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	<title>ArruotaLibera</title>
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	<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 09:08:30 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>
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		<title>Israele, Palestina, Blair, rom di Francia, Iran, Sakineh, Carla Bruni, Gelmini, Berlusconi, Dell&#8217;Utri: l&#8217;ipocrisia, il doppiopesismo e il falso a mezzo stampa regnano sovrani</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 18:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1) - Ovviamente speriamo che Obama ce la faccia a spingere, anzi a costringere - perché se non li costringe non otterrà nulla - Abu Mazen e Netanyahu a stipulare una pace degna di tale nome, capace di evitare altre tempeste, e sempre più  grandi, in Medio Oriente. Che nasca uno Stato palestinese è di fatto ormai pressocché impossibile, mancano i presupposti innanzitutto territoriali. E Israele ha ripetuto fino alla noia che non permetterà comunque mai che l&#8217;eventuale Stato palestinese possa esercitare i diritti tipici di ogni Stato che sia tale e non una caricatura, dalle forze armate al controllo dei confini e dello spazio aereo.<br />
Per giunta Netayahu ha già detto che NON intende fermare i furti di terra palestinese chiamati colonie, che NON intende permettere che Gerusalemme diventi la capitale anche dello Stato palestinese e che Israele deve essere riconosciuto come &#8220;lo Stato degli ebrei&#8221;. La stessa pretesa che aveva il Sud Africa di essere riconosciuto come &#8220;lo Stato dei bianchi&#8221;, con quali risultati s&#8217;è visto. Una volta riconosciuto Israele come lo Stato degli ebrei, l&#8217;indecente ministro degli Esteri Lieberman è pronto a &#8220;trasferire&#8221; all&#8217;estero - cioè a deportare - i quattro milioni di esseri umani tra palestinesi cittadini israeliani e palestinesi cittadini non israeliani. Del resto l&#8217;ancor più indecente rabbino Yosef Ovadia, capo del partito &#8220;religioso&#8221; ultraortodosso Shas, che non è folklore ma fa parte del governo Netanyahu, ha pubblicamente invocato l&#8217;intervento di &#8220;Dio che li colpisca con le sue piaghe&#8221; (come quelle bibliche d&#8217;Egitto….) perché uccida Abu Mazen e tutti i palestinesi.</strong><span id="more-2166"></span><br />
<strong><br />
Notizia, questa di Yosef Ovadia, relegata nelle pagine interne da tutta la stampa italiana. La stessa stampa che - mentendo grossolanamente come ai bei tempi delle &#8220;atomiche di Saddam&#8221; - sbatte in prima pagina le (inesistenti) &#8220;minacce dell&#8217;Iran&#8221; contro Carla Bruni che &#8220;deve morire&#8221;. Mi chiedo cosa sarebbe successo se ad augurare la morte di tutti gli israeliani non palestinesi fosse stato un membro dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese. Sarebbe cascato giù il cielo! Invece, trattandosi di palestinesi, siamo pur sempre maestri di cinismo da &#8220;italiani bravissima gente&#8221;. Fermo restando che l&#8217;Iran NON ha minacciato di morte Carla Bruni neppure da lontano. E&#8217; stato solo un giornale di destra a scrivere che &#8220;meriterebbe la morte&#8221;, cosa ben diversa dal dire che &#8220;deve morire&#8221;, e il ministero degli Esteri - cioè lo Stato iraniano! - ha condannato la sparata di quel giornale. Insomma, la nostra stampa, con quella di sinistra in testa, ha mentito spudoratamente capovolgendo la realtà.</strong></p>
<p><strong>Del resto la realtà è stata taroccata anche riguardo la condanna a morte &#8220;per lapidazione&#8221; dell&#8217;iraniana Sakineh &#8220;colpevole di adulterio&#8221;. Ho firmato anch&#8217;io l&#8217;appello contro la condanna, e ho inviato i lettori del blog a fare altrettanto, anche se mi risulta - e l&#8217;ho scritto dopo il mio viaggio in Iran - che la lapidazione è semmai praticata in Arabia Saudita, nostra alleata politica e militare, ma non in Iran. Sta di fatto però che Sakineh NON è stata condannata a morte solo perché ha fatto le corna al marito, ma perché secondo i giudici è stata complice del suo amante nell&#8217;ucciderlo. Mi pare ci sia tra le due cosa una differenza enorme, fermo restando il fatto che sono contrario alla pena di morte. Però lo sono anche riguardo le condanne a morte nell&#8217;Arabia Saudita e negli Usa, dove si mandano alla sedia elettrica o alla camera a gas anche handicappati mentali e colpevoli di reati compiuti quando erano ancora minorenni. In tal caso però, non trattandosi di dare addosso all&#8217;Iran, in modo da spingere in qualche modo alla guerra anche contro quello Stato, o si fa finta di niente o ci si sdegna molto meno. Beh, se non è ipocrisia e disonestà questa…</strong></p>
<p><strong>2) - Mi chiedo come mai per sapere che nell&#8217;esercito israeliano &#8220;il corpo degli ufficiali è composto in misura crescente da sionisti religiosi favorevoli al movimento dei coloni&#8221; si debba aspettare di poter leggere un articolo di Thomas Friedman in ottava pagina di Repubblica. Oppure bisogna leggere giornali israeliani come Haaretz. Come mai i nostri vari Guido Olimpio, Lorenzo Cremonesi, Antonio Ferrari, Francesco Battistini, ecc., cioè il fior fiore degli inviati e dei corrispondenti che si occupano di Israele, Usa e Medio Oriente, di una tale preoccupante realtà non parlano mai, tenendola di fatto nascosta? Dico realtà drammatica perché Friedman nel suo articolo su Repubblica del 2 settembre fa capire con chiarezza che l&#8217;esercito israeliano difficilmente ubbidirebbe all&#8217;eventuale ordine di sgomberare qualche decina di migliaia di coloni. Senza dimenticare che Rabin è stato assassinato da un fanatico cresciuto alla scuola del rabbinato oltranzista e protetto non è chiaro da quale servizio segreto o altro ganglio delle forze armate del suo Paese.</strong></p>
<p><strong>3) - Gheddafi è venuto a Roma e ha fatto il suo numero. Trovo assurdo, e razzista, che dal Corriere della Sera a Repubblica siano state date per giorni le prime pagine alle sue innocue cazzate, per giunta relegando - ripeto - le gravi porcate del rabbino Ovadia nelle pagine interne come se fossero solo folclore e non la base delle stragi come quelle di Gaza e la causa del continuo furto di terra a danno dei palestinesi. Tanto per cambiare, Gheddafi nei suoi fervorini alle comparse arruolate per farlo contento NON ha mai minacciato l&#8217;Europa né di farla diventare africana né che deve diventare islamica. Ha solo detto cose addirittura banali, come possibili conseguenze dell&#8217;ingresso della Turchia nella Comunità Europea e del flusso di immigrati africani se non si riesce a fermarlo. Scusate, ma non sono queste le stesse cose che scriveva ululando Oriana Fallaci? E che più o meno scrive anche Fiamma Nierenstein per quanto riguarda il &#8220;pericolo islamico&#8221; invasivo dell&#8217;Europa? Come mai se le dice Gheddafi in un contesto da avanspettacolo ci si scatena al grido di &#8220;Mamma, li turchi!&#8221;, mentre se le scrivono fanatiche come Fallaci e Nierenstein o le dice qualche decerebrato &#8220;padano&#8221; vengono invece applaudite in massa al grido di &#8220;Dalli al musulmano!&#8221;?.</strong></p>
<p><strong>Senza contare che Gheddafi le sue cazzate le ha dette al chiuso, in una riunione privata, in puro stile berlusconiano, non si trattava cioè di un proclama, e a farle diventare pubbliche è stata la stampa che ha trovato il modo di infilare nostre giornaliste nel circo Barnum gheddafiano. Gheddafi è un dittatore? Di certo è meno mascalzone dei reali sauditi, che invece ci coccoliamo e con i quali facciamo affari a partire dal comprare il loro petrolio.<br />
L&#8217;indecoroso tormentone razzista da &#8220;italiani brava gente e sempre vittime&#8221; scatenato contro Gheddafi ha anche un altro piccolo difetto: nessuno parla degli oltre 4.000 patrioti resistenti libici deportati da noi italiani alle isole Tremiti e lasciati crepare in massa nel periodo delle nostre &#8220;glorisoe&#8221; guerre coloniali. Sappiamo solo parlare degli italiani cacciati via dalla Libia di Gheddafi &#8220;dopo avere fatto ai libici tanto bene&#8221;.</strong></p>
<p><strong>4) - Qualche settimana fa l&#8217;impagabile ministro della Pubblica (d)Istruzione Mariastella Gelmini è stata intervistata sul caso dei tre operai che la Fiat a Melfi non ha voluto far rientrare al lavoro nonostante la sentenza del magistrato ne avesse ordinato il reintegro. Non vedo che c&#8217;entri la Pubblica istruzione con un simile caso, ma tralasciamo. Il fatto è che la Gelmini ha dichiarato che sì &#8220;le sentenze vanno rispettate, ma vanno rispettate anche le aziende&#8221;. E&#8217; chiaro il concetto? L&#8217;ipocrisia filopadronale della signora Gelmini è tale che non si vergogna a sostenere quella che per giunta è una falsa eguaglianza, falsa perché la Fiat le sentenze di riassunzione NON le ha mai rispettate, come ci ha tenuto a ricordare con orgoglio un suo avvocato. Tradotto in italiano, abbiamo un ministro della Pubblica istruzione per il quale le aziende sono dei totem, dei feticci da adorare a schiena prona. Feticci che delle sentenze e dei diritti dei lavoratori possono anche tranquillamente pulirsi il sedere per decenni. Con lo Stato italiano che nonostante un tale affronto ha continuato a foraggiare la Fiat con gagliarde regalie di danaro pubblico! Poi ci si lamenta di  Berlusconi e dell&#8217;indecente legge che premia la sua Mondadori castigando il fisco dello Stato italiano. Fiat docet.</strong></p>
<p><strong>5) - E a proposito di Berlusconi: è davvero indecente come ormai sia chiaro anche ai ciechi che s&#8217;è installato al governo qualche manigoldo che, ingannando gli elettori, s&#8217;è fatto eleggere per evitare di dover rendere conto alla Giustizia delle proprie azioni pregresse. E non solo di quelle pregresse… La sinistra ha la gravissima responsabilità, tra l&#8217;altro, di avere chiuso gli occhi davanti al mega conflitto di interessi del Chiavaliere, interessi che sono una piovra aggrappata al vascello Italia e decisa a non mollare a costo di colare a picco il vascello. Ma il conflitto di interessi non è solo l&#8217;immensa ricchezza del satrapo Chiavaliere, la sua tossica concentrazione di mass media,  con cui imbottisce la testa degli italiani di segatura svuotandola dal cervello, e il suo fare concorrenza allo Stato con le proprie aziende, vedi il caso Mediaset-Rai. Il conflitto di interessi da tagliare consiste anche nell&#8217;indecente portare in parlamento i propri cavalli avvocati, Previti prima, Taormina dopo, Ghedini&amp;C oggi, e nel prostituire i ministri della Giustizia fino a farne dei mezzani che curano gli sconci interessi privati consistenti nel fuggire alla Giustizia a parte del Chiavaliere che ne ha fatte più di Bertoldo.</strong></p>
<p><strong>6) - Ho sostenuto più volte che le azioni politiche di Berlusconi possono somigliare per certi versi al reato di Alto Tradimento, tradimento soprattutto della realtà. Il fatto è che il Chiavaliere sta davvero sovvertendo le istituzioni facendo finta di essere un democratico e di appellarsi alla democrazia, al popolo che lo ha eletto. Non basta inventarsi la novità di scrivere sulla scheda elettorale il nome Silvio Berlusconi o Clemente Mastella o Ciccillo Percoco per poter pretendere che questa trovata pubblicitaria abbia la meglio sulle regole scritte nella Costituzione e debba quindi prevalere su tutto e su tutti. Se in ipotesi si scoprisse che Berlusconi ha accoppato qualcuno, potrebbe forse continuare a ragliare che essendo stato &#8220;eletto dal popolo&#8221; non lo si può processare né toccare in alcun modo? Certo che no! Se lo facesse, bene farebbe il presidente della Repubblica a convocarlo al Quirinale e a farlo uscire su una autombulanza come fece il re con Mussolini ormai schiacciato dai sanguinosi fallimenti.<br />
Sì, certo, il Chiavaliere - che si sappia - non ha accoppato o fatto accoppare nessuno. Però attenzione: i reati per i quali è atteso in ben tre processi, più quelli commessi in passato con Previti come ha scritto la Cassazione, sono comunque reati gravissimi. Sanno molto di omicidio della legalità. Fermo restando il fatto che un capo di govenro che da anni ormai accusa la magistratura del suo Paese di ordire complotti contro di lui somiglia a un cialtrone, che non può certo governare un  Paese civile. E voglio ricordare che il fuoco preventivo contro la magistratura il Chiavaliere ha cominciato a farlo sferrare sulle sue televisioni da Vittorio Sgarbi quando anziché &#8220;scendere in politica&#8221; si limitava a leccare gli stivali di Bettino Craxi e ad essere Sua Emittenza.</strong></p>
<p><strong>6 bis) - Curioso questo Marcello Dell&#8217;Utri. Va in giro a spacciare per autentici quelli che lui chiama &#8220;i diari di Mussolini&#8221;, utili solo a rendere umano e vittima perfino il Truce, come veniva chiamato il Duce (embé, italiani brava gente e sempre vittime…). Ma le prove che Dell&#8217;Utri esibisce per giurare sull&#8217;autenticità dei diari sono autoreferenziali e soggettive ben più delle prove che i vari Spatuzza e Ciancimino portano in tribunale per sostenere che lui è un mafioso e il Chiavaliare il suo puparo o viceversa. Come la mettiamo? Due pesi e due misure? Sì, certo, un conto sono le sentenze di un tribunale, un altro conto è il resto. In questo caso però il resto è la Storia. E gabbare la Storia con sentenze sotto forma di diari patacca è ben più grave che emettere sentenze sbagliate in un tribunale. Non vorremmo che gli uomini di mano del Chiavaliere dopo avere, con Previti, corrotto magistrati per comprare sentenze patacca, arrivassero anche a corrompere la Storia per comprare altre sentenze patacca.<br />
