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	<title>ArruotaLibera</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l&#039;ipocrisia e l&#039;uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Fmi: la ricetta trumpiana per l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 22:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Fmi: la ricetta trumpiana per l’Europa di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Il rapporto del Fmi sullo stato di salute economica dell’Europa presentato recentemente a Bruxelles invita i Paesi dell’Unione ad adottare tagli nella spesa pubblica, in particolare pensioni, assistenza e sanità. Lo ha affermato il direttore del Fondo monetario internazionale Europa, Alfred Kammer. Un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fmi: la ricetta trumpiana per l’Europa</p>
<p>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>Il rapporto del Fmi sullo stato di salute economica dell’Europa presentato recentemente a Bruxelles invita i Paesi dell’Unione ad adottare tagli nella spesa pubblica, in particolare pensioni, assistenza e sanità. Lo ha affermato il direttore del Fondo monetario internazionale Europa, Alfred Kammer. Un messaggio che fa a pugni con quanto da lui dichiarato in una precedente intervista alla Reuters dove aveva sostenuto la necessità di aumentare le spese per la difesa. Quanti bilanci convivono nelle teste del Fmi? E’ l’inquietante domanda che ci si pone.</p>
<p>Lo studio sostiene che il livello del debito pubblico è diventato insostenibile, in particolare in Italia, Francia e Germania. Con le attuali politiche fiscali, nel 2040 la media europea del rapporto debito/pil raddoppierebbe, raggiungendo il 130%. Tra le cause dell’aumento sono stati evidenziati l&#8217;invecchiamento della popolazione, i relativi costi sanitari e il crescente fabbisogno finanziario per la sicurezza energetica e la difesa.</p>
<p>Il debito più elevato porterebbe a una minore crescita economica, a tassi d’interesse più elevati sui titoli di Stato e a condizioni di finanziamento peggiori per le imprese e le famiglie. Inoltre, temendo un aumento della tassazione, probabilmente le aziende diventerebbero più restie a investire.</p>
<p>Il Fmi ritiene sostenibile un rapporto medio debito/pil in Europa del 90%. Naturalmente questo valore varia da paese a paese. Oggi in Italia è oltre il 137%. In ogni caso si sostiene che sono necessarie riforme strutturali che stimolino la crescita e i tagli alla spesa. </p>
<p>Alcuni paesi fortemente indebitati dovranno migliorare il loro saldo primario – la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi – di oltre cinque punti percentuali. &#8220;È un compito piuttosto arduo&#8221;, ha ammesso Kammer. Se la ricetta del Fmi fosse applicata pienamente in Italia, sarebbe la morte della nostra economia.  </p>
<p>Il Fmi evidentemente si fa portavoce dei programmi di Trump nei confronti dell’Europa “spendacciona” che vivrebbe alle spalle degli Usa. Il messaggio è semplice: ripensare radicalmente il modello di stato sociale per far posto alle spese per la difesa. La pressione per tagliare la spesa è così forte che un quarto dei paesi europei dovrà andare oltre le strategie tradizionali. &#8220;Se tutti i paesi europei riducessero la quota di finanziamento pubblico destinata a sanità, istruzione, pensioni, infrastrutture e sicurezza energetica, portandola alla media Ocse, ciò potrebbe generare risparmi medi fino al 3% del pil&#8221;, ha detto Kammer.</p>
<p>Il documento sostiene anche che per promuovere la crescita nell&#8217;Ue si dovrebbero ridurre le barriere all&#8217;interno del mercato unico europeo che, secondo il Fmi, equivarrebbero a una tariffa del 44% sulle merci. Anche se non si può negare il permanere di certe barriere nazionali, la cifra è veramente sproporzionata. Sembra più una lettura trumpiana, che si è sentita innumerevoli volte, piuttosto che l’oggettiva valutazione della realtà economica e commerciale europea. </p>
<p>Da notare che nell’intervista con la Reuters, mentre sosteneva di ridurre la spesa pubblica per il welfare, Kammer raccomandava, invece, di finanziare l’aumento degli investimenti nei settori della difesa e dell’energia attraverso l’utilizzo del debito comune europeo. Un debito comune europeo di 800 mld di euro era stato realizzato opportunamente per sostenere l’economia colpita dal Covid. Dopo di che l’idea è stata osteggiata da parecchi governi e per il momento accantonata. Il Fmi propone di raddoppiare gli investimenti per la difesa e per l’energia, un programma di “beni pubblici” come li chiama Kammer, che farebbe aumentare il pil europeo.  </p>
<p>Kammer ha anche asserito che &#8220;l&#8217;Ue non ha un mercato dei capitali sufficientemente forte… Esso è frammentato lungo linee nazionali, prive di un asset sicuro, veramente grande e liquido&#8221;. Purtroppo, un’affermazione vera! </p>
<p>Lo stock di obbligazioni in circolazione nell&#8217;area dell&#8217;euro emesse dai governi è pari a 13.000 mld di euro, di molto interiore ai 30.000 mld di dollari del mercato dei titoli emessi dal Tesoro statunitense. Kammer vede quindi spazi per un nuovo indebitamento, ma solo per la difesa. Allora quale è la ricetta del Fmi per l’Europa: tagliare le spese per contenere il debito pubblico o aumentare il debito per finanziare il riamo? </p>
<p>La credibilità storica del Fmi e delle sue proposte per i vari paesi del mondo è molto bassa e non merita di essere seguita. Una cosa è chiara: lo sviluppo e la ricchezza dell’Europa sono il risultato dell’applicazione delle politiche dell’economia sociale di mercato che non possono essere sovvertite da irrealistici progetti e fantasie di guerra. </p>
<p>Bisogna lavorare per rimettere insieme i cocci della pace!<br />
*già sottosegretario all’Economia **economista</strong></p>
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		<title>La Bce lavora per la sovranità monetaria digitale</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 16:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Bce]]></category>
