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	<title>ArruotaLibera</title>
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	<description>Critica delle verità ufficiali. Contro l'ipocrisia e l'uso di due pesi e due misure da parte del potere</description>
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		<title>Ultima fermata, Teheran. Ovvero: lo sconvolgimento geopolitico alle porte</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 23:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Dunque a detta di sempre più osservatori ed esperti la guerra all&#8217;Iran è ormai solo questione di mesi. A prendere l&#8217;iniziativa sarà Netanyahu, il padre fondatore del riciclaggio dello scontro tra Oriente comunista ed Occidente capitalista in scontro tra Nord e Sud del mondo, cioè in pratica tra mondo giudaico cristiano e mondo islamico. Ovviamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dunque a detta di sempre più osservatori ed esperti la guerra all&#8217;Iran è ormai solo questione di mesi. A prendere l&#8217;iniziativa sarà Netanyahu, il padre fondatore del riciclaggio dello scontro tra Oriente comunista ed Occidente capitalista in scontro tra Nord e Sud del mondo, cioè in pratica tra mondo giudaico cristiano e mondo islamico. Ovviamente spero che osservatori ed esperti si sbaglino anche questa volta. Però è bene ripercorrere le tappe di questa follia centrata sull&#8217;ossessione delle &#8220;bombe atomiche di Teheran&#8221;, versione aggiornata in salsa iraniana della gigantesca e criminale panzana delle &#8220;atomiche di Saddam&#8221; servita per invadere l&#8217;Iraq. Propongo quindi due scritti non miei: piuttosto lunghi, ma molto documentati e dettagliati. Sono di qualche anno fa, ma sempre estremamente attuali per il contenuto e molto utili per farsi un&#8217;idea di come stiano davvero le cose.<span id="more-3514"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>1) <a href="http://www.eurasia-rivista.org/nucleare-iraniano-storia-politica-diritto-e-strategie/3408/">http://www.eurasia-rivista.org/nucleare-iraniano-storia-politica-diritto-e-strategie/3408/</a></strong></p>
<p><strong>Estratto da</strong></p>
<p><strong>L’ATOMICA DEGLI AYATOLLAH</strong></p>
<p><strong>Di Vincenzo Maddaloni e Amir Modini</strong></p>
<p><strong>(Ediz. Nutrimenti 2006)</strong></p>
<p><strong>Da più di due decenni l’Iran (terra degli arii) erede dell’antica Persia, è il baricentro dello scacchiere mediorientale. Oggi più di prima molto ha influito la presenza di Forze Armate americane nell’area e il rapido continuo mutamento degli equilibri geopolitici mondiali. Le potenze occidentali che negli ultimi due o tre secoli hanno sfruttato e beneficiato delle risorse del pianeta dovranno ora confrontarsi con la nuova realtà emergente. L’Iran è al centro di quell’area geografica in cui si concentrano le maggiori risorse mondiali di petrolio e gas naturale: è infatti il secondo paese per le risorse (uranio, plutonio), il terzo esportatore di petrolio e subito dopo la Russia per le riserve di gas naturale. Ma il fattore che determina anche l’importanza dell’Iran nel panorama mondiale è la sua importanza culturale.</strong></p>
<p><strong>L’Iran è infatti al centro di quell’area dell’Asia sud occidentale che è in contatto con l’Eurasia, la Cina , l’India, la Russia, il Medioriente, la penisola arabica,: è il punto di incontro di grandi civiltà, quella indiana, quella islamica, quella europea, è soprattutto la culla millenaria della civiltà indo-iranica dove si incontrano la civiltà iranico-islamica (a partire dal VI sec) e quella iranico europea (a partire dal XVII sec).</strong></p>
<p><strong>L’Iran oggi per competere nello scenario globale che si sta avviando verso una tripartizione geopolitica (Stati Uniti, Unione Europea e un’embrionale comunità asiatica (Russia, Cina e Rep: centro asiatiche) deve scegliere un’area con la quale allearsi e il polo geopolitico che riuscirà ad allearsi con l’Iran diverrà la superpotenza del futuro.</strong></p>
<p><strong>L’area dell’Asia sud occidentale che gravita intorno all’Iran con la sua presenza storico-culturale comprende la parte meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, il Caucaso, la Turchia orientale, l’Iraq, la sponda meridionale del Golfo Persico, parte dell’Arabia Saudita e dell’Oman, il Pakistan e l’Afghanistan e questa presenza è legata alla natura dell’attuale potere degli ayatollah, vere anime del clero sciita e la componente sciita è quasi sempre predominante nei paesi suddetti.</strong></p>
<p><strong>Avere l’Iran come alleato significa poter gestire le risorse energetiche e dunque governare l’intera economia mondiale poiché l’Europa, il Giappone, la Cina e l’India dipendono da quest’area geografica.</strong></p>
<p><strong>Da tutto ciò si comprende il motivo per cui le Forze Armate degli Stati Uniti sono sbarcate in Iraq. Resta solo da vedere se il processo politico in atto sarà in grado di riassorbire la guerra civile o se offrirà un nuovo pretesto per l’invasione dell’Iran.</strong></p>
<p><strong>Ma veniamo ora all’argomento che ci interessa oggi: lo sfruttamento del nucleare nell’Iran di Ahmadinejiad.</strong></p>
<p><strong>La storia del nucleare iraniano risale alla monarchia dei Pahlavi. Nel 1974 Reza, è in rapporto di amicizia con vari esponenti dell’amministrazione USA (Kissinger sosteneva il rafforzamento dell’Iran in chiave antisovietica e propose l’acquisto di 23 nuovi reattori e l’aiuto di tecnici dell’M.I.T.)</strong></p>
<p><strong>Gerard Ford nel ‘76 aveva autorizzato lo scià a comprare e usare le tecniche innovative per l’estrazione e lavorazione del plutonio, passo sostanziale per arrivare alla fabbricazione di testate nucleari.</strong></p>
<p><strong>Al luglio del ’78 risale l’accordo USA-IRAN sull’energia nucleare (7 mesi prima della rivoluzione islamica) e la cooperazione per la ricerca di giacimenti di uranio. General Electric e Westinghouse fanno una gara per vendere i propri reattori: l’apertura al nucleare sarebbe servita alla pace mondiale perché non solo le compagnie americane avrebbero costruito i reattori nucleari, ma il Pentagono avrebbe continuato a vendere armi e equipaggiamenti all’esercito e alla polizia in cambio di petrolio. L’Iran firma anche contratti con Francia e Germania.</strong></p>
<p><strong>Durante la guerra IRAK-IRAN 1980-1988 gli impianti vennero danneggiati.</strong></p>
<p><strong>Alla fine degli anni ’80 Teheran offrì a Washington e all’Europa Occ. di costruire nuovi reattori, ma ottenne un no deciso per il dilagare del khomeinismo e si rivolse quindi ai russi che accettarono.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>CRONOLOGIA</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1979: rivoluzione islamica, 16 gennaio: lo scià lascia l’Iran. 1° febbraio: l’ayatollah (ayat Allah = segno di Dio) Khomeini torna in Iran e prende il potere: segue l’abrogazione del diritto di famiglia sostituito da appositi tribunali competenti e riguardante quindi anche il divorzio e la custodia dei figli; divieto alle donne di svolgere la funzione di giudice, imposizione del velo, repressione delle proteste, segregazione delle donne nelle spiagge e negli eventi sportivi. Aprile. referendum : il 98% vota a favore della Rep. Islamica. Novembre: occupazione in Libano dell’Ambasciata USA da parte degli hezbollah. Dicembre: Komeini diventa ufficialmente  faqih e controlla la magistratura, il governo e il parlamento</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1980 l’Iraq invade l’Iran</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1981: rilascio degli ostaggi americani dopo 444 giorni</strong></p>
<p><strong>giugno: il premier Bani Sadr accusato di complotto per rovesciare la Rep. Islamica, fugge in Francia, repressione delle dimostrazioni in suo favore</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1984 il parlamento approva la legge che prevede 74 frustate per le donne che non indossano il velo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1985 Iran-Contra Affair. Gli USA cercano di liberare gli ostaggi in Libano offrendo in segreto armi all’Iran. Komeini chiede alle donne di partecipare alla guerra contro l’Iraq</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>20 luglio 1988 fine della guerra durata otto anni</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1989 Komeini muore, Kamenei è nominato leader supremo</strong></p>
<p><strong>e Rafsanjani presidente</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1990 l’Iraq invade il Kuwait. L’Iran rimane neutrale, ma denuncia la presenza americana nella regione.</strong></p>
<p><strong>Giugno 1990 devastante terremoto : muoiono 40.000 persone a settembre Teheran riallaccia relazioni diplomatiche con Baghdad.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1995 gli USA impongono sanzioni petrolifere e commerciali all’Iran accusato di sostenere il terrorismo, di produrre armi nucleari e di essere ostile al processo di pace</strong></p>
<p><strong>Novembre :305 donne si iscrivono alle elezioni legislative, il Consiglio dei guardiani ne candida 179</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1997 Khatami è eletto presidente con il 69% dei voti</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2001 accordo Iran –Arabia Saudita per combattere il terrorismo, la droga e il crimine organizzato</strong></p>
<p><strong>Khatami è rieletto con il 77% dei voti per un secondo mandato</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2002 Bush include l’Iran, l’Iraq e la Corea del Nord nell’asse del male. I russi iniziano la costruzione del primo reattore nucleare iraniano a Bushehr</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2003 manifestazione contro il regime del clero, 4000 persone vengono arrestate.(e non sono solo studenti)</strong></p>
<p><strong>Annuncio di Khatami che l’Iran produrrà combustibile nucleare per le proprie future centrali civili.</strong></p>
<p><strong>Ispezioni dell’AIEA, ultimatum  e l’Iran cede e sospende l’arricchimento dell’uranio. a dicembre firma il protocollo addizionale al Trattato di non proliferazione nucleare</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2004 susseguirsi di accuse e di accordi di sospensione dell’arricchimento in cambio della promessa di cooperazione nucleare, commerciale e politica</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2005 minaccia della ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio, Blair vuole portare l’Iran di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU:</strong></p>
<p><strong>24 giugno: Ahmadinejad  presidente</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La fase più tormentata della vicenda nucleare si sviluppa nel corso del 2005. Bush, dopo la vittoria a giugno di Ahmadinejad come presidente, ricorda che di fronte a una minaccia nucleare “nessuna operazione è esclusa, compresa quella della forza”</strong></p>
<p><strong>Il Washington Post e The Nation sostengono che il piano d’attacco all’Iran elaborato dallo Strategic Command prevede l’uso di armi convenzionali e nucleari su oltre 400 obiettivi utilizzando i “Droni”, aerei senza piloti (oggi in Iraq).</strong></p>
<p><strong>Reazioni europee: nella primavera 2005, primo atto diplomatico con la richiesta di un rinvio del progetto nucleare, cui non fa seguito alcuna risposta. Il 17 settembre 2005  Ahmadinejad  all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama che l’Iran non rinuncerà a produrre energia nucleare per scopi civili usando uranio arricchito (prerogativa riconosciuta dal Trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 1974 che permette ai paesi membri di costruire sotto tutela internazionale impianti che comprendono tutte le fasi del ciclo del combustibile nucleare, compreso l’arricchimento).</strong></p>
<p><strong>Nell’agosto 2005 la UE 3 chiudeva la porta a “una proposta iraniana che  prevedeva l’abbandono in modo definitivo degli impianti di arricchimento e il solo utilizzo di impianti ad acqua leggera. L’Iran chiedeva inoltre di fare delle joint venture con imprese private e pubbliche straniere, ma ottiene il no di Gran Bretagna e Francia.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Gennaio 2006</strong></p>
<p><strong>Risposta di Israele alla violenza verbale di Ahmadinejiad con la minaccia di bombardare gli impianti  iraniani, cui fa seguito da parte dell’Iran l’apertura dell’impianto di Natanz che era sotto il monitoraggio dell’AIEA. L’8 marzo deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, misure restrittive su commercio e blocco dei capitali all’estero.</strong></p>
<p><strong>Gli USA sostengono che il polonio e il berillio (armi atomiche) sono stati importati in Iran, ma l’AIEA (direttore El Baradei) smentisce dopo le visite ai vari impianti e sostiene di non aver trovato nulla.</strong></p>
<p><strong>L’Iran è l’unico paese al mondo che ha una legge che vieta al Governo e ai vari enti di intraprendere attività nel settore militare, relative al nucleare, e non ha mai aggredito alcun paese: è stato aggredito da Saddam al quale gli occidentali avevano fornito armi chimiche quando stava per perdere. L’Iran è membro dell’ONU e ha firmato quasi tutti i trattati internazionali, tra cui il Trattato di non proliferazione nucleare nel rispetto del quale ha accettato le ispezioni dell’AIEA ai siti deputati allo sviluppo del programma nucleare civile.</strong></p>
<p><strong>Nel 2003 l’Iran aveva proposto la creazione di una zona denuclearizzata nel Medio oriente, appoggiato da Egitto e Giordania, da presentare al Consiglio di sicurezza ONU, ma aveva ottenuto un no degli USA perché implicava il controllo degli armamenti nucleari di Israele (200 testate nucleari disponibili).</strong></p>
<p><strong>NB. Né Pakistan, né India né Israele hanno firmato questo Trattato di non proliferazione nucleare. Anche il Brasile, pur avendolo firmato si oppone ai controlli dell’AIEA la quale teme che il Brasile possa vendere ordigni atomici o esportare uranio arricchito di cui è ricco (ma in quel caso dovrebbe cambiare la sua Costituzione).</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La UE dovrebbe impegnarsi a convincere gli USA a togliere le sanzioni contro l’industria iraniana del gas e del petrolio, degli aeromobili e relativi pezzi di ricambio e rinunciare all’obiettivo di un cambio di regime in Iran.perché la pressione costante degli USA determina di fatto un rafforzamento del blocco conservatore in Iran che è un paese a forte tradizione di nazionalismo ed è una delle più antiche nazioni del mondo e con alle spalle una ricca cultura.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dall’impero del male all’asse del male</strong></p>
<p><strong>Nel gennaio 2005 a Davos Clinton aveva dichiarato che il golpe del 1953 che portò lo scià sul trono contro il governo Mossadegh fu un grave errore dei servizi americani: quell’evento ha minato lo sviluppo della democrazia in Medioriente e l’ha stroncato. Come conseguenza in Iran sono scoppiate lotte sociali e antiamericanismo, una costante che la vittoria degli ayatollah ha contribuito a diffondere. Da parte USA una guerra con l’Iran avrebbe conseguenze imprevedibili. Negli anni ’80 Reagan definiva l’Unione Sovietica l’Impero del male per giustificare il riarmo e il progetto delle guerre stellari. Crollato l’URSS, i potenziali nemici sono diventati l’Iraq, l’Iran, la Yugoslavia di Milosevic, la Corea del Nord, la Siria.</strong></p>
