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	<title>ArruotaLibera &#187; Bruxelles</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>PER DIRE LA VERITA&#8217; CI VUOLE UN COMICO, I POLITICI LA TACCIONO O MENTONO</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2016 10:30:04 +0000</pubDate>
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<p><strong>Ah, no, di un commento c&#8217;è bisogno: da vari siti questo video è già stato fatto sparire, appare la scritta &#8220;Non è più disponibile&#8221;.</strong></p>
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		<title>E&#8217; IN GIOCO IL FUTURO DELL&#8217;EUROPA, NON SOLO DELLA GRECIA</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 16:52:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ in gioco il futuro dell’Europa, non solo della Grecia Mario Lettieri* Paolo Raimondi **   La vicenda greca svela la vera natura dell’Europa. Sono ore cruciali, quindi, non solo per il futuro della Grecia ma anche dell’Unione europea. Purtroppo gli organi di informazione riportano il “ping pong” tra Bruxelles e Atene in un modo tanto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ in gioco il futuro dell’Europa, non solo della Grecia</strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* Paolo Raimondi ** </strong></p>
<p><strong> La vicenda greca svela la vera natura dell’Europa. Sono ore cruciali, quindi, non solo per il futuro della Grecia ma anche dell’Unione europea. Purtroppo gli organi di informazione riportano il “ping pong” tra Bruxelles e Atene in un modo tanto astratto e banale da confondere. Si afferma soltanto che la Troika, e anche Berlino, non possono accettare le proposte del governo di Tsipras. Si ha la sensazione che spesso non le si conosce nemmeno! Invece sarebbe doveroso partire da esse per qualsiasi valutazione.</strong></p>
<p><strong>Il piano elaborato dal governo ellenico è chiaro e sintetico, contenuto in un documento di 10 pagine. Per il popolo greco sarebbe un boccone amaro, non una piacevole passeggiata. Si prevede l’aumento delle entrate fiscali dell’1,51 del Pil già nel 2015 e del 2,87% nel 2016. Si va oltre la stessa richiesta della Troika. L’Iva, inoltre, verrebbe alzata al 23%, mantenendola al 13% soltanto per i beni di primissima necessità e al 6% per i farmaci e i libri.</strong></p>
<p><strong>La prevista riforma delle pensioni è molto simile a quella italiana ed è “calibrata” sulla media europea. La spesa pensionistica verrebbe ridotta nel 2016 per un importo pari all’1,05% del Pil e dell’1,1% l’anno successivo.</strong></p>
<p><strong>Certo il sistema pensionistico greco è andato in tilt negli ultimi anni a causa dell’aumento del prepensionamento consentito a seguito della crisi e della disoccupazione galoppante. La riforma proposta dovrebbe portare l’età pensionabile a 67 anni, come nel resto dell’Europa.</strong></p>
<p><strong>Non vorremmo che la volontà di Atene di mantenere una certa tutela per le “famiglie più vulnerabili” e l’intento di voler “garantire un reddito minimo non basato su tagli di beni e servizi reali che sono già sotto la media europea” abbia irritato qualche partecipante ai summit europei. Dovrebbe però essere chiaro a tutti che, se a un malato grave si toglie l’ossigeno, si ottiene soltanto un cadavere.</strong></p>
<p><strong>Il governo ellenico annuncia anche l’aumento del contributo di solidarietà e quello, dal 26 al 29%, delle tasse sui guadagni delle imprese. Inoltre per i profitti oltre il mezzo milione di euro si prevede, soltanto per il 2015, un tassa extra del 12%. Vi è anche l’impegno nella lotta all’evasione e nel perseguire i capitali portati illegalmente all’estero.</strong></p>
<p><strong>Si può affermare che trattasi di un piano realistico tanto che vi sarebbe anche un certo riguardo per le banche elleniche che rimarrebbero private. Anche quelle partecipate dal governo arriverebbero alla completa privatizzazione, con l’impegno di “non intraprendere alcuna azione che metta in discussione la loro solvibilità”. Indirettamente si tratta di una concessione non di poco conto alle altre banche europee, a cominciare da quelle tedesche, che in passato hanno fatto il bello e cattivo tempo nel sistema bancario greco.</strong></p>
