Argomenti non di storia né di politica

La verità fa male a chi non sa mentire

Quando uno pone una domanda del genere: “Che cos’è la verità?”, vien da chiedersi se stia scherzando o se sia cinico. Neanche i bambini se la pongono, perché, nella loro beata innocenza, sanno istintivamente che cosa sia, relativamente al loro “piccolo mondo antico”, così tanto amato dal Pascoli “fanciullino”.

Possibile che un adulto debba essere così diverso da aver completamente dimenticato ciò che in lui era naturale? Uno che avesse coscienza di questa grave rimozione, assai peggiore di tutte quelle freudiane, dovrebbe preoccuparsene seriamente, chiedendosene quanto meno la ragione. E cercare di capire se vi sia qualche possibilità di rimedio.

La verità rende liberi, in coscienza naturalmente, avendo la vita bisogno anche della giustizia: lo sappiamo da millenni. Dunque perché viviamo come schiavi? Potremmo fare a meno di queste catene o vi siamo costretti? Possibile che la falsità sia diventata la regola e la verità l’eccezione?

Qui infatti non è neanche il caso di parlare di bugie dette a fin di bene; non è in discussione l’esigenza di non poter dire tutta la verità: cosa inevitabile quando, chi ci ascolta, non è sufficientemente maturo per reggerla. Qui non stiamo parlando di quelle mezze verità o mezze bugie che si dicono per non offendere qualcuno, per non apparire scortesi, per non creare incidenti diplomatici, per non mettere in imbarazzo o tradire un amico, per non sfigurare di fronte al proprio partner o per non farlo sentire in colpa.

Qui stiamo parlando del fatto che come apriamo bocca, mentiamo. Dire falsità ci è diventata una seconda natura, quasi un istinto insopprimibile. Siamo così bravi a farlo che anche la macchina della verità ci fa un baffo. Tant’è che nei processi americani non la considerano minimamente. In un paese dove gli attori diventano presidenti e i presidenti recitano come attori, farebbe ridere il contrario.

Insomma, ogni giorno che passa diamo sempre più per scontato che la verità non esiste, e quando qualcuno fa delle affermazioni probanti o persuasive, le consideriamo mere opinioni e siamo disposti a credervi solo se vi siamo indotti da qualcosa che è più forte di noi: p. es. un desiderio di rivalsa dopo anni e anni di frustrazioni o di promesse che altri non hanno mantenuto, in cui abbiamo creduto inutilmente. Non ci fidiamo di qualcuno perché pensiamo dica la verità o perché conduce una vita esemplare, ma perché gli altri ci disgustano.

Sapere che qualcuno dice la verità c’interessa fino a un certo punto. Quel che più ci preme, infatti, è sapere se da ciò che si è ascoltato, possiamo ricavarci qualcosa. Crediamo in certe affermazioni non perché le riteniamo vere, ma perché possono servirci: la verità sta nell’interesse o nell’utilità. Non esiste la verità in sé o, se esiste, non possiamo dirla, anzi, neppure vi riusciamo. Dobbiamo vivere come se non ci fosse. E non è sufficiente togliere l’interesse o l’utilità per farla emergere, perché in una società, anzi, in una civiltà individualistica e materialistica come la nostra, è impossibile farlo.

Quando si è reciprocamente nemici, bisogna anzitutto difendersi, e il primo modo di farlo è quello di mentire. La prima regola fondamentale per sopravvivere è quella di non dire mai quello che si pensa, anzi, possibilmente è meglio dire il contrario, e di farlo ripetutamente, affinché chi ci ascolta non abbia l’impressione che qualche volta mentiamo e qualche volta no. Dobbiamo essere coerenti nel male che facciamo, proprio per essere più credibili.

Dobbiamo far credere di dire la verità mentendo: questa è un’arte che si acquisisce solo con un certo addestramento. E se qualcuno ci scopre incoerenti, subito dobbiamo accusare qualcun altro o di averci frainteso o di averci impedito con la forza di realizzare i nostri sogni. Un capro espiatorio cui far scontare il peso delle nostre menzogne, si può sempre trovare.

A questo punto ci si può chiedere: si può continuare ad andare avanti così? Non stiamo forse rischiando di arrivare a un punto in cui qualunque cosa si dica, a prescindere dal ruolo che si ricopre, non verrà mai creduta? Pensiamo davvero che per credere nella verità sia sufficiente che qualcuno giuri sulla testa dei propri figli o, se ci crede, sulla Bibbia? È difficile pensare che uno, da sempre abituato a mentire, si possa spaventare davanti al giudizio di dio o a quello dei propri figli. Troverà sicuramente delle buone motivazioni per giustificarsi, e allora dovranno essere i figli o lo stesso padreterno ad ammettere di non averlo capito. Nessuna pena può impensierire il bugiardo incallito, a meno che noi, invece d’imitarlo, smettessimo di credergli.

In Italia, peraltro, quando mai qualcuno viene scoperto a mentire o si pente per le menzogne che ha detto? Nel migliore dei casi si patteggia, ma a porte chiuse, quelle del tribunale o della propria coscienza. Nei tribunali non esiste la verità, ma solo una posizione di comodo, in linea col rispetto puramente formale delle regole. Agli avvocati non interessa neppure “sapere la verità”, quanto di vincere la causa e intascare la parcella: il cliente viene tanto più difeso quanto più paga.

Ai processi dovrebbero chiedere agli imputati di pronunciare una formula di rito molto semplice: “Provi in coscienza a dire la verità e la Corte s’impegna a tenerne conto il più possibile”.

Chiedere perdono dei propri crimini

In un universo infinito nello spazio ci si può nascondere dove si vuole pur di non pentirsi del male che s’è fatto. Poiché l’universo è anche eterno nel tempo, ci si può nascondere per sempre. Nell’universo infatti si ha consapevolezza che il suicidio non può essere fisico ma solo spirituale. Ci si nasconderà per l’eternità in un luogo remoto per la vergogna di ciò che s’è fatto, ma anche per la pervicace volontà di non pentirsi.

Sulla terra le cose sono un po’ diverse. Se uno ha compiuto crimini orrendi e, a un certo punto, s’accorge di non poter sfuggire alla giustizia, può arrivare a suicidarsi oppure a rassegnarsi ad avere il massimo della pena, che è la sentenza capitale o l’ergastolo. Cioè uno può pensare che, prima o poi, finirà di provare vergogna d’essere stato condannato per il reato compiuto.

Ma nell’universo questa stessa persona cosa dovrà pensare? A dir il vero uno può anche pensare d’aver compiuto i propri crimini secondo una certa plausibile motivazione o razionale giustificazione, per cui non ritiene di doversi pentire o comunque di non doverlo fare più di tanto. Quanti sostengono d’aver agito come criminali senza essere stati pienamente coscienti o perché condizionati da un drammatico passato o perché dovevano obbedire a un ordine superiore o perché accecati da un’ideologia o perché convinti che, in quel modo, avrebbero evitato un male peggiore? All’interno di considerazioni così particolari è difficile pentirsi al 100%, o almeno è molto difficile farlo da soli.

Ci vuole qualcuno che ci faccia capire fino a che punto si giocava la nostra responsabilità al momento di compiere un determinato crimine. Uno ha il diritto d’essere aiutato a pentirsi in qualunque momento, anche se gli si deve sempre garantire la libertà di non volerlo fare. Sono situazioni complesse, anche perché l’aiuto non può certo essere dato sulla base di motivazioni superficiali o schematiche. Bisogna saper tener testa alle argomentazioni sofisticate dei grandi criminali, che in genere sono uomini politici o militari o anche uomini di chiesa o intellettuali in grado di esercitare poteri significativi, come p. es. gli scienziati, i consiglieri, i funzionari…

Una differenza sostanziale, comunque, c’è: nell’universo la prigione o, se vogliamo, la pena è tutta interiore. Questo perché, essendo infinito nello spazio, l’universo permette a chiunque di non essere condizionato negativamente dall’atteggiamento altrui. Su questa terra, invece, gli uomini hanno sempre paura dei criminali: temono che i loro crimini possano ripetersi, anche se, essendo i grandi criminali le persone di potere, i comuni cittadini cercano di difendersi come meglio possono.