Come fa una persona intelligente come il senatore (!!!) Dell&#8217;Utri a non capire che se si accetta il metodo delle sue prove per l&#8217;autenticità dei diari di Mussolini poi ne consegue che si debba accettare anche il metodo delle prove che i vari Spatuzza, Ciancimino&amp;C adducono sulla mafiosità sua e di qualche suo amicone di Arcore?</strong></p>
<p><strong>7) - I giornali titolano che Toni Blair ha rivelato che per la guerra in Iaq ha anche pianto. Se però si va a leggere l&#8217;intero articolo si scopre che NON ha pianto per la guerra in Iraq, ma solo ed esclusivamente per i militari inglesi morti in quella guerra. Per le decine di migliaia di iracheni uccisi, feriti, mutilati e con la casa distrutta dagli invasori, militari inglesi compresi, neppure mezza lacrima. Per uno che si picca di essersi convertito al cattolicesimo e che su questo suona la grancassa come Gheddafi sull&#8217;Islam, beh, non è un atteggiamento coerente. Non è cattolico, e neppure cristiano. E&#8217; solo la solita merdosa retorica patriottarda. Che fa il paio con quel bel tomo di pezzo grosso repubblicano Usa che, per dare addosso al ritiro dall&#8217;Iraq ordinato da Obama, riferendosi ai 50 mila militari Usa rimasti chiede ai giornalisti e ai suoi elettori: &#8220;Cosa accadrà ai nostri ragazzi rimasti lì se Al Qeda li metterà sotto tiro?&#8221;. Come sempre, sono &#8220;i nostri ragazzi&#8221; se vanno ad ammazzare il &#8220;nemico&#8221; in giro per il mondo, se invece se ne fossero restati in patria farebbero parte dei 40 milioni di statunitensi che, si scopre, vivono sotto la soglia della poverta. Ma tra questi non ci sono mai i &#8220;nostri ragazzi&#8221;: solo i &#8220;che ce ne frega di loro&#8221;.<br />
Questo bel politico a stelle e a strisce dimentica inoltre di dire che Al Qeda NON esiste ancora in  Iraq, e sicuramente NON esisteva quando c&#8217;era il laico Saddam perché si detestavano a vicenda. Se esiste oggi in Iraq qualcosa che somiglia ad Al Qeda è solo per responsabilità di un mascalzone mentitore come George Bush junior.<br />
Tornando a Blair, che la Comunità Europea lo abbia scelto come suo rappresentante nella tormentata vicenda dei rapporti Israele/Palestina non va affatto bene. L&#8217;Inghilterra è la massima responsabile non solo dei drammatici problemi dell&#8217;Iraq, dato che a suo tempo il Foreign Office si vantò di averne tracciato i confini &#8220;in modo che quel Paese non avrà mai pace&#8221;, come si è ben visto, ma in buona parte anche dei problemi sorti nella Palestina storica, a suo tempo da Londra amministrata. A parte questo, che come si suol dire attiene al passato, la conversione al cattolicesimo di Blair, cosa che attiene al presente e al futuro, non ne fa certo l&#8217;interlocutore ideale per trattare con dei musulmani quali sono in maggioranza i palestinesi e i Paesi che almeno a chiacchiere li appoggiano oppure coi fatti li sobillano. Blair è invece la persona più adatta a lasciare che la situazione marcisca facendo finta di cercare la pace: il solito divide et impera, strategia della quale l&#8217;Europa è maestra e Londra docente universitaria.</strong></p>
<p><strong>8 ) - Ci voleva la Chiesa per ricordare alla Francia e all&#8217;Europa intera che anche i rom, &#8220;invogliati&#8221; con 300 euro a testa da Sarkozy a &#8220;trasferirsi&#8221; fuori Francia, hanno patito la loro Shoà, che nella loro lingua si chiama Porrajmos e anche Samudaripen. I nazisti ne hanno sterminati tra i 400 e gli 800 mila. In proporzione, quindi, più che gli stessi ebrei. E poiché i rom esistevano solo in Europa, fatta eccezione forse per una emigrazione negli Usa, se Hitler avesse vinto la guerra i rom sarebbe stata l&#8217;unica etnia destinata ad essere davvero cancellata dalla faccia del pianeta, visto che gli ebrei vivevano invece in gran numero anche fuori Europa e questi si sarebbero per fortuna comunque salvati.<br />
Chissà come la metterà ora la Francia con l&#8217;appuntamento fisso per l&#8217;elezione della &#8220;regina degli zingari&#8221; a S. Marie de la Mer, nella Camargue, e annesso folclore, turismo, ecc. Strano che la signora Sarkozy, la Carlà dal sorriso impallato gommoso, si mobiliti per Sakineh e se ne freghi dei rom che suo marito caccia dalla Francia…. Mah, che animo sensibile quello di Carlà: sensibilità a senso unico, si direbbe.<br />
Per i rom, sinti, ecc., cioè per coloro che chiamiamo zingari, non c&#8217;è mai stato nessun ricco risarcimento per lo sterminio subito e il lavoro forzato. E con la strana scusa che non hanno un territorio loro o almeno di loro origine, cosa peraltro non esatta, non s&#8217;è mai posto neppure da lontano il problema di assegnare loro un territorio per farne il loro Stato, magari assegnando loro una fettina del territorio della Germania. Il silenzio e l&#8217;ignavia dell&#8217;Europa e l&#8217;acquiescenza di buona parte della stessa Francia sulla cacciata dei rom, così come l&#8217;indecente politica razzista in specie contro i rom della Lega Nord e del sindaco di Roma, la dicono lunga sulla reale composizione della pasta di cui è fatto il nostro improvviso inchinarci sempre e comunque davanti non tanto agli ebrei in quanto tali, ma ai sionisti. Non è a causa della Shoà che siamo rinsaviti, uscendo dall&#8217;obbrobbrio dei 16 secoli di antisemitismo della Chiesa e dai dieci secoli di antisemitismo dell&#8217;Europa. Ne siamo usciti, o facciamo finta di esserne usciti, solo perché il mondo ebraico è estremamente potente e Israele ci fa comodo nello &#8220;scontro di civiltà&#8221;, cioè, mutatis mutanda, nella prosecuzione del nostro colonialismo nei confronti delle ex colonie musulmane o comunque orientali dell&#8217;Europa. </strong></p>
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		<title>Di quale degrado stiamo parlando?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Che dichiarazioni contraddittorie quelle di mons. Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, rilasciate in un’intervista a Maria Antonietta Calabrò su fattisentire.org.
Se la prende duramente con “Famiglia cristiana”, la cui recente denuncia del degrado politico del paese e soprattutto della corruzione della classe politica dirigente, viene qualificata come “giustizialista”. Come se la stampa cattolica, quando al potere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Che dichiarazioni contraddittorie quelle di mons. Negri, <span style="black;">vescovo di San Marino-Montefeltro,</span> rilasciate in un’intervista a <span style="black;">Maria Antonietta Calabrò su fattisentire.org.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Se la prende duramente con “Famiglia cristiana”, la cui recente denuncia del degrado politico del paese e soprattutto della corruzione della classe politica dirigente, viene qualificata come “giustizialista”. Come se la stampa cattolica, quando al potere è la destra, potesse esprimere giudizi solo in positivo, senza alcuna criticità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Se si è permessa di criticare, l’ha fatto – secondo il prelato – “<span style="black;">solo per vendere qualche copia in più” (sic!). Il problema infatti non sta nella denuncia che non costruisce, ma “nell’educare a una cultura diversa”, dice serafico il vescovo. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">A quale cultura però lo sappiamo, quella della fede cattolica, che deve permeare di sé anche la politica. Dunque il degrado esiste – secondo questi illuminati cattolici - perché la politica si comporta in maniera a-religiosa: per superarlo ci vuole la politica della fede!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Sembra un discorso di altri tempi, un discorso del più retrivo fondamentalismo, quale si può constatare in un movimento come Comunione e liberazione, cui il prelato appartiene.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Invece è un discorso attualissimo, proprio perché si vuol prendere come esempio di come sia possibile superare il degrado, un fatto recente, accaduto in Afghanistan, stravolgendone del tutto il significato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Alla Calabrò, che gli ricordava il cardinale Bagnasco, quando aveva indicato l&#8217;esempio di San Lorenzo martire quale via da seguire per risolvere il degrado attuale, mons. Negri aggiunge un altro esempio che ha a dir poco dell’incredibile: “Sì, i martiri esistono anche oggi, come gli otto medici uccisi in Afghanistan dai talebani, messi a morte non perché curavano i poveri ma perché erano cristiani. Sono i martiri che dimostrano che una vita positiva è possibile”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Dunque i medici sono stati uccisi perché “cristiani”, cioè perché erano andati a esercitare la loro professione in quanto credenti, al seguito delle truppe dell’Onu.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Anche prescindendo dalle dichiarazioni dei talebani, secondo cui costoro erano in realtà delle spie al servizio degli americani e che i “missionari cristiani” facevano proselitismo, avendo “Bibbie in dari da distribuire alla gente”, qui si ha a che fare col peggiore irrazionalismo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Non solo il prelato (come d’altra parte il suo collega Bagnasco e aggiungiamoci anche mons. Bertone) non intravede neppure lontanamente il nesso imperialistico tra “intervento armato” e “assistenza umanitaria”, non solo continua a ribadire che il cristianesimo è migliore dell’islam, che l’occidente è migliore dell’oriente, che l’Europa e gli Stati Uniti sono migliori dell’Asia, ma, quel che è peggio, <em>fa del martirio una forma di garanzia assoluta di autenticità della fede</em> (allo stesso modo, peraltro, dei fondamentalisti islamici!).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Ma come! Mons. Negri non aveva parlato prima di “educazione a una cultura diversa”? quindi di un processo lungo e faticoso? E ora se ne esce con questa infelice esaltazione del gesto estremo? Come se quei medici avessero voluto farsi ammazzare per tenere alta la fede che li ispirava!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="10pt;">Ma siamo davvero sicuri che da parte di questa chiesa possa venire qualche luce per indicarci in quale direzione dobbiamo andare per risolvere il problema del degrado della politica? Siamo davvero sicuri che il degrado sia il frutto della mancanza di religione e non invece di qualcos’altro? Questo appellarsi al martirio <em>à tous prix</em> non è già esso stesso una forma di “degrado”?</span></p>
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		<title>A una condizione non firmerò il Testamento biologico</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 10:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politeia]]></category>

		<category><![CDATA[accanimento terapeutico]]></category>

		<category><![CDATA[englaro]]></category>

		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>

		<category><![CDATA[testamento biologico]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte mi chiedo cosa farei se diventassi tetraplegico a causa di un incidente stradale. Ammesso e non concesso che mi lascerebbero &#8220;fare&#8221; qualcosa. Cioè se volessi rifiutare di essere assistito, rispetterebbero la mia volontà? Oppure, vedendomi in un momento di grave sconforto, in cui una qualunque valutazione della realtà non può essere obiettiva, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte mi chiedo cosa farei se diventassi tetraplegico a causa di un incidente stradale. Ammesso e non concesso che mi lascerebbero &#8220;fare&#8221; qualcosa. Cioè se volessi rifiutare di essere assistito, rispetterebbero la mia volontà? Oppure, vedendomi in un momento di grave sconforto, in cui una qualunque valutazione della realtà non può essere obiettiva, i medici o i parenti farebbero meglio a non ascoltare la mia richiesta?</p>
<p>Mi chiedo insomma che senso possa avere fare una dichiarazione preventiva, chiamata &#8220;testamento biologico&#8221;, su quello che dovrebbero farmi o non farmi, nel caso in cui diventassi tetraplegico o entrassi in coma vegetativo. Che senso ha fare una dichiarazione mentre si è sani, da utilizzare nell&#8217;eventualità che si sia gravemente ammalati? Peraltro se uno avesse già fatto una dichiarazione a favore della donazione dei propri organi, quale delle due dichiarazioni - visto che potrebbero essere tra loro in contraddizione - dovrebbe prevalere?</p>
<p>E se proprio nell&#8217;<em>esperienza della malattia</em> io potessi scoprire nuovi valori umani, nuovi criteri di comportamento? Perché impedirmelo? Se nel testamento biologico io dichiarassi che non voglio, in determinati casi, alcuna assistenza medica, come farei a sapere se proprio in virtù di quella assistenza potrei trovare un qualche giovamento morale?</p>
