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	<title>ArruotaLibera &#187; Bank of America</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Crisi bancarie Usa: le responsabilità dei controllori</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Mar 2023 10:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Serve chiarezza. Dietro le recenti bancarotte negli Usa ci sono altri motivi di preoccupazione. In primo luogo il fallimento delle autorità di sorveglianza, a cominciare dalla Federal Reserve. Il loro mancato intervento, a nostro avviso, è dovuto al fatto che esse erano pienamente consapevoli che le loro politiche monetarie [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>Serve chiarezza. Dietro le recenti bancarotte negli Usa ci sono altri motivi di preoccupazione. In primo luogo il fallimento delle autorità di sorveglianza, a cominciare dalla Federal Reserve. </p>
<p>Il loro mancato intervento, a nostro avviso, è dovuto al fatto che esse erano pienamente consapevoli che le loro politiche monetarie altalenanti, interessi zero prima e aumento dei tassi poi, avrebbero messo sottosopra il sistema bancario. Hanno ritenuto, erroneamente, che astenersi fosse la seconda tra le peggiori possibilità. La prima sarebbe stata continuare con le politiche di poderose iniezioni di liquidità fino a far esplodere la bolla. </p>
<p>Il governo e le autorità bancarie, quindi, non sono stati colti di sorpresa. Erano pronti a nuovi interventi di salvataggio dell’intero sistema. Meglio intervenire dopo il fallimento di una banca regionale che di una too big to fail. C’è stato, infatti, un barrage di interventi. Si è creata una Bank Bailout Facility attraverso la quale il governo concede dei prestiti alle banche. La Fed ha annunciato un “discount window”, uno sportello, dove attingere a prestiti di emergenza a basso costo.  Sotto la guida della Fed e del Tesoro, sei grandi banche, JP Morgan, Wells, Citi, Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley, si sono accordate per mettere a disposizione 30 miliardi di dollari per la First Republic Bank. Non sono bastati, però, a fermare il crollo. Anche la Federal Deposit Insurance Corporation, l’agenzia di protezione finanziaria, è entrata in campo per garantire i depositi fino a 250.000 dollari. Si tenga presente, però, che il suo fondo coprirebbe soltanto il 2% dei 9.600 miliardi di dollari di depositi assicurati. </p>
<p>E’in atto anche una narrazione che cerca di distogliere l’attenzione dalle banche too big. Si parla insistentemente dei rischi di insolvenza delle banche regionali e delle cosiddette saving and loans banks, quelle che raccolgono i risparmi e poi concedono prestiti alle imprese locali e alle famiglie. Indubbiamente non si possono negare le loro difficoltà attuali, create proprio dagli andamenti dei tassi d’interesse. Si ricorderà che una crisi simile, ma in una situazione di differente gravità sistemica, era avvenuta già negli anni ottanta, sempre per effetto della crescita vertiginosa dei tassi d’interesse da parte della Fed. </p>
<p>E’ comunque da ingenui ritenere che le banche regionali siano delle entità totalmente indipendenti rispetto alle 20 maggiori banche Usa, cosiddette, sistemiche. Secondo JP Morgan nell’ultimo anno le banche più piccole avrebbero perso 1.100 miliardi di dollari in depositi che sono stati trasferiti in quelle più grandi.</p>
<p>C’è anche un’altra narrazione che vorrebbe le banche europee, e non quelle americane, essere nell’occhio del ciclone. Certamente, dopo la crisi del Credit Suisse e le gravi fibrillazioni della Deutsche Bank (DB), non si può negare che il sistema bancario europeo sia in crescente difficoltà. </p>
<p>Noi non ci siamo mai stancati di denunciare i comportamenti rischiosi di DB, superstar dei derivati otc. Ma non si può nemmeno dimenticare che il sistema bancario europeo sia entrato in acque agitate proprio per aver copiato i metodi speculativi di quello americano e della City inglese.  </p>
<p>E’ doveroso anche notare il macroscopico errore delle agenzie di rating, le note imprese americane private. Fino al giorno prima del fallimento della Silicon Valley Bank, Moody’s le garantiva il voto di A3 e Standard &#038; Poor’s (S&#038;P) le dava un rating un po’ inferiore di Bbb. Certamente erano lontani dalle triple A elargite a piene mani prima della bancarotta della Lehman Brothers. I titoli della Svb, però, erano considerati “investment grade”, cioè degni di investimento e perciò non speculativi. </p>
<p>Si noti che, anche rispetto al fallimento della First Republic Bank, le agenzie di rating S&#038;P e Fitch hanno inserito la banca tra le imprese “junk”, spazzatura, solo dopo gli interventi di salvataggio. </p>
<p>Nelle prospettive bancarie globali per il 2023, la S&#038;P afferma che il settore bancario statunitense è in buona salute e che il rischio è in calo. Per la Moody&#8217;s le prospettive sarebbero stabili, sebbene avvertisse venti contrari in un&#8217;economia in rallentamento.</p>
<p>Si tratta di gravi sottovalutazioni, a discapito dei risparmiatori e degli onesti investitori. Si persegue un comportamento, a dir poco incompetente e inadeguato, già emerso prepotentemente nel 2001 alla vigilia del fallimento della Enron, il gigante americano dell’energia, e poi nella Grande Crisi del 2008.</p>
<p>Dal 2001 il Congresso americano ha portato avanti varie iniziative di riforma che, però, non hanno indotto le agenzie di rating a un comportamento più corretto. </p>
<p>Si dovrebbe tenerlo presente quando esse pontificheranno sulla situazione economica e finanziaria dell’Italia. In passato, purtroppo, si è sempre tenuto un atteggiamento troppo supino. </p>
<p>*già sottosegretario all’Economia **economista</p>
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		<title>Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista: a quando le collisioni e gli affondamenti?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 22:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà. Ne è prova [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista</strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong>Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.</strong></p>
<p><strong>Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.</strong></p>
<p><strong>Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.</strong></p>
<p><strong>Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.</strong></p>
<p><strong>Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.</strong></p>
<p><strong>Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?</strong></p>
<p><strong>Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.</strong></p>
<p><strong>Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.</strong></p>
<p><strong>Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.</strong></p>
<p><strong>Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.</strong></p>
<p><strong>Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.</strong></p>
<p><strong>Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.</strong></p>
<p><strong>L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!</strong></p>
<p><strong>Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.</strong></p>
<p><strong>*già sottosegretario all’Economia **economista</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Brexit: timori finanziari fondati o alibi per interventi eccezionali? Ovvero: una (altra) scusa per qualche (altra) fregatura?</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2016 17:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brexit: timori finanziari fondati o alibi per interventi eccezionali? di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Il risultato del referendum sulla Brexit avrà certamente un effetto profondo sull’economia britannica, sull’Unione europea e sul suo processo di integrazione. Chi ci ha letto in passato sa che noi siamo sempre stati fautori di un’Europa forte, solidale e sovrana. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Brexit: timori finanziari fondati o alibi per interventi eccezionali?</strong></p>
<p>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p><strong>Il risultato del referendum sulla Brexit avrà certamente un effetto profondo sull’economia britannica, sull’Unione europea e sul suo processo di integrazione.</strong></p>
<p><strong>Chi ci ha letto in passato sa che noi siamo sempre stati fautori di un’Europa forte, solidale e sovrana. Nondimeno ci sembra esagerata la reazione sia dei mercati che delle istituzioni finanziarie europee ed internazionali che paventano un nuovo sconquasso finanziario globale.</strong></p>