<p><strong>Richard Perle trovò un comun denominatore inventando l’espressione asse del male <img src='http://www.pinonicotri.it/wp-includes/images/smilies/icon_surprised.gif' alt=':o' class='wp-smiley' /> ggi Iran, Siria, Libano, agevolati dallo scoppio del terrorismo internazionale.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il petrolio e il gas</strong></p>
<p><strong>L’80-90% di entrate totali delle esportazioni in Iran sono rappresentate dal petrolio e dal gas e finanziano il 40-50% del budget dello stato. Risale al 1951 la NIOC (national iranian oil co) uno dei più grandi enti petroliferi del mondo, nata con la nazionalizzazione di Mossadegh.</strong></p>
<p><strong>Sono localizzati nella parte sud occidentale del paese ben 32 giacimenti produttivi (25 in terra ferma e 7 sul mare), ma il potenziale potrebbe di molto aumentare sfruttando i giacimenti del Mar Caspio dove però esistono dispute territoriali irrisolte tra Iran Kazakistan, Russia Azerbaijan e Turkmenistan.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Attualmente l’Iran esporta 2,7 milioni di barili verso Giappone, Cina, Corea del Sud, Taiwan e Europa, ma ha difficoltà a raffinarlo e necessiterebbe di investimenti per rendere più efficienti i suoi giacimenti.</strong></p>
<p><strong>Nel 2004 la Inpex, un consorzio giapponese, ha firmato un accordo per lo sviluppo dei giacimenti di Aradegan che ha riserve per 26 miliardi di barili, e cerca l’appoggio di Total, Statoil, Sinolpec e Lukoil. La produzione potrebbe iniziare quest’anno e raggiungere i 260.000 barili al dì.</strong></p>
<p><strong>Anche l’Eni/Agip insieme alla francese Elf hanno contratti by back (spese di investimento in cambio di quote di petrolio) vicino ad Abadan la cui capacità è di circa 3-5 miliardi di barili e giacimenti di petrolio e gas nell’isola di Khark.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Rapporti di amicizia con la Russia</strong></p>
<p><strong>Tra il 1989 e il 1993 l’Iran ha acquistato armamenti russi per 10 miliardi di dollari per riequipaggiare le sue Forze armate dopo la guerra e inoltre tecnologia nucleare e missilistica. Preoccupazione comune : i talibani e l’influenza USA e l’impegno di non permettere a quest’ultima il controllo delle esportazioni di energia in Asia centrale: l’Iran finanzia la costruzione di una ferrovia e un gasdotto dal Turkmenistan a Meshad e di qui ai porti e quindi all’estero.</strong></p>
<p><strong>Per quanto riguarda il gas  l’Iran è il 2° produttore di gas dopo la Russia. Il 62% non è ancora sfruttato. Si parla di un gasdotto con la Turchia che potrebbe proseguire per l’Europa attraverso la Bulgaria e la Romania, oppure essere sotterraneo nell’Adriatico. L’Iran esporta gas in India  e nell’ottobre 2004 ha firmato un contratto con SINOPEC  (Cina) di 100 miliardi di dollari per 30 anni e un accordo con il governo di Pechino per l’esplorazione  del Caspio meridionale.</strong></p>
<p><strong>Il pagamento del petrolio in dollari risale a un accordo mediato dallo scià nel 1972-73 con l’Arabia Saudita. Anche l’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) seguì l’esempio e tutti i paesi dovettero dotarsi di dollari per l’acquisto di petrolio</strong></p>
<p><strong>Il che vuol dire predominio globale garantito. Nel 2000 l’Iraq fu il primo a pretendere il pagamento in Euro e quando anche l’Iran espresse la volontà di farsi pagare in Euro o in Yen il pericolo per il dollaro divenne reale e si può dedurre che scopo primario della guerra del golfo non furono le armi di distruzione di massa che non c’erano, né l’esportazione della democrazia, ma la salvaguardia del dollaro, cioè il fondamento dell’impero americano.</strong></p>
<p><strong>Due mesi dopo l’invasione dell’Iraq il programma Oil for Food fu chiuso e il petrolio venne di nuovo venduto in dollari.</strong></p>
<p><strong>Se l’Iran adottasse l’Euro le transazioni del petrolio darebbero alla valuta europea  il prestigio di diventare riserva monetaria internazionale e sia i cinesi che i giapponesi sarebbero lieti di diminuire le loro riserve in dollari (oggi svalutati)  e maggiori vantaggi andrebbero anche ai russi.</strong></p>
<p><strong>Alla minaccia degli USA di ricorrere al Consiglio di Sicurezza l’Iran risponde che sarebbe come giocare col fuoco e minaccia in caso di attacco militare di interrompere i rifornimenti a Usa e Europa: se ciò avvenisse i prezzi potrebbero schizzare da 70 a 130 dollari al barile e la Cina potrebbe in questo caso liberarsi delle sue riserve in dollari causando un grave deprezzamento della valuta americana.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Perché tanto interesse per l’islam</strong></p>
<p><strong>Tariq Ali, direttore del Newleft Review pakistano dice: “Dimentichiamo l’Islam e pensiamo al petrolio. Se non si trovasse sotto le terre abitate da musulmani dubito che l’Occidente si sarebbe mai occupato dell’Islam. Sono i petrodollari che hanno fatto rinascere l’interesse per l’Islam, dopo la caduta dell’impero ottomano.</strong></p>
<p><strong>Gli stati chiave creati dai poteri imperiali dopo la 1a guerra mondiale Iraq, Kuwait e Arabia Saudita si basavano sugli interessi delle compagnie petrolifere. Le forze democratico-radicali dell’Iran erano state sconfitte dall’intervento anglo-americano (scià) che preferivano un regime corrotto e autocratico.</strong></p>
<p><strong>Per gran parte del XX sec. gli interressi nazionali e delle compagnie occidentali hanno tenuto l’Islam in un angolo politico, una religione del 3° mondo di nazioni ai margini, di ricche élites, di dittatori brutali e popolazioni oppresse: I confini di questo stretto angolo politico si sono rinforzati durante la guerra fredda, quando Urss e Usa usarono il mondo islamico come campo giochi per il loro Great Game. E la lezione mai imparata è che coloro che sono stati manipolati con la violenza useranno prima o poi gli stessi modi per esprimere la loro rabbia e la loro ribellione”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dice Amir Modini : Non esiste una guerra di religioni: Il problema reale risiede nella vita e nella sua materialità di ogni giorno. Ci sono tanti integralismi, a partire da quello cristiano per arrivare a quello ebraico a quello indù, quello scintoista e tanti altri.. Il fatto vero è che la maggioranza dei popoli islamici lotta da secoli per liberarsi dal cappio del colonialismo e del neocolonialismo e su questa scia sono nate tendenze estreme e spesso manovrate dal potere di turno..Comunque il riformismo di Khatami  non è un’esperienza conclusa, non porrei limite a questa speranza che esprime le istanze di una parte notevole del movimento riformista di tendenza islamica. Nel contempo, dalle parole del leader del movimento studentesco si può dedurre che esiste un movimento riformista più radicale all’interno del paese. Oltre al variegato mondo del riformismo islamista c’è infatti in Iran l’opposizione democratica che risiede nella società civile e nelle comunità iraniane residenti in Europa e in America. Solo la coscienza del comune senso di appartenenza del genere umano e la consapevolezza della brevità di questa esistenza potranno fornire risposte a molte contese e problemi irrisolti.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2) <a href="http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=4675108">http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=4675108</a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>01/10/2005</strong></p>
<p><strong>Usa-Iran, scontro apocalittico?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>di Mir Mad</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Oramai è di dominio pubblico che il Pentagono ha pianificato anche l&#8217;uso di armi nucleari tattiche contro l&#8217;Iran. La dottrina della &#8220;guerra preventiva&#8221; stile neocon sta facendo un pericoloso salto di qualità e senza preoccuparsi delle inevitabili, devastanti conseguenze per l&#8217;intera umanità potrebbe trasformarsi in una &#8220;guerra preventiva nucleare&#8221;. Secondo quanto ha scritto The Nation (21 luglio 2005), George Bush “ha dato al Dipartimento della Difesa la sua approvazione alla preparazione di diversi scenari per un attacco”. L&#8217;autore dell&#8217;articolo, Michael Klare, esperto di problemi della difesa, afferma di essere a conoscenza del fatto che i piani del Pentagono già esistono e prevedono l&#8217;uso di armi convenzionali e atomiche su oltre 400 obiettivi iraniani già identificati e scelti.</strong></p>
<p><strong>Philip Girali &#8211; ex membro della Cia e fonte attendibile, che recentemente ha fornito informazioni sull&#8217;Iran a Seymour Hersh- afferma: &#8220;A Washington non è un segreto che gli stessi personaggi dentro e attorno l&#8217;amministrazione Bush che hanno montato la vicenda irachena, si stiano preparando a fare lo stesso con l&#8217;Iran. Il Pentagono, agendo dietro istruzioni dell&#8217;ufficio del vicepresidente Dick Cheney, ha incaricato lo “United States Strategic Command” (Stratcom) di elaborare un piano da impiegare in risposta a un altro attacco terroristico contro gli Stati Uniti del tipo dell&#8217;11 settembre. Il piano include un attacco aereo su larga scala contro l&#8217;Iran, con l&#8217;utilizzo di armi sia convenzionali che nucleari tattiche [ le "bunker busters", ndt ]. In Iran ci sono più di 450 obiettivi strategici di primaria importanza, comprendenti numerosi siti sospetti per lo sviluppo di armi nucleari. Molti di questi sono rinforzati o sotterranei a grande profondità e non possono esser distrutti da armi convenzionali. Da qui l&#8217;opzione nucleare. Come nel caso dell&#8217;Iraq, la risposta non dipenderà dal fatto che l&#8217;Iran sia realmente coinvolto nell&#8217;atto terroristico diretto contro gli Stati Uniti. Diversi ufficiali di alto rango dell&#8217;Air Force implicati nella stesura del piano sono inorriditi di fronte alle implicazioni di quello che stanno facendo -la preparazione di un attacco nucleare non provocato contro l&#8217;Iran- ma nessuno è disposto a compromettere la propria carriera sollevando obiezioni&#8221; [Philip Giraldi, "Deep Background", The American Conservative , 1 agosto 2005 ( Traduzione: G.Garibaldi].</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il piano cui si riferisce Giraldi è il &#8220;Conplan 8022&#8243; , già &#8220;svelato&#8221; da William Arkin lo scorso 14 maggio sulle pagine del “Washington Post” e pubblicato anche da “Newsweek” e appunto è stato elaborato dallo Stratcom, un tempo responsabile soltanto dell&#8217;arsenale nucleare strategico, ma recentemente riformato e incaricato di pianificare il &#8220;global strike&#8221; con opzioni sia convenzionali che nucleari.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Anche se l&#8217;autorevole l&#8217;IISS &#8211; “International Institute for Strategic Studies” &#8211; di Londra, nel suo “Ilss Strategic Weapons Programmes, September 6 2005” sostiene che, anche nel caso esista un piano per la costruzione degli armi nucleari, Teheran ha bisogno ancora di diversi anni, – “Pubblic estimates for how long it would take Iran to acquire nuclear weapons range from only a few years to at least a decade”- lo stesso istituto e diversi esperti autorevoli come Arvand Abrahamiayan dell&#8217;Università di New York sostengono che tra Usa e Iran “uno scontro è inevitabile” e un scontro del genere -altro che la guerra contro l&#8217;Irak- senza ombra di ironia potrà infiammare davvero l&#8217;intero pianeta e aprire le porte dell&#8217;inferno.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il presidente Bush, rispondendo alle domande dei giornalisti riguardo alla ripresa dei lavori del programma nucleare iraniano – dichiarato per uso pacifico e sotto il controllo dell&#8217; Iaea e nell&#8217;ambito dei trattati di non proliferazione nucleare Npt- ha sostenuto che tutte le opzioni sono sul tappeto. Ha detto anche che &#8220;un eventuale attacco aereo israeliano avrà il sostegno degli Stati Uniti&#8221;, mentre l&#8217;Europa, attraverso il cancelliere Schroder ha dichiarato di non voler seguire né sostenere un intervento militare.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il piano dovrebbe funzionare cosi: in seguito a spettacolari attentati terroristici in Usa firmati al-Qaeda e bin Ladin -o qualche gruppo di nuova formazione-, attacchi aerei americani potrebbero partire dall&#8217;Azerbaijan o dalla base Shindand in Afghanistan oppure dalla base di Khanabad in Uzbekistan che sta per essere trasferita in Turkmenistan (Mary2) o dalle basi in Turchia e in Irak o direttamente dalle navi Usa nel Golfo Persico. Gli attacchi individuerebbero gli obiettivi basandosi sulle informazioni raccolte dai droners, gli aeri spia senza pilota, e sarebbero preceduti o seguiti fomentando le rivolte etniche nelle regioni del Khuzestan e del Kurdestan iraniano, in accordo con certe fazioni scite moderate (ci sarebbero diversi nomi) o filoamericane (Hossein Khomeini, Hassan Sadr per esempio). Il “regime change”, infatti sarebbe conseguenza di rivolte popolari contro il regime impopolare degli ayatollah e con l&#8217;aiuto della potente comunità iraniana d&#8217;America. Secondo Scott Ritter, l&#8217;ispettore dell&#8217;Onu per le armi in Irak, con la penetrazione nello spazio aereo iraniano ed altri atti, l&#8217;amministrazione Bush è già in una guerra non dichiarata contro l&#8217;Iran. Secondo autorevoli analisti: un attacco aereo contro gli impianti nucleari dell&#8217;Iran potrebbe essere estremamente incauto e poco saggio perché gli impianti sono sparsi su un vasto territorio e sono nascosti sotto terra e difficilmente identificabili. Inoltre con il prezzo del petrolio arrivato anche a 60-70 dollari l&#8217;Iran importante paese produttore insieme al suo seguito scita-petrolifero in Irak e nei vari paesi del Golfo Persico potrebbe causare un collasso all&#8217;economia mondiale. Inoltre la storia insegna che da più di 5000 anni i popoli dell&#8217;Iran di fronte al pericolo straniero si sono riallineati al potere di turno per poter difendere la propria autonomia e indipendenza.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Scrive Fareed Zakaria su “ Newsweek ” (22 agosto, 2005): un attacco militare straniero rafforzerebbe il supporto popolare al programma nucleare e il sostegno all &#8216; impopolare regime. Iran è un paese con una forte tradizione di nazionalismo ed è uno delle pi ù antiche nazioni del mondo.