<p>Qual è il limite oltre il quale la difesa del diritto alla vita può trasformarsi in una violazione della libertà di coscienza? Può un medico impormi la sua assistenza in nome del diritto alla vita (che in tal caso diverrebbe un mio dovere irrinunciabile), senza tener conto che con la mia libertà di coscienza avrei il diritto di rinunciarvi?</p>
<p>Se io fossi in coma, una qualunque assistenza medica non potrebbe tener conto in alcun modo della mia volontà, e il giorno in cui mi risvegliassi potrei sì ringraziare il medico, ma potrei anche - naturalmente con la stessa cortesia - maledirlo. Perché una differenza così abissale di reazioni psicologiche? Il motivo è semplice: se il medico mi fa tornare come prima (o quasi come prima), probabilmente non avrei motivo di maledirlo, specie se ho ancora molti anni da vivere. Il problema invece sussiste quando ci si risveglia che non si è neppure in grado di mangiare da soli, si deve reimparare a parlare, si ha una memoria quasi azzerata, insomma si è come neonati in procinto di ricominciare da capo.</p>
<p>Per quale ragione uno dovrebbe essere obbligato a fare questo? Solo perché lo vogliono i medici, gli amici e i parenti? C&#8217;è un limite di tempo oltre il quale un qualunque risveglio dal coma ci farebbe tornare a vivere in condizioni che per un adulto sarebbero sub-umane? Se i medici non sanno definire, con ragionevole sicurezza, questo limite, se non possono sapere, se non molto ipoteticamente, le conseguenze effettive di alcun coma, perché rischiare una soluzione che sarebbe peggiore di un decesso naturale, senza assistenza farmacologica attraverso le moderne tecnologie?</p>
<p>Ha senso parlare - come fanno i cattolici - di un diritto &#8220;assoluto&#8221; alla vita? La vita è forse un valore in sé, a prescindere dai suoi <em>valori spirituali</em>? Se una vergine si suicidasse per non essere violentata, la chiesa la metterebbe all&#8217;inferno? Che cos&#8217;è la vita? Essere alimentati da un sondino nasogastrico, senza poter far nulla? Il corpo di cui sono rivestito appartiene non a me ma allo Stato &#8220;padre e padrone&#8221; o a un dio in cui non credo?</p>
<p>Io dunque penso che in caso di perdita di coscienza, in cui il soggetto non sia in grado di esprimere in alcun modo la propria volontà, i medici, dopo aver lasciato passare un tempo utile per poter ipotizzare un ritorno sufficientemente dignitoso alle proprie funzioni vitali, dovrebbero staccare la spina, cioè dovrebbero avere <em>il dovere di farlo</em>.</p>
<p>Supponiamo invece il caso in cui io non sia in coma ma vigile, cosciente, benché enormemente paralizzato, come appunto i tetraplegici: un caso sicuramente estremo, ma non infrequente e sicuramente non paragonabile a quelli che perdono l&#8217;uso delle gambe o della vista.</p>
<p>In questo caso il medico deve per forza interagire con me. E che medico sarebbe se non rispettasse la mia volontà? Se io non voglio essere assistito e sono in grado di comunicarlo, foss&#8217;anche solo col battito delle palpebre, lui non dovrebbe approfittare della mia condizione per non esaudirmi.</p>
<p>Se mia madre mi dicesse di mettere le sue ceneri in un tombino e io invece le mettessi in un altro, non avrei violato la sua volontà, proprio perché sarebbe già morta: al massimo sarei venuto meno a una promessa, a un impegno. Ma se io dico che non voglio vivere in una condizione da tetraplegico e il medico invece mi costringe a farlo con le sue macchine, lui mi sta sicuramente facendo violenza.</p>
<p>E tuttavia voglio venirgli incontro: come lui, in quanto medico, ha bisogno di un certo tempo per ipotizzare un&#8217;uscita dal coma in condizioni sufficientemente accettabili, anch&#8217;io mi voglio dare un certo tempo, in condizioni da tetraplegico, prima di chiedergli di staccare la spina. Cioè se restassi cosciente in condizioni pietose, vorrei potermi sentire libero di chiedere al medico di staccare la spina e di riattaccarla, in caso di ripensamento, subito dopo.</p>
<p>Posso continuare a pretendere questa forma di libertà o devo considerarmi un semplice &#8220;caso clinico&#8221;, incapace di intendere e di volere come un comune mortale, su cui è possibile esercitare qualunque terapia?</p>
<p>Io vorrei dare a me stesso un po&#8217; di tempo per vedere cosa è possibile fare in una condizione di sopravvivenza che di umano sembra non avere più nulla. Vorrei poter mettere liberamente alla prova me stesso, la mia capacità di sopportazione del dolore, la mia disponibilità ad apprendere nuove forme comunicative.</p>
<p>Se un dottore mi garantisse questa possibilità, io non firmerei alcun testamento biologico. Piuttosto dovrebbe essere lui a dover firmare una dichiarazione in cui s&#8217;impegna a non usare quello che per lui è un diritto-dovere alla vita come occasione per violare la mia libertà di coscienza.</p>
<p>Il fatto è purtroppo che il disegno di legge approvato dal Senato il 26 marzo 2009 è lontanissimo da questa preoccupazione (infatti definisce la vita umana un &#8220;diritto indisponibile&#8221; anche nella fase terminale dell&#8217;esistenza), e se passa anche alla Camera, così com&#8217;è, la firma dovrò metterla subito dopo sulla richiesta di referendum abrogativo, anche per impedire che il divieto a esercitare il diritto all&#8217;autodeterminazione non finisca coll&#8217;istigare al suicidio.</p>
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		<title>La Turchia ieri e oggi</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 15:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politeia]]></category>

		<category><![CDATA[armeni]]></category>

		<category><![CDATA[ataturk]]></category>

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		<category><![CDATA[kurdi]]></category>

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		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando, nel XV secolo, Costantinopoli era in procinto di cadere in mano turca, gli intellettuali bizantini non poterono non arrivare a pensare che se la cultura islamica era sicuramente alcuni passi indietro rispetto alla loro, aveva almeno il pregio di non essere ipocrita come quella cattolico-romana, che dietro la fede cristiana ambiva a mire egemoniche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, nel XV secolo, Costantinopoli era in procinto di cadere in mano turca, gli intellettuali bizantini non poterono non arrivare a pensare che se la cultura islamica era sicuramente alcuni passi indietro rispetto alla loro, aveva almeno il pregio di non essere ipocrita come quella cattolico-romana, che dietro la fede cristiana ambiva a mire egemoniche sullo stesso impero bizantino, di religione non meno cristiana.</p>
<p>La cultura islamica era una cultura semplice, basata sì sull&#8217;uso della forza, ma solo per affermare l&#8217;appartenenza a tribù, etnie, stirpi, clan e famiglie, che sicuramente erano per loro più importanti di qualunque &#8220;impero&#8221; e tanto più del concetto di &#8220;stato&#8221;. Era una cultura che non avrebbe tollerato monarchi assoluti e divinizzati. E soprattutto non era una cultura borghese ma rurale, proveniente da allevatori nomadici, che durante le conquiste islamiche s&#8217;erano trasformati in agricoltori, artigiani e commercianti, facendo fortuna con le spezie.</p>
<p>I turchi ottomani erano più &#8220;laici&#8221; degli arabi, ma anche più militaristi, più burocrati, più feudali nei rapporti agrari, più esosi sul piano fiscale. Nella gestione dei loro patrimoni assomigliavano molto agli spagnoli colonialisti e controriformisti.</p>
<p>Nonostante siano stati molto repressivi nella storia (basta guardare lo sterminio degli armeni e dei kurdi, ma anche delle popolazioni di rito bizantino e persino di quelle arabe, pur professando con quest&#8217;ultime una medesima fede islamica), i turchi hanno impedito uno svolgimento in senso capitalistico della ex società bizantina. Ciò determinerà una grande debolezza dell&#8217;impero ottomano rispetto alle nazioni europee che nel XIX secolo cominceranno a imporsi sulla scena internazionale, al punto che crollerà come impero durante la prima guerra mondiale.</p>
<p>Ma la debolezza dipese anzitutto dal fatto che gli emiri e i sultani turchi non permisero mai alcuna riforma agraria. Per mezzo millennio (dopo il 1453) il loro impero restò un&#8217;autocrazia dispotica, i cui rapporti feudali impedivano qualunque forma di democrazia.</p>
<p>La Turchia moderna, cioè &#8220;borghese&#8221;, nasce solo con Ataturk, nel 1923, il quale, temendo che la fine del feudalesimo comportasse lo smembramento di quel che era rimasto dell&#8217;ex impero ottomano, provvide a sterminare gli armeni e a isolare completamente i kurdi sulle montagne. Si comportò sul piano etnico in maniera più dispotica che nei secoli precedenti, anche se il suo Stato fu in un certo senso considerato &#8220;eretico&#8221; dal mondo musulmano, e non solo certamente perché sostituì l&#8217;alfabeto arabo con quello latino, ma anche e soprattutto perché non voleva i mullah al governo.</p>
<p>Pur di sopravvivere in mezzo ai colossi che volevano disintegrarla (Francia e Inghilterra in primis: l&#8217;Italia si limitò a sottrarle l&#8217;odierna Libia e alcune isole del Dodecaneso), la Turchia fu disposta ad allearsi coi tedeschi: lo fece nella prima guerra mondiale e lo rifece nella seconda, pagando tutti i prezzi di questa alleanza perdente, e facendoli pagare agli stessi tedeschi e alle loro teorie di razza pura e superiore. Oggi i quasi tre milioni di turchi sono la minoranza più forte in Germania e, per quanto laici siano nei rapporti tra chiesa e stato, restano pur sempre di confessione islamica, almeno in grande maggioranza. Nel mondo islamico la religione non può essere un fatto privato, anche quando - come in questo caso - lo Stato si dichiara &#8220;laico&#8221;, proprio perché la fede è una sorta di collante socioculturale.</p>
<p>Il fatto che oggi l&#8217;Europa abbia al suo interno una nazione di quasi 80 milioni di abitanti senza radici cristiane (per non parlare dei molti milioni di immigrati islamici), lo si deve, originariamente, alla volontà di Francia e Inghilterra d&#8217;impedire alla Russia zarista di sferrare un colpo demolitore alla Turchia. A partire dagli anni Venti dell&#8217;Ottocento la Russia aveva cominciato ad aiutare i greci e tutte le popolazioni balcaniche a liberarsi dell&#8217;oppressione ottomana.</p>
<p>L&#8217;obiettivo avrebbe potuto realizzarsi abbastanza facilmente se non l&#8217;avessero impedito sia gli austriaci, che col loro vetusto impero volevano arrivare sino al Mare Egeo (ma si fermarono ad amministrare la Bosnia e l&#8217;Erzegovina), sia, e soprattutto, gli anglo-francesi, che non volevano assolutamente permettere alla Russia né di minacciare i loro interessi imperiali nel Vicino Oriente, né di entrare con la sua flotta da guerra nel Mediterraneo; e, per impedirglielo, fecero scoppiare la guerra di Crimea (1853-56), cui partecipò anche il nostro Regno Sabaudo, e che fu disastrosa per lo zar, benché un ventennio dopo (1877-78) i russi, da soli, poterono approfittare della guerra franco-prussiana per obbligare i turchi a dare l&#8217;indipendenza a tutti gli Stati balcanici.</p>
<p>Oggi il ruolo della Turchia è quello di essere un avamposto americano nel Vicino Oriente, in grado di controllare i paesi arabi limitrofi, la Russia e parte del Mediterraneo. Ancora oggi, nei dibatti politici e culturali interni, non vogliono sentir parlare né di kurdi né di armeni, né di questione cipriota (l&#8217;isola che hanno occupato per metà nel 1974), per quanto alcuni timidi passi siano stati fatti.</p>
<p>Può entrare in Europa un paese che non permette di dire una parola convincente al proprio interno su argomenti del genere? No, non può. Ci farebbe comodo avere nell&#8217;Unione Europea un paese che smetterebbe di stare supinamente dalla parte degli americani? Sì, potrebbe farci comodo. Dobbiamo forse temere la presenza di tutti questi islamici turchi in Europa? Nessun timore: i turchi sono i primi a non volere alcuna forma di integralismo politico-religioso, anche se non ammetterebbero mai che questa loro forma di laicità gli deriva proprio dalla concezione diarchica del potere che avevano i bizantini.</p>