		<category><![CDATA[FED]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità digitale monetaria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** La leadership politica dell’Unione europea, a cominciare dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, si è, purtroppo, sottomessa alle mattane economiche, sui dazi e molto altro, del presidente Trump. Sembra che, invece, la Banca centrale europea stia assumendo un ruolo di confronto più deciso. Non è sorprendente, poiché [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p><strong><strong><strong>La leadership politica dell’Unione europea, a cominciare dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, si è, purtroppo, sottomessa alle mattane economiche, sui dazi e molto altro, del presidente Trump. Sembra che, invece, la Banca centrale europea stia assumendo un ruolo di confronto più deciso. Non è sorprendente, poiché i banchieri e gli economisti possono, se vogliono, comprendere meglio gli effetti di determinate politiche. Tra gli interventi più incisivi vi sono quelli dell’italiano Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce.</p>
<p>Lo scontro è sul ruolo chiave delle infrastrutture dei pagamenti e dei mercati finanziari. Se queste si bloccano, l&#8217;intero sistema è a rischio con ripercussioni su famiglie, aziende e governi. Quando i pagamenti falliscono, è la banca centrale che deve intervenire per preservare la stabilità.</p>
<p>Due esempi. Con il blackout elettrico nella penisola iberica del 28 aprile anche i pagamenti digitali crollarono. La spesa con carte di credito diminuì di oltre il 40%, l&#8217;e-commerce scese del 50% e i consumi complessivi in Spagna crollarono di un terzo in un solo giorno. I cittadini si sono rivolti al contante, alla moneta della banca centrale. Nel marzo 2023, la Silicon Valley Bank perse 42 mld di dollari di depositi in un solo giorno. Fu la più grande e rapida corsa agli sportelli bancari nella storia degli Stati Uniti. Senza l&#8217;intervento immediato della Federal Reserve e della Federal Deposit Insurance Corporation, che garantirono tutti i depositi e lanciarono un nuovo programma di finanziamento, il crollo della Silicon Valley Bank avrebbe potuto innescare una fuga più ampia dei depositanti di altre banche, sfociando in un panico sistemico.<br />
Nel mondo odierno, caratterizzato da frammentazione geopolitica, protezionismo, rapidi cambiamenti tecnologici e crescenti minacce informatiche, il rischio di sconvolgimenti è in aumento.</p>
<p>La frammentazione favorisce anche la tentazione di trasformare in armi le dipendenze esistenti. La Bce avvisa che l&#8217;Europa è particolarmente esposta. Tra il 2019 e il 2024 la quota di contante utilizzata nei punti vendita nell&#8217;area euro è scesa dal 72% al 52% in termini di volume e dal 47% al 39% in termini di valore. Oggi, il 65% dei pagamenti con carta di credito è elaborato da due società non europee, Visa e Mastercard entrambe americane, e 13 dei 20 paesi dell&#8217;area euro si affidano interamente a questi sistemi internazionali. Anche le app di pagamento mobile, ampiamente controllate da aziende tecnologiche globali, di fatto statunitensi, stanno guadagnando terreno, rappresentando già quasi il 10% delle transazioni al dettaglio. Queste tendenze pongono interrogativi strategici per la sovranità finanziaria dell&#8217;Europa, soprattutto in un mondo in cui l&#8217;accesso alle infrastrutture finanziarie può essere limitato da sanzioni usate come strumento di coercizione. Per esempio l’accesso allo Swift, la piattaforma che regola e permette le transazioni finanziarie.</p>
<p>La seconda fonte di rischio è l’innovazione tecnologica che sta trasformando la natura stessa del denaro e dei servizi finanziari. Le stablecoin globali denominate in dollari e in altre monete estere e le criptovalute, se ampiamente adottate, potrebbero minare la sovranità monetaria europea. Inoltre, la digitalizzazione della finanza sta ampliando i rischi della sicurezza informatica. In un recente sondaggio, tre banche centrali su cinque dell’area euro hanno segnalato un aumento della frequenza degli attacchi informatici ai propri sistemi finanziari solo nell&#8217;ultimo anno.</p>
<p>In questo contesto la Bce e le banche centrali europee si sono poste alcune priorità. In primo luogo, fungere da garante di ultima istanza. Quando i mercati si bloccano, quando i pagamenti vacillano e quando la fiducia svanisce, è la banca centrale che deve intervenire per evitare il collasso. In secondo luogo, migliorare le funzioni di vigilanza e di controllo sulla finanza privata. Il terzo aspetto, quello più strategico, è la realizzazione di un euro digitale che consentirebbe agli europei di operare in qualsiasi momento con un mezzo di pagamento digitale universalmente accettato, anche in caso di gravi interruzioni. La continuità operativa sarebbe garantita dalla distribuzione e dal re indirizzamento automatico delle transazioni su tre diverse regioni, ciascuna dotata di più server. Inoltre, si prevede il funzionamento offline dell&#8217;euro digitale, consentendo di fare pagamenti anche in caso di interruzione della connettività internet o di accesso limitato alle reti di distribuzione fisica del contante.</p>
<p>Ciò è quanto afferma la Bce. Secondo noi, anche se con un linguaggio soft, tale da non suscitare immediate reazioni d’attacco d’oltreoceano o indurre a indesiderati timori tra i cittadini europei, la Bce sta effettivamente lavorando per sottrarsi al controllo e ai possibili ricatti finanziari americani e internazionali creando dei meccanismi di difesa e delle reali contromisure.<br />
“L’euro digitale non è solo un mezzo di pagamento; è anche una dichiarazione politica riguardante la sovranità dell’Europa”. Sembrerà strano, ma l’affermazione viene dalla presidente della Bce Christine Lagarde.</strong></strong></strong></p>
<p><em>*già sottosegretario all’Economia  **economista</p>
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		<title>IL NUOVO ORDINE PREME</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Sep 2025 16:07:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pino Nicotri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Shanghai Cooperation Organization]]></category>

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		<description><![CDATA[SCO: IL NUOVO ORDINE PREME di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** Tanto ha fatto per tenerli separati che alla fine li ha uniti. Questo è il risultato più importante del summit dei paesi membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco) appena finitosi a Tianjin, in Cina. Si potrebbe dire che è l’unico “successo” incontrastato di Donald [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SCO: IL NUOVO ORDINE PREME<br />