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>R.Hunter, ex rappresentante degli Usa presso la Nato durante l&#8217;amministrazione Clinton, in un intervista a Radio Farda sostiene: un eventuale attacco all&#8217;Iran minaccerà la sicurezza degli Usa per diverse generazioni. Hamid al-Bayati vice ministro degli esteri irakeno ha affermato: se l&#8217;Iran avesse voluto avrebbe reso l&#8217;Iraq un inferno per gli Usa. Mentre “ar Riaz”, settimanale saudita sostiene: un attacco all&#8217;Iran infiammerà tutti i pozzi petroliferi della regione e ciò equivale alla terza guerra mondiale. Jim Leach, in un discorso al Congresso, ha sostenuto che il mondo islamico comprende la logica del nostro intervento in Afghanistan dove &#8220;sono stati pianificati gli attacchi dell&#8217; 11 Settembre&#8221;, ma non solidarizza con la nostra politica in Iraq che non aveva nessun legame con l&#8217;attentato. Secondo Leach se avvenisse un terzo caso d&#8217;attacco contro l&#8217;Iran si realizzerebbe quel che Samuel Huntington definisce &#8220;un scontro pieno tra le civiltà&#8221;. La Task Force di Brzezinski, composta da 22 esperti al massimo livello – è stata istituita appunto per monitorare la vicenda e prevenire uno scontro catastrofico &#8211; ha tracciato un percorso di lavoro e ha consigliato la Casa Bianca di evitare ogni attacco e cercare di trattare l&#8217;Iran come la Cina, dialogando. Lo stesso Zakaria facendo una razionale riflessione propone responsabilmente:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>There are lots of reasons to be suspicious of Iran. But the real question is, Do we want to try to stop it from going nuclear? If so, why not explore this path? Washington could authorize the European negotiators to make certain conditional offers, and see how Tehran responds. What&#8217;s the worst that can happen? It doesn&#8217;t work, the deal doesn&#8217;t happen and Tehran resumes its nuclear activities. That&#8217;s where we are today.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La troika europea e le trattative.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dopo lunghissime trattative portate avanti realisticamente e responsabilmente dall &#8216; Europa,, Tehran aveva accettato nel Novembre del 2004 di sospendere unilateralmente e volontariamente il progetto di arricchimento dell &#8216; uranio, come “ gesto di buona volont à” fino a 31 Luglio del 2005, termine in cui l &#8216; Europa avrebbe dovuto presentare delle proposte, per esempio offrendo in cambio rapporti commerciali e garanzie di sicurezza (lo pu ò davvero fare?). Ci ò mentre vari esponenti dell &#8216; amministrazione Bush andavano dichiarando ripetutamente e continuamente di avere sul tavolo “ ogni opzione ” , preparavano i piani militari e il plenipotenziario Usa all &#8216; ONU, John Bolton dichiarava che ogni trattativa con gli ayatollah “è destinata a fallire ” .</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A seguito delle continue e sempre maggiori pressioni di Washington su vari fronti contro l &#8216; Iran, il blocco della destra militar-religiosa che a Tehran come a Washington è chiamata neoconservatrice, ha fatto uscire dalle urne presidenziali dello scorso giugno il nome del duro Ahmadinejad, escludendo contro l &#8216; aspettativa europea il pragmatico conservatore Rafsanjani. L &#8216; Europa allora ha chiesto un rinvio di sei giorni della moratoria per poter presentare le proprie proposte. L &#8216; Iran ha risposto di non poter concedere altro tempo e ha iniziato sotto osservazione degli ispettori dell &#8216; IAEA (Agenzia delle Nazioni Unite per Energia Nucleare) alcune attivit à di ricerca e la produzione di “ yellow cake ” nell &#8216; impianto UCF di Isfahan, attivit à che non riguardano direttamente il ciclo dell &#8216; arricchimento dell &#8216; uranio e sono riconosciute come diritto ai membri firmatari dei trattati di NPT.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L&#8217;Europa, sempre più in affanno tra i due neocon &#8211; di Washington e di Tehran &#8211; ha avvertito l&#8217;Iran che “ogni movimento unilaterale” sarà considerato “ pregiudizievole e non necessario” e renderà “molto difficile” la continuazione delle trattative. Anche se William Pfaff sulle pagine di “International Herald Tribune” (13 agosto 2005) ha sostenuto: “ Alla base della controversia sul programma nucleare iraniano, risiede una posizione americana sul tema della non-proliferazione nucleare che nel lungo periodo non è sostenibile. Buona parte della comunità politica internazionale comprende che le cose stanno così. È forse ora che la comunità politica di Washington scenda a compromessi con questa realtà”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Affermando ciò Pfaff ha voluto suggerire realisticamente all&#8217;Europa la ricerca di soluzioni più equilibrate. Ma finora non sembra che l&#8217;Europa abbia potuto produrre un pacchetto accettabile o tale da far camminare il negoziato. Anzi la troika europea (Inghilterra, Francia e Germania), capeggiata in questa fase dall&#8217;Inghilterra di Tony Blair, sembra cedere alla posizione dell&#8217;amministrazione Bush, atteggiamento che ha portato ad un punto morto le trattative, dando cosi la possibilità ai neocon di poter aprire le porte dell&#8217;inferno con la scusa e l&#8217;accusa della produzione e dell&#8217;accumulo di armi di distruzione di massa da parte di Tehran, rievocando cosi il dramma irakeno.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nella questione nucleare iraniana sono da tenere presenti alcuni punti:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• A differenza di quel che sostiene Kenneth Pollock sulle pagine di Foreign Affaire &#8211; March/April 2005- Non solo non è stata trovata la pistola fumante o “smoking gun” ma nemmeno un qualche elemento pur minimo che possa dimostrare che l&#8217;Iran stia portando avanti una ricerca diversa da quella per l&#8217;uso pacifico del nucleare. C&#8217;è un documento ufficiale e riassuntivo, del novembre 2004, dell&#8217;Agenzia Internazionale per l&#8217;Energia Atomica che afferma a chiare lettere che “non esistono prove che l&#8217;Iran stia costruendo armi nucleari”.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Finora qualsiasi attività inerente al nucleare iraniano è stata comunicata agli organismi internazionali di competenza e si è svolta sotto l &#8216; osservazione degli ispettori dell &#8216; IAEA. Gli ispettori dell &#8216; Agenzia hanno avuto sempre e tempestivamente la possibilità di entrare in tutti i siti e negli impianti per rilevamenti e rispettivi controlli.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• L&#8217;Iran sotto la presidenza di Khatami è stato promotore, nel 2003, di una proposta per la creazione di un Medio Oriente denuclearizzato. Il progetto, appoggiato dall &#8216; Egitto, dalla Giordania e da diversi altri paesi del Medio Oriente, è stato accantonato per la netta contrariet à di Washington. Era pronta anche una risoluzione da presentare al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu nel dicembre 2003, ma fu ritirata perch é gli Stati Uniti minacciarono il veto. Un &#8216; eventuale risoluzione in tal senso avrebbe richiesto il controllo degli armamenti nucleari israeliani gi à esistenti (almeno 200 testate ) e Washington non intendeva permetterlo.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Oltre Israele, c &#8216;è il Pakistan del generale golpista Musharaf che possiede il nucleare e non ha firmato, cos ì come non l &#8216; ho ha fatto l &#8216; India, l &#8216; altra potenza nucleare, neanche i Trattati di non Proliferazione Nucleare (NPT). Anche se i generali di Musharaf gestiscono tuttora il bazar dal materiale nucleare, non gli viene chiesto nulla. Il presidente Bush nel contempo promette a Manmohan Singh premier indiano di collaborare con l &#8216; India per sviluppo del nucleare e questo contro il trattato stesso che vieta ai membri di collaborare nel settore con i paesi non firmatari.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Il Brasile è un membro di NPT, eppure dichiaratamente porta avanti un progetto di ricerca nucleare e dichiaratamente non intende aprire gli impianti agli ispettori .</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come sostiene, W.Pfaff : “ alla base della controversia sul programma nucleare iraniano, risiede una posizione americana sul tema della non-proliferazione nucleare che nel lungo periodo non è sostenibile. Buona parte della comunit à politica internazionale comprende che le cose stanno cos ì . È forse ora che la comunit à politica di Washington scenda a compromessi con questa realt à . L&#8217;impegno dell&#8217;America a bloccare la proliferazione nucleare produce effetti perversi. In un periodo di crescente instabilit à nel Medio Oriente, con gli Stati Uniti impegnati in due guerre in paesi islamici, tale determinazione aumenta il fascino delle armi nucleari per quei governi che non le posseggono, e rinforza il loro valore percepito come punto di forza politico e deterrente contro attacchi stranieri ” .</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Pfaff però non prende in considerazione che le motivazioni dell&#8217;amministrazione Bush vanno al di là della questione nucleare. L&#8217;Iran, che è incuneato tra le risorse energetiche del Golfo persico e il Mar Caspio, sta emergendo come una potenza regionale non solo al di fuori del controllo dei costruttori dell&#8217;impero ma che sfida gli Stati Uniti ( vedi: Ilan Barman in Tehran Rising: Iran&#8217;s Challenge to the United States) e ha avuto per la prima volta il coraggio d&#8217;introdurre verso la metà del 2003 il sistema del “petro –euro” rompendo il monopolio del petro-dollaro e, soprattutto, sta diventando la base energetica di una nuova area geopolitica ( Shanghai Cooperation Oraganization ) con al centro la Cina, che comincia a considerare la sicurezza dei propri fornitori di energia come la propria. Infatti nell&#8217;ultima riunione dei governatori dell&#8217;Iaea, l&#8217;Europa capeggiata da Blair, abbracciando la posizione americana con la risoluzione 2005/77 del 24 settembre scorso, ha voluto mandare il caso iraniano al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu per le sanzioni, una posizione che ha incontrato la resistenza della Cina e della Russia. Una certa Europa con questo atteggiamento e seguendo la linea di Bush si è resa partecipe della politica dei neocon che ha portato al potere in Iran i neoconservatori d&#8217;ispirazione militarista, forse per arrivare allo scontro e avere il pieno dominio del Medio Oriente. Tutto questo sta isolando e indebolendo, in Iran e altrove, lo sviluppo delle lotte civili delle forze democratiche, che, fra l&#8217;altro, meriterebbero, da parte dell&#8217;Europa, una maggiore attenzione.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Gli ayatollah si preparano alla guerra.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E &#8216; noto che l &#8216; Iran erede dell &#8216; antica Persia è il paese chiave del Medio Oriente e nei secoli ha esercitato un &#8216; influenza notevole su tutta la vasta regione che si estende dal Kashmir fino al Mediterraneo. Nel mondo bipolare uscito dagli accordi di Yalta, l &#8216; Iran doveva e ha fatto parte del campo americano. Ora che il mondo è caratterizzato da un&#8217;unica superpotenza e secondo la logica unilaterale di quest &#8216; Amministrazione americana che tende ad annullare i problemi piuttosto che a risolverli, l &#8216; Iran non pu ò rimanere fuori controllo, tanto meno esercitare su un &#8216; area cosi vasta un &#8216; influenza in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti. Con la riconquista dell &#8216; Iran gli Usa:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Avranno il controllo quasi totale delle risorse energetiche situate tra Golfo persico e il mar Caspio e tutte le aree annesse. In questo modo è facile avere sotto controllo l &#8216; Europa e il Giappone, la Cina e l &#8216; India come maggiori importatori e consumatori di idrocarburi, attuali e futuri.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Terranno sotto osservazione Russia, Cina, India, con un diretto controllo sull &#8216; Asia Centrale ex-Sovietica, sul mondo arabo, sul subcontinente indiano,</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Potranno rimodellare a proprio piacimento il turbolento mondo arabo-islamico, instaurando nuovi regimi subordinati nell &#8216; ambito del progetto del &#8220;Grande Medio Oriente&#8221;. E togliendo appoggio finanziario e logistico alla componente combattente (Hamas-Jihad-Hezbollah) di questo mondo per dare mano libera a Israele di gestire la questione palestinese a proprio compiacimento.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Potranno riordinare le dispute e le contese caucasiche – Abkhazia in Georgia, Karabakh tra Armenia e Azerbaijan, Cecenia, … &#8211; secondo gli interessi e i piani di Washington, facendo uscire, con l &#8216; aiuto della Turchia, definitivamente il Caucaso e possibilmente l &#8216; area transcaucasica dall &#8216; influenza russa. Ci ò permetterebbe di garantire nella prima fase la sicurezza dell &#8216; oleodotto Baku-Jayhan e spostarlo in seguito verso la pi ù sicura e pi ù economica rotta iraniana che condurrebbe il petrolio nel Golfo Persico e di l à verso i mari aperti per farlo arrivare al consumatore finale con costi minori e sotto la regia e il controllo degli Usa.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>• Potranno imporre alla cultura persiana, che ha attratto nei millenni popoli e culture dal Kashmir(la stessa famiglia Khomeini è originaria del Kashmir) fino al Mediterraneo (Libano in particolar modo) la reintroduzione del modello monarchico che ha ingessato nei millenni la mobilit à sociale, utilizzando la potente comunit à iraniana d &#8216; America, per poter divulgare l &#8216; &#8220;american lifestyle&#8221; in tutta questa vasta regione.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>A Teheran l&#8217;ala conservatrice del clero in pieno accordo con la nuova destra proveniente dagli ambienti di Pasdaran e Basigi (l&#8217;esercito irregolare e la milizia politica), dopo aver vinto le elezioni locali, secondo il copione hanno messo le mani anche sul settimo parlamento (Majlis) facendoci entrare più di 100 comandanti provenienti dalle file dei Pasdaran e dei vari servizi. L&#8217;ultimo assalto dei neocon iraniani è stato contro la Presidenza della Repubblica che facendo uscire dalle urne miracolate dal copione il nome di Ahmadinejad ha estromesso qualsiasi moderatismo, ha costruito un saldo potere di stampo militarista &#8211; integralista capeggiato dal leader Khamenei e dagli organi non elettivi che sono i veri detentori del potere.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Conquistato tutto il potere ne hanno cominciato a far parte sostanzialmente pasdaran e uomini provenienti dai vari servizi. Uno dei primi atti del Consiglio di Ministri diretto da Ahmadinejad è stato l&#8217;approvazione di un decreto legge che destinava 700 milioni di dollari per la “difesa sacra”. Mentre il leader Khamenei, come Comandante Supremo, togliendo il comando all&#8217;esercito regolare (battaglione 88 dell&#8217;esercito) e alla polizia di frontiera lo ha passato ai pasdaran nelle cinque regioni occidentali del paese che confinano con l&#8217;Irak. E proprio in queste regioni da dove gli americani sperano di fomentare le rivolte popolari, i pasdaran hanno ammassato 250,000 uomini costruendo basi e accampamenti sulle montagne di Zagros. Il leader Khamenei, guida suprema, ha sostituito ministro della difesa, comandante dell&#8217;esercito regolare, 11 comandanti pasdaran e 5 comandanti basigi mentre i quadri dirigenti dei ministeri sono stati sostituiti con uomini dei servizi. Il previsto piano di Khamenei per raddoppiare entro il 2010 la spesa militare grazie agli attuali elevati proventi petroliferi verrà anticipato al 2008.