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		<title>Ormai è ufficiale: il governo Berlusconi si regge sugli interessi privati del premier e sulla complicità di chi (non solo) politicamente ci guadagna</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 21:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai dunque è ufficiale, lo ha detto chiaro e tondo una fetta del suo partito di governo: il Chiavaliere Papino il Breve, al secolo Silvio Berlusconi, sta al governo solo per sfuggire alla Giustizia. E il governo si regge su ricatti e &#8220;do ut des&#8221; nei confronti dell&#8217;Unto d&#8217;Arcore che fanno leva sulle sua magagne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ormai dunque è ufficiale, lo ha detto chiaro e tondo una fetta del suo partito di governo: il Chiavaliere Papino il Breve, al secolo Silvio Berlusconi, sta al governo solo per sfuggire alla Giustizia. E il governo si regge su ricatti e &#8220;do ut des&#8221; nei confronti dell&#8217;Unto d&#8217;Arcore che fanno leva sulle sua magagne pregresse, quelle per le quali sta sfasciando il Paese pur di non andare sotto processo. I parlamentari che hanno scelto di seguire Gianfranco Fini nella rottura con il Chiavaliere - gente che certo non è di sinistra né ci si è improvvisamente convertita - hanno ammesso chiaro e tondo nelle utlime ore don Silvio pratica &#8220;il ricatto e il killeraggio&#8221;. Ovviamente il killeraggio è per chi non essendo ricattabile non ama calare le mutande come una qualsiasi ragazzotta, ansiosa di andare in parlamento o in tv, in un giornale o in una particina in qualche film. L&#8217;onorevole Italo Bocchino - e mi scuso per l&#8217;ironia involontaria di queste tre parole, comunque in tema con la prassi corrente - ha fatto sapere all&#8217;onorevole Niccolò Ghedini, l&#8217;arcigno maggiordomo del contenzioso giudiziario del suo padrone politico e cliente di bottega, che è pronto &#8220;l&#8217;elenco delle società off shore riconducibili all&#8217;impero finanziario del Chiavaliere&#8221;. In aggiunta, è stato ritirato fuori il noto sporco affare della vendita della reggia di Arcore, l&#8217;ex convento bendettino di 147 stanze,  un enorme parco di un milione di metri quardi, una biblioteca ricca di preziosi libri antichi e una pinacoteca con quadri preziosi, per un totale di 3.500 metri quadri di appartamento coperto dove il grande Papino il Breve si accontenta di abitare quando è in zona.</strong><span id="more-2152"></span><strong><br />
Ricordiamo che la villona era di Annamaria Casati Stampa, che avendola ereditata dopo la tragico morte dei genitori quando era ancora minorenne - aveva infatti 19 anni e a quell’epoca si diventava maggiorenni a 21 -  se la vide affidare con altra “roba” a un tutore, il senatore Giovanni Bergamasco. Superare i litigi con altri parenti, quelli del ramo materno Fallarino, non fu facile: l’avvocato dei Fallarino era un giovane avvocato che si chiamava già Cesare Previti. Che con un saltafosso che potrebbe somigliare a un tradimento, ma che in ogni caso non è elegante né troppo corretto, molla i Fallarino e si mette con Bergamaschi. E’ così che le 147 stanze e tutto il resto vengono svenduti a Berlusconi nonostante l’espresso divieto messo per iscritto dalla ragazza di NON vendere anche la biblioteca e la pinacoteca (se no nricordo male, neppure il parco). Il tutto per la miserabile cifra di 500 milioni di lire, quando dopo poco tempo il Chiavaliere dandola in garanzia a una banca ne ebbe un fido grande 15 volte il prezzo pagato. Come meravigliarsi che dopo questa mega inculata alla ragazza, cioè dopo questo mega favore a Sua Emittenza questi sia diventato il cliente fosso ed unico dello studio Previti? E come meravigliarsi se in seguito lo stesso Previti abbia corrotto magistrati romani per conto del suo datore di lavoro (la Cassazione ha scritto che agiva in tandem con Berlusconi!), per non parlare del caso Mills?<br />
Bocchino ex ex camerati hanno fatto rilevare altre cose che dovrebbero attirare l&#8217;attenzione della magistratura anche senza il Bocchino di turno. Per prima cosa hanno fatto rilevare che nella società che gestisce formalmente Il Giornale, ufficialmente proprietà del fratello di Paolo ma non anche di Silvio Berlusconi, ci sono stati aumenti di capitali e iniezioni di quattrini che, stando le dichiarazioni dei redditi, NON possono essere arrivati da Paolo. Il che è come dire che i quattrini sono stati fatti arrivare grazie a Silvio: alla faccia al divieto di superare una certa soglia di possesso di mass media?<br />
Sempre Bocchino&amp;C hanno finalmente fatto notare ad alta voce che i rapporti del Chiavaliere con Putin non sono limpidissimi. E te credo! Mesi fa ho fatto rilevare che corre voce che Papino il Breve si occupa degli investimenti delle enormi cifre che affluiscono al giro di Putin grazie alle vendite di gas e petrolio russo, e non ho voluto insistere sulla voce - sicuramente malevola e infondata - che  tale affluenza di quattrini al giro di Putin  non è limpida. Bocchino&amp;C hanno anche finalmente detto ad alta voce che non sono adamantini neppure i rapporti tra il nostro amato capo di governo, ormai amato almeno quanto &#8220;l&#8217;amato leader&#8221; della Corea, e Gheddafi. Mesi fa ho chiesto se c&#8217;erano accordi perché Mediaset si occupasse eventualmente della tv libica. A parte l&#8217;aver fatto notare già prima che a Gheddafi è stato venduto il 5% - per ora - addirittura dell&#8217;Eni.</p>
<p>Insomma, siamo in pieno porcaio. E non perché lo dica io o altri grilli o elefanti parlanti, ma perché lo dicono - e inistono a dirlo - eminenti uomini del partito di governo e certo non di sinistra, non 2komunisti&#8221;, anzi tutt&#8217;altro. Del resto la porcheria della legge per fregare il fisco italiano a tutto vantaggio dell&#8217;azienda berluscona Mondadori non è che l&#8217;ennesima conferma della cialtroneria e del sopruso elevati a norma di governo. Qui però va aggiunto dell&#8217;altro, ancora più grave. Molto più grave. Berlusconi e la sua servile armata vanno cianciando, compresi i Bossi (mon Dieau!), di una Costituzione che NON è quella di cui loro cianciano dandola per esistente. La Costituzione italiana infatti dice chiaro e tondo che deputati e senatori una volta eletti NON rappresentano più solo gli interessi dei loro elettori, ma devono rapprentare quelli del popolo italiano nella sua interezza, vale a dire devono occuparsi dell&#8217;interesse generale, nazionale, non particulare, siculo o padano che sia. Il comportamento berluscone e bossifero di far finta che la Costituzione sia quella di cui vaneggiano loro e non quella che invece esiste dal dopoguerra significa due cose, precise e gravi. Certo non è il reato di Alto Tradimento, però si tratta di tradimento quanto meno della realtà, e su questo il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dovrebbe meditare. La seconda è che ne consegue una visione corporativa, e quindi miserabile, del mandato parlamentare: ogni parlamentare cura gli interessi solo della sua corporazione, scambiando il proprio collegio elettorale per un &#8220;fascio&#8221; di littoria memoria. Del resto l&#8217;esempio vien dall&#8217;alto: il Chiavaliere tratta il governo, il parlamento e la Repubblica come fosse &#8220;cosa nostra&#8221;, cioè sua, dei suoi eredi, dei suoi sodali, dei suoi amici e amici degli amici. Insomma, le Cricche sorgono perché replicano la Grande Cricca berluscona.<br />
E sempre a proposito di calpestare la Costituzione, nelle ultime ore l&#8217;amato leader berluscone è arrivato a dire &#8220;basta con gli inutili formalismi della Costituzione, bisogna dare voce al popolo&#8221;. Insomma la spinta a buttar via la Costituzione per sostituirla con i bagni di folla di ventennale memoria è sempre più consistente, perciò sempre più pericolosa per la enuta delle nostre istituzioni democratiche.<br />
Non so se Gianfranco Fini con l&#8217;appartamento di Montecarlo ci abbia lucrato. Personalmente NON lo credo, e non perché si tratta di andare in culo al Chiavaliere, ma perché ci sono le intercettazioni ambientali, pubblicate a suo tempo, nelle quali si sente distintamente incazzarsi con sua moglie, all&#8217;epoca Daniela Di Sotto, e con il cognato di turno perché NON voleva avere nulla a che fare con le loro iniziative nel campo delle cliniche private che servono, per mungere quattrini dalle Regioni. Voglio dire: se Fini NON voleva i milioni di euro poco chiari delle cliniche private, perché mai dovrebbe essersi abbassato a lucrare qualche centinaia di migliaia di euro con una truffa a Montecarlo?<br />
In ogni caso, ritengo la faccenda di Montecarlo semplicemente di scarso peso e di nessuna gravità. Anche ammesso, ma non concesso, che Fini anziché essere stato raggirato dal nuovo cognato rampante ci abbia marciato di suo, beh, a fronte del marciarci e del marciume delle varie Cricche cresciute all&#8217;ombra berlusocna e, soprattutto, a fronte del modo con il quale il Chiavaliere ha ammassato le sue immense fortune e non vuole MAi rispondere alla legge, quella di Montecarlo è tuttalpiù una marachella. Un ragazzino che ruba una mela NON può essere messo a confronto con chi a quanto leggo su vari libri e qualche atto giudiziario munge lo Stato, paga Craxi e quant&#8217;altri per farsi fare leggi ad personam come il decreto contro i limiti regionali delle tv private, beffa la Casati Stampa, compra sentenze per fottere la Mondadori al Gruppo L&#8217;Espresso, corrompe l&#8217;avvocato inglese Mills perché testimoni il falso e via di questo orribile passo.</p>
<p>Sulla questine di Montecarlo e della donna di Fini, Elisabetta Tulliani, voglio invece far notare alcune cose:<br />
- la volgarità di Gaucci, l&#8217;ex uomo della signora Tulliani. Se lui è stato così solerte a sborsare un pacco di miliardi per fare ricchi i Tulliani in blocco perché non essendo un Adone la gnocca appariscente doveva pagarsela e pure cara, beh, batta la testa contro il muro, ma eviti di mettere in piazza la sua miseria tipicamente maschilista di chi sbava per vendicarsi. Un uomo che viola i fatti privati con la sua donna è un omuncolo, un quacquaraqquà, un poveraccio da compatire.<br />
- La volgarità di Vittorio Sgarbi, che ci tiene ad alludere pesantemente dicendo che &#8220;la Tulliani veniva a casa mia&#8221;, &#8220;la Tulliani la conosco bene&#8221;. Gli uomini che si divertono a sputtanare le donne, e specie se sono donne con cui hanno avuto a che fare, somigliano più a mascalzoni che a persone apprezzabili.<br />
- Riguardo Sgarbi c&#8217;è da aggiungere che a suo tempo ha anticipato il killeraggio mediatico del bravo, nel senso manzoniano del termine, Vittorio Feltri. Aveva infatti un programma televisivo su una rete Mediaset nel quale accusava pesantemente guarda caso i magistrati, cosa utile a parare il culo al suo padrone. Una volta arrivò ad accusare un magistrato di essere un assassino. Con le sue intemperanze pro domo domini sui, il baldo e ribaldo Sgarbi fece perdere varie cause per diffamazione e/o risarcimento danni e perciò un sacco di quattrini a Sua Emittenza al punto che questi si vide costretto a chiudere il programma. Il troppo stroppia… Come insegna Giuliano Ferrara, altro volenteroso di grande stazza.<br />
- Poi c&#8217;è il giornalismo spazzatura di Feltri. Ma trattandosi di sapazzatura della peggior specie, a parlarne troppo ci si sporca. Mi limito a far notatre che questo tizio che batte e ribatte su Montecarlo è lo stesso individuo che difese a spada tratta (anche) don Gelmini quando venne travolto dalle denunce pedofile dei suoi giovani &#8220;in recupero&#8221;: &#8220;don Gelmini ha fatto tanto di quel bene che anche se ha fatto qualcosa con qualche ragazzino è poca cosa, lo si perdona volentieri&#8221;. Ah sì? E allora come mai lo stesso Feltri oggi non ripete lo stesso concetto con Fini? Dovrebbe infatti intonare un laudeamus del tipo: &#8220;Con tutto il bene che Fini ha fatto all&#8217;Italia in qualità di alleato essenziale perché il caro leader Berlusconi  la potesse governare a lungo, cosa volete che sia la faccenduola di Montecarlo?&#8221;. Fermo restando il fatto che con l&#8217;editore che si ritrova, mungitore indebito di miliardi della Regione Lombardia tramite la discarica di Cerro Maggiore,  Feltri farebbe meglio a tacere. E magari ad arrossire. Oppure a raccontarci qualcosina sugli aumenti di capitale de Il Giornale cui ha alluso Bocchino. Come ha detto Piero Ostellino sul Corsera a proposito della campagna di Feltri contro Fini, un conto è fare informazione, un altro conto è fare militanza politica. Ovvero: Feltri non fa informazione. Nonostante faccia scrivere su Il Giornale un tizio cacciato dall&#8217;Ordine dei giornalisti perché in rapporti troppo stretti con il servizio informazioni militari, meglio noto come SISMI.</strong></p>
<p><strong>Post Scriptum - Avanti di questo passo Bossi (mamma li turchi!) riuscirà ad avere il federalismo in cambio del suo appoggio a Berlusconi a non farlo condannare pesantemente in tribunale. Beh, diciamo la verità: meglio, molto meglio l&#8217;unità d&#8217;Italia fatta anche grazie al concedersi in alto loco, su consiglio di Cavour, della  contessa di Castiglione.  Vogliamo paragonare forse il brutto contenzioso giudiziario del Chiavaliere Mascarato con lo splendore delle grazie della contessa? A fronte delle quali il &#8220;ce l&#8217;ha duro&#8221; bossifero è roba da masturbation.</strong></p>
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		<title>Eutanasia e Testamento biologico</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 10:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Diritti&amp;Rovesci]]></category>

		<category><![CDATA[englaro]]></category>

		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>

		<category><![CDATA[testamento biologico]]></category>

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		<description><![CDATA[Nessuna discussione sul testamento biologico può prescindere da una discussione sull&#8217;eutanasia, proprio perché in entrambi i casi si chiede di evitare l&#8217;accanimento terapeutico e quindi in entrambi i casi chi è contrario parla di &#8220;omicidio&#8221; (così come ne parla quando c&#8217;è di mezzo l&#8217;aborto).