<p><strong>E’ come se l’emergenza Brexit serva a giustificare una probabile adozione di interventi eccezionali e a scaricare su di essa le conseguenze di una crisi già in atto, ma che oggettivamente non ha origine nell’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue.</strong></p>
<p><strong>Al riguardo è’ interessante notare che le grandi banche too big to fail americane ed internazionali, la Goldman Sachs, la JP Morgan, la Citibank, la Bank of America per nominarne alcune, sono state in prima fila, anche con notevoli donazioni in denaro, per sostenere la campagna “Remain”. Anche speculatori come George Soros sono scesi in campo contro la Brexit paventando cataclismi di ogni sorta.</strong></p>
<p><strong>La Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi fermi e ha annunciato che il costo del denaro salirà, ma più lentamente. L&#8217;incertezza sul referendum della Brexit &#8220;è uno dei fattori che ha pesato sulla decisione&#8221; di mantenere invariato il costo del denaro, ha affermato la governatrice Janet Yellen, sottolineando che un eventuale addio della Gran Bretagna all&#8217;Ue potrebbe avere ripercussioni sull&#8217;economia e sulla finanza globale. Dopo di che anche la Banca Centrale Europea ha affermato di essere pronta ad interventi di emergenza e in ogni caso di voler mantenere i suoi acquisti di asset finanziari pari a 80 miliardi di euro al mese fino a marzo 2017 e anche oltre, se fosse necessario.</strong></p>
<p><strong>Indubbiamente l’uscita dall’Ue avrà un grosso impatto in particolare per la City di Londra. Nella City operano circa 250 banche estere che in questo modo hanno un accesso diretto al mercato Ue. La City rappresenta circa il 10% del Pil britannico e contribuisce per il 12% a tutte le tasse raccolte dal governo. Essa è la prima esportatrice di servizi finanziari del mondo. Servizi che, per 20 miliardi di euro, vanno proprio verso l’Europa.</strong></p>
<p><strong>Una delle grandi preoccupazioni riguarda, per esempio, la sorte della Royal Bank of Scotland, che nel biennio 2014-15 ha accumulato perdite per oltre 7 miliardi di euro. Cosa succederebbe a questa banca in caso di un aggravamento della situazione inglese?</strong></p>
<p><strong>Secondo noi il nervosismo nella grande finanza riflette un profondo senso di incertezza e anche una vera e proprio paura di effetti a catena, simili a quelli non previsti e non voluti, della bancarotta della Lehman Brothers nel 2008.</strong></p>
<p><strong>L’ultimo bollettino della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea delinea andamenti finanziari e bancari che meritano una attenta disamina. Nell’ultimo trimestre del 2015 i crediti bancari transfrontalieri globali sono diminuiti di 651 miliardi di dollari, di cui 276 verso la zona euro. E’ una tendenza in crescita da tempo. La stessa cosa era avvenuta a seguito della crisi del 2008. E’ indubbiamente uno dei risultati della prolungata stagnazione economica mondiale.</strong></p>
<p><strong>E’ anche rilevante notare che il valore nozionale dei derivati otc è finalmente sceso di quasi 200.000 miliardi di dollari, da 700 mila di giugno 2014 ai circa 500 mila di fine 2015. E’ un fatto di indubbia positività.</strong></p>
<p><strong>Si tratta di cambiamenti necessari e ulteriormente auspicabili. Noi abbiamo sempre ribadito l’importanza di ‘prosciugare’ la palude dei derivati finanziari speculativi otc e di contenere le operazioni bancarie non produttive.</strong></p>
<p><strong>I dati della Bri sono di grandezze eccezionali, però richiedono un attento controllo e anche interventi precisi da parte delle autorità competenti. Se fossero soltanto il risultato di performance autonome dei mercati, allora dietro ai numeri potrebbero nascondersi ‘macerie’.</strong></p>
<p><strong>Sarebbe proprio come spesso accade dopo fenomeni alluvionali. Dopo una violenta inondazione si è tutti contenti di vedere che le acque si sono ritirate. Ma prima di permettere il ritorno delle famiglie evacuate o addirittura concedere dei permessi di costruzione è necessario che la Protezione Civile faccia un attento controllo del territorio per determinare se la catastrofe ha minato le fondamenta dei palazzi e la compattezza del terreno.</strong></p>
<p><strong>Di certo sono in atto profondi rivolgimenti nei settori finanziari e bancari per cui ogni evento, anche di portata minore, rischia di produrre conseguenze destabilizzanti. Con effetti sistemici!</strong></p>
<p><strong>*già sottosegretario all’Economia **economista</strong></p>
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		<title>Nuova indagine sulle banche USA padrone delle commodity</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 23:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuova indagine sulle banche USA padrone delle commodity Mario Lettieri* Paolo Raimondi** Le grandi banche sono state pizzicate a speculare alla grande sulle commodity, sulle materie prime, sui cereali e su altri prodotti alimentari. La Commissione d’Indagine del Senato americano, diretta dal democratico Carl Levin e dal repubblicano John McCain, ha pubblicato un dossier di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nuova indagine sulle banche USA padrone delle commodity</strong></p>
<p>Mario Lettieri* Paolo Raimondi**</p>
<p><strong>Le grandi banche sono state pizzicate a speculare alla grande sulle commodity, sulle materie prime, sui cereali e su altri prodotti alimentari.</strong></p>
<p><strong>La Commissione d’Indagine del Senato americano, diretta dal democratico Carl Levin e dal repubblicano John McCain, ha pubblicato un dossier di 400 pagine dal titolo “Wall Street bank involvement with physical commodities” per denunciare con dovizia di dettagli come le “too big to fail” stiano manipolando, ovviamente a loro vantaggio, i mercati delle commodity. Naturalmente tutto ciò con riverberi sui mercati internazionali.</strong></p>
<p><strong>Per due anni la Commissione ha indagato sui casi più eclatanti che evidenziano come “il massiccio coinvolgimento di Wall Street nelle commodity mette a rischio la nostra economia, le nostre imprese e l’integrità dei nostri mercati. Bisogna reintrodurre &#8211; continua la Commissione &#8211; la separazione tra banca e commercio per prevenire che Wall Street utilizzi informazioni non di pubblico dominio a suo profitto e a spese dell’industria e quindi dei cittadini”. Ciò non vale soltanto per gli Stati Uniti ma per il mondo intero.</strong></p>
<p><strong>La Commissione sta procedendo con delle audizioni pubbliche per dimostrare come alcune banche abbiano fatto aumentare artificialmente i prezzi delle materie prime e speculato in derivati sulle stesse, sfruttando gli “effetti provocati” dalle manipolazioni. Il senatore Levin avverte anche di possibili futuri rischi sistemici per l’economia dovuti al fatto che le banche sono coinvolte in imprese esposte ad alti rischi di catastrofi ambientali.</strong></p>
<p><strong>Sono state analizzate in particolare le attività delle solite maggiori banche americane, tra cui la Goldman Sachs, la JP Morgan Chase, la Morgan Stanley e la Bank of America.</strong></p>
<p><strong>La Goldman avrebbe “assunto” il controllo del mercato dell’alluminio. Nel 2010 ha acquistato la Metro International Trade Services di Detroit, che gestisce lo stoccaggio certificato dalla London Metal Exchange, la principale borsa mondiale dei metalli. Nei suoi magazzini ci sarebbe l’85% di tutto l’alluminio contrattato alla borsa di Londra per il mercato americano. Trattasi di 1,6 milioni di metri cubi di alluminio pari al 25% dell’interno consumo annuale in Nord America. La banca ha aumentato la sua proprietà diretta di alluminio passando da una quantità pari a 100 milioni di dollari a 3 miliardi. Possiede, tra l’altro, anche un’impresa che commercia uranio e due grandi miniere di carbone in Colombia!</strong></p>
<p><strong>Il meccanismo messo in atto sembra piuttosto semplice. Attraverso varie manipolazioni e fittizi spostamenti di ingenti quantità da un magazzino all’altro la Goldman Sachs sarebbe riuscita a determinare ritardi nelle consegne del metallo alle industrie acquirenti. Invece dei 40 giorni necessari nel 2010, lo scorso settembre il tempo di consegna è stato di ben 600 giorni! Ovviamente ciò ha prodotto un aumento sul costo dello stoccaggio, la cui percentuale su quello totale è passata dal 6% del 2010 al 20% di oggi. Naturalmente tutto a beneficio di Metro-Goldman. La conseguenza è stata un’impennata dei prezzi dell’alluminio tanto che molte imprese colpite hanno denunciato la manipolazione, tra cui la Coca Cola. Sembra che al “giochetto degli spostamenti” abbiano partecipato anche altre banche come la Deutsche Bank e l’hedge fund inglese Red Kite,</strong></p>