di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**</p>
<p>Tanto ha fatto per tenerli separati che alla fine li ha uniti. Questo è il risultato più importante del summit dei paesi membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco) appena finitosi a Tianjin, in Cina. Si potrebbe dire che è l’unico “successo” incontrastato di Donald Trump, perché tutte le altre sue politiche sono state sfidate e sono dibattute nei tribunali americani.<br />
Lo Sco, un organismo intergovernativo creato nel 2001 per coordinare le politiche di sicurezza nelle regioni asiatiche, oggi vede la partecipazione di 10 Stati. Rappresenta un terzo del pil mondiale in parità di potere d’acquisto (ppp) e il 43% della popolazione del pianeta. A volte, molto superficialmente, è presentato come “l’anti Nato”. </p>
<p>A Tianjin c’era il gotha dei “nemici dell’Occidente”, come certi solerti propagandisti, assidui lettori di “veline”, li definiscono. Il padrone di casa, il presidente cinese Xi Jinping, ha ricevuto solennemente il presidente russo Vladimir Putin. Ma ancora più importante è la partecipazione del primo ministro indiano Narendra Modi, che, superando le storiche differenze sino-indiane, ha così risposto al provocatorio 50% di dazi di Trump.  </p>
<p>La Dichiarazione finale contiene delle novità importanti. Non si disconoscono le tensioni geopolitiche con i loro effetti sull’economia globale. Certamente è stata rilevata l’importanza della collaborazione nella lotta al terrorismo e ai traffici di droga e l’impegno a risolvere i conflitti in modo pacifico e diplomatico. Ma i capi di Stato dello Sco hanno voluto fortemente evidenziare che la sicurezza nella regione si garantisce soprattutto attraverso la cooperazione e lo sviluppo economico. Interessante notare che le parole “dazi” e “tariffe” non sono mai apparse nella Dichiarazione! E’ stata, invece, approvata la strategia di lungo termine, la &#8220;SCO Development Strategy for the next 10 Years (2026-2035)”, con progetti e politiche di sviluppo che verranno dettagliati nel tempo. </p>
<p>In primo luogo si sostengono la “riforma del sistema di governance economica globale e il rafforzamento di un sistema multilaterale del commercio non discriminatorio e basato su principi e regole riconosciute internazionalmente”. Si richiedono anche una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e un maggiore ruolo dei paesi in via di sviluppo nel Fondo monetario internazionale e nella Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. </p>
<p>Sono già in atto iniziative per creare un “meccanismo Sco per il credito all’esportazione e per gli investimenti”. Per promuovere la cooperazione finanziaria tra i paesi membri è stata evidenziata la realizzazione della “Roadmap for expanding the share of local currency settlements among the member States” già delineata nel summit di Samarcanda nel 2022. In altre parole l’uso delle monete locali nei commerci e nei regolamenti interni allo Sco. E’ stata anche decisa la realizzazione di una Sco Development Bank. Come si può notare, nei programmi economici l’Organizzazione segue le stesse tracce già sperimentate dai paesi Brics e dalla loro New development bank.</p>
<p>La cooperazione economica e scientifica tocca tutti i settori, compreso quello dell’intelligenza artificiale e del digitale. Una particolare attenzione è posta all’energia, alla logistica e alle infrastrutture dei trasporti. Si rileva l’urgenza di realizzare nuovi corridoi internazionali di trasporto e di migliorare l’efficienza di quelli già esistenti, in particolari i corridoi conosciuti come “Nord-Sud e “Est-Ovest”. La cooperazione energetica nel settore degli idrocarburi è fortemente cresciuta in particolare tra Russia, Cina, Iran e India. </p>
<p>Naturalmente la Dichiarazione menziona tutti gli Stati che sostengono la Belt and Road Initiative (Bri) cinese, la Nuova via della seta. L’India ovviamente non è citata. La Bri è affiancata alla costruzione dell’Eurasian economic union, a guida russa. Si intende anche creare una “Greater Eurasian Partnership” che coinvolga i paesi dell’Asean, altre nazioni e meccanismi multilaterali.<br />
Indubbiamente le differenze e anche le tensioni tra i paesi membri dello Sco non sono scomparse. L’attuale stabilità potrebbe essere messa in discussione da inaspettati eventi geopolitici, da provocazioni e da sabotaggi. Tutti strumenti utilizzabili da chi opera per una “terza guerra mondiale a pezzi”, come ammoniva papa Francesco. Per l’Europa il summit di Tianjin potrebbe essere una lezione e un’indicazione: l’unità si costruisce se non ci si sottomette a diktat provocatori e irrazionali. </p>
<p>Il multilateralismo moderno, necessario e concreto, non può e non deve escludere nessuno, ma occorrono istituzioni, regole e vincoli che valgano per tutti. Non a caso, di fronte ai boicottaggi e ai dazi di Trump, la Dichiarazione finale fa esplicito riferimento alle Nazioni Unite e all’Organizzazione mondiale del commercio, le due istituzioni maggiormente rappresentative. Il terreno è pronto per un vero nuovo ordine mondiale, in cui vecchi e nuovi protagonisti siedano alla pari.</p>
<p>*già sotttosegretario all’Economia **economista<br />
</strong></p>
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		<title>Quale futuro?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 May 2025 05:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo i classici del marxismo lo Stato va considerato come uno strumento provvisorio per vincere la resistenza di chi vuol continuare a vivere sfruttando il lavoro altrui, e che, per poterlo fare, è disposto a chiedere aiuto a forze esterne. Secondo me però, una volta compiuta la rivoluzione o vinta la guerra civile, bisogna pensare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo i classici del marxismo lo Stato va considerato come uno strumento provvisorio per vincere la resistenza di chi vuol continuare a vivere sfruttando il lavoro altrui, e che, per poterlo fare, è disposto a chiedere aiuto a forze esterne.<br />