Paradossalmente là dove le condizioni di spazio e di tempo sono illimitate, l’importanza delle questioni di coscienza cresce in maniera esponenziale. Se non c’è alcun limite esterno all’agire, tutto dovrà giocarsi sulle potenzialità interne che uno dovrà per forza scoprire d’avere. E sarà su queste potenzialità che si dovrà prendere una decisione: o giocarsele tutte, mettendosi a disposizione di un proprio cambiamento significativo, o non giocarsele affatto, rendendo la propria coscienza impermeabile alle influenze altrui.

Di sicuro il tempo per ripensarci non mancherà. Nessuno può essere obbligato né a pentirsi né a non pentirsi: questa regola dovremmo adottarla anche sulla terra. Se esiste un inferno, è solo per chi lo vuole: non può esserci nessuna porta con scritto sopra: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Quindi niente torture, ma anche niente condanne definitive.

Naturalmente questo discorso vale anche per chi ha subito il crimine, il quale, con non meno intensità emotiva del criminale, deve essere disposto a perdonare. E, per poterlo fare, deve essere convinto di almeno due cose: la prima è che il criminale può aver avuto delle motivazioni plausibili; la seconda è che nessuno è mai totalmente innocente. Cioè dentro quelle motivazioni ce ne può essere una che riguarda, in qualche modo, la stessa vittima. Si pensi solo al fatto che esiste colpevolezza anche quando, vedendo compiere un crimine contro qualcuno, si pensa che ciò non ci riguardi. La storia è stracolma di questi peccati di omissione. Non si è abbastanza vigili e solerti per colpa del nostro opportunismo qualunquismo egoismo cinismo…: possiamo chiamarlo come ci pare.

Bisogna infine stare attenti che nell’universo non è come su questo pianeta, dove i criminali, abituati a ragionare in termini giuridici, fanno calcoli sulla possibile convenienza che hanno a pentirsi. Nell’universo l’unica vera legge umana sarà quella della libertà di coscienza: sarà impossibile dimostrare d’essere pentiti senza versare fiumi di lacrime. Non avrà alcun senso dimostrare d’essere pentiti rivelando i nomi dei propri complici o restituendo il maltolto: la verità sui grandi crimini dell’umanità sarà alla portata di tutti. L’unica “indagine” da fare sarà quella nei confronti di se stessi.

Non solo, ma anche dopo aver versato fiumi di lacrime, non si potrà pretendere che le nostre vittime ci perdonino. La riconciliazione tra vittima e carnefice potrà avvenire solo nella più assoluta libertà reciproca. Per questo motivo dovremmo sin da adesso abituarci a compiere significativi gesti di riparazione là dove si sono compiuti orrendi crimini. Dobbiamo abituarci a chiedere scusa con insistenza, nella speranza che la vittima, quando vorrà, si convincerà della nostra buona fede.

Organi sessuali e civiltà

Gli organi sessuali sono preposti a tre funzioni: biologica, erotica e riproduttiva. La natura ha concentrato in un unico organo tre funzioni molto diverse. Non può averlo fatto soltanto per motivi “economici”, anche perché la funzione biologica ripugna a quella erotica e quest’ultima guarda con timore quella riproduttiva. Ci deve essere dietro alla motivazione “economica” (che potremmo chiamare anche “fenomenologica”, essendo molto evidente), una motivazione di tipo ontologico, cioè più profonda.

Qui sembra esservi espressa un’intelligenza di tipo etico, che appare inverosimile in ciò che siamo soliti definire col termine di “natura”. Sembra cioè di avere a che fare con una natura dall’intelligenza umana, in grado di prevedere un uso sbagliato, unilaterale, di una funzione, quella erotica, e quindi in grado di aiutarci a prevenirlo senza alcuna particolare forzatura, semplicemente mettendoci di fronte alle nostre responsabilità, come ci accade quando leggiamo quegli avvisi presso le centrali elettriche: “Chi tocca i fili, muore!”.

E’ come se la natura avesse predisposto che i nostri organi sessuali non possano essere usati nelle loro funzioni separate, se non in via temporanea o transitoria. In ultima istanza le funzioni devono restare correlate, poiché, quando non lo sono, occorre chiedersi se ciò sia naturale. Facciamo degli esempi:

  1. se l’erotismo è fine a se stesso, la perversione diventa inevitabile, come p. es. nella pornografia, nella prostituzione, ecc.;
  2. se il biologismo esclude per principio la riproduzione, diventa una forzatura, come p. es. nel celibato dei preti, negli eunuchi, ecc.;
  3. se la riproduzione viene resa obbligatoria, diventa un’ideologia, come quando la chiesa chiede una piena disponibilità a procreare ogni volta che si hanno rapporti sessuali, oppure quando si costringe la donna al solo ruolo di madre.

Questi sono tutti atteggiamenti contronatura. Quindi dovremmo ammettere che la natura ha previsto una coesistenza equilibrata di aspetti etici ed estetici, oltre che fisiologici. Ora quand’è che viene meno questo equilibrio? Viene meno quanto più l’umano si allontana dal naturale, cioè quanto più frappone tra sé e il naturale qualcosa di artificiale. L’essere umano è l’unico ente di natura in grado di farlo. L’artificio, ovvero il mezzo meccanico, gli permette di vivere un erotismo fine a se stesso o comunque non finalizzato alla riproduzione.

Per certa ideologia religiosa questo è peccato, ma i diretti interessati sanno bene che in una società conflittuale, dove il naturale è quasi del tutto scomparso, la riproduzione può avere costi proibitivi. Non voler rendersi conto di questo “handicap”, significa appunto essere schematici, farisei.

Dunque che possibilità abbiamo di ripristinare le funzioni naturali degli organi sessuali? Al momento nessuna. Anzi, la vita è così artificiale e complicata che persino la riproduzione si sta meccanizzando sempre di più, proprio in quanto le coppie sono sempre più restie a riprodursi e quelle infertili e sterili aumentano progressivamente, senza sosta.

Questo è un sintomo abbastanza eloquente e non possiamo certo minimizzarlo scegliendo come alternativa l’adozione di bambini abbandonati. Se nella riproduzione prevale l’artificiale, la natura, ad un certo punto, non sa più che farsene di noi e tende a emarginarci, a espellerci dal suo circuito riproduttivo e quindi addirittura dalla storia, sua e nostra. Noi infatti ci siamo illusi che i mezzi meccanici non potessero avere su di noi conseguenze irreparabili e che si potesse in qualunque momento fare un’inversione di marcia.

Questo, ovviamente, non è un problema della sola nostra società, bensì dell’intera civiltà industrializzata. Guardando come si è evoluto, sarebbe bene che il sistema capitalistico scomparisse dalla faccia della terra, proprio per permettere alla natura e a quelle poche popolazioni che vivono ancora in maniera naturale, di salvaguardarsi e, possibilmente, di farlo nel migliore dei modi.

Noi occidentali non dovremmo preoccuparci d’essere emarginati o espulsi dalla natura e dalla storia, quanto piuttosto di come favorire le condizioni perché qualcuno possa sopravvivere a un nostro declino che pare irreversibile. Il destino dell’umanità infatti è quello di popolare l’intero universo, ma nelle condizioni in cui attualmente ci troviamo, noi occidentali di sicuro siamo la popolazione meno adatta.

Uomo e Natura: la soluzione finale

Perché la natura, nel nostro pianeta, conserva tratti così spaventosi come le eruzioni vulcaniche, che fanno somigliare la Terra a una stella raffreddatasi soltanto in superficie e che la rendono molto diversa p.es. dalla placida Luna? Vien quasi da pensare che il nostro destino non sia quello di vivere un’esistenza meramente terrestre, proprio perché abbiamo a che fare con un pianeta soggetto a mutazioni sconvolgenti, del tutto imprevedibili e assolutamente irreversibili.

In attesa di metterci, come Noè, nell’ordine di idee che, presto o tardi, saremo costretti a traslocare in altri lidi, dovremmo intanto, e quanto meno, disabituarci all’idea di poter avere delle sicurezze che prescindono dalle fondamentali caratteristiche della natura sul nostro pianeta, di cui la principale è appunto l’instabilità, cioè il fatto che la materia possiede un’energia che l’essere umano non è in grado di controllare come vorrebbe, e probabilmente non vi riuscirà mai.