<p><strong>Certo a fronte dei citati impegni concreti, realmente attuabili, vi è stata anche la richiesta di utilizzare i 35 miliardi di euro che spetterebbero alla Grecia nel periodo 2014-2020. Tali fondi europei, unitamente a quelli del programma “Investment Plan for Europe”, dovrebbero servire a finanziare importanti progetti pubblici e privati. Il diniego di Bruxelles sarebbe dovuto al fatto che i 38 miliardi di euro messi a disposizione nel sessennio 2007-2013 non hanno prodotto risultati positivi. Ciò è vero ma non è imputabile soltanto alla Grecia. Responsabile è la politica di austerità generalizzata imposta dalla stessa burocrazia europea. Si ricordi che il debito pubblico greco, che oggi è pari al 177% del Pil, era del 107% nel 2007.</strong></p>
<p><strong>Se le proposte del governo greco sono credibili non si comprende l’ostilità di Bruxelles e della Troika.</strong></p>
<p><strong>Secondo noi vi sono tre possibili chiavi di lettura. Si pensa che programma di Tsipras non sia veritiero, quasi una sorta di truffa. Così si inficia il principio di fiducia e di reciprocità su cui si basa l’Unione europea. Un domani si potrebbe non credere agli impegni di qualsiasi altro governo, anche di quello tedesco.</strong></p>
<p><strong>Sorge il dubbio, senza essere complottisti, che qualcuno irresponsabilmente stia “facendo un test” sulla dissoluzione dell’Unione europea. Un esperimento che potrebbe sfuggire di mano a chi comunque pensa di controllare e gestire la crisi.</strong></p>
<p><strong>Tra gli altri impegni assunti dal governo ellenico vi sarebbero anche la trasformazione del Pireo in un grande hub ed il suo collegamento ferroviario con i vari corridoi di trasporto e di sviluppo in costruzione sul continente eurasiatico. Noi riteniamo che, se si considera che da tempo vi è un forte interesse cinese e russo nei settori succitati, non sia l’economia, i conti in ordine, ne l’austerità, ma sia la geopolitica la vera causa della chiusura e delle decisioni di Bruxelles e della Troika.</strong></p>
<p><strong>Ci sembra che si sta giocando con il fuoco in una fabbrica di fiammiferi.</strong></p>
<p>*gà sottosegretario all’Economia **economista</p>
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		<title>Germania ingrata verso la Grecia, che nel 1953 contribuì a salvarla dal debito pubblico</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 10:10:31 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Paolo Raimondi* Mario Lettieri**</strong></p>
<p><strong>Dopo le elezioni politiche, da Atene è partita la proposta di una “conferenza europea sul debito”. Ciò sta determinando un ampio dibattito in tutto il vecchio continente. La Bce di Draghi e la Commissione europea non possono ignorarla. I fautori del rigore fiscale e dell’austerità senza crescita e senza sviluppo dovranno rivedere il loro approccio.</strong></p>
<p><strong>L’Unione Europea e l’eurogruppo sono di fronte a decisioni che sollecitano profondi cambiamenti di metodo e di politica economica.</strong></p>
<p><strong>La Grecia ha un debito pubblico di 310 miliardi di euro pari a circa il 175% del suo pil. Prima del 2007 era dell’89%. Nella zona euro era del 66% prima della crisi finanziaria globale, oggi si aggira intorno al 93%.</strong></p>
<p><strong>Negli anni passati per salvarsi dalla bancarotta Atene ha chiesto e ricevuto dalla Ue e dal Fondo Monetario Internazionale due bailout per 240 miliardi di euro. In cambio ha dovuto sottoporsi ad una “terapia shock” fatta di tagli dei budget statali, di drastiche riduzioni delle spese pubbliche e di aumenti delle tasse richiesti e imposti dalla Troika.</strong></p>
<p><strong>Di conseguenza oggi l’economia greca è in ginocchio. Dopo 6 anni di compressione economica, gli investimenti sono stati ridotti del 63,5%, la sua produzione industriale è scesa di un terzo, il pil si è ridotto del 26%. La disoccupazione è salita a oltre il 25% della forza lavoro e quella giovanile al 62%.</strong></p>