Ma, mentre sull&#8217;espressione &#8220;accanimento terapeutico&#8221; ci si può confrontare abbastanza serenamente, cercando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna discussione sul testamento biologico può prescindere da una discussione sull&#8217;eutanasia, proprio perché in entrambi i casi si chiede di evitare l&#8217;accanimento terapeutico e quindi in entrambi i casi chi è contrario parla di &#8220;omicidio&#8221; (così come ne parla quando c&#8217;è di mezzo l&#8217;aborto).</p>
<p>Ma, mentre sull&#8217;espressione &#8220;accanimento terapeutico&#8221; ci si può confrontare abbastanza serenamente, cercando di chiarirsi, tecnicamente, quando è lecito cominciare a parlarne e quando no, viceversa sulla parola &#8220;eutanasia&#8221; (&#8221;buona morte&#8221;, alla lettera) - condizionati come siamo ancora dall&#8217;uso mistificatorio che ne fece il nazismo - le opinioni sembrano convergere verso un assunto abbastanza condiviso: legalizzare l&#8217;eutanasia è troppo rischioso, potrebbe portare a conseguenze eticamente imprevedibili.</p>
<p>Ciò su cui ci si scontra è la difficoltà di poter stabilire fin dove può arrivare la <em>libera volontà</em> in un individuo <em>consapevole</em> di essere affetto da una malattia molto dolorosa e/o incurabile (si pensi ai casi di Piergiorgio Welby o di Giovanni Nuvoli). Tanto più ci si chiede come sia possibile stabilire tale volontà in un soggetto giovane clinicamente morto ma tenuto in vita vegetativa da una strumentazione specifica, nell&#8217;ovvia speranza che possa risvegliarsi e concludere il suo ciclo vitale in maniera naturale.</p>
<p>Partiamo da quest&#8217;ultima ipotesi, che ha trovato in un caso molto famoso, quello di Eluana Englaro, materia sufficiente per scatenare durissime polemiche, al punto che il parlamento non è ancora riuscito a varare una legge sul testamento biologico (l&#8217;unico testo a disposizione è quello approvato dal Senato il 26 marzo 2009).</p>
<p>Intorno a questo caso i dibattiti si sono concentrati su due argomenti: uno <em>tecnico</em> (fino a che punto l&#8217;alimentazione forzata è un atto dovuto e non una terapia arbitraria?) e l&#8217;altro <em>etico</em> (ha senso parlare di violazione del diritto alla vita in un soggetto incapace non solo di intendere e volere, ma anche di percepire e sentire?).</p>
<p>Ad un certo punto ci si chiese se non fosse necessario che ogni persona maggiorenne stabilisse, preventivamente, per iscritto, le proprie ultime disposizioni in caso di improvvisa situazione comatosa, anche per sollevare il personale medico dagli inevitabili dubbi amletici.</p>
<p>Tuttavia anche in questo caso la domanda restava in tutta la sua pregnanza: davvero si viola la libertà di coscienza quando si cerca di tenere in vita una persona giovane che pur aveva preventivamente dichiarato di fare nulla in caso di situazioni disperate? E se quella persona si risvegliasse e fosse contenta di averlo fatto?</p>
<p>Ci può essere una soluzione convincente a questo problema? Fino a che punto il proprio diritto alla vita può diventare un dovere altrui senza violare la propria libertà di coscienza? Ci si può sostituire alla coscienza di un individuo caduto improvvisamente in coma, decidendo se farlo morire o se farlo vivere in una condizione vegetativa?</p>
<p>E se il soggetto, una volta risvegliatosi, non fosse affatto contento della nostra iniziativa terapica? Se si ritrovasse in una condizione di estrema difficoltà, in cui dovesse p.es. imparare di nuovo a parlare o a mangiare o a fare movimenti coordinati, sarebbe davvero contento di ricominciare da capo?</p>
<p>Qual è dunque il limite oltre il quale una legittima assistenza medica, volta a tutelare il diritto alla vita, può trasformarsi in un atto arbitrario che viola la libertà di coscienza? Il limite può essere deciso solo dal <em>soggetto</em> e il soggetto può stabilirlo solo se viene <em>informato</em> di tutte le possibili conseguenze della sua decisione. Quindi ciò presuppone ch&#8217;egli sia <em>cosciente</em>, poiché solo se è cosciente può arrivare a capire che anche <em>un&#8217;esperienza di dolore</em> può essere significativa.</p>
<p>Nessun diritto alla vita può diventare un obbligo a vivere, né può sostituirsi a una libera scelta di un&#8217;esperienza di dolore. Quindi se da un lato è giusto rendersi conto che anche la scelta di vivere un&#8217;esperienza dolorosa può essere un atto umano, dall&#8217;altro bisogna convincersi che un&#8217;esperienza del genere non può essere imposta.</p>
<p>Dunque in caso di coma, qual è il limite oltre il quale un eventuale risveglio non garantirebbe il ripristino delle precedenti funzioni vitali nelle condizioni in cui erano? Esiste un limite ragionevole di tempo? La scienza è in grado di stabilirlo? Se il rischio è quello che un eventuale risveglio non è assolutamente in grado di garantire il recupero integrale delle proprie facoltà (o almeno un loro recupero significativo, che non pregiudichi la dignità della vita), per quale ragione la scienza deve avere più potere della <em>coscienza</em>?</p>
<p>Per quale motivo deve essere la scienza a decidere quando uno in coscienza preferirebbe morire piuttosto che trovarsi in una condizione assolutamente diversa da quella che aveva quand&#8217;era sano? Questo potere della scienza non rischia di trasformarsi in un potere politico e amministrativo sul <em>corpo</em> di un paziente?</p>
<p>Altri testi si trovano qui <a href="http://www.homolaicus.com/uomo-donna/eutanasia.htm">http://www.homolaicus.com/uomo-donna/eutanasia.htm</a></p>
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		<title>E&#8217; morto Cossiga. Schiacciato anche dal peso di avere accettato la decisione dell&#8217;inviato Usa, Steve Pieczenik, uomo del segretario di Stato Kissinger, di spingere le Brigate Rosse a uccidere Aldo Moro. Che proprio da Kissinger era stato minacciato di &#8220;eliminazione&#8221; se avesse portato i comunisti a far parte del governo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 22:52:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Volevo scrivere un pezzo dedicato solo al succo del discorso che emerge dall&#8217;assalto delle truppe berluscone al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e alla sua famiglia. Ma la scomparsa di Francesco Cossiga mi porta a dedicare qualche riga anche a lui.
Sì, certo, Cossiga è stato - come Giulio Andreotti - l&#8217;asse portante del lato più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Volevo scrivere un pezzo dedicato solo al succo del discorso che emerge dall&#8217;assalto delle truppe berluscone al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e alla sua famiglia. Ma la scomparsa di Francesco Cossiga mi porta a dedicare qualche riga anche a lui.<br />
Sì, certo, Cossiga è stato - come Giulio Andreotti - l&#8217;asse portante del lato più oscuro del potere politico in Italia. Per essere chiari: il lato responsabile anche delle stragi come quella del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana a Milano. Cossiga ne era talmente cosciente che, oltre ad avere accennato più volte alle proprie responsabilità, ha nominato Andreotti senatore a vita spiegando pubblicamente che questi avrebbe dovuto essergliene grato perché una tale nomina lo metteva per sempre al riparo della legge e dei magistrati. Cossiga ha cioè ammesso di avere procurato ad Andreotti, perché ne aveva evidentemente bisogno, ciò che il Chiavaliere Mascarato Pipino il Breve sta tentando di ottenere con testardaggine da anni, anche a costo di sfasciare man mano il parlamento, le istituzioni e le fondamenta del Paese intero.<br />
In particolare, Cossiga è corresponsabile della morte di Aldo Moro. Corresponsabile, si badi bene, e non responsabile: perché la responsabilità è delle Brigate Rosse che lo hanno prima rapito e poi materialmente ucciso. Corresponsabile della sua uccisione, forse anche del rapimento se è vero che fu lui a negare l&#8217;auto corazzata chiesta per Moro dal capo della sua scorta, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi. </strong><span id="more-2145"></span><br />
<strong>Detto questo, bisogna per onestà aggiungere che probabilmente Cossiga ha scelto il male minore. Mi spiego. I patti di Yalta rendevano di fatto impossibile, a meno di un bagno di sangue, che in Italia governasse il partito comunista. Anzi, gli Usa avrebbero certissimamante scatenato un golpe, con annessa tragedia di grandi dimensioni, anche se il partito comunista avesse solo fatto parte di un governo democratico, cioè composto anche da altri partiti. Di più: gli Usa non avrebbero mai tollerato che l&#8217;Italia uscisse dalla Nato, per impedirlo erano disposti a tutto. E di tutto hanno fatto… In tali condizioni, Cossiga, con Andreotti&amp;C, hanno fatto in modo che un numero limitato di vittime, quelle delle stragi, quelle degli uccisi   da polizia e carabinieri nelle manifestazioni e quelli del terrorismo, nato per reazione alla strage di piazza Fontana e al pericolo reale di golpe, scongiurasse una guerra civile devastante come quella della Grecia, dove i comunisti invece si illusero di potersene fregare di Yalta, o un colpo di Stato militare come appunto quello greco prima e quello cileno dopo.<br />
Sì, certo: Andreotti ha fatto la stessa cosa servendosi della mafia. O meglio: anche della mafia siciliana. Lui ha acettato la situazione esistente in Sicilia, messa a sua disposiazione quando Salvo Lima e i suoi passarono dalla corrente democristiana di Amintore Fanfani a quella di Andreotti, permettendogli così di passare da leader laziale, al guinzaglio del Vaticano, a leader nazionale di lungo corso. Ma fare la guerra alla mafia, anziché usarne i voti per stare in parlamento e al governo, significa dover mettere in piedi un meccanismo repressivo militare di tipo quasi afgano. Con il risultato di perderla…</strong></p>
<p><strong>Insomma, non mi metto ad applaudire Cossiga, così come non applaudirò Andreotti quando sarà il suo turno, se eventualmente prima del mio, ma non desidero unirmi al coro di chi gode per la sua morte e si augura, come ho letto in altri blog, che &#8220;patisca le pene dell&#8217;inferno&#8221;. Desidero solo che si rifletta di più su cosa è in realtà la politica, compresaquella democratica. Ogni potere ha la sua bella dose di merda e sangue. Oltre che di lacrime. Altrui, ovviamente.<br />
Di Cossiga comunque apprezzo l&#8217;avere detto chiaro e tondo - certo, in ritardo. Ma da capo dello Stato non poteva certo dirlo - che l&#8217;aereo dell&#8217;Itavia finito nel mare di Ustica è stato abbattuto per errore dai francesi, ponendo la parola fine - se fossimo un Paese serio - alla lunga serie di leggende e &#8220;misteri&#8221; assurte a Verità. Idem per la strage alla stazione di Bologna, dovuta a un errore di chi trasportava esplosivo per conto dei palestinesi e non alla volontà dei neofascisti come Giusva Fioravanti e Francesca Mambro che sono stati condannati come colpevoli. Idem per avere messo in chiaro che  avere fatto &#8220;pentire&#8221; Patrizio Peci - dando così inizio alla frana e alla fine delle Brigate Rosse prima e dell&#8217;intero terrorsimo italiano dopo - era merito non del famoso generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, bensì dello sconosciuto maresciallo delle guardie carcerarie Angelo Incandela, come ho scritto nel mio libro &#8220;Agli ordini del generale Dalla Chiesa&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Riguardo Moro, le colpe di Cossiga sono gravi. Riporto qui di seguito quanto ho scritto tempo fa:</strong></p>
<p><strong><em>«Lo stesso attentato a Moro, no? La prigione di Moro».<br />
«Sì?»<br />
«Erano arrivati alla casa vicina a dove stava lui. Hanno avuto l&#8217;ordine di fermarsi. Lo so perché un mio alunno faceva parte di queste cose qui. Me lo ha detto lui: &#8220;Noi abbiamo avuto l&#8217;ordine di fermarci e tornare indietro&#8221;. Erano arrivati a pochi… A venti metri erano arrivati. Quindi lo sapevano benissimo. Cioè, lo sapevano. Setacciando casa per casa, alla fine lo dovevano trovare».<br />
«Via Montalcini?»<br />
«Adesso non so perché io non sono addentro alle segrete cose. Però questo me lo ha detto un mio alunno che stava lì, insomma, ecco, faceva parte di quelli lì. Hanno dovuto rimettere, capito? Ma non parliamo male che non è questa né la sede né il luogo né il caso».<br />
Questa è una parte del mio dialogo al cardiopalma con un gesuita confessore della Chiesa del Gesù in uno dei primi giorni dell&#8217;agosto 1993. Stavo scrivendo il libro Tangenti in confessionale, spacciandomi nei confessionali delle chiese più rappresentative d&#8217;Italia, dal duomo di Torino alla basilica di S. Pietro in Vaticano fino a S. Gennaro a Napoli, per un politico che accettava le mazzette dagli industriali e a volte, al contrario, per un industrale che le pagava ai politici. Volevo capire e documentare il comportamento e l&#8217;influenza della Chiesa nei confronti di un fenomeno come quello della corruzione e delle tangenti, troppo diffuso per essere ignoto ai suoi confessori e quindi alla gerarchia. Che infatti si dimostrò a conoscenza del fenomeno in modo capillare, senza però considerarlo quasi mai una cosa immorale, insomma un peccato. Mi «confessavo» con un mini registratore avvolto in un giornale tenuto in mano perché stesse il più vicino possibile alla bocca dei religiosi. La tarda mattinata di un giorno tra il 2 e il 4 agosto sono andato nella chiesa del Gesù, in piazza del Gesù. Una scelta dovuta al fatto che in quella piazza c&#8217;era la sede della direzione nazionale della Democrazia Cristiana e al fatto che in qualla chiesa Andreotti andava a messa quasi ogni mattina, dove presumevo si confessasse anche.<br />
Entrato in chiesa, mi sono diretto verso il primo confessionale a destra, dove c&#8217;era un religioso già al lavoro. Non avrei immaginato neppure da lontano che il discorso sarebbe piombato nel caso Moro, e in modo così tranchant: «Lo stesso attentato a Moro, no? La prigione di Moro»… Io parlavo di tangenti e corruzione politica, il confessore di punto in bianco per dirmi che si trattava di un fenomento arcinoto ma tollerato mi raccontava della mancata liberazione di Moro!<br />