Nella sua profonda complessità, la natura ha una potenzialità che, in ultima istanza, ci sfugge. Tuttavia questo per noi è una garanzia, non un limite. Se noi non fossimo così insicuri a causa dell’antagonismo sociale, non vedremmo l’instabilità della natura come un pericolo, ma come l’espressione di una diversità irriducibile, che non possiamo controllare a nostro piacimento. Noi avvertiamo la natura come un nemico perché siamo nemici di noi stessi.

Tutto quanto la natura fa di “pericoloso” (o che a noi sembra tale), o è stato provocato da noi stessi, agendo in maniera irresponsabile sui suoi processi riproduttivi, oppure si tratta soltanto di semplici manifestazioni naturali della materia, che noi consideriamo innaturali solo perché da seimila anni abbiamo scelto di avere con la natura un rapporto egemonico.

Noi non sappiamo più esattamente cosa sia la natura, proprio perché abbiamo interposto nel rapporto con essa degli elementi del tutto artificiosi, che vanno a incidere, irreversibilmente, sui processi generativi e riproduttivi della stessa natura.

Finché questa interferenza restava circoscritta a determinate aree geografiche e popolazioni, i danni non superavano l’ambito locale e regionale; ma oggi i danni sono planetari, sempre più gravi e apparentemente irrisolvibili, in quanto ogni tentativo di soluzione che parta dall’antagonismo sociale è destinato a non produrre alcun rimedio significativo. Questo per dire che il genere umano è diventato il pericolo numero uno per la sopravvivenza del pianeta.

Per risolvere questo problema, di proporzioni gigantesche, non c’è altro modo che superare quello che i latini chiamavano bellum omnium contra omnes, determinato dalla proprietà privata dei mezzi produttivi, tutelata dallo Stato.

Le istituzioni non sono assolutamente in grado non solo di risolvere questo problema, ma neppure di porselo come obiettivo. Se la società non recupera la sua indipendenza nei confronti dello Stato, dimostrando che può fare a meno di qualunque organo istituzionale, e se all’interno della società civile non si pongono le condizioni per cui il benessere individuale abbia un senso solo all’interno del benessere collettivo, l’esistenza del genere umano su questo pianeta non ha alcuna ragion d’essere.

Non saranno certamente le popolazioni abituate a vivere in maniera conflittuale ad avere il diritto di popolare l’universo. Quello che abbiamo creato negli ultimi seimila anni non va considerato come una parentesi nell’evoluzione del genere umano, ma come una sorta di “soluzione finale”, un punto di non ritorno.

Essere artisti

Prima di dedicarsi a una qualunque attività artistica, dove l’estro, il genio, la sregolatezza sono una costante (anche per la riuscita della stessa opera d’arte), uno dovrebbe avere una maturità personale sufficiente almeno a sostenerlo quando il successo gli volterà le spalle.

Se uno si sente artista, deve pensare anzitutto a cercare un proprio equilibrio interiore, quello che permette d’essere il più possibile se stessi nella buona e nella cattiva sorte, benché sia puro idealismo sostenere che le circostanze non possano arrivare a modificare, anche profondamente, la personalità o lo stile di vita delle persone.

Certo, si può sempre obiettare che il valore dell’artista sta proprio nella sua diversità, nel voler fare dell’eccesso la sua fortuna. Molti artisti, in effetti, riescono in questa impresa e si affermano al grande pubblico, ma bisogna stare attenti ai prezzi da pagare, perché possono non essere pochi o comunque di entità non lieve.

Gli artisti soffrono di solitudine, perché possono sentirsi incompresi o emarginati o strumentalizzati da chi vuole sfruttare il loro talento. Non vivono rapporti normali o, in ogni caso, fanno molta fatica a vivere un’esistenza simile a quella della stragrande maggioranza delle persone. Sono portati a sognare, confondendo facilmente la realtà con la loro fantasia. Pensano, molto ingenuamente, che per realizzare dei rapporti autentici sia sufficiente che il pubblico li apprezzi per le loro capacità.

In tutti i rapporti che vivono, ad un certo punto fa capolino l’impressione che vi sia, nelle persone che frequentano, un fondo d’ipocrisia: temono d’essere apprezzati soltanto per il loro talento artistico e non anche per la loro persona, per quello che pensano di essere, anche al di là della stessa arte. Di qui l’idea, quando si sono arricchiti a dismisura, di porre ogni relazione sotto contratto, quando addirittura non fingono l’anonimato, sperando d’incontrare una persona che li ami o li consideri per quello che sono, per quello che pensano, a prescindere dalla loro arte.

Cercano il successo e stanno male quando lo perdono, non solo perché devono conservare un certo tenore di vita, ma anche perché, sul piano psicologico, il successo dà dipendenza come una qualunque sostanza stupefacente. Dietro ogni successo tendono a nascondere le loro frustrazioni, le loro insicurezze psicologiche, le debolezze di carattere. Spesso hanno cercato la fama per riscattarsi da una vita difficile. Ma il successo esige prestazioni di alto livello, superiori alla media, e l’artista si rende facilmente conto di non poter essere sempre all’altezza della situazione.

L’artista rischia di vivere la vita in maniera sdoppiata, assumendo una faccia per il pubblico e conservandone un’altra per la vita privata. Per non dover soffrire questa lacerazione, egli tende a inglobare sempre più la vita privata in quella pubblica, trasformando tutto in una sorta di esperienza teatrale, come se ci si dovesse esibire continuamente su un palcoscenico. Oppure se la prendono a morte coi fotografi che violano la loro privacy: come se nella nostra società, che vive di scandali e pettegolezzi, un artista affermato potesse avere una propria vita privata.

L’artista che vuole campare sfruttando il proprio talento e che al di là di una certa espressività artistica non saprebbe cosa fare, è fondamentalmente una persona immatura. Non si rende conto che non si può vivere in funzione dell’arte, poiché l’arte trova la sua vera ragion d’essere soltanto quando esprime la vita, cioè quando rappresenta qualcosa di significativo, qualcosa che non si può certo vivere al massimo tutti i giorni.

Se uno vive solo per l’arte, è costretto continuamente a non stare mai fermo, a cercare, ovunque gli capiti, una qualche fonte ispirativa, che gli permetta di rimanere sulla cresta dell’onda. E quando non la trova è facile ch’egli arrivi ad accettare compromessi poco dignitosi, nell’illusione di poter conservare la fama raggiunta, cioè di poter essere apprezzato qualunque cosa faccia.

Proprio mentre pensa di sentirsi libero non lavorando sotto padrone, o di poter dettare al committente le proprie condizioni, si ritrova schiavo della propria ambizione, del proprio egocentrismo. Il vero artista è quello che non si dispera all’idea di dover morire di vecchiaia lontano dal palcoscenico, è quello contento del proprio presente e non si mette a raccontare continuamente il proprio passato.

Vendetta o perdono?

La scelta tra vendetta e perdono sta nel mezzo, cioè nella speranza che chi ha compiuto il torto non possa più ripeterlo. Ovviamente sarebbe meglio averne la certezza, ma se si pensa di poterla avere quando è in gioco la libertà di coscienza, ci illudiamo soltanto. L’unica cosa certa è che non si può essere schematici: non si può fare una scelta a prescindere da qualunque altra considerazione. Non si può essere vendicativi o perdonisti per partito preso: qui la differenza non è tra ateismo e religione, tra cinismo e buonismo, ma tra maturità e infantilismo.

Forse quello che dà più fastidio non è tanto il fatto di aver subito un’offesa, poiché ciò può anche inorgoglire: a volte infatti esiste una punta di autocompiacimento anche nel vittimismo, a condizione ovviamente che gli altri sappiano che abbiamo patito un’ingiustizia evidente. Gli altri devono soprattutto sapere che si soffre in silenzio, senza reagire.

Una sofferenza del genere, tutta interiore, ingiustificata, immeritata, non può però essere tenuta dentro: va resa pubblica, perché solo così se ne può attenuare l’intensità. Altrimenti il rischio è che possa esplodere e che chi ha subìto un torto si comporti peggio di chi l’ha procurato. Naturalmente per renderla pubblica, occorre unacomunità di riferimento, che faccia da supporto, che attenui il dolore, che dia forza, anche nel denunciare il torto, quando si pensa di non averne abbastanza da soli.