<p><strong>I profitti realizzati con l’aumento dei prezzi di stoccaggio per la Goldman sono stati soltanto una piccola parte del guadagno. Il vero business lo hanno fatto con le speculazioni sui future dell’alluminio e con altri derivati costruiti in base alla manipolazione dei prezzi e alla posizione di monopolio dello stoccaggio.</strong></p>
<p><strong>Da parte sua la JP Morgan Chase ha ammassato grandi quantità di materie prime per un valore di mercato di 17,4 miliardi di dollari pari al 12% del suo capitale di base, il cosiddetto Tier 1. Poiché sono stati superati abbondantemente i limiti permessi, la banca furbescamente ha sottostimato di quasi due terzi tale valore prima di rendicontarlo alla Federal Reserve. E’ arrivata anche a possedere fino al 60% di tutto il rame negoziato sui mercati mondiali. Nel campo energetico possiede 25 milioni di barili di petrolio e controlla 19 centri di immagazzinamento di gas.</strong></p>
<p><strong>La Morgan Stanley invece controlla 58 milioni di barili di petrolio. Possiede 100 petroliere e circa 8.000 km di oleodotti. E’ padrona di 18 centri di immagazzinamento di gas. Contemporaneamente sta costruendo la propria centrale di compressione del gas ed è la fornitrice privilegiata di carburante per alcune grandi compagnie aeree.</strong></p>
<p><strong>La Bank of America ha 35 centri di stoccaggio di petrolio e 54 di gas.</strong></p>
<p><strong>In altre parole, all’ombra di una troppo abusata “globalizzazione” che tutto giustifica, le banche fanno sempre meno gli istituti di credito e, forti anche dei capitali ottenuti a tassi di favore dal governo, si mettono in diretta competizione con le imprese che operano nei settori dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, della lavorazione e dello sfruttamento delle materie prime fino a determinarne i comportamenti e la stessa sopravvivenza.</strong></p>
<p><strong>Appare chiaro l’intreccio perverso tra banche e organismi di controllo che evidentemente non hanno fatto il loro dovere.</strong></p>
<p><strong>Avviata l’indagine senatoriale, la Goldman Sachs si è affrettata a licenziare due suoi importanti operatori coinvolti nelle manipolazione. Si è scoperto però che prima essi avevano lavorato per la Federal Reserve di New York. Del resto è noto che l’attuale capo della Fed di New York, William Dudley, è stato un alto dirigente della Goldman fino al 2005</strong></p>
<p><strong>E’ certamente importante che la Commissione d’Indagine del Senato lavori su questi casi specifici. In passato la stessa Commissione in verità aveva denunciato le responsabilità delle grandi banche americane nella crisi finanziaria globale dei mutui subprime, dei derivati Otc e dei titoli tossici. Il fatto che, a distanza di anni, si debba ancora denunciare simili gravi comportamenti, dovrebbe suonare come un vero allarme sui rischi sistemici di una finanza che purtroppo continua a ritenersi l’ agnello d’oro” da adorare sempre.</strong></p>
<p><strong>Ci saremmo aspettati che a Brisbane si fosse parlato anche di ciò.</strong></p>
<p>* Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista</p>
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		<title>INCREDIBILE MA VERO: IL LUCROSO BUSINESS DELLA BANCHE CHE FINANZIANO LA PRODUZIONE DI BOMBE ATOMICHE</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Oct 2013 09:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877 di Giorgio Beretta Sono sempre loro: BNP Paribas e Deutsche Bank. Già ai vertici delle operazioni a sostegno dell’export militare italiano, figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee “most heavily involved” (più pesantemente coinvolte) nel [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877">http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877</a></p>
<p>di Giorgio Beretta</p>
<p>Sono sempre loro: <strong>BNP Paribas</strong> e <strong>Deutsche Bank. </strong>Già ai vertici delle <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Export-di-armi-i-governi-italiani-favoriscono-i-gruppi-bancari-esteri-a-UniCredit-gli-M-346-per-Israele-142714" target="_blank">operazioni a sostegno dell’export militare italiano</a>, figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l’industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee “most heavily involved” (più pesantemente coinvolte) nel supporto ai produttori di armi nucleari. Lo documenta il rapporto <em>“<a href="http://www.dontbankonthebomb.com/" target="_blank">Don’t Bank on the bomb</a>”</em> (qui <a href="http://www.dontbankonthebomb.com/wp-content/uploads/2013/10/DBOTB2013-FINAL.pdf" target="_blank">in .pdf</a>) diffuso ieri a livello mondiale dalla <a href="http://www.icanw.org/" target="_self"><strong>campagna ICAN</strong></a><em> </em><em>(International Campaign to Abolish Nuclear Weapons)</em> di cui la <a href="http://www.disarmo.org/" target="_blank">Rete Disarmo</a> è partner italiano.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il quadro internazionale: primeggiano le banche USA</h2>
<p>La ricerca – che è stata sviluppata da <a href="http://www.ikvpaxchristi.nl/" target="_blank">IKV Pax Christi Olanda</a> e la società di ricerche <a href="http://www.profundo.nl/page/language/english" target="_blank">Profundo</a> per la coalizione internazionale ICAN – fa seguito ad un’analoga ricerca <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_blank">pubblicata lo scorso anno</a>: riporta le <strong>298 istituzioni finanziarie pubbliche e private</strong>(soprattutto banche, assicurazioni, fondi pensione ecc.) che nell’ultimo quadriennio hanno investito circa <strong>314 miliardi di dollari</strong> a favore di <strong>27 compagnie ed industrie internazionali</strong> coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione delle armi nucleari.</p>
<p>La componete più consistente è rappresentata dalle istituzioni finanziarie con sede negli<strong>Stati Uniti</strong> (ben 165 su 298) che sommate alle 9 del <strong>Canada</strong> hanno movimentato quasi 223 miliardi di dollari. Quelle basate in <strong>Europa</strong> sono 65 con finanziamenti complessivi per oltre 73 miliardi di dollari; 47 quelle in <strong>Asia e Oceania</strong> con movimentazioni di oltre 17 miliardi di dollari; le 10 con sede in <strong>Medio Oriente</strong> hanno operato per 958 milioni di dollari e una in Africa per circa 6,2 milione di dollari. “In altri paesi dotati di armi nucleari &#8211; come la <strong>R</strong><strong>ussia, la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord</strong> &#8211; la modernizzazione delle forze nucleari è svolta principalmente o esclusivamente da agenzie governative” – avverte il rapporto (p. 29) e pertanto le istituzioni finanziarie di questi paesi non sono prese in considerazione.<span id="more-4372"></span></p>
<p><strong>Le prime dieci</strong> istituzioni per prestiti e finanziamenti alle industrie produttrici di sistemi nucleari hanno tutte sede negli Stati Uniti: si tratta di <strong>State Street </strong>(20,4 miliardi di dollari), <strong>Capital Group of Companies</strong> (19,5 milardi), <strong>Blackrock</strong> (19,3 miliardi),<strong>Vanguard Group</strong> (13,7 miliardi), <strong>Bank of America</strong> (12,2 miliardi), <strong>JP Morgan Chase</strong>(11,9 miliardi), <strong>Evercore Partners</strong> (8,6 miliardi), <strong>Citi</strong> (8,2 miliardi), Goldman Sachs (6,6 miliardi) e <strong>Fidelity Investments</strong> (6,2 miliardi).</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il quadro europeo: BNP Paribas e Deutsche Bank</h2>
<p>Tra le banche con sede in Europa e ampiamente operative in Italia, il rapporto segnala il gruppo francese <strong>BNP Paribas</strong> che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti a 20 ditte internazionali produttrici di armamenti nucleari per un valore complessivo di oltre 5,36 miliardi di dollari. E la tedesca <strong>Deutsche Bank</strong> che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti ad una decina di ditte produttrici di sistemi nucleari per oltre 4,76 miliardi di dollari.</p>
<p>“Proprio <strong>questi due gruppi bancari </strong>- commenta la <a href="http://www.banchearmate.it/home.htm" target="_self"><em>Campagna di pressione alle ‘banche armate’</em></a> &#8211; sono anche i più attivi nelle operazioni di sostegno all’export di sistemi militari convenzionali dal nostro paese. Nonostante le reiterate richieste della nostra campagna, questi due gruppi <strong>non si sono ancora dotati di direttive rigorose</strong><strong> e di rapporti trasparenti</strong> circa tutta la loro attività di finanziamento e servizi all’industria bellica&#8221;.</p>
