In che senso l’Europa unita?

Tre periodi storici di altissima crisi, dovuta a corruzione, conflitti di ceti e classi, abusi d’ogni tipo, portarono in Italia a soluzioni che all’apparenza sembravano convincenti, ma che, alla resa dei conti, si rivelarono peggiori dei mali che volevano combattere.

Il periodo più antico fu quello della tarda repubblica romana, che, dopo l’eliminazione dei Gracchi, dopo le sanguinose guerre sociali e civili e dopo la sconfitta della rivolta di Spartaco, portò alla dittatura degli imperatori, durata mezzo millennio, e non solo in Italia ma in tutta Europa.

Mille anni dopo fu la volta del tardo alto Medioevo, la cui corruzione portò alla nascita della teocrazia pontificia, che durò sino alla riforma protestante e al sorgere degli Stati nazionali europei.

Circa mille anni dopo fu la volta delle dittature nazi-fasciste, che insanguinarono l’intera Europa per tutta la prima metà del Novecento, in risposta alla crisi strutturale dei regimi liberali e parlamentari.

A queste dittature fasciste di tipo cesarista, in cui cioè la mistica del duce dominava incontrastata, si opposero con successo sia la dittatura stalinista, che poteva avvalersi di un apparato statale e di una persuasione ideologica più efficace; sia (con un successo che col tempo si rivelò ancora più grande) la dittatura economica degli Stati Uniti, capaci di applicare allo sviluppo produttivo tutte le principali conquiste tecnico-scientifiche, capaci di fare del consumismo di massa un’ideologia mondiale attraverso un uso spregiudicato dei mass-media e capaci di fare della finanza una potente arma di ricatto mondiale nei confronti dei paesi più deboli.

In tutti e tre i periodi storici non si riuscì a fare altro che sostenere, senza rendersene conto (in un primo momento), le dittature più feroci, nella convinzione che in tal modo le classi privilegiate avrebbero potuto essere meglio controllate. L’illusione di una maggiore democrazia fece nascere le peggiori dittature della storia (cui si possono aggiungere quelle del socialismo reale, che sfruttarono il declino del tardo feudalesimo dei loro paesi).

Dunque quale può essere oggi l’illusione popolare in grado di far nascere in Europa una potente dittatura, che sia molto più efficace di quella bonapartista dei vari Mussolini, Hitler, Franco, Pétain…

L’illusione può essere solo questa: i parlamenti nazionali non sono in alcun modo in grado di risolvere i problemi economici e i conflitti sociali, dunque ci vuole un unico parlamento sovranazionale, un vero parlamento europeo dotato di tutti gli effettivi poteri di uno Stato centralizzato.

Così, invece di sviluppare la democrazia diretta, la democrazia sarà ancora più delegata; invece di sviluppare l’autogestione, saremo completamente eterodiretti, invece di sviluppare l’autoconsumo, resteremo totalmente in balìa dei mercati e delle borse mondiali. Si farà di un Superstato democratico un Leviatano mai visto. E questo nella convinzione di realizzare una maggiore uguaglianza.

Alla luce dei precedenti storici, è evidente che per poter arrivare a questo saranno necessari rovinosi crolli di borsa, un generale impoverimento economico della società, un’acuirsi della corruzione e naturalmente una sanguinosa guerra civile.

Gli Stati nazionali scompariranno e tutto verrà gestito da un unico organismo europeo, i cui nuovi burocrati non mancheranno di dire che solo in tal modo saremo in grado di fronteggiare meglio il globalismo aggressivo della nuova superpotenza cinese.

Metafora dello specchio

I

Quando ci guardiamo allo specchio, ci riconosciamo perché siamo abituati a un certo volto; e siamo abituati a vederlo mutare, seppure così lentamente che spesso non ci ricordiamo come eravamo venti, trent’anni prima. Se mutassimo all’improvviso, forse la memoria sarebbe migliore. Invece così facciamo abitudine a un mutamento progressivo, quasi convinti d’essere sempre gli stessi.

Ci riconosciamo per abitudine, grazie allo specchio. Ma se in casa nostra ne fossimo privi, noi non potremmo riconoscerci da soli: avremmo bisogno che altri lo facessero per noi. Sarebbe un riconoscimento reciproco, della e nella collettività domestica: ognuno riconoscerebbe l’altro e ognuno, di conseguenza, riconoscerebbe se stesso. Riconosceremmo la nostra identità personale in quanto appartenenti a un gruppo.

Lo specchio è stato dunque un’invenzione della cultura individualistica, di quella forma di libertà che induce le persone a riconoscersi da sé, nella propria individualità, che è, in tal caso, sinonimo di solitudine. Noi sappiamo chi siamo nella nostra privatezza, mentre per la sfera pubblica siamo costretti a riconoscerci nelle istituzioni che s’impongono con la loro forza, col peso della loro evidenza.

Non pensiamo mai a questa assurdità semplicemente perché siamo abituati a viverla sin dalla nascita. Ci illudiamo che l’esperienza dello specchio dia sicurezza, aumenti la nostra identità, la consapevolezza di noi stessi.

In realtà il bambino acquista coscienza di sé solo nel rapporto coi propri genitori e coi propri simili. L’esperienza dello specchio è del tutto inutile, anzi, può diventare fuorviante, può indurre a comportamenti narcisistici, come la strega delle fiabe che, guardandosi allo specchio, si chiede continuamente se in tutto il reame vi sia qualcuna più bella di lei. Narciso, rimirandosi, s’era innamorato di se stesso, fino a dimenticare Eco, fino a perdersi nella propria immagine.

L’illusione più grande che lo specchio offre è proprio questa, di farci credere che quello che vediamo siamo proprio noi. Lo specchio non è altro che la presunzione di definire l’identità umana, che è indefinibile per definizione. La nostra identità va sempre al di là della sua apparenza. Noi non siamo ciò che sembriamo, se non in misura minima o relativa. La nostra identità, per sentirsi umana, ha bisogno di ben altri riconoscimenti.

L’unica cosa che può concedere lo specchio è il riconoscimento dei lineamenti fisici del nostro corpo, ma di ciò potremmo anche fare a meno, in quanto la vera identità umana è qualcosa di spirituale. Il che non vuol dire che sia qualcosa di “immateriale”, di impalpabile, di impercettibile, ma vuol dire qualcosa di “profondo”, che va oltre le apparenze, le sembianze.

Noi non possiamo fare a meno della materialità della vita, ma dovremmo fare a meno di ciò che fa di questa materialità un idolo da adorare. La nostra immagine allo specchio è uno di questi idoli che quotidianamente adoriamo.

Prima di uscire di casa, noi anzitutto abbiamo bisogno di guardarci allo specchio, poiché temiamo il giudizio altrui. E in una società maschilista come la nostra, le donne sono quelle che soffrono maggiormente di questa frustrazione. Sono costrette a vedersi belle, a fare di tutto per sentirsi piacevoli agli occhi degli uomini.

Con questo non si vuol dire che gli specchi andrebbero tutti distrutti: se lo facessimo, conservando l’individualismo dei nostri rapporti, ci sentiremmo ancora più frustrati. Si vuol semplicemente dire che la relazione sociale aiuta di più all’affermazione dell’identità personale. E’ sbagliato partire dalla propria autoconsapevolezza per stabilire delle relazioni: bisogna fare il contrario.

Noi siamo nella misura in cui gli altri ci riconoscono, o meglio, nella misura in cui ci riconosciamo reciprocamente. Chi si guarda troppo allo specchio fa la fine di Alice, che, entrandovi dentro, s’immagina un mondo che non esiste.

Noi in realtà non sappiamo affatto chi siamo finché qualcuno non ce lo dice, e se pensiamo che possa o addirittura debba dircelo lo specchio, allora siamo già entrati nel mondo dei sogni.

II

Una delle cose più curiose dei racconti mistificati relativi alle cosiddette “apparizioni di Gesù risorto”, è che nessun discepolo è in grado di riconoscerlo se non è lui stesso a farlo per primo. Già da questo si può capire che chi ha scritto quei racconti – tutti del quarto vangelo – apparteneva a una medesima comunità, in cui vigeva l’idea che l’identità umana va al di là delle sue apparenze.

Gesù non viene riconosciuto da Maria Maddalena se non dopo che si è autorivelato (Gv 20,14 ss.), né viene riconosciuto dai discepoli se non dopo che ha mostrato le mani e il costato trafitti (Gv 20,20: da notare che questa comunità già ignorava che la trafittura era avvenuta nei polsi). Di nuovo non lo riconoscono quando lo rivedono sul lago di Tiberiade (Gv 21,4). Solo dell’apostolo Giovanni viene detto che lo riconobbe prima ancora che Gesù rivelasse la propria identità ultraterrena (Gv 21,7). Ma questo è stato scritto in polemica con altre tradizioni cristiane, delle quali comunque si condivideva l’assunto fondamentale della divinità del Cristo.

Insomma i discepoli possono riconoscerlo solo se è lui a rivelare espressamente la propria identità, mostrando p.es. segni caratteristici della sua persona o compiendo azioni già fatte quand’era in vita. Questo quindi vuol dire che, nella fantasia religiosa di questi redattori, egli non poteva essere riconosciuto dal volto, dallo sguardo, anche se ad un certo punto riescono a farlo, come se scattasse in loro un’improvvisa illuminazione.

I redattori di questo vangelo hanno voluto far credere che per accettare l’idea di resurrezione, cioè di un corpo che non si vede, bisogna avere la “fede”, cioè bisogna essere davvero convinti che Gesù sia “risorto”: non vi sono altre prove.

L’esperienza della fede in sostanza assomiglia a questo: mentre ci si guarda allo specchio, si vede dietro di noi un’altra persona. Cioè si vedono due persone: una reale (alienata) e l’altra immaginaria.

Tuttavia, nonostante questa forma di alienazione (tipica di ogni esperienza religiosa), resta interessante l’intuizione che considera l’identità umana molto più complessa delle sembianze ch’essa assume. L’identità è qualcosa che va oltre le apparenze. La sostanza immutevole si dà continuamente forme mutevoli per poter apparire.