<p><strong>D’altra parte è noto che dei 240 miliardi di “aiuti” (l’Italia vi ha contribuito con 41 miliardi di euro) solo il 10% è andato a sostegno della spesa pubblica o del reddito dei cittadini greci. Il resto di fatto è stato una partita di giro. Sono stati acquistati titoli di stato greco detenuti dalle grandi banche private europee ed internazionali che premevano per disfarsene, minacciando quindi di accelerare il processo di bancarotta dello Stato. E una parte è andata a pagare gli interessi sul debito pubblico cresciuti a dismisura.</strong></p>
<p><strong>In una simile situazione la cosiddetta ripresa economica non ci può essere, è uccisa ancora prima di iniziare. Riteniamo che sia una scelta suicida sia per Atene che per Bruxelles.</strong></p>
<p><strong>Perciò la richiesta della ristrutturazione del debito greco all’interno di una specifica conferenza europea sul debito è l’unica mossa razionale possibile che va ben al di là del colore politico del governo pro tempore. Infatti la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo mostrano un grande interesse per tale proposta. Pensiamo che lo debba fare anche il nostro Paese.</strong></p>
<p><strong>Anche importanti analisti economici di differenti scuole di pensiero economico, e persino il Financial Times, giudicano la politica europea nei confronti della Grecia completamente fallimentare. Osservano che se fossero concessi nuovi aiuti finanziari, indispensabili per tenere in vita lo Stato e il debito della Grecia, e fossero usati come nel passato, l’economia e la società comunque sprofonderebbero nella palude della depressione.</strong></p>
<p><strong>La Bce sta già acquistando titoli di stato dei Paesi europei nella prospettiva di creare maggiore liquidità per nuovi investimenti nell’economia reale. La stessa banca inoltre potrebbe acquistare sui secondary bond market, i cosiddetti mercati obbligazionari secondari, titoli di stato, detenuti dai privati, della Grecia e non solo. Naturalmente ciò comporterebbe una rivoluzione copernicana sia nella Bce che nell’Ue in quanto si potrebbe unilateralmente rinviare indefinitamente le scadenze di tali titoli mantenendo tassi di interesse irrisori.</strong></p>
<p><strong>In sintesi Atene chiede un trattamento non dissimile a quello concesso alla Germania dopo la Seconda Guerra mondiale. Lo si decise alla Conferenza di Londra del 1953 che fu guidata dagli Stati Uniti e coinvolse 20 nazioni, tra cui la Grecia. Alla Germania fu concessa la cancellazione del 50% del debito accumulato dopo le due guerre mondiali e l’estensione per almeno 30 anni del periodo di ripagamento del restante.</strong></p>
<p><strong>Inoltre dal 1953 al 1958 la Germania avrebbe pagato soltanto gli interessi sul debito. Fu concordato in particolare che tali pagamenti non superassero il 5% del surplus commerciale della Germania.</strong></p>
<p><strong>Tale accordo permise all’economia tedesca di ripartire. Il Piano Marshall di sostegni economici fu poi determinate per lo sviluppo dell’economia. Molti Paesi creditori furono interessati a sostenere l’export della Germania permettendole così di pagare i debiti e gli interessi. Naturalmente l’allora geopolitica, che assegnava alla Germania il ruolo di baluardo nei confronti dell’Unione Sovietica, fu decisiva.</strong></p>
<p><strong>E’ importante sottolineare che l’Accordo del 1953 affermava di voler “rimuovere gli ostacoli alle normali relazioni economiche delle Germania Federale con gli altri Paesi e quindi di dare un contributo allo sviluppo di una prosperosa comunità di nazioni”. Un concetto che meriterebbe di essere proposto anche oggi per l’intera Europa.</strong></p>
<p><strong>* economista ** già deputato e sottosegretario all’Economia</strong></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>[Pubblicato come interfvista su Blitz: <a href="http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/germania-nel-1953-ebbe-dalla-grecia-laiuto-che-oggi-le-nega-2104374/">http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/germania-nel-1953-ebbe-dalla-grecia-laiuto-che-oggi-le-nega-2104374/</a> ]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>1) &#8211; Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default. 2) &#8211;  Francesco cala l’asso della povertà evangelica</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 22:36:41 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cipro: un test per far pagare ai risparmiatori i debiti delle banche in default</strong></p>