Ma quello che assolutamente dà più fastidio è che il colpevole continui ad agire indisturbato. Ancora di più si soffre quando si constata che le istituzioni non fanno il loro dovere per catturarlo, per punirlo, per impedirgli di reiterare la colpa. E ancora ancora di più quando la comunità attorno a noi non ci aiuta, non fa pressione sulle istituzioni perché giustizia venga fatta.

Ecco, in situazioni del genere può scattare il desiderio di una vendetta privata, l’esigenza di diventare dei “giustizieri della notte”. Si risponde in maniera individualista a un reato compiuto per colpa dell’antagonismo sociale. E non se ne esce. Invece di approfittare dell’occasione per ripensare i criteri di vita, si reagisce riconfermandoli, e la violenza privata diventa una spirale senza fine, come nelle faide d’un tempo.

Bisogna togliere all’individuo il diritto di vendicarsi, ma questo è possibile solo se gli si assicura che si farà di tutto per trovare il colpevole e soprattutto che si discuterà insieme sulle motivazioni che possono aver portato a quel suo determinato comportamento. Affinché non si ripeta.

Certo, è importante che l’offesa venga pagata (chiunque deve sapere che ogni reato ha il suo prezzo), ma è ancora più importante la consapevolezza d’aver posto le basi perché esso non si ripeta. Uno può anche accontentarsi di non aver ottenuto una piena soddisfazione o riparazione personale, ma in alternativa bisogna offrirgli la convinzione d’aver ottenuto una soddisfazione più generale, riguardante l’intera collettività, foss’anche soltanto quella locale d’appartenenza.

Non solo va rieducato chi ha compiuto il torto, ma anche chi l’ha subìto, perché, se da un lato è vero che lo Stato deve dimostrare che non c’è alcun bisogno di ricorrere alla vendetta privata, in quanto le istituzioni funzionano e non sono colluse con la criminalità; è anche vero, dall’altro, che non serve dare al colpevole una punizione esemplare, come p. es. il carcere a vita o la pena di morte. Condanne di questo genere non fanno parte della giustizia ma solo della vendetta. Nessuno ha il diritto di togliere a un altro la possibilità di pentirsi. E nessuno ha il dovere di far credere che la responsabilità di un crimine ricada solo sul criminale.

Lo Stato non può chiedere al cittadino di non esercitare una vendetta privata affinché possano esercitarla pubblicamente le istituzioni, sotto la parvenza della legalità. E’ un segno di maturità saper trasformare le colpe in occasioni di ripensamento di comportamenti abituali. Bisogna mettere il colpevole nelle condizioni di capire che anche grazie a lui, indirettamente, la collettività ha avviato un processo di revisione di determinati stili di vita.

Questi processi rientrano in quella branca del sapere che si chiama psico-pedagogia politica e che ancora, purtroppo, è poco sviluppata, in quanto si tende a fare della psico-pedagogia una scienza da utilizzarsi contro i guasti o le manchevolezze della politica o delle istituzioni in cui la politica viene esercitata.

Umano e Naturale, da qui all’eternità

Una persona autoconsapevole non può avere alcun interesse a sapere com’è nata, perché, anche se potesse guardarsi sin dal momento della fecondazione, non sarebbe in grado di riconoscersi. Se quei nove mesi di gestazione fossero davvero importanti, ai fini dell’identità di sé, noi dovremmo conservarne piena memoria; invece noi non ricordiamo neppure i nostri primi anni di vita. La nostra memoria inizia a svilupparsi verso i tre-cinque anni e non ci preoccupiamo affatto di non ricordare nulla di quanto fatto prima.

Questo vuol dire che il momento del nostro concepimento, della nostra gestazione in utero e persino dei nostri primi anni di vita hanno, a parità di condizioni tra un neonato e l’altro, un’importanza relativa. Per noi non è importante conoscere l’inizio della nostra vita, poiché l’ignoranza assoluta di questi stati iniziali di esistenza non ci priva di alcunché. E, viceversa, non aumenterebbe di un cappello la nostra conoscenza neppure se noi, nella fase embrionale, fossimo già dotati di una straordinaria memoria.

In qualunque momento della nostra vita abbiamo già in noi tutto quello che ci serve per diventare quel che dobbiamo diventare. Questo significa che per noi ciò che conta è solo il presente. Lo sviluppo avviene solo nel presente: passato e futuro, in un certo senso, non esistono, rappresentano il non-essere, che pur dobbiamo dare per scontato, in quanto, se vogliamo, esso ci precede e ci supera. Quindi, in un altro senso, il non-essere è anche più importante dell’essere.

Non ricordando nulla dei primi momenti del nostro passato, per noi è come se non fossimo mai nati. E il fatto di non sapere quando verrà la nostra fine, ci fa pensare che non moriremo mai. Solo chi ha coscienza di non essere mai nato è convinto di non poter morire mai.

La morte che sperimentiamo su questa terra è equivalente alla nostra nascita: resta indeterminata. Lo diceva bene Epicuro: “se ci sei tu, non c’è lei e se c’è lei non ci sei tu”. Infatti non possiamo assistervi: non possiamo guardarla dall’esterno. Noi non possiamo mai guardarci dall’esterno, nemmeno con uno specchio, poiché, nel momento in cui lo facciamo, non facciamo nulla. Racchiudiamo il presente in un semplice guardarsi, che è quanto di più innaturale. Se ci pensiamo bene, sono i matti  che hanno lo sguardo fisso.

Il fatto di avere coscienza di qualcosa che non ci appartiene (il passato e il futuro, che possiamo vivere solo come presente), ci autorizza a pensare, proprio per questo motivo, che la nostra coscienza è assolutamente illimitata, insondabile nella sua profondità. Cioè la consapevolezza di non poter afferrare completamente tutto il nostro non-essere, rende il nostro essere illimitato. Non a caso noi diciamo di essere figli dell’universo, in cui l’immensità e la profondità e l’infinità della materia per noi costituisce una garanzia assoluta del nostro essere. Non siamo semplicemente figli della terra e tanto meno dei nostri genitori.

Chi pensa che il nostro universo sia limitato o debba implodere o contrarsi o esaurire la propria energia o tornare al punto di partenza, non si rende conto che noi non abbiamo neanche le parole per leggere adeguatamente questo universo. La stessa parola “uni-verso” riflette soltanto quella porzione di universo che noi dalla terra possiamo vedere. Se noi avessimo piena consapevolezza della nostra nascita, ne avremmo anche della nostra morte. Invece questa indeterminatezza si rende assolutamente liberi. La libertà sta proprio nel principio di indeterminatezza, che pur ha le sue leggi.

La garanzia dell’essere è data proprio dal non-essere. Siamo giunti all’opposto di quanto affermava Parmenide col suo schematico principio: “l’essere è, il non-essere non è”. In realtà dovremmo dire che l’essere è proprio perché esiste il non-essere.

Se questo è vero, le implicazioni pratiche sono notevoli. Anzitutto diventa impossibile affermare una qualsivoglia identità senza l’apporto della diversità. Una cultura che pretende di farsi valere prima di entrare in rapporto con altre culture, è solo un’arrogante ideologia, una sorta di totalitarismo, che inevitabilmente si esprime anche in forme politiche dittatoriali.

In secondo luogo dobbiamo sostenere che, se siamo figli dell’universo, tutto quanto di umanonaturale non riusciamo a realizzare nella dimensione terrena, dovremmo necessariamente realizzarlo in una extraterrena, per cui sarebbe bene non perdere tempo su questa terra con le forme individualistiche e antagonistiche.

Gli aspetti umani e naturali sono quelli che caratterizzano meglio la nostra identità: se vogliamo essere noi stessi, non possiamo prescinderne. La nostra libertà di coscienza, che è il valore più grande dell’universo, può essere adeguatamente tutelata solo all’interno di condizioni e processi umani e naturali. Quelle condizioni e quei processi che abbiamo abbandonato negli ultimi seimila anni di storia, cioè da quando abbiamo fatto nascere le civiltà.

Se continuiamo ad essere “disumani” e “innaturali”, l’universo non saprà che farsene di noi. Non ci permetterà di popolare alcun altro pianeta, anche se, sul piano tecnologico, sembriamo quasi pronti per farlo.

La morte, laicamente

Non è possibile che il bene più prezioso dell’universo, la libertà di coscienza, sia legato a un filo, quello dell’esistenza terrena. Non è logico. Sarebbe uno spreco assurdo di energia, anche se simile a quello cui ci ha abituato l’uomo negli ultimi seimila anni, costruendo e distruggendo le cose con una disinvoltura preoccupante.

