Vita e Scrittura. Riflessione metalinguistica

Quando si scrive una qualunque cosa, bisogna arrivare a un punto oltre il quale deve esistere la vita allo stato puro, cioè non mediato dalla scrittura stessa, che è appunto “assenza di vita”.

Non ci si appropria della vita attraverso la scrittura, che non ha neppure il potere di rappresentarla adeguatamente. La vita può essere rappresentata solo da se stessa, come qualunque altro sentimento o valore umano, e la scrittura, in tutte le sue forme, è solo una forma di illusione (che va smascherata); non foss’altro – nel migliore dei casi – che per una ragione molto semplice: tutto quello che la scrittura tocca, diventa “passato”. Anche quando parla del futuro, lo schematizza in maniera arbitraria, in quanto lo fissa su una determinata ipotesi.

E che la scrittura sia un mezzo molto limitato, lo dimostra il fatto che quando un autore vuole diversificare le proprie ipotesi interpretative, cade sempre in un insopportabile o insostenibile artificio retorico o intellettualistico, usato con l’intenzione di intrigare, di suscitare un interesse, ma che sortisce soltanto l’effetto di riempire un vuoto di noia. Spesso queste diversificazioni meramente logico-astratte vengono utilizzate per produrre opere in serie (commerciali), il cui valore culturale, esistenziale, spirituale è prossimo allo zero (si vedano p.es. i gialli, l’horror, il noir, i romanzi rosa tipo Harmony, le saghe alla Harry Potter, ma anche certi raccolti cervellotici di Pirandello, ecc.).

Una scrittura potrebbe avere una qualche utilità se anzitutto chiarisse i limiti (epistemologici) entro cui si muove. Purtroppo però chi scrive ha proprio, generalmente, la pretesa contraria, e cioè quella di mostrare una solida coerenza interna (espressa in positivo o in negativo), che nella realtà, nella vita (propria o altrui) non esiste mai, in senso stretto. Una coerenza assoluta può anche essere una forma incredibile di fanatismo, di folle miopia.

Il pregio fondamentale dell’esistenza sta proprio nella dialettica degli opposti, che non può essere ipostatizzata o cristallizzata in alcuna teoria, neanche in una che facesse di questa stessa dialettica il criterio dell’agire.

La scrittura è sempre una finzione, un inganno, un’apologia se non addirittura una sorta di agiografia di qualcosa o di qualcuno (in maniera diretta o indiretta, poiché qualunque buon scrittore sa che la migliore apologia è quella in cui l’oggetto non è palese ma occulto).

Una scrittura ha valore solo se si auto-nega, cioè solo se mostra i suoi stessi limiti, rispetto alle esigenze della vita. Non solo, ma chiunque si accinga a usare la scrittura in questa maniera, deve sapere che il tempo che le dedica, inevitabilmente lo sottrae alla vita. E dovrebbe altresì chiedersi, in tal senso, se, a parità di fatica, non si ottengono cose migliori, o semplicemente maggiori, dedicandosi alla vita pratica che non elaborando opere teoriche. Lenin lo disse chiaramente: è meglio farla, la rivoluzione, che scriverci sopra. Uno non dovrebbe mai arrivare al punto da indurre la propria moglie a dire: “è in biblioteca ad ammazzare il tempo”.

La scrittura può servire per riflettere sopra un’esperienza di vita, ma non ha più potere della parola. La scrittura è un’operazione che si compie in solitudine; la parola è un mezzo che implica, in una situazione normale, la presenza almeno di un’altra persona; tant’è che quando vediamo uno parlare da solo, sospettiamo che sia matto. Non lo diciamo anche di uno che scrive da solo, poiché ci appare come un intellettuale (o anche un artista) in atto di produrre qualcosa. Solo dopo aver esaminato il suo prodotto, ne scopriamo i pregi e i difetti.

Beato quello scrittore che non permetterà a un critico di dire: “Era arrivato a un passo dal capire l’inutilità della scrittura, ma non fece in tempo”. Beato soprattutto quello scrittore che, dopo tanto scrivere, non decide di togliersi la vita per non averla saputa vivere a causa della propria scrittura. La “retta via” può essere smarrita in tanti modi, ma certamente non la si recupera scrivendo un’imponente Commedia.

Mettiamo un fiore sulla tomba di quanti han cercato disperatamente nella propria scrittura una ragione della propria vita, senza riuscire a trovarla. L’elenco è lunghissimo: Kierkegaard, Nietzsche, Pavese, Hemingway, Primo Levi, Sylvia Plath, Majakovskij, Esenin, Antonia Pozzi, Emilio Salgari, Virginia Woolf e tanti altri.

La comunicazione deve sempre presumere una relazione (quella minima è interpersonale); tuttavia la scrittura non diventa più significativa quando un testo viene scritto a quattro mani. Se si vuole usare uno strumento comunicativo in maniera relazionale (il che non necessariamente vuol dire in maniera “razionale”), cioè in maniera che l’opera sia il prodotto di qualcosa di “collettivo”, il frutto di una tradizione comune, di valori di vita condivisi, la scrittura non è il mezzo migliore per farlo, in quanto non è olistica, ma intellettualistica, settoriale. La scrittura è un’operazione del cervello, esattamente come la lettura.

Se proprio si vuol scegliere la scrittura, bisogna ch’essa sia poeticizzata al massimo e possibilmente letta o recitata o cantata in pubblico, come in passato i greci facevano col teatro e le gesta epiche degli eroi, i trovatori con le liriche provenzali, i menestrelli con la letteratura cortese, i cantori con le saghe popolari, gli adulti con le fiabe e le favole per i bambini, i sacerdoti con i vangeli per i credenti, gli ebrei coi salmi cantati ecc.

Ma qualunque cosa si faccia con la scrittura, bisogna che la voce, con cui la si usa, arrivi a toccare il cuore e non sia un mero esercizio della mente. E chi non è capace di farlo con la scrittura, lo faccia con la pittura o con la musica, che sono arti di una straordinaria bellezza, sicuramente molto più olistiche di qualunque testo scritto. Un popolo che pretende di definirsi “popolo del libro”, è solo pedante e cavilloso.

2 commenti
  1. Francesco
    Francesco says:

    Riflessione molto intensa.
    Leggendola ci si sente trasportati in una stanza con pareti un po’ scure, diciamo sul grigio per tre quarti, e un tono di nocciola.
    La luce entra con timore e intimidita dalle vibrazioni di queste parole dal ritmo cadenzato, si posa sull’orlo della tagliente lama che separa la lettura dalla scrittura, la vita dal racconto, il passato dallo scorrere vivo del tempo… e la domanda sorge dall’orizzonte della percezione umana: di fronte a questa verità, dovrebbero le parole scritte dissolversi nell’oblio dei respiri?

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  2. Enrico Galavotti
    Enrico Galavotti says:

    Sì è questo ciò che volevo dire, a condizione che i respiri siano quelli di due che si amano, che sentono d’amarsi.
    Per capirsi non serve dirsi, basta mostrarsi. La parola è inadeguata, a meno che non si ponga in maniera apofatica, negando quel che non è o quel che si pensa che non sia. Una negazione condivisa, nella speranza che i molti siano più dell’uno o dei pochi.
    La parola viene data sulla fiducia che quel che si nega possa portare un giorno alla verità.
    Ma per mostrarsi in quel che si è, non occorre aspettare quel giorno. Un bagno d’umiltà è più salutare di una sbandierata certezza di quel che si è.
    Chi si dice è meno disponibile di chi si mostra tacendo: quest’ultimo lascia che siano altri a dirlo.

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