Secondo me però, una volta compiuta la rivoluzione o vinta la guerra civile, bisogna pensare subito a quali basi concrete porre in essere per smantellare lo Stato in maniera progressiva. Anzi, sul piano teorico bisogna pensarci prima, per non trovarsi impreparati dopo.<br />
La nuova società civile dovrà assumersi la responsabilità di eliminare, in quanto pericoloso, il fardello che impedisce una vera liberazione sociale, un’autentica emancipazione delle masse popolari. Qualunque istituzione statale, fosse anche la più innocua o, in apparenza, la più utile, rappresenta una forma di espropriazione della libertà personale.<br />
Le cose non funzionano delegandone la gestione a persone specifiche, ma assumendole in proprio, in tutte le loro sfaccettature. Cioè la responsabilità personale non può essere delegata, se non in maniera molto limitata, soprattutto nelle funzioni e nel tempo. Neanche la rivoluzione può essere delegata a un partito destinato a occupare le leve dello Stato.<br />
Il centralismo va smantellato. “Centralismo democratico” diventa molto presto una contraddizione in termini. La società civile deve essere in grado di autogovernarsi e di autodifendersi. Lo Stato può servire solo nella fase iniziale, che inevitabilmente sarà quella più cruenta. Ma una volta che il nemico, interno o esterno, avrà capito con chi ha a che fare, bisognerà porre le condizioni favorevoli all’autogestione della società, che inevitabilmente dovrà basarsi sulla democrazia diretta.<br />
Il perno attorno a cui deve ruotare l’edificazione del socialismo democratico è la comunità locale, padrona non solo di tutti i principali mezzi produttivi, ma anche della facoltà di gestirli in autonomia, senza dover sottostare a direttive che provengono dall’alto. Le infinite comunità locali devono essere lasciate libere di interagire tra loro, come meglio credono. Non può esistere un ente o un’istituzione che dall’esterno stabilisce i loro rapporti, regolamenta le loro leggi o dirime le loro controversie. Se queste controversie ci sono, gli stessi interessati devono pensare a come risolverle.</p>
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		<title>Facile scenario</title>
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		<pubDate>Sat, 24 May 2025 06:07:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’inizio del progressivo crollo del sistema capitalistico occidentale si può far risalire, simbolicamente, all’abbattimento delle Torri Gemelle nel 2001, cui il Deep State americano non fu certo estraneo. Beninteso non sta crollando il capitalismo in sé, ma solo la sua forma occidentale, quella dell’anglosfera, sommamente individualistica. Nell’occidente collettivo il ruolo dello Stato è incidentale, tant’è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’inizio del progressivo crollo del sistema capitalistico occidentale si può far risalire, simbolicamente, all’abbattimento delle Torri Gemelle nel 2001, cui il Deep State americano non fu certo estraneo.<br />
Beninteso non sta crollando il capitalismo in sé, ma solo la sua forma occidentale, quella dell’anglosfera, sommamente individualistica.<br />
Nell’occidente collettivo il ruolo dello Stato è incidentale, tant’è che i tanti statisti (spesso privi di vere competenze) vanno e vengono con molta disinvoltura. D’altra parte la politica deve considerarsi al servizio dell’economia (e oggi soprattutto della finanza), per cui i veri “signori del mondo” sono altrove.<br />
Le ultime crisi del capitalismo occidentale sono tutte finanziarie: quella più significativa è esplosa nel 2008, coi subprime americani, che ha coinvolto tanti Paesi occidentali, le cui banche, ancora oggi, sono piene di titoli tossici, inesigibili.<br />
A questa crisi, durata un decennio, gli USA hanno risposto in due modi: internamente, indebitandosi all’estremo, cioè stampando dollari a volontà, come se nulla fosse; esternamente, provocando la pandemia da Covid, attraverso i loro biolaboratori: in tal modo veniva colpito il mondo intero.<br />
Il capitalismo è entrato in crisi sul piano industriale, poiché non è più competitivo con l’economia cinese, che pur lo stesso occidente ha contribuito a creare, nella convinzione, rivelatasi illusoria, di poter tenere la Cina economicamente sottomessa per almeno un secolo. Ora invece produce qualunque cosa a prezzi imbattibili, avendo un costo del lavoro di molto inferiore al nostro e molte più materie prime.<br />
In questo momento sono gli USA a trovarsi in gravi difficoltà: il debito pubblico è altissimo; lo Stato sociale quasi non esiste; non vi è abitudine al risparmio, ma, al contrario, a spendere al di sopra delle proprie capacità; il petrodollaro è in fase di smantellamento grazie ai BRICS+; la perdita di fiducia nella loro solidità obbliga a tenere i tassi d’interesse molto alti (il che non fa che aumentare il debito); si stampano continuamente banconote che valgono sempre meno; ci s’illude di potersi reindustrializzare velocemente imponendo dazi anacronistici (e autolesionistici) al resto del mondo; per dimostrare che si è ancora la prima economia del mondo, si ricorre a sanzioni, embarghi, minacce d’ogni genere, destabilizzando i commerci mondiali; e naturalmente si fomentano guerre ovunque sia possibile.<br />
L’URSS implose per l’assenza del benessere capitalistico; l’occidente sta crollando per averne avuto troppo, usando mezzi e metodi violenti, illegali, cui oggi tutti gli altri vogliono opporsi.<br />
Dopo essere finita in bancarotta, per aver adottato il capitalismo privato occidentale, oggi la Russia, col capitalismo statale di Putin, è in netta ripresa.<br />
Piuttosto è l’occidente a essere privo di una qualche alternativa al proprio declino. Il socialismo statale di Russia e Cina era imploso senza causare guerre a potenze straniere. Invece l’occidente collettivo sta facendo proprio il contrario, forse perché, in definitiva, non può fare a meno del colonialismo, né di scaricare all’esterno il peso dei propri fallimenti. Ha bisogno assolutamente di crearsi dei nemici. In Medio oriente sono i palestinesi (fino a ieri erano gli islamici in senso lato); in Ucraina sono i russi; in Asia sono i cinesi; in Africa i Paesi che si ribellano al vecchio e nuovo imperialismo europeo.<br />
Con un occidente così la guerra sembra essere alle porte. Ma sarebbe un errore pensare che la soluzione ai nostri problemi possa venire dall’esterno. L’occidente deve trovare in se stesso la forza per cambiare in maniera significativa, garantendo libertà e sicurezza al resto del mondo.</p>