La cosa potrebbe avere un qualche senso se gli esseri umani fossero tutti relativamente uguali e solo se fossero facilmente riproducibili in condizioni extraterrestri. La natura però ci ha voluti, ognuno di noi, uniciirripetibili e la nostra generazione, stando alle conoscenze di cui disponiamo, sembra avvenire solo su questo pianeta, anche se non possiamo escludere a priori un qualche intervento esterno, nella fase, per così dire, della “fecondazione”, come avviene in tutti i casi riproduttivi, salvo eccezione (p. es. in certi vermi ermafroditi).

Tuttavia, se c’è stato un qualche intervento esterno, nell’essenza non possiamo considerarlo superiore all’essere umano, come non lo sono i genitori nei confronti del figlio che mettono al mondo.

Un’altra cosa che resta da chiarire è il motivo per cui esiste la morte. In natura la morte è un fenomeno meno ricorrente della vita. Per fortuna non siamo tutti farfalle. Coi nostri occhi vediamo che, in ogni cosa, la morte è soltanto il passaggio da una condizione a un’altra. Tutto è soggetto a perenne trasformazione.

Ci si può chiedere però perché questa cosa avvenga anche nell’essere umano, che è dotato del bene più prezioso dell’universo, la libertà di coscienza, che non è cosa che possa essere sostituita o riciclata. La libertà di coscienza muore con la morte del nostro corpo: non c’è niente, su questa terra, che possa farci pensare il contrario.

La cosa che più ci fa riflettere è il motivo per cui un bene così prezioso, il cui valore è assolutamente inestimabile, abbia un destino legato all’esistenza di una cosa materiale, soggetta a deperimento, come appunto il nostro corpo.

Se possiamo rispondere, guardando la natura, alla domanda “perché si muore”, non riusciamo a farlo quando è in gioco l’esistenza umana. Lo strazio per la morte di una persona che si ama è incolmabile. Questa cosa la si vede persino in molti mammiferi (p. es. negli elefanti).

Per rispondere alla domanda sul perché si muore dovremmo però prima chiederci: perché all’aumentare della consapevolezza della libertà di coscienza diminuisce la forza fisica con cui esercitarla? Ovvero perché la saggezza deve riguardare la persona anziana che di quella saggezza, in un certo senso, non sa che farsene e che magari la baratterebbe volentieri con una migliore prestanza fisica, dimostrando così di non essere affatto una persona “saggia”?

Deve essere esistito un tempo in cui la morte veniva vissuta, anche nell’essere umano, come un fenomeno del tutto naturale, come una vera e propria liberazione dal decadimento fisico. Tuttavia anche questa non è una risposta convincente. Qui ce ne possono essere altre due e dobbiamo andarle a cercare nella mitologia religiosa, che nel tempo ha preceduto la riflessione filosofica.

La prima è questa: probabilmente ai primordi dell’umanità era più netta la percezione o addirittura la consapevolezza che l’esistenza umana non riguardava solo il pianeta terra ma l’intero universo, sicché si avvertiva il decadimento fisico come l’anticamera di una mutazione necessaria (e persino desiderata) da una condizione di vita a un’altra, per cui di fronte alla morte, in definitiva, non ci si angosciava ma ci si rallegrava. Il suicidio poteva essere ammesso solo in presenza di un corpo umano in disfacimento, assolutamente irrecuperabile. E’ sufficiente infatti smettere di nutrirsi.

La seconda risposta può essere questa: probabilmente nel corso dell’evoluzione della nostra specie deve essere accaduto qualcosa che ci ha indotto a considerare un’esistenza temporale limitata come una condizione accettabile da sopportare a fronte di un persistente uso improprio della libertà. Nel senso che nel passato dobbiamo avere avuto consapevolezza della piena legittimità, da parte della natura, di limitare su questa terra il tempo a nostra disposizione. La riduzione cioè sarebbe stata voluta proprio a nostro vantaggio, al fine di limitare al massimo gli errori che si potevano compiere.

Ma anche in questo caso nessuna angoscia, quanto piuttosto consolazione. Non avevamo ancora compiuto uno sbaglio nei confronti del quale non si poteva trovare rimedio.

Entrambe queste risposte – è facile notarlo – ci portano a credere che i nostri più antichi progenitori si sentissero parte dell’intero universo, anche molto tempo prima che allestissero i noti osservatori astronomici.

E’ stato in virtù di questa discrepanza tra percezione dell’infinità della libertà di coscienza e consapevolezza dei limiti organici in cui poterla esercitare, che è nata la religione, una risposta infantile a un problema reale.

I limiti umani e naturali

Apparentemente sembra assurdo sostenere che la materia sia pensante, poiché l’unica vera prova che lo sia è data dall’uomo, il cui giudizio, che implica poi determinati comportamenti, potrebbe essere considerato molto soggettivo o relativo.

In natura infatti tutti si comportano sulla base di leggi da cui non si può prescindere. Queste leggi vengono vissute in due maniere: secondo l’istinto e secondo ragione, e questa implica la libertà di coscienza. Nel senso che l’essere umano è l’unica specie vivente che è libera di violare le leggi della natura, pagandone poi il relativo prezzo, proprio perché non è possibile andare oltre un certo livello di violazione.

Ora, è evidente che animali e piante vivono solo d’istinto, anche se dispongono della possibilità di utilizzare un certo margine di adattamento all’ambiente, per cui gli istinti possono anche parzialmente mutare. Sicuramente un animale selvatico, se viene addomesticato, perde una parte dei propri istinti naturali e ne acquisisce altri di tipo indotto. A maggior ragione questo vale per le piante.

Ci si chiede: l’uomo è forse libero d’indurre o di costringere animali e piante a vivere in maniera difforme dai propri comportamenti naturali? Diciamo che se non lo facesse sarebbe meglio, poiché, addomesticando piante e animali, si corre più facilmente il rischio di violare delle leggi di natura. Un animale bisognerebbe sempre lasciarlo libero di tornare selvatico, o comunque non bisognerebbe mai metterlo in condizioni da dover considerare l’uomo il suo peggior nemico.

Quanto più la natura viene salvaguardata, tante meno possibilità ci sono di violarne le leggi. Il fatto che l’uomo sia dotato di ragione, libertà e coscienza, di per sé non garantisce una sua sicura sopravvivenza nei millenni futuri. I dinosauri sono durati 160-180 milioni di anni: non è detto che l’uomo, abituato a distruggere se stesso e l’ambiente (come ha fatto, con molta sistematicità, negli ultimi seimila anni), riuscirà a far di meglio.

L’uomo è l’espressione della materia cosciente di sé, ma può esserlo solo a condizione di rispettarne le leggi, altrimenti diventa solo un fardello insopportabile. Se non esistesse l’uomo “civilizzato”, all’animale sarebbe facilissimo rispettare le leggi della natura. Invece, a causa di un uso sbagliato della libertà, tutto diventa incredibilmente difficile, e non solo per la specie umana, ma anche per tutte le specie della terra.

Il fatto di essere autoconsapevoli, di per sé non offre garanzie di nulla. Non dimentichiamo che negli ultimi 500 anni l’uomo ha potuto rinviare la soluzione definitiva dei suoi conflitti sociali soltanto a motivo della scoperta di una grande estensione di territorio che, sul piano dello sfruttamento delle risorse, era ancora vergine, essendo stato abitato da popolazioni indigene (da noi sterminate o sottomesse) che coltivavano un certo rispetto per la natura.

L’uomo non può aggiungere alla materia ciò che essa non ha; anzi, in genere, quando la trasforma, la priva sempre di qualcosa, al punto che se questa sottrazione supera un certo livello di guardia, la natura non è più in grado di riprodursi e inevitabilmente si desertificata. Per noi è diventato del tutto naturale produrre strumenti che lavorino per noi e non ci rendiamo conto che un atteggiamento del genere è quanto di più innaturale vi sia, tant’è che ha conseguenze molto nocive sull’ambiente.

L’uomo è solo l’espressione dell’autoconsapevolezza della natura, la quale ha proprie leggi indipendenti, di cui la principale, che include tutte le altre, è quella della perenne trasformazione delle cose, sulla base degli opposti che si attraggono per completarsi e si respingono per tutelarsi nella reciproca diversità. L’esigenza riproduttiva della materia, che appartiene alla legge della perenne trasformazione, è superiore all’esigenza produttiva dell’essere umano.