Se ci pensiamo, tutta la nostra vita, giorno dopo giorno, sperimenta la mutevolezza di queste forme. Chi non accetta tale mutevolezza fisica e cerca d’impedirne meccanicamente lo svolgimento, soffre sicuramente di problemi d’identità, non riuscendo ad accettarsi.

Il senso della vita sta invece proprio nel cercare di rispecchiarsi nell’identità o nell’autenticità altrui.

Che ne è dei rapporti tra socialismo e religione?

Dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Urss, il tema del rapporto tra socialismo e religione, in Europa occidentale, sembra essere totalmente scomparso. Eppure abbiamo ancora oggi il più grande partito comunista del mondo, quello cinese, che gestisce un sesto dell’umanità. Abbiamo Cuba che resiste imperterrita al più grande embargo della storia americana (e forse della storia in generale). Abbiamo altri paesi del sud-est asiatico che hanno chiaramente conservato tracce del più recente socialismo; per non parlare del pericoloso autoritarismo (sedicente comunista) della Corea del Nord. E che dire di quei paesi che al loro interno hanno porzioni di territorio in cui le comunità locali vivono reminiscenze di socialismo ancestrale, pur senza professarne l’ideologia?

Questo per dire che dal punto di vista mondiale non ci sarebbero tanti motivi per mettere una pietra sopra il tema suddetto.

Dai tempi del socialismo utopistico ad oggi i progressi fatti sul piano della laicità sono stati enormi: dal concetto di Stato laico alla secolarizzazione dei costumi e degli stili di vita.

Nonostante le aberrazioni del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di emanciparsi progressivamente dalla superstizione e dal clericalismo è andata avanti; anzi si può dire che, oltre alla scoperta dei diritti tipicamente “sociali” (lavoro, assistenza, previdenza, istruzione, sanità, sicurezza…), il maggior contributo allo sviluppo dell’umanità il socialismo l’abbia dato proprio nel campo della laicizzazione (la quale, si badi bene, non può essere confusa con l’ateizzazione gestita dallo Stato).

Col tempo abbiamo capito che “Stato laico” vuol semplicemente dire “aconfessionale”, cioè indifferente alle religioni, anche se le istituzioni non possono restare “neutrali” di fronte ai tentativi d’ingerenza clericale nelle leggi parlamentari.

Il miglior Stato che possa favorire la libertà di coscienza è appunto quello “laico”, che in Italia, come noto, non esiste, a motivo della presenza dell’art. 7 della Costituzione, che riconosce un privilegio fondamentale alla chiesa romana, in virtù del Concordato e dei Patti Lateranensi.

Il futuro socialismo democratico (perché comunque di “socialismo” dobbiamo parlare, non potendo buttar via acqua sporca e bambino) non dovrà in alcun modo creare uno “Stato ateo”, né tentare di separare la chiesa dalla società civile. Ognuno dovrà essere lasciato libero di credere nella religione che vuole, e ogni credente dovrà sforzarsi il più possibile, quando vorrà opporsi a determinate leggi statali, di farlo semplicemente in quanto cittadino, senza chiamare in causa i contenuti della propria fede.

In occidente è finito da un pezzo il periodo in cui era necessario opporsi a un’idea religiosa con un’altra idea religiosa, o quello in cui si permetteva alla religione di avere una propria presenza politica (teocrazia, ierocrazia, integralismo della fede, teologia politica ecc.). Solo in Italia si hanno ancora dubbi al riguardo.

L’umanità procede verso una sempre più grande laicizzazione della vita sociale, pur in mezzo a errori madornali, dalle conseguenze spesso spaventose. Tali errori sono stati compiuti proprio perché s’è capito che non basta la laicità per rendere migliore la vita: occorre anche la giustizia. E in questo campo, essendo gli uomini da millenni abituati all’antagonismo sociale, ovvero ai conflitti di classe, siamo ancora lontanissimi dall’aver trovato una strada davvero praticabile.

Si pensi solo al fatto che se, per l’affermazione dell’umanesimo laico oggi ci accontentiamo di un regime di separazione tra chiesa e Stato, tale separazione non è affatto sufficiente per garantire la realizzazione di un socialismo davvero democratico.

I migliori classici del socialismo hanno infatti sempre sostenuto che parlare di “Stato democratico” è una contraddizione in termini, in quanto l’obiettivo finale prevede l’autogestione delle risorse e dei bisogni collettivi.

Come uscire dalla corruzione

Quando la società arriva a un punto in cui ciò che fa un delinquente per poter vivere non è molto diverso da ciò che fa un uomo di potere, legalmente riconosciuto, si può tranquillamente dire – guardando le cose dall’esterno – che la corruzione è al 100%.

Infatti, se queste due categorie di persone, formalmente così distanti ma sostanzialmente così vicine, possono coesistere senza particolari problemi, allora vuol dire che tutte le persone oneste non hanno sufficiente potere per impedirlo e che qualunque persona onesta può anche diventare, a seconda delle situazioni, un delinquente legale o illegale.

Quando si dice: “è solo questione di prezzo” o “a ciascuno il suo prezzo”, si ha ragione, ma solo in parte; occorrono infatti anche occasioni in grado di influenzare le coscienze, persone capaci di indurre a compiere determinate azioni.

In tal senso le persone oneste più fragili (in senso materiale o morale) sono quelle indigenti o indebitate, o quelle meno acculturate o meno competenti o poco capaci a svolgere mansioni davvero produttive, spendibili sul mercato, o, più in generale, quelle che non si accontentano, quelle che vogliono avere uno stile di vita al di sopra delle loro possibilità, quelle che vogliono fare carriera… Si nasce onesti, ma facilmente si smette di esserlo in una società dominata dalla corruzione.

Generalmente i criminali illegali sono quelli che non hanno avuto le condizioni sufficienti (morali o materiali) per restare onesti, e neppure le condizioni sufficienti (morali o materiali) per diventare dei delinquenti legali.

Una qualunque resistenza individuale a una corruzione di tal genere non serve certo a modificare le cose. Al massimo può servire per continuare a restare individualmente puliti.

Tuttavia per organizzare una resistenza collettiva occorre che gli effetti della corruzione si siano ampiamente diffusi nel tessuto urbano, al punto da renderlo invivibile. Una soluzione individuale a questo problema è l’emigrazione verso altri paesi, in cui si spera che la corruzione non sia così forte.

Una soluzione governativa è la dichiarazione di guerra a un governo straniero, semplicemente per distogliere l’attenzione delle masse dai problemi interni.

Una soluzione popolare è la guerra civile, che però deve arrivare a una rivoluzione vera e propria, altrimenti si trasforma in un inutile bagno di sangue. Scegliere una soluzione o l’altra dipende solo da una cosa: il livello di maturità politica delle masse.

Come uscire dal circolo vizioso del sistema

Il capitalismo funziona bene quando il tasso di sfruttamento del lavoro è molto elevato. Esattamente come lo schiavismo funzionava bene quando, in seguito alle guerre vittoriose, era molto elevato il numero degli schiavi sul mercato (questo spiega perché i Romani crearono la loro ricchezza sotto la Repubblica senatoriale e si limitarono a gestirla sotto l’Impero dittatoriale).

Se le guerre non sono più vittoriose o se ci si deve limitare a una mera strategia difensiva, oppure se gli schiavi di ribellano, o se cominciano a rendersi autonome le colonie (che i Romani chiamavano province) o a rivendicare sempre più diritti, le cose non possono funzionare più come prima.

Oggi dobbiamo dire lo stesso nei confronti delle rivendicazioni salariali degli operai e degli impiegati o nei confronti della volontà di emergere dei paesi del Terzo Mondo. Il capitale non riesce più a sfruttare come prima, al punto che qualcuno comincia a rimpiangere i tempi in cui c’era più dittatura.

D’altra parte quando c’è antagonismo sociale non si può vincere in due: uno deve per forza perdere. Darwin, quando pensava al mondo animale, chiamava questo processo “selezione naturale” e la definizione, applicata poi agli “umani”, ha avuto molta fortuna.

Gli imprenditori oggi sono come i generali romani di una volta, che coi loro eserciti andavano in guerra per fare fortuna. Poi, quando l’avevano fatta, diventavano senatori, ricchi latifondisti, governatori di province, alti funzionari, oppure addirittura imperatori.

Oggi non si ha bisogno di fare guerre di tipo militare: è sufficiente farle con le armi dell’economia e della finanza. Tra i Romani e noi ci sono di mezzo le tecnologie, l’uso capitalistico del denaro e anche il fatto che il lavoratore gode della libertà personale, quella formale di tipo giuridico.

Le ferite che ci lecchiamo non sono più quelle procurate da una spada, ma dall’aumento dei prezzi, delle tariffe, dei tassi sui mutui, delle imposte dirette e indirette, delle perdite in borsa, dei debiti, degli affitti e soprattutto sono procurate dal fatto che i salari e gli stipendi non riescono a tenere il passo di tutte queste cose.

Oggi un imprenditore sa bene che se la manodopera non viene sfruttata al massimo, rischia di dover chiudere (eventualmente trasferendosi in quei paesi dove il costo del lavoro è irrisorio). Questo perché deve sostenere spese sempre più ingenti nei macchinari, nell’amministrazione, nelle tangenti al potere politico e criminale, nelle strategie di marketing, ecc.

La concorrenza li obbliga a uno stress insostenibile, a dei rischi inaccettabili. La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto – che Marx elaborò nel III libro del Capitale e che non ebbe mai il tempo di approfondire – li spaventa, perché, pur non conoscendola, la possono constatare abbastanza facilmente. Ecco perché tendono a delocalizzare le loro ricchezze dai paesi più avanzati a quelli meno, oppure dall’economia alla finanza, dove hanno problemi più facili da affrontare.