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Anche nella capitale ci sono chiari segnali che il regime si sta preparando alla guerra. I ministeri degli interni e delle informazioni sono stati occupati da personaggi radicali. I governatori e i sindaci nominati dal ministero degli interni in maggioranza sono ex pasdaran. Nelle vicinanze di Qom la citt à santa sede dei seminari e del clero si sta ergendo la base militare Fadak su un area vasta 7,2 km quadrati. I vari leader del regime fanno continui viaggi nella citt à santa di Mash-had dove, secondo voci, sono stati costruiti rifugi sotto il veneratissimo mausoleo dell &#8216; ottavo imam scita (Reza) che vede sempre presenti milioni di pellegrini sciti e per questa ragione non bombardabile per non suscitare l &#8216; ira dei fedeli sciti. Si parla di Va &#8216; ez Tabasi come successore di Khamenei nel caso di morte o decesso.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cominciano a circolare addirittura ipotesi dettagliate sul possibile attacco: le truppe anglo-americane inizierebbero l&#8217;offensiva su tre assi, Shalamceh, Hamroon e Arvandrud, per prendere il controllo della regione petrolifera del Khuzestan che produce il 70% del petrolio iraniano. Tenendo sotto controllo i pozzi petroliferi si mantengono stabili i mercati. In questo caso le unità iraniane partendo dal sud del Kurdestan, dalla località Zainalkoosh attaccherebbero gli angloamericani verso Bakubah con l&#8217;aiuto della Brigata Badr e degli sciti irakeni.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Gli ayatollah sono convinti che gli attacchi aeri e missilistici Usa prima e poi arriveranno, e come dice Amir Taheri sul “ New York Post” del 21 settembre sperano che ci sia anche una partecipazione israeliana negli attacchi per poter infiammare il mondo islamico e trascinarlo sulle proprie posizioni. Nel quadro di questa logica gli Hezbollah libanesi attaccherebbero Israele e Hamas e Jihad palestinese – i cui leaders sono stati ricevuti nelle settimane scorse da Khamenei – alzerebbero il livello dello scontro. In Afghanistan la componente etnica Tadjika e gli sciti Hazarah, insieme a Hekmatyar, darebbero l&#8217;assalto alle forze anglo americane. In Pakistan il 25% dei sciti sono considerati una risorsa mentre si sta lavorando tra i 160 milioni di mussulmani indiani, in parte sciti. Ci sarà la rivolta della maggioranza scita del Bahrain, mentre le minoranze scite sparse in Africa e nella penisola arabica comincerebbero i tumulti. Anche se si tratta di ipotesi, il quadro che emerge è alquanto drammatico ed è allarmante che, nonostante tutto, nonostante gli scenari devastanti per l&#8217;intera umanità di una guerra contro l&#8217;Iran, le due amministrazioni neocon continuino nei loro preparativi bellici.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>di Mir Mad</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>(fonte: <a href="http://www.megachip.info)">www.megachip.info)</a></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Arrivano l&#8217;intervento militare occidentale in Siria e quello israeliano in Iran?</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 23:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Bene. O meglio: male. Malissimo. A quanto pare l’intervento militare occidentale in Siria è inevitabile. Idem per quanto riguarda l’intervento israeliano in Iran. Ma andiamo per ordine. Riguardo la Siria, esportare la democrazia con le armi è una illusione antica. Ci provò, almeno come scusa, Atene con Sparta se non ricordo male. E ne nacque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bene. O meglio: male. Malissimo. A quanto pare l’intervento militare occidentale in Siria è inevitabile. Idem per quanto riguarda l’intervento israeliano in Iran. Ma andiamo per ordine.</strong></p>
<p><strong>Riguardo la Siria, esportare la democrazia con le armi è una illusione antica. Ci provò, almeno come scusa, Atene con Sparta se non ricordo male. E ne nacque la lunga guerra del Peloponneso che favorì, se non ricordo male, il successivo arrivo di Alessandro. L&#8217;esperimento è riuscito agli Usa in Germania, Italia e Giappone con la seconda guerra mondiale: vale a dire, con un bilancio di 40-60 milioni di morti e due atomiche sulla testa di civili giapponesi. Che vogliamo fare? Una guerra mondiale in Medio Oriente che si allargherebbe chissà fin dove, con altri 40-60 milioni di morti moltiplicato per chissà quanto e con decine di atomiche?<span id="more-3511"></span></strong></p>
<p><strong>Molta gente anche “de sinistra” reclama a gran voce l’intervento militare in Siria per mettere fine alla mattanza di civili da parte del regime “che ha già fatto oltre 10.000 morti”. A parte il fatto che NON mi fido delle cifre ufficiali &#8211; NESSUN Paese colleziona 10.000 vittime senza una sollevazione generalizzata, militari compresi &#8211; purtroppo ricordo la truffa dei &#8220;40 mila morti&#8221; nella Romania di Ceausescu. Il grave dell&#8217;ingannare l&#8217;opinione pubblica e del suo farsi ingannare è che per collezionare meno di 40.000 morti nella rivolta d&#8217;Ungheria i sovietici dovettero sventrare a cannonate Budapest, il cui aspetto ricordava Berlino a fine guerra, mentre le immagini di Bucarest e delle altre città rumene  con &#8220;40 mila morti&#8221; mostravano TUTTI i palazzi al loro posto. Infatti poi si scoprì che i morti delle immagini che fecero fremere il mondo intero non erano altro che il frutto di una truffa deliberata: si trattava delle riprese dei soliti morti parcheggiati negli obitori di ospedali e cimiteri in attesa di sepoltura. Lo strano delle asserite stragi di civili e bombardamenti da parte governativa di intere città e quartieri nel corso della &#8220;rivoluzione&#8221; libica e nella attuale rivolta in Siria è che foto e filmati NON mostrano mai palazzi, il che fa pensare che NON ci siano palazzi sventrati a cannonate da sbandierare al mondo come il drappo rosso per il toro della corrida. A me pare chiaro che si cerca ogni pretesto, buono o cattivo che sia, per intervenire in Siria e &#8220;ridisegnare&#8221; il Medio Oriente come piace alla Casa Bianca e non dispiace a Netanyahu. Poiché con la Siria non possiamo inventarci il suo possesso di bombe atomiche, ho l&#8217;impressione che si gonfino a dismisura le cifre della repressione (che quando avviene a Gaza , in Cisgiordania o in Sud America non frega niente a nessuno&#8230;.). Per ammazzare 10.000 civili si devono ridurre in briciole un bel po&#8217; di palazzi e quartieri. Perché NON se ne vedono MAI le immagini? A Gaza si vedevano, eccome.</strong></p>
<p><strong>E se qualche Paese islamico o buddista si mettesse in testa di esportare in Occidente manu militari la &#8220;democrazia islamica&#8221;, magari con annessa shahria, o quella buddista? Favorire i fermenti democratici, se ci sono, con soldi e aiuti vari, anche come mobilitazione internazionale è un conto, ma intervenire militarmente è sempre piuttosto sbagliato. In Iran gli angloamericani intervennero per abbattere il governo legittimanente eletto di Mossadeq, soffocando così la democrazia sul nascere per favorire un pagliaccio criminale come lo scià Reza Palawi, spianando così la strada all&#8217;arrivo di Khomeini. Non mi pare credibile che ora, viceversa, chi ha ucciso la democrazia in Iran (e in Cile, Argentina, Congo, Indonesia) la voglia far nascere in Siria. Il mondo non è le mutande dell&#8217;Occidente. E la democrazia non è come l&#8217;elastico della mutande, allargabile o restringibile a piacere.</strong></p>
<p><strong>Riporto qui di seguito qualche buon motivo per non prendere subito per oro colato certe notizie strombazzate dai mass media quando intonano il solito coro dell’”Armiamoci e partite!”:</strong></p>
<h2>L&#8217;incidente del Golfo del Tonchino, 1964</h2>
<p><strong>Il 5 agosto del 1964, secondo il Pentagono, delle siluranti nordvietnamite avevano attaccato dei cacciatorpediniere statunitensi. Gli Stati Uniti risposero iniziando i bombardamenti sul Nord Vietnam. Nel 1971 il <em>New York Times</em> pubblicò i documenti del Dipartimento della Difesa che svelavano l&#8217;inganno. Recentemente, questa vicenda è stata ricostruita da un documentario della rete britannica <em>Channel 4</em>. [1]</strong></p>
<h2>I 4.632 morti di Timisoara, 1989</h2>
<p><strong>Il 20 dicembre 1989 venne diffusa in tutto il mondo la notizia di spaventosi massacri nella città romena di Timisoara: si parlò di bambini schiacciati dai carri armati e di donne incinte sventrate dai soldati, e di 4660 morti. Il giorno successivo le televisioni di tutto il mondo mostrarono <em>le immagini</em> del massacro: corpi straziati appena riesumati dalle <em>fosse comuni</em>. Il numero di corpi trovati nelle fosse comuni era esattamente 4632. Tutti i giornali riportarono, con titoli adeguatamente drammatici, <em>testimonianze</em> che descrivevano tali atrocità e le loro prove, fra cui il corpo lacerato di una donna col feto appoggiato accanto.</strong></p>
<p><strong>Due giornalisti italiani, recatisi al cimitero, trovarono solo venti salme, ed osservarono che erano state sepolte molto piú a lungo dei pochi giorni intercorsi fra i massacri e la scoperta delle fosse comuni. Il custode del cimitero disse che quei corpi straziati appartenevano a dei poveracci, mendicanti e altri emarginati, a cui era stata fatta l&#8217;autopsia e che infine erano stati esposti alle telecamere per <em>provare</em> che ci erano stati dei massacri spaventosi. Si seppe in seguito che la &#8220;donna incinta&#8221; era una povera sessantenne morta l&#8217;8 novembre 1989, e il &#8220;feto&#8221; una bambina di due mesi morta il 9 dicembre. I 4632 morti di Timisoara non furono mai trovati, al pari delle altre migliaia di presunte vittime della repressione nel resto del paese. Il numero accertato delle vittime degli scontri che accompagnarono la caduta di Ceausescu fu di circa cinquanta.</strong></p>
<h2>I 2.000 massacrati dagli Usa ma ufficialmente non morti a Panama, 1989</h2>
<p><strong>Negli stessi giorni della rivolta in Romania, con i suoi massacri immaginari, l&#8217;operazione &#8220;Giusta Causa&#8221; portava a termine il bombardamento di Panama da parte degli USA. Ci furono dei veri massacri: Amnesty International stima che il bombardamento del quartiere popolare di El Chorrillo abbia causato duemila morti, e varie fonti riportano numerose vittime (da duemila a quattromila) durante l&#8217;occupazione. Tuttavia le notizie in merito vennero censurate: l&#8217;operazione &#8220;Giusta Causa&#8221;, che portò alla cattura del gen. Noriega e all&#8217;instaurazione di un governo piú docile a Panama, verrà ricordata come un&#8217;operazione <em>chirurgica</em> di <em>polizia internazionale</em>.</strong></p>
<h2>I neonati di Kuwait City, 1990</h2>
<p><strong>Dopo l&#8217;invasione del Kuwait da parte dell&#8217;Iraq, il 2 agosto 1990, una <em>testimone oculare</em> fuggita dal paese riferí, di fronte ad una commissione di parlamentari degli Stati Uniti, che i soldati iracheni avevano tolto dei neonati (il numero varia da 15 a 312 secondo le versioni della testimonianza) dalle incubatrici dell&#8217;ospedale, lasciandoli morire sul pavimento. Questa efferatezza provocò un&#8217;ondata di sdegno in tutto il mondo e fu determinante nel mobilitare l&#8217;opinione pubblica a favore dell&#8217;intervento armato contro l&#8217;Iraq. Ma dopo la guerra si seppe che la storia era una messinscena confezionata dalla ditta <em>Hill &amp; Knowlton</em>, un&#8217;agenzia di pubbliche relazioni assoldata dal governo del Kuwait, oltre che dall&#8217;Indonesia e dalla Turchia. La medesima ditta aveva prodotto dei falsi filmati di combattimenti nel Kuwait occupato. Questo inganno, che ha contribuito allo scatenamento di una guerra, è stato rivelato, orgogliosamente, dall&#8217;agenzia stessa.</strong></p>
<h2>Gli almeno 20.000 iracheni massacrati dagli Usa in Iraq a Mutla Ridge, nel 1991, ma fatti sparire</h2>
<p><strong>La battaglia finale (anche se è forse improprio chiamarla cosí) della seconda guerra del Golfo avvenne il 26 febbraio del 1991. L&#8217;episodio piú drammatico di quell&#8217;avvenimento fu il massacro della collina di Mutla: migliaia di veicoli, sia militari che civili, che trasportavano soldati iracheni e civili di varie nazionalità, in fuga dal Kuwait, vennero bloccati e bombardati per ore, senza alcuna possibilità di scampo o di difesa. Si stima che circa ventimila persone siano morte in quella strage, ma i loro resti vennero fatti sparire rapidamente con i bulldozer, prima che i giornalisti potessero mostrarli.</strong></p>
<h2>Il “bombardamento di Lubiana”, 1991</h2>
<p><strong>Nel giugno del 1991 la Slovenia proclamò l&#8217;indipendenza dalla Federazione Jugoslava. Il 2 luglio, nel pomeriggio, si sentí un&#8217;esplosione a Lubiana, e si sparse la notizia che la città era stata bombardata dall&#8217;aviazione federale. I giornali riferirono di palazzi sventrati dalle bombe e, in altre località, di case e chiese scoperchiate da esplosioni. Tuttavia, i giornalisti che si trovavano sul luogo non trovarono tracce di bombardamenti: tutti i danni si limitavano a qualche vetrina rotta e a qualche tegola caduta per lo spostamento d&#8217;aria di un aereo. Anche gli scontri fra le truppe federali e le milizie slovene vennero dipinti dalla stampa internazionale come un&#8217;invasione della Slovenia, mentre in realtà le forze federali, di soli duemila uomini, erano ampiamente soverchiate dai 40 mila uomini della Difesa Territoriale Slovena, riforniti di armi tedesche. Questo è un esempio in cui un conflitto di modesta entità militare viene drammatizzato, col risultato di renderne piú difficile la risoluzione pacifica e consensuale. La finta guerra della Slovenia fu il prologo della vera guerra jugoslava.</strong></p>
<p><strong>Per non parlare delle “atomiche di Saddam” e dell’”uranio del Niger venduto a Saddam per fare le atomiche”. Balle colossali, causa di centinaia di migliaia di morti e di altro odio verso l’Occidente, sulle quali sono stati prodotti negli Usa due bei film: “Savoir faire” e “Green zone”. Chissà quanti altri bei film di questo tipo faranno negli Usa se si continua così….</strong></p>
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		<title>E&#8217; possibile una verità storica?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 07:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Zetesis]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia]]></category>