Noi non possiamo esercitare la nostra libertà al di fuori dei limiti che le permettono d’essere libera. Questo principio dovrebbe valere per qualunque cosa. Esistono sempre dei limiti di tollerabilità al di là dei quali una cosa non è più la stessa, incluso l’essere umano. Il fatto che dobbiamo continuamente dircelo, tramite leggi e regolamenti, sta appunto a indicare che noi non abbiamo più coscienza, in maniera naturale, dell’esistenza di questi limiti.

Abbiamo talmente sostituito l’artificiale col naturale che ci rendiamo conto d’aver oltrepassato i limiti solo dopo averlo fatto. In questa maniera gli svantaggi che otteniamo da un uso sbagliato della libertà sono infinitamente superiori ai vantaggi che potremmo avere da un uso conforme a natura.

Approfittare della guerra per cambiare sistema

Ogni guerra, dove pur di vincere o di non perdere, si finisce col compiere qualunque cosa, anche quelle che, nei periodi di pace, non si sarebbero mai fatte, procura devastazioni non solo materiali ma anche morali, e non solo in chi perde ma anche in chi vince.

Infatti, se è possibile che chi vince soffra meno disastri materiali, è però certo che non può sottrarsi in alcun modo ai disastri morali, quelli che p. es. colpiscono i militari in congedo, i reduci, affetti da sindromi nevrotiche e psicotiche, incapaci di reinserirsi normalmente nella società.

Questi reduci spesso vengono anche biasimati dalle popolazioni civili quando diventa ufficiale che la guerra era stata ingiusta o inutile, quando la si è persa vergognosamente, quando la vittoria non ha comportato alcun vantaggio significativo, quando si sono compiute azioni assolutamente ingiustificate, ecc.

Il compito che attende la società civile è quello di ricostruire delle personalità distrutte, che non vogliono sentirsi uniche responsabili di un conflitto deciso dalla politica e, a volte, dalla stessa società civile, di cui pur anche loro erano e continuano a essere parte organica.

Invece le istituzioni tendono a nascondere questi traumi, poiché costituiscono un cattivo esempio, un fattore demoralizzante, una critica indiretta ai poteri forti. La politica non vuole essere messa in discussione nelle scelte belliche che prende, siano esse vincenti o perdenti.

Se queste scelte si sono rivelate, alla fine del conflitto, del tutto sbagliate, si tratterà soltanto di sostituire gli statisti responsabili con altri statisti, ma senza modificare il sistema. Il potere non vuole mai che i risultati di una guerra (che sempre, in un modo o nell’altro, destabilizzano)possano indurre la società civile a chiedere una revisione generale del sistema. E’ la società civile che lo deve esigere, e può farlo soltanto se si sostituisce allo Stato, se è capace di dimostrare d’essere in grado di autogovernarsi.

Chi pensa che una società con queste pretese finisca col comportarsi peggio dello Stato, non sta dalla parte dei cittadini ma dei poteri autoritari, illudendosi o facendo credere che le istituzioni rappresentino la volontà della nazione. Nei sistemi antagonistici, caratterizzati dai conflitti di classe, la politica è sempre al servizio dell’economia e l’economia è sempre al servizio di chi detiene il monopolio della proprietà privata. Non esistono istituzioni equidistanti o Stati interclassisti.

Certo, una società civile abituata a essere considerata come una “serva” dallo Stato, abituata soltanto a difendersi da un potere padronale, farà fatica, nel periodo iniziale della propria autonomia, ad autogestirsi in maniera democratica. Ma se non riuscirà a migliorare se stessa, non potrà certo addebitare allo Stato la causa di questa sua incapacità, anche perché i poteri dello Stato, nella fase della transizione, saranno ridotti al minimo, secondo il seguente principio democratico: la forza dei poteri delegati deve essere inversamente proporzionale alla distanza che li separa dalla comunità delegante. Cioè tanto meno forti quanto più lontani.

In ogni caso in un sistema di autonomie locali vi sono condizioni più favorevoli a realizzare un controllo delle attività politiche ed economiche. La democrazia infatti sarà diretta e non delegata, la gestione dei mezzi produttivi sarà collettiva e non privata, la soddisfazione dei bisogni primari dipenderà dalle risorse del territorio e non dai mercati.

In una situazione del genere si potranno recuperare meglio i reduci delle guerre disumane volute da sistemi assurdi.

Evoluzione o decrescita?

L’evoluzione è un concetto molto relativo, come quello di progresso. Sembra che la si debba intendere come un processo che va da un aspetto inferiore verso uno superiore. Ma già questo modo astratto è fuorviante.

I concetti di “inferiore” e “superiore” sono quanto mai condizionati dal contesto in cui vengono formulati. Per noi per esempio è “inferiore” vivere soltanto a contatto con la natura, mentre è “superiore” essere dotati delle più moderne tecnologie.

L’uomo primitivo avrebbe però potuto dirci che, dovendo essere dipendenti da qualcosa, è sempre meglio scegliere la natura. Probabilmente ce l’avrebbe detto anche se avesse potuto conoscere l’uso che facciamo dei nostri strumenti di lavoro e di comunicazione.

Oggi infatti abbiamo a che fare con una tecnologia così complessa che pochissime persone sono davvero in grado di padroneggiarla. Per la sua periodica manutenzione noi abbiamo sempre bisogno di un tecnico specializzato.

Viceversa l’uomo primitivo era in grado di fare qualunque cosa, e non perché avesse un basso livello di tecnologia (ogni cosa va rapportata al suo contesto), quanto perché i mezzi erano sufficienti per vivere un’esistenza appagante, in cui non ci si sentiva frustrati per ogni inconveniente.

Quindi è difficile parlare di evoluzione: bisogna prima intendersi sul significato delle parole. E’ stato forse un progresso essere passati dalla fitoterapia alla medicina di sintesi? Abbiamo certamente sconfitto molte malattie, ma quante altre ne abbiamo introdotte? E siamo proprio sicuri che le malattie sconfitte siano sempre esistite? O lo diciamo soltanto per giustificare la nostra artificiosità? Al tempo di Colombo tante malattie che gli europei consideravano naturali, erano del tutto sconosciute agli amerindi.

Dire “coscienza evoluta”, dal punto di vista tecnologico, non vuol dire assolutamente nulla. Nessuna società avanzata sul piano scientifico riuscirebbe a sopravvivere se non avesse un rapporto iniquo col cosiddetto “Terzo mondo” e un rapporto dispotico con le risorse naturali. Lo sviluppo della tecnologia ci ha portati a dominare il pianeta, non a essere eticamente migliori.

Una vera “coscienza evoluta” può essere soltanto quella che vuole ripristinare un rapporto diretto con la natura. Questo significa però fare piazza pulita degli ultimi seimila anni di storia. Infatti tutta la storia delle civiltà non ci serve assolutamente a nulla per capire la profondità della nostra coscienza. Dobbiamo tornare a studiare gli stili di vita dell’uomo primitivo, perché solo quelli salveranno l’umanità dalla desolazione.

“Coscienza evoluta” significa fermarsi e tornare indietro. Qualcuno la sta chiamando “decrescita”. Bisogna uscire quanto prima dal sistema, rioccupare le terre abbandonate, recuperare i mestieri perduti, valorizzare le risorse del territorio locale, tornare all’autoconsumo, gestire in maniera collettiva i mezzi produttivi.

La “coscienza evoluta” è quella che ci fa tornare alla semplicità, all’immediatezza, alla trasparenza dei rapporti tra noi e tra noi e la natura. Dobbiamo avere il coraggio di farlo e certamente da soli, come singoli, non vi riusciremo mai.

Il contenitore e il suo contenuto

La coscienza umana, nella sua assoluta profondità, è insondabile, persino a noi stessi.

La conoscenza che abbiamo delle sue caratteristiche è invece relativa, nel senso che può aumentare o diminuire a seconda delle circostanze, sociali e personali.

Possiamo scoprire in noi degli stati d’animo, dei sentimenti, delle facoltà di scelta grazie non tanto a delle nostre riflessioni personali, quanto piuttosto a delle relazioni sociali.