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		<title>Russia, Cina e Occidente collettivo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2025 05:35:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Russia non ha assolutamente la stessa capacità della Cina di condizionare il mondo dal punto di vista economico e finanziario. Non ha sviluppato l’industria leggera quando esisteva il socialismo statale, e fino alla guerra in Ucraina non si preoccupava di dipendere dalle aziende straniere per la fornitura di tantissimi beni industriali. Ciò in quanto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La Russia non ha assolutamente la stessa capacità della Cina di condizionare il mondo dal punto di vista economico e finanziario. Non ha sviluppato l’industria leggera quando esisteva il socialismo statale, e fino alla guerra in Ucraina non si preoccupava di dipendere dalle aziende straniere per la fornitura di tantissimi beni industriali. Ciò in quanto era convinta che, grazie alle sue enormi risorse energetiche, vendute a buon mercato, i Paesi occidentali sarebbero stati dei folli a privarsene per qualche motivo ideologico o militare.<br />
Solo quando queste aziende sono andate via dal suo territorio, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha cominciato a sostituirle, o in proprio o facendo entrare aziende straniere non occidentali. Ma i suoi veri progressi restano quelli sul piano militare. E naturalmente resta potente sul piano energetico, anche se le sanzioni occidentali l’hanno inevitabilmente danneggiata.<br />
È evidente, per motivi geografici, che la UE tema militarmente di più la Russia che la Cina. Questo perché è un Paese europeo che potrebbe politicamente condizionare altri Paesi europei e che potrebbe impedire a questi Paesi di espandersi militarmente verso oriente. La teme anche perché nella UE il capitalismo statale è in via di smantellamento dagli anni ’80: cosa sempre più evidente da quando abbiamo creato l’Unione Europea vera e propria, che praticamente è in mano a delle oligarchie private.<br />
Ma sul piano produttivo, cioè economico, il terrore per noi resta la Cina, perché fa passi da gigante in tempi brevissimi, avendo molte più risorse, umane e materiali, di qualunque altro Paese al mondo. E quando un Paese come la Cina ti entra in casa sul piano economico, finanziario e commerciale, è inevitabile aspettarsi che prima o poi ti chieda il conto anche sul piano politico.<br />
È vero, la Russia al momento sembra avere più prestigio al mondo, in quanto combatte da sola contro l’occidente collettivo, aiuta militarmente a liberarsi del colonialismo occidentale, fornisce aiuti umanitari a chiunque li chieda (spesso a titolo gratuito), e porta avanti il discorso sul multipolarismo, condiviso da tantissimi Paesi. Tuttavia se c’è un Paese destinato a ereditare (superandoli) gli sviluppi tecnico-scientifici, economico-finanziari e commerciali del capitalismo occidentale, è la Cina. Su questo non si possono avere dubbi.<br />
È anche vero che in Cina sembra esistere un regime più autoritario di quello russo, più lontano da quello della democrazia rappresentativa occidentale. Peraltro in Cina non si potrebbe parlare, al momento, di “capitalismo statale” vero e proprio, come l’abbiamo conosciuto noi in Europa. Sarebbe meglio parlare di “socialismo mercantile”, poiché esiste un’ideologia ufficiale, quella del materialismo storico-dialettico, statalizzata a partire dal maoismo, e revisionata, significativamente, a partire da Deng Xiaoping, che ha occidentalizzato la Cina, dando più peso all’economia che non all’ideologia. A dir il vero in Cina l’elemento del collettivismo fa parte di una cultura ancestrale. Si potrebbe anzi dire che la Cina è socialista proprio in quanto è sempre stata collettivistica.<br />
Viceversa, il socialismo scientifico non ha più una rilevanza significativa in Russia. Semmai qui esiste un’idea di “collettivismo” non meno antica, ma più che altro nella sua area asiatica. E comunque l’ideologia di Putin non ha nulla a che fare col socialismo. Si configura di più come un “nazionalismo ortodosso”, aperto ad altre confessioni religiose, dove il patriottismo, l’eroismo, il sacrificio di sé giocano, come valori collettivi, un ruolo fondamentale. Di qui l’importanza che si concede al militarismo, arma strategica con cui difendersi dalle mire imperiali dell’occidente.<br />
Sotto questo aspetto né la Russia né la Cina costituiscono per l’occidente dei modelli da imitare, se non negli aspetti dell’efficienza produttiva e militare. Per es. la capacità che il regime cinese ha di controllare la popolazione suscita una certa ammirazione da parte delle élite occidentali, sempre più intenzionate a trasformare la democrazia formale in una dittatura reale del capitale.<br />
Infatti, se andiamo avanti così, il destino dell’Unione Europea (che si configura come destino di un capitalismo sempre più privatizzato imposto a tutti i Paesi che fanno parte di questa entità politica) non sarà molto diverso da quello degli Stati Uniti e degli altri Paesi dell’occidente collettivo: sarà sicuramente un destino tragico.</p>
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		<title>Rubio e le solite minacce americane</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2025 07:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che non esiste una soluzione militare al conflitto tra Russia e Ucraina. Questa guerra non si concluderà militarmente, ma diplomaticamente. Questo è davvero un modo strano di ragionare. Sembra quasi una minaccia. Gli USA non capiscono che l’operazione militare speciale prevedeva un confronto diretto tra Russia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che non esiste una soluzione militare al conflitto tra Russia e Ucraina. Questa guerra non si concluderà militarmente, ma diplomaticamente.<br />
Questo è davvero un modo strano di ragionare. Sembra quasi una minaccia. Gli USA non capiscono che l’operazione militare speciale prevedeva un confronto diretto tra Russia e Ucraina. Non era prevista una guerra tra Russia e NATO o tra Russia e Occidente collettivo.<br />
