8217;intero bacino del Mediterraneo e annesso retroterra, spingono in direzione di un rafforzamento clericale, inteso come rafforzamento dei cleri delle varie confessioni e di quelli delle loro divisioni scismatiche (non esiste infatti né un solo tipo di cristianesimo né un solo tipo di islam e neppure un solo tipo di ebraismo, in quanto le loro suddivisioni e sette assommano ormai a svariate decine).<br />
Siamo così costretti a oscillare tra lo &#8220;scontro di civiltà&#8221; &#8211; che è piuttosto uno scontro di inciviltà, oltre che di fatto uno scontro di religioni, o meglio di interessi che si definiscono religiosi &#8211; e una ripresa dei vari clericalismi che sarà sicura causa di regressione sotto vari profili: politico, civile, sociale, morale, culturale, quindi anche scientifico, ed economico, oltre che religioso, ove per religione s&#8217;intenda l&#8217;inalienabile diritto a professare una fede, senza volerla imporre agli altri. Cioè senza voler a tutti i costi interferire nel dare a Cesare ciò che è di Cesare e, per chi ne ha almeno uno, dare al proprio Dio ciò che è del proprio Dio.<br />
Non vogliamo restare prigionieri di tradizioni e radici che non hanno saputo evitare o che hanno provocato tragedie immani come il colonialismo, le guerre mondiali, i genocidi, l&#8217;uso della bomba atomica e la demenziale corsa agli armamenti nucleari, chimici, batteriologici e perfino &#8220;stellari, tutte prove evidenti dell&#8217;assenza di qualunque &#8220;superiorità&#8221; culturale o di civiltà nei confronti del resto del mondo, anzi prove di bancarotta morale e culturale di modelli di civiltà e sviluppo insostenibili, che se diventano accessibili al resto dell&#8217;umanità, il rischio è quello della distruzione delle risorse del pianeta.</strong></p>
<p><strong><br />
OBIETTIVI &#8211; In attesa di definirli con esattezza con un dibattito più ampio, sono comunque prioritari:<br />
•    il potenziamento delle scuole pubbliche e dei programmi scolastici, anche dirottando a loro favore almeno parte dei fondi recuperabili ponendo fine ai privilegi economici del Vaticano e degli incostituzionali finanziamenti alle scuole private;</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>•    il riconoscimento effettivo della parità dei diritti e della dignità tra l&#8217;uomo e la donna anche in fatto di sovranità sul proprio corpo, promozione di una maggiore presenza della donna in tutti i campi della vita pubblica, sua autonomia nelle scelte in fatto anche di maternità e lotta contro le pretese di sua soggezione alle ideologie dei vari cleri, che di fatto sono pretese di prosecuzione della soggezione della donna all&#8217;uomo. Il potere maschile e maschilista ha già fatto troppi danni nel corso della Storia, ed è ormai urgente porvi un argine e combatterlo; </strong><br />
<strong> •    l&#8217;ampliamento dei diritti civili sulla base dell&#8217;eguaglianza tra tutti i cittadini italiani, e quindi a prescindere da considerazioni religiose e sessuali e di qualunque altra natura comunque discriminatoria;<br />
•    l&#8217;abrogazione del Concordato e dei privilegi che comporta, anche per impedire che se ne stipulino altri sullo stesso modello per altre religioni. </strong></p>
<p><strong><br />
Ecco intanto il testo completo della risoluzione n. 1580 approvato dalla Comunità Europea il 4 ottobre 2007:<br />
1 &#8211; Lo scopo di questo rapporto non è quello di mettere in dubbio o combattere un credo &#8211; il diritto alla libertà di fede non lo permette. Lo scopo è di mettere in guardia contro certe tendenze a far passare un credo per scienza. È necessario separare i credo dalla scienza. Non è una questione di antagonismo. Scienza e credo devono essere in grado di coesistere. Non è una questione di contrapporre credo e scienza, ma è necessario evitare che un credo venga ad opporsi alla scienza.<br />
2 &#8211; Per alcune persone la creazione, in quanto materia di credo religioso, dà un senso alla vita. Nonostante questo, l&#8217;assemblea parlamentare è preoccupata dei possibili effetti negativi che potrebbero avere le idee creazioniste all&#8217;interno del nostro sistema educativo, e delle conseguenze per la nostra democrazia. Se non stiamo attenti, il creazionismo potrebbe diventare una minaccia per i diritti umani, argomento di fondamentale interesse per il consiglio europeo.<br />