<p>Tra i principali gruppi bancari europei che offrono prestiti o finanziamenti alle ditte internazionali produttrici di sistemi nucleari, il rapporto segnala anche le britanniche <strong>Royal Bank of Scotland</strong> (oltre 5,6 miliardi di dollari), <strong>HSBC</strong> (4 miliardi), <strong>Barclays</strong> (3,4 miliardi), i gruppi francesi <strong>Crédit Agricole</strong> (4,5 miliardi), <strong>AXA</strong> (3,6 miliardi) e <strong>Société Générale</strong> (3,3 miliardi), la svizzera <strong>UBS</strong> (3,3 miliardi) e la tedesca <strong>C</strong><strong>ommerzbank</strong> (2,4 miliardi): gran parte di queste banche sono anche attive nei servizi finanziari all&#8217;esportazione di armi italiane..</p>
<p>“I clienti di queste banche dovrebbero rendere chiaro ai propri istituti di credito che non vogliono assolutamente che i propri risparmi siano utilizzati per finanziare l’industria militare nucleare” – commenta <strong>Daniela Varano</strong>, del coordinamento internazionale di ICAN. “E’ importante e urgente, quindi, che i correntisti scrivano a queste banche per chiedere direttive che escludano il finanziamento alle industrie produttrici di armi nucleari e affinché gli istituti di credito rendano trasparente la propria partecipazione e i servizi che offrono alle aziende che producono sistemi sia civili che militari” – conclude Varano.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit</h2>
<p>Tra le <strong>aziende</strong> che erano coinvolte nella produzione di armamenti nucleari e loro vettori il <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_blank">precedente rapporto di ICAN</a> citava anche <strong>Fi</strong><strong>nmeccanica</strong>, la compagnia italiana di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il maggiore azionista. A seguito di quella pubblicazione, Finmeccanica nell’agosto 2012 ha annunciato in una lettera di “non essere coinvolta nella produzione di armi nucleari”. Ricerche indipendenti degli autori del rapporto hanno confermato la scadenza dei contratti relativi ad armi nucleari da parte del colosso militare italiano proprio nel 2012. Ciò ha portato all’esclusione dalla lista delle ditte, ma con l’impegno di un continuo monitoraggio e la ricerca di conferme da parte dell’azienda, per non dover giungere in futuro a inserire nuovamente Finmeccanica nella lista di produttori/sviluppatori di armamento nucleare.</p>
<p>Questa scelta ha ovviamente inciso sulla presenza nel rapporto di istituti di credito del nostro Paese. Nella <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Investimenti-pro-futuro-Armi-nucleari-del-passato-134059" target="_self">precedente edizione</a> del rapporto, infatti, venivano elencate 13 banche italiane o aventi sedi principali in Italia che contribuivano al finanziamento di aziende produttrici di armamenti nucleari. Essendo stata esclusa Finmeccanica, solo due figurano nel nuovo rapporto: si tratta di Intesa Sanpaolo e UniCredit.</p>
<p><strong>Intesa Sanpaolo</strong> è presente per aver effettuato prestiti o finanziamenti a Bechtel, Boeing, EADS, Fluor, Honeywell International, Northrop Grumman e Thales per un valore complessivo di <strong>819 milioni di dollari</strong>. Queste operazioni – si rileva dal rapporto – sono state in gran parte effettuate prima del dicembre 2011 quando la banca, capitanata dal presidente Bazoli, ha emesso <a href="http://www.group.intesasanpaolo.com/scriptIsir0/si09/sostenibilita/ita_wp_sostenibilita.jsp" target="_blank">una direttiva</a> che esplicita tra l’altro <em>“il divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria connessa alla produzione e al commercio di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali e in particolare le armi nucleari, biologiche e chimiche, le bombe a grappolo e a frammentazione, le armi contenenti uranio impoverito e le mine antipersona”.</em></p>
<p><strong>UniCredit</strong> è finita nella lista per aver effettuato prestiti finanziamenti a EADS, Honeywell International, Northrop Grumman, Thales e ThyssenKrupp per un valore complessivo di<strong>1,43 miliardi di dollari</strong>. “Una dichiarazione di posizione di UniCredit – segnala il rapporto – afferma che UniCredit, si astiene dall’intrattenere rapporti di finanziamento con società che producono, curano la manutenzione o commerciano armi controverse o non convenzionali quali le armi nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238”. (vedasi anche <a href="https://www.unicreditgroup.eu/it/sustainability/our-vision-of-sustainable-bank/policies---guidelines.html" target="_blank">qui</a>) “L’attuale applicazione della direttiva di UniCredit – si legge nel rapporto ICAN – non ha precluso la banca dall’investire in numerose aziende produttrici di armi nucleari. La policy, inoltre, è formulata genericamente e manca di chiarezza rispetto all’ambito di applicazione e di implementazione” (p. 78).</p>
<p>L’unica altra banca italiana citata nel rapporto è <strong>Banca Popolare Etica</strong>, ma – attenti bene – per una <strong>buona notizia</strong>. L’istituto di credito è infatti inserito – insieme ad altri undici &#8211; nella “Hall of Fame” delle banche che hanno adottato, implementato e pubblicato una “policy” in grado di <strong>prevenire in maniera completa e complessiva</strong> qualsiasi coinvolgimento finanziario con aziende che producono armi nucleari.</p>
<p><a></a></p>
<h2>Il governo italiano voti a favore delle messa al bando</h2>
<p>Diversamente dalle armi chimiche e biologiche, quelli <a href="http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Armi-Nucleari/(desc)/show" target="_blank">nucleari</a> sono <strong>gli unici armamenti di distruzione di massa non ancora messi al bando</strong> dal diritto internazionale nonostante sia chiaro ed accettato da tutti che per loro stessa natura possono operare uccisioni indiscriminate. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti (il maggiore Stato possessore di armi nucleari) Barack Obama ha affermato nei mesi scorsi che “finché esisteranno armi nucleari, non saremo completamente sicuri”.</p>
<p>E’ per questo che <strong>Rete italiana per il Disarmo chiede al Governo italiano</strong> di sostenere le iniziative internazionali per la messa al bando delle armi nucleari, come l’Iniziativa Umanitaria che andrà a breve in discussione alle Nazioni Unite.</p>
<p>L’idea è stata avanzata l’anno scorso dalla Croce Rossa Internazionale (<a href="http://www.icrc.org/eng/" target="_blank">ICRC</a>) e portata avanti principalmente da Norvegia e Sudafrica. “L’intenzione – spiega <strong>Lisa Clark</strong> di <a href="http://www.beati.org/" target="_blank">Beati i Costruttori di Pace</a> – è convincere i Paesi riluttanti per fedeltà atlantista a sostenere il disarmo nucleare non più per motivazioni ‘ideologiche’ di stampo pacifista, ma su basi pragmatiche di carattere eminentemente umanitario: le armi nucleari vanno bandite semplicemente perché, se venissero usate, gli Stati non potrebbero far fronte alla catastrofe umanitaria che ne seguirebbe”. Una ragione in più per cominciare a far pressione su quelle banche, attive anche nel nostro paese, che continuano a finanziarne la produzione e lo sviluppo.</p>
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		<title>Progetti importanti tra illusioni di ripresa. E la rischiosa abboffata di profitti della banche Usa</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Aug 2013 20:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Lettieri*  e Paolo Raimondi** 1) &#8211; Mobilitare il nostro sistema-paese sul territorio e a livello internazionale Riteniamo che le prospettive economiche del nostro Paese non si possano misurare con meri dati statistici o peggio con qualche altro indicatore basato magari sulle aspettative degli intervistati. Le tante esternazioni di questi giorni sulla fine della recessione e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Lettieri*  e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong> 1) &#8211; Mobilitare il nostro sistema-paese sul territorio e a livello internazionale </strong></p>
<p><strong>Riteniamo che le prospettive economiche del nostro Paese non si possano misurare con meri dati statistici o peggio con qualche altro indicatore basato magari sulle aspettative degli intervistati. Le tante esternazioni di questi giorni sulla fine della recessione e sulla svolta economica positiva prevista per il terzo trimestre 2013 ci suonano più come auguri di Ferragosto che serie analisi suffragate da dati e andamenti reali. Non si tratta di iniziare una diatriba tra ottimisti e pessimisti sul futuro dell’economia nazionale. In passato questi “psicologismi spiccioli” hanno infatti dato spazio solo alla frustrazione e alla rabbia. Siamo consapevoli che spesso certe valutazioni negative sulla nostra economia, come quelle delle agenzie di rating, si sono tradotte, purtroppo, in tagli e spesso in cieca politica di bilancio.</strong></p>