Il capitalismo ha bisogno di avere situazioni di precarietà sociale, in cui la gente è disposta a lavorare per un salario minimo. Situazioni del genere si verificano quando un paese entra in guerra, cioè quando parte della ricchezza sociale di una nazione viene distrutta molto velocemente. Le guerre infatti sono periodiche in questo sistema. D’altra parte quando i debiti sono talmente grandi che per potervi in qualche modo far fronte bisogna per forza impoverirsi, è relativamente facile che da una situazione del genere si passi all’esigenza di dichiarare guerra a qualcuno, magari anche solo per scongiurare il rischio di una guerra civile interna.

Purtroppo per noi il sistema ci ha insegnato che solo quando le cose sono sufficientemente devastate, si può ricominciare a sperare che la situazione migliori. Si arriva a un punto oltre il quale non si può andare avanti e, se si vuole sopravvivere con i medesimi criteri e metodi, bisogna prima distruggere buona parte della ricchezza collettiva.

E’ come passare da un mazzo di 104 carte a uno di 52 per poter continuare a giocare. Ci vuole una specie di peste bubbonica, come quella che nel Trecento eliminò un terzo della popolazione europea. Fu proprio la peste che accelerò la trasformazione delle Signorie italiane in Principati: cosa resa possibile, naturalmente, anche a causa della scarsa combattività del mondo del lavoro, il cui apice in Italia fu raggiunto col Tumulto dei Ciompi a Firenze, nel 1378.

Questo meccanismo infernale che ha il capitalismo, di autodistruggersi parzialmente per poi rinascere come l’Araba fenice, andrebbe superato una volta per tutte. L’unico modo per poterlo fare è noto da molto tempo: togliere agli imprenditori e a tutti i gestori dell’economia finanziaria il potere di decidere da soli quali debbano essere i criteri con cui vivere la vita.

Bisognerebbe però precisare, a scanso di equivoci, che non può più essere considerato sufficiente togliere al capitale la proprietà degli strumenti produttivi e finanziari, senza ripensare completamente gli stili di vita. E, in tal senso, non dobbiamo dare per scontato l’utilizzo delle stesse tecnologie del capitalismo, seppur gestite da lavoratori-proprietari.

Dobbiamo tenerci pronti o a far saltare tutto il sistema (e non solo una sua parte), o ad approfittare delle sue debolezze quando sarà costretto a saltare da solo per potersi autorigenerare. Se non approfitteremo di quel momento favorevole, stiamo pur certi che il capitale farà pagare al lavoro le conseguenze della propria crisi, partendo ovviamente dai ceti più deboli. La crisi infatti non è di crescita (quella che permette ai lavoratori, col tempo, di migliorare le loro condizioni), ma solo di autoconservazione. Sarà un bagno di sangue soprattutto per chi ha già il corpo piagato.

Ecco perché sin da adesso dovremmo chiederci come uscire da questo inferno – che è in fondo un assurdo circolo vizioso -, partendo dai criteri di soddisfazione dei bisogni primari quotidiani. Se non recuperiamo un rapporto stretto, diretto, con la natura, se non ci riappropriamo di ciò che costituisce la base materiale della nostra esistenza, sottraendola a una gestione anonima, eterodiretta, incontrollabile (quale quella che si verifica negli attuali mercati di beni e servizi), noi saremo condannati in eterno a ripetere i nostri errori.

Solo con l’autogestione completa di un territorio ha senso parlare di democrazia. “Esta selva selvaggia e aspra e forte, / che nel pensier rinnova la paura”, non può essere vinta coi metodi e mezzi tradizionali. Bisogna fare una rivoluzione copernicana del pensiero, in virtù della quale l’uomo possa finalmente camminare coi propri piedi e non al guinzaglio di qualcuno.

Il fatto è purtroppo che noi occidentali, così abituati a sentirci onnipotenti, non riusciremo mai ad accettare un rapporto paritetico con la natura, a meno che delle gravissimi catastrofi non ci costringano a farlo. Forse l’unico momento in cui in Europa siamo stati capaci di questo, da quando sono sorte le civiltà antagonistiche, è quello che i manuali scolastici definiscono col termine di “epoca buia”, e cioè l’alto Medioevo. Ma in Europa son dovuti entrare i cosiddetti “barbari” per insegnarci a recuperare con la natura un rapporto equilibrato.

Tuttavia, già a partire dal Mille avevano ripreso, in Italia, un rapporto di sfruttamento delle risorse naturali, analogo a quello di epoca greco-romana. A partire dal Mille sono state tantissime le catastrofi che l’Europa ha subìto (innumerevoli guerre, terribili epidemie, carestie, devastazioni ambientali…), eppure non s’è mai avuta la forza d’invertire la marcia.

In un millennio la borghesia non solo è diventata potentissima, approfittando spesso proprio di quelle catastrofi, ma, quel che è peggio, è riuscita a diffondersi in tutto il pianeta, come un gigantesco virus. Lo sviluppo della borghesia capitalistica – che ha avuto il suo esordio proprio in Italia – è stata la più grande catastrofe dell’umanità. E ora che il testimone sta per essere preso da colossi numerici come Cina e India, il peggio, molto probabilmente, deve ancora venire. E nuovi “barbari” che tornino a insegnarci a vivere non se ne vedono all’orizzonte…

Le inutili alternative

Il problema maggiore delle moderne civiltà è che qualunque tentativo si faccia per risolvere determinati problemi finisce sempre per produrre nuovi problemi, spesso ancora più gravi dei precedenti. Noi sembriamo destinati a ottenere il contrario di ciò che vorremmo.

Prima che le civiltà antagoniste comparissero si doveva cercare di conservare, il più possibile inalterato, tutto il passato, per poter avere delle certezze sul futuro. Oggi invece non abbiamo alcuna cognizione del passato e viviamo alla giornata, del tutto ignari di ciò che ci attende, tanto che qualunque evento, anche disastroso come un crac borsistico, ci giunge assolutamente inatteso e pensiamo che prima o poi si risolva da sé (si pensi solo a quanto furono impreviste le due guerre mondiali).

Purtroppo però non possiamo non far nulla col pretesto che, facendo qualcosa, peggioreremmo la situazione. Se non facciamo niente, le cose peggiorano lo stesso, proprio perché esse sono frutto di rapporti antagonistici, le cui contraddizioni, stante l’attuale sistema che le produce, risultano irrisolvibili.

Infatti, quando si ha l’impressione ch’esse siano meno pesanti da sopportare, è perché il loro carico maggiore è stato trasferito su categorie sociali più deboli. In molti si sta pagando per far contenti i pochi. E questo meccanismo si verifica a tutti i livelli territoriali: locale regionale nazionale continentale mondiale, essendo strettamente intrecciati. P.es. se in ambito nazionale esiste un’imprenditoria che sfrutta la propria componente operaia, esse, insieme, sfruttano le aree del Terzo Mondo.

Insomma non c’è solidarietà tra sfruttati: ognuno se la deve vedere da solo coi propri “padroni”. Il capitale vuole il globalismo per gli scambi commerciali e finanziari e per il mercato del lavoro, ma si opporrebbe con qualunque mezzo, anche il più devastante possibile, all’idea di un’opposizione internazionale al sistema.

Il crollo dell’impero romano (la maggiore società schiavistica del mondo antico) dovremmo vederlo come esempio emblematico, a livello territoriale (in quanto i suoi confini erano abbastanza definiti), di cosa potrebbe accadere al nostro sistema, che è capitalistico, i cui confini non esistono, essendo un fenomeno mondiale.

La differenza, tra allora e oggi, è che a quel tempo esistevano, in Asia e in Europa orientale, molte popolazioni in grado di opporre resistenza all’idea di “schiavismo”; oggi invece l’idea di “socialismo” sembra aver perduto qualunque forza propulsiva. Il motore della nave s’è spento e non possiamo sostituirlo con la vela, perché ci era stato detto che, in nome del progresso tecnologico, non ne avremmo più avuto bisogno. Siamo praticamente in balia dei venti.

Per una democrazia compiuta

E’ possibile farsi una rappresentazione della democrazia compiuta? O bisogna limitarsi a considerarla una semplice aspirazione da realizzarsi in un futuro imprecisato? Se partissimo dal presupposto che per una democrazia compiuta non ci può essere alcuna evidenza che s’imponga da sé, forse il futuro potrebbe iniziare da subito.

Dovremmo cioè partire dall’idea che non c’è nessun obbligo da rispettare se non quello della libertà di coscienza, che non è neppure un dovere ma un piacere. Se tutti amassero rispettare la coscienza, sapendo che questa è la fonte di ogni libertà, avremmo posto la pietra più importante dell’intero edificio della democrazia.

Il potere di fare le cose, di crearle o di trasformarle, dovrebbe essere messo in relazione alla capacità di rispettare la libertà di coscienza. La scienza dovrebbe essere completamente subordinata alla co-scienza, e questa non dovrebbe essere soltanto una prerogativa dell’individuo singolo, ma anche un fenomeno collettivo, come quando nel Medioevo chiedevano al popolo di confessare pubblicamente le proprie colpe, per essere assolto come popolo.

Infatti la migliore coscienza delle cose è quella che si manifesta in un collettivo, all’interno del quale ci si può confrontare. Questa è la prima regola fondamentale della democrazia: rispettare collegialmente la libertà di coscienza.

Il modo migliore per rispettare questa libertà è quello di compiere delle azioni di cui si è personalmente responsabili. Non può esistere, in campo etico e sociale, la delega di ruoli e funzioni, se non in casi eccezionali e per un tempo molto limitato. Noi dovremmo avvertire con ansia la mancanza di democrazia e non limitarci a opporre all’autoritarismo dei governi in carica il nostro anarchico individualismo.

Il singolo dovrebbe sentirsi direttamente responsabile delle proprie azioni non solo come singolo, ma anche in quanto appartenente a un collettivo. Dovrebbe diventare una nostra seconda natura il principio per il quale quando un singolo sbaglia, sbaglia l’intero collettivo, poiché il collettivo ha dimostrato di non saper prevenire gli errori. Ognuno quindi dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni due volte: come singolo e come membro di un collettivo.