Sono proprio nelle relazioni sociali che ci aiutano a capire meglio noi stessi: sia che gli altri siano individui positivi, che ci fanno vivere meglio la vita e quindi comprendere meglio le nostre risorse; sia che gli altri siano individui negativi, che ci traggono in inganno e ci fanno compiere azioni che non avremmo dovuto fare e che non avremmo mai pensato di fare. In questo secondo caso dobbiamo essere abbastanza intelligenti da capire in che modo un’esperienza da negativa può diventare positiva.

Le riflessioni personali, introspettive, sono tanto più ricche quanto più profonde sono le relazioni sociali. La controprova di questo è data dal fatto che le persone isolate tendono a ripetere sempre le stesse cose, a fissarsi su determinate idee o abitudini, fino a diventare maniache, ossessive.

Noi non siamo fatti per stare soli, tant’è che quando andiamo a cercare un po’ di pace nella solitudine, ci annoiamo molto presto e abbiamo persino bisogno d’inventarci delle cose da fare, coltivare degli interessi particolari o anche solo degli hobby, con cui far passare il tempo.

Ovviamente una qualunque relazione personale è sottoposta ai condizionamenti oggettivi di una determinata società o, se si preferisce, è delimitata dalle condizioni storiche di una certa epoca.

E’ indubbio, p. es., che la grande capacità tecnologica dei mezzi di comunicazione di massa ha oggi ridotto di molto l’esigenza di avere ampie relazioni sociali. Gli individui, sempre più soli, s’interfacciano col mondo esterno attraverso la mediazione di canali televisivi (che fino a sessant’anni fa erano solo radiofonici e cinematografici).

Oggi addirittura si pensa di ovviare a questa anomalia comportamentale, tipica di tutte le società tecnologicamente avanzate, accedendo alle cosiddette “reti telematiche”, di cui i “social network” rappresentano la quintessenza più significativa. La magia dell’interazione utente, da viversi in tempo reale con persone in capo al mondo, fa illudere enormemente sulla capacità di stabilire effettive relazioni sociali: si finisce col confondere il reale col virtuale.

In ogni caso per una coscienza sociale insondabile come la nostra ci vuole uno spazio adeguato, una comunità di persone che potenzialmente sia infinita. Certo, possiamo accontentarci di vivere in una piccola comunità, che, anche quando piccolissima (come per esempio quella del rapporto di coppia), è sempre meglio della solitudine. Però vogliamo essere sicuri che alla comunità non venga mai negata la possibilità di conoscere nuove persone. Ci piacciono le novità, ci stimolano a riflettere, ampliano i nostri orizzonti cognitivi, le nostre competenze e abilità.

Ora, è evidente che quanto più andiamo in profondità, tanto più la nostra coscienza avverte che lo spazio attorno a sé è insufficiente, come lo avverte il feto, che ad un certo momento si posiziona per uscire.

Ma per una coscienza insondabile, della cui profondità infinita abbiamo sempre più consapevolezza, quale può essere il luogo più adatto per sentirsi adeguata? Cioè per avvertire che le sue possibilità di scelta sono illimitate? Non esiste altro luogo che l’universo, le cui dimensioni geo-fisiche sono per noi del tutto incommensurabili.

L’unico modo in cui un contenuto possa esprimersi in maniera conforme alla propria profondità, o possa comunque sentirsi potenzialmente idoneo a vivere secondo le proprie possibilità, è quello di esistere in un contenitore illimitato per estensione.

La coscienza, in altre parole, ha bisogno di sapere che lo spazio in cui chiede di vivere non ha limiti che essa stessa non si ponga. Le infinite possibilità di relazioni, per costruirsi un’identità, possono essere ridotte a un nulla solo se la coscienza desidera vivere nella solitudine. Nessuno potrà essere impedito dal vivere come un eremita, ma bisognerà comunque metterlo nelle condizioni di non volerlo fare soltanto come forma di protesta, cioè come opposizione individuale a delle relazioni fasulle. Se l’inferno esiste, deve esistere solo per chi lo vuole.

Se questo è possibile, chiunque si rende facilmente conto:

  1. che tra il nostro pianeta e l’universo le differenze non sono di sostanza, ma solo di forma;
  2. che la dimensione umana è l’unica ad essere adeguata all’universo, avendo analoghe caratteristiche;
  3. che la legge fondamentale dell’universo, in grado di sintetizzare tutte le altre, è la libertà di coscienza.

La violenza umana e animale

La violenza tra esseri umani è intollerabile. Siamo tutti parte di un’unica specie, suddivisa in due generi. Persino tra gli animali di una stessa specie non si vede mai una lotta così furibonda da determinare l’estinzione dell’avversario o anche solo una sua distruzione significativa, né, tanto meno, una sua sottomissione forzata.

Generalmente tra gli animali bastano pochi scontri dimostrativi, a volte soltanto poche esibizioni minacciose, che raramente comportano la morte dell’avversario (tali scontri, come noto, accadono o durante la stagione degli amori o per esigenze alimentari, soprattutto quando queste diventano disperate).

Le specie animali tendono a rispettarsi nella reciproca autonomia e non s’è mai visto che una specie faccia di tutto per eliminare fisicamente le altre. La Terra viene vista dagli animali come più che sufficiente per vivere senza particolari problemi. Generalmente infatti i carnivori servono per impedire la sovrappopolazione agli erbivori, o per eliminare gli elementi più deboli o malati o incapaci di riprodursi. Se non ci fossero i carnivori, gli erbivori potrebbero avere seri problemi di sopravvivenza e potrebbero addirittura mutare la loro natura, uccidendosi tra loro per mancanza di cibo sufficiente o di spazio in cui riprodursi.

Il più delle volte i grandi problemi tra le specie animali sono causati dagli stessi umani, che le obbligano a vivere in territori sempre più ristretti o a incattivirsi nel cercare di difendersi per sopravvivere.

Non esistono animali rabbiosi, se non quelli che vengono addestrati dagli umani. Gli animali, in un certo senso, sono tutti pacifici: non possono conoscere l’odio, il risentimento, la collera, la vendetta… Non si può definire rabbioso un animale che caccia o si difende. Lo diventa piuttosto se lo si mette in una gabbia o lo si costringe a fare cose contronatura, come spesso vediamo in taluni allevamenti industriali o nei circhi o in certi esperimenti da laboratorio.

Gli animali vivono d’istinto e, anche quando pungono, mordono o azzannano, lo fanno senza passione emotiva. Non uccidono perché odiano, anche se, nel mentre lo fanno, possono provare l’ebbrezza della caccia, della cattura della preda o il piacere del sapore del cibo, cose che proviamo anche noi.

Siamo così disabituati a vedere gli animali in natura, che di loro ormai non sappiamo più nulla; non sappiamo più trarre insegnamento dai loro stili di vita, ma, anzi, pretendiamo d’imporre loro il nostro, pretendiamo di addomesticarli, sino al punto in cui possiamo anche arrivare a parlare con loro, convinti che ci possano capire.

Gli animali in realtà comprendono solo poche cose, molto chiare e distinte. Siamo noi umani che, quando li chiamiamo per nome, ci illudiamo che vengano da noi proprio perché hanno capito il significato delle nostre parole. Vivendo un’esistenza innaturale, ci comportiamo come esseri infantili.

Quando accarezziamo un animale, per dargli affetto, in realtà lo stiamo ricevendo. E’ come se stessimo accarezzandolo noi stessi. Quando ci sentiamo soli, cerchiamo nell’animale l’affetto che ci manca e ci illudiamo di riceverlo, anche perché è un animale addomesticato e facilmente continuerà a restare con noi, soprattutto perché l’abbiamo abituato a un riparo sicuro e a pasti regolari.

Chi ama troppo gli animali dovrebbe chiedersi se non sarebbe meglio investire la medesima energia su delle persone umane. Gli animali sono soltanto compagni della nostra vita: non sono soprammobili, né robottini a nostra disposizione. Quando li uccidiamo per alimentarcene, dovremmo poi fare come gli indiani del nord America: chiedergli scusa.