Dato il caldo e il mio essere stato arrestato quattro anni prima proprio per l&#8217;affaire Moro, il cuore m&#8217;è schizzato in gola e ho cominciato a sudare come un cavallo. La storia che mi ha raccontato quel gesuita è la seguente: «Un mio ex alunno si era arruolato nella polizia ed era entrato nel corpo delle &#8220;teste di cuoio&#8221;. Un giorno è venuto a chiedermi l&#8217;autorizzazione morale per infiltrasi nelle Brigate Rosse, voleva cioè sapere da me se l&#8217;infiltrarsi era morale o immorale. Gli dissi che era morale. Passato del tempo, quel mio ex alunno è tornato da me schifato. Mi ha raccontato che mentre stavano andando a liberare Moro ed erano arrivati a una ventina di metri dalla sua prigione, all&#8217;improvviso ricevettero l&#8217;ordine di tornare indietro. Il mio ex alunno rimase talmente schifato che si è dimesso dalla polizia. Ora lavora nella falegnameria del padre». Chiaro quindi che si trattava della prigione di via Montalcini, altrimenti non si spiegherebbero lo schifo e lo scappar via dalla polizia.<br />
Ero sconvolto. Ma uno o due giorni dopo sarei rimasto ancora più sconvolto. Sono andato infatti a confessarmi anche nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, nella omonima piazza, scelta perché in quella piazza aveva il suo storico ufficio privato l&#8217;ancor più storico Andreotti. Mi si è presentato un giovane parroco con i capelli a spazzola e l&#8217;accento pugliese. Anziché nel confessionale, mi ha sorpreso facendomi accomodare in sagrestia, seduti uno di fronte all&#8217;altro su banali sedie e separati da nulla. Ero teso perché temevo si capisse che il giornale che stringevo nervosamente in mano nascondeva quello che nascondeva. Ma a un certo punto ho rischiato di cadere dalla sedia: quel parroco mi stava dicendo che era stato il confessore di Cossiga durante tutto il sequestro Moro!<br />
«Quando, durante l&#8217;affare Moro, Cossiga era ministro degli Interni e lo confessavo io, in quel frangente dicevo: &#8220;Professore, io la posso solo assolvere dei suoi peccati. Ma la situazione sua se la deve andare a sbrigare da qualche altro&#8221;. Allora c&#8217;era Ferretto, c&#8217;era Dossetti [ndr: ex compagni di studi di Cossiga diventati frati]. Dicevo: &#8220;Vada a sentire loro. Perché, anche, loro sono quelli che, avendo fatto carriera con lei, con Moro e col partito, a un certo punto hanno fatto un&#8217;altra scelta, possono aiutarla adesso&#8221;. A questo tipo di sollecitazione lui diceva: &#8220;Lascio perdere tutto&#8221;.»<br />
Tradotto in linguaggio comune, il suo ex confessore mi stava dicendo che Cossiga aveva deliberatamente abbandonato Moro al suo destino. E chissà se gli aveva raccontato anche di avere rifiutato l&#8217;auto corazzata chiesta pochi giorni prima dell&#8217;agguato in via Fani dal maresciallo Leonardi, il capo scorta sempre più preoccupato per la sicurezza di Moro. In ogni caso, lo straordinario racconto del parroco di S. Lorenzo in Lucina confermava in pieno non solo quanto più volte più o meno chiaramente ammesso dallo stesso Cossiga, ma anche quanto raccontato nell&#8217;intervista a «L&#8217;Unità» dall&#8217;&#8221;amerikano&#8221; Pieczenik.<br />
</em><br />
Pieczenik, chi era costui? Steve Pieczenik - assistente del Segretario di Stato Henry Kissinger e capo dell&#8217;Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Usa, ufficio istituito dallo stesso Kissinger - era l&#8217;uomo inviato dagli Usa per dirigere la stategia del governo italiano per il sequestro di Moro. Come ha confermato il ministro dell&#8217;Interno dell&#8217;epoca, cioè Cossiga, Pieczenik venne invitato subito dopo il rapimento di Moro a fare parte di un comitato di esperti capeggiato dal ministro per fare fronte all&#8217;emergenza. (Ne faceva parte anche il criminologo Franco Ferracuti, della P2). La strategia impostata dall&#8217;esperto «amerikano» ricalcava fedelmente quanto previsto dal Field Manual redatto nel 1970 dalla Cia per definire il comportamento Usa verso i propri alleati in caso di loro gravi crisi. Si tratta di una strategia che definisce il terrorismo «fattore interno stabilizzante», secondo il principio «destabilizzare al fine di stabilizzare», e che non si fa scrupolo di prevedere la strumentalizzazione di eventuali gruppi eversivi dei Paesi alleati se essa può risultare positiva per gli interessi americani. Leggiamo ora cosa ha detto Pieczenik in una intervista del 16 marzo 2001 all&#8217;«Italy Daily» riguardo il suo compito durante il sequestro Moro:</strong></p>
<p><strong><em>«Stabilizzare l&#8217;Italia, in modo che la Democrazia Cristiana non cedesse… e assicurare che il sequestro non avrebbe condotto alla presa del governo da parte dei comunisti… Il mantenimento delle posizioni della DC: quello era il cuore della mia missione. Nonostante tutte le crisi di governo, l&#8217;Italia era stato un Paese molto stabile, saldamente in mano alla DC. Ma in quei giorni il Partito comunista di Berlinguer era molto vicino a ottenere la maggioranza, e questo non volevamo che accadesse… Io ritengo di avere portato a compimento tale incarico. Una spiacevole conseguenza di ciò fu che Moro dovette morire… Nelle sue lettere Moro mostrò segni di cedimento. A quel punto venne presa la decisione di non trattare. Politicamente non c&#8217;era altra scelta. Questo però significava che sarebbe stato giustiziato… Il fatto è che lui, Moro, non era indispensabile ai fini della stabilità dell&#8217;Italia».<br />
</em><br />
Più chiari e cinici di così! In seguito però Pieczenik in un suo libro del 2007, edito in Francia, ha aggiunto altro:</strong></p>
<p><strong><em>«Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l&#8217;Alleanza Atlantica. Decisi allora che doveva prevalere la Ragione di Stato anche a scapito della sua vita. Mi resi conto così che bisognava cambiare le carte in tavola e tendere una trappola alle Br. Finsi di trattare. Decidemmo quindi, d&#8217;accordo con Cossiga, che era il momento di mettere in pratica una operazione psicologica e facemmo uscire così il falso comunicato della morte di Aldo Moro con la possibilità di ritrovamento del suo corpo nel lago della Duchessa. Fu per loro un colpo mortale perché non capirono più nulla e furono spinti così all&#8217;autodistruzione. Uccidendo Moro persero la battaglia. Se lo avessero liberato avrebbero vinto. Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte e delle mie proposte e faceva il tramite con Andreotti […]. «Sono stato io a decidere che il prezzo da pagare era la vita di Moro….. Cossiga era sempre informato sulla mia strategia e non poteva fare altro che accettare. Le Br invece potevano fermarmi in un attimo ma non hanno saputo farlo o voluto».<br />
</em><br />
Pieczenik ha dunque detto chiaro e tondo che il falso comunicato n. 7  è il frutto di una ben precisa decisione strategica sua e di Cossiga. Per spingere le Brigate Rosse a uccidere Moro e porre così le basi della loro distruzione. Come in effetti è avvenuto. Da notare che tutto ciò conferma in pieno le minacce di eliminazione di Moro profferite dal segretario di Stato degli Usa, Henry Kissinger, nel corso del loro incontro negli Usa, quando Moro espose la sua intenzione di fare entrare i comunisti nel governo. Minacce che impressionarono non poco Moro, che ne parlò preoccupato sia ai propri familiari che a uomini politici suoi amici come il democristiano Giovanni Galloni. Che in seguito rese pubblico quanto raccontatogli da Moro riguardo le minacce fattegli da Kissinger</strong></p>
<p><strong>Chiedo scusa, ma mi rendo conto che parlare del Chiavaliere e delle sue porcate, nonché delle porcate dei suoi molti lacché, è fuori luogo.</strong></p>
<p>Post Scriptum</p>
<p>1) - Una volta pubblicato il libro Tangenti in confessionale, inviai una lettera a Cossiga con la fotocopia della pagina che riportava quanto dettomi dal suo ex confessore nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Nella missiva facevo notare la pesantezza delle affermazioni del sacerdote e chiedevo a Cossiga se poteva fornirmi una spiegazione di quelle affermazioni, spiegazione che avrei tenuto per me o reso pubblica se e quando lui avesse eventualmente desiderato. Beh, Cossiga mi rispose. Non negò nulla. Si limitò a scrivermi che &#8220;Si tratta di cose troppo importanti per lasciarle dire a un prete&#8221;. Purtroppo però lui non disse nulla in più.</p>
<p>2) - Qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, il pubblico ministero Franco Jonta mi interrogò per sapere chi fosse il sacerdote del confessionale della chiesa del Gesù che mi aveva parlato della manca liberazione di Moro. Nonostante il tono perentorio del magistrato, con velata minaccia di guai giudiziari, ho opposto il segreto professionale, specificando però che ero disponibile a rispondere, ma solo dopo che l&#8217;Ordine dei giornalisti mi avesse sciolto, su mia richiesta, dall&#8217;obbligo del segreto. Tornato a Milano, ho chiesto per iscritto di esserne sollevato data l&#8217;importanza dell&#8217;argomento e della mia testimonianza. Ottenuto il permesso, sono stato riconvocato a Roma da Jonta, e questa volta gli ho portato una copia del nastro con il dialogo nel confessionale.<br />
Man mano che ascoltava il nastro il magistrato si incupiva sempre di più. E ogni tanto continuava a ripetermi: «Ma non le sembra strano?» Ho cominciato a sentirmi a disagio, e a un certo punto ho temuto che magari venissi accusato di avere falsificato il nastro. All&#8217;ennesimo «Ma non le sembra strano?» mi sono stufato e ho ribattuto: «A me sembra strano, anzi stranissimo, però la sua è una domanda che dovrebbe rivolgere non a me, ma al confessore».<br />
Silenzio di gelo. Finito il nastro Jonta guardandomi in modo che mi è parso ostile mi ha chiesto: «E chi sarebbe questo confessore?»<br />
«Credo lei volesse dire &#8220;chi è&#8221; e non &#8220;chi sarebbe&#8221;. Comunque la risposta è semplice: quello che riceve nel primo confessionale a destra entrando in chiesa», ho risposto specificandone anche il nome: «C&#8217;è affissa una targhetta in ottone con il nome del confessore e gli orari durante i quali è presente».<br />
«E che lo interrogo a fare? È chiaro che mi opporrà il segreto del confessionale».<br />
&#8220;Beh, ma scusi, dottor Jonta, per arrivare a questa conclusione non c&#8217;era bisogno di farmi sciogliere dall&#8217;obbligo del segreto e farmi tornare a Roma. Ma se non intende interrogarlo, qual è il motivo per cui ne vuole sapere il nome? Qualcuno vuole chiedergli di tacere?&#8221;.<br />
&#8220;Ma come si permette!&#8221;.<br />
&#8220;Premesso che a norma di Costituzione sono libero di pensare quel che mi aggrada, le ho solo posto delle domande. Alle quali noto che lei non risponde. Ma poi, guardi che quel confessore non può assolutamente accampare il segreto perché ha detto chiaro e tondo, come lei ha sentito ascoltando il nastro, che il suo ex alunno in realtà non è andato a confessarsi, a parlare cioè dei propri peccati, ma solo a chiedergli un consiglio. Lei perciò può e anzi deve interrogarlo. E se non risponde lo può anche arrestare o comunque mandare sotto processo. Proprio come ha minacciato di fare con me. O devo pensare che secondo lei io ho meno diritti del prete?&#8221;.<br />
&#8220;Nicotri, guardi che qui cosa fare lo decido io. Lei non può certo starmi a dire cosa devo o non devo fare&#8221;.<br />
&#8220;Ho detto cosa può, non cosa deve fare. Con la sua coscienza se le vede lei. Comunque guardi che questa è l&#8217;unica occasione di chiarire finalmente la bruttissima faccenda della mancata liberazione. E in ogni caso, confessore o non confessore, è sicuro che di ex teste di cuoio figli di falegnami infiltrate nelle Brigate Rosse e scappate dalla polizia dopo la faccenda Moro per andare a fare il falegname dal papà non ce ne sono tante.  Se questo ex poliziotto lo cercate, lo trovate di sicuro. Se lo volete trovare, naturalmente&#8221;.<br />
&#8220;Ah, ma allora lei non vuole capire! Qui comando io, e lei non deve assolutamente dirmi cosa cavolo devo fare!&#8221;.<br />
Conclusione? La prima è che sono uscito dal palazzo di Giustizia vergognandomi. Vergognandomi delle mia disponibilità con il magistrato. Vergognandomi d&#8217;essermi fatto sciogliere dall&#8217;obbligo del segreto. Mi sentivo molto a disagio, in imbarazzo con me stesso. La seconda è che è chiaro come il sole che NON si è voluto e non si vuole chiarire il &#8220;mistero&#8221; della prigione di Moro. Esattamente come a suo tempo non si voleva che la si trovasse. I &#8220;consigli&#8221; di Pieczenik parlano chiaro. I pesi sulla coscienza e le ammissioni di Cossiga anche. Il cadavere di Moro pure.</p>
<p>3) - Per concludere, aggiungo l&#8217;articolo di Repubblica, a firma di Daniele Mastrogiacomo, pubblicato il 7 novembre 1993 quando pareva che Jonta volesse interrogarmi per appurare la verità anziché far finta di niente:</p>
<h1><em>MORO, UN AGENTE E LE BR</em></h1>
<p class="metadata"><em> Repubblica — 07 novembre 1993            pagina 18            sezione: CRONACA </em></p>