<p><strong></strong>Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>La vicenda di Cipro è la prova provata dell’incompetenza di Bruxelles e della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce) a trattare le crisi finanziarie e bancarie in Europa. Gli euroburocrati hanno potuto mostrare la loro arroganza sostenuti da quei “duri” europei che vogliono il rigore soltanto per poter salvare le banche in default. Il sistema bancario di Cipro, a metà strada tra il legale e l’offshore, è pieno di soldi. Spesso di provenienza non limpida. Secondo il Fondo Monetario Internazionale avrebbe attività per 152 miliardi di euro pari a circa 8 volte il Pil del Paese. I depositi bancari, favoriti da tasse basse e da ancor più bassi controlli, ammonterebbero a 68 miliardi, dei quali il 40% sarebbe in mani russe.</p>
<p>La Cyprus Bank e la Cyprus Popular Bank, le due maggiori banche cipriote, sono in gravi difficoltà per le perdite in miliardi di euro subite sui bond greci. Ovviamente si può anche ipotizzare che il rischio di insolvenza sia dovuto all’accumulo di debiti causati da speculazioni andate male. Il governo cipriota deve far fronte alla crisi di bilancio come tutti i Paesi europei dell’area mediterranea. Servirebbero circa 17 miliardi di euro. Chi paga? Il Meccanismo di Stabilità Europea, cioè il fondo di salvataggio creato ad hoc per simili situazioni? Oppure il governo cipriota che non ha soldi e che non può chiedere prestiti in quanto violerebbero il patto da stabilità europeo?<span id="more-4099"></span></p>
<p>L’alternativa sarebbe l’insolvenza delle banche. Ma l’Europa non vuole. Si metterebbe in evidenza la “spazzatura” esistente nell’interno dell’intero sistema bancario che, come noto, è strettamente interconnesso. Nemmeno Cipro la vuole in quanto l’isola perderebbe la sua funzione di sistema “quasi off shore” che attrae capitali in cerca di “paradisi fiscali sottocasa”. La proposta di tassare i detentori dei conti correnti però ci sembra la più provocatoria e la meno efficace. Provocatoria verso i capitali russi. Infatti segnerebbe negativamente i rapporti tra Europa e Russia proprio nel momento in cui, invece, è più urgente avere una proficua collaborazione nel campo infrastrutturale, industriale e commerciale.  Inefficace ed ingiusta nei confronti dei risparmiatori ciprioti che dovrebbero pagare il bail out delle banche che sono in crisi per comportamenti speculativi mai sanzionati dalle competenti autorità nazionali ed europee.</p>
<p>Le banche in crisi non sono delle “scatole chiuse” da salvare così come sono. E’ dal fallimento della Lehman Brothers che, per simili situazioni, alcuni, e noi tra questi, sostengono che serve un “curatore fallimentare” che sappia distinguere nelle banche in default le parti sane da salvare da quelle marce da mettere fuori gioco. Un simile approccio di conseguenza impone la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento per far sì che i risparmi dei cittadini e delle famiglie non siano usati per giochi speculativi ma soltanto per investimenti oculati.</p>
<p>Il caso di Cipro quindi può essere l’opportunità per definire nuove regole. La politica del ricatto dei “rigoristi” da una parte e delle banche che si sentono tutte “too big too fail” dall’altra non può che portare al caos economico e sociale. Non vorremmo che l’approccio di Bruxelles nei confronti di Cipro diventi un  test per l’intera Europa. Nel qual caso i cittadini e i risparmiatori verrebbero considerati “garanti di ultima istanza” e chiamati perciò a pagare i debiti fatti dalle banche! E’ sintomatico il comportamento della Commerzbank, la seconda banca tedesca per importanza. Come è noto, ha avanzato la proposta di tassare il patrimonio finanziario degli italiani del 15% in modo da far rientrare il debito pubblico del nostro Paese subito sotto il 100% del Pil.</p>