		<category><![CDATA[verità]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia non può finire con l&#8217;esperienza terrena, poiché in questa dimensione la verità, nel senso pieno della parola, è impossibile. Finché esistono civiltà antagonistiche, i cui poteri dominanti decidono l&#8217;ideologia ufficiale, avendo il monopolio dei mezzi comunicativi, nessuna verità è possibile. Al massimo sono possibili delle &#8220;mezze verità&#8221; o delle critiche alle verità ufficiali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia non può finire con l&#8217;esperienza terrena, poiché in questa  dimensione la verità, nel senso pieno della parola, è impossibile. Finché  esistono civiltà antagonistiche, i cui poteri dominanti decidono l&#8217;ideologia  ufficiale, avendo il monopolio dei mezzi comunicativi, nessuna verità è  possibile. Al massimo sono possibili delle &#8220;mezze verità&#8221; o delle critiche alle  verità ufficiali del governo, delle istituzioni, ma la <em>vera verità</em>,  quella che una volta si definiva &#8220;pura&#8221;, è fuori della nostra portata.</p>
<p>Possiamo soltanto avvicinarci ad essa, in maniera approssimativa, facendoci  aiutare da chi ha una visione opposta a quella dei poteri dominanti, a quella di  chi non tiene in alcun conto le classi marginali; ma dobbiamo farlo senza  credervi ciecamente, poiché non c&#8217;è nulla che indichi la verità come  un&#8217;evidenza. Infatti dobbiamo accontentarci di un&#8217;approssimazione per difetto.  L&#8217;insieme sfugge alla nostra comprensione, anche se un lavoro d&#8217;équipe è  certamente più significativo di quello del singolo, per quanto intelligente sia.</p>
<p>Il nostro giudizio è condizionato soprattutto da due fattori. Il primo è che  quando gli aspetti privati confliggono con quelli pubblici, diventiamo cinici se  preferiamo quelli pubblici (quanti grandi personaggi sono stati fatti fuori  dalla cosiddetta &#8220;ragion di stato&#8221;? Socrate, Cristo, Tommaso Moro, sino al  deputato Aldo Moro). Se invece preferiamo quelli privati diventiamo  sentimentali, troppo condiscendenti.</p>
<p>I conflitti sociali di queste civiltà inducono a dare più importanza alla  politica che alla morale, anche quando non si è politicamente impegnati; sicché  la morale si guasta, subisce dei condizionamenti che le fanno perdere lo  spessore umano. Chi fa politica per mera esigenza di potere fa diventare cinico  anche chi non la fa, cioè anche chi preferisce dedicarsi agli affetti familiari,  agli amici, ai propri hobby.</p>
<p>&#8220;Il potere logora chi non ce l&#8217;ha&#8221; &#8211; questa tristissima massima di uno dei  principali protagonisti del delitto Moro, in fondo pesca nel vero, poiché  nell&#8217;antagonismo sociale l&#8217;emarginato s&#8217;incattivisce, si disumanizza, perde la  faccia di bronzo che caratterizza chi sta al potere, per il quale l&#8217;assenza di  morale va vissuta con assoluta indifferenza.</p>
<p>Chi invece pensa che gli aspetti etici siano da coltivare molto di più di  quelli politici, finisce col diventare ingenuo, col non capire fin dove si può  spingere il cinismo della politica, dove la regola è quella di dire sempre il  contrario di ciò che si pensa.</p>
<p>Il secondo fattore da considerare, che ci impedisce di avere una visione  obiettiva delle cose, è il fatto che tendiamo a dare ragione a chi soffre,  tendiamo a giustificarlo, anche quando sappiamo che politicamente ha torto. Gli  aspetti umani ci commuovono, ci mettono in confusione e offuscano  l&#8217;interpretazione obiettiva della realtà, quella che deve tener conto dei  conflitti di classe, dei rapporti di proprietà. Quanti militari tedeschi  sopravvissuti alla battaglia di Stalingrado hanno pianto i loro compagni  perduti, senza rendersi conto del genocidio che stavano compiendo ai danni dei  russi?</p>
<p>Ecco perché non siamo capaci di <em>vera verità</em>. Il fatto è purtroppo che  non siamo automi, in grado di accontentarci di verità evidenti, di tipo  matematico. E&#8217; un bisogno della natura umana quello di conoscere il senso delle  cose, quello profondo o &#8220;ultimo&#8221;. E sappiamo bene che se non riusciamo a  soddisfarlo, meno ancora vi riusciranno le generazioni future, per quanto a  volte la lontananza dagli interessi in gioco possa aiutare nella ricerca nella  verità.</p>
<p>Noi rischiamo continuamente di compiere azioni di cui non saremo noi a  vergognarci, ma le generazioni future, le quali, se e quando prenderanno  consapevolezza dei nostri errori, non avranno modo di rinfacciarceli. Già  faranno una fatica immane a scoprire le nostre falsificazioni, in quanto noi  avremo lasciato loro un&#8217;interpretazione dei fatti del tutto edulcorata. Ma anche  quando vi riuscissero, con chi se la prenderanno? Non è forse un&#8217;ingiustizia che  una generazione compia impunemente degli abusi e ne scarichi le conseguenze  sulle generazioni successive?</p>
<p>Questa mancanza di senso della storia non ci permetterà mai di raggiungere la  verità. Ecco perché abbiamo bisogno di un&#8217;altra dimensione per chiarirci  definitivamente, e chissà fino a che punto sarà possibile farlo a mente fredda:  le cose a volte s&#8217;interiorizzano così tanto che neppure a grande distanza di  tempo si riesce a metabolizzarle. Quando i sopravvissuti dei lager ricordano  quello che hanno passato si commuovono ancora, come se fosse successo ieri, e si  commuovono persino i loro figli, quanto i genitori sono morti già da tempo.</p>
<p>L&#8217;importante, sin da adesso, è non acquisire la psicologia della vittima  innocente, quella di chi vuole reagire a tutti questi soprusi con spirito  vendicativo. Noi non possiamo rischiare di comportarci peggio delle precedenti  generazioni, anche se è nostro compito smascherare chi sostiene d&#8217;essersi  comportato in una certa maniera per assicurarci un&#8217;esistenza dignitosa.</p>
<p>La sofferenza va relativizzata: di per sé essa non rende più vera la verità;  anzi, il più delle volte la falsifica, poiché uno pensa che in nome del proprio  dolore tutto gli sia lecito. Quando Dante incontrò Brunetto Latini e lo sentii  inveire pesantemente contro i fiorentini, lui che, in fondo, da loro aveva  ottenuto un danno alquanto modesto, così gli rispose: &#8220;Son pronto ad affrontare  la sorte, qualunque cosa essa mi riservi, purché la mia coscienza non mi  rimproveri&#8221; (<em>Inferno</em>, XV, 91-93).</p>
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		<title>E la Costa Concordia è sempre ferma dove è naufragata: metafora dell&#8217;Italia e della realtà di oggi?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’enorme mole della Costa Concordia è ancora lì, metà sotto il mare e metà sopra. E per quanto possa apparire incredibile, lo svuotamento dei serbatoi del carburante NON sé neppure iniziato. Spero ardentemente non sia vero che si deve procedere alla gara di appalto per aggiudicare i lavori, perché anche al ridicolo dovrebbe esserci un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’enorme mole della Costa Concordia è ancora lì, metà sotto il mare e metà sopra. E per quanto possa apparire incredibile, lo svuotamento dei serbatoi del carburante NON sé neppure iniziato. Spero ardentemente non sia vero che si deve procedere alla gara di appalto per aggiudicare i lavori, perché anche al ridicolo dovrebbe esserci un limite.  L’interesse generale e il pericolo di disastro ambientale sono tali da imporre l’invio di mezzi militari per procedere di corsa al recupero del carburante. E invece…. E invece l’enorme mole della Costa Concordia, dolente balena spiaggiata, è sempre lì. Si dondola un po’ con il movimento del mare. Più la guardo, più mi pare l’immagine dell’Italia di oggi. Se non dell’Europa di oggi. Se non del mondo intero di oggi. E di sempre. Gigantesco vorrei ma non posso. Ritratto e monumento vivente del fallimento di tutti i grandi traguardi, di tute le grandi ambizioni di navigare il mondo e la vita lasciandoci alle spalle la realtà. Che è sempre la realtà delle nostre inadeguatezze. Ma bando alle ciance.</strong></p>
<p><strong>A quanto pare il comandante Schettino ospitava nella sua cabina la giovane e bella moldava Domnica Cemortan, della quale hanno parlato tutti i giornali. Buon per lui, se è vero. Ma che c’entra con le responsabilità per il disastro della Costa Concordia? Forse provocherà il disastro del matrimonio di Schettino, con la signora Fabiola Russo,  ma ha qualcosa a che vedere con il naufragio sugli scogli dell’isola del Giglio?<span id="more-3501"></span></strong></p>
<p><strong>Forse la bella moldava era presente nella plancia di comando al momento dell’impatto con lo scoglio fatale e  nei momenti precedenti. Se è vero che Schettino ha detto “ero distratto nei miei pensieri”, si può ipotizzare che il motivo della distrazione fosse la ragazza. Pare però che a dover guardare il mare e gli strumenti, e quindi a doversi accorgere dello scoglio, fosse un altro ufficiale, all’uopo delegato da Schettino. Come che sia, la presenza di estranei nella plancia di comando dovrebbe essere proibita dagli armatori esplicitamente, così come è proibito che stiano nella cabina di comando degli aerei quando sono in volo. Oltre alla eventuale presenza della moldava, è certo che in plancia ci fossero gli equivalenti  crocieristici dello chef e del maitre d’hotel, che si godevano la suggestiva vista dell’isola del Giglio illuminata  dalle luci della notte rivolgendo anche domande di tipo turistico al capitano Schettino. Scene inimmaginabili, perché vietate,  in un jet di linea anche se di grandi dimensioni.</strong></p>
<p><strong>Insomma, le responsabilità ci sono, e la magistratura appurerà se sono tutte e solo di Schettino o tutte e solo dell’armatore o di entrambi, e in che misura. Intanto però prosegue la pubblica lapidazione o almeno il tiro a segno su Schettino, fermo restando che ogni paragone con S. Bartolomeo o affini è sbagliato, improponibile. E pur di dargli addosso si lasciano passare sotto silenzio quelle che, se le notizie apparse sulla stampa sono vere, violazioni gravissime delle leggi da parte dei carabinieri e dei magistrati.</strong></p>
<p><strong>“Appena la nave si è inclinata sono sceso”. Sì, ma dove? Non condivido le conclusioni subito tirate da tutti, in tutto il mondo, che il capitano Schettino sia “sceso” dalla nave, per scappare, anziché, come ha detto ai magistrati, in cabina a tentare inutilmente di recuperare delle carte.  Si scappa per salvare la pelle o per fuggire alle manette, ma Schettino e i suoi due ufficiali non stavano rischiando nessuna delle due cose, e neppure da lontano. Mi pare più razionale quindi pensare che quel “sono sceso” si riferisse allo scendere in cabina. Ammesso che la trascrizione fatta dai carabinieri che intercettavano quelle frasi in dialetto stretto campano sia corretta e non, come molto spesso capita, fin troppo succinta o imprecisa.  Ma non è questo il problema che credo vada segnalato, e con urgenza.</strong></p>
<p><strong>Capisco che sia utile intercettare ciò che dice un sospettato al telefono o in conversazione di persona con amici, e che sia sbagliata la “legge bavaglio” che voleva ridurre di molto la possibilità per le indagini giudiziarie di avvalersi delle intercettazioni. Però per quanto riguarda le intercettazioni del capitano Schettino nelle primissime ore dopo la tragedia, fatte nella caserma dei carabinieri di  Orbetello e già arrivate anch’esse alla stampa, trovo strano che nessuno abbia fatto notare l’enorme gravità della faccenda. Leggo su uno dei maggiori quotidiani italiani, e a firma di due colleghi di vaglia, che Schettino lo hanno intercettato mentre “è in caserma sconsolato, sta aspettando che qualcuno gli porti abiti puliti e buone notizie dal mare” e mentre “le ore passano lente, riempite solo dalle parole scambiate con il suo avvocato, Bruno Leporatti, il suo comandante in seconda Ciro Ambrosio, il suo ufficiale di coperta Silvia Coronika e qualche amico che lo raggiunge al telefono”.</strong></p>
<p><strong>Sogno o son desto? I carabinieri hanno dunque intercettato le conversazioni di Schettino con il suo avvocato!? Qui i casi sono due. O Schettino era già accusato di qualcosa, e allora l’intercettazione del dialogo con l’avvocato è di gravità inaudita, oppure non era ancora accusato di nulla e quindi non si capisce a che titolo venisse intercettato. E a che titolo venissero intercettati anche gli altri.</strong></p>
<p><strong>Possibile che la tifoseria più o meno giustizialista o comunque accusatoria ci faccia dimenticare perfino certe regole elementari e basilari? Qui non si tratta di spaccare il capello in quattro o fare gli azzeccagarbugli, ma di evitare che con la Costa Crociere faccia naufragio anche la legalità, compreso il comportamento dei carabinieri, e la nostra capacità di denunciarla senza se e senza ma.</strong></p>
<p><strong>Ciò detto, è un fatto che la nave Costa Concordia è ancora in buona parte fuori dall’acqua, non ne è stata cioè completamente sommersa. E allora, sia pure col senno di poi, forse è il caso di porsi delle domande. Siamo sicuri che il vero errore non sia stata l’evacuazione? Poiché la nave NON poteva affondare essendo già adagiata su un fianco e per giunta ancorata, Non sarebbe stato meglio fare aspettare la luce del sole facendo stare i passeggeri seduti o sdraiati sul fianco non sommerso, magari al coperto? Il meteo infatti NON prevedeva mare mosso. Certo, i passeggeri non sarebbero stati affatto comodi per qualche ora, ma sempre meglio che rischiare di affogare in mare. All’alba li avrebbero evacuati tutti senza nessun problema. Gli strumenti, e le carte nautiche, indicano con chiarezza quanti metri d’acqua ci sono sotto uno scafo. A parte i film di fantascienza, la Costa Crociera NON poteva essere inghiottita da Nettuno o dagli dei degli inferi. Tant’è che è ancora lì:metà dentro l’acqua e metà fuori. Certo, parlare col senno di poi è facile, lo ripeto, ma sapendo che la nave non poteva più andare sott’acqua e non poteva neppure spostarsi perché ancorata, le scialuppe forse era meglio non calarle prima dell’alba, quando oltretutto ci sarebbero stati molti ma molti più mezzi di soccorso e soccorritori arrivati nel frattempo. F</strong></p>
<p><strong>Poi c’è l’assurda faccenda della biscaglina. Da quel che s’è visto e sentito, anche dalla bocca dell”eroe” De Falco della capitaneria di Livorno, è stata calata UNA SOLA E UNICA biscaglina!!! Anziché stare a guardare, gli isolani del Giglio potevano portare alla nave biscagline, funi e quant’altro, mentre dalla capitaneria di Livorno di biscagline ne potevano inviare a decine con elicotteri e mezzi navali veloci.  Ho detto capitaneria di Livorno? Non è la stessa capitaneria della tragedia del traghetto Moby Prince? Vale a dire, della collisione tra due navi poco al largo di Livorno che il 10 aprile 1990 provocò l’incendio del traghetto e la morte di TUTTI i suoi 140 passeggeri.</strong></p>