<p><strong> Allo stato non esistono però concreti e solidi elementi per poter salutare l’uscita dalla crisi né a livello globale né a livello europeo e tanto meno a livello nazionale. Basti pensare che l’Ocse prevede un alto livello di disoccupazione. Per l’Italia il tasso relativo dovrebbe salire al 12,5% alla fine del 2014! E’ davvero difficile quindi immaginare una ripresa economica mentre l’occupazione scende così vistosamente, determinando ovviamente un conseguente generalizzato aumento della povertà. In Italia, purtroppo, da tempo manca una seria programmazione con una conseguente puntuale verifica di quanto realizzato. E’ indispensabile indicare percorsi di sviluppo ma anche progetti sul medio e lungo termine e scadenze precise. <span id="more-4278"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>Il recente Piano Industriale 2013-2015 della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) ci sembra un percorso positivo per avviare interventi di vero sviluppo. Per il triennio si prevedono 95 miliardi di euro a supporto degli investimenti delle Pubbliche amministrazioni e delle imprese nonché per la realizzazione delle infrastrutture. Nello specifico, 23 miliardi sarebbero destinati a investimenti pubblici produttivi, in particolare edilizia sociale e scolastica, e anche per la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Altri 9 miliardi sarebbero stanziati per le infrastrutture e le grandi opere, mentre si ipotizza uno specifico fondo per le piccole infrastrutture. Importante è lo stanziamento di 48 miliardi non solo per la crescita ma anche per l’internazionalizzazione delle imprese. Dovrebbero poi essere definiti percorsi speciali per il sostegno delle piccole e medie imprese (Pmi) e delle Reti di impresa. Al Mezzogiorno verrebbe destinata per investimenti una quota superiore ai 20 miliardi del passato triennio. </strong></p>
<p><strong>Ci sembra positivo che la Cdp stia sempre più assumendo un ruolo di attore dello sviluppo. Si penserebbe anche all’emissioni di mini-bond per le Pmi per un accesso facilitato al credito ed eventuali operazioni di project finance con l’estero. Complessivamente il contributo previsto del Gruppo Cdp al rilancio dell’economia italiana dovrebbe essere del 6% nel triennio, pari quindi al 2% annuo del Pil. </strong></p>
<p><strong>Tutto ciò sembra in un certo senso ricalcare l’operatività della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la banca per la ricostruzione tedesca, che è uno dei veri motori “segreti” del successo economico e inGermania, dustriale della Germania. Tuttavia pensiamo che altre sfide per il sistema-paese Italia siano ineludibili. Occorre un grande Fondo, almeno di parecchie decine di miliardi di euro, per lo sviluppo delle  nuove tecnologie e delle infrastrutture strategiche del futuro capitalizzando il patrimonio immobiliare pubblico. In merito ci preme affermare la contrarietà ad una privatizzazione selvaggia giustificata dall’enormità del nostro debito pubblico. Il tasso annuale del debito può calare se, ad una politica di contenimento delle spese correnti, si associano scelte efficaci per la crescita della ricchezza prodotta. L’innovazione tecnologica delle nostre imprese potrà loro consentire in modo più incisivo di partecipare a grandi progetti anche a livello continentale. Si pensi all’Eurasia, all’America del Sud e all’Africa: Ciò non solo incrementerebbe l’export ed il ruolo delle singole industrie italiane impegnate nelle joint venture ma ridarebbe al “sistema Italia” un ruolo da protagonista nello scenario geopolitico internazionale.</strong></p>
<p><strong>2) &#8211; La rischiosa abbuffata di profitti delle banche Usa </strong></p>
<p><strong>Le grandi banche americane nuotano nell’oro. A Wall Street raccontano che i loro profitti sarebbero così tanti che non saprebbero come utilizzarli! C’è da chiedersi se il ritorno ai livelli del 2007 significhi l’uscita dal tunnel della grande crisi oppure se si siano ricostituite le condizioni magari per una bolla più grande pronta ad esplodere alla prima occasione. La JP Morgan Chase con 6,1 miliardi di dollari di profitti conseguiti nel secondo trimestre 2013 è proiettata a raggiungere a fine anno i 25 miliardi e il potenziale 17% di dividendo per gli azionisti la riporterebbe ai vecchi “splendori”. Anche la Wells Fargo ha guadagnato 5,3 miliardi superando del 20% il livello dello stesso periodo dell’anno precedente. La Goldman Sachs ha raddoppiato i profitti trimestrali portandoli a 2 miliardi di dollari. La City Group ha incassato 4,2 miliardi, cioè il 42% in più del secondo trimestre 2012. Lo stesso vale per la Bank of America. Si rammenti che, per salvare entrambe le banche dalla bancarotta, il governo Usa fu costretto a sborsare 90 miliardi. Sorprendentemente le loro azioni in borsa negli ultimi 12 mesi sono aumentate rispettivamente del 95 e del 78%!</strong></p>
<p><strong> Secondo certi “benevoli” analisti le 5-6 banche americane “too big to fail” quest’anno marcerebbero  verso i 100 miliardi di profitti! Di conseguenza la macchina bancaria ha ripreso a sfornare anche bonus milionari per i grandi manager. Prontamente imitata dalle grandi corporation. Con la loro liquidità le grandi banche stanno devastando il sistema delle banche locali e regionali indipendenti che finiscono nella loro rete. Ciò non è un bene  perché così si fa crescere spropositatamente la concentrazione bancaria con i relativi ed aumentati rischi sistemici. Esse, inoltre, con questi soldi stanno chiudendo l’enorme contenzioso insorto per i comportamenti illegittimi avuti prima e durante la crisi. Pagano per rifarsi un’improbabile nuova verginità. Esse stanno addirittura rispondendo con molto anticipo ai dettami di aumento di capitale previsto nella riforma bancaria di Basilea 3! Ovviamente in questo modo mettono sotto pressione il sistema bancario europeo che ha maggiori difficoltà competitive sui mercati.</strong></p>
<p><strong> E’ più che legittimo chiedersi però da dove provengano tanti profitti: da investimenti produttivi o da operazioni speculative? Noi riteniamo che il fallimento di una grande città industriale come Detroit sia una risposta più che lapalissiana. Anche altre città, come Chicago e New York, sono malate e piene di debiti, trasformandosi ogni giorno sempre di più in centri post-industriali. I dati ci dicono che sono riprese alla grande le operazioni in “asset-backed-securities” (derivati finanziari che hanno come sottostante flussi di cassa, quali i pagamenti delle rate di mutui o di carte di debito). Si riprende a giocare sul rischio con l’unico intento di ottenere alti profitti. Si ricordi che le abs speculative furono determinanti nello scatenamento della crisi. Negli Usa nel 2008 ne erano state emesse per 1.500 miliardi dollari rispetto ai 440 complessivi dell’Europa. Dopo avere registrato una drastica flessione nel 2009, nella prima metà del 2013 hanno superato i 332 miliardi di dollari. A confronto, per lo stesso periodo, l’Europa ne conta 36 miliardi. Quasi 10 volte meno di quelle americane.</strong></p>
<p><strong> Anche in questo caso si vede una notevole differenza dei comportamenti delle banche europee tenute più rigidamente sotto controllo, mentre quelle americane possono godere della stessa libertà di azione e di rischio dei momenti più irresponsabili di prima della crisi. Auspichiamo che Mario Draghi e i governanti europei abbiano la forza di non subire i suggerimenti di Bernanke e della Fed e di insistere, invece, per realizzare la necessaria riforma globale del sistema finanziario e bancario.</strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista</strong></p>
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		<item>
		<title>1) &#8211; Affondiamo nel ridicolo per il petrolio in mani poco chiare. 2) &#8211; Le grandi banche diventano corporation industriali</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2013/07/1-affondiamo-nel-ridicolo-per-il-petrolio-in-mani-poco-chiare-2-le-grandi-banche-diventano-corporation-industriali/</link>