<p><em> ROMA - Per la prima volta, dopo 15 anni, si potrà capire   se  le Br erano infiltrate. C&#8217; è un testimone d&#8217; eccezione,   finora  rimasto nell&#8217; ombra, che potrebbe confermare questa   circostanza. Il  suo nome, per il momento, è segreto.   Avrebbe raccontato il particolare  ad un sacerdote. Un religioso   della chiesa di piazza del Gesù a Roma,  abituale   confessore di politici, amministratori e imprenditori. Nei    prossimi giorni, il Pm Franco Ionta, titolare della quinta   inchiesta  sul caso Moro, dovrebbe convocarlo: gli chiederà   di rivelare il nome  dell&#8217; agente che negli anni passati gli   confidò cosa avvenne durante i  drammatici 55 giorni del   rapimento, mentre si cercava affannosamente  il covo dove il   leader dc era prigioniero. Il nuovo impulso alle  indagini   è stato offerto da Giuseppe Nicotri, inviato del    settimanale L&#8217; Espresso e autore del libro &#8220;Tangenti in    confessionale&#8221;. Si tratta di una serie di testimonianze raccolte   nel  segreto della confessione dal giornalista che, di volta in   volta, si è  spacciato per un politico corrotto, un   industriale concusso o di un  amministratore pubblico. Nel   capitolo: &#8220;E&#8217; come il caso Moro&#8221;, il  dialogo tra Nicotri nelle   spoglie di un politico e il suo confessore  tocca il sequestro del   leader dc. Uomo politico, parlando dei  magistrati: &#8220;Per anni   sapevano, probabilmente&#8221;. Sacerdote: &#8220;Ma sì, ma  non   potevano darsi la zappa sui piedi. Che era proibito. Lo stesso    attentato a Moro, no? La prigione di Moro&#8221;. Uomo politico:   &#8220;Sì?&#8221;.  Sacerdote: &#8220;Erano arrivati alla casa vicina a dove   stava lui. Hanno  avuto l&#8217; ordine di fermarsi. Lo so perché   un mio alunno faceva parte  di queste cose qui. Me l&#8217; ha detto   lui. Era un agente: &#8216; Noi abbiamo  avuto l&#8217; ordine di fermarci e   tornare indietro&#8217; . Erano arrivati a  pochi&#8230; a 20 metri erano   arrivati. Quindi lo sapevano benissimo.  Cioè, lo sapevano.   Setacciando casa per casa, alla fine lo dovevano  trovare&#8221;. Uomo   politico: &#8220;Via Montalcini?&#8221;. Sacerdote: &#8220;Adesso non so    perché io non sono addentro alle segrete cose. Però   questo me l&#8217; ha  detto un mio alunno che stava lì. Insomma,   ecco faceva parte di quelli  lì. Hanno dovuto rimettere,   capito? Ma non parliamo male che non è  questa né la   sede né il luogo né il caso&#8221;. Chi è l&#8217;   agente di cui  parla il confessore? Il giudice Ionta ieri ha   interrogato Giuseppe  Nicotri e gli ha chiesto il nome del   sacerdote. Sciolto dal vincolo  del segreto professionale dall&#8217;   Ordine dei giornalisti della  Lombardia, Nicotri ha aderito alla   richiesta. L&#8217; intenzione del  magistrato adesso è di   convocare il gesuita e di farsi confermare la  rivelazione   riportata nel libro di Nicotri e, ovviamente, il nome  dell&#8217;   agente. Il giornalista ha detto al giudice che il suo    interlocutore avrebbe appreso i particolari sulla prigione di   Moro non  nel segreto della confessione ma durante uno sfogo dell&#8217;   agente che  gli chiedeva dei consigli. E ancora: che il poliziotto   faceva parte di  un gruppo di 40 uomini disposti a tutto e che era   infiltrato nelle  Br.           - <em class="author">di DANIELE MASTROGIACOMO</em></em></p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>Fondamentalismo ed Evoluzionismo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 09:29:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mi è capitato casualmente di leggere il n. di gennaio 2010 del mensile cattolico di &#8220;informazione e formazione apologetica&#8221;, &#8220;Il Timone&#8221; (www.iltimone.org), il cui dossier era dedicato all&#8217;evoluzionismo, e devo dire di aver condiviso quasi integralmente le critiche nei confronti di questa teoria cosiddetta &#8220;scientifica&#8221;. Tuttavia nel complesso il dossier è quanto di più reazionario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è capitato casualmente di leggere il n. di gennaio 2010 del mensile cattolico di &#8220;informazione e formazione apologetica&#8221;, &#8220;Il Timone&#8221; (<a href="http://www.iltimone.org/" target="_blank">www.iltimone.org</a>), il cui dossier era dedicato all&#8217;evoluzionismo, e devo dire di aver condiviso quasi integralmente le critiche nei confronti di questa teoria cosiddetta &#8220;scientifica&#8221;. Tuttavia nel complesso il dossier è quanto di più reazionario si possa leggere sui rapporti tra fede e ragione: come si spiega questa contraddizione? Per quale motivo una valida obiezione scientifica può trasformarsi, nelle mani del fondamentalismo religioso, in uno strumento favorevole soltanto al clericalismo politico? Quali sono i criteri per capire il carattere strumentale di un&#8217;analisi che in apparenza non vuole essere apologetica? Vediamoli per punti.</p>
<ol>
<li>Quando il fondamentalismo religioso (in questo caso cattolico, ma il rilievo può valere anche per i geovisti, che sull&#8217;argomento dicono le stesse cose) usa argomentazioni di tipo scientifico, confutando altre argomentazioni analoghe, non lo fa per restare nell&#8217;ambito della <em>scienza</em> ma per dimostrare che l&#8217;unica verità possibile è di tipo <em>religioso</em>. Cioè usa la scienza per sostenere una verità non scientifica, che tale è in quanto i suoi presupposti sono indimostrabili (p.es. l&#8217;esistenza di un dio assoluto o la necessità di una specifica chiesa).</li>
<li>Questo modo di procedere non solo è incompatibile con qualunque criterio di gestione del sapere scientifico, ma è, in un certo senso, contraddittorio con la stessa religione in generale, poiché questa, basandosi sulla <em>fede</em>, non dovrebbe servirsi di argomentazioni scientifiche per dimostrare la fondatezza dei propri assunti.</li>
<li>La fede può aver ragione sulla scienza quando i suoi principi producono <em>effetti</em> migliori di quelli prodotti dalla scienza (p.es. perché più umani o più democratici). Un qualunque dialogo tra fede e ragione non può vertere su argomentazioni di tipo <em>scientifico</em>, ma, al massimo, sulle conseguenze <em>etiche</em> di tali argomentazioni.</li>
<li>Se il fondamentalismo religioso vuole escludere qualunque valore al concetto di &#8220;scienza&#8221;, per sostenere che, in ultima istanza, tutto è &#8220;opinione&#8221;, dovrebbe però nel contempo rinunciare a tutte le proprie &#8220;verità di fede&#8221; (che, come tali, sono indiscutibili), ai propri dogmi, né dovrebbe credere in concetti come &#8220;infallibilità&#8221; (che i cattolici applicano al pontefice) o &#8220;indefettibilità&#8221; della propria chiesa.</li>
<li>Ogniqualvolta la fede religiosa vuole usare una scienza &#8220;vera&#8221; contro una scienza &#8220;falsa&#8221;, non fa aumentare ma diminuire la propria <em>verità</em>, proprio perché un tale uso della scienza è meramente strumentale all&#8217;affermazione non di un &#8220;sapere scientifico&#8221; ma di un &#8220;potere politico&#8221;, quello <em>clericale</em>.</li>
<li>Se la chiesa avesse basato la verità dei propri contenuti su fatti razionalmente dimostrabili, non avrebbe chiesto la <em>fede</em> per credervi ma la <em>ragione</em>. Nessun credente può sostenere la verità scientifica dei propri postulati religiosi e il fatto di pretendere che siano comunque più &#8220;logici&#8221; di altri assunti di tipo scientifico, non rende la fede più vera.</li>
<li>Una chiesa che si serve della scienza per contestare gli assunti di un&#8217;altra scienza che non le piace (perché p.es. non parte da presupposti religiosi), è una chiesa non meno atea o razionalista della scienza che vuole combattere. In questa chiesa i presupposti religiosi risultano infatti del tutto astratti, formali, vuoti di contenuto, usati non solo per fare un discorso che non può oggettivamente essere <em>scientifico</em>, ma che anche sul piano soggettivo non ha nulla di <em>edificante</em> (in senso religioso).</li>
<li>Quando si vuole sostenere che l&#8217;evoluzionismo non è scientifico come pretende, non si può dare per scontato, nelle proprie argomentazioni, che dio esiste e che la sua esistenza è la &#8220;prova ultima&#8221; dell&#8217;inconsistenza di qualunque teoria scientifica non religiosa. Se l&#8217;evoluzionismo è solo un&#8217;opinione infondata, al centro dell&#8217;universo resta comunque l&#8217;<em>uomo</em>. L&#8217;umano è l&#8217;unica realtà di cui possiamo fare esperienza, anche per confutare verità che credevamo acquisite. L&#8217;inesistenza di dio non rende impossibile l&#8217;esperienza dell&#8217;umano.</li>
<li>Vi sono scienziati credenti (p.es. Zichichi, intervistato nel dossier) che sostengono che, siccome tutto l&#8217;universo è basato su leggi necessarie, su una logica stringente, allora deve per forza esserci da qualche parte un&#8217;intelligenza superiore, che loro chiamano &#8220;dio&#8221;. E quando vedono gli scienziati atei negare la necessità di questa conclusione, dicono che tali scienziati fanno solo una professione di fede (nell&#8217;ateismo), non avendo prove concrete per dimostrare alcunché. Zichichi afferma che è molto più &#8220;logico&#8221; un atto di fede nel &#8220;creatore&#8221; (cfr <a href="http://www.ibs.it/code/9788855800969/zichichi-antonino/perche-credo-colui.html?shop=2684" target="_blank">Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo</a>, 2009, Tropea).<br />
In pratica Zichichi fa un ragionamento di questo genere, che è tutto meno che scientifico: siccome c&#8217;è un effetto di portata colossale (l&#8217;essere umano e l&#8217;universo che lo contiene), allora ci deve essere una causa equivalente, e questa causa - vista l&#8217;incredibile complessità e perfezione dell&#8217;effetto - non può essere che &#8220;dio&#8221;. Cioè proprio nel momento in cui egli dovrebbe dare una risposta scientifica ne dà una mistica.<br />
Invece di far coincidere la causa con l&#8217;effetto o invece di affermare la relatività e la limitatezza delle nostre conoscenze, propone una soluzione precostituita, fatta passare come &#8220;logica&#8221;.<br />
Questo modo di ragionare pare essere il frutto di un condizionamento sociale ritenuto inspiegabile. Gli scienziati credenti apologizzano non solo la loro fede ma anche il <em>sistema sociale</em> in cui essa si forma, in quanto sostengono che, siccome gli uomini, pur essendo unici nel cosmo, non riescono a risolvere i loro problemi, ciò è dovuto al fatto che si sono allontanati da dio. Gli uomini sono infelici perché <em>atei</em>, non perché basano la loro vita sulla <em>proprietà privata</em>.<br />
Singolare inoltre il fatto che uno scienziato credente, quando offre soluzioni di tipo mistico, si senta indotto a compiere anche una scelta di tipo <em>confessionale</em>: Zichichi infatti è dell&#8217;avviso che solo la chiesa romana abbia l&#8217;interpretazione più esatta del concetto di &#8220;dio&#8221;, la migliore esperibilità della fede.</li>
<li>Una semplice posizione laica dovrebbe invece limitarsi a sostenere che quando l&#8217;essere umano si comporta in maniera non-umana, è sempre l&#8217;essere umano quello titolato a trovare una soluzione ai propri problemi. Al massimo si potrebbe sostenere che quando l&#8217;uomo è nemico dell&#8217;uomo e si comporta quindi in maniera innaturale, è la stessa <em>natura</em> che in qualche maniera gli ricorda i suoi limiti.<br />
La natura infatti subisce le conseguenze dei conflitti sociali, degli antagonismi tra classi e nazioni, e si modifica, spesso in maniera irreversibile, rendendo invivibile l&#8217;ambiente (desertificazioni, mutazioni climatiche, dissesti idrogeologici, avvelenamento del pianeta&#8230;).</li>
<li>Evoluzione vuol dire &#8220;adattamento progressivo all&#8217;ambiente&#8221;. Ma per poterlo fare, occorre che questo sia vivibile, altrimenti c&#8217;è <em>involuzione</em>, scomparsa progressiva del genere umano, la cui esistenza futura non può essere data per scontata solo perché nell&#8217;universo siamo &#8220;unici&#8221;. Non possiamo cioè dare per scontata la nostra sopravvivenza come specie, a prescindere dalla tipologia dell&#8217;ambiente naturale in cui dobbiamo vivere, per quanto l&#8217;uomo sia in grado di trasformare in maniera artificiale qualunque ambiente.<br />
Quello che manca alla cultura occidentale (borghese) è la consapevolezza del limite oltre il quale una trasformazione antropica dell&#8217;ambiente non può andare, se lo stesso essere umano vuole tutelarsi. Il rapporto che abbiamo con l&#8217;ambiente naturale è così mediato dai nostri mezzi tecnologici che inevitabilmente ci accorgiamo della loro pericolosità solo dopo averli usati.<br />
Siamo così innaturali che non riusciamo a prevedere l&#8217;assurdità di ciò che noi chiamiamo &#8220;progresso&#8221;. Persino quando cerchiamo un rimedio ai nostri guai, siamo contraddittori. P.es. abbiamo imparato a riciclare la plastica, ma continuiamo a produrla senza pensare a sostituirla o a riutilizzarla fino al suo esaurimento. Abbiamo preferito la plastica al vetro, ma così abbiamo rinunciato al riutilizzo.<br />
Il problema dello smaltimento dei rifiuti (che comporta sempre un certo inquinamento) ci ha indotti a puntare sul riciclo della plastica. Ma il riciclo presuppone una trasformazione del prodotto, che comporta spese e ulteriore inquinamento. Riutilizzo invece vuol dire che una stessa cosa, che dovrebbe essere fabbricata per durare, viene usata fin quando è possibile.<br />
Il riutilizzo dovrebbe porre un freno alla pubblicità. La vera pubblicità da seguire dovrebbe essere quella <em>educativa</em>, che insegna come riutilizzare i beni durevoli e come riciclare quelli che non lo sono.</li>
<li>La cultura occidentale ha creato solo un&#8217;immensa spazzatura. Con le prime civiltà schiavistiche si sono formati i deserti in seguito alla deforestazione; con la civiltà industriale si formeranno dei deserti superinquinati là dove si ammasseranno i nostri rifiuti.<br />
E&#8217; il concetto in sé di &#8220;evoluzione&#8221; che va rimesso in discussione. Se guardiamo i rapporti sociali tra esseri umani e i rapporti tra gli uomini e la natura, dobbiamo dire di essere in presenza di una grande &#8220;involuzione&#8221;, che non potrà certo essere risolta né affidandosi alla misericordia di dio né ai miraggi della scienza.</li>
</ol>
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		<title>Il momento giusto per cambiare</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 08:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Galavotti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politeia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei vangeli esistono parabole molto suggestive per indicare i comportamenti da tenere nei casi di transizione politica. P.es. quella delle dieci vergini, cinque delle quali si preoccupano di tenere accesa la lampada della speranza, nell&#8217;attesa dello sposo.