<p><strong>Io ho solo una patente nautica che mi permette di comandare una barca a vela anche in oceano. Purtroppo, oltre a non navigare più da decenni,  non ho una barca e l’esperienza in mare l’ho maturata su barche altrui. Però, per quel poco che ne capisco, la manovra che Schettino stando alla testimonianza dell’esecutore al timone – Jacob Rusil Bin &#8211; avrebbe effettivamente ordinato, urlando, “barra tutta a dritta!” prima dell’impatto, poi “tutta barra a sinistra!” e infine di nuovo “tutta barra a destra!” dopo l’impatto, è stata davvero utile a evitare disastri peggiori. Idem per quanto riguarda l’ordine di calare prima l”ancora di destra e dopo qualche minuto l’ancora di sinistra: è stata una manovra ottima per portare la nave ancor più sottocosta onde evitarne l’affondamento completo. Leggo che tutti sostengono invece che la nave è finita dove è finita solo per merito delle correnti. Mah. Visto anche il complesso dietro front della rotta dopo l’urto con lo scoglio, direi che la nave è finita lì anche e forse soprattutto grazie a Schettino.</strong></p>
<p><strong>Schettino ha sbagliato e la responsabilità del disastroso urto in mare è sua anche se non è stato lui, ma un altro ufficiale, a non vedere lo scoglio fatale. La responsabilità è sua anche perché andava troppo forte. Avesse almeno rallentato, come era doveroso fare così vicino alle rocce, e fosse andato agli usuali 6 nodi degli “inchini” anziché ai 16 di quella dannata sera, lo squarcio sarebbe stato più piccolo e forse le cose sarebbero andate altrimenti. Però credo che l’armatore sia responsabile di tutto il resto, a partire dall’ora abbondante persa in chiacchiere, con la speranza di non dover sostenere le enormi spese per il salvataggio o l’evacuazione,  e a finire al tragico non funzionamento dei vari dispositivi d’emergenza. La storia degli armatori non è affatto esente da macchie, anche gravi. Quella dei comandanti di nave è invece, per fortuna, un’altra storia.</strong></p>
<p><strong>Infine: Schettino è indifendibile sotto vari profili, lo abbiamo detto e ridetto. Ma che il procuratore della Repubblica di Grosseto, Francesco Verusio, possa essersi permesso di definirlo pubblicamente “uno scellerato” senza essere cacciato dalla magistratura o almeno severamente punito è cosa che può avvenire solo in Italia, dove i magistrati sono ormai troppo spesso fuori controllo. In un altro Paese civile per scivoloni di questo genere verrebbe ordinato il non luogo a procedere per violazione del diritto ad un ‘fair trial’, come dicono in Inghilterra, cioè a un processo equo. E l’incauto Verusio si troverebbe anche a dover rispondere forse persino per diffamazione a mezzo stampa, tv, e internet. </strong></p>
<p><strong>Mi viene in mente il magistrato che conduceva le indagini sull’uccisione a Cogne di Samuele Lorenzi, il figlio di Anna Maria Franzoni. Anziché spiccare subito il mandato di cattura contro la signora Franzoni, già inchiodata da non poche prove, il magistrato ha preferito temporeggiare, cosa che ha permesso di confondere per un bel pezzo le acque facendo diventare anche i ldelitto di Cogne un lungo show nazionale. “Sono una mamma anch’io”, si giustificò il magistrato per la mancata emissione del mandato di cattura. Come se un magistrato può permettersi di non essere imparziale con chi ritiene gli sia simile, o magari simpatico. Anche in questo caso, in un altro Paese civile quel magistrato, donna, sarebbe stata o mandata a casa o punita.</strong></p>
<p><strong>Quello che più mi duole dell’illegittima uscita di Verusio è che nessun giornale lo abbia criticato. Anzi, le sue parole sono state subito elevate a sentenza e prese per la prova provata della colpa globale di Schettino. Su questa scia, anche la tragedia della Costa Concordia è diventato un tema da trattare col sensazionalismo, con i boatos, le insinuazioni, i gossip, i pettegolezzi… Naufragio della Costa Concordia o anche di un bel pezzo della società italiana?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Come uscire dalla corruzione</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando la società arriva a un punto in cui ciò che fa un delinquente per poter vivere non è molto diverso da ciò che fa un uomo di potere, legalmente riconosciuto, si può tranquillamente dire &#8211; guardando le cose dall&#8217;esterno &#8211; che la corruzione è al 100%. Infatti, se queste due categorie di persone, formalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando la società arriva a un punto in cui ciò che fa un delinquente per poter  vivere non è molto diverso da ciò che fa un uomo di potere, legalmente  riconosciuto, si può tranquillamente dire &#8211; guardando le cose dall&#8217;esterno &#8211; che  la corruzione è al 100%.</p>
<p>Infatti, se queste due categorie di persone, formalmente così distanti ma  sostanzialmente così vicine, possono coesistere senza particolari problemi,  allora vuol dire che tutte le persone oneste non hanno sufficiente potere per  impedirlo e che qualunque persona onesta può anche diventare, a seconda delle  situazioni, un delinquente legale o illegale.</p>
<p>Quando si dice: &#8220;è solo questione di prezzo&#8221; o &#8220;a ciascuno il suo prezzo&#8221;, si ha  ragione, ma solo in parte; occorrono infatti anche occasioni  in grado di influenzare le coscienze, persone capaci  di indurre a compiere determinate azioni.</p>
<p>In tal senso le persone oneste più fragili (in senso materiale o morale) sono  quelle indigenti o indebitate, o quelle meno acculturate o meno competenti o poco  capaci a svolgere mansioni davvero produttive, spendibili sul mercato, o, più in  generale, quelle che non si accontentano, quelle che vogliono avere uno stile di  vita al di sopra delle loro possibilità, quelle che vogliono fare carriera&#8230; Si  nasce onesti, ma facilmente si smette di esserlo in una società dominata dalla  corruzione.</p>
<p>Generalmente i criminali illegali sono quelli che non hanno avuto le condizioni  sufficienti (morali o materiali) per restare onesti, e neppure le condizioni  sufficienti (morali o materiali) per  diventare dei delinquenti legali.</p>
<p>Una qualunque resistenza individuale a una corruzione di tal genere non serve  certo a modificare le cose. Al massimo può servire per continuare a restare  individualmente puliti.</p>
<p>Tuttavia per organizzare una resistenza collettiva occorre che gli effetti della  corruzione si siano ampiamente diffusi nel tessuto urbano, al punto da renderlo  invivibile. Una soluzione individuale a questo problema è l&#8217;emigrazione verso  altri paesi, in cui si spera che la corruzione non sia così forte.</p>
<p>Una soluzione governativa è la dichiarazione di guerra a un governo straniero,  semplicemente per distogliere l&#8217;attenzione delle masse dai problemi interni.</p>
<p>Una soluzione popolare è la guerra civile, che però deve arrivare a una  rivoluzione vera e propria, altrimenti si trasforma in un inutile bagno di  sangue. Scegliere una soluzione o l&#8217;altra dipende solo da una cosa: <em>il  livello di maturità politica delle masse</em>.</p>
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		<title>Come uscire dal circolo vizioso del sistema</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 18:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il capitalismo funziona bene quando il tasso di sfruttamento del lavoro è molto elevato. Esattamente come lo schiavismo funzionava bene quando, in seguito alle guerre vittoriose, era molto elevato il numero degli schiavi sul mercato (questo spiega perché i Romani crearono la loro ricchezza sotto la Repubblica senatoriale e si limitarono a gestirla sotto l&#8217;Impero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il capitalismo funziona bene quando il tasso di sfruttamento del  		lavoro è molto elevato. Esattamente come lo schiavismo funzionava bene  		quando, in seguito alle guerre vittoriose, era molto elevato il numero degli schiavi sul mercato  		(questo spiega perché i Romani crearono la loro ricchezza sotto la  		Repubblica senatoriale e si limitarono a gestirla sotto l&#8217;Impero  		dittatoriale).</p>
<p>Se le guerre non sono più vittoriose o se ci si deve limitare a una  		mera strategia difensiva, oppure se gli schiavi di ribellano, o se  		cominciano a rendersi autonome le colonie (che i Romani chiamavano  		province) o a rivendicare sempre più diritti, le cose non possono  		funzionare più come prima.</p>
<p>Oggi dobbiamo dire lo stesso nei confronti delle rivendicazioni  		salariali degli operai e degli impiegati o nei confronti della volontà  		di emergere dei paesi del Terzo Mondo. Il capitale non riesce più a  		sfruttare come prima, al punto che qualcuno comincia a rimpiangere i  		tempi in cui c&#8217;era più dittatura.</p>
<p>D&#8217;altra parte quando c&#8217;è antagonismo sociale non si può vincere in  		due: uno deve per forza perdere. Darwin, quando pensava al mondo  		animale, chiamava questo processo  		&#8220;selezione naturale&#8221; e la definizione, applicata poi agli  		&#8220;umani&#8221;, ha avuto molta fortuna.</p>
<p>Gli imprenditori oggi sono come i generali romani di una volta, che  		coi loro eserciti andavano in guerra per fare fortuna. Poi, quando  		l&#8217;avevano fatta, diventavano senatori, ricchi latifondisti, governatori  		di province, alti funzionari, oppure addirittura imperatori.</p>
<p>Oggi non si ha bisogno di fare guerre di tipo militare: è sufficiente farle  		con le armi dell&#8217;economia e della finanza. Tra i Romani e noi ci sono di  		mezzo le tecnologie, l&#8217;uso capitalistico del denaro e anche il fatto che  		il lavoratore gode della libertà personale, quella formale di tipo  		giuridico.</p>
<p>Le ferite che ci lecchiamo non sono più quelle procurate da una  		spada, ma dall&#8217;aumento dei prezzi, delle tariffe, dei tassi sui mutui,  		delle imposte dirette e indirette, delle perdite in borsa, dei debiti,  		degli affitti e soprattutto sono procurate dal fatto che i salari e gli  		stipendi non riescono a tenere il passo di tutte queste cose.</p>
<p>Oggi un imprenditore sa bene che se la manodopera non viene sfruttata  		al massimo, rischia di dover chiudere (eventualmente trasferendosi in  		quei paesi dove il costo del lavoro è irrisorio). Questo perché deve  		sostenere spese sempre più ingenti nei macchinari, nell&#8217;amministrazione,  		nelle tangenti al potere politico e criminale, nelle strategie di  		marketing, ecc.</p>
<p>La concorrenza li obbliga a uno stress insostenibile, a dei rischi  		inaccettabili. La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto  		- che Marx elaborò nel III libro del <em>Capitale</em> e che non ebbe mai  		il tempo di approfondire &#8211; li spaventa, perché, pur non conoscendola, la  		possono constatare abbastanza facilmente. Ecco perché tendono a  		delocalizzare le loro ricchezze dai paesi più avanzati a quelli meno,  		oppure dall&#8217;economia alla finanza, dove hanno problemi più facili da  		affrontare.</p>
<p>Il capitalismo ha bisogno di avere situazioni di precarietà sociale,  		in cui la gente è disposta a lavorare per un salario minimo. Situazioni  		del genere si verificano quando un paese entra in guerra, cioè quando  		parte della ricchezza sociale di una nazione viene distrutta molto  		velocemente. Le guerre infatti sono periodiche in questo sistema.  		D&#8217;altra parte quando i debiti sono talmente grandi che per potervi in  		qualche modo far fronte bisogna per forza impoverirsi, è relativamente  		facile che da una situazione del genere si passi all&#8217;esigenza di  		dichiarare guerra a qualcuno, magari anche solo per scongiurare il  		rischio di una guerra civile interna.</p>
<p>Purtroppo per noi il sistema ci ha insegnato che solo quando le cose sono sufficientemente devastate, si  		può ricominciare a sperare che la situazione migliori. Si arriva a un punto oltre il quale non si può andare  		avanti e, se si vuole sopravvivere con i medesimi criteri e metodi,  		bisogna prima distruggere buona parte della ricchezza collettiva.</p>
<p>E&#8217; come passare da un mazzo di 104 carte a uno di 52 per poter  		continuare a giocare. Ci vuole una specie di peste bubbonica, come  		quella che nel Trecento eliminò un terzo della popolazione europea. Fu  		proprio la peste che accelerò la trasformazione delle Signorie italiane  		in Principati: cosa resa possibile, naturalmente, anche a causa della  		scarsa combattività del mondo del lavoro, il cui apice in Italia fu  		raggiunto col Tumulto dei Ciompi a Firenze, nel 1378.</p>
<p>Questo meccanismo infernale che ha il capitalismo, di  		autodistruggersi parzialmente per poi rinascere come l&#8217;Araba fenice,  		andrebbe superato una volta per tutte. L&#8217;unico modo per poterlo fare è  		noto da molto tempo: togliere agli imprenditori e a tutti i  		gestori dell&#8217;economia finanziaria il potere di decidere da soli quali  		debbano essere i criteri con cui vivere la vita.</p>
<p>Bisognerebbe però precisare, a scanso di equivoci, che non può più  		essere considerato sufficiente togliere al capitale la  		<em>proprietà</em> degli strumenti produttivi e finanziari, senza  		ripensare completamente gli <em>stili di vita</em>. E, in tal senso, non  		dobbiamo dare per scontato l&#8217;utilizzo delle stesse tecnologie del  		capitalismo, seppur gestite da lavoratori-proprietari.</p>
<p>Dobbiamo tenerci pronti o a far saltare <em>tutto</em> il sistema (e  		non solo una sua parte), o ad approfittare delle sue debolezze quando  		sarà costretto a saltare da solo per potersi autorigenerare. Se non  		approfitteremo di quel momento favorevole, stiamo pur certi che il  		capitale farà pagare al lavoro le conseguenze della propria crisi,  		partendo ovviamente dai ceti più deboli. La crisi infatti non è di <em> crescita</em> (quella che permette ai lavoratori, col tempo, di  		migliorare le loro condizioni), ma solo di <em>autoconservazione</em>.  		Sarà un bagno di sangue soprattutto per chi ha già il corpo piagato.</p>
<p>Ecco perché sin da adesso dovremmo chiederci come uscire da questo  		inferno &#8211; che è in fondo un assurdo circolo vizioso -, partendo dai <em> criteri di soddisfazione dei bisogni primari quotidiani</em>. Se non  		recuperiamo un rapporto stretto, diretto, con la <em>natura</em>, se non ci  		riappropriamo di ciò che costituisce la <em>base materiale della nostra  		esistenza</em>, sottraendola a una gestione anonima, eterodiretta,  		incontrollabile (quale quella che si verifica negli attuali mercati di  		beni e servizi), noi saremo condannati in eterno a ripetere i nostri errori.</p>
<p><em>Solo con l&#8217;autogestione completa di un territorio ha senso parlare  		di democrazia</em>. &#8220;Esta selva selvaggia e aspra e forte, / che nel  		pensier rinnova la paura&#8221;, non può essere vinta coi metodi e mezzi  		tradizionali. Bisogna fare una <em>rivoluzione copernicana del pensiero</em>, in  		virtù della quale l&#8217;uomo possa finalmente camminare coi propri piedi e  		non al guinzaglio di qualcuno.</p>
<p>Il fatto è purtroppo che noi occidentali, così abituati a sentirci  		onnipotenti, non riusciremo mai ad accettare un rapporto <em>paritetico</em> con  		la natura, a meno che delle gravissimi catastrofi non ci costringano a  		farlo. Forse l&#8217;unico momento in cui in Europa siamo stati capaci di  		questo, da quando sono sorte le civiltà antagonistiche, è quello che i  		manuali scolastici definiscono col termine di &#8220;epoca buia&#8221;, e cioè  		l&#8217;alto Medioevo. Ma in Europa son dovuti entrare i cosiddetti &#8220;barbari&#8221;  		per insegnarci a recuperare con la natura un rapporto equilibrato.</p>