Tuttavia un collettivo è davvero responsabile solo se è in grado di autogestirsi, cioè solo se è padrone delle proprie risorse, e non dipende da risorse altrui o da altri collettivi. Se c’è dipendenza, dev’essere reciproca e non sulle cose essenziali, quelle che permettono di vivere.

Se un collettivo non è in grado di autogestirsi, va aiutato e messo nelle condizioni di poterlo fare. Non si può utilizzare la scienza per sottomettere quei collettivi che non ne dispongono allo stesso livello. In una democrazia compiuta lo sfruttamento delle risorse altrui dovrebbe essere considerato vietatissimo, proprio in quanto costituisce, immediatamente, una violazione della libertà di coscienza.

Ora, che succederà nei casi in cui risulterà poco chiaro se la coscienza è stata o no violata? Se ogni decisione viene presa da un collettivo, all’interno di questo le persone più autorevoli sono necessariamente quelle con più esperienza. Non ci sono altri criteri. Il secondo criterio infatti lo conosciamo già: “nessuno è insostituibile”.

Ma il problema più complesso è un altro. In un sistema come il nostro, dove la libertà di coscienza non può essere adeguatamente rispettata, che ruolo può giocare una formazione politica che voglia realizzare la democrazia compiuta?

Una formazione del genere dovrebbe agire soltanto nell’ambito della società civile, al fine di rispondere ai bisogni della gente comune. Non dovrebbe neppure sedere in Parlamento. Dovrebbe cioè porre le basi non per acquisire un potere prossimo venturo, quando le contraddizioni esploderanno, ma per esautorare progressivamente questo potere di tutte le sue funzioni.

Infatti, se anche una tale formazione operasse nel solo ambito della società civile, lavorando per risolvere le contraddizioni sociali, il giorno in cui andasse al potere, stante l’attuale sistema, inevitabilmente si corromperebbe. Gli uomini hanno creato un sistema che corrompe a prescindere dal livello di eticità della loro coscienza.

Questo mostruoso Moloch si chiama “delega istituzionalizzata”. Un partito per la transizione, che voglia realizzare la democrazia compiuta, è meglio che stia fuori dal Parlamento, proprio per dimostrare che la politica del sistema non solo non risolve alcun problema ma addirittura li crea.

Andare o non andare a votare, in tal senso, conta assai poco. La democrazia rappresentativa o delegata è un altro di quei problemi da risolvere, per il quale la medicina è una sola: la democrazia diretta o autogestita.

Hosea Jaffe e la riscoperta del comunismo primitivo

Hosea Jaffe è uno di quegli economisti di sinistra che dice pane al pane e vino al vino. Non so quanti suoi colleghi contemporanei sostengano che va recuperata la società primitiva, quella pre-schiavistica, al fine di ritrovare l’uguaglianza e la democrazia “moderne”. Di sicuro non v’è nessuno tra quelli borghesi e si farà fatica a trovarne persino qualcuno tra quelli marxisti.

Lui p.es. nega una cosa che per il marxismo (e forse questa è una delle tante ragioni che ha indotto la Jaca Book a pubblicare molti suoi libri) è sempre stato considerato un dogma: la necessità di una qualsivoglia transizione a un livello superiore di civiltà, sia quella dal comunismo primitivo allo schiavismo, che quella dal feudalesimo al capitalismo, per non parlare di quella dal capitalismo al socialismo. E’ proprio sul concetto di “necessità” che non vuol sentire ragioni.

Di tutta la civiltà europea, a partire dalla nascita dello schiavismo come stile di vita, Jaffe non salva nulla. Per lui la più grande disgrazia dell’umanità è stata la distruzione del comunismo primitivo. Non solo, ma, pur dichiarandosi marxista (che oggi in occidente è come dire “alieno”), egli ha sottoposto a dura critica i classici del marxismo, soprattutto là dove ritengono “arretrati” i popoli non-europei, giustificando così il colonialismo occidentale, al fine appunto di poter parlare di “necessaria transizione al socialismo”.

Secondo lui con la nascita dell’imperialismo (verso la fine dell’Ottocento) è andato irrimediabilmente distrutto il comunismo primitivo a livello planetario. En passant potremmo aggiungere a questa tesi incontrovertibile la seguente considerazione: l’imperialismo (oggi chiamato globalismo) riproduce la stessa percezione unitaria del pianeta che avevano gli uomini primitivi, che si sentivano liberi di esplorarlo e di popolarlo come volevano, ma con la fondamentale diversità che oggi, per avere questa consapevolezza, bisogna essere proprietari di capitali.

Sotto questo aspetto la vera mimesi del comunismo primitivo non è neppure prerogativa del globalismo occidentale, i cui capitali sono gestiti da privati o, al massimo, da società anonime, ma diventerà prerogativa di un paese che sta per prendere in mano le redini dell’intero pianeta: la Cina, per la quale la gestione dei capitali deve essere strategica e non individualistica, e per poterlo essere efficacemente, occorre l’intervento dirigistico dello Stato e del partito unico. Lo Stato non può essere al servizio dei capitali più di quanto questi non debbano esserlo nei confronti dello Stato.

Al tempo di Marx – scrive Jaffe nel suo Era necessario il capitalismo?, Jaca Book 2010 – l’ultima esperienza di comunismo primitivo era quella della obscina russa (che poi, in realtà, era una forma edulcorata di feudalesimo, in quanto il vero comunismo primitivo poteva al massimo trovarsi in qualche tribù misconosciuta, ridotta di numero e dispersa in quelle zone non appetibili o non ancora debitamente sfruttate dal grande capitale, dell’Africa, dell’Asia, del Sudamerica o dell’Oceania).

Hosea Jaffe è uno di quegli economisti radicali che sostiene che senza lo sfruttamento di questo comunismo primitivo non sarebbe mai nato il capitalismo. In tal senso fa le pulci allo stesso Marx, il quale non affermò mai espressamente che l’accumulazione originaria del capitalismo fu una conseguenza diretta del colonialismo. NelCapitale infatti il colonialismo è indubbiamente visto come elemento che favorì la nascita del capitalismo, ma non è visto come fattore determinante in prima istanza.

Jaffe invece, per sostenere la sua tesi, anticipa il colonialismo all’epoca delle crociate, cioè lo fa risalire ad almeno mezzo millennio prima della nascita della rivoluzione industriale, sicché questa poté avvenire proprio perché le “casse per gli investimenti” erano già piene di uno sfruttamento intensivo e plurisecolare.

Gli si può dar torto? Sì. Ma come, non ha forse ragione quando equipara le crociate a una forma di colonialismo? Sì, ha ragione, ma per far nascere il capitalismo non basta il colonialismo. Se fosse così facile, non si spiega perché il “capitale” (nell’accezione borghese) abbia dovuto impiegare mezzo millennio prima di nascere; e meno ancora si spiega perché, passato questo mezzo millennio, le prime due grandi nazioni colonialiste europee, il Portogallo e soprattutto la Spagna, non siano mai diventate capitalistiche (in senso industriale o finanziario), se non dopo un altro mezzo millennio, con molta fatica e, per giunta, quando i loro imperi coloniali non li avevano più.

Per diventare capitalisti ci vuole una mentalità, una cultura molto particolare, che non avevano neppure i Romani, che pur avevano creato una società mercantile e coloniale molto più evoluta, molto più centralizzata e organizzata di quella europea esistente al tempo delle crociate.

Ci vuole una mentalità che faccia della liberà formale (giuridica) il criterio dei rapporti umani, che anzitutto vogliono essere “produttivi”, basati sulla “quantità”. Questa non è una cosa semplice, poiché viene più istintivo trattare il perdente, il nullatenente o l’insolvente alla stregua di uno schiavo. Per ritenere necessaria una mediazione giuridica tra oppresso e oppressore, occorre compiere un salto di qualità.

Certo anche i Romani avevano il diritto – eccome se l’avevano! -, ma da esso erano totalmente esclusi gli schiavi. Il concetto di “persona” non lo si applicava allo schiavo, e anche quando la legislazione chiedeva agli schiavisti di non eccedere nelle punizioni, al massimo imponeva una sanzione amministrativa.

C’è voluto il cristianesimo e la cultura “barbara” per umanizzare il rapporto di schiavitù, trasformandolo in rapporto servile. Ma questo a Jaffe non interessa, e neppure al marxismo è mai interessato. E’ vano chiedergli di fare un’analisi di questa cultura: il suo discorso è meramente strutturale, ponendosi, in questo, sulla falsariga di quello vetero-marxista. L’unica “cultura” che vede è quella ideologica che ha favorito l’abolizione formale della schiavitù per trasformare il colonialismo in un imperialismo, modernizzando, per così dire, il razzismo.

A suo dire l’Europa occidentale ha conosciuto solo esperienze di schiavismo e di razzismo (almeno a partire dai Greci), fatto salvo il periodo altomedievale, dominato da popolazioni extraeuropee, che al massimo conoscevano un “dispotismo comunitario”. L’Europa cioè sarebbe passata da una forma di schiavismo all’altra, diffondendolo come un virus in tutto il pianeta. I due principali eredi di questo schiavismo sono stati gli Usa e il Giappone.

Trattare o discutere con questi tre poli dell’imperialismo è fatica sprecata. Il loro obiettivo è quello di dominare il mondo. Semmai – scrive Jaffe che, in questo, la pensa come Samir Amin – ci si deve chiedere quale sia il modo migliore per difendersi da questi sistemi schiavistici. Jaffe infatti contesta sia Marx che Engels là dove ritengono che il capitalismo, pur con tutte le sue aberrazioni, costituisce un prodotto “necessario” della storia, propedeutico alla nascita del socialismo.

Jaffe sostiene che per realizzare il socialismo non c’era affatto bisogno del capitalismo, anche perché, là dove questo s’è imposto, non s’è mai verificata alcuna transizione socialista, come invece è accaduto in alcuni paesi poveri e colonizzati, ovvero negli anelli più deboli del sistema mondiale borghese.