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		<pubDate>Sat, 20 Jul 2013 20:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/07/Diapositiva13.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4243" title="Diapositiva1" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2013/07/Diapositiva13.jpg" alt="" width="720" height="960" /></a>Per capire meglio come mai i diplomatici kazaki se la facciano quasi da padroni nel Belpaese, obbediti a bacchetta perfino dal ministero dell&#8217;Interno, è utile leggersi l&#8217;agile e documentatissimo libro &#8220;Extra virgin oil&#8221;, edito dalla casa editrice Aracne, specializzata in testi universitari, scritto dal docente universitario Aldo Ferrara e dal giornalista Filippo Bellantoni. Ferrara era tra i consulenti di Dario Fo all&#8217;epoca della sua candidatura a sindaco di Milano e aveva preparato un programma per abbattere l&#8217;inquinamento della città.  &#8220;Extra virgin oil&#8221; documenta gli intrecci  e gli enormi interessi, compresi quelli italiani, che stanno dando vita alla rete dei giganteschi oleodotti e gasdotti che trasporteranno in Europa il gas e il petrolio dell&#8217;Asia Centrale. Tra i protagonisti non mancano gli italiani, compresi Silvio Berlusconi e uomini di sua stretta fiducia. </strong></p>
<div><strong>Ferrara riassume così le odierne perplessità per il caso della signora Shalabeyeva e figlia:</strong></div>
<div><strong>&#8221; <em>L&#8217;Eurasia è scenario di affari petroliferi. Un tempo Enrico Mattei cercava il greggio al minore costo possibile nell&#8217;interesse del consumatore, adesso numerosi imprenditori italiani, politici e dirigenti di Aziende Statali fanno affari con le nuove pipeline come South e North Stream, Nabucco etc. Questi oleodotti passano quasi tutti dal Kazakhastan. E&#8217; possibile non esaudire le &#8220;minime&#8221; richieste&#8221; politiche di Nursultan Nazarbayev?&#8221;.<span id="more-4236"></span><br />
</em></strong></div>
<div><em><strong> </strong></em></div>
<div><strong>Per chiarire su cosa si basi il potere di Nazarbayev Ferrara spiega che &#8220;l&#8217;Eurasia, dal Turkmenistan al Tagikistan, è un ventre d&#8217;0r0&#8243;. D&#8217;oro nero, per l&#8217;esattezza, e gas. Nel libro si legge infatti quanto segue:</strong></div>
<div><em><strong> </strong></em></div>
<div><strong><em>&#8220;</em><em>In quella lontana regione che confina a Sud con l’Afghanistan e l’Iran ed a nord trova i confini di Santa Madre Russia, si stendono cinque Paesi. Sono definiti “i 5 Stan” per il loro suffisso che indica la primitiva definizione etnica (Kazakhstan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan) che compongono l’area più ricca di risorse naturali del Centro Asia, definita Eurasia per la sua vicinanza geopolitica ai Paesi dell’Eurozona. L’area è quella ricchissima dei giacimenti ad est del mar Caspio, l’area su cui voleva insediarsi Hitler per sconfiggere gli Alleati. Un’area dove petrolio, gas energia sono le parole chiave. Anche il lontano Giappone, dopo le consultazioni del Central Asia plus Japan dialogue a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri dei cinque Stan più il Giappone, ha annunciato di voler investire in Asia centrale 700 milioni di dollari in vari settori tra cui, ovviamente, quello energetico.</em></strong></div>
<div><em><strong>Il Kazakhstan è il paese più autonomo dalla Russia anche per il polso del Presidente Nursultan Nazarbayev. Il Kazakhstan, nell’area ex-sovietica, si situa al secondo posto dopo la Russia per riserve e produzione di petrolio e i due giacimenti giganti di Tengiz e Karachaganak, nella parte occidentale del paese, dominano la produzione&#8221;. </strong></em></div>
<div><strong>A dire che Silvio Berlusconi ha interessi nel settore energetico, quanto meno del gas, è stato nel 2009 l’allora ambasciatore Usa a Roma, come ha rivelato Wikileaks. Come che sia, il comportamento fin troppo arrendevole del ministro degli Esteri Emma Bonino nei confronti dell&#8217;ambasciatore del Kazakistan è francamente imbarazzante. Specialmente dopo le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riguardo l&#8217;incredibile espulsione a tappe forzate della signora Shalabayeva e figlia. Anziché dichiararle persone non gradite e ritirare l&#8217;accredito diplomatico all&#8217;ambasciatore del Kazakistan e ai suoi troppo invadenti collaboratori, costringendoli a tornarsene subito a casa, il ministro Bonino l&#8217;ambasciatore si limita a convocarlo. E siccome questi è in vacanza il ministro degli Esteri deve accontentarsi dell&#8217;incaricato d&#8217;affari, come dire il fanalino di coda della sede diplomatica, e di fare a lui la reprimenda che avrebbe voluto fare all&#8217;ambasciatore. Tanta remissività da parte di un personaggio che si è sempre pregiato di battersi per i diritti umani, le minoranze, ecc., lascia francamente stupiti. In queste ore sono molti a vedere allungarsi sul caso Shalabayeva e figlia l&#8217;ombra di Silvio Berlusconi e dei suoi traffici energetici con i Paesi ex sovietici dell&#8217;Asia Centrale. I maligni pensano che tanta inconsueta mansuetudine del ministro Bonino sia dovuta al fatto che a suo tempo anche i radicali, Bonino compresa, sono stati alleati elettorali proprio di Berlusconi.</strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Siamo in pieno periodo vacanziero e lo scandalo finirà nel dimenticatoio. A farlo dimenticare contribuirà la nuova figuraccia fatta grazie agli Usa che si sono riportati a casa l&#8217;ex capo centro della Cia a Roma Seldon Lady alla faccia del nostro ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, poche ore dopo la sua richiesta di estradizione. Lady infatti è ricercato per il rapimento dell&#8217;imam di Milano Abu Omar, concluso con una raffica di condanne ai vari rapitori, compresi alcuni agenti della Cia. Ferrara però non esclude che lo scandalo possa invece allargarsi perché potrebbero venire alla luce altri interessati a compiacere il Kazakistan. Ferrara vorrebbe infatti che per esempio Pierluigi Bersani rispondese a quattro domande visto che ha fatto parte della commissione del parlamento europeo preposta agli accordi con i Pasei del &#8220;ventre d&#8217;oro&#8221; e che è stato il nostro ministro prima dell&#8217;Industria e poi dello Sviluppo Economico:</strong></p>
<p><strong><em>&#8220;1)</em> <em>Che ruolo ha svolto il politico Bersani nella Commissione del Parlamento Europeo per i “5 Stan”? E’ forse solo in ossequio alla tradizione di famiglia, essendo stato il padre del Bersani un piccolo imprenditore degli idrocarburi?</em></strong></p>
<p><strong><em>2)</em> <em>Ovvero ha un particolare interesse verso l’industria petrolifera esercitato da Ministro per l’Industria prima e lo Sviluppo Economico dopo?</em></strong></p>
<p><strong><em>3)</em> <em>Perché quel Comunicato entusiasta del South Stream? Poteva non sapere quali erano gli interessi del Cavaliere nelle Regioni Euroasiatiche?</em></strong></p>
<p><strong><em>4)</em> <em>Delle trattative, non del tutto trasparenti, dell’ENI in Russia, il Ministro era a conoscenza?&#8221;</em></strong></p>
<p><strong>Bersani si guarderà bene dal rispondere. Forse queste domande dovrebbe fargliele ad alta voce Matteo Renzi.</strong></p>
<p><strong>Intanto il professor Ferrara illustra così il suo libro:</strong></p>
<div><strong>&#8220;Abbiamo voluto ripercorrere a ritroso il sentiero dell’oro nero e questo ci ha portato a scoprire l’Eurasia, un coacervo geopolitico dove le risorse del sottosuolo, gas, metano, petrolio, rame ed altro	sono	miracolosamente apparse in superficie dopo il dissolvimento improvvido dell’Unione Sovietica. E dove abbiamo trovato che la lingua locale si arricchisce dell’idioma italico trasferito, a migliaia di kilometri dai nostri confini, da volti della politica nostrana. Insomma, quei volti, irradiati quotidianamente	dai	nostri telescherni	(sic),	ci	hanno preceduto con tanto di colbacco e li vediamo aggirarsi tra oleodotti, tubi, condotte e manometri, segni tangibili	del	percorso	del petrolio. Se poi non ci sono tutti, è perché molti controllano a distanza ma nel loro petto, dove sta il portafogli, il cuore pompa petrolio. Forse hanno solo male interpretato il messaggio sulla dieta mediterranea a base di olio extravergine di oliva: solo che oil non è l’olio d’oliva&#8230;..&#8221;.</strong></div>
<div><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</strong></div>
<div>