<p>Tuttavia, già a partire dal Mille avevano ripreso, in Italia, un  		rapporto di sfruttamento delle risorse naturali, analogo a quello di  		epoca greco-romana. A partire dal Mille sono state tantissime le  		catastrofi che l&#8217;Europa ha subìto (innumerevoli guerre, terribili  		epidemie, carestie, devastazioni ambientali&#8230;), eppure non s&#8217;è mai  		avuta la forza d&#8217;invertire la marcia.</p>
<p>In un millennio la borghesia non solo è diventata potentissima,  		approfittando spesso proprio di quelle catastrofi, ma, quel che è  		peggio, è riuscita a diffondersi in tutto il pianeta, come un gigantesco  		virus. Lo sviluppo della borghesia capitalistica &#8211; che ha avuto il suo  		esordio proprio in Italia &#8211; è stata la più grande catastrofe  		dell&#8217;umanità. E ora che il testimone sta per essere preso da colossi  		numerici come Cina e India, il peggio, molto probabilmente, deve ancora  		venire. E nuovi &#8220;barbari&#8221; che tornino a insegnarci a vivere non se ne  		vedono all&#8217;orizzonte&#8230;</p>
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		<title>Il capitano Schettino è indifendibile, ma il suo linciaggio è vergognoso. La criminale diffusione della telefonata De Falco-Schettino ci cola a picco tutti. Per il salvataggio solo un elicottero, per le guerre invece&#8230;.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ho voluto tardare a bella posta a intervenire sul naufragio della Costa Concordia perché ero preso da un tale sdegno contro il comandante Francesco Schettino da ritrovarmi sorprendentemente nel coro degli urlatori di professione e forcaioli d’animo. Compagnia che mi imbarazza talmente da avermi consigliato prudenza. Anche perché l’esperienza ha dimostrato a suo tempo sulla mia pelle che le verità lanciate con grande clamore e immediatamente a ridosso dei fatti sono troppo spesso verità per modo di dire, se non baccano suscitato ad arte per nascondere la verità o sue importanti parti. Tant’è che avevo preparato un pezzo certo non a favore di Schettino, ma neppure di accettazione del “colpevole unico”, classico capro espiatorio per salvare il sedere di molti altri. Poi ho ascoltato – disgraziatamente – la telefonata tra Gregorio De Falco e Schettino. E m’è crollato il mondo addosso. Quella telefonata mostra l’intero vertice di comando della Costa Crociere talmente vile e ignominioso che non ci posso credere, mi rifiuto, la fuga di un comandante, per giunta assieme al suo secondo e terzo ufficiale, è un abominio inimmaginabile, roba che neppure in un film o in un pessimo sceneggiato da trash tv. Se le cose stessero davvero come sembra da quella telefonata, a dover fare hara hiri non è solo Schettino, ma qualunque italiano che ha pudore, perché quella telefonata, se fosse tutto come sembra, ci condanna come Italia intera, come popolo di ignavi, cialtroni, mascalzoni e irresponsabili. Neppure popolo “solo” da bunga bunga ed elettori entusiasti di gente come Bossi, Berlusconi, Calderoli…., ma addirittura di cialtroni da corte marziale e – infamia suprema &#8211; fucilazione alla schiena e con gli occhi bendati. Chiunque abbia passato così a razzo alla stampa la registrazione di quella telefonata, e, come vedremo meglio in seguito, si direbbe che pare possa essere stato solo De Falco, ha fatto una grande mignottata che ci ha accoltellato tutti alla schiena.</strong></p>
<p><strong>Cerchiamo quindi di ragionare. Schettino ha sbagliato ed è indifendibile. E’ stato lui stesso ad avere ammesso col magistrato una serie di circostanze che lo inchiodano:<span id="more-3485"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>- ha ordinato lui di uscire fuori rotta per avvicinarsi al Giglio;</strong></p>
<p><strong>- ha deciso lui di abbandonare il pilota automatico e di mettersi a timonare lui, personalmente e manualmente;</strong></p>
<p><strong>- l’accosto al Giglio lo ha deciso per un “inchino” al collega in pensione Mario Palombo, “inchino” preannunziato allo stesso Palombo con una apposita telefonata;</strong></p>
<p><strong>- ha ordinato la virata troppo tardi;</strong></p>
<p><strong>- il ritardo nell’ordinarla è dovuto al fatto che “ero perso nei miei pensieri”.</strong></p>
<p><strong>Anche se non di “pensieri” si trattava, ma – a quanto pare &#8211; della vicinanza di una bella bionda, ce n’è abbastanza per prendere a pedate Schettino fino a consumargli tutto il sedere.</strong></p>
<p><strong>In aggiunta, è innegabile che Schettino ha perso oltre un’ora da perfetto cretino, quando invece durante quell’ora la nave era ancora in assetto, cioè non sbandata, e potava sbarcare tutte le persone in perfetto ordine e senza che nessuno finisse affogato intrappolato nelle cabine o in sala pranzo. Ma quell’ora e un quarto l’ha persa da cretino perché è cretino lui o perché l’armatore gli ha ordinato di non lanciare subito l’SOS e di non chiedere neppure ispezioni e verifiche in mare perché “il tempo è danaro” e le crociere, come si dice degli spettacoli, “must go on”? Non so se sia vero che Schettino durante quell’ora molto abbondante abbia, tra l’altro, cercato anche di fare sparire la “scatola nera” onde evitare si potessero appurare le sue responsabilità per la rotta temeraria e l’errore da peracottari. E’ inoltre grave, anzi inaudito, che abbia abbandonato la nave. E che lo abbia fatto con i suoi due vice è talmente inaudito da essere impensabile. Così come è patetica, ridicola, lestofantesca, la scusa di essere “caduto in una scialuppa di salvataggio”, per giunta di esserci caduto con i due vice, eventualità statisticamente impossibile se non in un film di topo Gigio.</strong></p>
<p><strong>Tutto ciò detto, nulla dimostra che Schettino stesse scappando, che avesse cioè abbandonato la nave per svignarsela. Forse lui è un vile, ma credere che lo siano anche i suoi due vice mi pare surreale. Non voglio neppure prendere in considerazione quello che, stando ai giornali, avrebbe dichiarato il parroco dell’isola, e cioè che Schettino era sbarcato tranquillo e beato anche col computer. Il parroco pensi a vergognarsi per NON avere mai reclamato neppure lui per l’usanza degli “inchini” a pochi metri dalla terraferma da parte di un bestione come Costa Concordia e non solo.</strong></p>
<p><strong>Insomma, NON si può che Schettino stesse scappando. E’ sceso dalla nave, certo, e NON doveva farlo, ma NON per scappare. Probabilmente voleva rendersi conto di persona della falla, dall’esterno visto che dall’interno era impossibile, o forse anche cercare di rendersi utile cercando di mettere ordine tra i natanti nelle vicinanze, anche se questa ipotesi non mi convince perché i natanti con i passeggeri erano – a quanto pare – dall’altra parte della nave, quella che guarda la terraferma a pochi metri da essa. sull’altro lato della nave. Se è sceso, per giunta, ripeto, con gli altri due ufficiali, uno dei quali era una donna, probabilmente è stato perché a sua valutazione i soccorsi sulla nave procedevano, anche se non ho capito sotto la direzione di chi. La presenza di un ufficiale donna nella scialuppa con Schettino mi fa credere ancor più difficile una fuga o un pensare comunque solo a se stessi: una donna, per giunta ufficiale di marina, abbandona vecchi e bambini e altre donne al loro destino? Difficile da credere. Ritengo umanamente e professionalmente più probabile che il comandante, pur con deplorevolissimo ritardo, abbia aiutato passeggeri a mettersi in salvo e sia sceso in ispezione in mare solo quando gli è parso di poterlo fare perché non c’era più ressa nel salvataggio.</strong></p>
<p><strong>La voce impallata di Schettino nel rispondere a De Falco, mi ha fatto arrossire per quel pesante accento campano da “guapp’e cartone” dei film, da decenni “prova provata” dell’infingardaggine e cialtroneria dei “terroni”. Né Totò né Massimo Troisi avrebbero potuto immaginate tanto… Accento campano a parte, la voce di Schettino m’è parsa stranamente impastata, come anche le sue risposte a De Falco spesso sconnesse. Troppo alcol? Una “sniffata” di troppo e già a fine effetto? Lo appureranno i magistrati.</strong></p>
<p><strong>Insomma, Schettino è spacciato. Come capitano è spacciato. Come marinaio è spacciato. Come uomo, se la vedrà con se stesso, con i non pochi morti dovuti all’aver perso più di un’ora senza muovere un dito, anche se forse per ordine dell’armatore e non per decisione propria. Ma impiccarlo adesso sulla pubblica piazza a furor di popolo, no. Fucilarlo alla schiena sulla base dei soli elementi d’accusa, senza neppure vagliarli, contestualizzarli e verificarli, assolutamente no. Il giornalismo scoopista a tutti i costi ha già fatto una serie di danni storici, dal “ballerino anarchico” Pietro Valpreda fino al “rapimento” di Emanuela Orlandi ha già preso una quantità di granchi colossali. Meglio andarci più cauti.</strong></p>
<p><strong>Andiamoci cauti anche nel voler vedere in De Falco il cavaliere bianco, l’eroe salvatore di quei frangenti terribili. Il suo ordinare a Schettino di risalire a bordo salendo per la biscaglina, che è una scala di corde con gradini di legno,  “in senso inverso a quello dei passeggeri” che si stavano faticosamente mettendo in salvo, lo trovo un ordine assurdo.  La biscaglina, detta anche biscaggina, è una scala fatta di corde e con gradini di legno o di plastica in modo da poterla arrotolare e srotolare a piacere. La biscaglina inoltre è stretta, la si scende stando rivolti verso la nave e tenendosi con le mani al cordame laterale mentre si poggiano i piedi su uno scalino alla volta, stando bene attenti a non scivolare.  Non è certo larga a sufficienza da permettere il transito nei due sensi, per giunta in una situazione di emergenza drammatica. Sarebbe stato più logico issare a bordo Schettino, e gli altri due ufficiali, con una fune calata da un elicottero. E qui che casca l’asino, un altro asino! Come mai da Livorno non hanno mandato più elicotteri? A Livorno c’è una imponente base Nato, più un aeroporto italiano. Si fosse trattato di andare a bombardare la Libia o qualche nave di “terroristi” gli elicotteri ci sarebbero stati, sarebbero stati fatti arrivare da ovunque. I giganteschi elicotteri militari in grado di issare anche mezzi corazzati. La capitaneria di porto di Livorno ha un solo elicottero? E di chi è la colpa? Di Schettino?</strong></p>
<p><strong>Certo, Schettino ha sbagliato fin dall’inizio, fin da quando cioè ha deciso la bravata dell’avvicinarsi troppo all’isola del Giglio per dare “un salutino” al “mitico” commodoro e far vedere ai turisti direttamente sotto il loro naso la suggestiva cartolina notturna dell’isola del Giglio illuminata. Regalando nel contempo – due piccioni con una fava – agli isolani la suggestiva cartolina dell’enorme città galleggiante da crociera che a mo’ di maxi balena addomesticata si avvicina fin sotto casa, saluta educatamente a mo’ di serenata con i suoi maestosi fischi ad alto volume e tonalità a bassa e se ne va.</strong></p>
<p><strong>Però, però, c’è un però: visto che l’incredibile “salutino” a distanza ravvicinata era una consuetudine, o comunque una cosa niente affatto rara, dov’erano la capitaneria di porto, i carabinieri, la polizia, il sindaco, il parroco e gli abitanti del Giglio quando la balena da crociera arrivava fin quasi sotto le finestre? Todos caballeros? Un bestione come Costa Concordia o simili NON è un gommone o una barchetta che passa inosservata, e male, malissimo hanno fatto, dalla capitaneria all’ultimo dei pescatori o marinai della domenica, a non reclamare mai, a non avvertire mai nessuno della sbalorditiva usanza. Gentile e bella quanto si vuole, ma usanza pericolosa anche agli occhi di un cieco.  A Genova, al quartier generale della Costa Crociere, nessuno mai si è accorto di nulla? I TIR  hanno la scheda registratrice nel tachimetro, con la quale la polizia stradale – se vuole – può controllare a che velocità ha marciato l’autista durante tutto il viaggio del TIR. Ovvio che le navi, e le grandi navi, non siano prive di controlli anche più sofisticati. Sia a bordo che dalle capitanerie, oltre ai satelliti.</strong></p>
<p><strong>Strumenti di controllo a parte, non è solo al Giglio che si avvicinano pericolosamente le enormi città galleggianti e divertimentifici marini. Lo sanno anche i sassi che ci si fa pubblicità anche così: chiunque abbia visto sfilare di sera nella laguna di Venezia o nel golfo di Napoli o nel porto di Genova un transatlantico o una grande nave da crociera con tutte le luci accesi sa bene di cosa parlo. Ma in un Paese dove se si hanno soldi si può diventare capo del governo e farsi fare anche le leggi ad  personam, su misura, ogni volta un “inchino” del parlamento al Cavaliere, non sorprende che un Comandante di nave si faccia un pezzo di rotta ad personam, su misura per un “inchino a chi vuoi tu”, come dice la filastrocca.</strong></p>
<p><strong>Torniamo infine alla telefonata tra De Falco e Schettino. Chi se non lo stesso De Falco può avere dato quella registrazione ai giornalisti, visto che è lui stesso a dire a Schettino che sta registrando la telefonata? I magistrati? In questo caso non possono avere avuto il tempo di ricevere la registrazione, ascoltarla, valutarla e passarla a qualche cronista.  Alla stampa quel dialogo sputtana-Italia è stato consegnato prima che arrivasse ai magistrati.<br />
Insomma, anche quella della diffusione della  telefonata è una storiaccia, sotto troppi punti di vista.</strong></p>
<p><strong>Sembra un brutto presagio: se quello di Federico Fellini si intitola “E la nave va”, il film della Costa Concordia si intitola invece “E la nave non va”, anzi, fa naufragio. Naufragio che capita per giunta nel momento più sbagliato, nel bel mezzo della tempestosa navigazione della nave Italia tra le secche, gli scogli e le intemperie  dell’euro, della recessione, del debito sovrano, dello spread, del rating…. Per il Times il disastro della Costa Concordia è infatti la metafora dell’Italia che affonda. Per il Wall Street Journal è addirittura la metafora dell’ormai a suo dire inevitabile naufragio dell’euro e dell’intera Comunità Europea. Non vorremmo Angela Merkel o chi per essa replicanti di Schettino. Ma neanche di De Falco. Mandino a salvare l&#8217;euro, l&#8217;Europa e gli europei più di un elicottero. E non calino solo una biscaglina…….</strong></p>