3 &#8211; Il creazionismo, che è nato dal rifiuto dell&#8217;evoluzione delle specie attraverso la selezione naturale, è stato per lungo tempo un fenomeno quasi esclusivamente americano. Oggi le idee creazioniste tendono a farsi strada in Europa, e la loro diffusione sta influenzando un numero notevole di Stati membri del Consiglio europeo.<br />
4 &#8211; L&#8217;obiettivo primario dei creazionisti di oggi, la maggior parte dei quali sono cristiani oppure musulmani, è l&#8217;educazione. I creazionisti sono tesi ad assicurarsi che le loro idee vengano incluse nei programmi scientifici della scuola, ma il creazionismo non può in ogni caso pretendere di essere una disciplina scientifica.<br />
5 &#8211; I creazionisti mettono in dubbio il carattere scientifico di certi aspetti della conoscenza, e sostengono che la teoria evolutiva è solo una fra le tante interpretazioni possibili. Essi accusano gli scienziati di non fornire prove sufficienti per affermare la validità scientifica della teoria evolutiva. D&#8217;altra parte essi difendono le proprie affermazioni come scientifiche. Nulla di tutto questo regge ad una obiettiva analisi dei fatti.<br />
6 &#8211; Stiamo assistendo ad una crescita delle modalità attraverso le quali viene messa in discussione certa conoscenza stabilita sulla natura, sull&#8217;evoluzione, sulle nostre origini e sul nostro ruolo nell&#8217;universo.<br />
7 &#8211; C&#8217;è un rischio effettivo di generare una seria confusione nelle menti dei nostri figli tra ciò che ha a che fare con convinzioni, credo e ideali di ogni tipo, e ciò che ha a che fare con la scienza. Un atteggiamento apparentemente egualitario potrebbe apparire piacevole e tollerante, ma è in realtà pericoloso.<br />
8 &#8211; Il creazionismo presenta molti aspetti contraddittori. L&#8217;idea dell&#8217;intelligent design, la più recente e più raffinata versione del creazionismo, non nega un certo livello di evoluzione, ma l&#8217;intelligent design, in forma più sottile, cerca di apparire come scientifico nel suo approccio, e proprio qui sta il pericolo.<br />
9 &#8211; Questa assemblea ha regolarmente insistito sull&#8217;importanza fondamentale della scienza. La scienza ha reso possibili notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro, e non è un fattore insignificante nello sviluppo economico, tecnologico e sociale. La teoria dell&#8217;evoluzione non ha nulla a che vedere con una divina rivelazione, ma è basata su fatti concreti.<br />
10 &#8211; Il creazionismo sostiene di essere basato su rigore scientifico. In realtà i metodi utilizzati dai creazionisti sono di tre tipi: affermazioni puramente dogmatiche; un uso distorto di citazioni scientifiche, a volte illustrate con splendide fotografie; e un supporto da parte di più o meno noti scienziati, la maggior parte dei quali non sono specialisti nel settore. Attraverso questi metodi i creazionisti cercano di convincere chi non è esperto in materia, e di seminare dubbio e confusione nelle loro menti.<br />
11 &#8211; L&#8217;evoluzionismo non è una semplice questione di evoluzione degli umani e delle popolazioni. Negarlo potrebbe avere serie conseguenze sullo sviluppo della nostra società. Progressi nella ricerca medica con lo scopo di combattere con efficacia malattie infettive come l&#8217;AIDS diventano impossibili se i principi fondamentali dell&#8217;evoluzione sono negati. Non ci si può rendere pienamente conto dei rischi che comporta il significativo decadimento nella biodiversità e nei cambiamenti climatici, se il meccanismo evolutivo non è compreso a fondo.<br />
12 &#8211; Il nostro mondo moderno è il risultato di una storia molto lunga, di cui lo sviluppo delle scienze e della tecnologia costituiscono un aspetto importante. Nonostante questo, l&#8217;approccio scientifico non è ancora del tutto compreso, e questo può incoraggiare lo sviluppo di ogni tipo di fondamentalismo ed estremismo. Il totale rifiuto delle scienze è certamente una delle minacce più gravi per i diritti umani e i diritti civili.<br />