<p><strong>Le grandi banche diventano corporation industriali</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Mario Lettieri+ e Paolo Raimondi**</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Invece di essere sottoposte ad un processo di riorganizzazione e di ridimensionamento, le banche americane “too big to fail”, quelle troppo grandi per essere lasciate fallire, hanno bypassato tutte le limitazioni e i controlli (i Chinese walls), che separavano il sistema bancario da quello commerciale, per “invadere” e impossessarsi di ampi settori dell’economia reale. Altro che riforma del sistema bancario! Esse stanno penetrando le sfere commerciali non finanziarie, allargando i loro business nei settori di produzione e di distribuzione dell’energia, delle materie prime e delle imprese di pubblici servizi. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Una recente indagine fatta da parlamentari americani, concentrata in particolare sulle nuove attività commerciali svolte dalla JP Morgan Chase, la banca Usa numero uno, dalla Goldman Sachs e dalla Morgan Stanley, ha portato ad una richiesta di intervento e di controllo da parte della Federal Reserve. Però la stessa Fed è messa sotto osservazione per il suo coinvolgimento in simili processi.  Orami è evidente che le banche in questione si stanno trasformando in grandi corporation e multinazionali. Gli effetti dirompenti per l’economia industriale potrebbero essere imprevedibili e incalcolabili.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La JP Morgan Chase, per esempio, gestisce in California la distribuzione dell’energia che è prodotta da impianti da essa posseduti. In atto c’è un’indagine per provare se abbia anche manipolato i prezzi delle bollette di energia. Si ricordi che in passato la Enron, la multinazionale dell’energia, fallì per aver “giocato” con la speculazione in derivati. La JP Morgan ora sembra percorrere la strada al contrario, dalla finanza alla produzione e ai servizi legati all’energia.</strong></p>
<p><strong>La Goldman Sachs starebbe facendo incetta di grandissime quantità di alluminio accumulate in attesa che il mercato lieviti. In merito riteniamo di dover segnalare che la Coca Cola, grande utilizzatore di lattine in alluminio, avrebbe presentato uno specifico esposto presso il London Metal Exchange, la borsa delle materie prime di Londra. </strong></p>
<p><strong>La GS starebbe anche espandendo le sue attività alla gestione dei porti, degli aeroporti e delle autostrade a pedaggio, nonché alla commercializzazione di materie prime strategiche, compreso l’uranio, e di altre risorse energetiche.</strong></p>
<p><strong>La Morgan Stanley starebbe diventando sempre più una multinazionale del petrolio. Nel giugno 2012 avrebbe importato negli Usa 4 milioni  barili. Anch’essa è impegnata nella produzione e nel commercio di materie prime, metalli e materiali preziosi. Possiede centri di produzione e di distribuzione di energia elettrica e di gas anche in  Europa. E’ coinvolta anche nei settori dei trasporti e della logistica.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Più volte è stato evidenziato che le tre suddette banche sono coinvolte nelle operazioni internazionali in derivati finanziari, anche in quelli sulle commodity, sulle materie prime e sui prodotti alimentari. Ciò oggettivamente rivela un evidente conflitto di interessi.</strong></p>
<p><strong>In questo modo le grandi banche americane purtroppo dettano legge e comportamenti all’intero mondo bancario globale, spostandolo dai servizi finanziari alle attività commerciali e a quelle di gestione e di produzione industriale. </strong></p>
<p><strong>Di conseguenza i rischi vengono accresciuti, sia per la possibilità di manipolazione dei prezzi e sia per le inevitabili ricadute di eventuali crisi bancarie sui rifornimenti industriali.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo la crisi finanziaria le 5 maggiori banche americane, la JP Morgan Chase, la Bank of America, la Citigroup, la Wells Fargo e la Goldman Sachs, hanno ingigantito i loro bilanci e i loro business. Nel 2007 possedevano asset pari al 43% del Pil americano. Alla fine del 2011 gli asset erano pari al 56% del Pil, raggiungendo un ammontare di ben 8,5 trilioni di dollari. Tale concentrazione di potere finanziario ed economico sta mettendo a rischio anche il sistema delle banche regionali e di quelle che effettuano solo la raccolta di risparmio. </strong></p>
<p><strong>Più volte e in varie sedi si è affermato la necessità di riformare le istituzioni finanziarie “too big to fail”. Ma nulla si è fatto!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>*Sottosegretario all’Economia del governo Prodi **Economista </strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
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		<title>La nostra solidarietà a Berlusconi colpito in faccia da uno squilibrato. Ciò non toglie però che deve smetterla di mentire e che deve dimettersi. Ecco perché, e senza bisogno né di Spatuzza né dei Graviano</title>
		<link>http://www.pinonicotri.it/2009/12/la-nostra-solidarieta-a-berlusconi-colpito-in-faccia-da-uno-squilibrato-cio-non-toglie-pero-che-deve-smetterla-di-mentire-e-deve-dimmettersi-da-capo-del-governo-ecco-perche-e-senza-bisogno-ne-di-sp/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 23:02:11 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come spiegavo a una nostra forumista nel mio ultimo commento della puntata precedente, gli squilibrati esistono in tutto il mondo, ma ciò non toglie che colpire per giunta in pubblico un capo di governo, spaccandogli un labbro e rompendogli un dente, come è successo a Berlusconi, è cosa grave e inammissibile. Per fortuna non ci sono state conseguenze drammatiche o tragiche, e per fortuna il gesto è frutto di uno squilibrato anziché dell’idiozia di un gruppetto “politico”, eventualità che avrebbe precipitato il Paese nel baratro: è chiaro infatti da troppi sintomi che nelle file del partito berluscon-bossiano non aspettano altro che poter “regolare i conti”. Immagino però che gli untori di professione soffieranno sul fuoco comunque sulle prime pagine dei giornali, e del resto Berlusconi paga bene i suoi mazzieri mediatici.</strong></p>
<p><strong>E che i suoi mazzieri si metteranno alacremente all’opara è già chiaro fin dalle prime parole attribuite a Berlusconi al pronto soccorso. Leggo infatti sul sito di un quotidiano:<br />
“Comunque Berlusconi, riferisce chi gli ha fatto visita, si è detto &#8220;amareggiato&#8221; per &#8220;questa campagna di odio nei miei confronti. Questo è il frutto &#8211; ha spiegato &#8211; di chi ha voluto seminare zizzania. Quasi me l&#8217;aspettavo&#8230;&#8221;. Berlusconi a tutti ha ripetuto di essere stato nei giorni scorsi nel mirino di una campagna di veleni. &#8220;Tutti dovrebbero capire che non è possibile oltraggiare un presidente del Consiglio, questa è la difesa delle istituzioni&#8221;. Al di là dell&#8217;amarezza, il Cavaliere ha sottolineato di non voler minimamente farsi impressionare dall&#8217;episodio. &#8220;Sono ancora qui e non mi fermeranno&#8221;”.<br />
Per parlare così ci vuole una bella dose di irresponsabilità e di faccia di bronzo. Se c’è qualcuno che conduce una campagna di odio è proprio lui, Berlusconi Silvio, che da mesi – anomalia unica nell’intero Occidente democratico &#8211;  accusa in continuazione i magistrati &#8211; fino alla Corte Costituzionale! – e ormai anche il presidente della Repubblica. </strong><span id="more-1718"></span><strong>Berlusconi dovrebbe piantarla di dire fesserie. Oltre a Bill Clinton che pur essendo presidente del Paese più potente del mondo si sottomise senza protestare a a interrogatori del magistrato e perfino a una visita medica per far controllare se davvero il suo “coso” fosse come lo aveva descritto una sua ex, c’è da ricordare che l’ottimo e abbondante Clemente Mastella è stato colpito con la cara “mogliera” da provvedimenti della magistratura quando era asse portante – ahinoi – del governo di centro-sinistra di Romano Prodi. Tant’è che il governo cadde, spalancando così le porta all’attuale governo Berlusconi, proprio per le vendicative dimissioni da ministro della Giustizia del poco clemente Clemente Mastella, tipo “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Purtroppo lui non è Sansone, mentre invece i filistei siamo noi italiani tutti. Pur essendo ministro della Giustizia, Mastella ebbe parole di fuoco contro la magistratura,  comportandosi più da pescivendolo o pizzaiolo che da ministro.</strong></p>
<p><strong>A proposito di disonesti, mazzieri, sicofanti e quacquaracquà di vario tipo e natura, mi chiedo con quale faccia i berluscones e il loro amato capo possano delirare che Berlusconi non deve dimettersi quando un suo avvocato, Gaetano Pecorella, allorché venne colpito dai magistrato Mastella, ministro della Giustizia del governo Prodi, subito suonò la tromba per gridare che “dopo quel che Mastella ha affermato in Parlamento sulla magistratura, non può restare al suo posto”. Capisco l’uso dei due pesi e due misure, capisco anche che ci sono facce come il culo e anche peggio, ma all’indecenza e al quacquaracquaismo dovrebbe esserci un limite.l</strong></p>