Sembra che gli USA, la UE, la NATO e l’intero Occidente vogliano dire alla Russia che se non rinuncia agli obiettivi iniziali di questo conflitto, cioè se non accetta di concluderlo pacificamente, mostrando che non può vincerlo sul piano militare, sarà inevitabile una escalation, oltre che un aumento delle sanzioni.<br />
Questi ancora non han capito che con Putin non è possibile ragionare così. Putin vuole garanzie per una pace sicura, che facciano sentire il suo Paese libero dall’incubo di poter essere colpito da armi a lunga gittata, scagliate dalle basi NATO. E nessuno gliele vuole offrire a priori. Eppure lui sa di averne diritto.<br />
Questi pensano di avere a che fare con una nullità come Eltsin o con un ingenuo come Gorbaciov. Ma a Putin non interessa affatto smembrare l’Ucraina. Non è questa la “soluzione finale”. Prima che scoppiasse il conflitto, nel febbraio 2022, Putin sarebbe stato disposto a che il governo di Kiev riconoscesse alle due piccole repubbliche di Donetsk e Lugansk un’autonomia equivalente a quella che l’Italia concesse al Sud-Tirolo. L’Ucraina poteva restare perfettamente integra. Se lui voleva il Donbass, non avrebbe aspettato otto anni prima d’intervenire.<br />
È stato l’appoggio della NATO a Kiev a fargli capire che doveva occupare i quattro oblast’ e che il conflitto poteva essere risolto solo sul campo e solo sulla base di una resa incondizionata. Secondo lui, in altre parole, più si va avanti e più dovrà essere la stessa NATO a rimetterci. Gli incontri diplomatici servono solo a far capire che il tempo per perdere tempo è finito. Chi vuol la guerra l’avrà. La Russia è pronta e non farà sconti a nessuno, anche perché il patrimonio militare acquisito in oltre tre anni viene considerato equivalente a quello che l’URSS acquisì dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa. È vero, i sovietici ebbero un numero incredibile di morti, ma alla fine si presero mezza Europa.<br />
Noi europei vogliamo ripetere questo scenario o siamo disposti a più miti consigli?</p>
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		<title>Orsini e io, su Russia e Ucraina</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2025 05:18:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sociologo Alessandro Orsini ha detto che Putin assai difficilmente porrà come argomento di trattativa con Kiev le sue tre richieste di sempre: non ingresso nella NATO, riconoscimento dei quattro Oblast facenti parte della Russia sin dal 30 settembre 2022, smilitarizzazione completa (o comunque sufficiente a una difesa non a un attacco contro la Russia). [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il sociologo Alessandro Orsini ha detto che Putin assai difficilmente porrà come argomento di trattativa con Kiev le sue tre richieste di sempre: non ingresso nella NATO, riconoscimento dei quattro Oblast facenti parte della Russia sin dal 30 settembre 2022, smilitarizzazione completa (o comunque sufficiente a una difesa non a un attacco contro la Russia).<br />
Tuttavia sull’ultima richiesta ha detto che Putin non può impedire che i Paesi europei diano armi a Zelensky. L’unico modo per impedirlo è conquistare Kiev e tutta l’Ucraina, ma Putin non vuole governare le regioni che odiano la Russia. L’Europa può sperare di ottenere che l’Ucraina conservi un esercito. Ma il pessimismo è doveroso perché Putin non concederà all’Ucraina di dotarsi di migliaia di missili della NATO a lunga gittata o di aerei di quarta e quinta generazione. Quindi in definitiva Putin non può trattare veramente, perché non è disposto a rinunciare a nessuno dei suoi obiettivi strategici.<br />
Naturalmente Orsini sa benissimo che neanche la UE vuole trattare veramente, in quanto sta cercando soltanto una tregua per riarmare l’Ucraina. Non può desiderare la pace perché la pace tra Russia e Ucraina passa attraverso la sconfitta militare o della Russia o della UE.<br />
Sono affermazioni semplici, le sue, ma calzanti. Possono apparire perentorie, ma sicuramente sono realistiche. Come anche queste:<br />
L’Ucraina ha combattuto una guerra terribile per entrare nella NATO, ma non entrerà nella NATO; ha combattuto per entrare nell’Unione Europea, ma non entrerà nell’Unione Europea; ha combattuto per difendere la propria integrità territoriale, ma sarà smembrata; ha combattuto per difendere le proprie città, che sono rase al suolo; ha combattuto per difendere la propria indipendenza, ma adesso è sottoposta alla doppia sferza padronale di Russia e Stati Uniti. L’Ucraina ha perso tutto.<br />
Ma perché si è arrivati a una conclusione così tragica? Orsini lo dice chiaramente: per la Russia la guerra in Ucraina è una guerra di popolo; per l’Europa è soprattutto la guerra di un’élite che deve nascondere il proprio fallimento. Gli europei non sono disposti a sacrificare una sola vita umana per l’Ucraina. I russi sono disposti persino alla guerra nucleare.<br />
Non vorrei aggiungere niente a queste sacrosante affermazioni. Salvo una considerazione: per me la Russia è già pronta per una guerra esplicita o diretta contro la NATO. Il conflitto con l’Ucraina l’ha addestrata in maniera sufficiente. La NATO è lontanissima dall’avere una capacità analoga. Anzi non ha nemmeno armi sufficienti per affrontare un conflitto di lunga durata. Trump l’ha capito subito, poiché gli USA sono abituati a fare le guerre. Gli statisti europei invece non l’hanno ancora capito, poiché malati di ideologia russofobica.<br />
Per me la Russia si sta preparando a sferrare un colpo demolitore nei confronti della NATO. Vuole fargliela pagare per tutti i soldati morti che ha avuto. Infatti se non ci fosse stata la NATO, davvero la guerra sarebbe stata soltanto una pura e semplice “operazione speciale”. E inizierà a muoversi là dove avverte le basi NATO con maggior fastidio: Finlandia, Svezia, Paesi Baltici, Mar Baltico, Polonia, Romania&#8230; In fondo Putin l’ha sempre detto: “Non vogliamo basi NATO ai nostri confini”.<br />
L’unica proposta che può fare a Zelensky potrebbe avere questo tenore (mi si perdonerà la franchezza): “Se non ti arrendi, raderemo al suolo Kiev e tutte le altre città dell’Ucraina, dando ovviamente ai civili il tempo di andarsene, poiché non siamo bestie come voi. Tu stesso quindi è meglio che te ne vai quanto prima, perché per te e per il tuo governo filonazista il tempo è scaduto. Non facciamo le parate muscolari per sport. Se vi arrendete subito, ci prenderemo solo la parte orientale del fiume Dnepr e l’Ucraina potrà continuare a esistere, altrimenti prenderemo tutto”. Ovviamente non gli spiegherà il motivo di questa improvvisa fretta, ma quello, se saprà smettere di recitare, lo capirà benissimo.</p>