<p>E’ la stessa banca che nel 2008 fu salvata con i soldi pubblici tanto da diventare quasi una banca statale. Infatti il governo di Berlino detiene il 25% delle sue azioni. E’ quella stessa banca che, al momento dell’esplosione della crisi dei debiti pubblici, possedeva una grossa fetta dei 541 miliardi di euro in bond dell’Irlanda, del Portogallo, della Grecia e della Spagna in pancia al sistema bancario tedesco. Si comincia a mettere i piedi nel piatto degli altri quando probabilmente non si vogliono trovare soluzioni unitarie e si vuole perciò distogliere l’attenzione dai propri guai.</p>
<p>E’ davvero impossibile avere regole comuni per il sistema bancario e finanziario globale? Si cominci dall’Europa per poi coinvolgere gli altri attori internazionali. L’accumulo di comportamenti sconclusionati e di casi singoli non può che determinare crisi sempre più gravi.</p>
<p>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi  **Economista</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><em>C’è un papa che si riallaccia a Wojtyla, conservatore e con    aspirazioni teocratiche, ma nascoste sotto un saio sdrucito, nel futuro    che ci attende</em></p>
<p>di Walter Peruzzi</p>
<p>Dopo   che si è molto discusso sullo stile di vita e sul passato del  nuovo   papa, credo sia utile cercare di riflettere anche su quel che  potrà   riservarci in futuro questa elezione. Che a sua volta aiuta  meglio a   capire molti dei motivi che hanno indotto Ratzinger a  dimettersi «per il   bene della Chiesa».</p>
<p><strong>Perché Ratzinger ha dovuto dimettersi</strong><br />
Il pontificato di Wojtyla aveva compiuto un miracolo: porre fine alle    aperture dell’età giovannea, liquidare l’eredità del concilio e    indirizzare la Chiesa sulla strada della restaurazione senza perdere,    anzi consolidando e rafforzando, il dialogo con le altre religioni e il    feeling instaurato da Giovanni XXIII coi fedeli. Ed è proprio questo,    invece, il capitale dilapidato da Ratzinger. Papa ombra già al tempo  di   Wojtyla e abile, come pontefice, nel dettare la linea, Benedetto  XVI è   stato incapace non solo di governare e tanto meno di “ripulire”  la   Curia, in cui sono esplosi scandali e conflitti a catena, ma di far    procedere il dialogo interreligioso, che si è barcamenato fra gaffe e    rettifiche, e di “conquistare” i fedeli, che si sono piuttosto    allontanati, non solo quelli di un’Europa sempre più secolarizzata ma    anche quelli del terzo mondo. L’emorragia di adepti, in fuga verso altre    chiese cristiane, si è aggravata particolarmente in America latina,    dove si concentra il 40 per cento di tutti i cattolici e dove la crisi    di consensi era cominciata già sotto Wojtyla che, come scrive nel suo    blog Gennaro Carotenuto, «combatté e vinse la battaglia con la  teologia   della liberazione per perdere poi quella con le chiese  protestanti». In   America latina, per di più, si è assistito  all’avanzata di governi   socialisti e progressisti che minacciano,  oltre a ricchezze e privilegi,   gli stessi «valori non negoziabili»  cari a Ratzinger e Wojtyla.  Proprio  qualche mese fa ad esempio, in  Argentina, è passata una legge  sulle  unioni civili che equipara quelle  fra persone dello stesso sesso  al  matrimonio «fra un uomo e una  donna».</p>
<p><strong>Perché Bergoglio</strong><br />
Se questo insieme di difficoltà e di fallimenti sono alla base delle    dimissioni di Benedetto XVI, si può capire come anche un conclave fra i    più retrivi abbia potuto identificare un successore adeguato nel    gesuita, e arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio.<br />
Legatissimo   a Wojtyla, da cui fu fatto cardinale, Bergoglio condivise  con lui la   lunga lotta contro la teologia della liberazione e, come  provinciale dei   gesuiti, impose il suo conservatorismo teologico anche  alla compagnia,   che in America latina era tradizionalmente molto  aperta: Bergoglio,   secondo il gesuita uruguayano Pérez Aguirre,  trasformò la «Compagnia da   progressista in conservatrice e  retrograda». Tale conservatorismo, e   l’ostilità verso le idee  rivoluzionarie, può spiegare anche il suo   comportamento negli anni  della dittatura, che alcuni considerano   colluso, altri quanto meno  opaco. Lo stesso Nobel per la pace Adolfo   Pérez Esquivel, secondo cui  Bergoglio non è stato «complice della   dittatura», ha aggiunto nel suo  blog che «gli mancò il coraggio di   accompagnare la nostra lotta nei  momenti più difficili».<br />