Ma esistono anche affermazioni di tipo profetico che i sinottici han voluto attribuire al Cristo, per quanto il loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei vangeli esistono parabole molto suggestive per indicare i comportamenti da tenere nei casi di transizione politica. P.es. quella delle <a href="http://www.homolaicus.com/nt/vangeli/vergini.htm" target="_blank">dieci vergini</a>, cinque delle quali si preoccupano di tenere accesa la lampada della speranza, nell&#8217;attesa dello sposo.</p>
<p>Ma esistono anche affermazioni di tipo profetico che i sinottici han voluto attribuire al Cristo, per quanto il loro contenuto non sia in sé anti-rivoluzionario: &#8220;Vegliate perché non sapete in quale giorno il messia verrà&#8221;(Mt 24,42) e simili.</p>
<p>In tutte le piccole apocalissi evangeliche la necessità di compiere una insurrezione anti-romana viene sostituita col dovere di attendere fiduciosi il giorno del giudizio universale.</p>
<p>Forse l&#8217;argomentazione più significativa, in tal senso, è offerta dal vangelo di Giovanni, allorché il Cristo, rivolto ai suoi parenti, che gli chiedevano di esporsi in Giudea, risponde: &#8220;Per voi che vivete secondo il principio del tanto peggio tanto meglio, ogni occasione è buona&#8221;(Gv 7,6).</p>
<p>Per un essere umano è molto difficile stabilire il momento in cui è possibile che avvenga un cambiamento significativo delle cose, che non vuol dire ovviamente &#8220;saper sfruttare l&#8217;occasione della propria vita&#8221;, ma saper vedere questa occasione come un&#8217;opportunità generale, che non riguarda solo una vita individuale, anche perché nelle società basate sui conflitti di classe, sugli antagonismi sociali, spesso le occasioni individuali vengono usate a titolo di rivalsa personale, senza tener conto degli interessi altrui.</p>
<p>Noi misuriamo lo scorrere del tempo sulla base della nostra esperienza, ma per poter avere una percezione obiettiva del tempo, bisognerebbe che l&#8217;esperienza fosse la più possibile condivisa. Un&#8217;esperienza individuale o familiare o di piccolo gruppo non è di molta utilità per avere il polso della situazione.</p>
<p>Il tempo ha delle pretese che solo un popolo può soddisfare, anche perché i tempi sono sempre incredibilmente lunghi, in grado di andare ben oltre l&#8217;esistenza di individui singoli.</p>
<p>Le masse si muovono solo quando convinte che un certo modo di vivere la vita ha concluso il suo tempo. Occorre una percezione collettiva del problema, un sentire comune.</p>
<p>Le masse si muovono quando smettono d&#8217;illudersi che un determinato tipo di esistenza possa continuare a essere sopportato. Ma perché sorga questa convinzione occorrono situazioni disperate, di gravissima crisi. Non bastano le contraddizioni, i conflitti, gli antagonismi: ci vuole la <em>disillusione</em>, cioè la convinzione che se non si fa qualcosa di completamente diverso, si perde solo tempo, si rende il problema ancora più irrisolvibile.</p>
<p>Quelli sono i momenti in cui le masse, per prendere decisioni epocali, hanno bisogno di essere guidate da leader intelligenti e coraggiosi, dotati di senso tattico e strategico, capaci di organizzazione politica e persino militare (poiché bisogna sempre tenersi pronti a difendere le conquiste rivoluzionarie), insomma leader all&#8217;altezza della situazione, consapevoli del momento cruciale.</p>
<p>E&#8217; così che nascono le svolte epocali. Per questo la storia potrebbe essere studiata solo a partire dalle rivoluzioni, che sono un concentrato di tutti i problemi di un&#8217;epoca e dei tentativi messi in atto per risolverli.</p>
<p>Tra una rivoluzione e l&#8217;altra il compito è soltanto quello di porre le condizioni perché la transizione avvenga nel miglior modo possibile, cioè rispettando le esigenze più vere, quelle più generali, possibilmente senza spargimento di sangue.</p>
<p>La lotta diventa tra speranza e disperazione, in attesa che giunga il momento decisivo: la speranza di chi vuole uscire dalla disperazione, la disperazione di chi non vuole uscire dai propri privilegi.</p>
<p>Siamo noi che diamo alle cose il loro senso e il loro tempo, e quando il tempo non dà più senso alle nostre cose, è ora di cambiarlo.</p>
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		<title>Ecco perché il Chiavaliere vuole il bavaglio alle intercettazioni. Non è vero che si disinteressa di Mediaset e anzi la usa per corrompere anche a fini politici</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 15:28:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Nicotri</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[RIPORTO DAL SITO DE L&#8217;ESPRESSO
Pronto Silvio, sono Saccà
ESCLUSIVO. Il testo e l&#8217;audio della conversazione tra il manager Rai e il Cavaliere: &#8216;Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria&#8217;. Dai giochi in azienda, alla fissa di Bossi per il Barbarossa fino alle scritture per le attrici: &#8216;Sto cercando di avere la maggioranza in Senato:
http://espresso.repubblica.it/multimedia/video/25690705
Giugno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>RIPORTO DAL SITO DE L&#8217;ESPRESSO</p>
<p>Pronto Silvio, sono Saccà<br />
ESCLUSIVO. Il testo e l&#8217;audio della conversazione tra il manager Rai e il Cavaliere: &#8216;Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria&#8217;. Dai giochi in azienda, alla fissa di Bossi per il Barbarossa fino alle scritture per le attrici: &#8216;Sto cercando di avere la maggioranza in Senato:<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/video/25690705</a></p>
<p>Giugno 2007. Urbani, Leone, Minoli, Moratti a colloquio con il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà<br />
(26 giugno 2008)<br />
18 giugno 2007 ore 17:51<br />
Urbani chiama Saccà e gli chiede una mano per la sua compagna Ida di Benedetto, titolare della Titania Produzioni<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/1</a></p>
<p>18 giugno 2007 ore 17:57 Saccà parla con una funzionaria Rai la quale racconta la scenata telefonica che le ha fatto la Di Benedetto per la miniserie &#8216;Angelica&#8217;. Parlano anche del serial &#8216;La meravigliosa storia di suor Bakhita&#8217;. Infine di &#8216;Paura d&#8217;amare&#8217; la fiction di Maria Venturi autrice per la Di Benedetto</p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/2</a></p>
<p>18 giugno 2007 ore 18:02 Saccà chiama la sua segretaria e le chiede a che punto sia l&#8217;attivazione del contratto per &#8216;Paura d&#8217;amare&#8217; la fiction di Maria Venturi</p>
<p><a href="http://"> http://espresso.repubblica.it/multimedia</a><a href="http://">/2447253/1/3</a><br />
19 giugno 2007 pre 15:31 Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, chiama Agostino Saccà che gi accenna di aver parlato con Roberto Cuillo, ex Ds quindi viceresponsabile dell&#8217;informazione del Partito Democratico, del suo &#8220;piano strategico&#8221;: si tratta della sostituzione dell&#8217;attuale direttore generale della Rai Cappon con lo stesso Minoli<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/4<span id="more-2137"></span></a></p>
<p>19 giugno 2007 ore 20:25 Il sindaco di Milano Letizia Moratti chiama  Agostino Saccà; lui la rassicura sul provino di Eliana Miglio, compagna del suo braccio destro Paolo Glisenti. Quindi Saccà le chiede un colloquio a proposito di un suo progetto: creare una società di fiction al di fuori della Rai, del quale ha già parlato con Passera e Montezemolo<a href="http://"> </a></p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/5</a></p>
<p><a href="http://"></a><br />
27 giugno 2007 ore 12:17 Giancarlo Leone chiama Agostino Saccà. Devono parlare con Del Noce per discutere della serie &#8216;Medicina generale&#8217;. Saccà si dimostra infastidito dal momento che il serial va benissimo e non dovrebbe dunque essere messo in discussione. Poi parlano di Maria Scicolone e del produttore Saraceni che, mandati da Francesco Rutelli, hanno proposto un progetto di fiction sulla famiglia Scicolone. Leone chiede una risposta a Saccà per dare un segnale di attenzione a Rutelli</p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/6 </a><br />
28 giugno 2007 ore 19:07 Agostino Saccà chiama Giuliano Urbani; materia della telefonata il colloquio tra Agostino e il presidente Berlusconi. I due hanno parlato della candidatura di Giovanni Minoli alla direzione generale. Saccà dice di aver parlato con Berlusconi anche della nomina a responsabile del palinsesto di Guliana del Bufalo, e della necessità di mantenere gli equilibri attuali preservando così la Rai e Mediaset dai rischi in cui incorreranno nel momento in cui Sky comincerà a produrre fiction<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/7</a></p>
<p>Gli audio e i testi delle telefonate tra Silvio Berlusconi e i suoi uomini sulle attrici e la spallata al governo Prodi<br />
(26 giugno 2008)<br />
12 settembre 2007 - ore 15:18<br />
Berlusconi chiama il direttore di RaiFiction Agostino Saccà<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353</a></p>
<p>26 ottobre 2007 - ore 11:56<br />
Berlusconi chiama il produttore televisivo Guido De Angelis<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/2</a></p>
<p>30 ottobre 2007 - ore 17:40<br />
Berlusconi chiama Saccà<br />
L&#8217;allora capo dell&#8217;opposizione segnala Marta Flavi per la fiction &#8220;Incantesimo&#8221; ma aggiunge: &#8220;Non ho nessun interesse, mi basta far sapere che ho fatto una telefonata&#8221;. E poi ancora: &#8221; (..) quella parte lì, tra l&#8217;altro, per una Troise non andava bene?&#8221;<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/3</a></p>
<p>4 novembre 2007 - ore 17:11<br />
Berlusconi chiama De Angelis<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/4</a></p>
<p>5 novembre 2007 - ore 18:47<br />
Berlusconi chiama De Angelis<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/5</a></p>
<p>27 giugno 2007<br />
L&#8217;avvocato di Saccà legge ad Agostino una lettera della Bonev<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2581114/1/3</a></p>
<p>2 agosto 2007 - ore 15:37<br />
Il membro AGCom Giancarlo Innocenzi chiama Saccà e parlano dell&#8217;ex senatore Willer Bordon e di sua moglie, l&#8217;attrice Rosa Ferraiolo<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/6</a></p>
<p>5 agosto 2007<br />
Il consigliere Rai Giuliano Urbani parla con Agostino Saccà<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2581114/1/1</a></p>
<p>7 agosto 2007<br />
Saccà chiama Giuliano Urbani<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2581114/1/2</a></p>
<p>24 ottobre 2007 - 16:33<br />
De Angelis chiama Innocenzi<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/7</a></p>
<p>24 ottobre 2007<br />
Rosa Ferraiolo, moglie dell&#8217;ex senatore Willer Bordon, chiama il produttore De Angelis per ringraziarlo dell&#8217;offerta<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2451312/1/1</a></p>
<p>18 giugno 2007 - 17:51<br />
Urbani chiama Saccà e gli chiede una mano per la sua compagna Ida di Benedetto, titolare della Titania Produzioni<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/1</a></p>
<p>18 giugno 2007 ore 17:57 Saccà parla con una funzionaria Rai la quale racconta la scenata telefonica che le ha fatto la Di Benedetto per la miniserie &#8216;Angelica&#8217;. Parlano anche del serial &#8216;La meravigliosa storia di suor Bakhita&#8217;. Infine di &#8216;Paura d&#8217;amare&#8217; la fiction di Maria Venturi autrice per la Di Benedetto<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2444353/1/7 </a></p>
<p>18 giugno 2007 ore 18:02 Saccà chiama la sua segretaria e le chiede a che punto sia l&#8217;attivazione del contratto per &#8216;Paura d&#8217;amare&#8217; la fiction di Maria Venturi<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/3</a></p>
<p>9 giugno 2007 pre 15:31 Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, chiama Agostino Saccà che gi accenna di aver parlato con Roberto Cuillo, ex Ds quindi viceresponsabile dell&#8217;informazione del Partito Democratico, del suo &#8220;piano strategico&#8221;: si tratta della sostituzione dell&#8217;attuale direttore generale della Rai Cappon con lo stesso Minoli<a href="http://"> </a></p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/4</a></p>
<p>19 giugno 2007 ore 20:25 Il sindaco di Milano Letizia Moratti chiama  Agostino Saccà; lui la rassicura sul provino di Eliana Miglio, compagna del suo braccio destro Paolo Glisenti. Quindi Saccà le chiede un colloquio a proposito di un suo progetto: creare una società di fiction al di fuori della Rai, del quale ha già parlato con Passera e Montezemolo:</p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/5</a></p>
<p>27 giugno 2007 ore 12:17 Giancarlo Leone chiama Agostino Saccà. Devono parlare con Del Noce per discutere della serie &#8216;Medicina generale&#8217;. Saccà si dimostra infastidito dal momento che il serial va benissimo e non dovrebbe dunque essere messo in discussione. Poi parlano di Maria Scicolone e del produttore Saraceni che, mandati da Francesco Rutelli, hanno proposto un progetto di fiction sulla famiglia Scicolone. Leone chiede una risposta a Saccà per dare un segnale di attenzione a Rutelli:</p>
<p><a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/6</a></p>
<p>28 giugno 2007 ore 19:07 Agostino Saccà chiama Giuliano Urbani; materia della telefonata il colloquio tra Agostino e il presidente Berlusconi. I due hanno parlato della candidatura di Giovanni Minoli alla direzione generale. Saccà dice di aver parlato con Berlusconi anche della nomina a responsabile del palinsesto di Guliana del Bufalo, e della necessità di mantenere gli equilibri attuali preservando così la Rai e Mediaset dai rischi in cui incorreranno nel momento in cui Sky comincerà a produrre fiction:<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/2447253/1/7 ASCOLTA</a></p>
<p>Silvio-Evelina, la telefonata</p>
<p>Sono le 9 di mattina del 12 dicembre 2007. Berlusconi ha appena letto sui giornali che si indaga sulle telefonate in cui raccomandava alcune attrici al direttore di Rai Fiction Agostino Saccà. Tra queste, Evelina Manna. Il Cavaliere le telefona. Ecco il testo integrale recitato della conversazione:<br />
<a href="http://">http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/6137556</a></p>
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