Pensare dunque che il capitalismo possa aiutare a realizzare il socialismo è pura follia. Infatti – scrive Jaffe – persino il proletariato industriale dell’occidente è co-responsabile dello sfruttamento del Terzo Mondo, e se dovesse scoppiare una guerra contro qualche paese colonizzato o addirittura un conflitto mondiale, assai difficilmente esso la trasformerebbe – come già chiedeva Lenin nel corso del primo conflitto mondiale – in una guerra civile contro i propri governi nazionali.

Più che cercare rapporti di collaborazione con l’occidente, il Terzo Mondo dovrebbe organizzarsi in maniera autonoma, cercando di ridurre al massimo i propri rapporti di dipendenza neocoloniale.

Per Hosea Jaffe il vizio di fondo dell’economia mondiale sta nel voler vivere sulle spalle altrui, cioè sta nelcolonialismo, che India e Cina, p.es., non hanno mai praticato, pur conoscendo lo schiavismo. In tal senso la fine del capitalismo e del colonialismo non necessariamente dovrà comportare la fine dell’industrializzazione, ma solo un diverso modo di gestirla.

Se avesse però fatto un discorso “culturale” e avesse ripensato i rapporti tra uomo e natura, Jaffe avrebbe dovuto ammettere che anche l’industrializzazione della produzione è un concetto che va superato. E si sarebbe forse risparmiato l’ingenuità di credere che un paese come la Cina, una volta imparato ad usare la libertà giuridica nella maniera fittizia dell’occidente, non sia destinata a diventare una potenza imperialistica.

Tra Smith e Marx

Perché Adam Smith è “borghese”? Il motivo fondamentale non sta affatto nel suo individualismo, ma, al contrario, nel far passare il proprio individualismo come una forma di collettivismo. In particolare la “divisione del lavoro”, per lui fonte di ricchezza, insieme ovviamente alle macchine, veniva considerata una forma di “collettivismo industriale”, sconosciuta a qualunque civiltà pre-borghese.

E’ infatti nella mistificazione che sta la grandezza della borghesia. Se, esplicitamente, essa avesse detto che il singolo (artigiano, imprenditore, commerciante) è migliore del collettivo rurale, ci avrebbe messo molto più tempo per affermarsi, poiché difficilmente avrebbe potuto sottrarsi all’accusa di egoismo, di perseguire interessi privati ecc.

Sostenendo invece il contrario, e cioè che la produzione borghese era un’esperienza collettivistica, molto più efficace di tutte le precedenti, i tempi si sono di molto ridotti.

Il contadino, sapendo fare di tutto, resta un isolato, uno che non ha bisogno del lavoro altrui. L’autarchia viene fatta passare, da Smith, come una forma di primitivo individualismo, analogo a quello delle specie animali, che è sempre decisamente inferiore, come produttività, alla dipendenza reciproca, fonte principale della ricchezza di una nazione.

La produzione borghese, dovendo coinvolgere tante persone per realizzare anche una semplice merce come uno “spillo”, diventa un’operazione collettivistica, in cui ognuno si specializza in una particolare attività, migliorandola in tutti i suoi più piccoli aspetti, al fine di ottenere una grande quantità di beni. Ci vuole molta organizzazione per realizzare un’operazione del genere.

Smith afferma la superiorità del collettivismo operaio meccanizzato della produzione in serie, al fine di sostenere, rispetto alla comunità feudale, la superiorità del singolo produttore-organizzatore, proprietario di capitali da investire e di mezzi produttivi da impiegare. Cioè da un lato afferma, contro la rendita feudale, che solo il lavoro è fonte di ricchezza; dall’altro evita però di affermare che la vera ricchezza sta nello sfruttamento borghese della forza-lavoro operaia, compiuto attraverso le macchine.

Marx, criticandolo, ha accettato un suo fondamentale punto di vista. Egli infatti s’è limitato a sostenere che la proprietà dei mezzi produttivi andava socializzata e che quindi il reddito andava equamente suddiviso tra i vari lavoratori, ma non è mai arrivato a sostenere che il lavoro del contadino pre-borghese non fosse affatto individualistico, né che l’aumento della quantità dei beni utili alla riproduzione non fosse un criterio fondamentale per capire il progresso di una nazione. Il Marx economista non ha mai messo in discussione né la divisione del lavoro, né lo sviluppo del macchinismo. Ha messo solo in discussione la privatizzazione dei profitti.

Da Marx i contadini sono sempre stati visti come lavoratori isolati. Il nuovo collettivismo anti-capitalistico poteva essere realizzato solo dagli operai all’interno delle fabbriche borghesi. Ecco perché occorre dire ch’egli ha ereditato i fondamentali pregiudizi borghesi sull’epoca feudale e sulla classe rurale in particolare (per quanto la critica della rendita fosse più che giustificata).

E le conseguenze quali sono state?

  1. Che la classe operaia non ha mai avuto una cultura ma solo una politica alternativa a quella borghese, finalizzata ad acquisire la semplice proprietà comune dei mezzi capitalistici;
  2. che una politica senza una cultura alternativa si corrompe molto facilmente, nel senso che l’operaio ad un certo punto smette di opporsi alla borghesia in maniera rivoluzionaria e si limita a fare semplici rivendicazioni salariali (in questo peraltro sta la differenza tra marxismo e leninismo, per quanto neppure quest’ultimo abbia saputo impostare i termini del problema in chiave culturale).

Se l’operaio si opponesse culturalmente alla borghesia, cioè non solo a un “modo di produzione” (quello che privatizza i profitti), ma anche e soprattutto alla “civiltà” che gli è strettamente correlata, non si limiterebbe a esigere la proprietà sociale dei mezzi produttivi, ma metterebbe in discussione l’intero sistema produttivo, fino alle sue fondamenta tecnologiche e scientifiche.

Un’opposizione culturale è necessariamente sistemicaglobale, parte cioè dal presupposto di non salvare a priori nulla del sistema borghese, o comunque di chiedersi, per ogni singolo suo aspetto, se davvero meriti di essere salvato, soprattutto in rapporto all’impatto che ha sull’ambiente naturale.

L’economia politica borghese ha fatto coincidere ricchezza e benessere (o quantità e qualità) dal punto di vista della ricchezza (o della quantità). Non ha guardato gli interessi collettivi da un punto di vista generale, ma ha fatto credere che quelli privati dei capitalisti avessero una ricaduta positiva sull’intera collettività. Non ha mai preso in considerazione le persone in quanto tali, ma solo i lavoratori e, di questi, ha privilegiato solo quelli che sanno sfruttare il lavoro altrui. Ha fatto della natura una serva al servizio del capitale e della sua tecnologia e ha fatto credere, alle popolazioni prive di questa tecnologia, ch’era nel loro interesse restare sottomesse a chi la possedeva, nella speranza di poter un giorno cambiare vita.

A questo sistema economico il cosiddetto “socialismo reale” ha opposto il rovescio di una medesima medaglia, con la differenza che in luogo del capitalista privato aveva creato uno Stato centralizzato, intenzionato a utilizzare analoghi mezzi produttivi con sistemi pianificati dall’alto.

Questo ovviamente non significa che non avrebbe mai dovuto esserci una industrializzazione del lavoro, ma semplicemente ch’essa avrebbe dovuto porsi come scelta consapevole di una collettività democratica, e non come un’imposizione di pochi, mascherata dalla formale libertà giuridica tra proprietari e lavoratori, o da una superiore ideologia collettivistica in cui tutta la proprietà doveva essere statalizzata.

Dall’economia alla finanza

Qual è la differenza fondamentale tra economia e finanza? La differenza sta nel fatto che per circa mezzo millennio (ma se guardiamo l’Italia comunale dobbiamo raddoppiare il periodo) il capitale è stato usato per produrre beni industriali (o comunque manifatturieri); oggi invece il capitale come denaro pretende di autogestirsi e di dettare legge anche alla produzione. La moneta, figlia legittima della merce, si sta ribellando contro la propria madre. E una madre severa non può far nulla contro una figlia viziata.

In questo momento le banche, gli istituti finanziari e di credito, gli speculatori di borsa sono i veri protagonisti della vita economica del mondo, sia esso industrializzato o no. Stiamo assistendo a un passaggio epocale, analogo a quello che nel mondo romano portò alla supremazia degli imperatori-generali sul Senato, composto prevalentemente dai latifondisti e da una borghesia arricchitasi con lo sfruttamento delle colonie, gli appalti, la compravendita degli schiavi, l’usura ecc.

La finanziarizzazione moderna dell’economia è iniziata dopo la guerra civile americana, con la prestigiosa ascesa della borsa di New York (1869): da allora l’andamento della borsa è diventato un termometro essenziale dell’andamento delle varie economie. Le principali crisi economiche hanno avuto nella borsa il loro epicentro. La prima fu quella del 1873, seguita dalla crisi del 1890 e da quella del 1907.

Queste crisi contribuirono non poco allo scoppio della I guerra mondiale, la quale, come un effetto domino, portò al crac del 1929, il quale, a sua volta, portò allo scoppio della II guerra mondiale. Gli effetti dei disastri finanziari sono sempre di lunga durata. Alla catastrofe della I guerra mondiale l’unica alternativa che il capitalismo riuscì a porre fu la dittatura dei regimi nazi-fascisti, i quali però, essendo economicamente fallimentari, furono costretti a far scoppiare la II guerra mondiale. E la fine di questa guerra, molto più devastante della prima, comportò la nascita dello Stato sociale, che voleva essere la risposta “borghese” al socialismo statale che s’andava diffondendo nell’Europa orientale, in Cina e in altri paesi ancora.

A partire dagli anni Ottanta i grandi capitali di tutto il mondo hanno iniziato a smantellare lo Stato sociale (deregulation), cercando di porre le condizioni per cui divenga necessario ripristinare l’idea, in nome dell’anticomunismo, di una dittatura militare, che è più facile da gestire sul piano politico e meno onerosa su quello economico. Almeno in teoria. Queste dittature infatti comportano sempre, sia come causa che come effetto, un generale impoverimento della società, cui si cerca di rispondere aumentando la tensione a livello internazionale, cioè subordinando la politica estera a quella militare, nel senso che tutto il peso delle contraddizioni interne viene scaricato all’esterno.