<p><strong>E’ capitato a Berlusconi, e certo ci dispiace, ma poteva capitare a chiunque, da Bersani e Di Pietro a Fini, ecc. Fa veramente orrore, tra il ridere e piangere, la corsa alle giaculatorie contro la “spirale di violenza” subito snocciolate da tutti: da Frattini, che da bravo irresponsabile dà la colpa alla “piazza violenta”, che chissà quale sarebbe, al presidente Napolitano, che ha esecrato la “spirale di violenza”, che anche questa chissà quale sarebbe . Purtroppo non è la prima volta che Napolitano prende una cantonata clamorosa. Se non ricordo male, un paio di anni fa invocò “uno scatto di indignazione dell’intera società” per quello che qualche giornale in malafede spacciò per una “lista di proscrizione di docenti ebrei”, mentre invece era tutt’altra cosa e il “pronto intervento della magistratura” finì in una bolla di sapone. Il baccano della “notizia” della (inesistente) “lista di proscrizione” fu immenso, se non paranoico, mentre la notizia che l’inchiesta finì in vacca non è mai stata neppure data. E’ il giornalismo (italiano), bellezza! Uno dei vari frutti della Memoria a senso unico e priva di memoria di un Paese con troppa gente dalle molte code di paglia.</strong></p>
<p><strong>Il fatto che Berlusconi sia stato fatto segno al gesto di uno squilibrato non mi evita di ripetere che per cacciarlo dal governo non c’è bisogno di Spatuzza. E neppure dell’altro dei due fratelli Graviano, visto che a smentire Spatuzza NON è stato il Graviano tirato in ballo da Spatuzza, ma quello di cui lui NON ha parlato. Il Graviano tirato in ballo da Spatuzza ha preferito NON rispondere alle domande dei magistrati. Non mi appassionano i romanzoni e i polpettoni giornalistico-giudiziari messi in scena da troppi miei colleghi, che magari fanno carriera mentre il Paese paga i danni del loro continuo gridare “al lupo, al lupo!”. Come hanno preso la cantonata del secolo con il “blitz” giudiziario del 7 aprile 1979,  così possono prenderne altre, magari – e perché no? &#8211; con Berlusconi. E finché certi giornali, comprese certe “grandi firme”, non si scusano pubblicamente per la cantonata di 30 anni fa non ritengo siano credibili su qualunque cosa scrivano. Il “mistero” della scomparsa di Emanuela Orlandi è un altro caso da manuale di come si possa menare il torrone e montare la panna montata sul nulla più assoluto. Per oltre 26 anni di fila! Con le notizie dei giornali ci vado con i piedi di piombo anche perché so – purtroppo – che alcune tragedie nazionali sono andate in modo – purtroppo – diverso da quello che dicono le relative vulgate di comodo.</strong></p>
<p><strong>Dicevo che per cacciare Berlusconi dal governo non c’è bisogno degli Spatuzza o dei Graviano. Ho già scritto in una puntata precedente che in un Paese civile basterebbe il suo tentativo di fare assegnare la poltrona di ministro della Giustizia al suo avvocato personale Cesare Previti ben sapendo – come ha scritto con sentenza definitiva la Cassazione – che lo aveva usato per corrompere almeno un magistrato romano e scippare così la Mondadori a Carlo Caracciolo e Carlo De Benedetti, cioè al Gruppo L’Espresso. Ora aggiungo che in un Paese civile per cacciare Berlusconi dal governo basta e avanza quanto rivelato dal Corriere della Sera giorni fa a firma del collega Salvatore Bragantini:</strong></p>
<p><strong>“Il conflitto d&#8217;interessi, sempre dimenticato, sempre riemerge; per chi ama l&#8217;Italia non è un bello spettacolo. La Fininvest, condannata in ottobre da una sentenza civile a pagare 750 milioni di euro alla Cir (holding di controllo del gruppo Espresso) deve rilasciare &#8211; per sospendere il pagamento in attesa dell&#8217;appello &#8211; una fideiussione di questo importo.<br />
La sentenza ha solo quantificato i danni subiti dalla Cir a causa della decisione definitiva sull&#8217;affare Mondadori; la società, ricordiamo, andò a Fininvest grazie alla decisione di un collegio di cui faceva parte il corrotto giudice Metta.<br />
Secondo notizie di stampa, ora Fininvest ha chiesto alle principali banche italiane di emettere la fideiussione; s&#8217;è creata così una situazione surreale. Il presidente del Consiglio, come imprenditore privato, deve dei denari ad una società privata, quotata in Borsa, e chiede alle banche del suo Paese di garantire il debito.<br />
Immaginiamo per un momento, se ci riusciamo, la scena. Obama che convoca a Washington il gotha bancario Usa: Blankfein di Goldman Sachs, Lewis di Bank of America, Mack di Morgan Stanley e Dimon di JPMorgan. Devono garantire un suo debito personale, insorto fra l&#8217;altro a seguito di una vicenda ben poco commendevole. Non sarebbe concepibile. In Italia purtroppo accade.<br />
Il senso dello Stato &#8211; o dell&#8217;opportunità &#8211; imporrebbe al premier di rivolgersi a banche estere, che non mancano certo e che sono prive di soggezione nei suoi confronti. È ancora in tempo a farlo. Le principali banche italiane vengono invece a trovarsi in una posizione più che imbarazzante, e dovranno decidere a tamburo battente: pare che la fideiussione vada emessa entro fine anno.<br />
Le imprese italiane in difficoltà per la crisi aspettano trepidanti di conoscere le condizioni alle quali la garanzia sarà, quasi inevitabilmente, concessa. A meno di improbabili ripensamenti, ci stiamo per allontanare, un altro po&#8217;, dalle norme non scritte della buona creanza economica. Così ci perdiamo tutti, a destra e a sinistra”.</strong></p>
<p><strong>Da notare che NESSUNO, neppure Berlusconi, ha smentito il gravissimo contenuto dell’articolo del Corriere&#8230;. Altro che le minchiate sulle “toghe rosse”.</strong></p>
<p><strong>Mentre in Italia ci dibattiamo in questa melma sempre più fetida, col rischio di affogarci o almeno intossicarci oltre il limite tollerabile, nessuno ha capito che la Cina offrendosi di salvare la Grecia dal crack economico ha mostrato di essere in grado più di quanto si pensasse di mettere una pesante ipoteca sul futuro dell’Europa. Dell’Europa che da troppo tempo sciala con il petrolio e le materie prime altrui, e che per poter continuare a farlo deve per esempio continuare a far finta di volere la pace in Medio Oriente o il benessere dell’Africa mentre invece se ne lava le mani, come del resto gli Usa: chiacchiere tante, elemosina meno di quel che si declama, fatti zero. Da notare che, come feci rilevare qualche mese fa, la Cina per la prima volta nella Storia s’è affacciata nel Mediterraneo con le navi da guerra. Con la scusa di proteggere le sue petroliere dai pirati somali, Pechino a dislocato qualche nave da guerra come se niente fosse in quello che una volta era il Mare Nostrum&#8230;.</strong></p>
<p><strong>E mi pare di avere già fatto notare a suo tempo che s’è offerto di comprare l’imbarco Marco Polo del porto di Venezia. Non so se mi sono spiegato: dal Marco Polo che da Venezia andava a scoprire la Cina e i suoi tesori siamo passati alla Cina che arriva a Venezia e si vuole comprare il Marco Polo. Altro che la tifoseria del pro o contro Berlusconi! Qui è la Storia che incombe, col fiato sul collo, non le mutande di Noemi o l’innocenza a tutti i costi del non innocente combinato disposto Berlusconi&amp;C.</strong></p>
<p><strong>Termino con una annotazione: Vittorio Feltri ha mostrato di che pasta è fatto, ammettendo tranquillamente che lo “scandalo” da lui utilizzato per rovinare non solo professionalmente Dino Boffo era in realtà, come sapevo e avevo scritto, una cazzata. “Una bagatella”, è stato il termine usato da Feltri. Bene. Che dire del “grande intellettuale cattolico” Vittorio Messori che in tandem con feltri ha accoltellato alla schiena Boffo scrivendone feltrianamente sul Corriere della Sera? Il cattolicume papalino è da sempre sinonimo di ipocrisia. Ma anche qui non dovrebbe esserci un limite?</strong></p>
<p><strong>Post Scriptum</strong></p>
<p><strong>1) Intanto i cinesi si offrono di acquistare anche gli impianti Fiat in difficoltà&#8230; magari sostituiremo Torno con Pechino, visto che fa anche rima.</strong></p>
<p><strong>2) A suo tempo a Togliatti spararono per ucciderlo, e per poco non ci riuscirono. Mi pare che lo sparatore si chiamasse Pallante e a differenza di Massimo Tartaglia NON era uno squilibrato. Eppure né Togliatti né il suo partito né i comunisti italiani misero in piedi questa macchina di allarmismo massmediatico e di incitamento alla risposta violenta.</strong></p>
<p><strong>3) Per chi ci governa è ormai violenza anche il semplice partecipare a manifestazioni pacifiche come il &#8220;No Berlusconi Day&#8221; e fare giornalismo critico. Questi politici da quattro soldi (in realtà da molto di più&#8230;.) sono più coglioni e pericolosi dei fascisti, sono il nulla che vuole pontificare.<br />
</strong></p>
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