Noi siamo soliti dipingere alcune specie animali come assolutamente più feroci di noi: gli squali, i coccodrilli, gli orsi o i dinosauri (soggetti di tanti film e documentari), o più pericolosi di noi perché velenosi, come i serpenti, i ragni, le meduse…, ma in realtà non c’è nessun animale più feroce e pericoloso dell’essere umano. Non c’è nessun animale più egoista e violento dell’uomo. Possono esserci animali parassiti, opportunisti, approfittatori…, ma questi comportamenti, in genere, servono per la loro sopravvivenza o per riprodursi; non vi è alcun piacere personale a comportarsi così.

Dobbiamo smetterla di dire, quando un essere umano si comporta in maniera indegna, che è simile a un animale. Nessuna azione disumana può mai essere compiuta da un animale.

Le leggi della natura e le idee del materialismo

Se Feuerbach, Marx, Engels e Lenin hanno ragione nel dire che la materia è assolutamente indipendente dall’uomo, ovvero che è infinitamente anteriore nel tempo e illimitata nello spazio e che lo stesso essere umano non è che un ente di natura, allora bisognerebbe trarre le dovute conseguenze pratiche e affermare che tutta l’urbanizzazione delle popolazioni del pianeta e l’imponente meccanizzazione del lavoro, essendo entrambe un prodotto del tutto artificiale e incompatibile con le esigenze riproduttive della natura, dovrebbero essere seriamente ripensate e profondamente ostacolate nel loro ulteriore sviluppo.

Infatti, se la natura è totalmente indipendente dall’uomo, avendo proprie leggi necessarie, universali e assolutamente immutabili, allora il genere umano non deve fare altro che conformarsi a queste leggi, evitando accuratamente di sovrapporre ad esse nuove artificiose leggi.

Se l’essere umano ha la pretesa di porsi come ente consapevole della natura, allora la prima consapevolezza che deve avere è che la natura è la condizione irrinunciabile di una qualunque esistenza terrena degna d’essere chiamata umana.

Se non riusciamo a convincerci che le azioni degli uomini hanno un limite invalicabile oltre il quale non possono essere definite né umanenaturali, allora dobbiamo anche ammettere che gli animali hanno più diritto a popolare il pianeta. O l’essere umano si attiene rigorosamente al rispetto delle leggi naturali, oppure diventa, per la natura, un problema irrisolvibile, un ostacolo da rimuovere.

Non si può fare l’elogio della natura o riconoscere alla materia un primato universale rispetto al genere umano, e poi comportarsi come se della natura noi potessimo fare quel che vogliamo. Parlare di “sfruttamento della natura” è una contraddizione in termini. La natura può soltanto essere utilizzata rispettandone le leggi riproduttive.

Se l’uomo, che si vanta d’essere l’autocoscienza della natura, non è in grado di capire questo principio elementare di esistenza, allora è meglio che scompaia dalla faccia della terra e lasci spazio al regno degli animali, i quali sono portati a rispettare le leggi della natura in maniera del tutto istintiva.

In altre parole, il fatto di ritenere che alla natura si debbano attribuire caratteristiche umane, come per esempio la libertà di coscienza o di scelta, non può autorizzare a utilizzare tali caratteristiche, inesistenti nel mondo animale, in maniera non conforme alle stesse leggi della natura.

La natura si è sviluppata per milioni, anzi miliardi di anni, in totale assenza del genere umano. Non è certo stata la nascita dell’uomo a fornire alla natura delle leggi ch’essa non conosceva. Se con la nascita dell’uomo la natura ha dimostrato di possedere una propria autoconsapevolezza, questo non ci autorizza a considerarci superiori alla natura stessa o di poter condurre un’esistenza che prescinda dalle sue leggi.

Sotto questo aspetto è abbastanza singolare che i fondatori del materialismo naturalistico e storico-dialettico non si siano mai resi conto che la vita urbana e l’organizzazione industriale del lavoro non hanno assolutamente nulla di naturale.

Vien quasi da pensare che, al di là di una certa enunciazione teorica del primato della natura o della materia, gli esseri umani non siano in grado di realizzare alcuna vera coerenza, almeno non in Europa né in quei territori ove domina il sistema capitalistico, che gli europei hanno inventato. Anzi, a ben guardare, avendo esportato con la forza questo sistema di vita in tutto il pianeta, è difficile pensare che oggi possa esistere una qualche alternativa praticabile a favore della natura e quindi a favore dell’umanità.

Infatti, anche quando, col socialismo (utopistico, scientifico o reale), si era cercato di porre rimedio alle storture di questo sistema, due cose non sono mai state messe in discussione: l’urbanizzazione e l’industrializzazione. Dobbiamo forse aspettare una catastrofe planetaria, che faccia scomparire i tre quarti dell’umanità, prima di affrontare un problema del genere?

La natura e il suo fardello insopportabile

Chi pretende d’avere un rapporto di dominio nei confronti della natura, va emarginato, anzi rieducato, obbligandolo a rimediare ai propri errori. La punizione migliore è sempre quella del contrappasso, finalizzata non a una condanna eterna, come nell’Inferno dantesco, ma a una riabilitazione.

Spesso i migliori custodi della verità sono proprio quelli che si sono pentiti d’essere stati per molto tempo i cultori della falsità. Le persone moralmente più sane sono quelle uscite dalla criminalità organizzata, dalla tossicodipendenza, dal carcere, dalla violenza gratuita, dall’odio religioso, etnico o razziale… E così forse può essere nei confronti della natura: bisogna rivedere, molto criticamente, i nostri criteri di dominanza, di soggiogamento.

E’ ora di finirla di far credere (soprattutto ai giovani) che, prima della nascita della borghesia, la natura era avvertita in maniera ostile, con paura e angoscia. Se la natura era avvertita così, ciò dipendeva dai rapporti di sfruttamento che imponevano i proprietari terrieri ai loro servi della gleba. Dipendeva cioè dal fatto che si aveva poca terra con cui sfamare la propria famiglia o poco tempo da dedicarle, in quanto si era soggetti a delle corvées di tipo padronale.

Anche solo avendo una vanga e una zappa, l’atteggiamento istintivo che un agricoltore può nutrire nei confronti della terra è quello della gratitudine. Sono i rapporti sociali antagonistici, quelli che lo mandano in rovina se si indebita o che lo fanno invecchiare presto se è costretto a passare tutto il suo tempo sui campi, che lo portano a considerare la natura una matrigna.

Di per sé il contadino non è un fatalista nei confronti della natura, poiché ne conosce i segreti che gli sono stati rivelati dalle generazioni passate. Il fatto di non volerla violentare con l’uso di macchinari pesanti, di concimi chimici, di colture ritenute più redditizie di altre, non doveva e non deve ancora oggi essere considerato come un limite della sua personalità, come un difetto della sua cultura.

La necessità di modificare i ritmi della natura e persino le sue leggi, va considerata come un’aberrazione, non come una forma di progresso. Un approccio meramente strumentale e utilitaristico nei confronti della natura ha come conseguenza sempre la stessa cosa: la desertificazione.

Il peggior nemico della natura è sempre stato l’uomo, e sappiamo anche a partire da quale momento: da quando è diventato il principale nemico di se stesso. L’uomo che odia il proprio simile inevitabilmente finirà con l’odiare anche la natura.

Dobbiamo smetterla di considerare “scientifico” solo l’atteggiamento che ha inaugurato la borghesia nei confronti della natura. Anche quello contadino era scientifico, anzi lo era molto di più, perché frutto di una cultura ancestrale, quella appunto che considerava l’uomo un ente di natura. La conoscenza che i contadini avevano dei segreti della natura (per esempio quella delle proprietà terapeutiche delle erbe) è stata rubata dalla borghesia, poi è stata usata per esigenze di mero profitto, e infine è stata stravolta, poiché di tutte quelle conoscenze ancestrali si sono ritenute soltanto quelle che potevano essere meglio sfruttate.

La natura non è un bene che va sfruttato. La natura può essere solo utilizzata e ciò può avvenire solo rispettando le sue esigenze riproduttive. Qualunque reato compiuto nei confronti della natura andrebbe considerato particolarmente grave, proprio perché va a incidere sui destini di intere collettività. Le violenze contro la natura dovrebbero essere paragonate ai casi di genocidio o alle conseguenze che provocano le armi di sterminio di massa.

La borghesia dileggiava i contadini quando nei confronti della natura avevano un atteggiamento religioso, quando cercavano di propiziarsela usando dei riti magici. Oggi cosa dobbiamo sperare che faccia la natura per liberarsi di questo fardello insopportabile?