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		<title>NEWS del 12 maggio 2025</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2025 05:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il capo del Consiglio di Stato della Crimea, Vladimir Konstantinov, ha detto che Mosca riprenderà i colloqui di pace direttamente con Kiev, visto che da Washington non ha ottenuto nulla di concreto. Il compromesso dovrà per forza essere basato, secondo lui, su una soluzione di tipo coreano. Nel senso che Kiev riconoscerà Zaporozhye, Kherson, Donetsk [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il capo del Consiglio di Stato della Crimea, Vladimir Konstantinov, ha detto che Mosca riprenderà i colloqui di pace direttamente con Kiev, visto che da Washington non ha ottenuto nulla di concreto.<br />
Il compromesso dovrà per forza essere basato, secondo lui, su una soluzione di tipo coreano. Nel senso che Kiev riconoscerà Zaporozhye, Kherson, Donetsk e Lugansk come appartenenti di fatto ma non di diritto alla Russia.<br />
Per me non sa quel che dice. Queste quattro regioni sono già state riconosciute da Mosca come facenti parte giuridicamente della Federazione Russa. Non credo assolutamente che Putin voglia tornare indietro, neanche se l’occidente rimuovesse tutte le sanzioni economiche e finanziarie che ha imposto al suo Paese. Putin non ha mai dato segni d’essere una persona venale. I territori conquistati col sangue dei propri militari non verranno ceduti in cambio di niente. E poi non farà mai alcun accordo con un presidente come Zelensky, il cui mandato è ormai scaduto da un anno.<br />
È vero, Putin ha chiesto a Erdoğan di organizzare a Istanbul nuovi negoziati diretti tra Mosca e Kiev, ma Kiev non è nulla senza l’appoggio occidentale. Qui si rischia di ripetere quanto successe nel 2022, allorché Kiev era sì disposta all’accordo, ma gli angloamericani glielo impedirono. Kiev potrà anche sembrare una città viva, con un proprio governo, un parlamento nazionale, ecc. Rappresenta però uno Stato morto, economicamente fallito ed enormemente corrotto, che se aprisse le proprie frontiere, vedrebbe espatriare tutti gli uomini abili per essere arruolati.</p>
<p>* * *</p>
<p>Mi è piaciuto Fico contro la Kallas. Nonostante gli Stati Baltici gli abbiano chiuso lo spazio aereo nel disperato tentativo di ostacolare la sua decisione di andare alla parata di Mosca, lui non si è fatto intimorire. È stato l&#8217;unico leader della UE ad avere avuto il coraggio di ignorare gli ordini di Bruxelles e di ricordare che la parola “sovranità” non è ancora un reato penale.<br />
Gliele ha cantate senza peli sulla lingua, dicendo:<br />
&#8211; In primo luogo, io sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell&#8217;Armata Rossa caduti per liberare la Slovacchia.<br />
&#8211; In secondo luogo, in qualità di alto funzionario della Commissione Europea, lei non ha assolutamente l&#8217;autorità di criticare il primo ministro di un Paese sovrano, che si impegna in modo costruttivo nell&#8217;intera agenda europea.<br />
&#8211; In terzo luogo, non sono d&#8217;accordo con la politica della nuova cortina di ferro a cui lei sta lavorando così intensivamente.<br />
&#8211; In quarto luogo, le chiedo come si possa fare diplomazia e politica estera se i politici non possono incontrarsi e condurre un normale dialogo su questioni su cui hanno opinioni diverse.<br />
La Kallas è una inadeguata al suo ruolo, esattamente come la von der Leyen. Il fatto però che le abbiano scelte indica una profonda limitatezza etica e politica nelle istituzioni rappresentative dell&#8217;intera Unione Europea.</p>
<p>* * *</p>
<p>La Forza di spedizione congiunta (JEF) della NATO sta organizzando la più grande esercitazione militare, detta “Tarassis 25”, in un&#8217;area che si estende dal Mar Baltico all&#8217;Atlantico settentrionale e all&#8217;Oceano Artico. JEF comprende Gran Bretagna, Danimarca, Paesi Bassi, Islanda, i tre Paesi Baltici e i tre Scandinavi.<br />
L&#8217;obiettivo principale è quello di mettere in pratica un attacco sincronizzato nel tempo e coordinato nello spazio contro la Russia lungo l&#8217;intera lunghezza del confine settentrionale, da Murmansk a Kaliningrad, distruggendo le forze operative e strategiche della Russia in grado di effettuare una rappresaglia o un contrattacco.<br />
I Paesi occidentali sono certi al 101% che la Russia “non oserà” utilizzare armi nucleari strategiche. In questo modo è possibile conquistare e annettere Kaliningrad e, con un po&#8217; di fortuna, San Pietroburgo e tutta la Carelia.<br />
Non capisco chi dia a questi Paesi la sicurezza che la Russia non userà le atomiche. I loro abitanti non sono imparentati coi russi, come succede con gli ucraini. È vero che nei Paesi Baltici ci sono parecchi russofoni, ma Putin non sarà così cinico da non avvisarli in tempo di espatriare prima che possa incenerire quelle nazioni in un batter d&#8217;occhio. O forse la NATO pensa di tenere i russofoni del Baltico come ostaggi?<br />
Negli anni scorsi i generali della NATO sembravano più consapevoli dei politici circa la forza militare della Russia. Ora mi devo ricredere. Ai nostri militari piace sicuramente giocare a Wargame o a Risiko, ma come fanno a essere sicuri di vincere? Non lo sanno che i russi, dopo più di tre anni di guerra in Ucraina, in cui sono state utilizzate quasi tutte le armi moderne, sono diventati incredibilmente esperti? Giusto in maniera virtuale o facendo mere esercitazioni simulate si può pensare di sconfiggerli o sognare di occupare qualche loro territorio.<br />
La UE sembra specializzarsi sempre più nel nuocere a se stessa, come certe persone psicotiche che vanno sedate o contenute per evitare che assumano atteggiamenti autolesionistici.</p>
<p>* * *</p>
<p>Trump fa e dice cose come se non dipendesse da nessuno. Poi deve ritrattare perché qualcuno gli fa capire che, se va avanti così, porta gli USA a un disastro epocale. Lui da solo non lo capisce. Non ha le basi per capirlo.<br />