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		<title>Dopo le balle sull&#8217;Iraq per poterlo invadere, le balle e le provocazioni all&#8217;Iran colpevole di esistere</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 13:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gridare che l’Iran “provoca gli Usa” o addirittura “sfida l’Occidente” solo perché conduce manovre navali davanti alle proprie coste e testa un paio di missili da appena 200 chilometri di gittata, non è molto onesto. Appare anzi piuttosto grottesco.  Le carte geografiche indicano chiaramente che il mare dove l’Iran sta conducendo esercitazioni navali si chiama “Golfo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gridare che l’Iran “provoca gli Usa” o addirittura “sfida l’Occidente” solo perché conduce manovre navali davanti alle proprie coste e testa un paio di missili da appena 200 chilometri di gittata, non è molto onesto. Appare anzi piuttosto grottesco.  Le carte geografiche indicano chiaramente che il mare dove l’Iran sta conducendo esercitazioni navali si chiama “Golfo Persico”, come peraltro scrivono tutti i giornali,  che è come dire Golfo Iraniano. Infatti, la parte di mondo che una volta si chiamava Persia oggi si chiama Iran, ha cambiato nome né più e né meno come altri Stati. Per esempio, l’isola che chiamavamo Ceylon oggi preferisce chiamarsi Sry Lanka così come l’isola di Formosa è diventata Taiwan. Insomma, gridare contro queste manovre navali iraniane nelle acque “persiche” sarebbe un po’ come stracciarsi le vesti se l’Italia facesse esercitazioni navali nell’Adriatico. C’è semmai da trovare inopportuno che siano gli Stati Uniti ad avere mandato fin laggiù, in acque lontane molte migliaia di chilometri dalle coste americane, una potente flotta militare, dotata come al solito anche di bombe atomiche e comprendente una o più portaerei. In acque che per giunta, ripeto, si chiamano Golfo Persico e NON Golfo Statunitense o Baia di Hudson.<span id="more-3478"></span></strong></p>
<p><strong>Sì, certo: dallo stretto di Hormuz, collo di bottiglia che mette in comunicazione la “bottiglia” del Golfo Persico con il mare Arabico (ripeto: Arabico….), passa l’incessante processione di petroliere che alimentano l’Occidente. Trasportano infatti senza sosta migliaia e migliaia di tonnellate di oro nero estratto dai pozzi dello stesso Iran, del Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. E’ quindi interesse vitale dell’Occidente che tale arteria non venga chiusa, perché equivarrebbe a strangolarci. Ma chi è che minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz? L’Iran non ha nessun interesse a farlo, perché senza i dollari delle esportazioni petrolifere crollerebbe al suolo così come faremmo noi senza il petrolio dei vari Paesi di quel Golfo. Certo, se Washington manda uno squadrone navale armato fino ai denti, comprese portaerei e qualche decina di atomiche, è ovvio che a Teheran non resta altro che strepitare. Ovviamente solo a parole. Dovrebbe forse incassare l’umiliazione di flotte altrui che scorazzano davanti casa sua e magari anche applaudire contenta?</strong></p>
<p><strong>Cosa direbbero gli Stati Uniti, e cosa diremmo noi tutti in Europa, se l’Iran (o la Cina….) mandasse nel Golfo del Messico o nel mare davanti a Norfolk una flotta militare con tanto di portaerei e missili anche se non nucleari? Forse dovremmo meditare sulla nostra mania di volerci permettere qualunque iniziativa e di accusare gli altri di minacciarci non appena si permettono un centesimo di quel che ci permettiamo noi. Forse che gli Usa e i Paesi europei non testano missili quando e come vogliono, a partire dalla fissazione missilistica dello “scudo spaziale” Usa? Cosa sono i 200 chilometri dei due missiletti di Teheran di fronte ai 2.500 chilometri di un qualunque Tomahawk onnipresente a decine e decine sulle navi Usa? Per non parlare dei missili intercontinentali, che l’Iran non possiede e che gli Usa possiedono a migliaia.</strong></p>
<p><strong>Le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali suonano la sirena d’allarme perché con quei due missili “in grado di raggiungere Israele e le basi americane in Asia” l’Iran ha “sfidato l’Occidente”.  Perfino un falco come Edward Lutwak ha ridimensionato la situazione dichiarando che Ahmadinejad “spara i suoi fuochi d’artificio, me non è una minaccia credibile”. Fuochi d’artificio a parte, la logica e l’onestà suggeriscono una domanda: come mai non ci preoccupiamo minimamente – anzi! -  e non abbiamo lanciato allarmi – anzi! &#8211; per i missili che, viceversa, da Israele e dalle basi americane in Asia possono radere l’intero Iran e non solo quello? Mistero. Anzi, no, nessun mistero: si tratta del solito vizio dei due pesi e due misure. Aggravato dall’eterno considerare gli “altri” sempre come barbari alle porte bramosi di invaderci o sterminarci. Da Nasser in poi, quanti “nuovi Hitler” abbiamo contato in Medio Oriente e nel resto del mondo? Eppure, la realtà storica è quella che è, anche se per noi molto spiacevole: di Hitler ce n’è stato uno, prodotto non dagli “altri”, ma dall’Europa.  Cioè da noi.</strong></p>
<p><strong>Ho già scritto tempo fa dell’impossibilità dell’Iran di dotarsi di armi atomiche in tempi non escatologici. E anche se le avesse, è da dementi pensare che si precipiterebbe a lanciarle su Israele, come si continua molto disonestamente a voler far credere. Teheran infatti non farebbe in tempo a dispiegare e lanciare il primo missile nucleare che si troverebbe incenerita dalla atomiche israeliane (3-400, senza che nessuno chieda spiegazioni anche sul perché di una tale quantità. Che va ben oltre la strategia della deterrenza). Senza contare che poiché in Israele vivono quattro milioni di musulmani nessun Paese musulmano, qual è l’Iran, li spazzarebbe all’altro mondo con una Shoà nucleare.</strong></p>
<p><strong>Eppure, nonostante tutto ciò, si lancia l’ennesimo allarme atomico contro l’Iran solo perché nei giorni scorsi gli iraniani hanno mostrato con orgoglio la prima barra di uranio 238 da loro arricchita con il 20% di uranio 235, del tipo cioè utile a costruire le atomiche. Queste però – come è ormai arcinoto – se sono del tipo fabbricato con uranio anziché con plutonio hanno bisogno di un arricchimento di almeno il 97% di uranio 235, arricchimento impossibile da realizzare in Iran se non in quantitativi trascurabili. Con percentuali del 20% si possono solo produrre barre di combustibile nucleare per le centrali che producono corrente elettrica o “pastiglie” per macchinari a raggi X come si usano in medicina e in metallurgia.</strong></p>
<p><strong>Che l’Iran non sia un pericolo mortale per Israele neppure se dotato di armi atomiche lo ha sostenuto perfino l’attuale capo del Mossad, Tamir Pardo, davanti a una affollata platea di ambasciatori israeliani convocati in Israele per aggiornamenti. Il quotidiano israeliano &#8216;Ha&#8217;aretz&#8217;, citando tre diplomatici presenti, ha scritto che il capo del Mossad ha dichiarato senza peli sulla lingua che Israele  sta ricorrendo a vari mezzi (vedi gli omicidi di scienziati nucleari e i vari sabotaggi non solo informatici) per contrastare il programma nucleare iraniano e così continuerà a fare, ma se l&#8217;Iran dovesse realmente riuscire a dotarsi di armi nucleari, ciò non significherebbe la distruzione dello Stato di Israele. Pardo farà la fine del suo predecessore? L&#8217;ex capo del Mossad, Meir Dagan, prima di essere rimosso aveva affermato che un attacco aereo sull&#8217;Iran era “un&#8217;idea stupida”, dalle conseguenze disastrose.</strong></p>
<p><strong>Perché allora questo continuo allarme contro l’Iran? Perché questa ossessione del “pericolo atomico iraniano” inventato nel 2002 dal presidente George Bush junior? Cioè dallo stesso Bush, si noti, che in seguito ha inventato anche l’esistenza delle atomiche di Saddam per poter avere la scusa buona a invadere l’Iraq, Paese dal quale gli americani si sono ritirati solo pochi giorni fa dopo averlo ridotto al rango di loro protettorato. La risposta purtroppo è semplice: spingere gli “altri” verso il fanatismo, meglio se non solo nazionalista ma anche religioso, serve egregiamente a poter convincere la nostra opinione pubblica – europea, statunitense e occidentale in genere – a serrare i ranghi e a sentirsi assediata, in modo da farle accettare le strategie aggressive man mano decise dal potere dominante contro gli “Stati canaglia” e  i “terroristi” anche quando non si tratta affatto di Stati canaglia né  terroristi.</strong></p>
<p><strong>Due secoli di imperialismo occidentale e il colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra nel 1953 per impedire la nazionalizzazione del petrolio decisa dal primo ministro democraticamente eletto Mohamed Mossadeq si sono rivelati infine un boomerang. A un certo punto infatti, nel gennaio 1979, gli iraniani hanno cacciato lo scià Reza Pahlawi, personaggio corrotto manovrato a piacimento dagli Usa, e hanno accolto a braccia aperte l’ayatollah Ruhollah Komeini, che ha instaurato il deprecabile regime teocratico tuttora al potere. Tuttavia,poiché gli iraniani, popolo di antica civiltà,  non sono affatto dei barbari e tanto meno dei cretini, nel 1998 il presidente Khatami appena eletto ha porto il ramoscello d’ulivo verso Washington. Khatami infatti:</strong></p>
<p><strong>- elogiò la “grande civiltà americana”;</strong></p>
<p><strong>- prese posizione a favore del “dialogo tra civiltà”;</strong></p>
<p><strong>- deprecò l’occupazione del novembre 1979 dell’ambasciata americana e la annessa cattura di ostaggi da parte degli studenti universitari, guidati dai pasdaran, per protesta contro il dorato asilo concesso dal presidente Carter alla famiglia Pahlawi;</strong></p>
<p><strong>- si schierò dalla parte degli Usa dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 condannando senza mezze misure “i terroristi talebani”, aprendo i propri porti alle navi americane e incitando contro i talebani la parte di Afganistan in buoni rapporti con l’Iran.</strong></p>
<p><strong>Non  a caso l’allora ministro degli Esteri inglese, Jack Straw, corse a Teheran per quella che lui stesso definì una “visita storica” e per ringraziare il governo di Teheran perché l’Iran  era “schierato con la Gran Bretagna per contrastare il terrorismo di ogni tipo”.</strong></p>
<p><strong>Khatami, ferocemente avversato in patria dalla destra, iniziò una serie di grandi riforme, anche a favore delle donne e della libertà di stampa, che contava di completare una volta che la sua parte politica avesse vinto le nuove elezioni e consolidato così il suo potere. Ma ecco che nel gennaio 2002  George W. Bush nel tradizionale discorso sullo stato dell’Unione conia la disgraziata espressione Asse del Male contro i Paesi, Iran, Corea del Nord e Iraq, sospettati di sostenere il terrorismo internazionale e di minacciare la pace mondiale con ricerche sulle armi di distruzione di massa. L’accusa piombò sull’Iran come un fulmine a ciel sereno, gli iraniani si sentirono traditi e feriti nell’orgoglio nazionale, motivo per cui  alle elezioni premieranno i nazionalisti antioccidentali. Bush ha così spianato la strada ad Ahmadinejad, che infatti nel 2005 riuscirà a prendere il posto di Khatami.</strong></p>
<p><strong>Il resto è purtroppo storia ancora attuale. Che avanti di questo passo non è detto non ci porti a sbattere.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>BUON NATALE, FELICI FESTE E OTTIMO ANNO NUOVO PER TUTTI! SENZA DIMENTICARE COM&#8217;E&#8217; OGGI LA PALESTINA, BETLEMME COMPRESA</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 17:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PIU&#8217; UN FORTE ABBRACCIO DA PARTE MIA]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/12/natale-new_133.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-3466" title="natale-new_133" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/12/natale-new_133.gif" alt="" width="423" height="317" /></a><strong>PIU&#8217; UN FORTE ABBRACCIO DA PARTE MIA</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/12/nataleinpalestina.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3475" title="nataleinpalestina" src="http://www.pinonicotri.it/wp-content/uploads/2011/12/nataleinpalestina.jpg" alt="" width="560" height="409" /></a></strong></p>
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		<title>Le inutili alternative</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 08:39:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politeia]]></category>
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		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il problema maggiore delle moderne civiltà è che qualunque tentativo si faccia per risolvere determinati problemi finisce sempre per produrre nuovi problemi, spesso ancora più gravi dei precedenti. Noi sembriamo destinati a ottenere il contrario di ciò che vorremmo. Prima che le civiltà antagoniste comparissero si doveva cercare di conservare, il più possibile inalterato, tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema maggiore delle moderne  civiltà è che qualunque tentativo si faccia per risolvere determinati problemi  finisce sempre per produrre nuovi problemi, spesso ancora più gravi dei  precedenti. Noi sembriamo destinati a ottenere il contrario di ciò che vorremmo.</p>
<p>Prima che le civiltà antagoniste comparissero si doveva cercare di conservare,  il più possibile inalterato, tutto il passato, per poter avere delle certezze  sul futuro. Oggi invece non abbiamo alcuna cognizione del passato e viviamo alla  giornata, del tutto ignari di ciò che ci attende, tanto che qualunque evento,  anche disastroso come un crac borsistico, ci giunge assolutamente inatteso e  pensiamo che prima o poi si risolva da sé (si pensi solo a quanto furono  impreviste le due guerre mondiali).</p>
<p>Purtroppo però non possiamo non far nulla  col pretesto che, facendo qualcosa, peggioreremmo la situazione. Se non facciamo  niente, le cose peggiorano lo stesso, proprio perché esse sono frutto di  rapporti antagonistici, le cui contraddizioni, stante l&#8217;attuale sistema che le  produce, risultano irrisolvibili.</p>
<p>Infatti, quando si ha l&#8217;impressione ch&#8217;esse  siano meno pesanti da sopportare, è perché il loro carico maggiore è stato  trasferito su categorie sociali più deboli. In molti si sta pagando per far  contenti i pochi. E questo meccanismo si verifica a tutti i livelli  territoriali: locale regionale nazionale continentale mondiale, essendo  strettamente intrecciati. P.es. se in ambito nazionale esiste un&#8217;imprenditoria  che sfrutta la propria componente operaia, esse, insieme, sfruttano le aree del  Terzo Mondo.</p>
<p>Insomma non c&#8217;è solidarietà tra sfruttati: ognuno se la deve  vedere da solo coi propri &#8220;padroni&#8221;. Il capitale vuole il globalismo per gli  scambi commerciali e finanziari e per il mercato del lavoro, ma si opporrebbe  con qualunque mezzo, anche il più devastante possibile, all&#8217;idea di  un&#8217;opposizione internazionale al sistema.</p>
<p>Il crollo dell&#8217;impero romano (la  maggiore società schiavistica del mondo antico) dovremmo vederlo come esempio  emblematico, a livello territoriale (in quanto i suoi confini erano abbastanza  definiti), di cosa potrebbe accadere al nostro sistema, che è capitalistico, i  cui confini non esistono, essendo un fenomeno mondiale.</p>
<p>La differenza, tra  allora e oggi, è che a quel tempo esistevano, in Asia e in Europa orientale,  molte popolazioni in grado di opporre resistenza all&#8217;idea di &#8220;schiavismo&#8221;; oggi  invece l&#8217;idea di &#8220;socialismo&#8221; sembra aver perduto qualunque forza propulsiva. Il  motore della nave s&#8217;è spento e non possiamo sostituirlo con la vela, perché ci  era stato detto che, in nome del progresso tecnologico, non ne avremmo più avuto  bisogno. Siamo praticamente in balia dei venti.</p>
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