In ogni   caso l’arcivescovo di Buenos Aires è in forte continuità con  Ratzinger e   Wojtyla specie in materia di «valori non negoziabili».  Esemplare in   questo senso la battaglia da lui condotta contro la legge  sulle unioni   civili prima ricordata. Bergoglio non si è limitato a  dichiarare non   accettabili per i cattolici i matrimoni gay, ma ha  promosso una   mobilitazione di piazza contro l’approvazione della legge  e ha invitato i   monasteri carmelitani della capitale a pregare «il  Signore affinché   mandi il suo Spirito sui senatori che saranno  impegnati a votare. Che   non lo facciano mossi dall’errore o da  situazioni contingenti, ma   secondo ciò che la legge naturale e la  legge di Dio indicano loro». Al   pari di Woytjla, che nel 1994 aveva  condannato la mozione del parlamento   europeo a favore delle unioni di  fatto perché «non conformi al piano  di  Dio», Bergoglio ha definito la  legge sulle unioni civili «un  tentativo  distruttivo del disegno di  Dio».<br />
Siamo quindi in presenza  non solo  di un papa che rifiuta ogni apertura  sul piano dottrinale a  istanze  provenienti dagli stessi credenti, ma  che manifesta la consueta   vocazione teocratica pretendendo di imporre  la dottrina cattolica a   tutti i cittadini, con la gherminella (cui  ricorse ampiamente Benedetto   XVI) di dichiararla conforme alla «legge  naturale».</p>
<p><strong>Fra oscurantismo e pauperismo</strong><br />
E tuttavia Bergoglio non porta le scarpette firmate ma ostenta la croce    di ferro, rifiuta l’anello d’oro, gira in autobus, lava i piedi agli    ultimi, si occupa di loro, si paga il conto in albergo come un grillino    qualsiasi, «sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi,    carceri, ospedali a compiere il suo apostolato» (Carotenuto); e  invoca   una «Chiesa povera e per i poveri», sull’esempio di Cristo e  del   poverello di Assisi, del quale adotta il nome.<br />
Bergoglio, in una   parola, unisce al conservatorismo dottrinale che  rassicura i cardinali   più retrivi la sobrietà di vita, la semplicità  di costumi e l’attenzione   verso i derelitti, che servono a ristabilire  il feeling perduto fra   pastore e gregge, specie quello più numeroso e  più insidiato dai «lupi   famelici» delle chiese protestanti (come li  definì Giovanni Paolo II).   Per questo, secondo alcuni, Francesco  potrebbe addirittura essere stato   eletto in vista di contrastare i  governi socialisti del continente,  così  come Wojtyla servì contro il  «socialismo reale» – anche se i  mutati  contesti rendono questa ipotesi  poco probabile. In ogni caso la   combinazione di conservatorismo  teologico e pauperismo, e un richiamo   alla povertà evangelica scisso  dalla tensione rivoluzionaria che animava   la teologia della  liberazione, rendono il nuovo papa funzionale a un   progetto di  riconquista ed estensione dei consensi soprattutto nel terzo   mondo.  Certo, la cosa potrebbe comportare dei costi che la curia non   intende  pagare. Ma al riguardo sono certo già pronti o in via di   approntamento  freni adeguati per impedire che si passi dalle parole e   dalle  promesse ai fatti.<br />
Quel che ci attende, in conclusione, più   che un rilancio del mitico  Vaticano II, sembra un pontificato che si   riallaccia sostanzialmente a  Wojtyla, con una restaurazione che procede,   ma sotto la copertura  della “povertà”. Una copertura insidiosa, stando   anche alla gioia e  alle speranze manifestate in Italia non solo dai   cattolici “buoni” ma  anche da una certa cultura laica e perfino laicista   – che apprezza la  favola del poliziotto buono (Gesù) contro il   poliziotto cattivo (la  Chiesa) e che non ha le idee molto chiare su quel   che fu realmente  Francesco: l’antidoto della povertà come scelta   volontaria e privata  contro il veleno di un ordinamento sociale   egalitario, predicato dagli  albigesi. Non per caso fu lo stesso   Innocenzo III a benedire il primo  e a sterminare i secondi.</p>
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