La dittatura, più che degli imprenditori (in mezzo ai quali vi sono livelli di fatturato incredibilmente diversificati), è oggi un’esigenza dell’alta finanza, i cui interessi sono abbastanza omogenei, persino a livello internazionale, per quanto qui la parte del leone venga svolta dagli Usa, che controllano il FMI, la Banca Mondiale, il WTO ecc.

Cos’è che spaventa di più l’alta finanza da indurla a volere la dittatura? Non è forse stato sufficiente il crollo del socialismo di stato per rassicurarla?

L’alta finanza s’è arricchita grazie all’industria, la quale, estorcendo plusvalore ai propri lavoratori, finiva con l’ingrassare soprattutto le banche, che avevano meno rischi delle imprese, anche se una pessima gestione degli enormi capitali accumulati ha poi portato alcune di esse a clamorosi crolli (soprattutto negli Usa), e molte altre le avrebbero seguite a ruota se non fossero intervenuti gli Stati sociali dei vari paesi, i quali temevano seriamente, in caso di crac bancari o borsistici, delle ripercussioni rivoluzionarie.

Gli istituti finanziari si sono trovati a gestire dei patrimoni enormi e, come spesso succede in questi casi, hanno cominciato a fare investimenti sbagliati, oppure a promettere cose che poi non sono riusciti a mantenere (p.es. degli alti tassi di rendimento).

Le banche hanno cominciato a indebitarsi e gli Stati, già indebitati per conto loro, non sempre sono stati in grado di coprire i debiti delle loro banche. Alcune, per quanto imponenti, han dovuto chiudere.

Quando una banca fallisce ci rimettono anzitutto i suoi risparmiatori, e anche coloro che hanno bisogno di crediti (mutui per farsi una casa o per avviare o ristrutturare un’attività produttiva). Gli Stati han cercato di salvare le banche, ma le banche non stanno salvando le imprese, né favorendo la nascita di nuove attività produttive.

La finanza sta usando il debito per ricattare l’economia produttiva e per ricattare anche gli Stati, il cui aspetto “sociale” è sicuramente molto costoso, anche perché gli Stati capitalisti non fanno pagare tasse adeguate ai ceti più benestanti e meno che mai a quelli che possono sfuggire i controlli fiscali.

A livello mondiale la grande finanza si sta accorgendo di alcuni aspetti importanti:

  1. il Terzo Mondo non è in grado di pagare i propri debiti e, di fronte alle proprie crisi finanziarie, tende a optare per soluzioni che non piacciono al grande capitale (p.es. vengono nazionalizzate le risorse energetiche o strategiche);
  2. un paese come la Cina sta diventando troppo competitivo, con dei ritmi di crescita impensabili per qualunque paese capitalista (è peraltro il maggiore creditore degli Usa);
  3. l’euro è una moneta troppo forte e un’Europa troppo unita, che rischi di inglobare anche la Russia, fa decisamente paura agli Stati Uniti. Di qui i continui attacchi speculativi contro i paesi più deboli della Unione Europea, affinché da un loro default si possa ottenere la crisi anche di quelli più forti.

In questo momento solo due paesi possono avere interesse a minacciare la stabilità dell’occidente: gli Stati Uniti, che hanno bisogno di una dittatura militare per sopravvivere, in quanto i loro debiti sono enormi e i loro avversari economici cominciano a preoccuparli seriamente; oppure la Cina, che al cospetto di un crollo del sistema economico occidentale, avrebbe tutto da guadagnare, ponendosi come unica alternativa praticabile. I suoi capitali infatti sono enormi (frutto di un colossale sfruttamento interno di manodopera sottopagata): possono mandare in crisi intere nazioni soltanto usando la Borsa in maniera spregiudicata.

I cinesi hanno il vantaggio di controllare la gran parte del debito americano e di poter gestire i loro capitali in chiave strategica, in quanto l’area pubblica (controllata da un partito unico e da uno Stato centralista) politicamente è dominante rispetto a quella privata. Le decisioni possono essere prese molto in fretta: cosa che nessun paese occidentale può permettersi, in quanto qui la politica è subordinata all’economia e, oggi, l’economia alla finanza.

Che cos’è l’ignavia?

Noi siamo destinati a ripetere le cose, ma sempre in forme diverse, proprio perché gli effetti negativi ch’esse ci procurano, modificano il livello di consapevolezza del bene comune.

Dovremmo però metterci nelle condizioni di troncare questa spirale perversa, questa coazione a ripetere, poiché se è vero che il ripetere fa parte del ciclo della vita umana, e in fondo della stessa natura, cui apparteniamo, è anche vero che dovremmo basarci soltanto sul meglio, senza sentirci obbligati, ogni volta, a sperimentare il peggio.

Purtroppo però, non sapendo più noi cosa sia il vero bene, in quanto abbiamo voluto abbandonare il comunismo primitivo ed eliminato tutti coloro che nella storia, in un modo o nell’altro, con maggiore o minore consapevolezza, volevano ripristinarlo, sembra che l’unica possibilità che ci resta (di sopravvivere o di resistere dignitosamente), sia quella di far tesoro della negatività, nella speranza di non dover reiterare gli enormi errori già compiuti. Possiamo cioè arrivare al bene attraverso il male, all’ovvia condizione di volerlo davvero.

Sotto questo aspetto non c’è alcun bisogno di guardare la storia in maniera tragica. La vera tragedia infatti non sta tanto nel male che si compie, quanto piuttosto nell’incapacità di trarne profitto per compiere delle svolte decisive verso un’alternativa, sottraendosi al ciclo infernale dei corsi e ricorsi.

La vera tragedia è la perdita di tempo, è la rassegnazione con cui s’accetta qualunque decorso della storia. E’ questa ignavia che meriterebbe d’esser messa all’inferno, poiché essa non è, posta in questi termini, un semplice fatto personale, come nella Commedia dantesca, ma un’ipoteca sul futuro della storia, un peso insopportabile sullo sviluppo delle generazioni.

Se affrontassimo con decisione e lungimiranza le conseguenze dei nostri errori, eviteremmo certamente di ripeterli in altre forme e modi. Le dittature (esplicite o, come quelle occidentali, mascherate dal parlamentarismo) dovrebbero servirci per capire il valore della democrazia, quella vera, non per passare continuamente da una dittatura all’altra, in un crescendo di orrori e tragedie, col rischio di annientare per sempre la nostra libertà, salvo gli intermezzi in cui ci lecchiamo le ferite e in cui nuove mistificazioni, ancora più sofisticate, ci fanno vedere la realtà come Alice nel paese delle meraviglie.

Se ci pensiamo, tutta la storia della fase imperiale della Roma classica ha pagato duramente la mancata realizzazione della democrazia durante la fase repubblicana. Ci sono volute le popolazioni cosiddette “barbariche” per ridare libertà non solo agli schiavi catturati in guerra ma anche agli stessi cittadini romani ridotti in schiavitù per i debiti. Ma quanti secoli s’è dovuto soffrire?

Anche nel basso Medioevo tutti i tentativi abortiti d’impedire la nascita della borghesia, non hanno fatto altro che favorire lo sviluppo impetuoso del capitalismo industriale vero e proprio, legittimandolo sul piano dei valori, facendolo diventare “cultura dominante”.

Ecco dunque che cos’è l’ignavia: è l’illusione di credere che i poteri forti, vedendo la debolezza della società civile, abbiano meno motivi di comportarsi in maniera arrogante. L’ignavia è il timore che il proprio sacrificio sia inutile per la causa della libertà individuale e, insieme, della giustizia collettiva. L’ignavia è la falsissima idea di far coincidere la giustizia sociale col mero conseguimento di una libertà personale. E’ cioè l’accontentarsi di un vantaggio individuale, invece di estenderlo a quante più persone possibili.

Gli ignavi sono peggio dei nemici dichiarati, proprio perché spendono parole sopraffine per arrendersi al sopruso, oppure fingono soltanto di opporvisi.

La stragrande maggioranza dei credenti può essere considerata indifferente alle sorti dell’umanità. Quando un credente si fa ammazzare, lo fa per difendere il suo credo personale, al fine di rivendicare una libertà di coscienza che andrà poi a usare contro la credenza o la non-credenza altrui.

Quand’anche infatti si trovasse un credente capace di lottare contro le assurdità del suo tempo, non lo farebbe certo in nome della propria religione, poiché ogni religione è sempre stata debole coi forti e forte coi deboli. Non è possibile liberarsi dell’ignavia se non ci si libera della fede.

La questione della riproduzione tra religione e sessualità

Quando sessualità vuol dire soltanto “riproduzione”, quando cioè in ogni atto sessuale esiste la possibilità di una fecondazione, e quando la riproduzione è una fonte di ricchezza per l’intera collettività, che così è in grado di espandersi e di fortificarsi, posto che vi siano sufficienti risorse per la sopravvivenza del collettivo, storicamente non viene mai usata la sessualità in chiave etico-religiosa. L’unico divieto è quello dell’incesto, di cui si dovettero scoprire molto facilmente gli inconvenienti fisiologici.

La sessualità, per milioni di anni, venne considerata come un semplice strumento tecnico per ottenere un fine pratico: la riproduzione della specie. Probabilmente anzi in epoca preistorica la sessualità veniva usata come tra gli animali, unicamente a fini riproduttivi, e molto probabilmente dipendeva dalla ricettività o disponibilità della femmina, che doveva portarne l’onere maggiore.

Non potevano esserci “perversioni sessuali”, poiché una cosa del genere presume già la separazione della sessualità dalla riproduzione. La religione nasce o subentra quando esiste già la possibilità di compiere questa separazione, la quale è stata possibile soltanto dopo che l’uomo ha assunto un atteggiamento di superiorità nei confronti della donna, cioè quando si è fatto valere il principio maschile della forza su quello femminile della debolezza.