13 &#8211; La guerra alle teorie evolutive e ai suoi sostenitori nasce nella maggior parte dei casi da forme di estremismo religioso che sono strette alleate dei movimenti politici di destra. Il movimento creazionista dispone di un reale potere politico. La realtà dei fatti, come è già stata denunciata più volte, è che alcuni sostenitori del creazionismo più stretto sono intenzionati a sostituire la democrazia con la teocrazia.<br />
14 &#8211; Tutti i leader delle maggiori religioni monoteistiche hanno assunto un atteggiamento molto più moderato. Il Papa Benedetto 16, ad esempio, come il suo predecessore Giovanni Paolo II, oggi elogia il ruolo delle scienze nell&#8217;evoluzione dell&#8217;umanità e riconosce che la teoria evolutiva è “qualcosa di più di un&#8217;ipotesi.<br />
15 &#8211; L&#8217;insegnamento di tutti gli aspetti riguardanti l&#8217;evoluzione come fondamentale teoria scientifica è quindi cruciale per il futuro della nostra società e delle nostre democrazie. Per questo motivo deve occupare una posizione centrale nel programma scolastico, specialmente in quello scientifico, finché, come ogni altra teoria, sarà in grado di reggere un approfondito esame scientifico. L&#8217;evoluzione è presente dovunque, dalla prescrizione eccessiva di antibiotici che incoraggia la formazione di batteri resistenti, all&#8217;uso eccessivo di pesticidi nell&#8217;agricoltura, che porta a mutazioni negli insetti che li rendano immuni a tali pesticidi.<br />
16 &#8211; Il Consiglio Europeo ha sottolineato l&#8217;importanza di insegnare le culture e le religioni. Nel nome della libertà di espressione e del diritto al credo individuale le idee creazioniste, come qualunque altra posizione teologica, possono sempre essere presentate come supplemento all&#8217;educazione religiosa e culturale, ma non possono pretendere di avere una rispettabilità scientifica.<br />
17 &#8211; La scienza offre un addestramento insostituibile nel rigore intellettuale. Non cerca di spiegare “perché le cose sono”, ma di comprendere come esse funzionano.<br />
18 &#8211; Un&#8217;indagine sulla accresciuta influenza dei creazionisti mostra che il dibattito fra creazionismo ed evoluzionismo va ben oltre l&#8217;ambito intellettuale. Se non facciamo attenzione, i valori che stanno alla base stessa del Consiglio europeo verranno direttamente minacciati dai creazionisti fondamentalisti. È quindi compito dei Parlamentari del Consiglio di reagire prima che sia troppo tardi.<br />
19 &#8211; L&#8217;assemblea parlamentare urge quindi gli stati membri e specialmente le loro autorità educative: A difendere e promuovere la conoscenza scientifica. A rafforzare gli insegnamenti dei principi fondamentali della scienza, la sua storia, la sua epistemologia, e i suoi metodi, accanto all&#8217;insegnamento di una conoscenza scientifica obiettiva. A rendere le scienze più comprensibili, più attraenti, più vicine alla realtà del mondo moderno. Ad opporsi vigorosamente all&#8217;insegnamento del creazionismo come disciplina scientifica in termini di parità con la teoria evolutiva, e in generale ad opporsi all&#8217;introduzione del creazionismo in qualunque disciplina all&#8217;infuori della religione. A promuovere l&#8217;insegnamento dell&#8217;evoluzione come teoria scientifica fondamentale nel programma scolastico.<br />
20 &#8211; L&#8217;assemblea accoglie favorevolmente il fatto che 27 accademie scientifiche del Consiglio Europeo degli stati membri abbiano firmato, nel giugno 2006, una dichiarazione sull&#8217;insegnamento dell&#8217;evoluzione, e si appella alle accademie scientifiche che ancora non l&#8217;hanno fatto a firmare la dichiarazione.</strong></p>
<p><strong>•    Pollard John F., L&#8217;obolo di Pietro. Le finanze del papato moderno: 1850-1950, 2006, Corbaccio<br />
•    De Alessandri Enrico, Comunione e liberazione: assalto al potere in Lombardia, 2010, Bepress<br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.pinonicotri.it/2010/03/manifesto-per-la-fondazione-del-partito-democrazia-laica-per-la-difesa-della-laicita-della-repubblica-italiana-e-quindi-anche-della-liberta-di-religione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>807</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