Chissà perché ancora nessuno gli ha spiegato che se Netanyahu continua con questo genocidio, gli USA perderanno il controllo del Medioriente: in quella regione saranno il Paese più odiato di tutti i tempi, peggio di Francia e Inghilterra.<br />
È assurdo infatti pensare che Egitto e Giordania o qualche altro Paese islamico accetteranno l&#8217;ingresso di milioni di profughi palestinesi.<br />
La struttura dell&#8217;attuale alleanza tra USA, Paesi arabi e Israele è stata stabilita da Nixon e Kissinger dopo la guerra del Kippur (1973), per fare degli USA la potenza globale dominante nella regione. Quella diplomazia forgiò gli accordi del 1974 tra Israele, Siria ed Egitto. Questi gettarono le basi per il trattato di pace di Camp David, che a sua volta gettò le basi per gli Accordi di Pace di Oslo. Il risultato fu una regione dominata dagli USA, dai suoi alleati arabi e da Israele.<br />
Oggi sta cambiando tutto. L&#8217;intero pianeta sta cominciando a rendersi conto che si è in presenza di una pulizia etnica. Gli Houthi non li ferma nessuno. L&#8217;Iran è in procinto di realizzare l&#8217;atomica con cui affrontare Israele e già adesso, a livello convenzionale, non gli è inferiore. La Turchia non vuole avere Israele né in Siria né in Libano. La Cina ha già fatto capire che in quello che fa Netanyahu non c&#8217;è niente di legale. La Russia, finché è impegnata in Ucraina, non può aprire un secondo fronte. Ha soltanto dimostrato che le sue basi in Siria possono continuare a esistere. La Lega Araba sta cominciando a pentirsi d&#8217;aver lasciato scorrere troppo tempo da quando questa pulizia etnica è iniziata.<br />
Si rende conto Trump che alla fine agli USA non resterà che l&#8217;uso del nucleare per farsi valere in Medioriente? Se rinunciano alla diplomazia, che cosa resta? Se praticano una diplomazia che non porta a niente, perché dovrebbero essere rispettati?</p>
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		<title>Un altro discorso alla parata</title>
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		<pubDate>Sun, 11 May 2025 05:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Galavotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se fossi stato in Putin, avrei detto altre cose alla parata moscovita. Anzi, l’avrei impostata diversamente, non in maniera muscolare. La Russia non ha bisogno di dimostrare che, avendo vinto il nazifascismo, è un Paese da temere. Lo sanno già tutti. Quegli statisti che fingono di non saperlo, lo fanno perché, avendo abituato ai rapporti [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se fossi stato in Putin, avrei detto altre cose alla parata moscovita. Anzi, l’avrei impostata diversamente, non in maniera muscolare.<br />
La Russia non ha bisogno di dimostrare che, avendo vinto il nazifascismo, è un Paese da temere. Lo sanno già tutti. Quegli statisti che fingono di non saperlo, lo fanno perché, avendo abituato ai rapporti di forza il loro elettorato, temono di perdere consensi.<br />
Ora la Russia ha bisogno di un’altra cosa: come farsi amare. Cioè come farsi rispettare per le parole di pace e di speranza a favore dell’intera umanità. Che è poi quello che ambisce di fare il pontefice, senza però riuscirvi, in quanto non ha la forza per non lasciarsi pesantemente condizionare dai poteri dominanti in occidente. È dal Concilio Vaticano II che questa Confessione ha accettato di compromettersi senza se e senza ma con l’intera ideologia borghese: la parentesi di Wojtyla è servita soltanto a scomunicare la teologia della liberazione e a finanziare la rivolta di Solidarność in Polonia, che comportò conseguenze tragiche in Italia per Calvi, Sindona e Ambrosoli, su cui non è mai stata fatta luce, né mai lo sarà, fino a quando gli archivi vaticani resteranno interdetti agli studiosi.<br />
Ebbene, quale discorso avrebbe potuto pronunciare Putin? Un discorso sulle civiltà. Avrebbe dovuto dire: “Il nostro Paese non vuole far la guerra con nessuno non solo perché è enorme e non ha bisogno di niente, ma anche perché contiene al proprio interno tante etnie e nazionalità, la cui cultura e civiltà vuole conservare a tutti i costi, essendo un patrimonio di inestimabile valore sia per noi che per l’intera umanità.<br />
Noi russi, per esempio, abbiamo una civiltà millenaria, ereditata da un’altra civiltà millenaria, quella bizantina o greco-ortodossa. Ma nella nostra Federazione vi sono anche le civiltà islamiche ed ebraiche; anzi, vi sono tante culture e civiltà appartenenti al mondo asiatico, che sono addirittura precedenti a quelle delle religioni monoteistiche.<br />
Noi vogliamo conservare tutto, proprio in nome del multipolarismo. Questa nostra preoccupazione vorremmo che appartenesse a tutti, soprattutto alle civiltà dell’occidente collettivo, che non può andare avanti pretendendo di dominare il mondo. Viviamo in un unico villaggio globale. C’è spazio per tutti. Possiamo confrontarci, per un arricchimento comune, sul piano culturale e materiale, scientifico e tecnologico. Possiamo commerciare liberamente ciò che vogliamo, nel reciproco vantaggio. Possiamo rispettarci pur avendo sistemi politici differenti. Al tempo della guerra fredda abbiamo sempre creduto nella coesistenza pacifica.<br />
Non c’è alcun bisogno di scontrarsi militarmente. In passato siamo stati disposti a rinunciare progressivamente al nostro arsenale nucleare. Lo siamo anche adesso, se vengono smantellate le basi militari che minacciano la nostra esistenza. In un mondo multipolare tutti devono potersi sentire sicuri entro i propri confini. Chissà che un giorno anche questi stessi confini, in un mondo disarmato, non verranno abbattuti.<br />
Al momento sappiamo solo che la sicurezza è un bene unico, indivisibile, deve riguardare tutti contemporaneamente. Non può essere pretesa a scapito della sicurezza altrui.<br />
Queste non sono parole difficili da comprendere e sono parole sincere, che partono da un senso di preoccupazione per le sorti dell’umanità. Nessuno può dare per scontato che il genere umano riuscirà a sopravvivere in caso di conflitto nucleare. Ecco perché queste non sono parole di circostanza. Noi vogliamo costruirci sopra qualcosa di utile per le generazioni future. Non vogliamo essere ricordati come una generazione che non ha fatto abbastanza per scongiurare l’apocalisse”.</p>
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