Tale prevaricazione è stata la conseguenza di una scissione avvenuta nell’uomo stesso: il maschio che non sa più chi è (perché ha rotto il suo rapporto con la natura e comincia a vedere il proprio simile come un rivale), pensa che un modo per “ritrovarsi” sia quello di dominare la donna.

La sessualità viene slegata dalla riproduzione con la nascita delle città, col dominio delle città sulla campagna, dei poteri intellettuali su quelli manuali, del commercio-artigianato sull’agricoltura-allevamento e così via. Se si stacca la sessualità dalla riproduzione, la donna diventa un mero oggetto sessuale per il piacere dell’uomo (piacere fisico o economico, a seconda del tipo di sfruttamento).

La fine della preistoria ha comportato la fine dell’uguaglianza dei sessi e l’inizio dell’uso strumentale della differenza di genere. L’eccessiva importanza erotica che si dà alla sessualità è frutto di un’alienazione dei rapporti sociali, è la conseguenza del prevalere dell’individualismo sul collettivismo.

La religione (in particolare quella cattolico-romana, che pretende una certa visibilità politica) interviene proprio su questa alienazione, appropriandosene, per poter esercitare un controllo sulle persone. Essa obbliga ad associare sessualità a riproduzione senza far nulla per creare i presupposti che rendono quell’unità un fatto naturale, spontaneo, cioè senza far nulla per superare gli ostacoli che impediscono di associare in maniera naturale sessualità a riproduzione o che impediscono di considerare la sessualità soltanto come uno strumento di piacere.

Da un lato quindi la religione conferma l’individualismo delle società antagonistiche, dall’altro invece, al fine di crearsi un proprio spazio di legittimità, associa la sessualità fine a se stessa alla colpa. In tal modo fa sentire in colpa chi, in quell’antagonismo sociale, subisce la volontà del più forte. Non solo, ma anche tra i più deboli, la religione fa sentire la donna più colpevole dell’uomo.

L’ipocrisia della religione sta proprio in questo, che, pur partendo da un’istanza giusta, quella di colpevolizzare la sessualità fine a se stessa, se ne serve per confermare le contraddizioni sociali che la rendono inevitabile.

La psicanalisi freudiana è intervenuta proprio su questa ipocrisia, facendo in modo che il credente (sessualmente frustrato) cominciasse a vivere la sessualità separata dalla riproduzione senza alcun senso di colpa, cioè liberandosi del proprio rapporto di soggezione nei confronti della chiesa. Anch’essa, sul versante opposto a quello della fede, ha contribuito a giustificare l’antagonismo sociale. Ha semplicemente diminuito il peso di una contraddizione, abbassando il tasso di moralità. E tale operazione intellettuale è passata alla storia come una forma di “emancipazione borghese”.

Stato, mercato e leggi di natura

Comuni, Signorie, Principati, Stati-Nazione, Imperi… La borghesia s’è sviluppata in maniera progressiva, non perché ha creato un “progresso” per l’umanità, ma perché l’ha fatto lentamente, tant’è che ad ogni grave crisi del suo sistema o stile di vita essa è riuscita, o con la forza o con l’astuzia, a riprendersi, allargando addirittura la propria sfera d’influenza.

Nessuna forza che le si opponeva è mai riuscita a invertire la rotta: nessuno è mai riuscito ad approfittare, definitivamente, delle sue crisi, dei drammi e delle tragedie ch’essa creava. La borghesia ha indotto le masse a credere di poter risolvere i propri problemi semplicemente usando altri mezzi e modi, più potenti dei precedenti.

In quest’ultimo millennio la borghesia non ha fatto altro che aumentare il proprio potere, sottomettendo un numero sempre più grande di persone. La forza, la resistenza, l’abilità e l’astuzia della borghesia nel cercare di sopravvivere e, anzi, di espandersi è stata enormemente sottovalutata.

La borghesia ha avuto buon gioco proprio perché i suoi avversari, che detenevano il potere prima ch’essa riuscisse a imporsi (e cioè le classi aristocratiche, laiche ed ecclesiastiche), non avevano alcun titolo per dimostrare che il loro stile di vita era qualitativamente migliore; tant’è che quando s’è trattato di combattere con le armi il diffondersi dei mercati, quelle classi non si sono mai alleate né coi contadini né con gli operai. Anzi, contadini e operai si sono lasciati coinvolgere, ingenuamente, dalla stessa borghesia, i cui diritti, essendo essa all’opposizione, apparivano più giusti dei privilegi millenari rivendicati da clero e nobiltà.

E quando contadini e operai, insieme alla borghesia, han vinto la loro battaglia contro le classi parassitarie della rendita feudale, essi non han chiesto alla borghesia alcuna vera contropartita: si sono sacrificati per nulla, si sono lasciati ingannare, si sono illusi di poter diventare davvero liberi, di poter addirittura diventare ricchi come i borghesi.

Invece la borghesia li ha traditi subito e, piuttosto che vederli emancipare, liberarsi delle loro catene ancestrali, ha stretto alleanze coi nemici d’un tempo, i quali non chiedevano di meglio.

Dopo essersi guadagnata il potere economico, la borghesia voleva anche quello politico e non era disposta a spartirlo con chi avrebbe potuto contestarla per i suoi metodi disumani d’arricchimento, anche se formalmente leciti, legalmente ineccepibili.

La borghesia ha saputo ingannare le masse meglio di qualunque altra classe sociale. E nessuno ha saputo accorgersi in tempo che quando essa, a causa delle proprie intrinseche contraddizioni, subiva preoccupanti rovesci, quello era il momento giusto per abbatterla. Forse l’unica vera eccezione è stata la rivoluzione d’Ottobre, peraltro tradita subito dopo la morte di Lenin.

Sicché in realtà è stata la stessa borghesia che ha saputo approfittare delle proprie crisi, ampliando ulteriormente i propri poteri. Essa ha creato delle trasformazioni ancora più pericolose delle precedenti.

Il capitalismo, p.es., nacque nell’Italia cattolica, ma si sviluppò nei paesi protestanti. Le guerre di religione in Europa, tra cattolici e protestanti, posero le basi per lo sviluppo impetuoso degli Stati Uniti, paese calvinista per eccellenza. Le due guerre mondiali indebolirono enormemente l’Europa occidentale (soprattutto i due imperi coloniali di Francia e Inghilterra), a tutto vantaggio degli Stati Uniti. Le forze di sinistra s’illusero che due guerre così devastanti sarebbero state sufficienti per frenare lo sviluppo del capitalismo o, quanto meno, per regolamentarlo attraverso uno Stato cosiddetto “sociale”. Invece il capitalismo s’è diffuso in maniera vertiginosa dagli Usa al Giappone, dal Giappone al Sud-est asiatico e poi in tutto il mondo. Le guerre mondiali non hanno fatto altro che spostare il baricentro del capitale dall’Europa occidentale agli Stati Uniti, dall’Atlantico al Pacifico. Le singole nazioni europee si sono distrutte reciprocamente, permettendo a una supernazione, oggi di 300 milioni di abitanti, di dominare incontrastata la scena internazionale.

Oggi, se scoppiasse una terza guerra mondiale e gli Usa venissero sconfitti e crollasse l’intero occidente, come una locomotiva che, deragliando, si trascina con sé tutti i vagoni, nuove supernazioni capitalistiche, come la Cina e l’India, che da sole hanno un terzo di tutti gli abitanti del pianeta, subentrerebbero alle precedenti, senza alcuna difficoltà, avendo esse da tempo acquisito, proprio grazie all’occidente, i criteri per fare affari sui mercati mondiali.

Questo spiega perché il problema non è più solo quello di come abbattere l’attuale sistema, ma è diventato anche quello di come impedire che venga ereditato dall’Asia. E, a tale proposito, i modi fondamentali per poterlo fare sono soltanto due, quelli previsti dalla storia (non dobbiamo inventarci nulla):

  1. sostituire il mercato con l’autoconsumo, che era lo stile di vita antecedente alla nascita dello schiavismo e che, nel periodo medievale, ha convissuto con la rendita parassitaria delle classi feudali e col clericalismo della chiesa romana;
  2. sostituire lo Stato (che nella sua forma embrionale è nato appunto con la nascita dello schiavismo o del servaggio forzato) con l’autogestione di collettivi autonomi, democratici, basati sull’autoproduzione e quindi sull’autoconsumo, disposti al baratto solo per i prodotti eccedenti il fabbisogno quotidiano.

Stato e mercato sono due facce d’una stessa medaglia, che vuole dire, sostanzialmente, “delega di poteri” (politici ed economici), ovvero “rinuncia all’autonomia”, ovvero “spersonalizzazione” o “deresponsabilizzazione”.

Dobbiamo recuperare noi stessi, la nostra identità umana. E, per farlo, non c’è altro modo che lasciarsi guidare dalle leggi della natura.

Il destino che ci attende

Non siamo figli dei nostri genitori più di quanto non lo siamo del genere umano. Non possiamo sentirci vincolati a dei rapporti biologici quando ciò che ci caratterizza come esseri umani è soltanto la nostra umanità. Siamo tutti figli dell’universo e nessuno può pretendere, solo perché padre, di dire a un altro, solo perché figlio, come deve vivere la sua vita.

Gli uomini sanno che senza memoria storica non c’è futuro, ma devono essere lasciati liberi di capirlo da soli, anche perché non tutto, del passato, merita d’essere conservato.

Tutto il genere umano è parte di un destino comune, in cui le forme dell’esistenza possono essere diversissime, ma la sostanza resta sempre la stessa: la libertà, di cui quella di coscienza è in assoluto la più importante.

Il genere umano ha il dovere di comprendere cosa significa essere liberi. I tempi possono essere lunghi o corti, gli errori possono essere tanti o pochi, ma il destino è uno solo, uguale per tutti. E’ da quando è nato lo schiavismo che abbiamo smesso di capire che cosa sia la libertà. E fino ad oggi, nonostante tutti gli sforzi compiuti per vincere l’oppressione, ancora non siamo riusciti a realizzare il nostro compito.

Abbiamo buttato via migliaia di anni, illudendoci di poter superare la schiavitù senza affrontare alla radice il problema della libertà. E così siamo passati da una schiavitù all’altra, mutandone solo le forme, rendendole sempre più subdole e sofisticate.

Un tempo, quando esisteva la schiavitù fisica, esistevano anche tante popolazioni libere, e una speranza di tornare liberi c’era. Oggi è l’intero mondo ad essere sottomesso alla volontà di chi detiene capitali. Che speranza possiamo avere di uscirne? Non possiamo più attendere che altri vengano a liberarci. Dobbiamo farlo da soli. Dobbiamo mettere paura a chi ci domina. E soprattutto dobbiamo porre le basi perché, dopo aver cacciato i mercanti dal tempio, non abbiano la possibilità di ritornarci. Dobbiamo porre le condizioni perché la rivoluzione planetaria non venga strumentalizzata da qualcuno per compiere una controrivoluzione, come i maiali di Orwell.

E’ indubbiamente questo il compito più difficile. E’ infatti più difficile odiare il nemico al punto da volerlo definitivamente abbattere che, una volta abbattuto, non diventare come lui.

L’unica vera condizione per poter affrontare in maniera concreta questo problema è quella di tenerci sotto controllo, cioè quella di creare dei collettivi in cui la responsabilità delle azioni resti personale e diretta, ovvero i poteri delegati siano di breve durata, rivedibili in qualunque momento e mai così ampi da risultare incontrollabili.

Collettivi di questo genere non possono essere molto vasti, altrimenti la democrazia si trasforma inevitabilmente in un qualcosa di formale, appunto perché prevede l’istituto della delega, della rappresentanza parlamentare, che è la principale forma in cui la borghesia esercita la propria dittatura.

Ma perché un collettivo possa essere politicamente autonomo, occorre che lo sia anche economicamente: di qui l’importanza dell’autoproduzione e dell’autoconsumo. Stato e mercato sono due nemici da abbattere. Patti di solidarietà tra collettivi e scambio alla pari di beni eccedenti sono le alternative che dobbiamo realizzare. E dobbiamo farlo anche a costo di opporre generazione a generazione, anche a costo di far fuori i nostri padri.

Perché lo Stato sociale ha il fiato corto?

“Stato sociale” oggi vuol dire molte cose: scuola, sanità, previdenza e assistenza, amministrazione, forze armate e di polizia, parlamento nazionale ed europeo, enti locali territoriali, opere pubbliche, tutela ambientale, elargizioni a fondo perduto (per le aree depresse, per le ristrutturazioni aziendali, per i partiti, per i mezzi di comunicazione, ultimamente persino per le banche in difficoltà, ecc.).

Per far funzionare tutte queste cose, per pagare gli stipendi dei settori economicamente produttivi e improduttivi, si devono imporre molte tasse, soprattutto ai dipendenti pubblici, che non possono evaderle. Con la scusa delle ingenti tasse per i servizi sociali nazionali, lo Stato in realtà mantiene una pletora di servizi che di “sociale” non hanno nulla, poiché fanno gli interessi solo delle classi egemoni.

Il primo Stato sociale fu inventato in Grecia, al tempo di Pericle, proprio nel momento in cui i greci si stavano godendo la vittoria militare contro l’impero persiano. Atene, con la sua Lega di Delo, aveva intenzione di spadroneggiare su tutto il Mediterraneo, inclusa quindi la città che più l’aveva aiutata nella guerra: Sparta.

Per avere delle finanze da gestire, Pericle s’inventò un’idea originale: tutti i cittadini dovevano versare un’indennità per permettere ad altri, privi di mezzi o non disposti a perdere i loro guadagni, di partecipare alla politica e alla gestione della cosa pubblica. Si partì insomma da un’esigenza che apparentemente sembrava giusta, per volgerla contro gli interessi delle categorie più deboli e cercare di fondare l’impero.

Infatti le ambizioni delle classi egemoni ateniesi furono pagate da una guerra interminabile (e dal risultato catastrofico) contro Sparta, dal ritorno in auge della potenza persiana e dall’invasione dell’esercito macedone di Alessandro il Grande, che pose fine alla tradizionale democrazia della polis. Poi fu la volta dei romani e la Grecia non si riprese più.

L’idea di “Stato sociale” apparve comunque sin dall’inizio un’assurdità. Infatti, prima d’allora la tendenza era sempre stata quella di permettere ai ricchi di campare di rendita, sfruttando al massimo i poveri, ch’erano gli unici a pagare le tasse. Con lo Stato sociale invece tutti dovevano pagare qualcosa e i poveri le pagavano due volte: ai privati che li comandavano e ora anche allo Stato.

Il fatto che i ricchi, di qualunque paese del mondo, pensassero di non dover mai pagare alcuna tassa e che per i servizi sociali i poveri dovessero arrangiarsi da soli, è sempre parso così incontestabile che dai tempi dei greci ad oggi ci sono volute migliaia di anni prima che si tornasse a riparlarne.

Persino Marx era contrario all’istituzione dello Stato sociale, poiché non voleva che il proletariato, con le proprie tasse, pagasse l’istruzione ai figli della borghesia. Lo Stato, per lui, era lo strumento più pericoloso nelle mani della borghesia.

Il socialismo infatti, ben prima della nascita dello Stato sociale, aveva saputo, in occidente, organizzarsi in maniera autonoma attraverso le associazioni dei lavoratori, che volevano tutelarsi nei casi di bisogno, proprio perché non esisteva alcuno Stato che avesse una funzione “sociale”.

Fino alla prima guerra mondiale lo Stato estorceva solo tasse, chiamava alla leva e favoriva le imprese private, e ovviamente gestiva l’ordine pubblico e le guerre. Se era forte, aiutava gli imprenditori a colonizzare i paesi non industrializzati.

L’esigenza di allestire una sorta di “Stato sociale” viene fatta propria, in un certo senso, anche dal fascismo, il cui Stato corporativo chiedeva ai cittadini, per poter beneficiare di determinati servizi, un’adesione di tipo ideologico.

In epoca moderna, esattamente nel 1948, il primo paese a realizzare il Welfare State è stata la Svezia, che garantiva a tutti, gratuitamente, alcuni servizi essenziali: sanità, istruzione, indennità di disoccupazione, pensione d’invalidità, accesso alla cultura, difesa dell’ambiente naturale… Non garantiva il pagamento dei servizi essenziali per poter vivere: elettricità, riscaldamento, rifornimento idrico… né un lavoro e neppure una proprietà rurale sufficiente per campare.

Il sistema di tassazione era ovviamente pesante rispetto al reddito, e lo è ancora. Solo che questo modello, che voleva porsi in alternativa allo Stato sociale di tipo sovietico e che ha funzionato bene finché l’economia capitalistica mondiale è stata in crescita, oggi è in crisi.

Oggi tutti gli “Stati sociali” del mondo sono enormemente indebitati. Il motivo principale di questo non sta nel fatto che le tasse non sono sufficienti a coprire i bisogni, ma nel fatto che uno “Stato sociale” gestito dalla borghesia, che non vuole controlli sul proprio operato, diventa un’occasione imperdibile per compiere qualunque tipo di abuso.

Tutti “sfruttano” lo Stato sociale, anche quelli che evadono o eludono il fisco. E’ “sociale” per tutti, ricchi e poveri, ma soprattutto per chi ha più “mezzi”. E’ un’arma potente per chi vuole arricchirsi e un’elemosina per chi paga ingenti tasse.

Lo Stato sociale non è nato per fare distinzioni a favore dei ceti marginali, ma per creare l’illusione di un’eguaglianza sociale generale, e quando questo Stato pseudo-socialista viene sfruttato da chi non ne avrebbe alcun bisogno, ciò viene sopportato con rassegnazione, a condizione che si abbia almeno un pezzo di pane da mangiare e un tetto sotto cui dormire.

Oggi lo Stato sociale ha il fiato corto per una serie di ragioni:

  1. è rimasto centralista, soggetto a una grande corruzione, non potendo essere tenuto sotto controllo dalla società civile;
  2. ha usato il debito pubblico come strumento di consenso e di gestione della propria amministrazione (burocrazia, scuola, sanità, rai, enti locali ecc.) e questo debito oggi è colossale, un’enorme ipoteca per le generazioni future;
  3. è uno Stato “sociale” nel momento in cui esige le tasse da parte di quei cittadini che non possono evaderle, ma resta uno Stato “privato” quando favorisce quei cittadini che possono evadere il fisco o che addirittura possono fruire di pubbliche agevolazioni per la propria attività (politici, imprenditori, giornalisti, istituti di credito, militari, chiesa…).

Questo Stato in questo sistema è irriformabile, è democraticamente ingestibile, in quanto fonte permanente di corruzione. L’alternativa è solo una: l’autonomia della società civile, che si autogestisce attraverso le proprie realtà locali, provvedendo in maniera indipendente alle proprie necessità.

Occorre creare delle comunità in grado di auto-organizzarsi nelle proprie necessità vitali e che facciano capo al principale ente locale: il Comune, che deve diventare una realtà indipendente dallo Stato (come nel Medioevo i Comuni volevano essere indipendenti dagli imperatori e dai pontefici).

Le tasse dei cittadini devono restare nel territorio locale che produce reddito, a disposizione dei cittadini che le pagano. Tutto quanto esula dalle competenze del singolo Comune deve essere soggetto a una trattativa pattizia, da stabilirsi di volta in volta. I Comuni e le Associazioni di Comuni devono diventare l’alternativa allo Stato e al suo principale organo di controllo locale: la Provincia.

Le Regioni vanno decise dalle Associazioni dei Comuni. La regola politica fondamentale dovrebbe comunque essere questa: quanto più ci si allontana dalla realtà locale, tanto meno ampi o forti devono essere i poteri, a meno che non fruiscano di una delega temporanea.